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L'intervento dello Stato per uscire dalla crisi che il Fiscal compact e la riforma del mercato del lavoro non risolveranno


Presentazione del Circolo degli Scipioni


Il Circolo degli Scipioni è nato per iniziativa di un gruppo di intellettuali milanesi, soprattutto del rimpianto Nando Ioppolo, perché essi, già alla metà degli anni ’90 del secolo scorso, trovavano molto parziali le analisi economiche propinate dal cosiddetto pensiero unico e perché paventavano, già allora, una forte crisi economica in occidente. Anche la stessa assunzione nominale “Circolo degli Scipioni” è sintomatica in quanto è dovuta ad un precedente storico. Intorno a Scipione l’Africano, il vincitore di Zama, si era radunato un gruppo di intellettuali che ha prodotto una teoria: Roma sarebbe caduta a causa della crisi economica, perché la forte espansione del latifondo e delle grandi imprese agricole avrebbe messo in crisi le piccole aziende a conduzioni familiare. In questo modo, si sarebbe rotto l’equilibrio sociale e si sarebbe creata una moltitudine di soggetti economicamente spiantati e facili prede delle teorie e delle pratiche populiste. Il fenomeno era già accaduto in Grecia. Inutile dire che la previsione del Circolo si avverò, anche perché non vennero attuate le proposte da loro avanzate e cioè: massiccio intervento dello Stato a sostegno delle piccole aziende ed utilizzo oculato delle terre conquistate. Come si vede, si tratta di problemi e proposte molto simili a quelle dibattuti oggi. Il Circolo degli Scipioni di Milano ha voluto organizzare questo incontro coinvolgendo interlocutori politici, sindacali ed intellettuali con l’obiettivo di farli interagire nella ricerca di soluzioni che possano cambiare il paradigma economico oggi in uso. Per di più, si deve tenere conto che la crisi economica può essere, come allora a Roma, propedeutica alla crisi della democrazia e delle sue forma di rappresentanza. Alcune delle iniziative di questo governo (Jobs act, riforma del Senato, ecc.) possono essere lette anche come riduzione della democrazia. Nel nostro Paese abbiamo avuto un partito azienda che nei suoi lunghi anni di governo non ha affrontato la crisi che si andava profilando ed, oggi, il più grosso partito di centro sinistra si è del tutto adeguato al paradigma economico del Pensiero Unico, magnificando le leggi del libero mercato, realizzando dissennate privatizzazioni. La progressiva privatizzazione della sfera pubblica, la mancanza di investimento delle imprese italiane in innovazione e il conseguente trasferimento dei profitti nella speculazione finanziaria, sono scelte che hanno sconvolto il nostro sistema produttivo. Col risultato che le grosse aziende hanno delocalizzato e il 25% delle PMI ha chiuso, portando la disoccupazione ai livelli del secondo dopoguerra. Tutti sembrano insensibili a valutare che la bontà di una politica economica si misura sulla quantità di benessere che riesce a generare per i cittadini. Non è così per le scelte di austerità che, negli ultimi anni, hanno peggiorato e peggiorano le condizioni di vita dei lavoratori e di milioni di cittadini, inducendo anche una continua precarietà materiale e soggettiva. Il governo attuale e quelli precedenti non hanno saputo o voluto avviare una vera politica economica e industriale, ma hanno praticato il “laissez faire” e consentito che le maggiori industrie italiane si convertissero alla finanziarizzazione o delocalizzassero in Paesi a basso costo di manodopera o, ancora, che si vendessero alle corporazioni internazionali. La crisi si è manifestata con l’acquisto indiscriminato da parte delle banche, e poi anche delle Istituzioni, di prodotti finanziari tossici e poco chiari. Ma le banche hanno continuato a speculare e spalmano le perdite sui piccoli risparmiatori, che vedono ridursi il loro potere d’acquisto. Il fenomeno ha investito pienamente anche i ceti medi rappresentati da piccoli professionisti e PMI annientate dall’imperversare di una globalizzazione senza regole. Non ci vuole certo un professore di economia per capire che l’innalzamento dell’età pensionabile incrementa la disoccupazione; o che l’aumento dell’aliquota IVA, la riduzione del potere d’acquisto dei salari, la riduzione dei posti di lavoro, il taglio della spesa pubblica, la delocalizzazione sono tutte azioni che fanno calare i consumi e diminuiscono le magre casse dello Stato, come dimostra il continuo ampliamento del debito che, a parole, si vuole combattere. Uno Stato che destina gran parte delle sue risorse, secondo la legge di stabilità, alla riduzione impossibile del debito pubblico e non per l’occupazione, come potrebbe essere un investimento pubblico su tecnologie verdi, energia, infrastrutture, trasporti, salute, educazione, servizi sociali; uno Stato che, dall’altra parte, non vuole intervenire sulle pratiche che generano utili solo per i privati su infrastrutture pubbliche, come nel caso delle concessioni autostradali dove sono state triplicate in alcune tratte le tariffe di transito; oppure della vendita di quote consistenti di aziende municipalizzate ai privati; o ancora della concessione quasi gratuita della gestione del suolo demaniale; o la privatizzazione incondizionata dei servizi pubblici essenziali (sanità, trasporti, istruzione, etc.) e la vendita di beni dello Stato che potrebbero essere destinati a scopi sociali e produttivi, anziché spesso svenduti ad acquirenti avidi, a volte anche stranieri; uno Stato che risponde alla crisi con queste azioni, non fa che peggiorarne le condizioni, annullando la possibilità di una ripresa economica a vantaggio di una recessione irreversibile. Né si può definire risolutiva della disoccupazione, che grava su uno Stato in via di deindustrializzazione, una riforma strutturale del lavoro accompagnata dalla cancellazione diritti dei lavoratori, oppure la esecuzione letterale delle direttive dell’Unione Europea recepite, quando quest’ultima emana direttive spesso incomprensibili e predica solo il rispetto di regole finanziarie e non di quelle sociali. Per questo crediamo che occorra invertire la rotta, abbandonando in corso d’opera i decreti in cantiere della “Renzinomics” che non porta occupazione in Italia, né benessere, ma cancella i diritti sul lavoro. Insistere ancora porterà questo Paese ad una totale paralisi economica dalla quale rimontare diventerà pressoché impossibile. In questa sede ritengo opportuno ricordare che il TTIP, l’accordo transatlantico di libero scambio a favore del quale l’Europa sta armonizzando la propria legislazione a quella degli USA, si inserisce a buon diritto ad un peggioramento delle regole verso la garanzia dei diritti, di tutela del lavoro, della salute e dell’ambiente. Renzi lo accetta senza “se” e senza “ma”, lo definisce “un salto di qualità e uno scatto in avanti” e spera che le trattative si concludano “entro la fine del prossimo anno”, perché, per lui, il TTIP “non è un semplice accordo commerciale come altri, ma è una scelta strategica e culturale per l’UE”. Mentre non parla delle ripercussioni negative. Ad esempio, i prodotti agricoli ed alimentari americani o canadesi potrebbero addirittura costare fino al 25% in meno di quelli francesi o tedeschi o italiani, mettendo seriamente a rischio l’esistenza della filiera dei piccoli e medi produttori europei che, in assenza di una politica di dazi doganali all’importazione e della impossibile (oggi) svalutazione della moneta interna, avrebbero sempre meno strumenti per difendersi dalla concorrenza. Noi auspichiamo che i cittadini europei, che, per fortuna, si stanno mobilitando in ogni Paese, vengano a conoscenza che si accresce la capacità di condizionamento delle multinazionali sugli Stati e si percorre una strada assai rischiosa, come dimostra il risultato del NAFTA, un accordo di libero scambio tra gli USA, il Canada e il Messico, che invece di produrre un incremento di 6 milioni di posti di lavoro, come si propagandava nel periodo della trattativa, ha fatto sì che il Canada perdesse oltre 1 milione di lavoratori e gli USA 2,7 milioni. Inoltre, i sussidi all’agricoltura a favore degli agricoltori negli USA hanno causato una pressione verso il basso dei prezzi agricoli messicani, obbligando molti agricoltori a lasciare la loro attività. La mia impressione è che l’appoggio incondizionato di Renzi all’accordo di libero scambio transatlantico sia dettato dall’incapacità di risolvere diversamente il problema della disoccupazione e dal non voler abbandonare le ricette neoliberiste. Forse questo spiega l’urgenza della riforma del mercato del lavoro proposto da una maggioranza innaturale che va dalla destra moderata al PD. Crediamo che lo Stato si debba dotare di un Piano del lavoro per la miriade di obiettivi, che attendono solo strutture che se ne prendano cura, su tecnologie verdi, energia, infrastrutture, trasporti, salute, educazione e servizi sociali e che debba operare con massicci investimenti pubblici in questi settori per offrire occupazione e reddito a tutti coloro che siano disponibili e capaci di una prestazione di lavoro, per creare valore sociale e produrre quei beni materiali e immateriali che l’impresa privata non può e non vuole produrre. E’ compito dello Stato realizzare un diritto all’occupazione funzionale all’espansione del benessere collettivo, che abbia come obiettivo la protezione della dignità della persona e la sua sicurezza economica e contrastare, invece, il modello delle big Corporation che crea flessibilità dei salari verso il basso, maggiore disuguaglianza, crescente povertà e disperazione sociale con indubbi caratteri regressivi in termini di stabilità e progresso civile. Perché si può liberalizzare, privatizzare, sottoporre a riforma strutturale qualsiasi cosa, ma non ci sarà occupazione e crescita fintanto che non ci saranno investimenti dinamici e trasformazioni istituzionali di questo tipo. È questa la parte strategica del deficit che viene completamente ignorata. È chiaro che si devono ridurre gli sprechi ed eliminare la burocrazia non necessaria. Ma se queste riforme non saranno accompagnate da massicci investimenti, di dimensioni simili a quelle del Piano Marshall (ossia il 2,5 per cento del PIL dell'Unione europea), anche con nuove tipologie di collaborazione tra pubblico e privato, che consentano un incremento della produttività e garantiscano posti di lavoro e opportunità per le nuove generazioni, rimarremo impantanati nella stagnazione secolare. E non è un destino ineluttabile: è il risultato di scelte insensate, dettate da una totale mancanza di visione
Non è stata molto approfondita la notizia che, nel corso del 2014, il prezzo del parmigiano è sceso di circa 3 euro all’etto e, quindi, viene venduto senza margini. Cala la domanda interna e calano le esportazioni. Gli addetti sono 20.000, il fatturato 2 miliardi perciò sarebbe sciocco o inutile ipotizzare riduzioni salariali…con un fatturato per addetto pari a 100.000euro. Costa il latte, costa il processo produttivo tradizionale, mentre con i formaggi concorrenti di importazione, per quanto di bassa qualità, una famiglia può comperare da 5 etti ad un chilo contro l’etto di parmigiano stagionato 24 mesi. Il primo problema è proprio questo: nelle nostra tasche scarseggiano gli euro e le famiglie comprano i prodotti cattivi della globalizzazione, determinano disoccupazione interna e forniscono liquidità alle catene dei supermercati che guadagnano sulla speculazione finanziaria, potendo pagare con ritardo i fornitori (i supermercati non guadagnano sui prodotti, ma su questo). Intanto i produttori di parmigiano resistono, a differenza di altri in via di disoccupazione, perché le banche accettano il parmigiano stesso stoccato nei magazzini a garanzia dei prestiti. Ma non si tratta di una situazione sostenibile se il mercato non si riprende; e, allora, sarebbe interessante un accordo generale per introdurre monete complementari che, dando più risorse ai cittadini, li costringano a comprare i prodotti locali, spiazzando quelli della globalizzazione. Le esportazioni calano dove le monete nazionali sono soggette alla speculazione internazionale come la Russia. Un accordo tra produttori locali, con uso di moneta complementare, consentirebbe di creare occupazione mentre, in caso di eccellenza produttiva è poi possibile esportare il surplus ad un prezzo arbitrario (essendo eccedenze) e perciò competitivo. La principale condizione di tale proposta è costituita dal mantenimento di tecniche tradizionali, il più possibile integrate nel territorio stesso: non si devono importare semilavorati, materie prime, fertilizzanti ecc. Ma ciò finisce per far crescere ancora di più l’occupazione locale con benefici generali per l’economia interna.

Nino Galloni

www.stopeuro.org/ci-stanno-continuando-spolpare-di-nino-galloni

LA RENZINOMICS

"A causa dell'impegno dell'on. Alfredo D'Attorre, che dovrà partecipare al direttivo PD, convocato per lunedì 1 dicembre, in seguito alla presa di posizione da parte dei dissidenti del PD, contrari al decreto sul Jobs act, siamo stati costretti a spostare la data del convegno "La Renzinomics fa bene all'Italia?" al 12 Gennaio 2014. Il convegno si terrà, quindi con gli stessi relatori e ospiti, all'ARCI Bellezza, il 12 gennaio 2014, ore 18:30. Ci scusiamo per il disagio."
LA POLITICA DELLA DOMANDA E LA RIFORMA ANTILIBERISTA DELL’ECONOMIA GUIDA ALLE CAUTELE CONTRO LE VERSIONI ADULTERATE DELLA POLITICA DELLA DOMANDA di FRANCESCO BOCHICCHIO 1. La politica della domanda è incompatibile con l’assetto liberista del mercato del lavoro. 2. La politica della domanda e la programmazione pubblica. 3. I limiti internazionali alla politica economica: il Trattato per gli scambi commerciali tra le sponde dell’Atlantico ed i dilemmi della globalizzazione. 4. Draghi bifronte: le ambiguità intorno alla politica della domanda. 5. Il peso del debito pubblico e i limiti della politica economica. 6. Il ceto medio e la questione fiscale e i limiti della politica economica. 7. La politica della domanda e il mercato del lavoro. 8. Il ruolo del sindacato. 9. Verso l’abolizione dell’art. 18. 10. La politica economica di Renzi (con l’avallo di Napolitano e l’aiuto di Draghi). 11. La politica della domanda e le sue implicazioni.
Diritti negati fra capitalismo selvaggio e disumanesimo I governi, dal 2010 ad oggi, col pretesto della crisi economica, hanno demolito il cosiddetto vecchio welfare dei disabili e non solo. L'incipit lo diede il governo Berlusconi con Tremonti con l'annuncio, urbi et orbi, in una conferenza stampa internazionale, che noi siamo improduttivi e che l'Italia non poteva più permettersi 2 milioni di disabili. Fu la consacrazione della politica del rigore che ha messo al centro gli interessi delle banche, dei mercati e della finanza. Il governo Monti è stato il perfetto loro esecutore, il becchino dello stato sociale, inaugurando una politica fatta di soli tagli lineari di diritti civili fondamentali. I governi successivi hanno continuato sulla sua strada la politica del rigore che non ha risolto la congiuntura economica negativa, anzi, ha aumentato il numero dei nuovi poveri, la disoccupazione giovanile, la perdita di posti di lavoro a migliaia di persone, che per la loro età disperano ormai di tornare attive, e ha respinto noi disabili con le loro famiglie agli anni cinquanta. Questi governi, con il consenso di forze politiche e Parlamento, come un rullo compressore, hanno raso al suolo quel minimo sistema di tutele sociali. Non vi sono più garanzie per i ceti medio bassi. Il sistema sanitario nazionale sta perdendo la sua universalità. Il diritto alle cure e alle prestazioni è regolato dal reddito e sempre più numerose sono le persone che rinunciano a curarsi. Il governo Monti ha posto come regolatore della vita delle persone più fragili, come disabili, anziani, pensionati un ISEE che è una ghigliottina, un vero cappio al collo che strozza, esclude dalla vita sociale, comprime la soddisfazione di bisogni vitali. Questa è la politica che ha portato alla negazione dei diritti dei disabili che, dovevano essere invece riconosciuti esigibili e intoccabili e che ha considerato vergognosamente, la disabilità come un privilegio, un simbolo di floridità economica, al punto che le persone devono pagare, con apposita tassazione fissata dall'ISEE, la soddisfazione di bisogni primari derivanti dalla loro non autosufficienza. Il governo è giunto a prevedere la riduzione o la cancellazione delle provvidenze come la indennità di accompagnamento, a considerare il cumulo dei redditi fra coniugi per espellere dalle prestazioni sociosanitarie milioni di persone che vivono di pensioni al minimo e di misere pensioni di invalidità che non consente di arrivare al decimo giorno del mese. E' la crudele politica del capitale che toglie a chi non ha e che ha rigettato noi disabili agli anni cinquanta cancellando di fatto tutta la legislazione che ci riguarda. La nostra penalizzazione, la demolizione dello stato sociale, con la cancellazione di prestazioni e servizi, è avvenuta anche sotto gli occhi delle lobby associative, per la loro blanda opposizione. I disabili e le loro famiglie che avevano delegato le grandi associazioni a rappresentare i loro interessi si sono trovati disarmati e senza tutele. Non vi è stata opposizione a una Europa dei mercati e della finanza. Anzi, in Italia, proprio per meglio aderire a questa filosofia, si è confezionato un governo ad hoc, quello di Monti che ha inaugurato la stagione dei grandi tagli lineari del sociale, giungendo ad azzerare le risorse per le politiche sociali e inventando un ISEE che nega di fatto le prestazioni sociali e i servizi prima di tutto alla totalità delle persone con disabilità grave e alle loro famiglie, lasciando intatte le grandi rendite, dei parassiti, dei ladri di stato, dei grandi manager, dei pensionati d'oro, i privilegi dei politici e delle caste di ogni tipo, i grossi evasori. Insomma, siamo alla solita politica alla rovescia: si fa pagare ai soliti. I nostri illuminati governanti pensano di risolvere la crisi soltanto tagliando diritti e risorse ai ceti mediobassi, anziché praticare una politica in grado di rilanciare l'economia con investimenti per alleviare la disoccupazione giovanile che ha raggiunto dati a due cifre. Questo tipo di politica ha avuto l'effetto di far crescere il numero dei poveri, trattare i bisogni della disabilità come se si trattasse di privilegi, di merce da acquistare al supermercato. Siamo al punto che molti rinunciano anche a curarsi per la impossibilità di accedere a prestazioni non più erogate perché a carico del cittadino. Inutile negarlo. Questa Europa non è la nostra Europa. Non è l'Europa dei popoli. E' urgente che la gente se ne accorga e si batta perché ritorni al centro della politica l'uomo con i suoi bisogni vitali. Un Paese civile si misura dalle risposte che dà al sociale ai cittadini più fragili, non dalla capacità di negare diritti a bisogni fondamentali di chi è meno fortunato. Un Paese civile è quello che garantisce un sistema di sicurezza sociale nel campo della salute, delle prestazioni e dei servizi sociosanitari, dell’assistenza, del lavoro, dell’istruzione. Civile è quel Paese che ai disabili offre tutele e sostegno e non tagli di diritti e conquiste, non disapplicando la legislazione sulla disabilità. L'Italia deve tornare ad essere un Paese civile e potrà esserlo se invertirà la disastrosa politica economica degna di un capitalismo disumano e selvaggio per garantire alle persone con disabilità e alle loro famiglie: 1. Uguaglianza dei diritti e delle prestazioni in tutto il territorio nazionale; 2. assistenza indiretta per tutti, che significa riconoscere e garantire alla persona con disabilità, la libertà di vivere a casa propria, di farsi vestire, imboccare, toccare, accompagnare, accudire, assistere, di far entrare in casa chi è di suo gradimento e non persone imposte d'ufficio; 3. la esigibilità dei diritti collegati alla disabilità e alle cure; 4. risposte appropriate ai bisogni della persona collegati alla disabilità grave; 5. l'ISEE non si applica per l'accesso a prestazioni sociali, sanitarie e di cura collegate alla condizione di disabilità. Non deve essere strumento per acquistare prestazioni e servizi non rivenienti da posizioni di privilegio economico. La disabilità non può essere tassata! e non può comportare ulteriori costi per la persona che non deve essere sottoposta a doppia tassazione come cittadino e come disabile. Se non altro per ragioni di equità e non discriminazione rispetto agli altri. Insomma l'ISEE per le persone disabili non deve essere la famigerata tassa di ottocentesca memoria sul macinato inventata solo per far soldi e frugare nelle tasche di chi ce le ha già vuote. Noi vogliamo una Italia degna di essere culla della cristianità, del socialismo, del diritto. Dobbiamo intervenire in prima persona e essere difensori dei nostri diritti, impedendo che i nostri bisogni diventino merce. Attenti amici, attorno a noi si aggirano sciacalli. Altri per noi stanno riscrivendo il welfare per restringere la platea dei fruitori per l'erogazione di prestazioni. Stanno edificando un welfare fondato sulle esigenze dei mercati, facendo della disabilità terra di conquista. Ci stanno consegnando nelle mani delle assicurazioni, delle fondazioni bancarie, delle associazioni, delle opere pie, delle lobby trasferendo tutto dal pubblico al privato. Stanno dirottando l'assistenza prevalentemente nelle mani del terzo settore e di società private. Si sta costruendo un welfare che non mette le persone, noi, al centro della azione politica, ma gli interessi economici! Le associazioni vogliono tornare ad essere come un tempo anche aziende di servizi, altri vogliono mettere le mani sul nostro welfare e farne un vero e proprio business. La verità è che hanno capito che noi procuriamo mercato: assistenza personale e domestica, riabilitazione, prestazioni sociosanitarie, assistenza infermieristica e medica, trasporti agevolati, strutture residenziali, costituiscono un mercato molto appetibile che fa gola a molti avvoltoi, alle associazioni dei disabili, al terzo settore e alla imprenditoria privata. Insomma è il grande mercato dei poveri ancora tutto da usare. Questo non dobbiamo consentirlo. Dobbiamo reagire con forza rendendoci protagonisti attivi, abbandonando lo sterile piagnisteo. Dobbiamo urlare forte che i privilegi da tagliare si trovano dalla parte opposta a quella dei disabili, dei senza lavoro, dei senza casa, dei giovani costretti a emigrare per lavorare, di chi rinuncia a curarsi perché senza soldi, degli sfrattati. Non dobbiamo delegare la nostra tutela a chi collabora con questa politica, a chi non mette al primo posto e insieme a noi quanto indicato nei punti qui riportati e pretende di parlare a nome dei disabili. Non dobbiamo sostenere chi fa il doppiogioco cercando di servire noi e i governi dei mercati e della finanza. Possiamo diventare attori del nostro destino solo se aderiamo alla libera rete dei disabili, di cui esiste già una base. Solo tramite questo strumento di partecipazione alla pari, saremo in grado di fermare sciacalli, avvoltoi, affaristi, parlamentari che aprono facilmente i cordoni della borsa alle lobby, elargendo gran mole di finanziamento pubblico. Assicurazioni, banche, tutti in coda e già indaffarati a costruire il nuovo welfare della disabilità e sanno di poterlo fare perché i disabili più informati stanno a guardare, e la stragrande maggioranza di loro non sa neppure cosa stia accadendo e cosa altri stiano preparando per loro. Non lo possono sapere perché ai giornali e alle televisioni del welfare non importa nulla, né intendono informarsi correttamente. Su di noi fanno solo informazione di denuncia, di cronaca. Siamo solo oggetto da cronaca nera. Se vogliamo uscire dall'angolo, se vogliamo far sentire la nostra voce, se vogliamo contare, dobbiamo con urgenza e in fretta rafforzare la libera rete per i diritti dei disabili, aderendo e facendo aderire le migliaia di piccole e medie associazioni, movimenti, organizzazioni di disabili e di loro famiglie. Per aderire inviare una mail a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. , indicando: nome della associazione, nome e cognome del presidente, finalità della organizzazione aderente e luogo in cui opera. Le singole persone possono aderire inviando la richiesta all'indirizzo e-mail sopra riportato, indicando nome cognome, codice fiscale, luogo di residenza. Abbiamo un bivio di fronte: agire o lasciar fare. Si tratta di scegliere in fretta perché loro stanno facendo in fretta. M.L. (24.07.2014)
Il diritto dei derivati tra approccio sistematico e profili contingenti: gli abusi su strumenti derivati – Considerazioni generali: meri inconvenienti pratici o antinomie? Gli strumenti derivati sono una categoria di strumenti finanziari, i quali a loro volta sono forme di investimento di massa, tendenzialmente ma non necessariamente suscettibili di negoziazione diffusa, e costituiscono l’oggetto delle attività dei servizi di investimento (prima servizi di intermediazione mobiliare), riservate, ove svolte professionalmente nei confronti del pubblico, alle banche ed alle S.I.M. Gli strumenti derivati hanno ad oggetto beni od entità finanziarie o reali esterni al contratto: in altri termini, l’investimento finanziario avviene non mediante acquisto di tale bene od entità ma mediante raggiungimento di un risultato economico, positivo o negativo che sia, in dipendenza dell’esito dell’andamento dello stesso bene o entità, vale a dire del valore di questa alla data di esecuzione; tale bene od entità resta estraneo al contratto ed alla sfera di determinazione delle parti. Conseguentemente, gli stessi sono eseguiti, con il pagamento del differenziale della quotazione in capo al cliente o all’intermediario a seconda dell’esito negativo o positivo dell’andamento del bene od entità alla data di esecuzione: possono essere di copertura o speculativi a seconda che i beni di cui al contratto siano o no nel patrimonio dell’investitore; nel caso di derivati speculativi, il rischio di perdita può essere anche superiore e di molto, per l’effetto leva, al patrimonio conferito dal cliente all’intermediario.
La scheda elettorale bianca non può essere considerata nulla, al pari di quella “sporcata”. Nulla come se l’elettore fosse incapace di votare. E’ un voto vero che indica un atto democratico di rifiuto sia degli uni che degli altri. Deve essere considerato una scelta consapevole, non un’astensione. Finché le schede bianche non saranno considerate come voto espresso rimarranno inutili e non aumenteranno sensibilmente. Anche se vengono semplicemente conteggiate non intervengono in nessun modo sul risultato. L’elettore vuole “pesare” e una scheda bianca non contabilizzata non pesa nulla. Il computo della percentuale ottenuta dai candidati rimane sempre sul numero dei voti “validi”. In verità le schede bianche, così come l’astensione, rappresentano però una vera scelta elettorale e un vero malessere nell’ambito della democrazia. Soprattutto se la rappresentanza politica è percepita come semplice alternanza (espressione “sono tutti uguali”). E il prodotto offerto, in realtà, è sempre identico. In un libro straordinario Lucidità, José Saramago sottolineava il potenziale sovversivo della scheda bianca. In una capitale immaginaria le elezioni amministrative danno un risultato sconcertante: “ destra 8 %, centro 8%, sinistra 1%, astenuti 0, nulle 0, schede bianche 83%”. Annunciando il risultato, con il viso livido, il primo ministro ha capito che “queste bianche hanno dato un colpo brutale alla normalità democratica e che 83% degli elettori della città, con una mano poco patriottica, le hanno deposte nelle urne.” (per il seguito il libro vale la pena di essere letto, è lucidissimo e anche divertente). E’ vero che l’astensione attiva è una posizione politica più coerente, più chiara, con nessuna richiesta di essere considerata dalla politica, alla quale, d’altronde, sembra interessare poco, l’importante è governare con quelli che vogliono esserlo. In realtà l’astensione agisce evitando di partecipare a questa organizzazione politica fondata sull’annullamento totale della rappresentatività e del potere popolare e la presa di possesso delle istituzioni e degli strumenti di democrazia da parte delle oligarchie partitiche. Non voglio votare per qualcuno che mi viene imposto o essere preso costantemente in giro. E’il giusto argomento dell’astensionista, non c’è che dire. Né si può a cuor leggero citare in termini dispregiativi di “populismo” il 50% dei cittadini che non vogliono più votare, che se aggiunti al 25% di altri “populisti” (M5S) e al 3-4% di schede bianche e nulle, il resto democratico fa ridere, nei contenuti e nella rappresentanza. Possiamo dire che la “maggioranza” è una vera “minoranza”. Ma anche se gli astensionisti fossero solo il 30% (cifra endemica e quasi naturale nei paesi a democrazia occidentale) rimarrebbero comunque il “movimento” più rappresentativo dei cittadini. A livello europeo la paura montante delle destre, soffiata sia dal Partito Popolare che dal PSE in coalizione obbligatoria per sempre contro il “populismo” o il “popolo”, non dovrebbe spaventarci. Per quello che stanno facendo ai lavoratori, tedeschi compresi, più destra di così, nei fatti e nell’abbattimento del welfare, elemento di solidarietà e di dignità di vita del sociale, e nell’impoverimento di milioni di persone, si muore. Anzi, a mio avviso, avranno bisogno di queste destre per continuare il loro deleterio cammino, teatrino a recita dove si stenta a riconoscere le parti vere. I neonazisti ucraini stanno mostrando da che parte sono contro chi non vuole morire o farsi derubare dal, e nel, “migliore dei mondi possibili”, (a ragion veduta e esperienze esposte), sotto i diktat di gruppuscoli non eletti e lobbisti, come nella “normalità democratica” della troika internazionale e dei governi imposti e servi. Né per questi vale l’autodeterminazione dei popoli né i loro referendum “bulgari” che vengono dichiarati “illegali”. Ma da chi? Quando non conviene (di nuovo a chi?) il voto diventa illegale. Sembra esserci una democrazia giusta e una no. Esiste il diritto a resistere a un colpo di stato? Dire che Putin fa il furbo per addossargli la colpa della loro sottovalutazione geopolitica significa che Obama e l’Europa satellite sono proprio degli stupidi. Con il colpo di stato “pacifici” (anzi parecchi) gli occidentali hanno messo in crisi il concetto di democrazia anche a casa loro. Mentre la scheda bianca significa comunque partecipazione e quindi legittimare queste istituzioni e rimanere nel quadro costituito. Astenersi invece è come superare la linea della disubbidienza del “dovere” del voto in vista di una massa critica, di una grande e vera folla di individui, che intravvede solo idee “sovversive” di cambiamento. Anche se le motivazioni vengono rappresentate più come disinteresse e come disgusto della politica in atto. In una democrazia, è normale che l'opposizione non si trovi d'accordo con la maggioranza, è normale che non si facciano accordi con chi non condivide il tuo pensiero o azione politica e possa esprimerlo. Il succo della democrazia sta tutto qua. Senza vera opposizione si può tranquillamente dire di essere in “dittatura dolce”. Chi non vota non ha necessariamente torto; rifiuta democraticamente ciò che gli viene offerto. Ne ha “diritto”? O votare è un “dovere” verso chi ormai ha piegato tutte le istituzioni al proprio comando e resa una scelta possibile una farsa? Tra il popolo e l’elezione dei suoi rappresentanti nelle sedi legislative c’è un passaggio costituzionale. I partiti, tramite i loro segretari, hanno scelto prima loro, e imposto in questo modo due passaggi obbligando il cittadino a un voto subordinato. Diciamo in modo “non ti preoccupare, ci penso prima io a sceglierti i tuoi rappresentanti, tu basta che ci voti”. Allora non sparate sulle schede bianche e sull’astensione. Come movimento sono la maggioranza vera in tutti i paesi a democrazia occidentale. Pensare di esportarla non vi sembra presunzione?
Note sull’economia: La circolarità del sistema L’attuale fase del capitalismo è dominata, come tutti sappiamo, da un eccesso degli strumenti finanziari speculativi, la cui continua utilizzazione ha alterato i meccanismo già imperfetti e classisti del capitalismo industriale. Qui non si vuole ripercorrere la storia del capitalismo, ma solo “ricordare” che esso ha attraversato fasi varie e che le banche e gli istituti finanziari in genere, da strumento utile per permettere investimenti e liquidità alle aziende, sono di fatto diventate istituti autonomi che perseguono interessi loro e dei loro proprietari sino al punto di essere quasi del tutto disinteressate all’economia reale ed ai meccanismi che la governano. Si è perso così di vista che il sistema capitalistico è un sistema circolare Cosa vuol dire “sistema circolare”? Vuol dire che il suo corretto funzionamento prevede un investimento di capitali (il denaro, di seguito D), una produzione (la merce, di seguito M) ed un ritorno in D a seguito delle vendite. Il ciclo corretto è, dunque: D-M-D. Dunque un sistema circolare nella sua funzionalità, che è caratterizzato da altri elementi, tra cui: 1. successione continua dei cicli economici. Forse si fa fatica a coglierla perché il concetto di ciclo richiede un’astrazione concettuale mentre nella realtà c’è un continuo intreccio dei cicli stessi. Si è già detto che il ciclo è un processo concluso, le cui fasi teoriche sono: raccolta dei capitali necessari (propri o di terzi come si vede in ciascun bilancio), investimenti per la realizzazione di beni o di servizi, distribuzione e vendita oppure erogazione e vendita, incasso. Se l’investimento è stato positivo si avranno degli realizzo utili o, se è stato negativo, delle perdite (rientra nel rischio di investimento). Nel primo caso il capitale investito viene remunerato; nel secondo no. Negli investimenti rientrano sia il pagamento dei dipendenti sia quello dei fornitori, necessari entrambi, per realizzare il ciclo svolgere. L’insieme del reddito prodotto alimenterà il ciclo successivo; 2. tutti i fattori che concorrono alla realizzazione del ciclo sono connessi tra loro sia sotto l’aspetto temporale sia sotto l’aspetto funzionale. Vale a dire che deve esserci l’offerta di beni e servizi ma anche la domanda pagante per acquistarli. Il sistema funziona, appunto, se c’è equilibrio tra domanda ed offerta perché produzione e distribuzione della ricchezza non sono entità separate o separabili. Da qui bisogna partire; da qui dovrebbero nascere le politiche correttive degli stati contro lo strapotere dei grandi detentori di ricchezza mobiliare, dei trust produttivi e dei cartelli di fatto tra imprese, che alterano il gioco del mercato. Se si vuole rimanere in un sistema capitalistico, tutte le varianti che compongono il funzionamento del sistema devono essere tenute in equilibrio. Se si favorisce eccessivamente una parte, poniamo quella relativa alla remunerazione del capitale, il sistema va in sofferenza. La domanda è un elemento indispensabile del ciclo Nel sistema capitalistico la Domanda ha un ruolo essenziale sia quando è manifesta sia quando è potenziale. In ogni caso l’imprenditore investe perché ritiene che ci sia “realmente” una platea di consumatori che si potranno permettere di pagare i beni o i servizi che egli propone. Per mantenere in equilibrio questo sistema è necessario che la Domanda per ogni nuovo ciclo sia pari a quella che si era manifestata nel ciclo precedente. Nel caso di presenza di risparmi (si ha se il profitto dell’investitore è stato più elevato o se i percettori di reddito hanno risparmiato per incertezza sul futuro), essi dovrebbero essere totalmente investiti. Per espandere il sistema è necessario che la Domanda cresca rispetto al ciclo precedente. Come può accadere? Soltanto se è stata resa disponibile moneta aggiuntiva a quella circolante sino ad allora o se c’è una domanda esterna aggiuntiva. Di questo si parlerà meglio in seguito Per ridurre il sistema bisogna, invece, che la Domanda sia minore di quella del ciclo precedente. È quello che è accaduto da noi, e non solo da noi, in questi anni allorché si è voluto drenare liquidità dai consumatori con le politiche che conosciamo. Questi concetti sono formalizzati indicando con Y il Reddito monetario che viene ricavato dalla vendita sul mercato di tutti i beni e servizi prodotti, sia che si tratti di beni di Consumo (C) sia che si tratti di beni strumentali (I). Y è la somma dei Redditi individuali della popolazione, che possono essere Salari (che si indicano con “W”), Profitti (che si indicano con P-greco, Π, o con P) o Rendite, per le quali manca una specifica identificazione alfabetica. Spesso si usa la lettera “i”, che però, più propriamente, indica il saggio di interesse del denaro. Y nel ciclo successivo verrà o Consumata (C) o Risparmiata (il Risparmio si indica con S), per cui si avranno due possibili formule matematiche, che corrispondono a due scenari economici: la prima è Y=C+I. Essa significa che il Reddito monetario complessivo è stato interamente utilizzato per acquistare beni di Consumo (C) o per operare investimenti in beni strumentali (I). Entrambi i beni costituiscono il mercato; la seconda è Y=C+S. Essa significa che il Reddito monetario complessivo è stato in parte utilizzato per acquistare beni di Consumo (C), ma ne rimane una parte che viene risparmiata (S). Cosa si deduce da tutto quello che prima è stato espresso? Che il sistema capitalistico se funziona egregiamente come nel primo caso, assenza di risparmio, si può riprodurre nei cicli successivi. Come mai accade allora che esso abbia potuto espandersi nel passato o possa ancora farlo nel futuro? Accade perché intervengono fattori esterni al suo funzionamento basico, con buona pace dei sostenitori dell’equilibrio perfetto del mercato, che, per loro, è l’unico vero regolatore dell’economia.
LA RIDUZIONE DEI TASSI DA PARTE DELLA BCE di FRANCESCO BOCHICCHIO La riduzione dei tassi da parte della BCE è stata criticata dalla Germania quale segno di aiuto ai Paesi europei più deboli. L’America osserva con grande interesse tale situazione, ma non avalla abbandoni di cautela e quindi la politica della BCE non è irreversibile. Quello che conta non è tanto un’analisi a medio termine (“A lungo termine siano tutti morti” decretava Keynes), quanto piuttosto l’oggettiva convergenza tra la BCE e la politica della domanda sostenuta dall’America (recentemente sostenuta a livelli importanti della Comunità Europea) che proprio su questo punto ha criticato la Germania per penalizzazione della domanda interna, politica di esportazioni e mancanza di “deficit” dei conti pubblici (sempre Keynes era contrario a una situazione di eccessivo “deficit” pubblico ma anche di eccesso di “surplus” dei conti pubblici, quale situazione di squilibrio tra Stati, e la posizione di Keynes viene al momento ripresa nella Comunità Europea). In definitiva, si tratta non di abbandonare una politica di rigore ma di fornire la priorità ad una politica di sviluppo della domanda interna dell’Occidente. Tale dato politico trova concordi America e BCE: la Germania si trova in posizione delicata e senza grossi consensi. E’ forse prematuro ed in ogni caso eccessivo parlare di suo isolamento nell’Occidente: sta di fatto che a livello importante in Europa e nella massima istituzione europea, vale a dire la BCE, e dal Paese più importante dell’Occidente stanno venendo critiche stringenti alla sua politica economica ed alla sua politica europea, in direzione sia di un equilibrio europeo che di una politica della domanda. Si può forse dire come su entrambi i punti vi sia una forte strumentalità da parte dell’America gelosa della politica delle esportazioni della Germania, ma un’alleanza tra settori europei importanti e qualificati e l’America non è un qualcosa che si possa tranquillamente sottovalutare. Ma vi è un dato ancora più importante. Una misura espansiva quale quella in esame decisa da un’istituzione con a capo Mario Draghi, un sostenitore da sempre di politiche di rigore economico non può essere vista solo in chiave di opportunità politica od anche di segno di cedimento alle proprie origini nazionali, per sostenere uno dei Paesi più deboli dell’Europa quale l’Italia: è fondato sostenere che il rigore economico non è univoco e può essere perseguito in diverso modo, anche espansivo. L’economia smette di avere una configurazione unica e senza alternative e diventa suscettibile di esser indirizzata dalla politica. E’ un cambio epocale che fa giustizia di quanto insegnatoci dall’ortodossia liberista, vale a dire che l’economica è neutra ma anche autosufficiente e insuscettibile di essere sottomessa alla politica e comunque diretta da quest’ultima, anzi da dominare. Non è che la politica economica sia senza limiti, come sostengono autori della sinistra radicale, in quanto l’economia è sempre scienza dei mezzi, ma mentre la teoria liberista ortodossa ritiene che i mezzi si portino dietro i fini, ora con la svolta epocale i fini vengono affidati alla politica. Tale svolta epocale presenta due punti delicati. In primo luogo, la riduzione dell’economia entro i limiti di una scienza dei soli mezzi che può esser diretta dalla politica, diventa difficile da attuare con una sistema economico che pone al centro l’impresa e soprattutto riduce al minimo i controlli su questa. La volta epocale in altri termini richiede un cambio di linea di politica economica generale ed addirittura di configurazione dell’intero sistema economico capitalistico, non più da basare sul libero gioco del mercato ma da programmare e controllare. In secondo luogo, la riduzione dell’economia a scienza di mezzi si rivela non compatibile con un sistema economico basato sul ruolo centrale del capitale che tende alla propria accumulazione e che quindi necessariamente si rivela autosufficiente e tale da unire fini e mezzi in un qualcosa di indifferenziato e non separabile. Il capitalismo deve essere fortemente riformato in modo da ingabbiare gli spiriti animali del capitale. In chiave teorica, non si comprende perché la rinascita del marxismo, sempre più robusta, non riesca a riprendere ed a emendare dagli errori innegabili la teoria del valore–lavoro di Marx, unica in grado di fondare su base rigorosa l’autosufficienza del lavoro e la riconducibilità del valore al lavoro. Certamente, tali conclusioni sono tratte da chi scrive, in quanto Obama e Draghi ben si guardano dal potersi avvicinare ad esse anche timidamente, né possono farlo visto il loro ruolo: ma sono conclusioni inevitabili date le premesse. La Storia è così: gli uomini fanno delle svolte, poi le conseguenze sono inevitabili e tali da essere trascinate senza tregua, lo dicevano i latini: “Fata volentem ducunt, nolentem trahunt”. Lo diceva Marx, ne “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”: “Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni”.

1)introdurre vincoli anti-speculazione e anti-delocalizzazione, tassare le rivendite di titoli in rapporto al tempo intercorrente tra acquisto e rivendita, vietare il credito alle operazioni di borsa e dichiarare la nullità dei derivati speculativi;

2)congelare il debito pubblico detenuto in tranches superiori a € 1 mln e convertire il restante in titoli indicizzati a basso interesse attivo e garantiti dallo stato;

3)revocare tutte le dismissioni pubbliche praticate a prezzi inferiori al 30% del prezzo di mercato e nazionalizzare almeno la telefonia, le assicurazioni RCA, le utenze e i settori strategici, insieme all’ingrosso agroalimentare (onde calmierare i relativi prezzi all’ingrosso), nonché introdurre i prezzi massimi per i beni di fascia sociale;

 

4)invertire l’aliquota fiscale dei Redditi da Capitale rispetto ai Redditi da impresa e dimezzare l’aliquota sui Redditi da lavoro fino a € 50.000 annui, nonchè riformare in senso sociale la qualità della spesa pubblica;

5)recuperare progressivamente il potere di acquisto perduto da retribuzioni e pensioni per effetto della sottostima ufficiale dell’inflazione e introdurre la settimana di 30 ore su 5 giorni per i lavoratori delle imprese oltre 50 dipendenti;

6)introdurre l’equo canone sulla “mano morta” di istituzioni e imprese finanziarie;

7)vietare il lavoro nero, consentire il precariato solo in casi eccezionali, abbassare l’età pensionabile e introdurre sia il salario minimo garantito che un part-time obbligatorio per chiunque, cittadino o straniero, non sia in grado di dimostrare adeguati mezzi propri, da prestare per costituende agenzie pubbliche e contro retribuzione;

8)fiscalizzare il 50% dei mutui-casa e dei debiti verso banche delle imprese nazionali;

9)elevare la riserva obbligatoria delle banche private al 100% dei depositi e vietare loro il “reflusso bancario”, nonché nazionalizzare la banca d’Italia e le varie banche centrali, creando adeguati poli bancari pubblici che eroghino a calmiere i servizi di cassa e credito di esercizio per le imprese e presso cui collocare elettronicamente i vari debiti pubblici;

10)introdurre la trasparenza e la meritocrazia nella Pubblica Amministrazione e potenziare le imprese pubbliche economiche;

11)varare un vasto piano di “piccole” e “grandi” opere pubbliche finanziato con debito pubblico “collocato elettronicamente” presso i singoli costituendi poli bancari pubblici;

12)svalutare periodicamente l’euro in armonia con l’eventuale differenziale di inflazione;

13)comprimere lealmente la criminalità sia spicciola che organizzata e la corruzione politica, introducendo altresì adeguati meccanismi meritocratici nella Pubblica Amministrazione;

14)riformare in senso democratico i media potenziando i media pubblici e  introducendo un contributo statale al  prezzo di vendita della stampa e degli audiovisivi privati, nonchè calmierando l’uso della pubblicità e di qualsiasi altro mezzo di finanziamento occulto;

15)rescindere il legame perverso che lega i partiti ai gruppi finanziari.

Un programma sociale cui chiamare gli altri paesi della UE interessati  costruire una Europa “dei popoli” in cui viene promossa la espansione trainata dalla Domanda interna in regime di inflazione “controllata”, regime vincolistico di borsa ed Export-Import ed euro “debole”. Nell’attesa, introdurre a lato dell’euro una seconda Moneta ad uso esclusivamente interno e con cui esprimere il debito pubblico ed effettuare i pagamenti da e allo stato.