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Macron è diventato una stella politica di prima grandezza, anche in campo internazionale, dopo la visita a Trump, che ha rappresentato un suo vero e proprio trionfo. A dir la verità, il suo discorso celebrato al Congresso americano si si è risolto in due banalità, l’invito a Trump ad abbandonare l’unilateralismo e la condanna dei dazi: banalità sia perché scontate sia perché enunciate senza indicare le contromisure che l’Europa adottererebbe in mancanza di abbandono da parte di Trump. Niente che assomigli ad uno straccio di politica. La conclusione vera è che Macron è stato ben accolto da Trump perché lo ha appoggiato nell’attacco irresponsabile alla Siria a differenza della Merkel: d’altro canto le due condanne di cui sopra hanno lasciato indifferente Trump in quanto prive di vero contenuto e di indicazione, nemmeno a livello prospettico, di misure sanzionatorie.. Macron è un politico mediocre e non è riuscito a dare una politica all’Europa e nemmeno è riuscito a mostrarsi autonomo da Trump. L’Europa non esiste e solo la sapiente sintesi della Merkel tra dominio e mediazione riesce a tenerla in piedi con affanno e non rius8cendo ad impedire che traballi ad ogni occasione, con rischio di schianto al primo scossone. Il dinamismo di Macron. che avrebbe dovuto imprimere una svolta di sostanza, è all’esatto contrario privo di qualsivoglia consistenza. In Italia vi è chi vuole fare un partito alla Macron, unendo i poli moderati del centro destra (in pratica, i berlusconiani) e del Pd (n pratica i renziani), senza rendersi conto che il moderatismo è fuori gioco. Ma il vero punto è un altro: vi è che esalta il regime istituzionale francese con una legge elettorale maggioritaria a doppio turno per nominare, in via separata, sia il Parlamento sia il Capo dello Stato. Ebbene, in altra sede si è mostrato che la legge elettorale maggioritaria a doppio turno è necessaria, ma è da evitare il Presidenzialismo: va quindi spezzettato il sistema istituzionale francese, per prendere solo uno dei due pezzi. Qui è da mostrare che Presidenzialismo da un lato e dall’altro mancanza di maggioranza sono tra di loro succedanei come forme di cedimento al dominio del capitale finanziario con conseguente mancanza di autonomia della politica, il primo come autoritarismo ed il secondo come assenza di governo. Macron incarna la prima forma mentre Renzi e Berlusconi oscillano tra le due. Salvini e Di Maio sono per la politica ma l’uno solo apparentemente in quanto è anch’esso succube del capitale finanziario, incarnando la sua vocazione protezionista –lo scrivente non si stancherà mai di ripetere che protezionismo e liberismo non sono affatto tra di loro incompatibili- a differenza di quella globalizzata di Macron, mentre il secondo non è ancora alternativo. Quello che è chiaro è che l’Europa non ha politica: ma non solo, non è assolutamente possibile una politica moderata, mentre a d’altro canto una radicale è priva di basi solo in quanto non sufficientemente e non veramente radicale. Ciò perché manca una vera politica e si oscilla tra spirito identitario e approccio rinunciatario. La riscoperta dell’autonomia della politica non conduce al leninismo ed alle sue forme analoghe –tanto meno a Schmitt che è stato il vero teorico sistematico della questione ed il cui tributo a Lenin è stato chiarito da Carlo Galli e dal sottoscritto- La politica di cui si vuol scoprire l’autonomia non è un mezzo surrettizio per eludere la crisi della lotta di classe in discussione, come Lenin invece fece comprendendo tale crisi in “L’imperialismo”: ma a ben vedere, nonostante che non in pochi ci siamo illusi sulla crasi tra Marx e Lenin e sull’assunto che il vero erede di Marx fosse Rosa L., occorre ammettere che Lenin ha solo sviluppato con maggiore esplicitazione elementi già “in nuce” in Marx, ed una frase del “Manifesto” in cui la lotta di classe si risolve nella politica è ben eloquente. Il vero erede politico di Marx è Lenin ed occorre disfarsi dell’intera teoria politica di Marx, che non è semplicemente insufficiente in modo grave, come ammonirono a metà degli anni ’70 Bobbio e Colletti, ma è del tutto errata e da abbondonare. All’esatto contrario, l’autonomia della politica qui propugnata è quella in grado di fondare nell’effettività la sovranità popolare –che nulla ha a che vedere con la sovranità nazionale, e quindi quanto qui sostenuto nulla ha a che fare con nazionalismo, protezionismo e “sovranismo”-, che è l’unica base della democrazia e nel contempo la necessaria pre-condizione per rifondare la lotta di classe, ponendola su ben più robuste basi di quelle marxiane, superate dalle dinamiche del capitale finanziario.
La questione palestinese è terribile e si trascina dall’immediato secondo dopoguerra: in violazione di qualsivoglia risoluzione Onu, non vi è uno Stato palestinese, i territori post ’67 sono occupati da Israele in maniera non legittima e Gerusalemme è parte integrante dello Stato israeliano invece di essere zona franca per tutte le religioni dell’area. Il problema è serio: il sionismo è nato come socialista ma di fronte all’accerchiamento arabo ha reagito in termini militari ed ha fatto prevalere la propria ragione militare ed a monte in via ancora più generale la propria ragione nazionale. Di fronte all’accerchiamento arabo vi è stata più di una giustificazione nella reazione, in quanto la questione palestinese non sussisterebbe se Israele fosse stato sconfitto nelle varie guerre, ed infatti vi sarebbe stato un massacro di massa a danno degli ebrei. La critica nei confronti di Israele deve essere ferma ma non unilaterale. Essa deve indirizzarsi non tanto contro specifici errori e specifiche atrocità, anche se non mancanti, come per esempio clamoroso Sabra e Shatila, ed anche se non episodici. Deve collocarsi ed indirizzarsi ai piani più alti, in modo da avere come bersaglio la ragione politica che si esalta nell’amico-nemico, e trova un collettore nella Nazione per unificare le componenti interne e devitalizzare così i conflitti sociali e presentarsi all’esterno in modo unificato senza alcuna pietà e mediazione verso i nemici. Per Israele, dalla propria difesa, sacrosanta, alla criminalizzazione dei palestinesi ed alla loro umiliazione e al loro soggiogamento, il passo è stato breve ed inevitabile. L’originario spirito socialista è rimasto soffocato e sostituito da un nazionalista estremo e profondo, di estrema destra. Italia, alle manifestazioni del 25 aprile le colonne ebraiche hanno contestato la presenza di bandiere filopalestinesi. Ma perché adesso che la politica è alla fine ed è dominata dal capitale finanziario, si persiste nel non risolvere, da parte dell’Occidente, la questione palestinese? Una prima risposta è rappresentata dalla tutela delle ragioni occidentali nell’area. Ciò in un’ottica di disordine visto che così si pongono le basi per non staccare gli arabi moderati dagli oltranzisti. Il mondo islamico fa comodo come nemico dell’Occidente senza distinzione tra forti e deboli, tra aggressori ed aggrediti. E’’ la fine della politica che peraltro si basa su una forma di identità religiosa quale surrogato del nazionalismo. E non a caso la destra occidentale ha sostituito al proprio tradizionale antiebraismo un anti-islamismo. E’ la tutela dell’Occidente nell’area in un’ottica di abuso e di arbitrio. Ma non è una ragione non ancora sufficiente. Il vero punto è che non più solo la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi (von Clausewitz), e nemmeno solo la politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, ma in termini ben peggiori la politica è oramai priva di senso. Mentre prima era solo la fine del diritto internazionale, ora è anche la fine della politica internazionale. La soluzione della questione palestinese vorrebbe evidentemente significare una profonda vittoria della politica, ed anzi una sua rinascita che il capitale finanziario non può tollerare. In tale ottica, la questione dei coloni che invadono i territori occupati e costituiscono i più oltranzisti antipalestinesi conferma ed anzi consacra la vittoria del nazionalismo, con il contrasto tra ceti deboli israeliani e ceti deboli palestinesi. Un’unificazione di classe lì non è possibile, perché è proprio l’interesse materiale che divide tra di loro in modo insanabile i due ceti deboli. Di qui la necessità di alleanze tra il popolo ebraico e quello palestinese contro le rispettive Nazioni per superare un conflitto assurdo tra i due popoli , conflitto assurdo che può essere invece risolto con il riconoscimento dei diritti di entrambi i popoli con due Stati. In definitiva, la ripresa della sovranità popolare contro la sovranità nazionale acquista così efficacia e valore anche a livello internazionale. A favore di un nuovo ed originale populismo orientato a sinistra e domani da qualificare in senso sociale si forma una grande e solida base.
Dopo quasi due anni dal “referendum “pro-Brexit”, si sono invertiti i termini della questione. La Gran Bretagna non ha subito grandi danni dalla fuoriuscita dall’Europa, mentre è esattamente vero il contrario. Anche come piazza finanziaria, si è scoperto che l’Inghilterra è più importante per l’Europa di quanto sia importante l’Europa per l’Inghilterra. L’Europa è morta ed i Paesi forti possono uscire da essa senza dazio. La conclusione è una sola: l’Europa non esiste ed ha valore vincolante solo per i Paesi deboli, che da un lato sono da essa vessati e dall’altro non possono uscirne a pena altrimenti di finire alla fame. La Gran Bretagna si è staccata dall’Europa in quanto, con Londra, capitale finanziaria che in quanto tale basa la propria forza sulla delocalizzazione e globalizzazione da un lato e dall’altro sulla violazione delle regole o meglio sulla loro disapplicazione quando sconvenienti al capitale finanziario. L’Europa è adatta ai Paesi forti solo se in grado di utilizzarla come parte assoggettata al proprio Impero (Germania) o se nell’orbita del centro dell’Impero (Francia, Belgio). Si è determinata una situazione originalissima di geo-politica. Le istituzioni sovra-nazionali hanno fallito e funzionano solo quelle imperiali. D’altro canto la globalizzazione e la caratterizzazione finanziaria dell’economia hanno creato una mobilità internazionale per cui si può scegliere una dislocazione non coerente con la geografia. Poi se l’Inghilterra sia autonoma o se faccia parte dell’Impero americano o se invece sia alleata alla pari con questa, in un’ottica di sinergia impero-capitale finanziaria, è una questione molto rilevante ma che non incide sulla nuova realtà geo-politica: la globalizzazione ha sconfitto gli Stati deboli ma non quelli forti, non necessariamente Imperi. Il nazionalismo non è incompatibile con l’imperialismo e nemmeno con la globalizzazione, contrariamente a quanto ci è stato forzatamente propinato. Le comunità sovranazionali, con l’eccezione degli Imperi, hanno fallito: il diritto internazionale è definitivamente morto, il che appare incongruo nell’epoca della globalizzazione. Lo Stato è in crisi ma non è stato sostituito da altre realtà. Venuta meno l’illusione delle comunità sovranazionali, l’Impero non si è affermato in modo universale e non vi è alcuna istituzione in grado di regolamentare la globalizzazione dominata dalla grande finanza e quindi dal capitale finanziario. L’anarchia del capitalismo, genialmente compresa da Marx, si è imposta definitivamente e dal campo economico ha invaso anche quello politico. La razionalità del capitalismo, d’altro canto, a suo tempo esattamente teorizzata da Max Weber, si è rivelata circoscritta alla fase concorrenziale e industriale, mentre è svanita nella fase monopolistica, globalizzata e finanziaria. Il dominio del capitale nella sua dimensione finanziaria è tale da essere trasversale agli Imperi e quindi in grado di comandare anche su questi. Ne consegue che la forza non economica, anche militare, è ormai secondaria. Qualche ulteriore conseguenza, la guerra non scompare, ma ha valore residuale , nel senso che non decide le grandi fasi, ma ha valore diffuso e capillare (in mancanza del diritto internazionale), senza peraltro sfuggire al ruolo ancillare di aggiustamento delle grandi fasi. E si torni a Brexit. Pur in mancanza di elementi precisi sul rapporto tra Inghilterra ed America, quello che è chiaro che la finanza occidentale non ha limiti: il capitale finanziario è un modello esportato dall’Occidente in tutto il mondo (i fondi di investimento arabi, per esempio) e nessuna potenza, compresi Cina e Russia e Paesi islamici, sono in grado di contrastare le grandi banche d’affari, le quali, all’esatto contrario, sono in grado di condizionare con gli strumenti derivati i prezzi di tutte le importanti materie prime, dal grano al petrolio. In definitiva, il modello occidentale è non solo quello perfezionato ma anche quello dominante: l’analisi di Marx viene così confermata. E’ un dominio economico incontrastato, mentre il dominio politico è frammentato, avendo un ruolo sempre minore, il tutto a conferma ulteriore dell’analisi di Marx. La delocalizzazione, la dematerializzazione e la caratterizzazione finanziaria hanno reso il dominio politico e militare residuale e secondario. Dell’analisi di Marx è smentito l’esito. Manca l’alternativa, in quanto la classe lavoratrice è invece stanziale e territoriale. La lotta di classe esiste sempre ma è ornai unilaterale. Se un approccio riformistico tradizionale è velleitario in quanto mancano le leve per correggere le tendenze distruttive del sistema, e così la riscoperta della socialdemocrazia tentata dallo scrivente si rivela velleitaria, occorre invece un approccio nuovo e puntare non sull’antagonismo economico-sociale, dove si è non solo perdenti ma nemmeno in grado di giocare la partita, ma sull’innesto di forme economiche in grado, almeno potenzialmente, di essere alternative al capitale ed al capitale finanziario, per es. finanza non speculativa, tecnologie guidate dal lavoro, e così via. Occorre avere il coraggio di riconoscere che il capitalismo non ammette soluzioni indolori e pertanto il riformismo si rivela addirittura inconsistente. Nel contempo l’ipotesi rivoluzionaria deve essere non antagonista ma alternativa, nella consapevolezza che occorre prepararsi allo sbocco finale, che dipenderà da una causa endogena al capitale finanziario, vale a dire da un’esplosione delle tendenze distruttive. Si tratta non di agevolare tali tendenze come invece secondo la teoria del c.d. “accelerazionismo”, ma all’esatto contrario di prepararsi per l’alternativa al momento dell’autodistruzione.
Il 5 maggio di quest’anno ricorre il bicentenario della nascita di Marx. Il primo centenario cadde appena scoppiata la rivoluzione russa: non poteva esserci ricorrenza più felice. Il primo centenario della morte, nel 1983, cadde quando si era avviato da poco il vento liberista di Reagan e della Thatcher che aveva posto le basi per spazzare, a breve, sia il comunismo sia la socialdemocrazia. Il bicentenario della nascita cade in un momento paradigmatico. La prospettiva comunista è scomparsa trascinando con sé anche la socialdemocrazia. E’ il trionfo del liberismo selvaggio, che è in crisi economica perenne confermando l’analisi di Marx sulla contraddittorietà intrinseca del sistema capitalistico. Ed è una crisi economica che è diventata anche sociale, con la disgregazione sociale e con l’intensificazione delle diseguaglianze arrivate a livello stratosferico, ed addirittura financo politica con lo Stato preda del capitale finanziario , questo privo di limiti con la globalizzazione, con la de-materializzazione e con la delocalizzazione: le multinazionali, anche in campo non finanziario, hanno acquisito una caratterizzazione di “holding” in cui l’aspetto finanziario è quello prevalente., come dimostra, nel piccolo dell’Italia, il caso FCA. E’ il capitale nel momento più rovinoso e distruttivo, e così in crisi irresolubile derivante non da fattori esterni ma da fattori interni. Ciò con i suoi avversari sgominati e con la classe lavoratrice polverizzata. Viene confermata l’analisi scientifica del capitale da parte e viene confermato anche l’impianto del materialismo storico con la critica dello Stato e con la conferma della sua crisi irreversibile. A fronte di ciò, vi è la smentita della teoria del comunismo. Sembrerebbe confermata la dissociazione in Marx tra scienza e ideologia (per tutti Colletti, dal ’74 in poi). Ma il discorso è ben più complesso: tale dissociazione è frutto di una totale semplificazione, non solo riduttiva ma addirittura fuorviante e tale da creare un vero e proprio travisamento, anzi, con tutto il rispetto per Lucio Colletti, una vera e propria mistificazione. La fondatezza della critica del capitale dimostra che l’anticapitalismo politico ha una base scientifica, che viene smarrita esclusivamente quando ci si abbandona al volontarismo come in Lenin, che peraltro si ispirò alla parte politica del pensiero di Marx. Pertanto, non si tratta di creare una zona sacra intorno a Marx, dando la colpa degli errori sui suoi continuatori, ma la contrario è necessario circoscrivere la portata degli errori, indubitabili e non raramente riconducibili a lui.. In altri termini, da abbandonare è la non teoria del comunismo ma la sua versione volontaristica. Sembrerebbe che Il problema vero sia quello di fondare su base scientifica anche la politica, come emerse nel 75-76 sulla base degli interventi illuminanti dello stesso Colletti (ancora marxista) e di Bobbio. Ma anche qui si tratta di una soluzione del tutto riduttiva, semplificatrice e fuorviante (recentemente un eminente costituzionalista, Giovanni Ferrara, ha tentato una ricerca in tal senso, collocandosi all’interno della tradizione comunista italiana di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, si tratta un tentativo egregio ma dai piedi di argilla, se si vuole essere buoni, essendo tale tradizione nient’altro che un mero sincretismo tra leninismo e socialdemocrazia., ferma restando la grande originalità di Gramsci, dai risultati estremamente povera, peraltro, sul piano politico). Il vero nodo è che il marxismo è una teoria critica, ma non ha fondato le teorie positiva, teoria positiva mai elaborata, in campo:
Nel vuoto di politica economica della sinistra, l’unico punto di riferimento sembra essere la politica della domanda keynesiana, con il ruolo centrale degli investimenti pubblici. Sul “Manifesto” si è recentemente evidenziato che la politica della domanda richiede il sostegno del reddito dei ceti bassi, che sono, per condizioni materiali, quelli maggiormente propensi al consumo. Di qui la necessità della tutela del reddito e del posto di lavoro di tali ceti, con l’eliminazione del precariato ed il ripristino del divieto ingiustificato di licenziamento di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. E’ una lettura di Keynes corretta ma parziale. Trascura che in Keynes, quale terzo corno della politica della domanda, oltre agli investimenti pubblici ed al sostegno del reddito dei ceti bassi, vi è il controllo penetrante della finanza con il fortissimo ridimensionamento della speculazione. La centralità ed illimitatezza della speculazione finanziaria, di cui al capitale finanziario, elimina o comunque riduce al minimo gli investimenti pubblici, perché elimina il sostegno del debito pubblico e rende la spesa pubblica quale pressoché solo per interessi, e guidando l’economia rende il lavoro privo di capacità di negoziazione e di capacità di condizionamento, poiché il profitto non ha più fonte prevalentemente produttiva. Keynes è superato –nonostante il tentativo di Minsky di qualche decennio fa di farne l’architrave di una nuova dimensione sociale del capitalismo-, perché l’instabilità del capitalismo da lui stesso intuita si è trasformata in mancanza totale di equilibrio dovuta allo svincolo del profitto dall’industria e dalla produzione. La speculazione finanziaria è diventata non solo la componente principale della finanza ma la sua essenza e così addirittura l’essenza dell’economia. essendo la finanza stessa il vero centro del capitale Dall’instabilità si è passati alla crisi permanente ed addirittura allo squilibrio totale. Ma non solo: dalla creazione di valore e dalla sua distribuzione si è passati alla creazione di valore esclusivamente mediante distruzione di altro valore. Il controllo della finanza non è più sufficiente ma è necessario ripristinare la legge del valore, e trovare un valore economico intrinseco di natura assoluta, diverso così dall’incontro tra domanda ed offerta. La finanza e la speculazione, pur necessaria, devono essere ricondotte nella legge del valore. L’individuazione del valore assoluto nel lavoro non è anch’essa più sufficiente, in quanto il valore assoluto nella fase del capitale finanziario riceve modifiche radicali rispetto alla fase industriale. In definitiva, la teoria di Keynes rappresenta la risposta a Marx in direzione di un tentativo di razionalizzazione del sistema nella sua fase industriale, di cui vanno corrette le punte estreme irrazionali. Keynes non è più utilizzabile nella fase del capitale finanziario se non come indicazione della possibilità di un capitalismo in cui il peso si sposti dalla finanza all’‘industria e in tale ambito vi sia una mediazione tra capitale e lavoro. Ma è una prospettiva anch’essa non più sufficiente ed addirittura fuorviante perché da un lato il capitale non è in grado di reggere mediazioni e dall’altro perché la sua caratterizzazione finanziaria è irreversibile. Occorre in conclusione un’ipotesi riformista più radicale in cui il peso si sposti dal capitale al lavoro ed in cui la finanza sia diretta “ab externo”, e così, quale forza economica dominante, trovi una direzione pubblica coercitiva. Ma il capitale concederà mai ciò? E’ necessario al riguardo un elemento devastante esogeno, intorno a cui articolare un progetto, ma al momento non facilmente individuabile, nemmeno in prospettiva (la c.d. teoria degli economisti radicali americani dell’“accelerazione” della crisi fa emergere solo il problema ma non la soluzione). Ma non solo: in fase di delocalizzazione, dematerializzazione e globalizzazione, dove si trova lo spazio per una direzione pubblica?. I risultati di un’analisi marxista che si prospetta sono evidentemente insufficienti. Ma è bene, al momento, accontentarsi di una diagnosi, rinviando la terapia ad una fase
La tutela del lavoro è ai minimi livelli. Gli strumenti di tutela sono ridotti al lumicino, la remunerazione è terribilmente bassa e le forme di elusione dei minimi diritti, anche economici, sono illimitate. La tutela del lavoro richiede un cambio di passo con un ritorno alla situazione piano piano smantellata a partire dagli anni ’80, situazione non solo da ripristinare ma anche da aggiornare e da rinforzare come si vedrà “infra”: tale cambio di passo si deve basare sui seguenti elementi, il divieto di licenziamento ingiustificato, la salvaguardia del posto di lavoro, delle mansioni e dello stipendio, e la imperatività della qualificazione di subordinazione, da intendere in senso squisitamente oggettivo. E quindi nelle recenti imprese innovative, digitali e delocalizzate in cui l’impresa fissa tutte le condizioni del rapporto di lavoro, la subordinazione sarebbe scontata in quanto la facoltà del dipendente di rispondere alle singole chiamate è solo nominale, con il rifiuto che porterebbe allo scioglimento del rapporto. Il divieto di licenziamento ingiustificato del licenziamento, proprio perché colpisce solo la mancanza di giustificazione, non è tale da produrre forme di “ingessamento” a carico di imprese in difficoltà. Il diritto del lavoro è la negazione del liberismo e nel contempo è il fondamento di una tutela dell’impresa condizionata esclusivamente ad un suo ruolo produttivo ed alla creazione di valore aggiunto per la società intera: conseguentemente, la giustificazione del licenziamento, contrariamente a quanto sostenuto da recenti sentenze della Suprema Corte di Cassazione, sussiste solo se “extrema ratio” per salvaguardare la funzionalità produttiva dell’azienda, mentre una mera convenienza economica non è sufficiente. Le forme di tutela del lavoro a cui si pensa invece da parte del mondo imprenditoriale e politico è tutt’altra cosa: si pensa, infatti, alla conferma dell’assetto liberista, sublimato addirittura dalla legittimazione dei pieni poteri dell’impresa e con forme di elasticità così estreme da annullare il lavoro quale fattore produttivo rendendolo mero strumento. La riscoperta di un “tertium “genus” tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nient’altro è che la legittimazione dell’elusione. Forme coordinate e continuative e forme organiche di inserimento del lavoro autonomo nell’organizzazione aziendale in tanto restano autonome, secondo la configurazione qui fornita, solo in quanto il lavoratore abbia la possibilità effettiva di mantenere una propria specificità rispetto all’impresa, o per reddito in funzione di attività promozionale o per professionalità così spiccata che lo rende irriducibile all’organizzazione o per fattori similari. L’autonomia è tale solo se il lavoratore si trova in posizione di effettiva alterità organizzativa rispetto all’impresa. Il dinamismo imprenditoriale, l’innovatività tecnologica e la frammentazione del lavoro conducono ad una totale dipendenza di fatto del lavoro dall’impresa riconosciuta e legittimata dall’ordinamento che, in un’ottica di piena salvaguardia dell’impresa stessa, rifiuta di fornire uno “status” a tale dipendenza: emblematico il caso della sentenza del Tribunale di Torino sui fattorini atipici, di cui si è disconosciuta la subordinazione. Il lavoro dipendente è tale ma si tende a ridurre al minimo ed anzi ad annullare la sua configurazione soggettiva. L’unico soggetto pienamente riconosciuto è l’impresa. Il lavoro non è più un’attività ma viene derubricato a un mero strumento dell’attività, l’unica ammessa nell’economia del capitale finanziario, quella d’impresa. Il lavoro diventa natura bruta alla mercé dell’attività, senza valore intrinseco, e l’impresa è l’unica vera attività di realizzazione sia produttiva sia umana. Paradossale è la piena realizzazione, pur deformata, del materialismo storico e della dialettica materialistica (Alfred Schmidt, “Il concetto di natura di Marx”, riedito quest’anno da Punto Rosso, con presentazione di Riccardo Bellofiore, che si pone in significativo confronto rispetto alla presentazione di quarantanove anni fa di Lucio Colletti, anch’essa contenuta nel volume), con la valorizzazione della progettualità umana che appartiene al piano dell’oggetto, solo che nel materialismo storico la progettualità era del lavoro e il rapporto con l’oggetto e con la natura è per l’appunto non conflittuale e tale da non stravolgerlo. Nel capitale finanziario, la progettualità è, esclusivamente, dell’impresa e l’oggetto diventa strumento priva di valore intrinseco. E’ fuorviante il rinnovato richiamo di importanti settori del neo-marxismo all’alienazione, in quanto il lavoro non è separato dal suo oggetto ma viene schiacciato su di esso. I rapporti tra persone non diventano rapporti tra cose, ma più radicalmente sono rapporti tra un’unica attività e tutti gli altri derubricati ad strumenti: l’attività non è più produttiva e forma di realizzazione umana ma è solo dominio. Pertanto, non vi è un centralità dell’economia, quale unico fattore, come a sinistra si ritiene in modo critico, in quanto al contrario il capitale diventa solo dominio senza oggettività: l’oggettività del mercato e dello scambio evapora nel vuoto. Se le cose stanno così, è improduttivo rimpiangere il diritto del lavoro, vitale intrinsecamente ma superato dalle dinamiche storiche. Il punto vero è che l’impresa, nel momento in cui viene legittimata in modo incontrastato, non ha consistenza esiste in quanto il capitalismo tecnologico, “dematerializzato” e delocalizzato, è la manifestazione del capitale finanziario: vive di speculazione e così non tollera strutture organizzative stabili. L’impresa è in funzione del solo imprenditore. Senza impresa vi è il riconoscimento dell’attività dell’imprenditore, che alla fine non produce ricchezza se non distruggendone altra, non crea valore se non a mezzo di distruzione di altro valore, è uno speculatore, non è più imprenditore venendo privato nell’effettività dell’impresa. L’impresa può essere ripristinata solo se il lavoro condiziona l’imprenditore. Ciò con un sindacato in grado di rappresentare tutti i lavori a livello nazionale. Il lavoro viene così a collocarsi paradossalmente dalla parte dell’impresa per ripristinare l’imprenditore al posto dello speculatore. Il diritto del lavoro tra diritto di tutela dei lavoro e diritto dell’emancipazione sociale deve assurgere al ruolo di puntellare il diritto dell’impresa, vale a dire di un riformismo garantistico e con i diritti non da abbandonare ma da mantenere quali forme di tutela di fattori produttivi che devono essere sì aggregati dall’impresa ma con piena salvaguardia del loro valore intrinseco, senza che vengano depressi e mortificati. L’impresa è il soggetto attivo ma esclusivamente quale forma di oggettivazione non solo dell’imprenditore che è il pungolo, bensì anche degli altri fattori. E l’imprenditore può vedere riconosciuto il ruolo di pungolo esclusivamente se non deprime gli altri fattori e mantiene salva l’oggettivazione dell’impresa. Il soggetto è protagonista solo se esalta gli elementi oggettivi e non li travolge. Il lavoro quale aggregato dall’impresa non annulla l’antagonismo sociale ma questi non deve distruggere l’impresa, bensì contrastare la sua perdita di oggettivazione e la sostituzione dell’imprenditore con lo speculatore ed in prospettiva arrivare ad una oggettivazione in cui non vi sia altro soggetto produttivo diverso dal lavoro.
La crisi politica di quest’anno, non risolta dalle elezioni di marzo, interseca l’Europa e la finanza. Il populismo è, per antonomasia, anti-europeo, così come è contrario a tutte le istituzioni, ed anti-finanza, essendo la finanza la sede dell’”élite” economica più pericolosa. L’Europa quale vincolo stringente alla politica economica statale ed addirittura invasivo e lesivo della sovranità nazionale, si è dimostrata fallimentare, ma nessuno ha alternative effettive, correndo il rischio i Paesi deboli, in sua mancanza, di essere preda dei mercati. Ma ciò non toglie che l’Europa sia già allo sbando e senza carattere, ed addirittura non riesce nemmeno a tutelare i diritti civili e politici della Catalogna contro la repressione fascista di Madrid. Non si tratta solo di ridiscutere le fondamenta dell’Europa e di rinvigorirla, ma addirittura di mettere in discussione il modello, deficitario, per rifarlo “ex novo” Non si tratta di cercare l’Europa dei popoli contro quella dei burocrati, il che vorrebbe dire stare al piano degli “slogan”, ma di abbandonare il modello liberista, e nient’affatto sociale come qualcuno si ostina ad affermare in modo del tutto surreale, per creare una politica economica europea di natura programmatoria. Alcune uscite populiste, come la richiesta di sanatoria su parte del debito pubblico, sembrano umoristiche, ma in realtà mettono il dito sulla piaga della formazione illegale di parte del debito pubblico degli Stati deboli, determinata dal dominio delle grandi banche d’affari sugli stessi debiti pubblici. Se la difesa dell’Europa è anacronistica ed i processi di rafforzamento sono umoristici, un’azione decisa di cambiamento radicale non sembra supportata dalla situazione di fatto. D’altro canto, la finanza è diventata rovinosa ma non si può prescindere da essa. Il Presidente della Consob Nava viene da istituzioni europee e rimane legato contrattualmente ad esse, con distacco in Consob. Ciò non è scandaloso ed ha sbagliato la Lega a tentare di impugnare la nomina, in quanto l’appartenenza all’Europa richiede sinergie importanti, purché non abdicative rispetto ai valori ed agli interessi nazionali. Ebbene, quello che è veramente scandaloso è che Nava abbia valutato positivamente la normativa europea “bail-in”, invece del tutto disastrosa, che ha distrutto il sistema bancario italiano, essendo basata su un totale misconoscimento dell’essenza dell’attività bancaria. Conte, il “premier” giù candidato dei 5 Stelle, ha promesso il risarcimento dei truffati delle banche. Vi è un atteggiamento populistico ma le truffe vi sono state, per esempio. Deutsche Bank ed altre sui derivati e sulle manipolazioni di tassi e cambi, e le società di “rating” 5Stelle e Lega sono per la protesta ma sono privi al momento di natura costruttiva. Europa e finanza sono il potere distruttivo: entrambe sono manifestazioni del capitale finanziario. Il popolo contro il capitale finanziario. E’ una partita aperta, in quanto la diffusione e l’indifferenziazione, sociale e politica, dell’opposizione rende il capitale finanziario sì privo di alternative ma anche in posizione di isolamento e di accerchiamento alla fine fatali. Occorre lavorare per riunire protesta popolare e riforma propositiva antagonista rispetto al capitale finanziario. Ma non è un problema solo dei populisti. E’ un problema anche del riformismo antiliberista, che deve uscire da una progettualità astratta – tra l’altro anch’essa mancante- per porsi in funzione ed al servizio della rivolta. Il populismo di destra si sta organizzando per diventare propositivo, come dimostrato dalla indicazione di Paolo Savona a Ministro dell’Economia. Solo che la sua autonomia dal capitale finanziario alla fine si rivela dubbia, come dimostrato da tutte le altre esperienze storiche, anche recenti (Trump). Il suo limite insuperabile è che non abbandona di mira l’idea forte di ogni posizione di destra, la sintesi tra tutela del lavoro e crescita, questa basata a propria volta sul ruolo centrale imprenditoriale: alla fine tale sintesi rimette la prima alla seconda. Ebbene, è una sintesi fattibile (contrariamente a quanto ritiene da ultimo Mauro Magatti) in quanto la crescita è possibile solo se si funzionalizza il profitto ad un progetto di sviluppo etero-diretto. L’impresa, al centro del sistema, deve essere derubricata a fattore di iniziativa e di impulso in un quadro coordinato e programmato. Altrimenti, lasciata a sé stessa, viene risucchiata nelle sabbie mobili del capitale finanziario per cui crea ricchezza solo distruggendo altra ricchezza e mortificando il lavoro. Alla fine la destra populista, anche contro le migliori intenzioni, non sarà mai alternativa al capitale finanziario. La sintesi tra rivolta e riforma propositiva deve realizzarsi sul lato sinistro.
La crisi della sinistra

I recenti risultati elettorali sembrano segnare anche in Italia la fine della sinistra. La sinistra in tutte le sue declinazioni (socialisti, socialdemocratici, formazioni varie, come Podemos, etc.) governa ormai pochissimi stati, per lo più periferici (Portogallo, Nord Europa). Solo in Gran Bretagna il riformato Labour Party di Corbin sembra in grado di proporsi alla guida del paese. Un quadro siffatto comporta che la riflessione sul declino della sinistra non può essere circoscritta a singole deficienze dei gruppi dirigenti o ai personalismi di Renzi per quanto riguarda l’Italia, ma a qualcosa di più profondo e radicale: un cambiamento economico, culturale e sociale del quale la sinistra non ha saputo leggere la portata e non ha trovato, per conseguenza, risposte e progetti adeguati. A nostro parere, le cause vanno ricercate proprio nei cambiamenti dei paradigmi economici e nella crisi della politica. Come sempre, è problematico distinguere bene tra l’aspetto strutturale e quello sociale e dell’intermediazione politica; ma bisogna avviare questo sforzo se si vuole provare a ricostruire una proposta di sinistra di classe. I paradigmi economici Negli ultimi cinquant’anni si è consumata la sconfitta dei lavoratori a vantaggio del capitale. Per avere una conferma a questa affermazione bastano due numeri: nel mondo occidentale, a prescindere dalla specificità dei singoli paesi e delle condizione di lavoro, la quota dei salari sul Pil è scesa da poco meno del 60% a circa il 42%, come si vede nella seguente tabella Una riduzione drammatica, che ha comportato non solo la perdita salariale, ma, per così dire, di stato e di ruolo della classe operaria. Non più partecipe della produzione e della distribuzione della ricchezza, non più un soggetto con piena rappresentanza sindacale, ma ridotto a fattore di costo, come i recenti casi di delocalizzazione stanno dimostrando. L’accumulazione di ricchezza finanziaria ed il suo dominio su tutto il ciclo del lavoro, che rimane in ultima analisi l’unico vero produttore di ricchezza reale, vale a dire di bene e servizi per le persone e fondamento ineludibile anche di quella ricchezza finanziaria di cui si è detto. Purtroppo la sconfitta del mondo del lavoro sembra rovesciare nel senso comune, o meglio nella comunicazione economica così come è confezionata, questo assioma di base; per cui sembra quasi che la ricchezza finanziaria sia così buona da elargire qualche briciola ai lavoratori, mai abbastanza produttivi, mai abbastanza responsabilizzati, mai abbastanza preparati. È più importante trasmettere le notizie di borsa piuttosto che quelle dell’economia reale perché le borse misurano gli indici di gradimento dei cosiddetti mercati, vale a dire delle strutture internazionali che concentrano ricchezze finanziarie enormi e possiedono una parte consistente del debito pubblico di vari paesi.

La crisi della politica

La cornice economica abbozzata in precedenza ha avuto forte ricadute anche sui sistemi di rappresentanza e mediazione. La finanziarizzazione dell’economia è per sua natura fortemente globale. In sostanza i detentori di capitale finanziario agiscono in tutto il mondo e vivono le legislazioni e la presenza degli stati come un vincolo da aggirare o come un’opportunità da sfruttare. In buona sostanza la finanza è in grado di intervenire non solo su ciascun bene/servizio/risorsa naturale esistente, ma anche sulle politiche degli stati. In questo modo accade che gli stati nazionali non riescono a svolgere in autonomia le loro politiche perché per prima cosa devono garantirsi il gradimento o almeno la neutralità delle istituzioni finanziarie e possono farlo solo assicurando loro un ritorno economico. Purtroppo le istituzioni finanziarie non si fanno carico dei problemi sociali perché essi non rientrano nei loro fini istituzionali. Gli stati, invece dovrebbero, ma, di là di inefficienze e corruzioni, non hanno risorse adeguate perché dipendono dalla bontà della finanza per contrarre o alimentare il loro debito; e, come detto prima, la finanza non si preoccupa se deve essere chiuso un ospedale, se devono essere ridotte le pensioni, e cosi via. Il primo grande sistema di rappresentanza, gli stati, è dunque sostanzialmente in crisi; tanto che, come dimostra lucidamente Baumann, nasce un sentimento che definisce come Retrotopia, vale a dire immaginare che gli stati prima della globalizzazione garantissero ai cittadini sicurezza fisica e sociale. Forse l’affermazione della Lega e persino quella dei Cinque Stelle da noi possono essere facilmente iscrivibili in questo sentimento. Ed altrettanto facilmente si capisce il declino dei partiti di sinistra e persino di quelli liberali. Naturalmente, tutti gli altri sistemi di rappresentanza all’interno degli stati, vale a dire i partiti ed i sindacati in primo luogo, riflettono ed ampliano questa incapacità sia di rappresentare gli interessi materiali dei cittadini e dei lavoratori sia di svolgere la loro naturale funzione di mediazione tra questi interessi e quelli generali dell’insieme della comunità nazionale, proprio perché sono venuti meno questi ultimi, senza che nel frattempo si costituissero organismi politici più generali capaci di svolgere le funzioni tipiche degli stati. Il processo di unificazione europea ne è una dimostrazione plastica. In qualche modo siamo alle soglie di un fenomeno di ritorno al medioevo politico, nel quale convivono aggregati tendenzialmente universalistici, il famoso impero, ed aggregati locali, che teoricamente ne fanno parte, ma che sono in competizione prima di tutto tra di loro. Purtroppo gli imperi possibili non sono solo grandi aggregati territoriali, che sono anch’essi relativamente fragili, ma soprattutto finanziari. È ad essi che si rivolgono o rischiamo di rivolgersi gli aggregati locali, bypassando le appartenenze geografiche. La possibilità che questo processo si affermi è facilitata dalla crisi sociale alimentata incessantemente sia dalla riduzione del welfare sia dalla riduzione del reddito da lavoro; il che vuol dire che anche i fortunati che hanno un lavoro sempre più spesso non sfuggono al rischio di povertà. Dunque crisi delle istituzioni di rappresentanza per in verso e fragilità sociale per l’altro. Il processo è in atto, per cui l’unica nota di speranza è che può essere arrestato o indirizzato in modo diverso, a condizione di trovare soggetti capaci di farlo. Per dire il vero fenomeni di resistenza sono largamente diffusi ma, sinora, non in grado di connettersi tra loro e dare un indirizzo preciso. In questo senso una rilettura storica della situazione dell’Europa prima degli stati nazionali sarebbe assai utile. La politica sarebbe più che mai necessaria, dunque, ma essa è diventata la cosiddetta anatra zoppa. Appare e tutti la citano, ma, incapace di muoversi agilmente, proprio come l’anatra zoppa, non sembra produrre risultati. Inutile dire che al capitale finanziario, che a sua volta non è un’entità univoca, conviene che l’anatra sia zoppa ed anzi che perda del tutto la sua capacità di sopravvivere. Al disarmo della politica si è giunti utilizzando anche un’arma molto efficace: la messa sotto accusa di corruzione di governanti o di intere classi politiche, che, consapevolmente o inconsapevolmente, costituivano un argine alla globalizzazione. Quest’arma è particolarmente insidiosa perché non ha bisogno di portare prove e perché erode la fiducia verso la politica. Un esempio recentissimo: i Cinque Stelle, che l’hanno cavalcato a lungo soprattutto contro il PD, si rivolgono allo stesso PD, cioè ai corrotti, per formare un eventuale governo. Inutile dire che se ciò accadesse, tutti a cominciare di Cinque Stelle dovrebbero dire che accadrebbe per l’interesse alle poltrone. Ci sono, ovviamente, molti altri esempi storici di portata maggiore: dalla scomparsa dei pochi leader africani, ed oggi vediamo come è ridotta l’Africa, a quella che ha riguardato le classi dirigenti dei paesi che facevano parte dell’area dell’ex sovietica, ed anche in questo caso le conseguenze sono evidenti; dalla penisola balcanica, la Serbia prima di tutti, ai paesi arabi del nord Africa con le famose primavere. Il fenomeno non è finito ed investirà, in parte lo ha fatto già, quelle situazioni, Russia, Cina, India, Brasile percepite in qualche modo come ostacolo alla globalizzazione finanziaria. Solo che in Russia e in Cina si scontra con apparati più forti, al cui interno il potere politico è molto consolidato. Lo screditamento della politica è stato perseguito lucidamente dal capitale finanziario. Questo non vuol dire che casi anche lampanti di corruzione non ci siano stati e non ci siano; ma invece che esser perseguiti dalla giustizia penale sono stati utilizzati per liquidare o almeno ridurre drasticamente la capacità della politica di mediare tra interessi diversi, compresi quelli del capitale. Insomma si è buttato il bambino insieme all’acqua sporca. La caduta della politica non ha comportato che sparisse la corruzione; al contrario l’ha fatta crescere considerevolmente perché è venuto meno il controllo che i partiti riuscivano ad esercitare.

La sinistra è morta: lo si sapeva dal 2013, quando i voti in libera uscita dal Pd scavalcarono sia Sel e lo schieramento di Ingroia –la prima alleata dallo stesso Pd, il secondo alternativo- per indirizzarsi verso i 5Stelle. Il significato era chiaro e faceva giustizia di leggende metropolitane già allora sorte, secondo cui, a seconda della visuale, veniva penalizzato ora un eccesso di timidezza verso il Pd ora una posizione estremistica. Sia che si fosse in grado di proporre un governo in alleanza con il centro-sinistra, sia un’alternativa, i lettori non consideravano la prospettiva di sinistra di interesse. Era un dato sgradevole, anzi agghiacciante, ma inequivocabile: qualsivoglia progetto di sinistra si rivelava non appetibile. Ma ora, con le elezioni di marzo 2018, bisogna chiarire: la morte della sinistra è nel risultato negativo di LeU, non in quello del Pd. Il Pd, liberista e moderato e che ha accettato in pieno il dominio del capitale finanziario senza proporsi non solo in termini alternativi, ma neppure correttivi, non è più di sinistra, mentre l’unico Polo si sinistra, quello di LeU, è rimasto anch’esso clamorosamente sconfitto Il liberismo non è progressivo ma è funzionale ad un sistema arbitrario e rovinoso. Ebbene, la fuga di voti da un centro-sinistra tale solo in apparenza ma in realtà solo di centro e non più di sinistra ha avuto quale destinatario non la sinistra ma i populisti. Questo è il vero punto. E’ finita la lotta di classe: non è solo che la lotta di classe l’abbiano vinta i capitalisti, il che ci sta e non esclude la possibilità di un ribaltamento fino alla nostra vittoria finale. Il vero problema è che la lotta di classe sia stata abbandonata dalla classe lavoratrice, in quanto il capitale finanziario, con la dematerializzazione e la globalizzazione, ha eliminato la fabbrica come centro di coagulo che era non solo di localizzazione ma anche di lotta e così di interessi. E’ stato un disegno lucido quello del capitale ma anche fittizio, in quanto la localizzazione, una volta resa secondaria, e non più centrale poteva bene essere sostituita con altre forme di coagulo. Ciò è mancato ed il disegno lucido ha vinto senza alcuna difficoltà e senza alcun ostacolo. La classe lavoratrice ha perso la lotta per abbandono di campo. La sinistra è finita. Ma si tratta di una fine che è propria di una fase di totale disperazione, anche in campo avverso. Il capitale, distruggendo il suo avversario, è finito con l’avvilupparsi in un’ottica di autoreferenzialità che ne ha esaltato gli aspetti distruttivi, rovinosi ed arbitrari. La lotta di classe è il motore della Storia, come insegnato da Marx: non solo alla fine consente il passaggio a rapporti di produzione superiori ma anche, prima di ciò, consente il mantenimento costante in tensione e sol così in efficienza di quelli in essere. I commentatori moderati non hanno compreso la situazione: vedono la fine della sinistra nell’impossibilità di ricorrere alla spesa pubblica sociale da un lato e dall’altro nella pressione sulla classe lavoratrice da parte degli immigrati (Antonio Polito). Sul primo punto, è evidente che si trascura che non è un problema economico ma politico in quanto i mezzi ci sono, semplicemente vengono destinati a coprire gli scandali finanziari ed a sostenere il capitale finanziario che distrugge risorse con la speculazione selvaggia e continuativa. Sul secondo punto, la sinistra con il suo universalismo si è gettata meritoriamente sui diritti ma ha dimenticato il risvolto sociale, con la creazione dell’esercito industriale di riserva: di qui l’abbandono della sinistra da parte della classe lavoratrice e dei ceti deboli: ma ciò dipende non dalla migrazione, visto che il ricorso all’esercito industriale di riserva è una caratteristica costante del capitale, bensì dalla rinunzia della sinistra a tutelare i lavoratori contro il capitale, nonché dal venir meno dal suo antagonismo –non necessariamente rivoluzionario, almeno a breve-. Occorreva riprendere l’antagonismo con la conseguente necessità di aggregare alla classe lavoratrice i disadattati e la borghesia non grande ormai privata del suo ruolo. Ma non solo: Il moderatismo è preda di una lettura generale dell’attuale momento che è inficiata a propria volta di un errore clamoroso: vede la crisi della società aperta di Popper, ma trascura che la società del liberismo e del capitale finanziario non è aperta e si basa sull’abusività e sul disastro ed è autoritaria, all’interno ed all’esterno, come dimostrato sull’ultimo aspetto della circostanza che il Paese occidentale più importante si è affidato a Trump, che sembra la brutta copia del Dottor Stranamore. La sinistra è morta, ma è morta perché è morta la politica ed è morto il razionalismo occidentale, basati su fondamenta di argilla, e non è risuscita a sostituirli. Parlare di possibilità di autocorrezione del sistema, con riforme non radicali, come sostengono alcuni intellettuali di sinistra a metà tra il moderatismo e l’antiliberismo quale Salvatore Veca, è frutto di illusione. Le fondamenta necessitano di correzioni profonde ed idonee ad introdurre elementi di socialismo nell’ambito di un capitalismo pianificato e sociale. Ma il sistema è così forte e gli avversari così deboli che ogni ipotesi di correzione profonda appare esclusa. Correzioni timide sono palliativi ininfluenti. Da qui la vera comprensione della realtà che i voti di protesta hanno scavalcato la sinistra per confluire nel populismo, cioè nella protesta pura ed intransigente. Il moderatismo svaluta la protesta pura ed intransigente, qualificandola come cieca e senza costrutto e come idienea al Governo in quanto tale da promettere misure impossibili quale il “reddito minimo garantito”. La critica è del tutto erronea. Innanzitutto il populismo di destra non promette misure irrealizzabili ma prospetta interventi rientranti nella “rivolta fiscale” dei ceti abbienti, come la “flat tax”, misure del tutto realizzabili come dimostrato da Reagan, Thatcher e da Trump. Prospettano il protezionismo e l’antieuropeismo che sono compatibili con il capitale finanziario e con la globalizzazione, come mostrato da America ed Inghilterra. Il punto è che sono possibili nei Paesi forti e non in un Paesi debole come l’Italia, ma qui si entra in un problema politico e non economico: il populismo di destra dei Paesi deboli vuole ridisegnare la geopolitica, e non è quindi irrealistico. Il populismo puro dei 5Stelle, vale a dire senza tentazioni nazionalistiche e razziste, propone misure avveniristiche, ma la critica da parte del moderatismo è non centrata. E’ una critica che crea un’indebita commistione e sovrapposizione di piani tra populismo e demagogia, trascurando che se ogni forma di populismo è demagogica, non è vero il contrario e non ogni demagogia è populistica. Il grande centro in Europa promette un universalismo economico e sociale ed anche politico ed un’estensione dei vantaggi economici dalle classi agiate a quelle meno protette che l’attuale sistema non è più in grado di mantenere. La globalizzazione e l’Europa sono mere sovrastrutture di giustificazione del dominio del capitale e sono prive di sostanza e di effettività, nel senso che sono reali ma solo a senso unico. Il populismo è una protesta contro un sistema in disfacimento ed ha quindi una forza innegabile che non può essere esorcizzata con critiche capziose. Il vero nodo che il populismo presenta è se la protesta sia in grado di correggere il sistema. Qui il populismo presenta dei punti deboli in quanto per rispondere in modo positivo alla domanda dovrebbe essere in grado di organizzare la protesta, il che al momento è alla fase solo embrionale. Replicare all’autoreferenzialità del sistema parlamentare ed alla sua incapacità di vera rappresentatività con una mitica democrazia diretta vuol dire rinunziare ad una riforma del Parlamentarismo. In campo economico, misure come il “reddito minimo garantito” sono preziose in quanto se unite a forme di tassazione dei ceti alti possono costituire un disincentivo nei confronti del capitale dal continuare nella disoccupazione e nell’utilizzo indiscriminato dell’esercito industriale di riserva per spingere i lavoratori ad abbassare le pretese economiche e normative, e per questo devono essere condizionato, vale a dire concesse fino a quando non si realizzi per ciascun beneficiario un’alternativa lavorativa realistica. Ma sono misure velleitarie od addirittura strumentalizzabili ed utilizzabili dal capitale come indennizzo a fronte della disoccupazione e quindi senza alcuna correzione di sistema. Per essere efficaci, devono rientrare in un coerente progetto antiliberista. Il populismo non è preparato a questa doppia sfida: - di una rivitalizzazione della democrazia parlamentare per farla diventare veramente rappresentativa e volano della sovranità popolare, in modo da creare un “sovranismo” non incompatibile con forme di governo sovranazionali ma addirittura preparatorio rispetto ad esse; - di un programma economico antiliberista, di pianificazione e sociale. Non è preparato perché tale sfida richiede un approccio riformista anticapitalista, che imponga delle correzioni drastiche, proprie solo di chi pensa che il capitalismo vada rovesciato, ma si rende conto che per decenni se non per secoli ciò è impossibile. Tale riformismo non è impossibile in quanto settori della media ed anche dell’alta borghesia, quali da un lato le banche non collegate a banche di investimento e dall’altro imprese diverse da quelle grandissime sentono l’inadeguatezza del capitale finanziario, che li penalizza fortemente, e potrebbero collaborare, al limite anche solo su pochi punti qualificanti, con un progetto antiliberista. La sinistra antiliberista, riformista ma di impronta marxista, anche in un momento di sua residualità, fino a quando non sarà in grado di riproporre la lotta di classe, ha un ruolo insostituibile di indirizzo del populismo secondo tali linee. Purtroppo, al momento manca una sensibilità del genere, anche in LeU. Da un punto di vista economico, nonostante che lo scrivente, evidentemente dotato di “vox clamantis in deserto” solleciti continuamente un indirizzo in tale direzione, manca un programma economico antiliberista sistematico e coerente. Il rischio è che ci si limiti a rivendicazionismi od a una logica di diritti, pur ineccepibile, quale quello che vuole ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e pertanto che il dialogo tra sinistra antiliberista e populismo avvenga in una ottica solo redistributiva o addirittura di rifiuto del lavoro: in ampi settori della sinistra radicale (anche all’epoca in SEL dove lo scrivente fu costretto a Milano ad abbandonare i gruppi di lavoro economici perché caratterizzati in tal senso) il reddito minimo di cittadinanza universale garantito in modo incondizionato viene richiesto in modo ossessivo. Battista, sul “Corriere della Sera” evidenzia che Grillo evoca Marx, quello di una famosa frase dei “Grundisse” dove si esaltava il tempo libero (citazione improvvida in quanto Marx sosteneva a gran dove l’introduzione di rapporti di produzione basati sulla socializzazione e non sul consumismo e sull’ozio): è da replicare che la sinistra antiliberista deve essere per la liberazione del lavoro e non dal lavoro. Parimenti, l’ecologia è fondamentale come caratteristica dello sviluppo economico e non come rifiuto dello sviluppo (basti pensare alla teoria della “decrescita”, e qualcuno sostiene che spunti del genere sono contenuti in Marx !!??!!). Da un punto di vista politico, il rifiuto del maggioritario a doppio turno, costante a sinistra, presuppone un rifiuto ad un programma forte: si favoriscono alleanze con il centro. Ma non solo: prima Renzi e Berlusconi , ora Salvini e Di Maio insistono sul valore della maggioranza relativa in grado solo per questo di diventare maggioranza assoluta. Ed invece, non solo in uno scenario tripolare la maggioranza relativa non ha senso in quanto non è detto che gli elettori del terzo polo intendano scegliere il primo invece del secondo: ma in ogni caso una minoranza critica quale quella della sinistra antiliberista può condizionare l’orientamento dei populisti puri solo con il doppio turno, dopo aver ottenuto una rappresentanza consistente al doppio turno, mentre con il turno unico viene penalizzata dal voto utile, come si è visto con le ultime elezioni.

PREMESSA: L’INADEGUATEZZA DELL’ORDINAMENTO IN MATERIA. TERMINI VERI E TERMINI FALSI DELLA QUESTIONE

In occasione dell’attacco di Renzi a Visco per impedire la conferma di questi alla guida della Banca d’Italia, attacco per fortuna fallito, nonché dei primi passi della Commissione Bicamerale Parlamentare d’inchiesta, è emersa finalmente l’inadeguatezza dell’impianto dell’ordinamento bancario e finanziario. Lo ha detto pure un magistrato serio ed autorevole come Francesco Greco. Ma proprio perché generalizzata è una constatazione che sa di parziale se non addirittura travisata. Certamente, è un’inadeguatezza palese ma che non è univoca in quanto trascura che l’assetto istituzionale del risparmio si fonda su un nesso dialettico tra stabilità e correttezza: una cosa era quando la stabilità era salvaguardata ed anzi assicurata, e quindi il nesso era di pretendere nel settore prestazioni veramente elevate ed altra quando la stabilità è saltata e si entra in una fase con rischio di effetti selvaggi. La critica all’assetto dei controlli sembra derivare più dalla deflagrazione degli effetti che da un’analisi lucida dell’impianto. Una cosa è certa: vi sono “default” e scandali a iosa. Ma che l’impianto non fosse idoneo nessuno se ne era accorto?? Ed allora se si va alla contingenza non vi è il rischio che ognuno effettui denunzie per proprie ragioni di parte? E un’analisi delle contingenze può essere affidata alla politica, regno per eccellenza della contingenza, e quindi inidonea a gestirla invece che a poteri imparziali? La messa sotto accusa delle Autorità di Vigilanza, in particolare Banca d’Italia, ha senso o non è piuttosto un mezzo per deviare l’attenzione dai retti binari ed evitare di affrontare il nodo delle vere cause dell’inadeguatezza? Il che vuol dire che l’inadeguatezza risponde ad esigenze veramente pressanti e facenti capo a gruppi di potere dalla forza formidabile. Il nesso tra stabilità è correttezza è dialettico, nel senso che da un lato la stabilità è essenziale, in quanto nessun intermediario è corretta se non è stabile, ma dall’altro una stabilità con lesione dei diritti altrui diventa illecita. In definitiva, con il venir meno della stabilità è crollato un sistema il cui impianto era già di per sé fragile e tenuto in piedi solo dalla stabilità Se non si comprende che il modello era in crisi da tempo , forse con profili di problematicità “ab origine”, non solo si va dietro alla contingenza ed anche alle strumentalità, ma soprattutto si rinunzia ad affrontare la problematica nei suoi esatti termini. E ciò non è innocuo, in quanto al contrario risponde a forti interessi, che vanno evidentemente individuati.

1. PROFILI STORICI

Fino ai primi anni ’90 l’ordinamento bancario era quasi elementare, in quanto ruotante intorno a due elementi essenziali, uno soggettivo, Banca d’Italia, con i suoi poteri immensi e l’altro oggettivo, rappresentato dalla stabilità sia delle singole banche sia del settore bancario e finanziario nel suo complesso, in funzione del quale venivano per l’appunto conferiti a Banca d’Italia i poteri sterminati testé evocati ed in funzione della cui effettiva salvaguardia veniva giudicato il suo operato. Banca d’Italia ha avuto grandi Governatori, come Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi e Ciampi. Grazie a questi uomini ha capito, “rectius” ha fatto capire l’importanza del mondo bancario per sostenere l’economia italiana, e ne ha imposto la tutela più rigorosa ed a volte anche rigida. Per questo ha salvaguardato la fiducia del mercato e dei risparmiatori nelle banche, caratterizzate in termini di stabilità e quando in crisi oggetto di rapidi salvataggi. I risparmiatori non azionisti e quindi creditori della banca non dovevano perdere nulla, e fino al 2015 in effetti nulla hanno perso. La guida dei Governatori succedutisi nel tempo era forte ed autorevole. I Governatori hanno rappresentato così la coscienza critica del Paese ed hanno svolto un ruolo di moderazione e di controllo nei confronti del potere pubblico ed anche di quello privato. Il ricordo dei singoli Governatori con le loro caratteristiche come protagonisti della vita economica ed anche politica italiana porta a due conseguenze. I Governatori hanno fatto la Banca d’Italia e la Banca d’Italia ha fatto l’Italia. Sembra che il Governatore potesse essere paragonato al Presidente del Consiglio ed al Capo dello Stato e che la Storia dei diversi Governatori succedutisi nel tempo possa rappresentare una delle parti più vitali della Storia d’Italia e soprattutto quella maggiormente in grado di fornirci una visione privilegiata della Storia citata per ultima. In termini istituzionali e giuridici, la duplice conseguenza vuol dire che la fissazione dei poteri dell’Istituzione e della sua guida non erano così definiti, altrimenti un ruolo così determinante non sarebbe stato possibile per figure non poste all’apice dei poteri costituzionale. Ma se questa è una verità elementare vuol dire che da un lato Banca d’Italia aveva acquisito, nei fatti e solo implicitamente da un punto di vista giuridico, il ruolo di un Organo costituzionale e dall’altro i suoi poteri in materia bancaria e finanziaria erano illimitati. Erano due profili anomali per uno Stato costituzionale. Ma era una situazione di fatto sfuggita a quella di diritto o la spiegazione era più profonda? I poteri di Banca d’Italia si basavano sulla c. d. legge bancaria del ‘36-38, che era molto generica e concedeva poteri senza fissazione dei criteri e specificazione degli stessi: pacificamente non rispettava i limiti della riserva di legge di cui all’art. 41, 2° e 3° comma, per i limiti all’iniziativa economica privata e per la programmazione economica Si era risolto il problema evidenziando che la legge bancaria si basava sull’art. 47 della Costituzione e sulla tutela del risparmio in tutte le sue forme ivi fissata: senza arrivare alla tesi che l’art. 47 superasse i problema di costituzionalità della legge bancaria, in quanto la verifica dell’effettiva rispondenza della legge alla Costituzione spettava alla Giustizia costituzionale –ed una presa di posizione effettiva è sempre mancata, per cui si può dire che era una tesi sì valida in via prospettica e generale, bensì non totale, residuando dei dubbi, ineliminabili, come si vedrà--, era sostenibile che gli interventi ed i controlli non rispondenti a finalità sociali ma a tutela del risparmio non fossero soggetti ai limiti della riserva di legge, bensì rientrassero nella tutela del risparmio e pertanto emanassero da poteri discrezionali della Banca d’Italia. L’opinione è ancora in essere. Essa è valida perché coglie l’essenza della finanza, pre-condizione di ogni sistema economico, che vede coesistere settori in avanzo e settori in disavanzo: di qui la necessità di tutela; di qui la natura fattuale e non di merito del risparmio come valore: prorpio per questo, si tratta di valore indefettibile. Pertanto, ma anche peraltro, il tradurre ciò in concetti giuridici non è agevole. Si è cercato di distinguere tra poteri di politica economica a poteri di regolarità, il che ha un senso anche se si rivela restrittivo ridurre i poteri di Banca d’Italia ad una mera regolarità. Da qui si è partiti per sostenere che si tratta di poteri neutri (Capriglione), il che è invece inammissibile, in quanto la stabilità presuppone la scelta tra interessi sottostanti ad un’attività imprenditoriale che non si differenzia poi, realisticamente, da una politica economica. La differenza va cercata su altra base: la stabilità richiede la protezione del settore finanziario, inteso in senso omnicomprensivo e tale da includere anche la creazione di -e l’intermediazione in- moneta, il che vuol dire che tale settore è sottratto alla concorrenza ed al mercato. I poteri di Banca d’Italia erano e sono pertanto poteri di politica economica più pura ed incondizionata nei limiti della scelta fondamentale in materia di sistema economico, liberista o liberale temperato o socialdemocratico o, addirittura, socialista: i poteri di Banca d’Italia possono essere realizzati senza fonte di legge, se non incidono sull’assetto generale di sistema economico. Per andare al di fuori di tali limiti, occorre una legge nel rispetto dell’at. 41, 2-3° commi, Cost.. Ebbene, tale sistema dai fondamenti nitidi ma non fissati in modo esplicito, ha retto per anni garantendo la stabilità delle singole banche e dell’interno ordinamento, senza che i risparmiatori non azionisti ma creditori della banca abbiano mai perso un euro, come visto, fino al 2015. Fatto sta che Banca d’Italia, oltre ad essere la Banca centrale e la massima Autorità amministrativa indipendente, grazie a questi meriti si è collocata certamente non al di sopra ma altrettanto certamente a fianco del potere politico. Nessuno si faceva venire l’idea balzana di metterla in discussione. Ciò salvo gli attacchi eversivi tesi a colpirla per realizzare colpi di stato non necessariamente violenti: esempio clamoroso l’attacco a Baffi e Sarcinelli su iniziativa di Sindona e Calvi con l’appoggio di Andreotti. Da un punto di vista squisitamente giuridico, i poteri di stabilità non avevano valore e vigenza da un punto di vista strettamente civilistico, non intaccato da controlli di grandi numeri. Pertanto, dal punto di vista del rilievo giuridico, il ruolo di Banca d’Italia si presentava tale da non incidere sui principi fondamentali ed in modo da restare al piano implicito e di sottotraccia. In Italia, la situazione ha registrato il primo grande cambiamento nei primi anni ’90 con le privatizzazioni e con la consacrazione dell’attività in titoli quale collocata sullo stesso piano di quella di deposito e fidi. Banca d’Italia si è trovata, sotto il primo aspetto, a fare l’arbitratore di assetti societari con scelte di merito in cui l’aspetto protezionistico veniva affiancato se non addirittura superato da un’ottica di direzione del settore fondamentale dell’economia. Nel momento in cui era ancora in essere la svolta liberista di Reagan e della Thatcher, come lo è tuttora, ed in forma pura risultando temperata solo a parole, tale dirigismo si rivelava e si rivela singolare: quello che è certo è che era ed è una forma di direzione che va al di là dei limiti sopra fissati e fonda un sistema di politica economica vera e propria atipica vale a dire senza l’inserimento in un sistema di programmazione democratica propria della socialdemocrazia genuinamente di sinistra. Sotto il secondo aspetto, non solo è aumentata l’instabilità insieme al dinamismo ma anche si è creata una situazione di rischio dei risparmiatori senza lesione della stabilità, in modo da richiedere così controlli di correttezza tali da incidere sui principi civilistici. Si sono in tal modo introdotti nell’ordinamento degli elementi di incoerenza e di disorganicità: sul primo punto, si è introdotta la previsione di fatto di poteri dirigistici tali da andare oltre la stabilità e da rientrare in una politica economica antiliberista anche se alla fine tali da garantire un liberismo di fondo. Il settore economico principale è diventato tale da rientrare in un antiliberismo formale ed in un liberismo sostanziale. E’ un settore rispondente ad una vera e propria schizofrenia. Sul secondo punto, si è prevista la tutela della correttezza, tali da andare oltre la stabilità e da introdurre per la prima volta la valenza civilistica dei controlli pubblici, senza un vero e proprio coordinamento con la tutela della stabilità, creando un quadro esplosivo e privo di punti di riferimento solidi. E si tratta di correttezza non riconducibile a quella del codice civile, dove ha una valenza in chiave di completamento di specifici obblighi, “massime” in chiave integrativa od esecutiva. Nel nostro settore, ha invece la valenza di impedire deviazione dell’intermediario finanziario dai suo ruolo, in chiave di commistione di concetti e di valori, creando una situazione normativa ibrida e generica, senza rigore –peraltro, nelle presenti note si continuerà ad utilizzare tale termine, che è generalizzato nel settore. Gli errori di Fazio -Governatore dal ’94 in sostituzione di Ciampi-, che ha realizzato comportamenti di favoritismo nei casi Antonveneta/Bnl e di latitanza nei primi scandali finanziari relativi all’operatività in titoli in cui erano protagoniste le principali banche italiane ed estere (Cirio,Parmalat),vanno inquadrati in una situazione nuova, priva di strumenti in grado di reggere tale situazione nuova. Per completare il quadro, Ciampi negli anni ‘80 oltre a tutelare in modo egregio la stabilità, aveva fatto sì che fosse emessa una normativa –il Testo Unico Bancario del 93- idonea ad inquadrare Banca d’Italia ed i suoi poteri nel sistema giuridico italiano trovando una base giuridica e legislativa solida ai suoi poteri ed evitando quei margini di incertezza che avevano creato la situazione delicata che costrinse Baffi alle dimissioni. Tale aspetto di profonda regolarità politica ed istituzionale si poggiava peraltro su un equivoco –vale a dire relativo al tentativo di rendere ordinari controlli invece straordinari, ed il vero compito era ed è di mantenerli straordinari senza farli diventare eccezionali, e quindi non di adattarli al sistema giuridico ma di adattare questo a quelli, nel rispetto dei principi fondamentali - che sarebbe esploso trent’anni dopo. Nella stessa ottica, per evitare ingerenze della magistratura sulla gestione delle banche, si era stabilito che la banca è un’impresa, il che è ovvio, però così si sono eliminati profili pubblicistici tali da giustificare un regime penalistico aggravato: anche qui, si è creato un equivoco, in quanto per evitare eccessi penalistici si è privato l’ordinamento di forme di controllo diverse da quelle di stabilità. Ed è un equivoco non innocuo, in quanto fornisce la base a poteri al di fuori della stabilità, senza i presupposti di cui all’art. 41 Cost: si è istituzionalizzato un sistema normativo “praeter Costituzione”, in grado di diventare, alla prima occasione, in grado di sconvolgere una solidità solo apparente , anticostituzionale.

2. IL CONTESTO: LA CRISI FINANZIARIA INFINITA

La crisi finanziaria ha portato numerosi elementi di destabilizzazione. In primo luogo la speculazione ed i prodotti rovinosi (derivati) hanno leso la correttezza, ed hanno trovato l’ordinamento privo di controlli sistematici ed effettivi , ma alla lunga hanno leso anche la stabilità. Gli scandali finanziari hanno trovato definitivamente come protagonisti gli intermediari importanti e primari. La speculazione ha preso il sopravvento ed ha condizionato le banche principali: e così ha portato al dissesto l’economia. La crisi delle banche ordinarie che esercitano il credito è dipesa essenzialmente dalla crisi dei settori produttivi –caso clamoroso quello dell’edilizia- che le banche stesse hanno finanziato ed anche dalla debolezza complessiva del sistema finanziario dominato dalla grande speculazione e non in grado di porre in essere un esercizio ordinato delle attività ordinarie. La separazione tra banche ordinarie e banche d’affari, proposta da tutti come panacea di ogni male, è una grande cannonata nell’acqua, priva di effetti di rilievo ed atta solo a creare suggestione. Se la separazione opera solo all’interno di unica impresa ma non di unico gruppo è solo formale: se invece opera anche all’interno del gruppo allora pone le condizioni per gruppi speculativi senza solidità, questa attribuita solo da attività ordinarie, ed inoltre spezza artificiosamente il settore finanziario, unitario. La crisi del 2008 è scoppiata a partire da banche d’affari non collegate a banche ordinarie. Il dominio della speculazione sulle attività ordinarie dipende da crisi della finanza nel suo complesso e un’attività ordinaria isolata sarebbe sempre preda dei venti del mercato La separazione tra attività ordinaria in crediti e intermediazione nei pagamenti, vale a dire nella moneta scritturale, è artificiosa, visto che l’essenza della banca è non il collegamento tra attività di raccolta del risparmio e concessione dei crediti, propria di qualsivoglia società finanziaria, ma la circostanza che i propri debiti sono strumenti di pagamento. La finanza domina l’economia ma è in crisi endemica. Da ciò consegue in defettibilmente che è una situazione che è al di fuori dei poteri di una Banca Centrale, la quale si muove nell’ambito dei principi cardine del sistema economico e non può sovvertirli. La normativa “bail-in”, con il limitare i salvataggi bancari, non solo ha destabilizzato l’economia intera, bloccando la fiducia del pubblico nelle banche e nella loro moneta, quella scritturale,ma ha anche posto i controlli di Banca d’Italia sulle banche, ormai prive di copertura in caso di insolvenza, in termini rilevanti da un punto di vista civilistico e pertanto sotto il sindacato continuo della magistratura ordinaria. La limitazione di poteri di salvataggio da essa operato ha anche incrinato l’attività di vigilanza priva di poteri di incidere sui risultati e quindi soggetta a sindacato come qualsiasi attività discrezionale privandola di quella sovranità economica che la caratterizza. Il protezionismo senza stabilità e senza collegamenti con una programmazione pubblica ha reso i poteri di controllo suppletivi della politica senza efficacia. Non basta: il protezionismo ha leso definitivamente la correttezza, non solo senza beneficio per la stabilità, ma addirittura alla fine ledendola irrimediabilmente. La Consob è così diventata un mero duplicato di Banca d’Italia senza alcun valore aggiunto. A perfezionare la completa “de-strutturazione” dell’ordinamento del settore, è da confermare che il diritto civile condiziona i controlli pubblici non solo nel ramo dei titoli ma anche in quello bancario “tout court”nel momento in cui i salvataggi non sono più possibili e vi sono le insolvenze non risanate.

3. LE LINEE DI RIFORMA

Le linee di riforma sono complesse, per venire a capo di una situazione inestricabile. La tutela della stabilità è essenziale e richiede un’autonomia piena della Banca Centrale e non una semplice discrezionalità, la quale presuppone invece un ruolo esecutivo e non una capacità di autonomia di indirizzo propria di poteri di controllo. Altrimenti, il controllo diventerebbe attuativo di scelte politiche, in un‘ottica incompatibile con uno stato di diritto. Ma la stabilità non è tale se si pone solo in via preventivo. Occorre premettere che l’esito negativo dei controlli di stabilità non dipende da un loro fallimento, visto che sono controlli di grande numeri e non di merito delle operazioni: Ma non solo: occorre non dimenticare che la politica e l’opinione pubblica chiedevano a viva voce, dopo la crisi del 2008, che le banche si riconvertissero dalla finanza ai crediti alle imprese produttive, e questo hanno fatto, sia pur male. Ma non solo ancora: dopo gli errori di Fazio, si è posta avanti in modo assordante –soprattutto dai liberisti quali Giavazze ed Alesina, ma nolo da loro-, una campagna asfissiante contro l’eccessiva estensione dei poteri diBbanca d’Italia. Chi lamenta l’estio negativo dei controlli non fa altro che emanare lacrime da coccodrillo. Ciò premesso, ebbene, in caso di esito negativo di detti controlli di stabilità, da un lato occorrono sanzioni pesantissime, e dall’altro la presenza di poteri di salvataggio. Sul primo punto, occorre disincentivare i cittadini dal violare la stabilità: occorre quindi l’introduzione di sanzioni amministrative anche sospensive ed impeditive dell’esercizio dell’attività, e pene anche di reclusioni molto incisive. Per far ciò occorre ripristinare uno statuto soggettivo delle imprese bancarie e finanziarie con profili pubblicistici. Sul secondo punto, la stabilità è impossibile se i depositanti ed i risparmiatori non imprenditori perdono le proprie risorse affidare alla banca. Di qui la necessità del’abolizione del “bail-in”. La stabilità è il valore essenziale da tutelare: ma non si può pensare minimamente di provvedere a tale tutela se se non si tiene conto dell’emergere prepotente della correttezza nelle operazioni in titoli e dei poteri dirigistici in materia di assetti societari della banca. Sull’aspetto evidenziato per ultimo, il dirigismo rende evidente che l’assetto liberistico del mercato del credito, salvo la stabilità, è anacronistico: la Banca Centrale ha poteri di politica economica e pertanto occorre inserirli nei quadro delle garanzie costituzionali di cui all’art. 41. La Banca Centrale non è più autoreferenziale nei propri compiti. Occorre inserirla nell’ambito della programmazione economica. Il che è ancor maggiormente necessario se si tiene conto che la crisi del settore bancario comporta l’ineluttabilità delle concentrazioni e la posizione privilegiata delle banche maggiori, come dimostra il salvataggio delle banche venete, dal che consegue il ruolo residuale della concorrenza. Senza un quadro di programmazione economica pubblica si crea una situazione di totale squilibrio. Sull’altro aspetto, la correttezza richiede il divieto di abusi e la rilevanza civilistica dei controlli e la necessità di rendere la stabilità non autoreferenziale: I seguenti prodotti venduti sul mercato sono abusivi ed illeciti: a) strumenti derivati abnormi come rischio e come oneri; b) obbligazioni strutturate in cui la componente derivativa sia troppo elevata; c) obbligazioni subordinate, se offerte in massa quando invece sono prodotti di nicchia; d) obbligazioni convertibili in cui la conversione è obbligatoria a scelta dell’emittente in violazione della possibilità del risparmiatore di uscire dall’investimento. A ciò vanno aggiunti: e) fondi obbligazionari e monetari in cui il rendimento annuo è costantemente minore di quello delle obbligazioni sottostanti; f) più in generale fondi in cui il rendimento annuo è costantemente minore del valore delle commissioni. L’illegittimità dipende dalla natura intrinsecamente abusiva per elusione delle esigenze fondamentali dei risparmiatori (a-d) o per la deviazione strutturale del prodotto dalle caratteristiche in cui viene percepito dai risparmiatori (b-c) o per mancanza di un valore aggiunto (e-f). La correttezza intesa quel necessità di rispondenza alle esigenze fondamentali dei risparmiatori non è altro che vincolo di coerenza rispetto al ruolo: è l’ordine pubblico economico, che richiede un controllo non solo in negativo ma anche in positivo delle operazioni, al fine di conformarne la funzione economico-sociale concreta, in un’ottica di funzionalizzazione esterna del contratto e dell’iniziativa ad essa sottostante. E’ la funzionalizzazione produttiva dell’impresa, per cui il profitto è giustificato solo se vi è un ruolo produttiva coerente e rigoroso (art. 41 Cost.): è il prodromo della funzionalizzazione sociale di cui al secondo e terzo comma dell’art. 41. Per inciso, alla luce del nesso dialettico tra stabilità e correttezza, la Consob è necessaria, e sempre in autonomia da Banca d’Italia, ed anch’essa come organo costituzionale, meno importante di Banca d’Italia ma sempre con forme di tutela della sua autonomia a livello di giustizia costituzionale. Chiuso l’inciso, La trasparenza è necessaria, ma non è fine a sé stessa, come invece vuole l’impostazione dominante a partire dal grande compianto Guido Rossi: la finalizzazione a sé stessa della trasparenza presuppone il ruolo oggettivo del mercato predominante rispetto a quello dell’impresa. Poiché così non è, la trasparenza è uno strumento al servizio della correttezza. La correttezza comporta la limitazione della speculazione e del capitale finanziario, e pertanto si unisce ad una forte tutela della stabilità, ma comporta anche una direzione complessiva dell’economia. La crisi del settore del credito con l’emergere di situazioni di insolvenza rende i controlli pubblici dalla rilevanza civilistica anche in detto settore. Occorre la ripresa dei poteri di controllo in modo pieno, ripresa piena ed assoluta, ma senza cedimenti al populismo ed al consumerismo, vale a dire con una salvaguardia dell’efficienza del settore da dirigere politicamente. Il recupero del credito deve essere privilegiato rispetto ai debitori insolventi, con sanzione dei comportamenti elusivi. L’art. 388 c.p. punisce chi compie comportamenti fraudolenti sui propri beni per sottrarsi a Provvedimenti di condanna ed anche a Procedimenti instaurati, mentre va esteso addirittura agli atti precedenti (in modo da punire il loro utilizzo successivo fraudolento). Occorre sanzionare penalmente ogni atto di distrazione del patrimonio fraudolento in qualsiasi momento compiuto.

CONCLUSIONI: SI PUO’ FARE A MENO DI UNA BANCA CENTRALE INTERNA?

Ma il problema è più serio: se si vuole la stabilità del settore occorre una forte Banca centrale e con ampi poteri senza pretesa di sindacato capillare esterno su di essa: l’unico sindacato ammesso è quello proprio di un potere costituzionale, per assicurarne il rispetto del suo ruolo, senza deviare dai fini costituzionali: ma la necessità del rispetto della legge da parte sua è per l’appunto in funzione della tutela del risparmi che le fornisce poteri direttamente –senza passare per altri poteri costituzionali- esecutivi della legge ed addirittura integrativi nei limiti molto ampi attribuiti dall’art. 47. Questa non è un’affermazione forte, come appare “prima facie” ma è la sola verità: la legge del ‘93 fissa quale elemento essenziale dei controlli di Banca d’Italia la “sana e prudente gestione”, che è un concetto indeterminato ed indeterminabile e quindi “praeter legem”. Occorre riconoscere la sua sovranità economica e quindi non solo come autorità amministrativa indipendente, ma soprattutto come autorità costituzionale. La costituzionalizzazione di Banca d’Italia vuol dire renderla potere costituzionale, ma non rendere sacrale una zona grigia come invece molti pretendono. Il sindacato è quello proprio su un organo costituzionale, come è bene ribadire. Senza un organo costituzionale non vi è stabilità. L’inserimento nella politica economica è un passaggio oggi doveroso ma ulteriore e che non può prescindere dalla sovranità monetaria ed economica: è necessaria una sua autonomia rispetto alla politica, non assoluta ma nemmeno minima. Guido Carli negò il collegamento i due elementi, collocandosi nel senso di ritenere che il primo porti a ritenere inammissibile il secondo: ed invece occorre creare il collegamento: ma il primo elemento è imprescindibile. Quello che è certo è che una Banca Centrale non può essere fagocitata dalla programmazione ma non può fare a meno di essa. Il collegamento è indefettibile come mostrato dal fatto che le banche sorreggono il debito pubblico, anche dopo lo scellerato divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia dell’81, per cui lo fanno in modo non sistematico e con i conti pubblici in mano alle grande banche d’affari che gestiscono le aste di collocamento, mentre la crisi dello Stato debole porta a non consentire il salvataggio delle sue banche. La riforma del settore bancario richiede la ripresa di una sovranità interna. Il diritto civile deve essere rivisitato dai controlli pubblici che richiedono la salvaguardia delle ragioni fondamentali del risparmio quali garantite dai controlli pubblici, che quindi non devono più essere avulsi dai criteri civilistici. E’ così chiara la portata del dibattito in corso. Il ridimensionamento di Banca d’Italia e l’attacco ad essa si pongono nella direzione di mancata tutela del sistema bancario. Ciò perché il capitale finanziario indebolisce la funzione tecnico-produttiva bancaria e privilegia quella speculativa, che consente la stabilità solo per i grandi gruppi, mentre quelli piccoli e medi possono sopravvivere solo in condizioni eccezionali. Di qui la logica ed indefettibile conseguenza che la separazione tra funzione creditizia e funzione monetaria, che in molti ed autorevoli e lucidi stanno sostenendo, all’estero ed in Italia, sarebbe la lapide del sistema bancario e dell’intera economia. Le banche centrali interne –tranne che pochi Stati forti- hanno ora un ruolo secondario ed accessorio rispetto a quello delle banche centrali sovranazionali. Il sistema bancario ha pero stabilità e solidità in conformità a tendenze del capitale finanziario. Questi ha portato alla perfezione la forza del capitale, ma in modo del tutto inefficiente, smentendo i principi fondamentali del liberismo. Le tendenze all’internazionalizzazione ed alla dematerializzazione del capitale finanziario sono rese necessari dalle dinamiche economiche ma sono in contrasto con l’efficienza economica. L’efficienza economica richiede la ripresa della sovranità interna, ma non come sovranità nazionale, che si basa sull’unificazione impressa dal capitale, come mostrato dalla prima guerra mondiale in poi , bensì quale ancoramento del potere alla localizzazione necessaria per tutelare gli strati sociali e popolari non riconducibili al capitale finanziario. E’ la sovranità popolare della nostra Costituzione (sulla falsariga del pensiero di Rousseau e della parte più vitale del marxismo): è da ribadire che essa è a base della nostra Costituzione, i cui tentativi di svuotamento e di distorsione sono finora fortunatamente falliti). La Banca Centrale interna è fondamentale nel senso di potere costituzionale. La Banca sovranazionale deve coordinare quelle interne e non dominarle. La programmazione economica democratica interna è essenziale per la tutela del settore bancario e per la autonomia di Banca d’Italia. La programmazione, nel momento in cui sostituisce l’ordine all’anarchia capitalistica, ha una tendenza anticapitalistica ineliminabile. Poiché il momento di superare il capitalismo è ben lungi dal venire, occorre una pianificazione che si basi su una mediazione con il capitale e su una forma di capitalismo organizzato. E’ quel regime di semi-socialismo proprio del dibattito dagli anni ’30 agli anni ’50 (in cui si schierarono a favore e contrario due famosi intellettuali legati in modo non organico alla Scuola di Francofrote e seguaci della Teoria Critica, rispettivamente Federick Polloch e Franz Neumann) e di una pianificazione capitalistica (cui pensava Rudolf Hilferding durante la Repubblica di Weimar, sempre come forma di transizione la socialismo). Nè si può dire che è un tema del secolo scorso, pertanto in via pretesa oramai superato, in quanto invece non è affatto superato: il capitale finanziario ha distrutto l’economia e con essa il sistema bancario; i monopoli e le multinazionali hanno creato la globalizzazione e fornito la piattaforma necessaria per il trionfo ed il consolidamento del capitale finanziario. Ma la divaricazione tra capitale finanziario e tutela del settore bancario richiede la ripresa del secondo in contrapposizione con il primo, in chiave solo riformistica per tantissimi decenni se non almeno un secolo. La Banca Centrale interna è necessaria e può assolvere al proprio ruolo solo se si pone in chiave conflittuale con il capitale finanziario. Poiché ciò è innaturale, è necessario il supporto da una sinistra riformista e non movimentista ma ciò nondimeno rigorosamente antiliberista. Guido Carli, quando si buttò in politica, commise un grande errore quando sostenne che la vera tutela del risparmio è tale quando gli investitori possono scegliere il Paese dove collocare i propri risparmi. E’ stato un grandissimo errore, non intellettuale ma non politico. Ed infatti era la lucida premonizione dell’alleanza tra capitale finanziario e internazionalizzazione (con annesse multinazionali). Ebbene, tale libertà di scelta ha distrutto il risparmio in quanto ha posto gli investitori in balia di intermediari finanziari predatori, questi ultimi in quanto privi di ancoramento popolare. E’ necessario l’ancoramento, non territoriale, ma popolare.