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MA TSIPRAS HA PERSO?

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Tsipras, dopo aver vinto il “referendum” contro il programma vessatorio che l’Europa della Merkel voleva imporgli ha dovuto poi accettare un programma ancora più vessatorio ed inaccettabile, posto di fronte al ricatto dell’Europa che minacciava di gettare il Paese intero nella fame: solo facendo approvare dal Parlamento greco un programma di sacrifici abnormi e con rinunzia al “referendum” (inteso come utilizzo dell’istituto in materia) ed alla sovranità, ed addirittura con cessione di parti importanti del patrimonio greco, in particolare quello naturale, da conferire in un fondo apposito estero, la Grecia riceverà aiuti. I commentatori più qualificati hanno notato, soddisfatti, che Tsipras ha perso ed in modo non onorevole, buttandosi in una battaglia ideologica che poteva benissimo risparmiarsi, e con cedimento molto tardivo. La sinistra radicale si è divisa tra chi ha difeso Tsipras, che ha dovuto prendere atto di una impossibilità di manovra dopo averle tentate tutte, e chi invece si è arroccato in un’ottica di purezza criticandolo per il cedimento, sulla falsariga dell’ex Ministro dell’economia Varoufakis, che aveva rappresentato il principale sostegno di Tsipras nella grande battaglia contro l’Europa, e dopo il “referendum” si era dimesso per non mettere in difficoltà Tsipras, ed ha criticato fermamente quest’ultimo per non avere seguito il piano alternativo e molto suggestivo di sostanziale uscita dall’euro.

I termini della questione sono molto più piani di quel che appare dai commenti, di chi vuole artatamente complicare il tutto. La domanda sembra portare ad una risposta scontata: perché Tsipras non ha capito prima che avrebbe perso e quindi non ha evitato inutili complicazioni e aggravamenti della situazione? In via di metodo, occorre sempre diffidare della facile saggezza di chi punta ad un obiettivo ed invita al cedimento gli avversari in nome per l’appunto della saggezza. Chi pone la domanda si è appiattito da tempo su quest’Europa, e ciò vale anche per la sinistra (????) europea e italiana, e non vedeva l’ora di vedere Tsipras umiliato. Nel merito, il comportamento di Tsipras è quello di uno spadaccino che con spada mozza affronta a lungo un gruppo di cento uomini tutti ben armati e che alla fine si arrende per salvare un gruppo di innocenti. Chi lo offende in modo da Maramaldo, si rivela non solo privo di rispetto degli avversari, ma anche non profondo nell’analisi. Tsipras ha posto al popolo greco, con il “referendum”, il dilemma tra capitale e democrazia, e il popolo greco ha scelto la seconda. Chi ha evidenziato la demagogia della scelta referendaria quando vi sono di mezzo sacrifici economici non solo dimostra scarso senso di democrazia, soprattutto quando gli esiti sono non graditi, ma soprattutto dimentica che erano in gioco non solo la sopravivenza economica della Grecia ma anche la sua sovranità: il “referendum” era inevitabile. Una volta vinto il “referendum”, il cedimento, dopo un aspro negoziato, è stato altrettanto inevitabile per impedire inutili ulteriori sofferenze, e il piano alternativo di Varoufakis, pur suggestivo, era impraticabile vista la guerra che l’Europa gli avrebbe fatto. Le condizioni per l’aiuto da parte della Russia e della Cina non erano attuali. Ma la guerra condotta, in modo così aspro e con vittoria nella sede democratica, non è stata inutile in quanto ha mostrato, inequivocabilmente, che l’Europa, per piegare la Grecia, ha violato la democrazia, ed ha costretto lo Stato a rinnegare la determinazione del popolo. E’ il “de profundis” dell’Europa che ha dimostrato di essere una macchina totalitaria.

C’è chi tenta di negare la palmare evidenza mostrando che la democrazia si è trasformata e deve tener conto dell’integrazione comunitaria (Sabino Cassese): ciò fa colpo ma solo in via di suggestione e senza consistenza; certo la suggestione vi è, ma come proprio voi marxisti vi fermate allo Sato nazione e tenete conto della democrazia solo a livello statale? Svanita la suggestione, indubbia, resta il nulla, il vuoto più profondo: l’integrazione, inevitabile, non può comportare la mortificazione delle unità locali: non a caso, il nazismo trionfò quando il “Reich” sciolse il “Land” prussiano, ultimo baluardo della socialdemocrazia (e memorabile fu il processo di fronte alla Corte Costituzionale, con il primo difeso da chi se non dall’ineffabile Carl Schmitt, ed il secondo dal grandissimo giurista socialdemocratico, in realtà socialista radicale anche se originale e non marxista ma di stampo nazionale non nazionalistico, Hermann Heller). Ormai nessuno crede più alla favola secondo cui la Grecia ha torto, e non vi è decisione popolare che tenga, visto che è debitore per somme ingenti, e non può pretendere di appellarsi al proprio popolo per non onorare i propri debiti. Nella lingua tedesca lo stesso termine (“Schuld”) significa sia colpa che debito, e risponde ad una rigorosa logica protestante. Ma il punto è che il capitalismo sviluppato si è divaricato dalla cultura protestante nel cui ambito è sorto (Max Weber): non solo i debiti pubblici si sono determinati, per grande parte, di sicuro maggioritaria, in modo del tutto illegittimo grazie al comportamento delle grandi banche d’affari internazionali che gestiscono lo stesso debito pubblico e la stessa politica economica statale, non solo l’Europa è stata indulgente verso i problemi di bilancio tedesco, ma soprattutto la Germania si trova con la propria banca principale, Deutsche Bank, che è diventata una delle banche più coinvolte sul piano dell’attività di mera speculazione, con illeciti compiuti in materia di tassi e cambi, e con esposizione in derivati da far paura. Il rigore tedesco è apparente, parziale, ed addirittura tale da costituire un elemento distorsivo in materia di politica economica europea. In definitiva, la violazione della democrazia ai danni della Grecia è palese e clamorosa: grande merito di Tsipras è di aver fatto esplodere la situazione e rendere evidente cosa vi è dietro, smascherando l’Europa, e mostrando che essa si è trasformata in una macchina totalitaria ed antidemocratica: non piace allo scrivente utilizzare espressioni ad effetto ed occorre prendere le distanze da chi paragona l’Europa attuale a Pinochet ed ai fascismi; non vi sono mezzi brutali e liberticidi, ma l’autoritarismo ed il totalitarismo sono indubitabili. Quello ai danni della Grecia è un vero e proprio colpo di Stato, pacifico, ma la Storia è piena di colpi di Stato pacifici. Tsipras ha mostrato che il re è nudo e che l’Europa ha potuto imporre la propria volontà illecita ai danni della Grecia solo con un colpo di Stato, che non sarebbe stato evidente se la Tsipras non avesse scelto il “referendum”.

L’accordo vessatorio e totalitario ai danni della Grecia è paragonabile alla pace di “Versailles” alla fine della prima guerra mondiale: la Germania fu umiliata e distrutta dall’arroganza di Francia ed Inghilterra, il che portò a Hitler ed alla seconda guerra mondiale. Un colpo di Stato ai danni di uno Stato sovrano non resterà senza conseguenze, e l’Europa, smascherata nella sua illiceità, si è avviata sulla strada della fine. A questo punto parlare di uscita dall’euro è del tutto irrilevante: l’euro è finito insieme all’Europa, che dovrà cambiare radicalmente configurazione. Nel ‘18-‘19 dello scorso millennio si avviò la strada per una rivincita nazionalista e di destra: adesso il nazionalismo, certamente sussistente, ha una coloritura netta di sinistra radicale, e tale sarà la soluzione questa volta. La presenza di settori populisti e di destra non è decisiva, in quanto solo la sinistra può portare avanti la sfida della democrazia contro il capitale. Tsipras è certamente in difficoltà, nell’attuare accordo illecito e totalitario, e si vedrà se riuscirà a superarlo (alcune sue mosse si sono rivelate peraltro assai felici), ma il processo è avviato ed è irreversibile. In tale ottica, il dissidio sorto tra Tsipras e Varoufakis è meno rilevante di quello che sembra in quanto si tratta solo di vedere chi dei due, entrambi appartenenti alla stessa impostazione, gestirà il processo. Il processo, del resto, si è già avviato: la BCE, su pressioni del Fondo Monetario e dell’Europa, ha accettato l’impostazione di Tsipras, tenacemente avversata dalla Merkel (che mostra un palese nervosismo, consapevole della propria effettiva sconfitta) e dalla Germania, di un intervento sul debito pubblico greco al fine di una ristrutturazione. Certamente non occorre idealizzare la BCE e Draghi, che sono stati decisivi ai danni della Grecia nel levare il sostegno finanziario nel momento del negoziato: ma il dogma che i debiti pubblici vanno interamente rispettati finalmente cade miseramente. Ma il punto decisivo è un altro: l’Europa è morta e con essa è morto il liberismo: ma una società alternativa non è sorta e non vi sono nemmeno i più lontani presupposti di tale nuova società. Il vento di protesta di sinistra radicale che sta nascendo in Europa, e ciò grazie a Tsipras, necessita di una direzione riformista, altrimenti il rischio sarà di un caos come quello che si verificò dopo Versailles. La sinistra radicale può fare solo opposizione sociale, ma questa, di per sé, non crea un’alternativa di governo al liberismo. Morto questo, si apre un periodo di caos, che può avere conseguenze dirompenti e non completamente prevedibili, e l’egemonia della sinistra radicale sulla destra radicale e sul populismo non sarà eterna. E’ questo il vero nodo. Tsipras non ha perso, ha addirittura posto le condizioni della vittoria: si dovrà gestire questa e si tratta di un compito nient’affatto semplice.

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