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Mattarella ha lasciato chiaramente, ed inequivocabilmente, intendere che il Governo populista non deve arrivare allo scontro con i mercati e con l’Europa ostinandosi a difendere la propria manovra economica, in quanto altrimenti l’elevamento dello “spread” inciderebbe sul debito pubblico e sugli investimenti ed impieghi di banche e quindi sui risparmi dei cittadini. Ha così ricordato il valore imperativo della tutela del risparmio, in tutte le sue forme (checché ne dica Nava, di cui “infra”) di cui all’art. 47 della Costituzione. Di fronte ad una tematica così rilevante e dagli effetti drammatici, occorre attestarsi (almeno come tentativo, poi sul risultato è tutt’altro discorso) su un elevato livello scientifico, evitando di impantanarsi su polemiche fini a sé stesse. Ma qui non si può evitare di partire proprio da polemiche, non fini a sé stesse, ma necessarie per diradare la nebbia artatamente introdotta dall’opinione dominante, di cui il Presidente Mattarella si è reso, in modo surreale, garante ed addirittura, in vero e proprio crescendo rossiniano, interprete ed attore principale. Ebbene, è del tutto surreale che si scopra oggi la tutela del risparmio violata sistematicamente dall’Europa con la normativa (demenziale) “bail-in” (difesa da Nava di cui “infra” e il cui recepimento in Italia è stato firmato senza colpo ferire proprio da Mattarella) e dalla speculazione selvaggia delle grandi banche d’affari internazionali, la cui repressione si è affievolita sempre di più. Dov’era Mattarella allora (e dov’era quando Nava, Presidente dalla Consob fatto dimettere, in modo in ogni caso irresponsabile, dal Governo populista, ha detto che gli investitori non sono risparmiatori)? E’ ovvio e pacifico che la presa di posizione di Mattarella è del tutto strumentale ed inconsistente. Ma non per questo, si può omettere di affrontare il dibattito. Ed infatti, certamente, la tutela del risparmio è fondamentale: la sinistra non è mai stata troppo attenta al riguardo, condizionata forse dal pensiero di Marx e da quello di Keynes, che lo ricollegavano al fenomeno delle rendite improduttive. L’errore è profondo: il risparmio è un fenomeno neutro che appartiene a tutte le categorie sociali ed è intrinsecamente positivo in quanto da un lato consente a tutti di salvaguardarsi per il futuro, e tale funzione è ben più importante per i ceti deboli, dall’altro sostiene nel contempo l’economia. Quello che sfugge all’opinione dominante, e con essa a Mattarella, che il risparmio è ora leso dalla speculazione finanziaria e dalla crisi delle banche tradizionali. E innanzitutto qui che occorre intervenire. Ma si è ancora lontani da un approccio corretto alla questione. Ed infatti, occorre con grande onestà riconoscere che il risparmio di per sé, vale a dire in via intrinseca, è estraneo alla politica della domanda che si forma sugli investimenti dediti allo sviluppo del consumo e sull’utilizzo del risparmio forzato, in quanto discendente dai risultati economici degli investimenti e dalla spesa pubblica non da consumi: esso sembra rientrare nella politica dell’offerta. Qui è la grande contraddizione: da un lato, il risparmio volontario e privato è collegato alle dinamiche libere dell’economia, con le risorse dei settori in avanzo che si indirizzano verso i settori in disavanzo secondo criteri di valutazione di adeguatezza intrinseca ed ottimale. Dall’altro, le dinamiche libere dell’economia portano al travisamento della sua funzione, a causa del ruolo abnorme della speculazione finanziaria, che distrugge innanzitutto lo stesso risparmio ed anche a causa dell’alterazione della destinazione delle risorse che viene imposta dal capitale finanziario: questi comprende al proprio interno la speculazione finanziaria e la integra in un contesto più ampio, “reciius” per essere più precisi la arricchisce e la rende meno evidente, anche se essa resta la componente principale in modo preponderante.. Pertanto, la tutela del risparmio richiede necessariamente ed anzi imperativamente la repressione della speculazione finanziaria e l’indirizzo pubblico degli investimenti, vale a dire la politica della domanda, che peraltro non lo contempla. L’incontro tra politica della domanda e tutela del risparmio è un nodo fondamentale sempre rimosso ma che occorre invece affrontare. Ciò fu genialmente compreso ai tempi del primo centro-sinistra da Guido Carli, che si rifiutò di acconsentire alla programmazione economica da parte dei socialisti, eccependo sempre l’inutilizzabilità al riguardo del settore bancario e di conseguenza l’incompatibilità assoluta tra tutela del risparmio e stessa programmazione economica. Il risparmio non è mai stato tutelato in Italia, ma il richiamo allo stesso ed all’art. 47 della Costituzione fu utilizzato per impedire la programmazione economica, e a monte la politica e economica, e pertanto per rendere inoffensivo il rischiamo all’art. 41 della Costituzione. Il nesso tra i due elementi fu invece compreso -anche se non sviluppato- da Riccardo Lombardi che uscì sconfitto dal duello con Carli in quanto, mentre questi fu sostenuto da tutto il capitale, la sinistra non fu affatto compatta nel sostenere lo stesso Lombardi. Nel parafrasare Kypling, “That’s another story”. Dobbiamo quindi ringraziare sentitamente il Presidente Mattarella che, sia pure in modo strumentale e surreale, ha riproposto il dibattito, il quale va ovviamente affrontato senza seguire il percorso, assolutamente travisato, tracciato dallo stesso Mattarella.
Fa scandalo la richiesta del governo italiano di portare il rapporto deficit/pil al 2,4% e così si alimenta una campagna mediatica – a destra come a sinistra – che ha in realtà il vero obiettivo di spianare la strada alla speculazione finanziaria. In base ai nudi dati economici, l’Italia non è affatto a rischio di insolvenza. All’elevato debito pubblico, infatti, fa da contraltare uno dei più bassi valori del debito delle famiglie e delle imprese. Se poi aggiungiamo il surplus commerciale (che è superiore allo stesso deficit pubblico del 2,4%), l’allarme lanciato è solo giustificabile sul piano politico e ideologico e non economico. Dovrebbe invece fare scandalo che negli ultimi 25 anni sono state promosse politiche fiscali che hanno ridotto le imposte per le società di capitale e le aliquote sui redditi più alti, aumentato le aliquote sui redditi più bassi, ridotto fortemente la progressività, a vantaggio della rendita finanziarie e dei più ricchi, Tali misure hanno sottratto ingenti risorse al bilancio dello stato favorendo, insieme alla spese per interessi, l’aumento del debito pubblico. Dovrebbe fare ancor più scandalo che a fronte di questa situazione, uno dei cavalli di battaglia di questo governo, sia la “flat tax”. * * * * * Due sono le principali accuse che la troika economica e le agenzie di rating (entrambe espressione degli interessi dell’oligarchia finanziaria internazionale) rivolgono alla proposta di legge di stabilità del governo italiano. La prima ha a che fare con la scelta di portare al 2,4% il rapporto deficit/Pil, ben sopra al limite (1,6%) ufficiosamente pattuito dalle precedenti leggi di stabilità dei governi Renzi-Gentiloni (che, a fine 2017, è arrivato al 2,3% nel silenzio generale) ma ben al di sotto del limite ufficiale sancito dagli accordi del 1997 che è pari al 3%. La seconda è che tale obiettivo, comunque, difficilmente potrà essere ottenuto perché le stime di crescita del Pil effettuate dal governo, a seguito della manovra economica (+0,5%), sono considerate sovrastimate. In questa breve nota, ci limitiamo per il momento a discutere del primo punto. La situazione debitoria europea La fragilità economica di un paese è certamente legata anche al livello del suo indebitamento. Ma correttezza vuole che si faccia riferimento al debito complessivo di tutti gli agenti economici che operano nel sistema economico (non solo lo Stato, ma anche le famiglie, le imprese e le banche). Se prendiamo in esame il debito complessivo in rapporto al Pil, abbiamo qualche sorpresa. Secondo una recente survey del McKinsey Global Institute, sulla base dei dati della Bank for International Settlements (Banca dei regolamenti internazionali) riferiti al 2017, il paese più indebitato al mondo risulta essere il Lussemburgo per un ammontare pari al 434% del Pil, seguito da Hong Kong (396%), terzo il Giappone (373%). Con riferimento alle nazioni europee, quelle più indebitate sono l’Irlanda e il Belgio (345%), seguite da Portogallo (322%), Francia (304%), Olanda e Grecia (entrambe al 294%), Norvegia, 287%, Gran Bretagna (281%), Svezia e Spagna (275%). L’Italia (265%) si colloca nelle retrovie, con un valore di poco superiore alla Danimarca, Finlandia, Svizzera, Austria e Germania. Se disaggreghiamo tale dato, l’Italia ha il 151% di debito pubblico (seconda in Europa – dopo la Grecia, e terza al mondo, con il Giappone che detiene il primato di paese con lo Stato più indebitato: 214%). Ma si trova negli ultimi posti in classifica per debito delle famiglie (41%, contro il 127% della Svizzera, il 117% della Danimarca, il 107% dell’Olanda, il 102% della Norvegia, l’87% della Gran Bretagna). Meglio dell’Italia è solo la Polonia (36%). Con riferimento al debito delle imprese, anche in questo caso la situazione italiana è tra le più virtuose. Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Francia, Portogallo, Spagna presentano valori doppi rispetto all’Italia e solo Grecia e Germania si trovano in una situazione migliore (seppur di poco). La solvibilità complessiva dell’Italia non può quindi essere messa in discussione, anche tenendo conto che la quota di debito pubblico detenuta da operatori economici italiani è oggi salita al 68,7%, grazie soprattutto all’incremento dal 5% al 16% effettuata dalla Banca d’Italia grazie al Quantitative Easing della Bce. Occorre notare che il 26% del debito pubblico italiano è, inoltre, detenuto da banche prevalentemente italiane e il 18% è invece detenuto da fondi finanziari e assicurativi, prevalentemente stranieri, quelli più interessati a avviare attività speculative. I piccoli risparmiatori ne detengono solo il 5%. Per completezza d’analisi, alla situazione debitoria nazionale occorre aggiungere l’eventuale indebitamento estero. Come è noto, l’Italia è il secondo paese, dopo la Germania, a vantare il surplus della bilancia commerciale più elevato d’Europa. I dati relativi a fine 2017 (Fonte: Eurostat), ci dicono che l’avanzo commerciale italiano ha raggiunto la cifra di 47,5 miliardi (pari al 2,8% del Pil), derivante da un surplus di 8,3 miliardi con i paesi della UE e di 39,2 con quelli extra-UE[1]. Di fatto il surplus dei conti con l’estero sarebbe in grado di ripagare più che abbondantemente il deficit interno. La Germania ha maturato un surplus commerciale di 249 miliardi pari al 7,6% del Pil. Ricordiamo che all’interno del patto di stabilità europeo, oltre ai vincoli sul rapporto deficit/pil, occorre prendere in considerazione il limite massimo di avanzo commerciale di un paese membro, che non può superare il 6%. Di fatto, l’unico paese che del corso del 2017 ha compiuto un’infrazione al Patto di Stabilità è stata la Germania ed è prevedibile che tale limite del 6% verrà superato anche nel corso del 2018. E’ infatti da più di 5 anni che la Germania supera tale limite. Ma nessun commissario europeo sembra accorgersene. Di converso, la Francia presenta un deficit commerciale di circa 80 miliardi e la Gran Bretagna addirittura di 176,2 miliardi. Di fronte a questo quadro, l’accanimento contro il solo debito pubblico per contestare le scelte di politica economica non ha una ragione strettamente economica ma esclusivamente politica e ideologica. Si tratta di impedire che un paese membro possa adottare una politica espansiva basata sul deficit spending in grado, potenzialmente, di evitare lo smantellamento del welfare e la finanziarizzazione privata dei servizi sociali, a partire dalla sanità e dall’istruzione (visto che la previdenza è stata già di fatto finanziarizzata). Ciò che è in gioco non è l’autonomia economica dell’Italia, come la retorica nazional-sovranista vorrebbe farci credere. Se anche ritornassero la lira o un’Europa di singoli stati sovrani sul piano monetario, la configurazione geopolitica internazionale basata sul confronto tra l’asse boreale Trump-Putin (che vedrebbero con favore la scomparsa dell’Europa) e l’asse australe Cina-India-Sud Africa-Brasile, renderebbero i singoli paesi europei ancor più deboli e in balia delle oligarchie economico-finanziarie. A chi conviene il debito italiano? Forse non tutti sanno che a partire dal 1992, con l’unica eccezione del 2009, il saldo primario del bilancio dello Stato (ovvero la differenza tra le entrate e le uscite complessive, al netto della spesa per interesse) è sempre stato abbondantemente positivo. In questi anni, dal 1992 al 2017, lo Stato ha prodotto un risparmio pari a 795 miliardi. Negli ultimi 25 anni, l’ammontare delle spese per interessi ha, invece, raggiunto una cifra pari a 2094 miliardi. Di conseguenza il debito pubblico italiano è cresciuto di 1.299 miliardi. Appare quindi evidente che la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria. Approfondiamo questo aspetto, utilizzando i dati del rapporto del Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi (CADTM) che verrà presentato alla stampa il prossimo 27 ottobre 2018, a Roma[2]. Tre sono state le fasi in cui l’Italia è stato oggetto di attacchi speculativi. Il primo è il biennio 1992-93 con la crisi valutaria della lira, che ha portato, sul piano sociale, all’abolizione della scala mobile e alla draconiana manovra finanziaria del governo Amato. Nonostante questi interventi (aumento della pressione fiscali in senso non progressivo, smantellamento di parte del servizio pubblico che porterà alla riforma previdenziale del 1996 e alla privatizzazione dell’acqua, dell’energia, del trasporto e delle comunicazioni, riduzione del costo del lavoro e inizio della sua fase di precarizzazione), il rapporto debito pubblico è passato dal 101,6% del 1991 al 111,3% del 1993 e al 127,3% del 1994. Come ricordato è proprio nel 1992 che si realizzerà per la prima volta dagli anni Settanta un avanzo primario positivo che nell’arco del triennio ammonterà a 56,52 miliardi di euro. Di contro, la spesa per interessi ammontò a 303,27 miliardi (con un incremento del 62,7% rispetto al triennio precedente). Il secondo attacco coincide con l’avvio della crisi dei subprime del 2007-8: il rapporto deficit/Pil passa dal 99,34% del 2007 al 112,2% del 2009, l’unico anno in cui si registra anche un disavanzo primario (al netto degli interessi), con il IV governo Berlusconi. La spesa per interessi risulta pari nel triennio a 229,2 miliardi di euro. Occorre ricordare che l’entrata nell’euro aveva, invece, prodotto una diminuzione del rapporto debito/Pil dal 109,1% del 2000 al 105,9% del 2002, grazie soprattutto al calo dei tassi d’interesse. Pochi anni dopo, arriva il terzo attacco, quello forse più pesante, con lo spread che nel 2011 arriva a quota 575. La crisi aveva portato alla caduta del governo Berlusconi e all’arrivo del governo Monti. L’attacco si fermò quando la Deutsche Bank, che aveva iniziato a febbraio del 2011 la vendita della quota di titoli di Stato in suo possesso per speculare sui derivati italiani, decise a novembre di quell’anno di ricominciare ad acquistarli di nuovo, dopo aver capitalizzato ingenti guadagni. Nel 2011 e 2012, l’esborso dello Stato per la spese in interessi arriva a toccare i 160 miliardi. Se sommiamo questi episodi, ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi, ovvero il 20,6% dell’intero debito pubblico del 2017. E’ una cifra che è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, come già abbiamo ricordato, solo il 5% del debito complessivo. A tale rendita occorre poi aggiungere le plusvalenze maturate sulla dinamica dei derivati sui titoli di stato, che, nel caso del 2011, hanno consentito guadagni di oltre il 500% in pochi mesi. * * * * * Analizziamo ora le entrate fiscali. Esse sono composte da tre grandi voci: le imposte dirette (pari nel 2016 al 35%), le imposte indirette (34%), i contributi sociali (31%). Gli introiti delle imposte dirette derivano nel 2017 per il 58,1% dai redditi da lavoro (salari e pensioni), per il 21,7% dai redditi di impresa (partecipazioni e utili), per il 7,3% dai redditi da capitali (interessi e dividendi), per il 2,6% da redditi fondiari (affitto) e per il 7% da redditi patrimoniali[3]. Ciascuno di questi cespiti è soggetto a una tassazione separata. I redditi da lavori sono soggetti alla progressività delle aliquote. I redditi da imprese solo in parte. Ad esempio le società di capitali pagano un’Ires pari all’aliquota unica del 24%. Lo stesso vale per gli affitti (imposta unica del 21%), per gli interessi sui depositi bancari (26%) e sui titoli di stato (12,5%). Ne consegue che chi gode di un reddito derivante non solo dal lavoro ma anche da altre attività (affitto, interessi, ecc,) vede ridursi la propria progressività in un contesto di elevati redditi cumulati, con un trattamento a lui/lei più favorevole. Inoltre negli ultimi anni, le varie riforme fiscali hanno di gran lunga ridotto non solo la progressività delle aliquote sull’Irpef ma anche le aliquote uniche di alcuni redditi. E’ il caso dei redditi di impresa: fino al 1995 quelli realizzati da società di capitali erano tassati al 37%. Poi è cominciato un lento declino fino a raggiungere il 24% nel 2017 con il governo Renzi. Quando fu introdotta l’Irpef come unica tassa sui redditi di lavoro e di persone nel 1974 (riforma Visentini), gli scaglioni di aliquote erano più di 20, con valori che partivano dal 10% (per i redditi più bassi) sino ad un massimo del 72% (per i redditi superiori ai 300.000 euro l’anno). A partire dalla prima riforma del 1983 sino all’ultima del 2007, tale ventaglio di aliquote è stato drasticamente ridotto sino alle 5 attuali: 23% per i redditi sino a 15 mila euro, 27% tra i 15 mila e i 28 mila, 38% tra i 28 mila e i 55 mila, 41% dai 55 mila ai 75 mila e 43% oltre i 75 mila. Non solo sono state diminuite le aliquote sui redditi più alti e aumentate quelle sui redditi più bassi ma anche la curva della progressività è diventata sempre più elastica, concentrandosi prevalentemente sui redditi medio-bassi, quelli dello scaglione di imponibili lordo (il netto è circa un terzo inferiore) tra i 28 mila e i 55 mila. Ne è conseguito che: “In virtù delle riforme fiscali operate dal 1983 al 2007, i super ricchi, quelli con redditi superiori a 600.000 euro, nel solo 2016 hanno goduto di un regalo fiscale pari a 1 miliardo di euro. Considerato che il loro numero non va oltre le 10.000 persone, ognuno di loro ha potuto accrescere il proprio patrimonio di 100.000 euro” [4] Se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, “otteniamo una perdita per lo Stato, nel [solo] 2116, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5% del gettito Irpef”[5] Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall’emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato. Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività! Per una maggior completezza di analisi, dobbiamo anche aggiungere il fenomeno dell’evasione e dell’elusione fiscale, che, secondo le stime pubblicate nel maggio 2017, è stata per il 2014 di 110 miliardi di cui 11 evasi sotto forma di contributi sociali, 36 come IVA e 63 come imposte dirette. Quali conclusioni? La veloce e incompleta panoramica ci porta ad alcune preliminari conclusioni: L’Italia non si trova in una situazione di rischio di insolvenza, come gli allarmismi del gotha finanziario vogliono far credere. La campagna mediatica, orchestrata anche da alcuni siti di informazione compiacenti (a destra come a sinistra), ha come scopo principale attivare campagne speculative, assai lucrose per chi detiene il controllo dei flussi finanziari; Il debito pubblico italiano è stato causato dall’incremento della spesa per interessi (a seguito delle campagne speculative) e da riforme fiscali che hanno favorito un poderoso trasferimento di risorse dalle fasce più povere della popolazioni a quelle più ricche. E’ quindi del tutto falsa la narrazione dominante che associa la crescita del debito pubblico all’aumento della spesa pubblica, soprattutto nel periodo degli anni ’80 del secolo scorso, quando passò dal 60% a oltre il 120%. Eppure, come correttamente scrive Marco Bersani: “i dati ufficiali sulla spesa pubblica di quel decennio raccontano un’altra verità: infatti, al netto della spesa per interessi, la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre, nello stesso periodo, la media europea vedeva un aumento dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona dal 46,7% al 47,7%. Ovvero, sia in percentuale assoluta, sia in percentuale di aumento relativo, la spesa pubblica italiana si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell’Ue e dell’eurozona”. Il debito pubblico è così un”business”: favorisce la rendita finanziaria e coloro che sono già i più ricchi. L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla “flat tax” non fa altro che contribuire ad alimentare tale business. Solo il ripristino di una tassazione unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico. https://www.italia.attac.org/index.php/finanza-neoliberismo/la-trappola-del-debito/10828-il-grande-business-del-debito-italiano

SAVONA O DRAGHI?

) IL VERO NODO DELLA POLITICA DELLA DOMANDA. POLITICA ECONOMICA CONTRO DISORDINE ECONOMICO II) POLITICA EUROPEA CONTRO LATITANZA EUROPEA di FRANCESCO BOCHICCHIO I) I “PRO” ED I “CONTRA” DELLA POLITICA DELLA DOMANDA Draghi ha recentemente incontrato Mattarella esprimendosi contro la manovra economica del nuovo Governo italiano, alla cui base vi è la progettazione di Paolo Savona. Il primo punto fondamentale è proprio questo: due grandi economisti, di grande valore ed al di sopra di ogni sospetto, sostengono due visioni opposte, non solo teoriche, ma anche di politica economica, non solo potenziale ma addirittura attuale ed effettiva. Draghi ha salvato l’Europa con il QE, con acquisto in massa di titoli di Stato da parte della BCE, e facendo introdurre una normativa in grado di consentire di bloccare la speculazione finanziaria e la stipula di “Credit Default Swap” contro gli Stati deboli. Da un lato è la politica dell’offerta di sostegno all’economia ed alle imprese. Dall’altro ha salvato l’Italia ed ha anche mostrato la possibilità di intervenire contro la speculazione finanziaria quando tale da alterare i mercati finanziari. Coerentemente con il primo punto, non ha ritenuto di intervenire sulla politica industriale e sulla distribuzione del reddito. In relazione al secondo punto, non ha ritenuto nemmeno di effettuare un intervento organico sulla speculazione finanziaria. Sempre sul secondo punto, è stato anche responsabile della mancata opposizione all’introduzione della normativa “bail-in” che ha vietato -o comunque fortemente limitato- il salvataggio di banche agli Stati deboli, ponendoli conseguentemente in ginocchio, in quanto non in grado di risollevarsi senza un settore bancario solido. Savona sostiene la politica della domanda, con supporto dei ceti deboli, riqualificazione del debito pubblico e controllo della speculazione, ponendo le basi per un rilancio degli investimenti. Draghi ha grandi meriti: è stato sì il salvatore dell’economia italiana, ma solo quale riempitore di buchi. Savona propone una nuova politica economica in grado di assicurare il rilancio, ma anche di arrivare alla soluzione di problemi atavici, come il debito pubblico e il controllo sistematico sulla speculazione finanziaria, dalla quale può venire il sostegno del settore bancario. La sua non è politica assistenziale, ma all’esatto contrario si concretizza nel conferimento di mezzi finanziari ai ceti deboli che si colloca in un’ottica di investimenti pubblici e privati atti a sostenere la domanda, con intervento sul debito pubblico in termini di forte riduzione e riqualificazione, ed in un intervento correttivo sulla speculazione finanziaria in termini di riqualificazione dell’attività bancaria. Pertanto, al contrario dell’assistenzialismo, pone le basi per un rilancio forte e con accentuata riqualificazione degli investimenti, ma, a differenza della politica dell’offerta, ritiene centrale non il sostegno alle imprese ma quello ai ceti deboli. Ovviamente resta fermo il problema degli investimenti, dove non si può prescindere dalle imprese, in quanto gli investimenti pubblici sono il volano ma non sono esaustivi, ed un intervento pubblico nell’economia ha, soprattutto in questo momento di crisi dei debiti pubblici, dei limiti invalicabili. Savona è di ciò consapevole e non a caso parla di integrazione tra investimenti pubblici e quelli privati e a monte di integrazione tra politica della domanda e politica dell’offerta. Le cose non stanno in questi termini: politica della domanda e politica dell’offerta sono tra di loro incompatibili e l’una esclude l’altra. Il sostegno alle imprese presuppone un’estrema ed incontrollata libertà di queste nell’effettuare gli investimenti penalizzando la domanda interna e gli altri fattori produttivi. Solo la politica della domanda può indirizzare gli investimenti privati con una politica industriale ed una programmazione economica pubblica che eliminino distorsioni. La politica industriale e la programmazione economica sono elementi essenziali per la politica della domanda, mentre sono affatto incompatibili con la politica dell’offerta. La politica industriale e la programmazione economica sono come noto al di fuori della teoria di Keynes, che riteneva che gli investimenti sarebbero venuti automaticamente da una politica della domanda e da interventi mirati, essendo la speculazione finanziaria suscettibile di controlli politici adeguati. Tale assunto si è rivelato del tutto velleitario, in modo che si rivela necessario un intervento pubblico stringente sull’economia. Discorso diverso è se Savona riuscirà a condurre a termine il suo progetto e se la maggioranza che lo sostiene non resterà in preda dell’assistenzialismo. Segni negativi ve ne sono e tanti. Atteggiamenti penalizzanti nei confronti del mondo bancario rivelano un mero populismo ed una mera demagogia senza quella profonda riqualificazione e ristrutturazione del settore finanziario invece necessaria. Che in molti puntino a risolvere il tutto con una politica protezionistica è un sospetto forte, confermato dall’adesione alla manovra economica da parte dell’ex Governatore Fazio, contraddistintosi in tal senso e da sempre contrario ad una politica industriale e soprattutto ad una programmazione pubblica: fu uno dei giovani economisti di Banca d’Italia che negli anni del primo centrosinistra più efficacemente supportò Guido Carli nel contrastare la programmazione economica di Riccardo Lombardi e della sinistra socialista. Non si tratta quindi di sposare la linea del Governo: ben diversamente, si tratta di apprezzare come dietro tale linea vi sia una politica economica coerente ed imporante che può anche benissimo essere alla lunga disattesa dallo stesso Governo ma che certamente rappresenta un elemento di novità salutare in quanto introduce una problematica fondamentale per la sinistra. Che anche nell’atteggiamento di Savona vi siano profili da chiarire e comunque non condivisibili è pacifico e non a caso Savona è e resta sempre un liberale, critico sì ma da sempre alieno alla sinistra. Sta di fatto che la sinistra dovrebbe cogliere tale, irripetibile, occasione per aprire una discussione, apportare modifiche e predisporre un progetto politico coerente e sistematico idoneo ed in grado di offrire al populismo non nazionalista una sponda ed addirittura una via di uscita alternativa.
Il titolo è, volutamente, anzi provocatoriamente, fuori dalle righe: richiama il famoso libro di Merleau-Ponty quando ruppe con il marxismo teorico e con il materialismo storico alla luce dell’esito oppressivo della rivoluzione russa, ma anche alla luce delle polemiche con Sartre. L’esito fu frettoloso ma il libro fu importante come segno del disagio in ordine alla divaricazione tra teoria e prassi nel marxismo. Con il presente scritto, più modestamente ma con la pretesa di non perdere in approfondimento, si vuole dipanare il gioco delle nebbie intorno alla politica della domanda per mostrarne la vitalità inesauribile e la sua irriducibilità alla politica dell’offerta. Quella di Savona è una politica della domanda fondata sul ruolo centrale del sostegno ai ceti deboli, ma in chiave non assistenziale, bensì collegata agli investimenti. Keynes si incentra sugli investimenti pubblici, “rectius” sul loro sviluppo, da cui dovrebbero derivare quelli privati. Savona vuole coordinare quelli privati e pubblici. Il senso, nonostante le apparenze, è quello stesso -come si mostrerà “infra”, mentre invece l’essenza del populismo è quella di interventi pubblici non coordinati tra di loro e nemmeno senza correzione degli investimenti privati, in un’ottica mista di assistenzialismo e di confusione. Pertanto, tra il programma di Savoina e la realtà viva del Governo vi è un rapporto non armonico: il punto centrale è che il Governo ha adottato la linea del Savona. Sarà il Governo coerente al riguardo? Questa è una domanda politica seria: e lo scrivente nutre molti dubbi al riguardo, propendendo decisamente per la risposta negativa. Non serio è invece criticare il programma di Savona attribuendogli i vizi endemici del populismo e dei movimenti politici di Governo. In definitiva, la politica della domanda non è in alcun modo intrisa di assistenzialismo bensì si concretizza nello spostamento dell’approccio all’economia dall’impresa (nella teoria del liberismo, il ruolo centrale è in realtà assegnato al mercato, ma si tratta di una vera e propria “fictio”, visto che la mano invisibile è veramente “invisibile”, nel senso che il meccanismo oggettivo ed impersonale di funzionamento è mancato) ad un’ottica di interesse pubblico complessivo. Mentre Keynes non prese mai posizione espressa e sistematica sul grado effettivo di correzione dell’azione imprenditoriale da parte dell’attore pubblico, convivendo in lui una doppia anima, di liberale da un lato e di teorico dell’instabilità del capitalismo dall’altro, si realizzò poi la dicotomia tra keynesismo di destra e di keynesismo di sinistra. Ebbene, la politica della domanda, nella versione keynesiana di sinistra (per tutti Minsky), ruota intorno a tre punti, il ruolo centrale degli investimenti pubblici, l’aumento degli stipendi/salari e delle risorse dei ceti deboli, e il controllo della speculazione finanziaria. Ma, con la speculazione finanziaria diventata endemica e senza limite, occorre qualcosa di profondo, per l’esattezza qualcosa di molto più profondo. La correzione dell’azione imprenditoriale non deve derivare come effetto naturale di un’azione coordinata ma deve essere perseguita autonomamente: ma non solo, occorre anche che sia una correzione non marginale, bensì che crei un indirizzo complessivo dell’economia da parte dell’attore pubblico. La politica dell’offerta non è compatibile con quella della domanda, perché la prima si basa su un ruolo secondario dell’intervento pubblico, che essenzialmente deve essere di supporto all’impresa. E’ la politica “supply-side” di Reagan e della Thatcher. La differenza è che adesso ci si è resi conto di interventi correttivi, ma sempre limitati. Né si può ribattere che la politica dell’offerta può ben comprendere la politica industriale, in quanto si tratta di politica industriale di mero supporto all’industria privata ed in ogni caso priva di ogni inserimento nella logica della programmazione pubblica, che è lo spauracchio di chi crede nella centralità degli investimenti privati. Ma più in generale, occorre fare chiarezza sulla politica della domanda: la versione di destra del keynesismo, se ha liberato l’intervento pubblico da ogni logica subalterna rispetto all’iniziativa privata, lo ha fatto strumentalmente rispetto alla politica dei redditi, in un’ottica tesa ad un controllo ferreo dei salari -non va dimenticato, il liberismo è veramente tale solo sul mercato del lavoro-. E’ ovvio che la differenza tra keynesismo di destra e politica dell’offerta è nitida e ferma, ma in entrambi vi è la forte necessità di controllare la mano pubblica e di porre ad essa un preciso limite, in modo che alla fine non è questa che controlla quella privata, ma si verifica l’esatto contrario. L’unica politica della domanda è quella della versione del keynesismo di sinistra, rispetto a cui occorre una svolta nel senso di una maggiore incisività, per domare il capitale finanziario. Qui sorge il grande interesse dello scrivente per la posizione di Savona: questi, sostenitore da sempre del keynesismo di destra, ha però compreso la necessità di domare il capitale finanziario, senza potersi limitare a quegli interventi correttivi limitati tipici dell’economia sociale di mercato, di cui pur si dichiara convinto sostenitore. Ma non solo: Savona ha compreso l’antinomia tra capitale finanziario e controllo del debito pubblico: da keynesiano di destra, egli punta deciso ad una riduzione del debito pubblico, ma in un’ottica di riqualificazione e di rivendicazione fiera di autonomia della politica economica pubblica dal capitale finanziario, il che trova un ostacolo nella circostanza che le aste del debito pubblico sono in mano alle grandi banche d’affari internazionali. In Savona lo scrivente non vuol limitarsi a vedere un esempio clamoroso di eterogenesi dei fini, vale a dire il progetto economico di un liberale che si caratterizza in senso di riformismo antiliberista, tenendo anche conto che lo stesso Savona rifiuterebbe presumibilmente tale lettura, anche se è una lettura che si ritiene proficua e che si svilupperà in un approfondito studio sullo scontro tra Guido Carli, maestro di Savona, e Riccardo Lombardi, faro dello scrivente, ai tempi del primo centro-sinistra, in quanto si vuol mostrare che l’unica, inevitabile, alternativa al liberismo è quello di un riformismo socialista gradualista. Lo stesso non è mai stato sostenuto coerentemente, nemmeno nel periodo d’oro della socialdemocrazia, in quanto le conquiste di questa furono non frutto di una sua forza, invece mancante nel momento in cui si concretizzò nella rinunzia al conflitto sociale, avviata da Bernstein e proseguita a Bad Godesberg, ma una forma di gentile concessione da parte del sistema, spaventato della minaccia sovietica. Alcuni corollari: gli avversari della posizione di Savona ironizzano sula circostanza che questi non può che finire con il confidare negli impieghi delle banche in titoli pubblici: è un’ironia degna di miglior sorte, in quanto tali impieghi costituiscono un fenomeno normale nell’economia occidentale, come insegna l’esperienza dell’America, dove, dopo le ultime elezioni “mid-term”, con il bilancio americano imposto da Obama e non approvato dal Congresso, le banche d’affari americane. di fronte a tale situazione disastrosa, nulla hanno fatto per boicottare il debito pubblico, più alto di quello italiano, e del Giappone, il cui debito pubblico è anch’esso più alto di quello italiano, dove le banche sono, normativamente, obbligate ad acquistare titoli pubblici. Le banche sono essenziali per l’economia ed i populisti non se ne accorgono quando insistono, irresponsabilmente, nel penalizzarle. E non a caso, le banche italiane hanno cessato, con i populisti al Governo, di acquistare titoli pubblici italiane, ma trascurano che solo la politica della domanda può rilanciarle nell’attività creditizia a danno della speculazione. Draghi con il QE, vale a dire con l’acquisto in massa di titoli pubblici (soprattutto dei Paesi deboli, da parte della BCE, ha favorito e realizzato la politica dell’offerta. Certamente, la realizzazione della politica della domanda spetta non a lui ma ai singoli Stati: peraltro, con il supporto al debito pubblico senza qualificazione e senza indirizzo degli investimenti (e con un controllo della speculazione finanziaria solo quale forma “tampone” di una situazione disastrosa all’epoca 2011-2012), ha fornito il presupposto essenziale per la politica dell’offerta, “rectius” per non sviluppare una coerente politica della domanda.
La teoria del valore In Marx -sviluppata ben oltre Ricardo ed in replica ai tentativi di confutazione di Bailey- è il tentativo più complesso e articolato di una teoria del valore assoluto, oggettivo e non soggettivo e non riducibile alle propensioni individuali ed all’incontro soggettivo tra domanda ed offerta. E’ l’unica alternativa teorica alla teoria liberista, anche nella versione temperata di questi tesa a ravvisare nel mercato un meccanismo oggettivo e razionale di allocazione di mezzi, risorse e beni, la “mano invisibile” di Adam Smith. Il meccanismo oggettivo è in contraddizione con la tesi delle preferenze soggettive e dell’utilità marginale, ma la contraddizione è stata superata intendendo il mercato quale idoneo ad evitare le distorsioni alle valutazioni soggettive, esse centrali. Il valore oggettivo viene da Marx individuato nel lavoro. La teoria del valore-lavoro è caduta nella trasformazione in prezzi, in quanto è pacifico che i prezzi non sono corrispondenti al lavoro incorporato. La soluzione arrecata al problema della trasformazione da Sraffa è incompatibile con la teoria del valore-lavoro in quanto la merce-tipo in quanto i prezzi sono indipendenti dal lavoro incorporato e, addirittura più radicalmente, individua una merce tipo, con le caratteristiche merceologiche suscettibili di essere generalizzate a tutte le altre merci, mentre il valore è una categoria totalizzante che trascende le caratteristiche tipologiche (come è reso pacifico dal ruolo determinante del valore di scambio, di cui appena “infra”). Ma lo stesso Marx non ha mai creduto fino in fondo alla sua tesi del valore assoluto riconducibile solo al lavoro: l’elemento caratterizzante del sistema non è il plusvalore a danno del lavoro ma la presenza del valore di scambio che si manifesta come valore d’uso, ma non è questi a determinarne il contenuto. E’ lo scambio che caratterizza il sistema sin “ab origine”, in un’ottica tesa a massimizzare il profitto. L’eliminazione del plusvalore non comporterebbe il cambiamento del sistema. Ma, in via più generale, lo scambio a valori eguali se non sul mercato del lavoro, con questi che genera un plusvalore, quale presupposto essenziale del valore assoluto, non è mai stato, nella realtà storica ed effettuale, generalizzato: il capitale si è basato sempre sugli scambi ineguali, come mostrato impareggiabilmente da Braudel e confermato in chiave marxista da Sweezy nella celeberrima politica sulle origini del capitalismo con Dobb, questi attestato su posizioni ortodosse. Il valore non industriale del sistema non è frutto di evoluzione ma è una caratteristica essenziale del capitalismo. Il valore assoluto vi è ma è non il lavoro, bensì il capitale, che è non solo un rapporto di produzione ma anche fattore di produzione. Il capitale è produttivo nel sistema, come Napoleoni comprese in quegli anni: non a caso, Schumpeter economista conservatore non marxista ma grande ammiratore di Marx, notò argutamente che nel “Capitale” Marx cercò il comunismo ma trovò il capitalismo. E che la teoria del valore-lavoro di Marx mostri crepe è evidente se si tiene conto che è arbitrario ritenere che il profitto nasca solo dal capitale variabile, vale a dire dal lavoro, e non dal capitale fisso, vale a dire dai macchinari e dalla tecnologia che consentono sia risparmi di costi sia aumenti di produttività. E lo stesso Marx ha sempre compreso il valore decisivo delle macchine e della tecnologia tanto è vero che a questi -e solo a questi- conferiva l’idoneità a superare la scissione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, con il lavoro in grado di guidare macchine e tecnologia: “General Intellect” (ciò nei Grundisse). In definitiva, la teoria del valore assoluto è giusta, ma è arbitrario ritenere che nel sistema capitalistico la fonte del valore sia il lavoro. Ciò vorrebbe dire che il capitalismo si caratterizzi in termini di mero arbitrio, con il valore conferito dal fattore economico oggetto di sfruttamento. E’ da replicare che lo sfruttamento vi è ma non in termini di arbitrio, bensì come capacità del fattore che sfrutta di aggregare il fattore oggetto di sfruttamento, rendendolo suscettibile di sfruttamento, anche con il concorso fondamentale di mezzi e tecnologia. Il problema sorge con il capitale finanziario dove il valore si determina a prescindere da ogni profilo produttivo, anche distruggendo valore, rendendo lo sfruttamento arbitrario e disaggregando il lavoro. Ciò costituisce la conferma la conferma dell’acutezza dell’analisi di Marx, che comprese che il capitale, smarrendo la componente produttiva, si sarebbe alterato. Il lavoro si deve sostituire al capitale. E’ un problema non solo dipendente dai rapporti di forza, ma anche dalla intrinseca natura tecnico-economica. La trasformazione dei valori in prezzi e è impossibile in quanto la massimizzazione del profitto porta a divaricarsi dal valore e dalla produzione per concentrarsi sul profitto a tutti i costi. Il ruolo produttivo del capitale è parziale ed anche deformante. La trasformazione dei valori in prezzi può realizzarsi solo abolendo il capitale a cura del lavoro. L’analisi di Marx è dalla natura logica ma non storica. Egli pensa ad un valore imperniato sulla produzione, mentre il produttivismo può realizzarsi solo con il lavoro. Pensa che la distorsione provocata dal capitale possa essere legata solo al plusvalore, mentre invece essa è più generale, in funzione del capitale di scambio. Ma, in uno sbocco idealistico, pensa addirittura che il valore di scambio venga meno con il socialismo -tranne che in una pagina famosa del III libro del Capitale, valorizzata solo da Galvano della Volpe-, mentre invece si tratta di sostituire il valore assoluto alla base. Compito della scienza economica è di individuare come il lavoro possa sostituirsi al capitale, avvalendosi di macchine e di tecnologia e quindi come possa procedere ad investimenti senza la molla del profitto. La teoria del valore di Marx è essenziale, pur se emendare in punti non banali: solo se si parte dalla concezione di un valore assoluto e, nel contempo, senza incrostazioni idealistiche, si riconosce che il capitale è produttivo, ma con elementi distorsivi, esaltati nel capitale finanziario, allora e solo allora si può depurare il valore assoluto di ogni distorsione, sostituendo il capitale con il lavoro.

Il Capitale Finanziario

Il capitale finanziario

Abbiamo preferito dare questo titolo al capitolo perché è quello che Hilferding diede al suo libro più famoso, con il quale ha aiutato tanti a comprendere anche questo aspetto del capitale, oggi assolutamente predominante. Il capitale finanziario è diverso dal capitale industriale. Qui non si vuole condurre un’analisi tecnica sulla distinzione tra le due tipologie di capitale, che altri, con maggiori competenze, hanno svolto e continuano a svolgere; qui si vuole cercare una chiave interpretativa dei fenomeni sociali, politici e culturali che ne conseguono. Per farlo, si utilizzerà una lettura dicotomica, che servirà a distinguerle ma anche a metterne in evidenza le connessioni e le influenze reciproche. Per semplicità espositiva, si sottolinea che il capitale industriale aveva generato aziende produttive organizzate, al momento culminante dello loro storia, secondo i principi del fordismo. Il controllo dei mezzi di produzione, la loro organizzazione e quella della forza lavoro avevano creato le condizioni per l’accumulazione. Quella tipologia di capitale aveva bisogno della forza lavoro, della sua disciplina e del legame col territorio. Di solito, ma non necessariamente, la proprietà era rappresentata da imprenditori, che investivano risorse proprie o di terzi, come quelle “prestate” delle banche. Il capitale finanziario ha generato, invece, le aziende post fordiste, che, grazie alla combinazione di globalizzazione e tecnologia, possono essere collocate ovunque e non dipendono più dalla disciplina organizzata e dal consenso della forza lavoro. Queste aziende hanno sciolto il loro legame col territorio e conseguono col ricatto economico/occupazionale la piena disponibilità della forza lavoro. Per questo si affermava in precedenza che la variabile salariale è più una scelta del capitale che la necessità di assicurarsi le prestazioni della forza lavoro. Il capitale finanziario è caratterizzato anche dal fatto che la proprietà non è legata al singolo imprenditore: le maggiori aziende multinazionali hanno un assetto proprietario distribuito tra fondi di investimento, banche d’affari, fondi speculativi e grandi investitori (diciamo un migliaio di persone), che ne detengono quote quasi sempre di minoranza; e sono gestiti da manager esterni alla proprietà stessa. Questo capitale immateriale investe solo se ci sono opportunità di sfruttamento ambientale o fiscale ed, essendo immateriale, non è legato alla vita concreta dei suoi proprietari. Si vuole dire che essi possono acquisire partecipazioni in aziende, delle quali non si occupano direttamente, e possono dismetterle se valutano di avere conseguito i vantaggi desiderati (utili o plus valenze) oppure se sono venute meno le convenienze previste. In altre parole, non partecipano alla vita dell’azienda e ne sono emotivamente staccati, a differenza dell’imprenditore che creava e gestiva la sua azienda e ne viveva successi ed insuccessi come problemi personali. Le trasformazioni, o meglio la perdita di importanza dei fattori produttivi storici produce anche delle vittime, sia tra gli operai che perdono il loro salario e la loro identità sia tra gli imprenditori stessi. Come sempre accade nei fenomeni di passaggio tra una situazione ed un’altra, le due modalità di capitale e di azienda convivono e convivranno ancora nei prossimi decenni. Ma se non interverranno interventi profondi, la linea di tendenza è quella di una progressiva crescita del capitale finanziario e della fabbrica post fordista. Questa tendenza si rafforza, o tenta di farlo, con i trattati internazionali in atto o che si tenta di attuare, come il TTIP tra Stati Uniti ed Unione Europea, che è naufragato soltanto perché rallentato da una forte opposizione sociale prima e politica poi in Europa e per la svolta impressa da Trump alla politica degli Stati Uniti. Questi trattati hanno in comune la costituzione di tribunali ISDS (Investor to State Dispute Settlement), vale a dire tribunali cui possono rivolgersi le aziende se ritengono di essere danneggiate dalle norme di uno stato nell’esercizio della loro attività. Questi tribunali erano nati per tutelare le aziende dalla possibilità che stati con poca disciplina giuridica potessero procedere ad espropri o comunque al danneggiamento di investitori stranieri. Sebbene oggi contesti di incertezza giuridica accentuati siano assai ridotti e dunque la magistratura ordinaria degli stati sia quasi sempre in grado di garantire la certezza delle norme, prevedere la possibilità di ricorso agli ISDS è soltanto un regalo alle multinazionali, che, con la semplice minaccia di rivolgervisi, riescono ad esercitare pressioni enormi, specie sugli stati più deboli, perché gli arbitrati possono generare risarcimenti di grande rilievo, come si evince dal seguente grafico, ricavato da un’inchiesta svolta da Buzzfeed News.

fonte: https://www.valigiablu.it/trattati-commerciali-usa-europa/ I limiti del capitale finanziario

La crisi del 2008, quella dei subprime per capirci, è stata sotto questo aspetto una verifica fattuale dei limiti di questa tendenza sia per quanto riguarda l’autonomia assoluta del capitale finanziario sia per quanto riguarda la sua capacità di mantenere ed incrementare il saggio di profitto nel circuito denaro- denaro-denaro. Sulle cause tecniche di quella crisi (cartolarizzazione moltiplicata dei valori – per 1 $ sino a 36-; fragilità dei razionali economici sottostanti -vedi la solvibilità di mutui su valori immobiliari gonfiati-; certificati di assicurazione; etc.) molto, non tutto, si è detto. Qui non si vuole condurre un’analisi che è stata già sviluppata da valenti economisti ed è stata trattata persino attraverso media, come il cinema, rivolti al grande pubblico perché non è oggetto di questo documento. Si vuole più modestamente evidenziare la difficoltà del capitale finanziario a sostenere costantemente la sua espansione per un verso ed il suo essere esposto ad implosioni devastanti per l’altro. Il capitale ha superato (?) quella crisi in un arco di tempo molto lungo per i cicli attuali e solo grazie all’intervento degli stati ed ai sacrifici imposti ai cittadini; non per capacità sua propria di venirne fuori. Quella crisi ha dimostrato che il capitale non gode di quella autonomia che tanto declama e con la quale tanto giustifica le sue imposizioni . Ed inoltre, che la sua internazionalizzazione non lo rende solo forte ma anche fragile perché un’infezione in qualsiasi parte si manifesti tende a propagarsi a tutto il corpo. La crisi dei subprime nata negli Stati Uniti, infatti, è diventata crisi globale. Lo stesso, solo rappresentato forse in maniera meno drammatica, sarebbe accaduto se l’infezione si fosse manifestata in Europa o Giappone. In sostanza, il capitale non ha propri anticorpi sufficienti se non nel mondo della ricchezza reale e nella fiscalità generale; proprio quelle realtà che tende a dominare o eludere. Purtroppo, alla crisi del capitale finanziario, hanno fatto da contrappunto sia quella sia delle istituzioni politiche statali sia quella delle classi dirigenti, anche di quelle progressiste e di sinistra, che non avevano una capacità teorica e progettuale per imporre un cambiamento radicale dei paradigmi economici e delle regole di funzionamento del capitale. Insomma, una sorta di circolo vizioso: solo il capitale rivendica e pratica la sua autonomia, mentre non lo ha fatto la politica. Cosicché la politica deve intervenire a sostegno delle crisi del capitale, ma non riesce a condizionarlo. In altre parole, è mancata una dialettica, che avrebbe potuto anche essere positiva, tra capitale e politica.

Gli elementi di freno al capitale finanziario E tuttavia anche sul versante politico accadono dei fatti che intralciano o comunque ostacolano il processo di internazionalizzazione. Di seguito si enumerano le scelte di alcuni paesi distribuiti su più continenti, che di fatto svolgono politiche di tutela di interessi nazionali. Nessuno di questi paesi si spinge a contestare i principi basici del capitale finanziario internazionale ed anzi quasi sempre operano in sintonia con i suoi paradigmi economici; tuttavia in qualche modo ribadiscono che ci sono interessi nazionali delle borghesie capitaliste di quei paesi. Per questa via, le borghesie si ripropongono come guida politica locale e non solo come aristocrazia finanziaria globale.

a) Gli Stati Uniti

È evidente che il pensiero corre soprattutto a Trump ed alla sua politica riassunta nel motto first America; politica non contraria al capitale, che anzi viene richiamato nella sua versione industriale con condizioni fiscali favorevoli, ma proprio per questo è contro la dematerializzazione degli assetti produttivi nazionali, vedi delocalizzazioni, che impattano fortemente su occupazione e redistribuzione. La linea politica di Trump è confusa e la sua stessa posizione non è del tutto solida sia per errori ed azioni propri sia, soprattutto, perché gli ambienti legati al capitale internazionale ed al liberismo assoluto tentano di rimuoverlo comunque. Secondo molti analisti delle vicende americane, l’attacco finale a Trump avverrà verso la fine dell’anno allorché si saranno tenute le elezione di mid term, che potrebbero comportare la perdita del controllo di camera e senato da parte dei repubblicani. L’impeachement, o comunque un serio tentativo per attuarlo, dovrebbe avvenire in quei mesi perché la curva di popolarità di Trump dovrebbe cominciare a declinare allorché si saranno esauriti gli effetti degli annunci di interventi economici o delle azioni dimostrative sui dazi o altre misure protezionistiche. Certamente l’amministrazione Trump è più isolata di prima, come confermano le dimissioni volontarie o le rimozioni effettuate dal presidente di una larga parte dello staff che aveva condotto alla vittoria elettorale. Sempre più l’amministrazione si caratterizza per essere quella di una famiglia o clan sicuramente potente, ma non universalmente accettato. I recenti sviluppi della crisi siriana, con il bombardamento di scuola di obiettivi poco significativi, a seguito della costruzione molto bislacca sul presunto uso di armi chimiche (perché mai Assad vincitore sul campo grazie ai russi ed agli iracheni avrebbe dovuto usare quelle armi che avrebbero fatto nascere una reazione occidentale? Forse serviva più ai ribelli tirare per la giacca Trump ed alleati) confermano, fortunatamente, l’abbandono della dottrina Obama, quella che aveva portato, tra l’altro, a destabilizzare l’intera regione mediorientale con conseguenze molto pesanti per l’Europa e l’Italia in particolare (vedi flussi migratori). Trump è sicuramente un uomo di destra, ma una destra diversa da quella, per restare al partito repubblicano americano, espressa dalla famiglia Bush. La destra di Trump, proprio per il motto che la caratterizza, non vuole intervenire dovunque e comunque, non vuole occupare militarmente il mondo, ma preferisce intervenire al suo interno e tende ad un relativo isolamento. Qui non si vuole condurre un’analisi puntuale dell’evoluzione dell’amministrazione Trump, che non incontra, per inciso, le simpatie di chi scrive, ma solo evidenziare che, se nel centro dell’impero finanziario si manifesta una resistenza, sia essa strumentale o meno, sia essa populista o meno, vuol dire che non siamo ancora alla fine della politica.

b) L’Europa Ma segni di questa opposizione, ancora confusa, sono visibili anche in altri ambiti geografici sinora poco indagati. Si pensi all’Europa ed alle politiche egemoni in questi anni condotte dalla Germania e dai suoi stati satelliti. Si può ed anzi si devono criticare per gli effetti indotti sul piano sociale ma anche e soprattutto sul piano economico. Sul piano sociale hanno contribuito alla crescita della povertà in quasi tutti gli stati membri. Non solo in Grecia, in Italia ed in Spagna, paesi costretti a politiche di rigore e di riduzione del welfare; ma anche nei paesi egemoni e solidi, come la stessa Germania, dove il disagio sociale è evidente ed ora anche manifesto con l’espressione di voto verso formazioni politiche di destra e tendenzialmente anti Europa comune. Sul piano economico hanno rallentato la ripresa e prolungato il ciclo negativo iniziato nel 2008, rinunciando a politiche espansive persino ragionevoli nel contesto dato. Le conseguenze sono state e sono una crescita del PIL disomogenea ed in ogni caso contenuta in tutto il continente europeo per un verso ed una fragilità sociale diffusa nel maggiore mercato potenziale del mondo. Se oggi l’Europa tende a chiudersi in sé; se vive drammaticamente i processi di migrazione che la riguardano e che sono sul piano dei numeri risibili (due- tre milioni di persone a fronte di oltre 500 milioni di abitanti nella più ricca regione del mondo; se ciascun paese riscopre il valore dei confini nazionali e li presidia in forze; se i lavoratori devono sopportare salari ridotti ed essere esposti alla precarietà lo si deve innanzitutto alle scelte economiche della comunità europea. Il rigore economico sui conti, l’accettazione astiosa delle scelte di Draghi, la difesa dell’Euro come moneta forte che permette alla Germania surplus commerciali enormi soprattutto all’interno del mercato comune stesso (la Germania produce con gli stessi costi di prima, vista la sostanziale equiparazione tra valore del marco e valore dell’euro, mentre gli altri hanno dovuto sopportare costi maggiori. Questo ha favorito i prodotti tedeschi perché, a parità di prezzo visto la composizione della struttura dei costi, non tanto o solo per la qualità, ma per il migliore sistema commerciale complessivo), il rifiuto di condividere i rischi legati al debito pubblico (ricordiamo, per inciso, che la prima misura adottata dagli Stati Uniti per sancire l’unione federale degli stati fu quella di centralizzare i debiti pubblici di ciascuno) sono tutti elementi di chiaro, a nostro parere, rallentamento se non di sabotaggio del processo di unità; insieme, ovviamente, all’avere associato a condizioni di favore gli stati dell’est Europa che si allontanavano da Mosca. Le politiche della Germania sono motivate anche dall’ambiente culturale di fondo, che assegna a se valori positivi di impegno lavorativo e correttezza amministrativa ed agli stati mediterranei e cattolici un lassismo morale e comportamentale, specie delle classi dirigenti, che tracima nella corruzione e nella scelta dissennata, per loro, di vivere al di sopra dei propri mezzi indebitandosi. Da qui il rifiuto a condividere i debiti pubblici e l’imposizione di scelte come il fiscal compact. Naturalmente c’è del vero in questa lettura, ma essa è più un’aggravante della situazione che una soluzione. La stessa Germania, come sostiene l’economista Minenna, studia da tempo un piano strutturale per uscire dall’euro senza uscire dalla comunità economica. La strada sarebbe quella della riformulazione dell’art. 50 del trattato, che ad oggi contempla la possibilità di uscita solo a condizione di abbandonare anche la comunità economica. “L’intellighenzia teutonica è soprattutto crucciata dall’accumularsi dei c.d. saldi Target2, con squilibri crescenti tra le banche centrali creditrici dei Paesi core e quelle debitrici dei Paesi periferici. Il saldo a credito della Bundesbank a fine febbraio 2018 ha raggiunto un picco monstre di 913 miliardi di € (ben più alto del precedente record raggiunto nel 2012). È importante capire come questa preoccupazione faccia senso solo perché negli ambienti accademici tedeschi oramai si ragiona esplicitamente nella direzione di una Germania senza Euro”. La BCE è intervenuta a questo proposito, confermando che la fuoriuscita dall’Euro comporta il saldo dei bilanci: vale a dire che i paesi debitori devono saldare in Euro i loro debiti. Questo, beninteso, nel caso di modifica dell’art. 50. L’incertezza maggiore per i tedeschi è semmai legata al fatto che l’Euro senza la Germania potrebbe deprezzarsi di molto ed il marco, invece, salire molto di valore. La puntualizzazione della BCE può, dunque, essere letta in un duplice modo. Se le scelte della Germania portano allo sfaldamento del processo di integrazione europea per un verso, mettono in risalto, dall’altro, la difesa dei suoi interessi contro la tendenza alla globalizzazione indifferenziata. La Germania compendia in sé quasi tutte le contraddizioni attuali: riforme liberiste al proprio interno e conseguenze implicite, ma riduzione contenuta dello stato sociale anche per accelerare queste riforme; discreta presenza sindacale caratterizzata dalla cogestione nelle aziende core del paese (dall’auto alla meccanica) e persino accordi molto avanzati con riduzione dell’orario di lavoro, ma estrema flessibilità e condizioni salariali peggiori nelle aziende al servizio di quelle trainanti sia dentro che fuori i confini nazionali; ruolo egemone nella comunità europea, ma anche, come visto, azioni per rallentare l’integrazione sino al limite di valutare l’uscita dall’euro; accettazione dei processi di internazionalizzazione liberista, ma anche affermazione degli interessi e dello spazio vitale suoi propri. Sulla stessa scia si muove in qualche modo anche la Francia, dove al governo è approdato un movimento che ha sconfitto i partiti storici. In realtà lo scenario politico francese è frammentato, ma esprime un governo forte grazie al doppio turno. Si può ritenere che Macron, la cui base di consenso popolare non è maggioritaria, sia in qualche misura costretto a praticare una difesa ad oltranza degli interessi nazionali (lo vediamo anche nelle vicende che ci riguardano direttamente come quella dei cantieri navali e della TIM) per ottenere consenso. Purtroppo anche lui cerca il consenso del capitale finanziario francese e non dei lavoratori. La differenza rispetto alla Germania risiede nella politica estera: la Germania tende ad essere centrale in Europa, Macron vorrebbe portare la Francia ad avere un ruolo di rilievo internazionale anche e soprattutto verso l’Africa ed il Medio Oriente, come dimostra il suo pronto schierarsi con Trump nella questione siriana e la messa a disposizione della forza aerea. Per completare il quadro europeo, partiti decisamente nazionalisti, quelli che richiamano il concetto della madre patria, sono al governo in diversi stati dell’Europa dell’est (Polonia, Ungheria), ma anche in qualche stato dell’Europa centrale, come l’Austria. Movimenti nazionalisti, non ancora al governo, sono comunque presenti in quasi tutti gli stati europei (Francia, Italia, Spagna, etc.). Il tutto in assenza di una politica innovativa sul piano internazionale. Si rimane legati al concetto di alleanza atlantica, trascurando l’importanza economica dei rapporti con l’Eurasia e la Cina. Di questo si parlerà più diffusamente in seguito, quando si affronteranno le questioni politiche odierne.

c) La Russia

La prima grande questione dell’Eurasia è la Russia. Non si può parlare del ruolo della Russia come uno degli ostacoli al capitale finanziario senza almeno accennare sinteticamente che essa è oggi al centro della tensione mondiale per via della crisi siriana. Inoltre è oggetto di sanzioni economiche da parte dei paesi della Nato, e dunque di quasi tutto l’occidente atlantico, dai tempi della crisi ucraina. Sanzioni ancor più inasprite dopo l’incredibile caso Skripal. Poiché tendiamo ad assegnarci come occidente il ruolo di depositari dei valori buoni e della democrazia, se ne dovrebbe dedurre che la Russia sia tornata a svolgere il ruolo di impero del male, che le aveva assegnato Reagan, ed abbia ripreso l’offensiva verso l’occidente. Le accuse: si è annessa la Crimea; sostiene un dittatore come Assad,; influenza la libera volontà dei cittadini occidentali con l’attività dei suoi hacker informatici; usa sostanze bandite in occidente per regolare i suoi conti. Dunque: se c’è tensione in Europa è colpa della politica espansiva della Russia, che non rispetta l’integrità di uno stato sovrano; se Assad resiste alla volontà degli americani di rimuoverlo e trova altri alleati nella regione, è perché la Russia lo sostiene; se i risultati elettorali o referendari non hanno assecondato e non asseconderanno le attese degli ambienti che esprimono il capitale finanziario, attese diffuse a pieni mani dai media quasi sempre controllati dallo stesso capitale, allora si può incolpare la Russia; se Skripal è stato avvelenato è colpa della Russia perché lei sola produce quella sostanza tossica. Ma le cose stanno davvero così? Vediamo con ordine ed utilizzando solo fonti occidentali di informazione: 1- L’annessione della Crimea. C’è stata, ma si trascura di dire che una sollevazione di piazza fortemente caratterizzata da formazioni paramilitari naziste sostenute dall’occidente aveva rovesciato il governo eletto. Ancora una volta, non si è tenuto conto della storia: non c’è mai stato uno stato ucraino nella sua attuale configurazione; i russi sono presenti in Ucraina sin dal medioevo e rappresentano oltre il 40% della popolazione complessiva; la Crimea, interamente russa, è stata ceduta solo alla metà del secolo scorso, dunque in epoca Unione Sovietica, all’Ucraina per celebrare finalmente la pace. Data questa situazione, il colpo di stato e l’ascesa al governo dei nazionalisti di destra non poteva non accendere la resistenza dei russi. Trasvolare su questi dati di fatto è un grave errore; 2- Assad. È evidente che lo stato siriano, all’interno del quale hanno convissuto pacificamente cristiani e musulmani, non risponde ai criteri della nostra democrazia. Gli Assad, una famiglia appartenente alla corrente religiosa alauita considerata eretica dalla maggioranza sunnita, è arrivata al potere nel 1970 ed ha cambiato in senso laico la costituzione perché, tra le altre cose, permetteva che il capo dello stato non dovesse essere necessariamente musulmano. Inutile dire che questo ha scatenato la rivolta dei musulmani più oltranzisti, i Fratelli Musulmani. che poi andarono al potere anche in Egitto. Dunque un governo laico, probabilmente intriso di corruzione come quasi dappertutto, di orientamento vagamente socialista. Contro questo governo si sono scagliati gli Stati Uniti di Obama all’interno della famosa primavera araba. che tanti danni ha provocato all’Europa ed all’Italia in particolare, diretta dirimpettaia delle coste del Nord Africa. Inutile dire che i maggiori fautori della caduta di Assad sono i paesi sunniti, in particolare l’Arabia Saudita, alleata di ferro degli Stati Uniti e, come rilevato da buona parte della stampa occidentale, generatrice di gran parte del terrorismo musulmano. Essendo la Russia presente direttamente in Siria da oltre mezzo secolo, si voleva cogliere un doppio obiettivo: abbattere Assad e scacciare la Russia da quella zona, che sarebbe stata consegnata alla sfera dell’Arabia Saudita; 3- I risultati elettorali e referendari. Come sappiamo tutti, la prima e più importante accusa è stata quella di aver favorito la vittoria di Trump negli Stati Uniti; e successivamente quella relativa al referendum sulla Brexit e quella sulle elezioni in Italia. Per non parlare delle Fake news. Si deve credere, insomma, che gli stati di Google e Facebook e dei social, dello spionaggio politico ed industriale rivelato da Assange, in possesso delle tecnologie più avanzate e più connesse alle attività militari, hanno permesso ad hacker russi addirittura di attaccare lo stato più tecnologicamente avanzato. E le prove? . Oppure più semplicemente si attacca la democrazia ogni volta che i risultati sono diversi dalle attese degli ambienti finanziari; 4- Il caso Skripal. La Russia avrebbe avvelenato una spia traditrice dodici anni dopo averla consegnata all’occidente in uno scambio di spie? Perché? Per vendetta postuma? Ed anche in questo caso non viene presentata una prova convincente, tanto che si può tranquillamente affermare che nessun tribunale normale aprirebbe un’azione giudiziaria a carico di qualcuno. Bisogna solo fidarsi della parola dei servizi segreti inglesi, gli stessi che documentarono falsamente la presenza massiccia di armi di distruzione di massa nell’Iraq di Saddam e che alcuni genitori di soldati morti in quella guerra hanno citato in tribunale. Nelle righe precedenti sono state volutamente semplificate le questioni in gioco. Si è voluto, come in un gioco degli specchi, far vedere che alla ricostruzione dei fatti e delle prove portate avanti dagli Stati Uniti ed alleati occidentali se ne può contrapporre un’altra, forse più plausibile. Il problema non è la certezza della verità, che, come si sa, non esiste in assoluto nel complesso delle relazioni tra stati e persino tra individui, ma un tentativo di interpretazione politica delle tendenze di fondo. A noi pare che l’occidente a guida americana persegua una politica aggressiva e/o di espansione verso la Russia non più per ragione ideologiche. La Russia, infatti, non è portatrice di un’ideologia alternativa al capitale. Il capitalismo è il sistema economico del paese ed i suoi oligarchi finanziari partecipano all’aristocrazia capitalistica. Si era persino ventilato, ai tempi di Eltsin, che la stessa Russia entrasse nell’alleanza atlantica. Non è neanche capofila di uno schieramento di paesi che propongono modifiche agli attuali ordinamenti del capitale. Putin ha più volte ribadito la sua adesione alle convenzioni del WTO ed al libero mercato globale. Non c’è traccia di accuse alla Russia in questo senso. La spiegazione più ragionevole di questa politica aggressiva risiede altrove: risiede, a nostro parere, nella natura stessa del capitale finanziario. Esso non può accettare di potere raggiungere o di avere raggiunto dei limiti oggettivi al suo sviluppo o di essere un sistema imperfetto come emerso dalla crisi del 2008; al contrario deve proporsi sempre nuovi obiettivi di crescita e quando non può farlo con i saggi di profitto cerca di farlo centralizzandosi. Cosicché per il capitale atlantico è importante acquisire anche il capitale russo (l’“espropriazione del capitalista ad opera del capitalista, e la trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi”) sia in sé sia per il controllo di un paese immenso e ricco di risorse naturali. La Russia più che un ostacolo è un obiettivo di conquista. Il fatto che essa si sia stabilizzata politicamente e che quell’amministrazione goda di un ampio consenso sia degli oligarchi capitalisti russi sia della popolazione è giudicato come un elemento negativo per il capitale atlantico. Da qui al muovere accuse di non democrazia e di non rispetto dei diritti civili il passo è breve. La questione Ucraina, alimentata dalle amministrazioni Bush e, soprattutto, Obama, è stata decisiva per la rinascita dello spirito identitario dei russi e per la stabilizzazione politica del governo a guida Putin. Forse sarebbe bastato a questi strateghi leggere con attenzione “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj per capire che quando il gioco si spinge sino a mettere in forse la sopravvivenza stessa dei russi la reazione diventa popolare e diffusa. Ma forse questo vale per ciascun paese.  

Il modello cinese

Il clamoroso sviluppo economico della Cina, favorito e voluto dall’accordo tra governo cinese e capitale multinazionale a larga prevalenza americano, ha raggiunto dimensioni tali oggi da porre il problema del riequilibrio. La Cina non è più solo la produttrice di articoli tessili a basso costo, di giocattoli, di valvolame, di pannelli di silicio o l’assemblatrice di prodotti tecnologici. Oggi si propone sul mercato globale con una base produttiva importante ed avanzata; ha accumulato surplus commerciali importanti ed ingenti risorse in monete occidentali; possiede all’incirca 1/3 del debito pubblico americano e di diversi paesi africani. È insomma una potenza economica con un PIL sostanzialmente pari a quello statunitense, ma anche con un potere politico stabile soprattutto dopo che che Xi Jinping è stato nominato segretario del partito comunista e per conseguenza capo del governo cinese a vita. Per ironia, ma non tanto, oggi Xi Jinping e Putin hanno assunto il ruolo di propugnatori del liberismo, della concorrenza e del mercato globale. In qualche modo la Cina si propone come nazione guida del capitale internazionale, in sostituzione degli Stati Uniti, ed ha avviato riforme finanziarie in questa direzione: nel novembre scorso ha annunciato che avrebbe allentato le restrizioni imposte alle banche cinesi riguardo alla proprietà estera – con effetto immediato – e che avrebbe alzato nell’arco di tre anni i limiti relativi alla proprietà estera dei fondi mobiliari e delle joint venture; il mese scorso le autorità cinesi hanno poi intrapreso una cruciale riforma legislativa, accorpando la Commissione cinese di regolamentazione bancaria e la Commissione cinese di regolamentazione assicurativa in un unico organo centrale di supervisione. Se i presupposti teorici sono gli stessi, la concezione di paese guida e le modalità operative sono assai differenti: se gli Stati Uniti hanno esportato valore di marca, servizi e cultura attraverso i film di Hollywood, la tecnologia della Silicon Valley, i Big Mac e gli Yankees; la Cina si propone come modello di saggezza, per dirla con l’economista americano Yeung, per la risoluzione dei problemi affrontati dall’umanità”. La Cina ha lanciato il suo progetto di globalizzazione con un''accoppiata quasi poetica e densa di significati: "yi dai yi lu", cioè un nastro che è una strada, ovvero una strada che sarà una cintura e che unirà tre continenti: Asia, Europa e Africa. Ma, che si estenderà, a quanto pare, anche ai paesi dell''America Latina. È la riproposizione della nuova Via della Seta, un’infrastruttura di trasporto di diverse decine di migliaia di chilometri che collegherà la Cina all’Europa, passando per la Russia, dimezzando il tempo impiegato oggi dalle navi. L’insieme del progetto, cui la Cina ha destinato già quasi nove miliardi di dollari, prevede anche infrastrutture portuali, un esempio clamoroso è il Porto del Pireo, ed il coinvolgimento anche dell’Africa. Siamo di fronte a un progetto globale che rivoluzionerà non solo i traffici commerciali, ma gli attuali equilibri planetari. La Cina non richiede e non si propone di cambiare gli assetti politici interni dei paesi interessati e non pone condizioni commerciali attraverso la stipula di accordi quadro come hanno fatto gli Stati Uniti. Si limita ad elargire investimenti per realizzare infrastrutture commerciali non solo alle proprie merci, ma anche a quelle di tutti i paesi coinvolti, ciascuno dei quali ricaverà vantaggi duraturi sia come dotazione infrastrutturale propria sia come riscossione dei diritti di transito. È qualcosa di più per la quantità di risorse da destinarvi del Piano Marshall, attraverso cui il capitale americano contribuì alla ricostruzione dell’Europa Occidentale dopo la guerra; ma anche qualcosa di diverso perché non chiede di far parte di un’alleanza militare e politica. I concetti guida sono “interconnessione” e “cooperazione”. Inutile dire che il finanziamento avverrà in Yuan, che sarà la moneta alternativa al dollaro nei mercati mondiali. È evidente (basta guardare la carta geografica) che il primo paese a risultare avvantaggiato da un tale progetto sarà la Russia, che è vitalmente interessata alla migliore utilizzazione della sue immense risorse naturali e che sarà uno dei luoghi principali attraverso il quale il flusso dei traffici è destinato a passare. La realizzabilità di questo progetto è in buona misura legata alla novità cinese, dove la guida del capitale finanziario è affidata al potere politico e non solo all’aristocrazia “sociale”. È questa la grande novità che potrebbe risultare indigesta al capitale occidentale, che, forse non a caso, sembra tornare sui suoi passi quando impone dei dazi commerciali.

Conclusioni

Si è cercato di svolgere un quadro sintetico della situazione attuale nel processo di centralizzazione del capitale finanziario e di coglierne i limiti endogeni e fattori di freno esogeni. I limiti endogeni La crisi del 2008, di là delle cause prossime che l’hanno attivata, ha fatto cadere l’illusione della crescita infinita dal capitale finanziario e della sua capacità di generare saggi di profitto elevati. Questo dato è importante per il fatto che il processo di centralizzazione del capitale, di cui si è parlato in precedenza, sembrava aver superato, o meglio aggirato, gli avvertimenti che già erano stati individuati con chiarezza dallo studio condotto dal Club di Roma su commissione del MIT “Rapporto sui limiti dello sviluppo”. Lo studio pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows ruota su due scenari di fondo: 1) qualora permanga una stabilità delle tendenze in atto del ’tasso di crescita della popolazione, dell'industrializzazione, dell'inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. L’effetto più probabile sarà un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità industriale; 2) è possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano. Quel famoso rapporto, successivamente aggiornato negli anni ’90 con la rilevazione che quei limiti erano stati già raggiunti, parlava soprattutto del capitale industriale, quello che si genera ed investe sui processi di trasformazione. La sostanziale unificazione del capitale aveva indotto in qualche modo l’illusione che limiti non ce ne fossero perché poteva continuare la crescita prescindendo dai razionali produttivi sottostanti. Il tutto è avvenuto in assenza di un’azione politica “pubblica” di indirizzo dell’evoluzione del capitale e di un riequilibrio complessivo per permettere un ricambio organico con la natura; per non parlare della soddisfazione dei bisogni essenziali della popolazione mondiale. In qualche modo la politica, intesa come mediazione ed indirizzo dell’insieme della comunità e delle sue risorse, è venuta meno al suo ruolo ed ha lasciato campo libero e senza regole al liberismo finanziario. Come detto in precedenza, lo ha fatto forse perché attratta dalla sirena di uno sviluppo indefinito; forse perché la capacità di pressione del capitale era diventata enorme; forse perché gli scientisti a tutto campo assicuravano che la scienza avrebbe in ogni caso trovato i rimedi ai limiti individuati dal rapporto.

I limiti esogeni

A) gli ambiti territoriali

Nei precedenti paragrafi si è cercato di individuare una sorta di resistenza alla centralizzazione del capitale finanziario nell’azione di alcuni stati, che sembrano voler recuperare un ruolo alla politica. In effetti nessuno degli stati da noi presi in considerazione è portatore di una linea di sviluppo diversa e contraria al capitale. Insomma non si è di fronte ad un mutamento dei paradigmi economici in vigore. Certo in alcuni casi, vedi Trump, c’è l’assunzione e l’uso della preoccupazione popolare sul futuro; la proposta del presidente non è la fuoriuscita dal capitale, o il suo ridimensionamento, ma la ricerca di un accordo che contemperi l’esigenza sociale con lo sviluppo del capitale. In qualche modo, anche la Germania si muove su questa linea. Ci sono differenze ed approcci assai diversi tra i due leader politici, tanto che l’uno emana sanzioni doganali e l’altra richiede la libera concorrenza commerciale in nome dell’identico obiettivo: favorire le merci prodotte nel proprio paese ed il relativo capitale. Non tutto il capitale nordamericano condivide le scelte del presidente e persegue un’altra strategia di crescita; ma di questo si è già detto. Eppure queste tensioni o, se si vuole, questa dialettica hanno un elemento in comune: nel mentre si centralizza il capitale, o meglio ancora l’aristocrazia finanziaria, rimane in qualche modo legata alla sua identità territoriale ed influenza la direzione politica delle singole realtà. Per questa via la politica riacquista un ruolo. Bisognerebbe condurre una ricerca molto più approfondita della nostra per capire se il sedimento dell’identità nazionale ha un’influenza elevata su tutto ciò. Oppure se siamo in una fase in cui la centralizzazione non avviene come apporto “volontario” di ciascun componente dell’aristocrazia ma come espropriazione da parte di alcuni verso gli altri, vale a dire il processo previsto da Marx su scala mondiale. Probabilmente c’è anche un apporto del sedimento identitario nazionale, ma sicuramente la teoria marxiana interpreta meglio e ragionevolmente quanto sta accadendo. Di là della contraddizione rappresentata da Trump, che può anche essere più apparente che reale, il capitale nordamericano ha una linea di fondo da oltre mezzo secolo: accordo, anche se con qualche frizione, col capitale dell’altra faccia dell’Atlantico per muovere all’attacco del capitale e delle risorse della Russia. E dall’altra parte la resistenza russa avviene col consenso dei capitalisti russi, che non vogliono essere espropriati. Se la l’interpretazione di questa tendenza è corretta, si può prevedere che l’offensiva riguarderà successivamente anche la Cina. E non già, come si è cercato di dimostrare per ragioni ideologiche o ideali (diritti civili, religiosi, rispetto della natura, etc.), che possono essere e sono agitati per creare i presupposti dell’offensiva, ma semplicemente perché la natura del capitale è questa: deve crescere altrimenti ristagna e si svaluta, non può accettare limiti alla crescita perché perderebbe la sua ragion d’essere; non può distribuirsi ma tendere alla centralizzazione. Se questo è il suo stato naturale, anche il capitalismo cinese, quello che sfida in prospettiva il capitalismo atlantico, è, o meglio sarebbe, dello stesso tipo e condurrebbe la stessa offensiva. Tuttavia in quel paese la politica come l’abbiamo intesa rimane ancora forte e solida. Il confronto, dunque, è tra un modello di sviluppo del capitale governato e limitato dalla politica e un modello nel quale la politica è ancillare al capitale.

B) l’insorgenza di altri fattori

Altri fattori che possono rallentare o deviare il corso del capitale appartengono a quella sfera che Marx individua come sovrastruttura dei rapporti economici, ma che con essi si intrecciano fortemente. Pensiamo in particolare alla religione ed al populismo. La religione avrebbe dovuto allentare la sua forza con lo sviluppo economico e razionale, guidato soprattutto dall’occidente. Sarebbe troppo lungo ed impegnativo ripercorrere l’impatto della religione in tutte le sue forme sulle vicende storiche e sociali dei vari popoli compresa l’economia. E del resto non è compito di questa riflessione. Veniamo, dunque, alla sua attualità, che, soprattutto per noi occidentali, spesso coincide con l’estremismo islamico. Ci sembra che esso sia una deriva dalla razionalità ed anche dal modo di vivere e manifestare il sentimento religioso di coloro tra noi che sono credenti. Quando il sentimento religioso diviene intollerante verso altri credi religiosi o semplicemente verso i laici; quando presume che la sua verità sia l’unica verità perché trasmessa da Dio; quando ritiene che nei suoi testi sacri ci sia la spiegazione di tutto ed i giusti precetti comportamentali, allora la misura è colma e le conseguenze disastrose. Ma qui, ribadiamo, non si vuole svolgere questo tipo di riflessione, ma mettere in evidenza la relazione tra questi assunti religiosi e la struttura economica. Sebbene, per sfortuna, non manchino esempi di fanatismo religioso quasi in ogni parte della terra ed in quasi tutte le religioni, ci interessa soffermarci solo ai casi in cui esso assume caratteri di massa. In quei casi, infatti, la religione diviene l’identità collettiva ideale da opporre all’individualismo ed al relativismo propri dei sistemi capitalistici. Non è un caso che a vivere con maggiore intensità questo sentimento siano soprattutto, anche se non unicamente, milioni di persone rimaste ai margini del benessere e della scala sociale di diversi paesi. Milioni di persone che riacquistano voce e “rispetto” proprio per la pratica esasperata del loro credo religioso. Sappiamo bene che ci sono soggetti o addirittura stati che soffiano sul fuoco per fini non del tutto legati alla religione; sappiamo bene che ad alimentare il fanatismo religioso non sono estranei neanche paesi ed interessi occidentali; sappiamo bene che tra le diverse fazioni dello stesso credo religioso (noi in Europa abbiamo vissuto queste stesse situazioni nei secoli passati) c’è una lotta senza esclusione di colpi per assumerne la direzione; ma tutto questo non risolve la questione di fondo della ricerca di un’identità non esposta alle leggi di mercato. Le azioni e le ribellioni alimentate in nome della religione non comportano automaticamente un cambio di indirizzo economico; tuttavia per il semplice fatto che esse sono sostenute da masse di persone in condizione economiche marginali (si pensi al nostro stupore nello scoprire che quasi tutti gli attentati in Europa erano opera di cittadini europei; e che migliaia si sono recati a combattere in Medio Oriente. Ebbene, tutti più o meno provenivano dalle periferie fisiche ed economiche dei nostri paesi.) pone problemi di redistribuzione e comunque freni al liberismo economico. Ma non è solo sul versante religioso che si manifestano segni di disagio. Intendiamo riferirci ai movimenti cosiddetti “populisti” diffusi in molti paesi occidentali e capaci di incidere in modo significativo nelle competizioni elettorali o referendarie. Il termine populismo è definito nei vocabolari come “atteggiamento o movimento politico tendente a esaltare il ruolo e i valori delle classi popolari”. Francamente non si capisce perché questo significato debba essere inteso in senso negativo o limitativo; a meno che non si ritenga esplicitamente che le classi popolari siano in qualche misura portatrici di valori “inferiori” e che il loro ruolo sia destinato ad essere sempre subalterno. Dunque non è nella radice semantica l’accezione negativa di cui è circondato questo termine. Tanto negativa da essere utilizzata di volta in volta come sinonimo di incompetenza, di sciovinismo, di intolleranza verso i diversi, di attivazione degli istinti più immediati, la famosa pancia invece dell’intelletto, e volgari. C’è del vero in queste accuse e non saremo certo noi a sostenere la purezza del popolo contrapposta alla corruzione dei gruppi dominanti o delle varie caste. Così come riteniamo che molte soluzioni proposte da questi movimenti non siano praticabili e non tengano conto delle molteplici realtà che convivono in qualsiasi spaccato sociale aggregato, dalla città agli stati. Eppure non si può sempre utilizzare l’argomentazione della complessità per tacitare il disagio sociale manifestato da questi movimenti, pena la sua riduzione a leva retorica ripetitiva ed alla fine inutile anche per far luce sulla complessità stessa. Non si può usare la complessità come metafora per un verso e sinecura intellettuale per non fare i conti con la realtà materiale di milioni di persone, alle quali viene somministrata una ricetta fatta di precarietà, incertezza, emarginazione economica e culturale, per l’altro. Una delle ragioni della crisi della sinistra è da ricercare anche in atteggiamenti di questo tipo, condivisi col mainstream mediale e gratificante dei circoli del capitale finanziario, e conseguente abbandono delle periferie economiche, culturali e fisiche della società. Abbandono che è diventato evidente con la crisi delle politiche riformiste praticate dalla sinistra, che tendevano sostanzialmente ad accrescere numericamente il ceto medio ed a ridurre in questo modo le periferie. Lo stesso termine “riforma”, una volta utilizzato per indicare nuove inclusioni sociali e/o materiali, è stato oggetto di una rivoluzione passiva che lo ha svuotato della sua correlazione. Oggi con riforma si indica qualsiasi provvedimento, come, ad esempio, il Job Act o gli interventi sul sistema pensionistico, anche se essi comportano la riduzione dell’inclusione. Molti individuano nella caduta del muro di Berlino, con le sue implicazioni materiali e culturali, il discrimine tra un prima (riformismo progressista e welfare) ed un dopo (riformismo negativo). C’è sicuramente una correlazione di tempo; non altrettanto certa ci sembra la correlazione sostanziale. Tuttavia è certo che la sinistra politica ha smarrito in quel tempo la sua bussola riformista ed ha inteso la pratica di governo come razionalizzazione dell’esistente economico e non come indirizzo politico autonomo anche se dialogante con il capitale. La conseguenza è stata l’impoverimento e la riduzione quantitativa del ceto medio e la crescita delle periferie. Il rovesciamento, dunque, della tendenza riformista precedente. La sinistra politica riformista, in qualche misura prigioniera del concetto di complessità, non ha saputo o potuto trovare chiavi di lettura e strumenti di azione per contrastare l’azione fisiologica del capitale ed ha rinunciato al suo ruolo storico di interprete dei bisogni popolari, a partire dai lavoratori, e di guida politica perché essi fossero almeno in parte soddisfatti. Anche per questo la sinistra non è più nelle periferie, che, nel frattempo, sono molto aumentate, e non riesce a dare al malcontento implicito una rappresentanza, passata appunto ai movimenti e partiti cosiddetti populisti. Del resto basta vedere i dati elettorali per avere plasticamente questo riscontro: la sinistra tiene o addirittura incrementa il suo consenso nei centri cittadini e quasi scompare nelle periferie. Anche questi movimenti populisti, tuttavia, non sembrano in grado di affrontare radicalmente la causa della formazione delle periferie, vale a dire l’assetto economico, preferendo rifugiarsi nelle contumelie sulla corruzione o nelle promesse di interventi di “sollievo”. Anch’essi non sembrano alternativi al capitale ed in grado di instaurare una nuova dialettica positiva con esso. Il quadro d’assieme sembra desolante: il capitale finanziario produce disastri sociali e materiali, ma coloro che ne vivono i disagi non riescono a produrre un’alternativa plausibile. Ed allora è necessario tornare al concetto di complessità, ma questa volta per rappresentarla compiutamente e per trovare le chiavi di un nuovo riformismo radicale.

Considerazioni sui dati economici

Altre “interpretazioni” dei dati economici

Sinora si è affrontato il racconto “ufficiale” dell’economia, cercando di metterne in evidenza sia gli aspetti di drammatizzazione sia le molte riserve sugli indicatori utilizzati per misurarla. In ogni caso, però, gli indicatori, a cominciare dal più usato, il PIL, se analizzati con più attenzione raccontano anche altre storie. Si può iniziare con una prima considerazione sui valori costitutivi del PIL e sulla moneta con cui lo si misura.

Valori costitutivi del PIL

IL PIL, come abbiamo visto, è un indicatore sviluppato nel maggiore paese economico del mondo, gli Stati Uniti, per soddisfare l’esigenza dell’amministrazione Roosvelt di misurarare oggettivamente l’impatto delle sue riforme sull’economia. Si sono già presentati i limiti o almeno i dubbi scientifici di questa tipologia di misurazione, ma non si è ancora messo in evidenza che essa in qualche modo rappresenta anche l’universo valoriale di quel paese. Universo che assegna alla ricchezza monetaria la misurazione del successo/insuccesso e trascura di assumere come riferimento altre tipologie di valori. Sebbene i dubbi in merito alla capacità del PIL di misurare il benessere sociale serpeggiassero persino nella commissione che l’ha ideato, tuttavia è prevalsa e si è rafforzata nel tempo la convinzione che solo la ricchezza monetaria dovesse costituire il parametro di riferimento. Dunque la crescita della ricchezza misurata col denaro è diventato l’obiettivo di fondo, senza porsi il problema di cosa produrrà quella crescita (cosa può essere tanto soggetto quanto complemento oggetto del periodo perché per la crescita è indiffferente tanto cosa la determina quanto cosa modifica in termini sociali), ma la crescita in sé. La finalità dell’azione degli uomini, così come quella degli stati è di accrescere il più possibile la ricchezza per assicurare benessere alla propria famiglia o ai propri cittadini. In verità mentre è possibile, anche se non certo, che tutti i membri di una famiglia godano della maggiore ricchezza conseguita, altrettanto non può dirsi dei cittadini di uno stato in assenza di criteri e modalità certi di redistribuzione. L’universo valoriale del paese più importante al mondo sotto l’aspetto militare ed economico si è imposto, come è logico che fosse, a livello internazionale e la sua emanazione normativa, il PIL, per misurare la ricchezza è divenuto l’indicatore universale di riferimento. Il PIL è diventato dunque lo strumento di riferimento comunemente utilizzato dalla comunità economica e dalle organizzazioni finanziarie internazionali. È superfluo ricordare ancora una volta che le raccomandazioni e le condizioni da loro poste per concedere finanziamenti o prestiti agli stati sono giustificate con l’andamento storico e previsionale del PIL. Dal PIL deriva anche il concetto di rating, vale a dire un indicatore di affidabilità di qualsiasi soggetto economico coinvolto in una transazione di denaro, sia che si tratti di stati sia che si tratti di aziende o di clienti privati delle banche. Peccato che il rating viene espresso da agenzie controllate da capitale privato e non da organismi pubblici e/o comunque neutri, cioè non portatori di interessi specifici. È tanto evidente da non meritare ulteriori spiegazioni che l’assegnazione di un valore di rating determina condizioni esiziali di favore o di sfavore per i soggetti interessati. Se il rating è alto, triple a, e l’outlook previsionale è positivo si avrà/dovrebbe avere un accesso facile al credito a condizioni molto favorevoli in termini di oneri finanziari, vedi tasso d’interesse; naturalmente accade/accadrebbe l’incontrario in caso di rating bassi e/o di outlook negativi. Che l’assegnazione di un valore di rating non sia così “neutra” come dovrebbe essere lo confermano numerosi casi di errori giganteschi a cominciare da quello della Lhemann Brothers, alla quale veniva assegnata la triple a un giorno prima del suo fallimento. Il meccanismo che porta alla valutazione del rating è stato spiegato in maniera esemplare nel film “La grande scommessa”. Le agenzie di rating, poiché vendono i loro prodotti soprattutto alle banche e ad altri soggetti economici, nel redigerli tengono conto degli interessi della loro platea di clienti. Nel caso trattato dal film, avendo le banche investito in subprime e sottoscritto i relativi contratti di assicurazione, era necessario assegnare a questi titoli cartolarizzati rating positivi, con gli effeti che abbiamo visto. Però l’evidenza degli errori non ha comportato un rifacimento delle modalità di rilevazione o una regolarizzazione normativa delle agenzie e dei prodotti finanziari speculativi. Anzi le stesse agenzie continuano ad emettere i loro verdetti ed il concetto di rating è divenuto così pervasivo da essere esteso persino ai privati. Il che vuol dire assumere come concetto base per la relazione con i loro clienti da parte delle banche l’”homo oeconomicus” teorizzato da J.S.Mill: “individuo astratto del cui agire nella complessa realtà sociale si colgono solo le motivazioni economiche, legate alla massimizzazione della ricchezza”. Secondo la Treccani “nella teoria economica attuale, il concetto di h. o. si identifica semplicemente con il principio di razionalità dell’agente economico, nel senso che il suo comportamento, volto a raggiungere dati obiettivi sotto determinati vincoli, rispetta criteri di coerenza interna a partire da certi assiomi. Questa ipotesi è posta a fondamento della teoria microeconomica delle decisioni individuali, in un modello del tutto astratto. In esso, l’operatore sceglie tra un insieme di alternative possibili in base ai propri gusti, sintetizzati da una relazione di preferenza, la quale costituisce la caratteristica primitiva degli individui e rispetta gli assiomi di razionalità. In particolare, una relazione di preferenza si dice completa se essa è ben definita per ogni possibile coppia di alternative; è, inoltre, transitiva, se non può accadere, per es., che l’individuo preferisca una mela a una banana e una banana a un’arancia, ma anche un’arancia a una mela. Queste ipotesi, per quanto intuitive, sono piuttosto forti e possono non essere verificate in casi pratici. Un esempio in questo senso è dato dall’effetto di framing proposto da D. Kahneman e A. Tversky, secondo cui le scelte degli agenti possono cambiare al variare del modo di formulare un problema. È possibile, tuttavia, fare a meno degli assiomi sulle preferenze individuali, definendo direttamente il comportamento di scelta degli agenti come la caratteristica primitiva individuale. L’ipotesi base di questo approccio è data dal cosiddetto assioma debole delle preferenze rivelate, che impone una proprietà di coerenza al comportamento decisionale che ricalca i precedenti assiomi di razionalità, ma lascia anche spazio, in linea di principio, a forme più generali del comportamento individuale e, soprattutto, evidenzia che una teoria delle scelte degli agenti può essere fondata su basi unicamente comportamentali, e non necessariamente su un processo di introspezione”. Dunque sia che si tratti di stati sia che si tratti di privati, con in mezzo tutte le articolazioni possibili, l’approccio da parte dei soggetti finanziari (banche d’affari, organismi internazionali, sportelli retail, etc.) dovrebbe essere improntato a quei principi riassumibili con la capacità di onorare il debito e la prevedibilità dei comportamenti. Naturalmente è legittimo che questi soggetti finanziari utilizzino un approccio metodico per orientare la loro azione, ma se derogano volontariamente da esso allora lo fanno per una loro scelta di convenienza, sia che essa attenga alla sfera politica sia che essa attenga alla sfera speculativa. Naturalmente fanno eccezione tanto la comparsa di fattori che sconvolgono improvvisamente il quadro informativo quanto la devianza comportamentale dell’homo oeconomicus o la semplice truffa. Ma non è di queste eccezioni che qui si vuole parlare. Si vuole parlare invece delle deroghe volontarie e delle responsabilità che esse comportano; e lo si fa con esempi concreti. La concessione di prestiti così elevati ad un piccolo paese come la Grecia è stata una mossa improvvida, se si tiene conto della capacità economica di quel paese. Quei prestiti, funzionali all’acquisto di beni militari e no, sono stati erogati soprattutto da banche dei paesi fornitori di quei beni. In sostanza esse hanno finanziato le vendite delle imprese del loro paese alla Grecia ed allorchè hanno dubitato di riscuotere i prestiti erogati li hanno resi per così dire pubblici. E così sono intervenuti la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la stessa Comunità europea, insomma la famosa triade, per commissariare di fatto il paese, ignorando le proteste sociali e rendendo l’esercizio della democrazia superfluo. I mutui immobiliari, che hanno portato alla crisi dei subprime, sono stati erogati anche a soggetti poco solvibili attribuendo alti valori, non di mercato, agli immobili. Anzi molto spesso l’erogazione è stata sollecitata dalle banche ai propri clienti. Una pratica così rischiosa, rischi accresciuti dal fatto che il valore di quei mutui è stato fatto lievitare artificialmente attraverso il meccanismo della cartolirizzazione, ha avuto effetti disastrosi sull’economia non solo americana ma mondiale, ed ha portato alla crisi del 2008. Per venire a fatti di casa nostra, basti ricordare il caso delle obbligazioni subordinate. È accaduto che le banche hanno convinto molti piccoli risparmiatori a sottoscrivere titoli a forte rischio, essendo l’obbligazione subordinata un prodotto speculativo non garantito dallo stato in caso di fallimento dell’ente erogante. Allorchè si sottoscrive un prestito o un investimento presso una banca si è costretti a firmare documenti così complessi che quasi nessuno legge con attenzione ed anche quando li si legge non sono di facile comprensione. Quei documenti servono per definire il profilo del sottoscrittore, che, come abbiamo ricordato, è quello dell’homo oeconomicus, dunque di un soggetto consapevole del funzionamento e delle finalità del prodotto acquisito. In questo modo la banca scarica sul sottoscrittore la responsabilità della sottoscrizione. In tutti questi casi il soggetto erogante o promotore ha agito in maniera incoerente o addirittura truffaldina verso i “clienti”, rispetto al concetto tanto sbandierato di rating. In sostanza ha concesso, o proposto, l’adesione a finanziamenti o investimenti a stati o persone di cui era chiara l’incapacità di onorarli o di coglierne la portata. Delle due l’una: o i criteri per la definizione dell’homo oeconomicus sono insufficienti ed allora bisognerebbe cambiarli; oppure i concedenti seguono proprie strategie che poco hanno a che vedere con le condizioni dei riceventi, ed in questo caso la loro responsabilità è addirittura maggiore. La pratica concreta degli enti eroganti, sia che si tratti di banche sia che si tratti di istituzioni internazionali è stata dunque diversa rispetto a quella dettata dai criteri che loro stessi hanno tracciato per identificare le caratteristiche dei contraenti. Il risultato è che si è dovuti ricorrere all’intervento degli stati, quegli stati che il pensiero liberista mal sopporta, per evitare una serie impressionanti di fallimenti ed una crisi catastrofica. Interventi che sono costati svariati punti di PIL agli stati coinvolti ed un monte risparmi considerevole ai privati. Il discorso rischia di scivolare su temi complessi, come il ruolo delle banche o delle istituzioni finanziarie internazionali, che andrebbero affrontati in profondità, ma che sono altri rispetto alle finalità di questo scritto. Si vuole, però, sottolineare con forza che la responsabilità di chi concede prestiti o propone finanziamenti è senza dubbio maggiore, almeno in questi casi, di quella che hanno i soggetti che non riescono ad onorarli. Tuttavia nei discorsi correnti e ricorrenti è su questi ultimi che viene fatta pesare la responsabilità, spesso sconfinando in valutazioni estranee all’economia ed attinenti ai comportamenti, quali “hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità”, “hanno chiesto prestiti che sapevano di non poter restituire”, “dovevano leggere e capire bene i documenti sottoscritti”, e così via.

La moneta

La seconda considerazione riguarda il ruolo della moneta.

È ovvio che la misurazione del PIL negli Stati Uniti venisse computato in $. Ma perché vengono convertiti in $ anche i PIL degli altri paesi? La risposta ovvia è che usando una sola moneta di riferimento la misurazione risulta omogenea e raffrontabile. Vero, peccato che il tasso di cambio delle monete è soggetto non solo allo stato reale dell’economia dei paesi coinvolti ma anche alle speculazioni finanziarie, particolarmente pesanti per quei paesi che hanno monete più volatili. Ne sappiamo qualcosa direttamente noi italiani, allorchè la speculazione finanziaria guidata da Soros si abbattè sulla lira e determinò la perdita di svariati miliardi di lire da parte della Banca d’Italia per tentare di difenderne il valore di cambio. Nel nostro caso si è trattato di un attacco alla moneta di uno dei paesi componenti il G7, dunque importante, figuriamoci in altri casi. Misurare in $ il PIL di paesi diversi permette si di avere una base omogenea, ma determina un evidente svantaggio per la gran parte dei paesi in cui il $ non è moneta corrente per la vita quotidiana dei cittadini. Vediamo di esplicare il concetto con un esempio pratico: se un cittadino statunitense con 10 $ riesce a comprare un chilo di pesce, un cittadino dell’Ecuador o della Bolivia o del Camerun riesce a comprare lo stesso bene in moneta locale ad un valore decisamente minore qualora si confrontassero le due monete al tasso di cambio ufficiale. In questo caso al cittadino statunitense occorre più denaro per acquistare lo stesso prodotto. Occorerebbe dunque immettere dei correttivi efficaci per misurare il potere di acquisto reale ed è quello che si propone il PPA, ritenuto da molti studiosi un indicatore più attendibile del PIL. Se il potere di acquisto reale riesce in qualche modo a dare una rappresentazione più aderente alla realtà economica dei paesi, tuttavia non viene considerato l’indicatore principale sul quale costruire la misurazione della ricchezza dei singoli paesi: in sostanza il PIL rimane basilare nella determinazione del posizionamento degli stati. Lo svantaggio evidente per quasi tutti i paesi è che rilevandolo in $, il loro PIL pesa meno rispetto a quello degli Stati Uniti, attribuendo cos’ a questo paese un vantaggio nella quantificazione della ricchezza mondiale prodotta. Lo stesso, in qualche misura, vale per gli stati europei che utilizzano l’euro perché il suo valore si avvicina molto a quello del £ e dunque la rilevazione della ricchezza prodotta è simile a quella degli Stati Uniti. Sommando la ricchezza prodotta nei paesi atlantici, non a caso alleati anche nella Nato, si ha che essi detengono una quota assai importante, circa il 40%, della ricchezza mondiale. Per conseguenza le organizzazioni mondiali finanziarie stabili (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Ocse, etc.) sono tutte dirette da persone indicate da questi stati. Ed anche gli incontri tra capi di stato del G7, G8 sono dominati dai paesi occidentali. Di fatto, dunque, le scelte strategiche e la capacità di indirizzo di questi organismi sono state dettate sinora dal cosiddetto capitale atlantico, grazie anche alle modalità di rilevazione della ricchezza prodotta.

I dati economici del PIL e del PIL PPA e conseguenze Tuttavia questa situazione, che è rimasta stabile dalla fine della seconda guerra mondiale, potrebbe modificarsi a breve. Nelle seguenti tabelle sono utilizzati come base dati le rielaborazioni da parte di Statics Times delle rilevazioni e previsioni del Fondo Monetario Internazionale. Le precedenti rielaborazioni hanno registrato uno scostamento massimo ±3%, per cui le si può ritenere attendibili. Ovviamente la sostanziale correttezza delle rielaborazioni per il passato non comporta necessariamente che lo siano per il futuro. Come detto le rielaborazioni sono svolte sugli indicatori rilevati dal Fondo Monetario Internazionale, ma questi potrebbero cambiare in ragione, ad esempio, dello scontro commerciale in atto e delle sue possibili ricadute sui volumi degli scambi e sui PIl dei paesi coinvolti. Di là di queste riserve, vediamo ora i dati tendenziali rispetto al PIL atteso nel 2018 e nel 2022. Si prenderanno in considerazione i primi trenta paesi sui 192 rilevati, che nell’insime concentrano l’86% della ricchezza mondiale nel 20018 e l’84,6% nel 2022. La quota rimanente è quasi tutta appannaggio dei paesi definiti emergenti, con l’eccezione di qualche stato particolare come il principato di Monte Carlo o San Marino per restare in Europa. Nelle prime trenta economie sono presenti, ovviamente, tutti i paesi sviluppati ed una parte consistente di quelli emergenti.

PIL nei primi trenta paesi: 2018 e 2022

2018 2022 Varia. % Paesi 'ooo billion $ % 'ooo billion $ % 2022/2018 USA 20.200 23,9 23.505 22,4 16,4 Cina 13.119 15,5 18.383 17,5 40,1 Giappone 5.063 6,0 5.482 5,2 8,3 Germania 3.935 4,7 4.452 4,2 13,1 India 2.654 3,1 3.924 3,7 47,9 Francia 2.776 3,3 3.162 3,0 13,9 Regno Unito 2.661 3,2 2.961 2,8 11,3 Brasile 2.200 2,6 2.629 2,5 19,5 Italia 2.048 2,4 2.244 2,1 9,6 Canada 1.763 2,1 2.052 2,0 16,4 Corea del sud 1.597 1,9 1.878 1,8 17,6 Russia 1.523 1,8 1.805 1,7 18,5 Australia 1.482 1,8 1.786 1,7 20,5 Spagna 1.420 1,7 1.628 1,6 14,6 Indonesia 1.092 1,3 1.580 1,5 44,7 Messico 1.250 1,5 1.551 1,5 24,1 Turchia 906 1,1 1.132 1,1 24,9 Olanda 891 1,1 1.003 1,0 12,6 Argentina 639 0,8 870 0,8 36,2 Arabia Saudita 708 0,8 814 0,8 15,0 Svezia 595 0,7 710 0,7 19,3 Polonia 461 0,5 698 0,7 51,4 Taiwan 588 0,7 662 0,6 12,6 Nigeria 461 0,5 633 0,6 37,3 Belgio 529 0,6 605 0,6 14,4 Tailandia 467 0,6 586 0,6 25,5 Filippine 358 0,4 543 0,5 51,7 Iran 398 0,5 521 0,5 30,9 Malesia 341 0,4 500 0,5 46,6 Emirati Arabi 401 0,5 494 0,5 23,2

Altri 11.854 14,0 16.193 15,4 36,6

Totale 84.380 100,0 104.986 100,0 24,4

Fonte: elaborazione su dati Statics Times

Pochi commenti ai dati:

a- Gli Stati Uniti sono il maggiore paese per PIL con quasi il 24% di quota nel 2018. Le previsioni per il 2022 confermano la sua leadership, ma ci dovrebbe essere una riduzione di quota. b- La Cina, secondo paese per PIL con una quota del 15,5% nel 2018, dovrebbe ridurre sensibilmente il distacco dagli Usa nel 2022 grazie ad una crescita del 40,1% in valore assoluto, che gli farà guadagnare due punti in più di quota. c- Tra i primi dieci paesi, hanno maggiore prospettive di crescita quelli che fanno parte del blocco dei paesi emergenti. Non solo la Cina, di cui si è detto, ma anche l’India, che incrementerà nel 2022 del 47,9% il PIL prodotto e la quota, dal 3,1% al 3,7%. Il Brasile conserverà sostanzialmente la sua quota con una crescita in linea con quella generale. d- Tutti i paesi avanzati seguiranno la parabola degli Stati Uniti, registrando una crescita in valore assoluto del PIl non sufficiente a garantire loro la stessa quota conseguita nel 2018: il Giappone la vede scemare dal 6% al 5,2%; la Germania dal 4,7% al 4,2%; la Francia dal 3,3% al 3,0%; il Regno Unito dal 3,2% al 2,8%; l’Italia dal 2,4% al 2,1%; il Canada dal 2,1% al 2,0%. e- Il gruppo dei paesi compresi tra l’undicesima e la ventesima posizione oscilla tra una riduzione di quota dello 0,1 ed il mantenimento. Fa eccezione l’indonesia, altro paese emergente, che passerà dall’1,3% all’1,5%. f- La quota degli altri 162 paesi crescerà in misura significativa passando dal 14% al 15,4%. Se ne desume, tenendo conto della loro composizione, che la maggior parte debba essere ascritta ai cosiddetti paesi emergenti. Seguendo la ripartizione “ufficiale” del Fondo Monetario Internazionale, proviamo ora a verificare il rapporto tra i paesi avanzati ed i paesi emergenti. Lo facciamo attraverso due grafici molto semplici perchè si sono solo sommati i valori del PIL dei paesi avanzati e quelli del PIL dei paesi in via di sviluppo.

PIL dei paesi avanzati e PIL dei paesi emergenti, 2018 e 2022

Fonte: rielaborazione su dati Statics Times

Nel 2022 la somma dei PIL dei paesi emergenti o altri supererà per la prima volta, seppur di poco, quella dei PIL dei paesi avanzati. Il sorpasso, seppure assai modesto, ha una valenza simbolica di grande portata. È chiaro che si tratta di una semplificazione perché non esiste uno schieramento dei paesi emergenti organizzato e coerente che si contrappone organicamente ad uno schieramento avverso, così come il fronte dei paesi avanzati non è più così unitario come prima. A conferma di ciò basti ricordare gli scontri in atto sul commercio internazionale. Ed ha anche una valenza pratica: tutti gli organismi finanziari internazionali sono stati e sono diretti da responsabili indicati solo dai paesi avanzati, Stati Uniti ed Europa soprattutto. Sarà così anche nel futuro oppure i cosiddetti paesi emergenti porranno la questione della guida e della composizione del board di questi organismi? Ed i paesi occidentali come reagiranno? Ed ancora, i paesi avanzati dell’area asiatica (Giappone e Corea per primi) continueranno ad appoggiare la leadership degli Stati Uniti oppure individueranno nella Cina e nel summit dei paesi aderenti alla Shangai Cooperation Organisation un nuovo punto di riferimento? Sono interrogativi ai quali non è facile dare risposte, ma è già certo che la sunnominata Shangai Cooperation Organisation è un organismo importante in considerazione dei paesi aderenti. Utilizzando l’altro indicatore economico sinora citato, il PPA, del quale si è già presentata la natura e le motivazioni, il quadro d’assieme muta in maniera significativa. La seguente tabella, compilata con le stesse modalità ed utilizzando le medesime fonti, la esprime in maniera chiara. PIL PPA nei primi trenta paesi: 2018 e 2022

2018 2022 Paesi 'ooo billion $ % 'ooo billion $ % 2022/2018 Cina 25.103 18,8 34.465 20,5 37,3 USA 20.200 15,1 23.505 14,0 16,4 India 10.340 7,7 15.362 9,1 48,6 Giappone 5.546 4,1 6.163 3,7 11,1 Germania 4.308 3,2 4.932 2,9 14,5 Russia 4.143 3,1 4.771 2,8 15,2 Indonesia 3.481 2,6 4.679 2,8 34,4 Brasile 3.331 2,5 3.915 2,3 17,5 Regno Unito 2.980 2,2 3.456 2,1 16,0 Francia 2.937 2,2 3.427 2,0 16,7 Messico 2.450 1,8 3.003 1,8 22,6 Turchia 2.250 1,7 2.806 1,7 24,7 Italia 2.378 1,8 2.677 1,6 12,6 Corea del sud 2.127 1,6 2.591 1,5 21,8 Iran 1.725 1,3 2.193 1,3 27,1 Arabia Saudita 1.845 1,4 2.155 1,3 16,8 Spagna 1.848 1,4 2.154 1,3 16,6 Canada 1.836 1,4 2.133 1,3 16,2 Egitto 1.277 1,0 1.732 1,0 35,6 Tailandia 1.296 1,0 1.591 0,9 22,8 Australia 1.296 1,0 1.570 0,9 21,1 Pakistan 1.137 0,8 1.550 0,9 36,3 Taiwan 1.220 0,9 1.445 0,9 18,4 Polonia 1.170 0,9 1.416 0,8 21,0 Nigeria 1.161 0,9 1.349 0,8 16,2 Filippine 951 0,7 1.343 0,8 41,2 Malesia 989 0,7 1.298 0,8 31,2 Argentina 952 0,7 1.165 0,7 22,4 Olanda 957 0,7 1.116 0,7 16,6 Bangladesh 749 0,6 1.065 0,6 42,2

Altri 21.827 16,3 27038 16,1 23,9

Totale 133.810 100,0 168.065 100,0 25,6

Fonte: elaborazione su dati Statics Times

Anche in questo caso ci si limita a poche considerazioni di base: a- Il valore totale del PIL PPA è decisamente più elevato di quello del solo PIL per via delle modalità di rilevazione: il PIL PPA misura il potere di acquisto reale a parità di condizione, correggendo le distorsione dei tassi di cambio tra le varie monete locali ed il $. Questa problematica, il corso ed il valore delle monete, andrebbe affrontata in uno studio a parte. b- Quasi tutto l’incremento del valore del PIl PPA è appannaggio dei cosiddetti paesi emergenti perché hanno tutti monete locali più deboli del $ per cui il valore nominale del loro PIL in $ è basso mentre il valore reale della capacità di acquisto è più alto. Nei seguenti casi portati ad esempio, si indicheranno il valore in trillion $ del PIL conseguito nel 2018 e nel 2022 ed il corrispettivo valore, sempre in trillion $, del PIL PPA: India, PIL 2.654 nel 2018 e 3.924 nel 2022, PIL PPA 10.340 e 15.362; Russia, PIL 1.523 e 1.825 e PIL PPA 4.143 e 4.771, Indonesia, PIL 1.092 e 1.580 e PIL PPA 3.481 e 4.679; Brasile, PIL 2.200 e 2.629, PIL PPA 3.331 e 3.915; Turchia, PIL 906 e 1.132, PIL PPA 2.250 e 2806; Nigeria, PIL 461 e 633, PIL PPA 1.161 e 1.349. c- I paesi avanzati registrano oscillazioni più contenute perché la loro moneta ha valori di cambio molti vicini al $. Per gli stati Uniti i due indicatori, naturalmente, coincidono. Per altri compaiono variazioni modeste. Qualche caso costruito con le stesse modalità: Giappone, PIL 5.063 nel 2018 e 5.482 nel 2022, PIL PPA 5.546 e 6.163; Germania, PIL 3.935 e 4.442, PIL PPA 4.308 e 4.932; Regno Unito, PIL 2.661 e 2.961, PIL PPA 2.980 e 3.456; Italia, PIL 25.048 e 2.224, PIL PPA 2.378 e 2.677. d- In prima posizione in entrambi gli anni considerati si trova la Cina. Nel 2022 il differenziale di quota sull’immediato inseguitore, gli Stati Uniti, crescerà a seguito dell’andamento delle due rispettive economie. e- Tra i primi dieci paesi figurano ben 5 tra quelli che non appartengono al club dei paesi avanzati: oltre alla Cina, l’India, la Russia, l’Indonesia ed il Brasile. f- In questa rilevazione il posizionamento dei paesi emergenti è complessivamente migliore rispetto a quella relativa al solo PIL. g- Tra i primi trenta nella graduatoria del PIL PPA compaiono paesi come Egitto, Pakistan e Bangladesh, assenti in quella del PIL, che prendono il posto della Svezia, dell’Olanda e del Belgio.   PIL PPA dei paesi avanzati e PIL dei paesi emergenti, 2018 e 2022 Fonte: elaborazione su dati Statics Times Fonte: elaborazione su dati Statics Times Se si prendono in considerazione i valori del PIL PPA di tutti i paesi emergenti e di tutti i paesi avanzati nei due anni ci si trova davanti ad un cambiamento radicale: se i valori del PIL dei due aggregati tende a ripartirsi quasi equamente tra i due blocchi di paesi indicati, quelli del PIL PPA assegnano ai paesi emergenti all’incirca il 60% del valore totale. Le domande che si erano già materializzate leggendo i dati del PIL assumono maggiore forza a fronte dei dati del PIL PPA. La gestione degli organismi finanziari internazionali non è decisiva solo per le scelte immediate e di medio periodo, ma anche e soprattutto per il sistema valoriale economico di riferimento ed i conseguenti indirizzi economici. Per valori di riferimento intendiamo non solo quelli concernenti il PIl, dei quali si è detto in precedenza, ma anche quelli relativi all’importanza attribuita al debito pubblico, al rating, alla gestione delle controversie internazionali, all’analisi dei bisogni sociali. Il debito pubblico è sempre concepito come un male perché in qualche modo equiparato ad uno stile di vita “leggero”, condotto al di sopra dei propri mezzi. Naturalmente ciò vale per molti paesi, ma non, ad esempio, per gli Stati Uniti ed il Giappone. Ed, ovviamente, nessuno si sogna di attribuire un premio alla Nigeria per il fatto che il suo debito pubblico è appena il 18% del PIL. Gli economisti da talk show spiegano con sussiego la necessità di equiparare l’economia di uno stato a quella di una famiglia. Il buon padre di famiglia, altra figura retorica, deve gestire con prudenza l’economia familiare, mantenere l’equilibrio, evitare l’indebitamento, etc. Se così non agisse, non troverebbe più nessuno disposto a imprestargli del denaro. In questa narrazione si evita di prendere in considerazione la domanda basica per analizzare il debito, anche quello familiare. Se, ad esempio, esso serve a comprare una casa, che, parafrasando questo approccio economico da talk show, equivale alle infrastrutture di uno stato, è giusto o no indebitarsi? E se esso serve a curare la malattia di un componente della famiglia o a permettergli gli studi, è giusto o no indebitarsi? Ed ancora, se la famiglia vuole intraprendere un’attività produttiva aggiungendo altre risorse, tecnicamente di terzi, alle sue, è giusto o no indebitarsi? Sarebbe difficile rispondere che non è giusto. Si potrebbe obiettare che comunque l’entità del debito dovrebbe essere commisurata alla capacità reale di onorarlo, ma, appunto, la sua entità dovrebbe essere il frutto di una trattativa non pregiudizievole tra le parti. In ogni caso è difficile che l’erogatore chieda al richiedente di ridurre le spese mediche o alimentari o per gli studi perché, giustamente, queste sono scelte di chi riceve il finanziamento. Nel caso, invece, dell’erogazione o concessione di un finanziamento da parte di un organismo finanziario internazionale proprio questo viene richiesto agli stati: ridurre le spese sociali (salute, studi, etc.), evitare di realizzare infrastrutture e destinare le risorse certe, che poi sarebbero gli introiti fiscali, a pagare i debiti. E siccome le risorse proprio certe non sono per ovvi motivi, ecco che l’attenzione si sposta unicamente o quasi sulle spese sociali. Difficilmente al debito pubblico si attribuisce la funzione positiva di trainare l’economia, sebbene esistano numerosi studi che confermano ciò e distinguono con puntualità i ruoli e gli ambiti complementari degli investimenti pubblici e privati. E che anzi gli investimenti pubblici stimolano quelli privati. Si è diffusa, invece, l’idea che gli stati dovessero ridurre gli ambiti di intervento persino nelle infrastrutture perché se necessarie e redditizie esse sarebbero state realizzate da investitori privati. In verità si fa fatica a trovare esempi concreti che confermino questa tesi; esempi contrari, invece, se ne trovano diffusamente. I privati si candidano a gestire le infrastrutture realizzate con denaro pubblico, vedi le autostrade a pedaggio, o ad utilizzarle pagando dei canoni di affitto, vedi le reti ferroviarie e telefoniche, ma non realizzano le infrastrutture; o quando lo fanno, come nel caso Brebemi, richiedono poi l’intervento pubblico. Nonostante ciò, il debito pubblico continua ad essere considerato un male perché, come si diceva all’inizio di questo paragrafo, permette uno stile di vita “leggero” , vale a dire una corruzione diffusa tra le classi dirigenti, soprattutto quelle politiche, in quanto la disponibilità di risorse aumenta la loro propensione alla corruzzione. L’uso e l’abuso delle inchieste sulla corruzione non hanno risolto il problema della corruzione ma sono stati utili, forse, per altre finalità, qui in Italia e nel mondo: rimuovere le classi politiche dirigenti ed addirittura gli stessi partiti storici di massa perché, consapevolmente o meno, essi erano un ostacolo alla libera espansione del capitale, non fosse altro che per la loro origine. È necessario chiarire con forza che chi scrive non ha alcuna simpatia per la corruzione ed i corrotti e ritiene che si debba combatterli aspramente. Ma la corruzione è un’azione che normalmente infrange la legge ed è su questo piano che va combattuta. Semmai vanno rafforzate le disposizioni in proposito e sostenuta l’azione delle forza dell’ordine e della magistratura. Suscitare l’indignazione è sempre una scelta regressiva, la cui unica posta in campo è la crisi della politica. È sintomatico che l’attacco alla casta politica quasi sempre sia stato portato da altre caste di potere. Da noi, ad esempio, il promotore dell’attacco è stato l’illuminato, insospettabile e moderato Corriere della Sera, house organ filogovernativo dell’alta borghesia italiana, attraverso le inchieste, gli articoli ed i libri di Stella e di Rizzo. Naturalmente al Corriere si sono aggiunti molti altri media, cartacei ed elettronici, tanto che la platea di censori si è fatta molto ampia. E, restando in Italia, non è la prima volta che accade: lo stesso Corriere della Sera negli anni venti del ‘900 aveva svolto duri attacchi, usando sempre la leva della corruzione, verso il governo Giolitti ed i partiti che lo sostenevano. La crisi che sopraggiunse portò all’ascesa del fascismo. Oggi ha portato all’affermazione di movimenti come i Cinque Stelle e di partiti come la Lega, che sinora si sono mantenuti all’interno di un quadro democratico e parlamentare. E, vogliamo sperare, che questa caratteristica si mantenga anche nel futuro. Di certo, guardando a quanto succede nell’Europa centrale ed orientale, qualche preoccupazione è lecita. Se è comprensibile il motivo per cui una parte della classe dirigente, quella più diretta espressione degli interessi del capitale, attacchi i partiti popolari e di massa, tuttavia non sempre gli effetti ottenuti sono quelli desiderati. Il vuoto politico determinato è sempre riempito da movimenti forti e radicali. Ripulire le incrostazioni, vere o presunte, della corruzione, è un’operazione quasi chirurgica non da salotto economico o intellettuale. Utilizzare la categoria moralistica e sollevare una forte indignazione verso i dirigenti politici comporta non solo la loro crisi ma anche tout cout quella della politica. Crisi gestita o da gruppi di gestione e di potere senza legami sociali tanto che in molti casi i ruoli pubblici sono stati e sono assunti da tecnici delle istituzioni finanziarie, oppure da partiti e movimenti capaci di cavalcare quell’indignazione. Insomma, è come decidere di allevare ragni velenosi: a volte ti mordono. Quando si verifica che la crisi susciti movimenti popolari, gli stessi ambienti che avevano mosso l’attacco parlano di populismo, attribuendo a questo termine un valore del tutto negativo. Populista è nel migliore dei casi equivalente a sempliciotto, vale a dire colui che propone soluzioni semplici a problemi assai difficili; in altri contesti è addirittura equiparato a reazionario, razzista, cultore delle piccole patrie, etc. In ogni caso è un termine spregiativo usato comunemente sia da politici moderati sia da politici di sinistra. E se per i primi non ci può dichiarare sorpresi data la loro formazione culturale per i secondi la situazione è più complessa perché del tutto lontana da un’analisi feconda svolta da illustri studiosi del fenomeno tra cui Gramsci. Se si abbandona la strada maestra dell’analisi dei fenomeni e dei bisogni materiali in nome di una falsa complessità, ci si comporta e si diviene uno dei gruppi che si candidano alla gestione ed al rafforzamento dell’esistente senza proporsi di cambiarlo. Gruppi che vivono con fastidio le manifestazioni dello scontento popolare e le tacciano di populismo, pensando così di rimuoverle. Sul rating e sul ruolo delle agenzie private che emettono i loro verdetti si è ampiamente trattato in precedenza. Qui ci si limita semplicemente ad una considerazione. Spesso gli economisti cantori dell’attuale assetto capitalistico sostengono che coloro che prestano i soldi agli stati non sono solo gli speculatori (ma su questi non si sviluppa una riflessione), ma anche i gestori di capitali sociali, come i fondi pensione. Sarebbe interessante che ci dicessero anche quanto pesa questa tipologia di investitori e perché i lavoratori devono affidare il loro futuro da anziani a fondi che, agendo sui mercati finanziari, possono commettere errori o possono essere a loro volta oggetto di speculazioni. Perché, insomma, i lavoratori non debbano affidare alle istituzioni pubbliche, con le quali hanno un contratto di cittadinanza, il loro futuro piuttosto che a gestori privati, la cui azione è nel migliore dei casi è assimilabile a quella dei gestori di fondi chiusi o di fondi speculativi. Insomma, perché, loro malgrado, anche i pensionati devono essere homo oeconomicus? Anche sui tribunali internazionali cui affidare gli arbitrati in caso di controversie si è detto ampiamente. Qui ci si limita solo a ricordare che essi sono composti in prevalenza da giudici occidentali e che i loro pronunciamenti hanno quasi sempre favorito le multinazionali occidentali. Conclusioni Gli ambiti, compresi gli istituti internazionali, in cui i nuovi equilibri economici possono comportare modifiche formali e fattuali sono molti e molto importanti. In qualche modo il confronto è già aperto. La manifestazione più evidente e quasi plastica è costituita dalla Shangai Cooperation Organition, promosso e guidato dalla Cina, che vede la partecipazione di economie importanti ed in forte crescita: oltre alla Cina, India, Russia, Brasile, Pakistan e le repubbliche asiatiche ex sovietiche del Kazakistan, l'Uzbekistan, il Kirghizistan e il Tagikistan. A queste sta per aggiungersi l’Iran, che ha partecipato come osservatore all’ultimo vertice. Come si vede l’insieme economico dei partecipanti equivale il summit, finito per altro male, del G 7, vale a dire le maggiori sei economie occidentali più il Giappone. Se si prende come indicatore di riferimento il PIL PPA emerge che nel 2022 i paesi che compongono il gruppo dei Brics sommano un risultato economico maggiore di quelli del G7. Nell’insieme essi realizzaranno un PIL PPA di 59.331 miliardi $, pari al 35,4% del PIL mondo stimato in 167.782 md$, contro 46.293 md$, pari al 27,6%, dei paesi componenti il G7. Un altro dato assai interessante è che, non considerando i due paesi guida dei rispettivi gruppi, vale a dire gli Stati Uniti per il G7 e la Cina per i Brics, il PIL PPA dei paesi emergenti, 24,866 miliardi Usd, supererà quello dei paesi avanzati, 22,788, miliardi Usd. PIL PPA 2022 dei paesi del G7 e dei Brics Fonte: elaborazione Statics Times su dati del Fondo Monetario Internazionale.

Nel duecentesimo anniversario della nascita di Marx (5 maggio) è sorto un vivace dibattito sulla possibilità storica ed anche attuale di un comunismo libertario, dei consigli (l’analisi più compiuta è dei francesi Pierre Dardot e Christian Laval, “Il potere ai soviet”, Derive Approdi, 2017). Una premessa. Il libertarismo attiene ai diritti individuali: i diritti collettivi attengono alla democrazia economica e sociale non solo assistenziale e redistributiva. In pratica, nel tempo il pensiero libertario si è arricchito e si è affinato. Ma la gestione complessiva richiede accentramento di decisione, accentramento discendente della necessità di decisioni immediate, a loro volta inevitabili in una società tecnologica e complessa. Il libertarismo social-comunista e marxista ha valore e senso solo se non cade nell’utopia e non pretenda un socializzazione assoluta del potere, caratterizzata da coincidenza, ed anzi identificazione, tra governati e governanti. La distinzione tra chi comanda e chi viene comandato è indefettibile. Il vero nodo è quello di vincolare il comportamento di chi esercita il potere al’interesse di chi ne è destinatario. Non è solo un problema giuridico e costituzionale, ma soprattutto è problema politico. Il problema politico è quello di abolire forme di potere originarie, facendo sussistere solo forme derivate, in cui l’esercizio del potere non sia di spettanza intrinseca dei governanti, ma sia concesso a questi dai governati, che devono essere i veri beneficiari di tale esercizio. Solo il socialismo rivoluzionario (termine che lo scrivente preferisce a quello di comunismo non solo per le sua formazione di socialista di sinistra ma anche perché il comunismo è intrinsecamente non libertario alla luce della figura centrale di guida da esso assegnata al partito e della pretesa di superare con la politica la frammentazione di classe) può realizzare ciò, in quanto è l’unico che mette in discussione il potere economico, negando la natura originaria anche di questo potere e pertanto negando la sua supremazia sui soggetti economici non provvisti di potere. La messa in discussione esclusivamente di tutte le altre forme di governo –il che rientra anche nelle corde vocali dei movimenti democratici radicali non marxisti- sarebbe priva di efficacia non solo perché il potere economico è la forma di potere veramente decisiva e fondamentale, ma anche perché una disomogeneità di fronte ai poteri renderebbe alla fine illusoria una contestazione, tale da non affrontare il potere nella sua effettiva natura, limitandosi ad alcune forme, tra l’altro quelle secondarie. Di fronte ad una profonda crisi economica, la manifestazione di un volto autoritario del potere politico per salvare le sorti del potere economico renderebbe inefficace qualsivoglia contestazione. Pertanto, la versione libertaria del marxismo è meritoria nel momento in cui vuole sostituire democrazia e libertà ad oppressione, ma è insufficiente in quanto occorre un approccio più ampio in grado di affrontare il problema dei rapporti tra consigli e piano economico pubblico (e qui si tratta di fare i conti nel profondo con la teoria marxiana del valore, che elude il problema) ed in via più globale di abbandonare l’approccio alla trasformazione sociale in termini di presa del potere, da sostituire con il cambiamento del potere e della sua natura. Il volto libertario, con il ruolo centrale dei consigli, deve essere inserito in un’ottica di gradualismo non rinunciatario ma antagonistico. Ottica questa che richiede una profonda rielaborazione del marxismo in termini economici, sociali e politici, e fianco filosofici. Ciò premesso, è da evidenziare che la riscoperta del volto libertario non prematura e non è nemmeno effimera in mancanza di soluzione della problematica più generale. E’ una riscoperta che consente infatti di inficiare alla radice la deriva politicista della sinistra, con l’ipostatizzazione del potere politico, esiziale anche in un’ottica solo riformista. E proprio adesso la criminalizzazione del populismo non di destra , che riscopre il popolo contro le “elite”, conferma che per la sinistra istituzionale le “elite” sono oramai un dato acquisito ed in nessun modo da ridimensionare. D’altro canto, il populismo deve fare chiarezza sulla propria natura, con particolare riferimento alla circostanza se il suo bersaglio siano solo le “elite” politiche” od anche quelle economiche. La supina accettazione della “flat tax” chiesta dalla Lega conferma come i 5Stelle non siano in grado di liberare dell’illusione che vi sia un potere economico sano e da incoraggiare in quanto fondato sulla linfa vitale delle imprese produttive, in particolare medio-piccole. E’ da replicare che tale potere economico sano è ancillare rispetto al capitale finanziario oppressivo, con la conseguenza che la sua valorizzazione elude il problema e non lo risolve.