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L’insigne amministrativista e costituzionalista, ex Giudice Costituzionale, e molto vicino alla componente moderata, liberista ed acriticamente europeista del Pd (ancora dopo lo scisma renziano?) Sabino Cassese, dopo molti uscite indignate contro gli anti-europeisti, ed addirittura contro gli europeisti critici e quelli scettici, deve proprio aver perso la pazienza per ammonire, con grande severità, chi vuole non allinearsi agli indirizzi europei, ricordando che le norme europee (ed a monte le fonti normative europee) che sono vincolanti per gli Stati aderenti, i quali devono eseguirle, attuarle ed adeguare a esse la normativa interna, con le norme interne in contrasto con essa che diventano “iposo jure” illegittime. Di fronte a cotanta perentorietà, manifestata da cotanto luminare, chiunque non può che arretrare sgomento e pronto ad alzare le mani in segno di resa. Passato lo sgomento, esce fuori lo sconcerto: ma perché uno dei massimi luminari in materia spreca il proprio tempo prezioso, impegnando le pagine del più importante giornale italiano, per affermazioni così ovvie? Le norme europee sono collocante su un piano superiore a quello delle nome interne: altrimenti non avrebbe avuto alcuno senso l’adesione all’Europa. E’ pertanto evidente che lo scopo vero dell’articolo trascende il suo contenuto. Non rientra nelle corde vocali dello scrivente fare il processo alle intenzioni. Pertanto, è bene ricordare altre ovvietà singolarmente trascurate da Cassese. Innanzitutto, le norme europee non possono violare la Costituzione italiana: ogni norma della Costituzione italiana è suscettibile di interpretazione piena senza indebolirsi in alcun modo rispetto alle norme europee che non sono suscettibili di espansività. Se qualcuno ha la tentazione di nutrire l’opinione contraria è bene che se ne liberi in quanto insana. La nostra Costituzione è c.d. “rigida”, non può essere modificata, e quindi nemmeno violata, da norme ordinarie: ciò a maggior ragione se le norme ordinarie sono di un ordinamento sovranazionale cui si è aderito. Per sostenere il contrario, si dovrebbe avere l’ardire di arguire (il gioco di parole è, non casuale, ma … “causale”) che l’adesione all’Europa abbia comportato un automatismo di ricezione di tutte le norme europee, ma una tesi siffatta non meriterebbe commento. In ulteriore battuta, nemmeno le fonti costituzionali europee possono violare la Costituzione italiana: si è aderito all’Europa come “Italia”, vale a dire mantenendo le proprie caratteristiche ed il proprio assetto istituzionale, al cui apice vi è proprio la Costituzione. In via squisitamente normativa, la Costituzione prevede all’art. 11 “limitazioni di sovranità” e non una cessione od un sacrificio di natura totale: la rinunzia a decidere il proprio assetto istituzionale è non una limitazione di sovranità, ma una rinunzia totale alla sovranità, questa che costituisce l’elemento caratterizzante, in via indefettibile, qualsivoglia Stato ed Ente sovranazionale: “Suprema potestas superiorem non recognescens”. L’opinione contraria sarebbe ammissibile solo l’adesione all’Europa si fosse tradotta nell’estinzione dei singoli Stati aderenti, il che è pacificamente mancato. Per inciso, l’impostazione rigoristica di Cassese acquisisce un senso concreto per scoraggiare il nostro Paese dall’avvalersi degli spazi di autonomia che l’Europa riconosce agli Stati aderenti nel recepire le norme europee. Si vuole imporre al nostro Paese un primato di europeismo, del tutto fuori luogo visto il trattamento che l’Europa impone ad esso, su cui v. “infra”. Chiuso l’inciso, il discorso finisce qui, o meglio finirebbe qui in condizioni normali, ma non siamo, purtroppo, in condizioni normali. L’adesione all’ Europa si è realizzata in palese ed eclatante violazione dell’art. 11 della Costituzione che ammette le sopra menzionate limitazioni della sovranità, non solo se “in condizioni di parità con gli altri Stati”, ma solo se dette limitazioni sono “necessarie ad un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni”. La norma, sintetica ed ellittica non può certamente significare che la necessità in questione sia fissata per un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni “tout court”, dovendosi invece intendere esclusivamente per un ordinamento che assicuri pace e giustizia in via (e, perché no, anche in misura) superiore a quelle in essere in assenza di adesione. Altrimenti, la limitazione sarebbe senza corrispettivo e sarebbe così del tutto ingiustificata ed inammissibile. Ebbene, è già azzardato sostenere che l’Europa, quale entità sovranazionale, sia necessaria per la pace: non lo è certamente di più di meri accordi non limitativi della sovranità interna. Poi, se uno Stato decidesse di uscire dall’Europa, non vi sarebbero strumenti adeguati per bloccarne iniziative belliciste. Allora, per sostenere detta tesi, si sarebbe dovuto arrivare all’estinzione dei singoli Stati, il che non è avvenuto assolutamente. Né si può sostenere che l’attuale Europa è solo un gradino intermedio verso l’obiettivo finale costituito dalla nascita di un vero superiore Stato, tipo gli Stati Uniti d’Europa. L’obiettivo finale potrebbe al limite anche essere legittimo –ma sull’argomento si tornerà “infra”-, previa abrogazione della nostra Costituzione con le modalità da essa previste (art. 138), in mancanza della quale abrogazione sarebbe non un’adesione, ma un’annessione, manifestamente del tutto illecita. Il passaggio intermedio è in ogni caso del tutto inammissibile in mancanza di modifica all’art. 11: ma le conclusioni non cambierebbero nemmeno se vi fosse stata siffatta modifica, inammissibile visto si tratterebbe di una surrettizia rinunzia alla sovranità, con la quale lo Stato si auto-estinguerebbe. Ebbene, una tesi del genere non è nemmeno prospettabile per la giustizia tra Nazioni, in quanto l’impianto istituzionale dell’Europa non è assolutamente indirizzato in tal senso, essendo al contrario basato sulla discriminazione tra Paesi forti e Paesi deboli e sul dominio dei primi sui secondi (come addirittura statuito nel recente accordo di Aquisgrana -che non a caso richiama il Sacro Romano Impero- tra Germania e Francia; lo scrivente non ricorda manifestazione di indignazione al riguardo da parte di Cassese). I secondi sono stati addirittura espropriati della loro politica economica, ed in materia di debito pubblico e bancaria, per cui ci si trova di fronte ad un vero e proprio sacrificio della sovranità. Né si può sostenere che non è l’impianto istituzionale e costituzionale dell’Europa ad essere illecito, mentre la natura illecita si manifesta a livello attuativo: ed infatti, poiché gli abusi sono gravi, continuativi e diffusi, nonché consolidati e tali da aver trasformato radicalmente l’Europa, è ovvio che l’impianto stesso non è assolutamente in grado di “assicurare giustizia tra le Nazioni”, potendo al limite rivelarsi al riguardo solo neutro. La violazione dell’art. 11 è in ogni caso palese. Sul perché tale violazione sia passata ed in modo indolore si rimanda ad altra sede sui profili di tenuta costituzionale in genere. Per completezza, l’art.11 non può non richiedere anche “giustizia all’interno delle Nazioni”, in conformità agli altri principi (e valori) fondamentali della Costituzione, il che è violato dall’assetto palesemente ed in modo estremo liberista dell’Europa, che ha comportato la dilatazione abnorme nella distribuzione della ricchezza: dalla ricerca rigorosa della giustizia sociale –art. 41,2° e 3° comma, art. 4 e soprattutto art. 3,2° comma- all’esaltazione dell’ingiustizia. Che l’adesione all’Europa da parte nostra sia stata anticostituzionale non può certamente essere utilizzato quale elemento di sanatoria, inammissibile in materia costituzionale. Ma non basta ancora: l’art. 11, come si è visto, prescrive che le limitazioni alla sovranità in tanto siano ammissibili solo in quanto siano in condizioni paritarie con gli altri Stati, il che è assolutamente violato nell’assetto dell’Europa, che si basa proprio sul dominio degli Stati forti su quelli deboli. In definitiva, le norme europee sono vincolanti nel nostro ordinamento interno purché non siano in contrasto con la Costituzione italiana. Ebbene, tale contrasto è pressoché generalizzato, con scarso margine di ammissibilità, anche in considerazione della circostanza che tale contrasto investe anche le norme costituzionali e fondative europee e che la stessa ammissione dell’Italia all’Europa è incostituzionale. Lo spazio di concreta operatività del principio della natura vincolante delle norme comunitarie nell’ordinamento interno è pertanto assai ristretto. La presa di posizione di Cassese è, evidentemente, forte, potente ed addirittura irresistibile, ma sterile. L’unico tentativo di renderlo provvista di senso è quello di superare le censure di incostituzionalità alla luce che l’accoglimento delle stesse comporterebbe, come esito inevitabile, l’uscita dall’Europa. Il superamento delle censure verrebbe così superato in via non di sanatoria, come detto inammissibile, il che rende impossibile ogni salvataggio di natura giuridica e costituzionale, ma di realismo politico per impedire un nostro isolamento, esiziale, vista la nostra debolezza. Il superamento in via politica non risolve peraltro la questione, essendo anch’esso inammissibile, visto che la politica non può violare la Costituzione. Né si rivelerebbe più proficuo il ricorso allo stato di necessità e conseguentemente allo stato di eccezione per giustificare, in nome della salvaguardia dell’Italia derivante dalla sua appartenenza ad una entità sovranazionale forte, strappi così profondi alla legalità costituzionale. Anche ad ammettere che lo stato di eccezione consenta tale strappo, il che viene radicalmente negato dallo scrivente, lo stesso stato di eccezione non ricorre nemmeno, in quanto l’appartenenza dell’Italia all’Europa si realizza in un contesto di sopraffazione che viola l’essenza dello Stato e configura uno scenario non comunitario ma imperialistico. Da Maestri del livello di Cassese ci si deve aspettare una presa di posizione che non si fermi a conclamazioni sterili, suscettibili di essere rivitalizzate da atteggiamenti in via pretesa realistici bensì in realtà eversivi, ma si richiami al realismo, in un’ottica del tutto opposta, per prospettare decisioni da assumere in sede giudiziaria costituzionale che sanciscano l’incostituzionalità dell’appartenenza dell’Italia all’Europa, ammettendo peraltro nel contempo un periodo transitorio ragionevole –del tutto ammissibile per evitare situazioni traumatiche-, da sei mesi ad un anno, perché l’Europa rimuova i vizi normativi. Scelgano gli insigni giuristi alla Cassese tra sterilità rimossa solo da un “vulnus” al cuore della Costituzione da un lato e dall’altro legalità costituzionale ed in particolare preparino il terreno per un realismo che consenta alla legalità costituzionale di superare gli ostacoli politici e non per un realismo che consenta alla forza politica bruta di abbattere la legalità costituzionale. Il discorso non sarebbe completo se non si affrontasse l’impostazione qui avversata da un punto di vista apparentemente più dimesso che si limiti, non a sostenere l’ammissibilità delle censure di incostituzionalità, ma le giustifichi evidenziando che l’incostituzionalità è resa necessaria dalla circostanza che le norme costituzionali hanno portato l’Italia sul baratro: tale ipotesi in prima battuta pone l’alternativa tra illegalità e rovina, mentre in una ulteriore, più raffinata, pone la necessità di superare dall’interno la Costituzione mediante modifica per preparare così la strada alla legalizzazione Due sono i profili eclatanti. In primo luogo, come già visto, vi è stata l’espropriazione della politica economica, della politica del debito pubblico e di quella bancaria. Ebbene, si è sostenuto che ciò dipende dall’abnorme livello del debito pubblico e dall’incapacità dell’Italia di ridurlo e di gestirlo in autonomia: ben venga così il vincolo esterno, che si è tentato di aiutare con modifiche all’art. 81 Cost., al fine di introdurre il pareggio di bilancio –queste non solo discutibili, visto che non escludono dal pareggio se non timidamente le spese per investimenti, ma anche dalla dubbia efficacia, visto che l’Italia presenta un avanzo primario e che il suo debito è esclusivamente per interessi-. E’ da replicare che alti debiti pubblici sono stati -e sono tuttora- gestiti con efficaci politiche economiche pubbliche, il ricorso alle quali è stato rifiutato dall’Italia già dall’81 con lo scellerato divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, che ha impedito allo Stato di avere un efficace ombrello a protezione dei propri conti pubblici. Lo Stato è dovuto quindi ricorrere alle aste pubbliche per sostenere il proprio debito: non solo il debito, invece di essere controllato –si sperava che ciò si realizzasse per magia per il solo venir meno di facili coperture, in omaggio alla leggenda “reaganiana”, secondo cui occorreva “affamare la bestia-, è esploso in maniera abnorme: ma anche le aste pubbliche sono finite in mano alle grandi banche d’affari internazionali che man mano hanno invaso la politica economica pubblica, ed inquinato il nostro mercato finanziario con prodotti rovinosi. Per completare l’opera, con la demenziale normativa europea “bail-in” si sono limitati e quasi eliminati i salvataggi bancari in qualche modo pubblici, completando la colonizzazione estera del sistema bancario italiano. E’ da notare che tale demenziale normativa è stata attuata solo per i Paesi deboli e non per i Paesi forti: in sede comunitaria e da parte della Germania –che non a caso è adesso alla prese con la terrificante crisi della grande “Deutsche Bank- si è evidenziato che ciò è del tutto giustificato perché solo gli Stati con conti pubblici floridi potrebbero salvare a proprie spese le banche interne. Si trascura così che, impedendo a Stati deboli di mantenere un settore bancario solido, li si pone in condizione di essere impossibilitate ad uscire dal loro stato di debolezza. Perché Cassese non si si indigna per questa concezione, quanto meno singolare, dello spirito unitario europeo? In secondo luogo, da tempo si criticano le norme costituzionali che danno una forte impronta sociale all’assetto dell’economia, in particolare l’art. 41 che al 2° ed al 3° comma prevede rispettivamente limiti sociali all’iniziativa economica privata –in ogni caso solennemente riconosciuta al 1° comma- e la programmazione economica pubblica. Ed infatti, tali norme sarebbero in contrasto con le dinamiche della globalizzazione e con l’assetto economico e con la relativa disciplina a livello europeo, sottostante alla quale vi èla relativa normativa conforme al liberismo dei principali Paesi europei: pertanto dovrebbero essere abrogate –e l’allora Ministro Tremonti dell’ultimo Governo Berlusconi fece un tentativo in tal senso-. In ogni caso tali norme sarebbero superate ed oggetto di auto-esaurimento. In tal modo si utilizza l’Europa per giustificare l’incisione su norme costituzionali fondamentali, insuscettibili di modifiche incisive in quanto emanate a specificazione e ad attuazione dei “Principi Fondamentali (artt.1-12, in particolare art 3,2° comma ed art. 4, ma anche artt. 3-4). E’ un utilizzo del tutto inammissibile. L’innesto su detta impostazione di realismo in virtù del ricorso alla globalizzazione che renderebbe anacronistiche tali norme è pretestuoso vista la rovinosità cui ha condotto il capitale finanziario, vero “deus ex machina” della globalizzazione e delle collegate de-materializzazione e de-localizzazione. Che il problema sia non solo di natura sociale ma anche di efficienza economica è dimostrato dalla circostanza che l’offensiva qui criticata ha investito, oltre alle norme testé citate anche l’art. 47 con la tutela del risparmio sacrificata sia dal dominio incontrastato della speculazione rovinosa, i cui derivati abnormi non vengono sanzionati sia dalla citata normativa “bail in” che per la prima volta sacrifica il risparmio in depositi bancari. La natura rovinosa del capitale finanziario non si è fermata a distruggere i valori sociali, avendo investito anche l’efficienza economica, buttata alle ortiche: esso è non solo anti-sociale, ma anche anti-economico. Ecco cosa tutelano i prodi difensori dell’Europa. Una volta acquisita consapevolezza dell’inammissibilità di un intervento costituzionale diretto sulle norme costituzionali di cui ai due punti, si è tentata la strada della modifica delle norme costituzionali relative all’assetto dello Stato in modo da consentire accentramento assoluto o quasi dei poteri –come candidamente e non a caso auspicato da JP Morgan, una delle più grandi banche d’affari americane ed internazionali-, in modo da rendere irreversibile il depotenziamento delle norme costituzionali di natura sociale. Questi tentativi, da Berlusconi a Renzi sono per fortuna falliti ed è difficile che siano ripetuti. Per concludere, è bene accettare la sfida dell’impostazione generale qui criticata: la sacralità dell’Europa, con le relative forzature restare sul piano costituzionale, deve fare i conti con il fallimento dell’Europa stessa. Il rifiuto di ogni autocritica non può che favorire la netta e cieca opposizione dei nazionalismi sovranisti, con il rischio di una dissoluzione della stessa Europa ad opera di avversari ancora peggiori degli europeisti. L’attacco alla legalità costituzionale degli Stati deboli può fornire un’arma a detti avversari dell’Europa per abusi in caso di vittoria. Ai luminari come Cassese si può –e si deve- chiedere di battersi per la piena ed assoluta tutela della legalità costituzionale interna: da questa può derivare lo stimolo per una autocritica che conduca ad una profonda revisione con abbandono di molti degli aspetti qui stigmatizzati. Questa probabilmente non disinnescherà la protesta ma potrebbe favorire opposizioni più costruttive e foriere di minori rischi di autoritarismo.
La Deutsche Bank è in crisi gravissima, e forse irreversibile con necessità di aiuti degli imprenditori tedeschi e dello Stato: ed ora, “dulcis in fundo”, la propria situazione estremamente critica la costringe a licenziamenti in massa, creando allarme sociale. La questione è gravissima: ma un’analisi leggermente più approfondita porta a concludere che si tratta di gravità addirittura esiziale, idonea a mostrare il disastro dell’economia europea più solida, e quindi dell’economia “tout court”, nonché, in un vero e proprio crescendo rossiniano, il crollo dell’Europa e la fine dell’Occidente. Walter Rathenau, intellettuale, economista, imprenditore e uomo politico (liberal-progressista), Ministro a Weimar, assassinato nell’immediato primo dopoguerra da nazionalisti (precursori dei nazisti), fu sostenitore della concezione istituzionalistica dell’interesse sociale della grande società per azioni, in contrapposizione alla teoria contrattualistica, quest’ultima tesa a ridurre tale interesse sociale a quello comune dei soci, mentre l’altra lo riconduce all’interesse dell’impresa in sé “Unternehmen an sich”. Per inciso, la teoria dominante è sempre stata quella contrattualistica, ma quella istituzionalistica ha ciò nondimeno raccolto costantemente adesioni ampie e diffuse, sia pur in via indiretta, tese a dare rilevo alle esigenze dell’impresa, non totalmente riconducibile alla società ma tale da mostrare rispetto a questa una forte autonomia. I soci, anche ove tutti concordi, non possono prescindere dalla solidità dell’impresa gestita. L’adesione, di fatto, alla concezione istituzionalistica, cacciata dalla porta ma fatta rientrare dalla finestra, è caduta con il capitale finanziaria che ha privilegiato rispetto alla salvaguardia dell’impresa la formazione di plusvalenze vertiginose in virtù di incremento abnorme del fatturato: il Ministro di allora Tremonti affermò che si privilegiava il conto economico rispetto allo stato patrimoniale, e si tratta di affermazione non solo superficiale ma anche del tutto infondata, in quanto le plusvalenze riguardano direttamente il conto patrimoniale. La verità che si privilegia l’imprenditore, inteso come gruppo di comando, rispetto all’impresa: è la configurazione in senso talmente negativo della teoria contrattualistica resa possibile dalla rimozione di quella istituzionalistica. Si tratta non una mera degenerazione, come avrebbe voluto evocare Tremonti, ma all’esatto contrario di una reale dinamica soggettiva e strutturale del sistema. Ebbene, Rathenau, in un famoso scritto, motivò la sua adesione alla teoria istituzionalistica, evidenziando che sulla base ed in applicazione della teoria contrattualistica, i soci avrebbero potuto porre Deutsche Bank in liquidazione, il che avrebbe voluto porre in liquidazione l’intera Germania. Questo, e proprio questo, significa la crisi della Deutsche Bank. Ma come è compatibile tale liquidazione con la florida salute dell’economia tedesca, in virtù essenzialmente di una propensione estrema all’esportazione? Per comprendere a pieno la problematica, occorre premettere che la crisi estrema della Deutsche Bank è singolare in quanto dovuta ad una massiccia ed abnorme posizione in derivati –per cui da anni è considerata non più una banca ma un “hedge fund”, vale a dire un fondo (ultra)speculativo-, di per sé non necessaria in quanto l’incremento impetuoso dell’attività creditizia, da porre al centro dell’operatività, alla luce della solidità dell’industria interna, sarebbe stato dall’esito estremamente felice. Si è invece impelagata nei derivati evidentemente per soddisfare la pretesa ed anzi per l’ambizione di diventare competitiva con le grandi banche d’affari internazionali americane (soprattutto) e inglesi, anch’esse impegnatissime in derivati. Da tale punto fermo, ed innegabile, si può e si deve partire per avviare una ricostruzione della complessa questione nei suoi esatti termini. Il primo aspetto che può fungere da spunto di ricostruttivo di ordine generale è che l’attività creditizia è diventata assolutamente secondaria, non tanto e non solo per i rischi di “default”, quanto piuttosto perché non più strategica e non più in grado di sostenere lo sviluppo ed i conti economici di una grande banca. L’attività speculativa è diventata quella decisiva per lo sviluppo di una grande banca: quella creditizia è secondaria anche quando -raramente- sicura, ma non più in grado di arrecare margini significativi per il bilancio della banca e di suscitare un indotto significativo di operatività. Il secondo aspetto che può fungere da spunto di ordine ricostruttivo generale si delinea se si tiene conto che appare riduttivo vedere il disastro della Deutsche Bank solo in termini di ambizione sfrenata: il capitale finanziario vede il dominio della speculazione non più in funzione della malvagità di singoli ma quale nuovo fulcro della finanza e del capitale stesso. Pertanto, non si si può trascurare l’ipotesi che la crisi sia dipesa da spostamenti stratosferici di risorse con derivati fittizi per connessioni interne al capitale finanziario ed a singoli specifici gruppi di potere. Più persuasiva appare peraltro l’ipotesi che, essendo il capitale finanziario dominante quello anglosassone, questi abbia pertanto imposto una redistribuzione di posizioni di forza, con penalizzazione definitiva dell’Europa continentale ed anche della Germania, la cui forza imperiale si esplica solo nei confronti degli altri Paesi europei. La Deutsche Bank sarà salvata dallo Stato tedesco, mentre le banche italiane e greche, con minore esposizione, sono state sacrificate a conferma della natura fittizia dell’Europa, se non come Impero tedesco con supporto francese. Tale ipotesi viene avvalorata da un dato sicuro: le banche d’affari inglese ed americane hanno, dalla crisi del 2008, sistematicamente traslato i rischi abnormi dei derivati sugli altri soggetti, ed è così singolare che la più potente ed importante banca del Continente europeo sia invece caduta vittima dei derivati, e si stratta di stranezza superabile facilmente esclusivamente con la circostanza che i rapporti di forza la hanno a ciò costretta. Conseguentemente, il secondo aspetto che può fornire da spunto di ordine generale ricostruttivo è che il capitale finanziario, nella sua essenza rovinosa e nella sua tendenza al disastro da un lato e nella sua natura abusiva dall’altro, opera a danno non solo più degli utenti-risparmiatori e utenti-imprese produttive prima e degli enti locali e Stato poi ma anche di propri esponenti di volta in volta penalizzati alla luce di una logica di potere economico in cui la tecnica economica e l’efficienza sono oramai privi di alcun valore e di alcuna rilevanza. Il capitale finanziario è dominante, senza ostacolo alcuno, ma registra al proprio interno una dialettica molto forte ed incisiva, al momento del tutto unilaterale come visto ma con tale unilateralità che può alla lunga rivelarsi fragile in quanto registra una formidabile disarmonia al proprio interno. Questa dialettica, finora trascurata, deve essere oggetto di attenta disamina e di vera e propria rielaborazione generale, se si vogliono porre le basi per porre il capitale finanziario sotto controllo, vigilanza ed addirittura sotto cautela.
Salvini è alfiere di un nazionalismo estremista razzista e anti-straniero. Vi sono punte di autoritarismo con interventi repressivi della polizia contro i dissidenti tesi a vietare striscioni contrari ed a picchiare anche giornalisti (il tutto con proposte di legge tali da fornire alla polizia le mani libere). Vi è una effettiva ed intrinseca convergenza con i neo-fascisti, anche violenti, e quel che è peggio vi è un’oggettiva e tangibile indulgenza nei confronti di questi, e ciò è gravissimo, visto che Salvini è anche Ministro degli Interni -oltre che Vice-Presidente del Consiglio dei Ministri- ed è pertanto responsabile dell’ordine pubblico, che invece contribuisce a destabilizzare appoggiando o comunque favorendo forze eversive, antidemocratiche e violente: ed il suo influsso sul comportamento delle forze dell’ordine non si tarda a vedere con conseguenze pratiche quanto meno inquietanti. Ma occorre distinguere tra i vari momenti, se si vuole enucleare in modo corretto e nitido la situazione, altrimenti complicata ed inestricabile e suscettibile di condurre i frettolosi interpreti a conclusioni non meditate e comunque confinate alla superficie. Quello di Salvini è un nazionalismo profondo e con una tendenza autoritaria ed antidemocratica assolutamente accentuata, e punti di incontro con il fascismo sono innegabili, ma uno sbocco in tal senso, vale a dire autoritario od addirittura fascista, pur ovviamente possibile, non è affatto scontato, in quanto il nemico, rappresentato dall’esterno e dal diverso, è tale in conflitti ampi, diversificati e complessi, con la conseguenza che una soluzione estrema è ora quanto meno problematica. D’altro canto, il nemico interno, rappresentato dalla classe antagonistica, non solo non è minaccioso, in quanto disintegrato e non dotato di capacità di aggregazione, ma è anche privo di una strategia chiara ed univoca in termini di sovranità. Non è un caso, da un lato, che la sinistra oscilli tra opportunismo e spirito identitario, mentre, dall’altro, l’unica forma di protesta nell’Occidente, quella populista, sia ben strutturata solo nella forma di destra e nazionalista per diventare evanescente in forme non di destra -la crisi profonda dei 5Stelle non è assolutamente casuale- od addirittura di sinistra. In definitiva, la componente eversiva non è intrinsecamente idonea a caratterizzare la Lega. Ma detta conclusione non è esaustiva. La persecuzione dei propri avversari e la protezione accordata ai fascisti -dal Ministero degli Interni, come è bene rimarcare- costituiscono un elemento sinistro fermo. Sono elementi che possono prefigurare un regime dispotico e tirannicida ed estraneo alla civiltà occidentale anche se gli elementi ostativi sono al momento attuale predominanti e caratterizzati da stabilità. E’ qui che si entra nella materia viva e decisiva. Ed infatti l’autoritarismo è diventato un elemento caratterizzante anche dei sistemi moderati e liberaldemocratici, a cui è ormami connaturato, alla luce della natura rovinosa e distruttiva del capitale finanziario -ci si permette di rinviare alle elaborazioni dello scrivente sulla perdita di valore della democrazia e della libertà e del costituzionalismo e sulla natura imperialista dell’Europa- Ebbene, sorge allora la domanda su quale sia la differenza tra l’autoritarismo dei sistemi moderati e quello del nazionalismo estremo che sta emergendo in Europa e di cui Salvini rappresenta la versione più efficace. La differenza sembra abissale se si tengono in conto le osservazioni di cui sopra sugli aspetti degenerativi della Lega di Salvini in confronto al mantenimento nei sistemi moderati di alcuni elementi della civiltà occidentale. La conclusione anche qui cambia radicalmente se si tiene conto dell’inevitabilità dell’autoritarismo che rende la distinzione quale non strutturale ma propria di fasi di una realtà unica. Pertanto, anche la conclusione di cui sopra sulla natura non strutturale della componente eversiva della Lega cambia radicalmente, in modo che tale componente può diventare endemica ove i conflitti sopra descritti diventino alla fine esplosivi, vale a dire ove attecchisca un vero populismo di sinistra idoneo a sostenere la sovranità popolare al posto di quella nazionale, ponendo le basi per una nuova configurazione del conflitto sociale e ove quindi i conflitti nazionali acquisiscano la radicalità necessaria per neutralizzare quelli che per il sistema sono i veri pericoli. In definitiva, sarebbe profondamente erroneo accomunare “sic et simpliciter” la Lega al fascismo, ma sarebbe altrettanto erroneo non denunziare l’attuale aspetto degenerativo della Lega -con l’agghiacciante aggravante dell’utilizzo dei poteri del Ministero degli Interni, il che riporta indietro nella memoria in modo sinistro alle protezioni accordate agli inizi al fascismo-, che può fungere un domani da elemento propulsivo del completamento eversivo di questa: è assolutamente necessario opporsi ad esso con i mezzi costituzionalmente leciti.

E: EUROPA COME EQUIVOCO

L’Europa è un equivoco: e non è nient’altro che equivoco. Non è unione e non ha alcun profilo comunitario, totalmente priva com’è di solidarietà tra i vari Stati aderenti. Non ha politica estera e non ha politica sui migranti, il cui problema viene posto a carico solo dei Paesi confinanti. In effetti, nient’altro è che Impero tedesco con ausilio francese, a favore dei quali Paesi abbiamo dismesso il sistema bancario ed industriale. D’altro canto nessun aiuto abbiamo avuto nella gestione del nostro critico debito pubblico, al pari degli altri Stati deboli, con cui abbiamo condiviso l’essere stati oggetto di imposizione di misure di austerity abnormi. Né si può replicare che la colpa è non dell’Europa ma dei Paesi deboli, irresponsabili sul piano del debito pubblico e con fragilissimo sistema finanziario ed industriale. La responsabilità degli Stati deboli è indubbia e non può non essere così, altrimenti non sarebbero deboli, ma allora che ci sta a fare l’Europa se non li aiuta ed addirittura ne approfitta per vessarli e per rendere stabile, addirittura “sub specie aeternitatis”, la loro debolezza? Né si può replicare ulteriormente che vi è stato un fortissimo aiuto a favore di tali Stati, grazie alla BCE di Draghi in termini di liquidità, con il “QE” e con il LTRO”, in quanto questi sono stati interventi utilissimi ma nel contempo solo come tampone e non in grado di risolvere i problemi strutturali. La natura imperialista ha registrato una vera e propria “escalation” nel momento in cui l’Europa boicotta la nostra partecipazione alla Via della Seta, volendo limitarla solo al Nord, e favorendo il Baltico rispetto al Mediterraneo. Senza la Via della Seta ogni ipotesi di nostro sviluppo economico ed anche di rilancio viene pregiudicato irrimediabilmente. Con l’accordo di Aquisgrana tra Germania e Francia viene istituzionalizzata la differenza tra i due Paesi principali e gli altri, ponendo le basi di una vera e propria Costituzione imperiale e non comunitaria. In definitiva, l’Europa è un equivoco con una protezione ai Paesi minori non più sufficiente a compensarli, a valle, degli oneri e dei costi, nonché, a monte, della loro totale soggezione. L’Europa è nata, in via limitata, nel ’56 come liberista e nulla ha avuto mai a che vedere con l’Europa del Manifesto di Ventotene, democratica e socialista. Anche nel periodo del primo trentennio del secondo dopoguerra vi era un’impostazione liberista di fortissima limitazione dell’intervento pubblico nell’economia. Il collegamento che si è artatamente istituito tra l’Europa di Ventotene e quella nata a Maastricht in completamento di quella del 56 (rinforzata nel ’79) è pertanto del tutto destituito del benché minimo fondamento. L’Europa di Maastricht tradisce quella di Ventotene. Si può anche maliziosamente dire che quella di Ventotene era un distillato di buone intenzioni ma sarebbe ingeneroso: essa si ricollegava all’austromarxismo di Otto Bauer, che prevedeva già negli anni ’10 la nascita (de) gli Stati socialisti uniti di Europa, e quindi il suo fallimento è stato dovuto non a debolezze intrinseche ma al clima creatosi nel secondo dopoguerra, dove le socialdemocrazie europee hanno reso il loro pur meritorio riformismo troppo conciliante e poco conflittuale ed antagonista. La civiltà occidentale cui l’Europa ha dato un grande contributo era in funzione della potenza propria prima e americana dopo, con la conseguenza che la crisi della potenza ha comportato la crisi dell’Europa, mentre addirittura, a monte. la crisi economica, oramai endemica per il capitalismo, ha reso la potenza del tutto svincolata dalla civiltà. L’Europa può rinascere solo se pone in essere su entrambi gli aspetti una vera e propria inversione di rotta, con una riforma profonda dell’economia e con lo svincolo della civiltà dalla potenza. Al momento, si tratta di mera utopia e di mero velleitarismo. Ma, concreta, sia pure sul piano embrionale, è la possibilità di assumere un ruolo autonomo con la Via della Seta e con la nuova geopolitica, caratterizzata dal puro disordine, che però rende meno forte la stessa potenza, oramai non più unilaterale ed inoltre tali da incontrare sempre maggiori difficoltà nel penalizzare i poli, pur secondari, che comunque abbiano una certa rilevanza. Quello che deve essere subito chiaro è che la rifondazione dell’Europa e dell’Occidente è del tutto impossibile senza l’esplosione di una dialettica stringente e fortemente conflittuale con l’America e con Germania e Francia (mentre discorso diverso riguarda la Gran Bretagna, sui si rimanda ad analisi a parte). Due punti per concludere. In primo luogo, si afferma comunemente che l’Unione europea ha determinato la fine, una volta per tutte, della situazione su cui sono nate le guerre che hanno caratterizzato, attraversato, oscurato e funestato l’Europa nel Novecento. Si trascura così da un lato che la globalizzazione ha reso secondario l’elemento territoriale che aveva determinato -almeno come “casus belli”- le guerre del Novecento, e che l’Europa non è più nevralgica per nessuno dei grandi nodi dell’attuale geo-politica. E quando nessuno dei requisiti ricorre, come in relazione alla Via della Seta ed ai gasdotti, si tratta di profili di massimo rilievo con la conseguenza in cui l’Europa ha evidentemente un ruolo secondario. In secondo luogo, grande questione è nata a suo tempo sulle radici delle Europa, radici in cui non è stata compresa la tradizione giudaico-cristiana. Si è voluto fornire rilievo all’illuminismo, allo spirito laico, alla democrazia costituzionale, al liberalismo ed al socialismo, ma non alla componente religiosa che pur ha avuto un ruolo decisivo nella stessa Europa. Il mancato richiamo ad una tradizione pur decisiva è stato dovuto all’esigenza di riportare gli elementi fondanti della civiltà europea come razionalismo, tolleranza e pluralismo, evitando ogni riferimento ad elementi di intolleranza e di assolutismo. La scelta fu giusta in quanto lo spirito laico nega non la libertà religiosa e la sua rilevanza, ma la sua pretesa di negare validità a religioni differenti ed alle forme di agnosticismo/ateismo. Ma adesso il punto che proprio su tale scelta fondata si potrebbe basare la replica alla ricostruzione così effettuata con la conseguente tesi che l’Europa, contrariamente a quanto qui sostenuto, continui ad essere civiltà superiore proprio in quanto fonte dei valori testé menzionati. E’ da ribattere che la civiltà europea si snoda -o meglio tenta almeno di snodarsi- ora sui diritti civili e sui profili razionalistici attinenti alla conoscenza ed ai diritti civili, vale a dire su ciò che non incide su potere economico e politico. A questo punto si potrebbe articolare la replica in modo diverso, vale a dire che la fine dell’Europa sarebbe tale da disperdere anche questi valori, pur limitati, a favore di oscurantismi nazionalisti e con punte di fascismo. Anche qui è da evidenziare che è l’oppressione dell’Europa a favorire i nazionalismi degli Stati deboli ed i conseguenti atteggiamenti oscurantisti, tale da ostacolare anche lo sviluppo della conoscenza, e che nuovi equilibri, quali quelli qui prospettati, potrebbero solo creare miglioramenti: in ogni caso, l’universalismo occidentale si è perso da tempo, con lesioni anche dei diritti civili, in Palestina come in America Latina. Ed in Europa l’oppressione totalitaria del tentativo di indipendenza della Catalogna, con la carcerazione dei politici indipendenti per una loro attività politica assolutamente non violenta, conferma quanto testé detto. L’Europa è un equivoco totale e lo sta diventando anche sul piano della conoscenza e dei diritti civili: l’Occidente è alla fine e l’unica forma di rivitalizzazione è quella sopra prospettata.
LA POLITICA DELLA DOMANDA OGGI

La Relazione annuale del neo-Presidente Consob Paolo Savona ha evidenziato il doppio elemento virtuoso dell’economia italiana, vale a dire la presenza congiunta di un altissimo livello sia di risparmi sia di esportazioni. Ciò potrebbe anche rendere, evidentemente se supportato da una politica economica conseguente, sopportabile un debito pubblico al 200% (del PIL). Ebbene, l’ottica è da politica dell’offerta, in modo da favorire l’industria vitale senza preoccuparsi della domanda interna -letture, pur autorevoli, tese a vedere in termini espressi un ancoramento dell’impostazione di Savona alla politica della domanda si rivelano del tutto forzate. Facile la replica che il collegamento tra sostegno alle esportazioni e tutela del risparmio richiede necessariamente un rafforzamento del sistema finanziario in termini anti-speculativi e così un forte intervento pubblico in termini di programmazione economica che comporta un’apertura sociale e così il sostegno alla domanda dei ceti deboli. La politica della domanda viene così recuperata, in via indiretta, ma in ogni caso inequivoca. Certamente, sull’ottica anti-speculativa, l’impostazione di Savona è timida e non coerente in quanto basata su profili quantitativi e di stabilità, trascurando profili qualitativi e di inibizione di prodotti intrinsecamente abusivi. Ma, in ogni caso, è la prima volta che dalla Consob -ed addirittura dalle Autorità “tout court”- si leva un discorso anti-speculativo. Il discorso va integrato in modo molto incisivo, in quanto nei termini in cui è stato proposto è del tutto insufficiente, ma almeno è stato introdotto. La speculazione, pacificamente sistematica ed endemica, costituisce, non una forma di aggiustamento dei -o comunque- sui-mercati, di cui impedire gli eccessi ma senza atteggiamenti contrari in via di principio, e tale atteggiamento non antagonistico era presente già in Keynes- ma la manifestazione dell’esplosione rovinosa della finanza. Il vero limite dell’ottica di Savona è l’appoggio, fornito non nella Relazione, ma in interventi collaterali, alle tendenze di chi -e si tratta non solo di esponenti, ma anche di interi settori, ed addirittura dell’opinione pubblica economica dominante e del potere economico- , di fronte a FCA e Mediaset ed a altri che si sono dislocati al’estero anche come sede centrale, vuol rendere l’Italia appetibile agli stranieri, in termini non solo fiscali, ma anche di norme societarie, rendendole più favorevoli al gruppo di comando (azioni a voto multiplo, etc.) ed a danno dei soci di minoranza). Così da un lato ci si arrende alla logica del grande capitale che non si limita a controllare l’economia, ma addirittura fissa le regole e si sostituisce allo Stato, mentre, dall’altro, il controllo della finanza diventa illusorio, nel momento in cui la forma di tutela degli azionisti di minoranza e dei risparmiatori, nelle operazioni strategiche ed in ogni caso in quelle relative alla struttura finanziaria interna della grande impresa è del tutto subordinata rispetto, alle esigenze di questa. Il vero è che la politica della domanda deve essere necessariamente provvista di elementi anticapitalistici, vale a dire di fortissima correzione delle dinamiche del sistema, e non essere neutra rispetto all’accumulazione capitalistica, da accettare solo a determinate e rigorosissime condizioni. Ciò richiede un cambiamento radicale e così Savona, certamente di per sé non anticapitalista, è prudente ed addirittura incerto per convinzione e per necessità. Ma almeno si muove, sia pur in modo incerto, nella giusta direzione. E’ la prima volta: è chiaro che la riforma dell’economia richiede non solo elevato un supporto teorico, ma anche una contrapposizione al capitale finanziario, senza quegli accomodamenti e quegli approcci moderati oramai privi di efficacia. Savona indica la strada e, in mancanza di rapporti di forza favorevoli, è costretto a ripiegare su approcci timidi, intrinsecamente privi di efficacia, ma che possono “a contrario” essere letti quale forma di denunzia. Quando il Saggio indica la luna con un dito occorre incentrarsi sulla luna e non sul dito: ed anche quando non si è d’accordo con il Saggio, e vi sono numerosi punti dialettici, come nel nostro caso, occorre sviluppare la dialettica sempre in relazione alla luna e non certamente al dito.

TUTELA DEL RISPARMIO, DEBITO PUBBLICO E SVILUPPO INDUSTRIALE. UN COLLEMANTO NON SOLO AFFASCINANTE MA ANCHE SCIENTIFICO; PERO’ ANCORA INCOMPLETO

La Relazione annuale del neo-Presidente Consob Paolo Savona è stata esplosiva. La stessa ha evidenziato il doppio elemento virtuoso dell’economia italiana, vale a dire la presenza congiunta di un altissimo livello sia di risparmi sia di esportazioni. Ciò potrebbe anche rendere, evidentemente se supportato da una politica economica conseguente, sopportabile un debito pubblico al 200% (del PIL). Non sfugge al lettore attento, ma anche a quello disattento, che tale presa di posizione è propria non tanto di un Presidente Consob, quanto piuttosto di un Ministro dell’Economia. Ma occorre subito sgombrare il terreno da equivoci: poiché il Ministro dell’Economia ha, quali principali compiti, quelli da Ministro del Tesoro, una coincidenza parziale, o quanto meno un collegamento, vi è. Il punto di coincidenza/collegamento è rappresentato dalla necessità di abbandonare ogni presa di posizione che pretenda di tutelare il risparmio in presenza di un’economia nazionale in declino se non addirittura in situazione di disastro. L’impostazione di Savona è lucida e si concretizza nel tacciare di puro velleitarismo, quale pia illusione, il convincimento che la globalizzazione consenta di per sé un’effettiva salvaguardia del risparmio. Le dinamiche internazionali e la speculazione finanziaria rendono il risparmio alla mercé dei peggiori operatori: e qui Savona completa il distacco dal suo Maestro Guido Carli, che invece riteneva la libertà di movimenti finanziari sui mercati meritoria, in quanto tale da comportare alla fine un equilibrio intrinseco proprio delle economie aperte. Un’impostazione economica volta all’interno non è un cedimento al sovranismo, ma è semplicemente un limite non solo di buon senso ma soprattutto di rigore economico alla globalizzazione, che deve incontrare quindi un controllo ed una guida molto forti. Entrati in tale ottica, doverosa ed indefettibile, si può rimettere ad un approfondimento di politica economica la verifica critica di due punti decisivi, vale la natura secondaria attribuita all’alto livello del debito -con spunti in senso diverso solo accennati- e la preferenza conferita ad una politica dell’offerta, con il rafforzamento dell’industria esportatrice, rispetto alla politica della domanda. In tale approfondimento si potrà ed addirittura si dovrà proporre una forte politica di contenimento e di riduzione del debito coerente con la tutela del risparmio, vale a dire mediante un forte supporto al sistema finanziario interno affrontata magistralmente nella Relazione ma in modo parziale ed insufficiente- che va evidentemente rafforzato e non indebolito, e dall’altro inserire la tutela delle esportazioni in un’ottica sociale di rilancio della domanda interna. Ma si tratta di approfondimento che appartiene ai compiti di Ministro dell’Economia -anche il rafforzamento del sistema finanziario interno richiede una profonda scelta di politica economica- non coincidenti e non confinanti con quelli di Presidente della Consob. Per restare nell’ambito proprio della Relazione, è d’interesse l’assunto implicito sottostante all’impostazione ivi presente, vale a dire che non solo senza un rilancio dell’economia nazionale la tutela del risparmio è velleitaria ed impossibile, ma anche con detto rilancio dell’economia non si corre il rischio di sacrificare il risparmio, che ben può essere salvaguardato. Savona sviluppa abbondantemente il tema, sia pure in modo implicito, pensando ad una salvaguardia del sistema finanziario anche interno in termini di stabilità. Netto e decisivo il cambio di pagina rispetto a Nava, precedente Presidente della Consob costretto alle dimissioni in modo inammissibile, che esaltava la normativa “bail-in”, invece demenziale e disastrosa proprio a tal specifico fine. Ebbene proprio qui si presenta il vero punto debole dell’analisi, pur assolutamente magistrale, di Savona. La tutela del sistema finanziario pur interno viene affidata da Savona alla tutela della stabilità, anche in relazione al controllo della speculazione e degli strumenti derivati. Ciò è meritorio, ma parziale, in quanto il controllo della speculazione va condotto non solo in termini quantitativi, propri della stabilità, ma anche qualitativi -dove il discorso di Savona è francamente timido, con un solo rilievo pur fondamentale alla necessità della correttezza della formazione del “mark to market”, vale a dire il prezzo giornaliero-, per bloccare e neutralizzare prodotti e strumenti intrinsecamente rovinosi, e quindi per impedire lo svolgimento abusivo dell’attività finanziaria e bancaria, che è consustanziale e connaturato al dominio della speculazione e rende questa incontrollabile, con i controlli quantitativi, pur meritori, che diventano alla fine facilmente suscettibili di elusione. Discorso affascinante viene svolto sulle cripto-valute -e sull’economia digitale e sugli algoritmi- e sui titoli resi esenti da rischio a livello europea, ma questa è la parte di politica economica pura, e sarà affrontata in altra sede. In definitiva, per chiudere, una magistrale Relazione, ma lo scrivente, che è ostinato e caparbio, continua a ritenere che sarebbe stato molta migliore la presenza di Savona quale Ministro del Tesoro -con la speranza che qualcuno, nella sinistra antiliberista, potesse fungere da pungolo e contraltare dialettico- e di Marcello Minenna quale Presidente della Consob (cui aggiungere la Raineri quale Ministro di Grazia e Giustizia).

La contraddizione tra alta ricchezza privata ed alto debito pubblico è uno dei problemi endemici italiani. Si sono formate elevate sacche di risparmio, che però non hanno recato vantaggio né al PIL, né all’economia pubblica. Si vuole, a sinistra ma non solo, risolvere il problema con una imposta patrimoniale, magari “una tantum”, che però registra il duplice inconveniente di essere anti-progressiva – o meglio provvista di ineliminabili meccanismi anti-progressivi, potendo benissimo il grande patrimonio essere agevolmente frazionato- e poi, in strettissima connessione, alla luce della presenza di ricchezze occulte tra i settori ultra-abbienti, di essere suscettibile di penalizzare il ceto medio. Il problema è certamente serio, ma non può essere oggetto di analisi semplificate: l’elevata ricchezza privata dimostra che il Paese ha risorse; come finalizzarle allo sviluppo generale? L’imposta patrimoniale, oltre ad essere socialmente non impeccabile, corre così il rischio, quale misura draconiana, di creare allarme alla fine controproducente. Ciò non toglie che il problema sussista e sia di grande rilevanza: che il debito pubblico si sviluppi a dismisura in presenza di grande ricchezza privata dimostra: a) la mancanza di efficacia diffusa della ricchezza privata; b) che il risparmio si forma non solo in modo iniquo ma anche senza impatto produttivo diretto; c) e che la ricchezza privata da un lato non si traduce in investimenti, ma dall’altro è sottratta alla tassazione non andando a beneficio delle casse pubbliche. Allora, l’intervento risanatore non può né deve essere limitato al solo profilo fiscale. Il problema ha una portata molto più generale ed attiene alla produzione della ricchezza ed alla sua distribuzione prima ancora che alla sua tassazione. Due sono i profili che emergono in modo prepotente: a) da un lato le varie forme di risparmio non sono tra di loro accomunabili ed occorre un approccio diversificato in relazione alla loro concentrazione; b) mentre, dall’altro, la destinazione dei risparmi è decisiva per sia per la ricchezza nazionale sia per la tutela dei singoli risparmiatori, in quanto altrimenti i risparmiatori piccoli corrono il rischio di essere vittime anch’essi di ubriacature da alta speculazione proprio in quanto inseriti in meccanismi generalizzati e fatti su misura per il grande capitale e per il grande risparmio, questi attratti irresistibilmente l’uno dall’altro, facenti parte come sono della stessa, perversa e distruttrice, logica di accumulazione. Occorre così passare dalla mediazione tra produzione di ricchezza e destinazione al risparmio affidata al capitale finanziario a quella affidata alla programmazione pubblica, Tale passaggio è così epocale da non poter essere realizzato a tavolino, ma all’esatto contrario da dover essere la logica risultante di un processo che ponga al centro la guida pubblica della finanza privata. In tale ottica, nel controllo pubblico, oramai necessario ed indefettibile, dei flussi finanziari, si può -e si deve anzi- porre la lotta all’evasione fiscale, che diventa anch’essa la logica ed indefettibile risultante di un dovere generale di contribuire alle esigenze finanziarie dello Stato a fronte dell’intervento di questi non solo equilibratore dei flussi finanziari ma anche garante di una destinazione seria ed affidabile delle risorse al risparmio, in modo da valorizzare al massimo le disponibilità dei cittadini e la loro programmazione di un futuro dignitoso. Viene così ad essere armonicamente rilanciata la progressività fiscale, finalmente resa reale ed effettiva, senza che sia più necessario tassare i patrimoni, se non quelli molto grandi. In tal modo, la tassazione, anche straordinaria, dei patrimoni molto grandi viene a costituire una correzione, drastica, di una stortura del sistema, senza rivelarsi una misura estemporanea atta a penalizzare tutte le ricchezze, anche quelle riconducibili al lavoro.
Il nodo principale di politica economica è rappresentato dal debito pubblico. Non solo perché un alto livello di debito pubblico rende del tutto impossibile già in radice ogni spazio di manovra, ma anche perché è determinato dal capitale finanziario delle grandi banche d’affari internazionali che gestiscono le aste del debito pubblico -dopo la scellerata separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro decisa nel 1981 da Andreatta e Ciampi--. Il capitale finanziario non solo è protagonista di grandi illeciti a danno dei privati di qualsiasi tipo, anche altre banche ed a danno degli enti pubblici e dello Stato, con abnormi operazioni speculative, tra cui spiccano i derivati-il tutto come mostrato in miei scritti sull’argomento-, ma anche dominano la politica economica degli Stati oramai privi di qualsivoglia autonomia, nemmeno quella relativa di cui si discettava negli anni ’70. Ovviamente, il controllo del debito di cui si è appena parlato si colloca non in un’ottica liberista e di austerità, ma all’esatto contrario in una programmazione pubblica vincolante e di natura sociale. Il capitale finanziario che determina in esclusiva la politica economica degli Stati e domina i mercati, privi di qualsivoglia ruolo nell’allocazione delle risorse, pone peraltro le basi per un passaggio da un sistema di pianificazione privatistica ed arbitraria ad una pubblicistica e razionale, e non unilaterale ma con la partecipazione delle varie componenti sociali. Per concludere, in ambito marxista, anche da parte degli interpreti più acuti e raffinati si registrano resistenze ad accettare la nuova categoria del capitale finanziario quale propria di una nuova fase del capitalismo, totalmente innovativa, in cui la componente produttiva è del tutto marginale e secondaria. Per amore di chiarezza, la componente produttiva non ha mai avuto quel ruolo preponderante che Marx gli attribuì nel I Libro del “Capitale”, dove evidenziò che le merci si scambiano a valori uguali salvo che nello scambio con la merce lavoro. Lo scambio a valori diseguali ha sempre caratterizzato il capitalismo la cui componente mercantile non è mai stata inglobata in quella produttiva (nella nota polemica, aveva quindi ragione Sweezy nei confronti di Dobb). Ma ora quella finanziaria, che ha inglobato totalmente le altre, privandole di autonomia, porta ad una nuova fase in cui addirittura la merce si dissolve, visto che nelle transazioni finanziarie si arriva allo scambio di capitale contro capitale. E’ un sistema in cui vi è una sola componente, il Capitale, unico fattore dotato di legittimità che stritola ed annienta gli altri, con una concentrazione di ricchezze senza precedenti e a monte con creazione di ricchezza che non si realizza “ex novo” ma distruggendo altra ricchezza. Non è finita la lotta di classe, ma semplicemente una classe ha sgominato le altre. Proprio per questa ragione, nella divaricazione tra efficienza -nulla- e forza -massima- del sistema, non solo si formano le basi per una nuova conflittualità di classe che deve essere elaborata con la profonda innovazione richiesta dalla realtà sottostante, ma anche si individuano gli elementi per mostrare l’assurdità di una pianificazione privatistica ed arbitraria, da cui dialetticamente si deve passare gradualmente ad una programmazione pubblica imperativa, democratica e con la partecipazione dei vari soggetti sociali in funzione della loro meritevolezza ed in via proporzionale rispetto a quest’ultima. La globalizzazione non è di ostacolo in quanto è solo un’appendice del capitale finanziario. E’ contro questi che ci si deve battere in un’ottica, al momento, riformista.
Il nodo principale di politica economica è rappresentato dal debito pubblico. Non solo perché un alto livello di debito pubblico rende del tutto impossibile già in radice ogni spazio di manovra, ma anche perché è determinato dal capitale finanziario delle grandi banche d’affari internazionali che gestiscono le aste del debito pubblico -dopo la scellerata separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro decisa nel 1981 da Andreatta e Ciampi--. Il capitale finanziario non solo è protagonista di grandi illeciti a danno dei privati di qualsiasi tipo, anche altre banche ed a danno degli enti pubblici e dello Stato, con abnormi operazioni speculative, tra cui spiccano i derivati-il tutto come mostrato in miei scritti sull’argomento-, ma anche dominano la politica economica degli Stati oramai privi di qualsivoglia autonomia, nemmeno quella relativa di cui si discettava negli anni ’70. Ovviamente, il controllo del debito di cui si è appena parlato si colloca non in un’ottica liberista e di austerità, ma all’esatto contrario in una programmazione pubblica vincolante e di natura sociale. Il capitale finanziario che determina in esclusiva la politica economica degli Stati e domina i mercati, privi di qualsivoglia ruolo nell’allocazione delle risorse, pone peraltro le basi per un passaggio da un sistema di pianificazione privatistica ed arbitraria ad una pubblicistica e razionale, e non unilaterale ma con la partecipazione delle varie componenti sociali. Per concludere, in ambito marxista, anche da parte degli interpreti più acuti e raffinati si registrano resistenze ad accettare la nuova categoria del capitale finanziario quale propria di una nuova fase del capitalismo, totalmente innovativa, in cui la componente produttiva è del tutto marginale e secondaria. Per amore di chiarezza, la componente produttiva non ha mai avuto quel ruolo preponderante che Marx gli attribuì nel I Libro del “Capitale”, dove evidenziò che le merci si scambiano a valori uguali salvo che nello scambio con la merce lavoro. Lo scambio a valori diseguali ha sempre caratterizzato il capitalismo la cui componente mercantile non è mai stata inglobata in quella produttiva (nella nota polemica, aveva quindi ragione Sweezy nei confronti di Dobb). Ma ora quella finanziaria, che ha inglobato totalmente le altre, privandole di autonomia, porta ad una nuova fase in cui addirittura la merce si dissolve, visto che nelle transazioni finanziarie si arriva allo scambio di capitale contro capitale. E’ un sistema in cui vi è una sola componente, il Capitale, unico fattore dotato di legittimità che stritola ed annienta gli altri, con una concentrazione di ricchezze senza precedenti e a monte con creazione di ricchezza che non si realizza “ex novo” ma distruggendo altra ricchezza. Non è finita la lotta di classe, ma semplicemente una classe ha sgominato le altre. Proprio per questa ragione, nella divaricazione tra efficienza -nulla- e forza -massima- del sistema, non solo si formano le basi per una nuova conflittualità di classe che deve essere elaborata con la profonda innovazione richiesta dalla realtà sottostante, ma anche si individuano gli elementi per mostrare l’assurdità di una pianificazione privatistica ed arbitraria, da cui dialetticamente si deve passare gradualmente ad una programmazione pubblica imperativa, democratica e con la partecipazione dei vari soggetti sociali in funzione della loro meritevolezza ed in via proporzionale rispetto a quest’ultima. La globalizzazione non è di ostacolo in quanto è solo un’appendice del capitale finanziario. E’ contro questi che ci si deve battere in un’ottica, al momento, riformista.
L’Europa è inconsistente, però è una realtà, intesa in senso almeno formale, di istituzione vigente: nonostante che sia tale solo da un punto di vista formale, essa finisce con il consentire qualche protezione. Nella stessa ottica, l’euro, anche se non assistito da una politica monetaria coerente e sistematica, è comunque in grado di assicurare una forma di tutela nei confronti dei mercati internazionali e della speculazione ivi in essere, che i singoli Paesi da soli non sarebbero in grado di assicurarsi. L’uscita, vista in via intrinseca, non risolve nulla e crea problemi ai Paesi deboli. Il ricorso da parte di questi al protezionismo è del tutto illusorio e velleitario in quanto essi non sono in grado di reggere in autonomia sui mercati. Di ciò si è pienamente e realisticamente consapevoli, ma ciò nonostante si ritiene che occorra uscire da entrambi. Il livello di inconsistenza è arrivato a livelli massimi ed è assolutamente irreversibile: l’unione tra questi due elementi ha creato una situazione perversa per cui i pur minimi elementi postivi si trasformano in elementi negativi di legittimazione di una situazione aberrante. Ciò non tanto alla luce di un’eterogenesi di fini, quanto piuttosto in virtù della decomposizione di un sistema all’ interno del quale non si può rimanere intrappolati. Anche se non vi è alternativa, occorre uscire per non restare prigionieri del liquido, che sarà liberato dal compimento della decomposizione, del tutto letale. Quelli che i moderati europeisti, dal civilista Marchetti e dal pubblicista Cassese a de Bortoli ed a altri, vantano come successi dell’Europa sono in realtà non grandi forme di intervento, ma piccole protezioni, oramai superate. Ed invece la situazione reale è del tutto opposta: a) l’Europa non ha una politica di debito pubblico, con i Paesi deboli in mano alle grandi banche di affari internazionali non solo come debito pubblico ma anche come politica economica, in modo che la sovranità in materia economica è passata dai singoli Stati non ad una Comunità sovranazionale, ma alla finanza internazionale, rovinosa, distruttiva e abusiva; b) l’Europa non ha una politica bancaria, con i Paesi forti che possono salvare le proprie banche in difficoltà ed i Paesi deboli no, in modo che questi ultimi non solo non si risaneranno mai, ma addirittura vedono il loro settore bancario alla mercé di quelli esteri, con la consacrazione del venir meno di qualsivoglia autonomia economica rispetto agli altri Paesi, mentre l’Europa è diventata un arbitro ad un tempo fazioso ed incompetente; c) non vi è una politica dei migranti, con i nuovi arrivi messi in carico solo ai Paesi confinanti; d) non vi è politica estera comune, con l’Europa assente sul Medio Oriente ed incapace di opporsi agli abusi dell’America e di Israele ai danni della Palestina e che non ha nulla a che dire sull’interferenza illecita dell’America sul Venezuela, interferenza illecita che per la prima volta in Sud-America è manifesta ed ufficiale e non solo di fatto e occulta; e) ora, con la via della Seta, la Francia e la Germania hanno assunto una posizione comune di accettazione dello stesso, anche in contrapposizione all’America, ma solo sul Mar Baltico e zone adiacenti, a favore di loro stesse e delle collegate Nazioni del Nord, ma non sul Mar Mediterraneo in relazione ai Porti di Trieste e Genova, interessati alla stessa Via della Seta; f) con il recente Accordo di Aquisgrana, Germania e Francia hanno stabilito l’asse privilegiato anche in termini di decisioni politiche ed istituzionali. L’Europa è un Impero tedesco, con ausilio francese, che opprime i Paesi del Sud, in virtù di una strategia che parte da lontano, e che si è realizzata prima ponendo i Paesi deboli in posizione subalterna, poi impedendo loro di risolversi ed infine creando una barriera tra le economie dei due blocchi, barriera che non è di sola separazione ma opera in senso affatto unidirezionale. Parlare di Comunità è non solo frutto di ipocrisia, ma soprattutto una vera e propria mistificazione. Occorre uscire da tale situazione che alla fine stritolerà i Paesi deboli o li avvelenerà All’obiezione che manca una situazione alternativa, è facile ribattere che ciò non è più rilevante, in quanto l’uscita non solo evita di finire nel baratro, ma risponde ad una lucida strategia di scompaginare le carte in tavola. Il tutto mediante un atto clamoroso ed enfatico: “oportet ut scandala eveniant”, recita un noto brocardo latino. Ma non solo: siamo veramente sicuri che non vi sia alternativa e che pertanto si sprofonda in isolamento senza via di uscita con un protezionismo sterile? Senza pretesa di elaborare una soluzione già bella e pronta, addirittura preconfezionata, si sottopongono quattro vie di percorso, non necessariamente alternative tra di loro. In primo luogo, l’Europa senza l’Italia non ha più senso, nemmeno formale, e pertanto si aprirà necessariamente un tavolo di negoziazione in cui per la prima volta Germania e Francia dovranno abbandonare la propria disastrosa strategia. In secondo luogo, in termini strettamente collegati al primo punto, l’Italia ha una carta mai pienamente utilizzata, che è la posizione centrale nel Mediterraneo, per cui potrà e dovrà porsi in posizione propositiva e attiva, in termini di vero e rapporto indirizzo. In terzo luogo, può contare sulla protezione della Cina, interessata ad un proficuo sviluppo del secondo punto. All’obiezione che tale protezione è una semplice e mera conseguenza di un vero e proprio dominio, agevole è la risposta che dalla fine della seconda guerra mondiale, siamo stati sottoposti a domini ben peggiori e ben oppressivi. Il dominio della Cina sembra provvisto di tutti i requisiti per presentarsi con un volto rispettoso e basato su una logica di reciproca, anche non identica, convenienza. In quarto luogo, la Gran Bretagna che si pone fuori dell’Europa e presumibilmente fuori del tradizionale asse privilegiato con l’America, per dialogare in via autonoma con la Cina, offre nuovi scenari nell’Occidente. Ma una cosa deve essere chiara: occorre, una volta per tutte, smetterla di prestare ascolto alle suadenti sirene che ci invitano a non rompere il rapporto privilegiato con l’America (per tutti Panebianco) e con la Germania e con la Francia (prima Sergio Romano, che ora sembra molto più scettico sul punto. Ed infatti, l’America, dopo aver vinto la guerra fredda, senza un ostacolo a capo di un vero e proprio blocco, gioca a tutto campo in un’ottica di brutale oppressione, mentre la Germania, dopo aver tentato ripetutamente per tutto il secolo scorso, di conquistare il dominio sull’Europa anche a mezzo guerre, è riuscita ora in via pacifica in tale intento, però -in virtù di uno di quei strabilianti paradossi che solo al Storia può realizzare- nel momento in cui l’Europa si è disintegrata. Il vero è che il dominio americano ed il sub-dominio tedesco avevano un senso quando l’occidente rappresentava una frontiera di capitalismo sviluppato, efficiente e con grandi forme di civiltà, culturale, politica, istituzionale, di livello di vita, ed anche di natura sociale, che si è ora dissolta. Occorre così costruire un nuovo assetto, con nuove alleanze anche trasversali, che pongano le basi per competizioni tra diversi modelli di capitalismo, in modo da poter imporre la ripesa di un cammino di civilizzazione, brutalmente interrotto. L’Italia può giocare, in tale ottica, un ruolo importante, anche se non di primo piano.