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E: EUROPA COME EQUIVOCO Featured

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L’Europa è un equivoco: e non è nient’altro che equivoco. Non è unione e non ha alcun profilo comunitario, totalmente priva com’è di solidarietà tra i vari Stati aderenti. Non ha politica estera e non ha politica sui migranti, il cui problema viene posto a carico solo dei Paesi confinanti. In effetti, nient’altro è che Impero tedesco con ausilio francese, a favore dei quali Paesi abbiamo dismesso il sistema bancario ed industriale. D’altro canto nessun aiuto abbiamo avuto nella gestione del nostro critico debito pubblico, al pari degli altri Stati deboli, con cui abbiamo condiviso l’essere stati oggetto di imposizione di misure di austerity abnormi. Né si può replicare che la colpa è non dell’Europa ma dei Paesi deboli, irresponsabili sul piano del debito pubblico e con fragilissimo sistema finanziario ed industriale. La responsabilità degli Stati deboli è indubbia e non può non essere così, altrimenti non sarebbero deboli, ma allora che ci sta a fare l’Europa se non li aiuta ed addirittura ne approfitta per vessarli e per rendere stabile, addirittura “sub specie aeternitatis”, la loro debolezza? Né si può replicare ulteriormente che vi è stato un fortissimo aiuto a favore di tali Stati, grazie alla BCE di Draghi in termini di liquidità, con il “QE” e con il LTRO”, in quanto questi sono stati interventi utilissimi ma nel contempo solo come tampone e non in grado di risolvere i problemi strutturali. La natura imperialista ha registrato una vera e propria “escalation” nel momento in cui l’Europa boicotta la nostra partecipazione alla Via della Seta, volendo limitarla solo al Nord, e favorendo il Baltico rispetto al Mediterraneo. Senza la Via della Seta ogni ipotesi di nostro sviluppo economico ed anche di rilancio viene pregiudicato irrimediabilmente. Con l’accordo di Aquisgrana tra Germania e Francia viene istituzionalizzata la differenza tra i due Paesi principali e gli altri, ponendo le basi di una vera e propria Costituzione imperiale e non comunitaria. In definitiva, l’Europa è un equivoco con una protezione ai Paesi minori non più sufficiente a compensarli, a valle, degli oneri e dei costi, nonché, a monte, della loro totale soggezione. L’Europa è nata, in via limitata, nel ’56 come liberista e nulla ha avuto mai a che vedere con l’Europa del Manifesto di Ventotene, democratica e socialista. Anche nel periodo del primo trentennio del secondo dopoguerra vi era un’impostazione liberista di fortissima limitazione dell’intervento pubblico nell’economia. Il collegamento che si è artatamente istituito tra l’Europa di Ventotene e quella nata a Maastricht in completamento di quella del 56 (rinforzata nel ’79) è pertanto del tutto destituito del benché minimo fondamento. L’Europa di Maastricht tradisce quella di Ventotene. Si può anche maliziosamente dire che quella di Ventotene era un distillato di buone intenzioni ma sarebbe ingeneroso: essa si ricollegava all’austromarxismo di Otto Bauer, che prevedeva già negli anni ’10 la nascita (de) gli Stati socialisti uniti di Europa, e quindi il suo fallimento è stato dovuto non a debolezze intrinseche ma al clima creatosi nel secondo dopoguerra, dove le socialdemocrazie europee hanno reso il loro pur meritorio riformismo troppo conciliante e poco conflittuale ed antagonista. La civiltà occidentale cui l’Europa ha dato un grande contributo era in funzione della potenza propria prima e americana dopo, con la conseguenza che la crisi della potenza ha comportato la crisi dell’Europa, mentre addirittura, a monte. la crisi economica, oramai endemica per il capitalismo, ha reso la potenza del tutto svincolata dalla civiltà. L’Europa può rinascere solo se pone in essere su entrambi gli aspetti una vera e propria inversione di rotta, con una riforma profonda dell’economia e con lo svincolo della civiltà dalla potenza. Al momento, si tratta di mera utopia e di mero velleitarismo. Ma, concreta, sia pure sul piano embrionale, è la possibilità di assumere un ruolo autonomo con la Via della Seta e con la nuova geopolitica, caratterizzata dal puro disordine, che però rende meno forte la stessa potenza, oramai non più unilaterale ed inoltre tali da incontrare sempre maggiori difficoltà nel penalizzare i poli, pur secondari, che comunque abbiano una certa rilevanza. Quello che deve essere subito chiaro è che la rifondazione dell’Europa e dell’Occidente è del tutto impossibile senza l’esplosione di una dialettica stringente e fortemente conflittuale con l’America e con Germania e Francia (mentre discorso diverso riguarda la Gran Bretagna, sui si rimanda ad analisi a parte). Due punti per concludere. In primo luogo, si afferma comunemente che l’Unione europea ha determinato la fine, una volta per tutte, della situazione su cui sono nate le guerre che hanno caratterizzato, attraversato, oscurato e funestato l’Europa nel Novecento. Si trascura così da un lato che la globalizzazione ha reso secondario l’elemento territoriale che aveva determinato -almeno come “casus belli”- le guerre del Novecento, e che l’Europa non è più nevralgica per nessuno dei grandi nodi dell’attuale geo-politica. E quando nessuno dei requisiti ricorre, come in relazione alla Via della Seta ed ai gasdotti, si tratta di profili di massimo rilievo con la conseguenza in cui l’Europa ha evidentemente un ruolo secondario. In secondo luogo, grande questione è nata a suo tempo sulle radici delle Europa, radici in cui non è stata compresa la tradizione giudaico-cristiana. Si è voluto fornire rilievo all’illuminismo, allo spirito laico, alla democrazia costituzionale, al liberalismo ed al socialismo, ma non alla componente religiosa che pur ha avuto un ruolo decisivo nella stessa Europa. Il mancato richiamo ad una tradizione pur decisiva è stato dovuto all’esigenza di riportare gli elementi fondanti della civiltà europea come razionalismo, tolleranza e pluralismo, evitando ogni riferimento ad elementi di intolleranza e di assolutismo. La scelta fu giusta in quanto lo spirito laico nega non la libertà religiosa e la sua rilevanza, ma la sua pretesa di negare validità a religioni differenti ed alle forme di agnosticismo/ateismo. Ma adesso il punto che proprio su tale scelta fondata si potrebbe basare la replica alla ricostruzione così effettuata con la conseguente tesi che l’Europa, contrariamente a quanto qui sostenuto, continui ad essere civiltà superiore proprio in quanto fonte dei valori testé menzionati. E’ da ribattere che la civiltà europea si snoda -o meglio tenta almeno di snodarsi- ora sui diritti civili e sui profili razionalistici attinenti alla conoscenza ed ai diritti civili, vale a dire su ciò che non incide su potere economico e politico. A questo punto si potrebbe articolare la replica in modo diverso, vale a dire che la fine dell’Europa sarebbe tale da disperdere anche questi valori, pur limitati, a favore di oscurantismi nazionalisti e con punte di fascismo. Anche qui è da evidenziare che è l’oppressione dell’Europa a favorire i nazionalismi degli Stati deboli ed i conseguenti atteggiamenti oscurantisti, tale da ostacolare anche lo sviluppo della conoscenza, e che nuovi equilibri, quali quelli qui prospettati, potrebbero solo creare miglioramenti: in ogni caso, l’universalismo occidentale si è perso da tempo, con lesioni anche dei diritti civili, in Palestina come in America Latina. Ed in Europa l’oppressione totalitaria del tentativo di indipendenza della Catalogna, con la carcerazione dei politici indipendenti per una loro attività politica assolutamente non violenta, conferma quanto testé detto. L’Europa è un equivoco totale e lo sta diventando anche sul piano della conoscenza e dei diritti civili: l’Occidente è alla fine e l’unica forma di rivitalizzazione è quella sopra prospettata.
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