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La crisi della sinistra

I recenti risultati elettorali sembrano segnare anche in Italia la fine della sinistra. La sinistra in tutte le sue declinazioni (socialisti, socialdemocratici, formazioni varie, come Podemos, etc.) governa ormai pochissimi stati, per lo più periferici (Portogallo, Nord Europa). Solo in Gran Bretagna il riformato Labour Party di Corbin sembra in grado di proporsi alla guida del paese. Un quadro siffatto comporta che la riflessione sul declino della sinistra non può essere circoscritta a singole deficienze dei gruppi dirigenti o ai personalismi di Renzi per quanto riguarda l’Italia, ma a qualcosa di più profondo e radicale: un cambiamento economico, culturale e sociale del quale la sinistra non ha saputo leggere la portata e non ha trovato, per conseguenza, risposte e progetti adeguati. A nostro parere, le cause vanno ricercate proprio nei cambiamenti dei paradigmi economici e nella crisi della politica. Come sempre, è problematico distinguere bene tra l’aspetto strutturale e quello sociale e dell’intermediazione politica; ma bisogna avviare questo sforzo se si vuole provare a ricostruire una proposta di sinistra di classe. I paradigmi economici Negli ultimi cinquant’anni si è consumata la sconfitta dei lavoratori a vantaggio del capitale. Per avere una conferma a questa affermazione bastano due numeri: nel mondo occidentale, a prescindere dalla specificità dei singoli paesi e delle condizione di lavoro, la quota dei salari sul Pil è scesa da poco meno del 60% a circa il 42%, come si vede nella seguente tabella Una riduzione drammatica, che ha comportato non solo la perdita salariale, ma, per così dire, di stato e di ruolo della classe operaria. Non più partecipe della produzione e della distribuzione della ricchezza, non più un soggetto con piena rappresentanza sindacale, ma ridotto a fattore di costo, come i recenti casi di delocalizzazione stanno dimostrando. L’accumulazione di ricchezza finanziaria ed il suo dominio su tutto il ciclo del lavoro, che rimane in ultima analisi l’unico vero produttore di ricchezza reale, vale a dire di bene e servizi per le persone e fondamento ineludibile anche di quella ricchezza finanziaria di cui si è detto. Purtroppo la sconfitta del mondo del lavoro sembra rovesciare nel senso comune, o meglio nella comunicazione economica così come è confezionata, questo assioma di base; per cui sembra quasi che la ricchezza finanziaria sia così buona da elargire qualche briciola ai lavoratori, mai abbastanza produttivi, mai abbastanza responsabilizzati, mai abbastanza preparati. È più importante trasmettere le notizie di borsa piuttosto che quelle dell’economia reale perché le borse misurano gli indici di gradimento dei cosiddetti mercati, vale a dire delle strutture internazionali che concentrano ricchezze finanziarie enormi e possiedono una parte consistente del debito pubblico di vari paesi.

La crisi della politica

La cornice economica abbozzata in precedenza ha avuto forte ricadute anche sui sistemi di rappresentanza e mediazione. La finanziarizzazione dell’economia è per sua natura fortemente globale. In sostanza i detentori di capitale finanziario agiscono in tutto il mondo e vivono le legislazioni e la presenza degli stati come un vincolo da aggirare o come un’opportunità da sfruttare. In buona sostanza la finanza è in grado di intervenire non solo su ciascun bene/servizio/risorsa naturale esistente, ma anche sulle politiche degli stati. In questo modo accade che gli stati nazionali non riescono a svolgere in autonomia le loro politiche perché per prima cosa devono garantirsi il gradimento o almeno la neutralità delle istituzioni finanziarie e possono farlo solo assicurando loro un ritorno economico. Purtroppo le istituzioni finanziarie non si fanno carico dei problemi sociali perché essi non rientrano nei loro fini istituzionali. Gli stati, invece dovrebbero, ma, di là di inefficienze e corruzioni, non hanno risorse adeguate perché dipendono dalla bontà della finanza per contrarre o alimentare il loro debito; e, come detto prima, la finanza non si preoccupa se deve essere chiuso un ospedale, se devono essere ridotte le pensioni, e cosi via. Il primo grande sistema di rappresentanza, gli stati, è dunque sostanzialmente in crisi; tanto che, come dimostra lucidamente Baumann, nasce un sentimento che definisce come Retrotopia, vale a dire immaginare che gli stati prima della globalizzazione garantissero ai cittadini sicurezza fisica e sociale. Forse l’affermazione della Lega e persino quella dei Cinque Stelle da noi possono essere facilmente iscrivibili in questo sentimento. Ed altrettanto facilmente si capisce il declino dei partiti di sinistra e persino di quelli liberali. Naturalmente, tutti gli altri sistemi di rappresentanza all’interno degli stati, vale a dire i partiti ed i sindacati in primo luogo, riflettono ed ampliano questa incapacità sia di rappresentare gli interessi materiali dei cittadini e dei lavoratori sia di svolgere la loro naturale funzione di mediazione tra questi interessi e quelli generali dell’insieme della comunità nazionale, proprio perché sono venuti meno questi ultimi, senza che nel frattempo si costituissero organismi politici più generali capaci di svolgere le funzioni tipiche degli stati. Il processo di unificazione europea ne è una dimostrazione plastica. In qualche modo siamo alle soglie di un fenomeno di ritorno al medioevo politico, nel quale convivono aggregati tendenzialmente universalistici, il famoso impero, ed aggregati locali, che teoricamente ne fanno parte, ma che sono in competizione prima di tutto tra di loro. Purtroppo gli imperi possibili non sono solo grandi aggregati territoriali, che sono anch’essi relativamente fragili, ma soprattutto finanziari. È ad essi che si rivolgono o rischiamo di rivolgersi gli aggregati locali, bypassando le appartenenze geografiche. La possibilità che questo processo si affermi è facilitata dalla crisi sociale alimentata incessantemente sia dalla riduzione del welfare sia dalla riduzione del reddito da lavoro; il che vuol dire che anche i fortunati che hanno un lavoro sempre più spesso non sfuggono al rischio di povertà. Dunque crisi delle istituzioni di rappresentanza per in verso e fragilità sociale per l’altro. Il processo è in atto, per cui l’unica nota di speranza è che può essere arrestato o indirizzato in modo diverso, a condizione di trovare soggetti capaci di farlo. Per dire il vero fenomeni di resistenza sono largamente diffusi ma, sinora, non in grado di connettersi tra loro e dare un indirizzo preciso. In questo senso una rilettura storica della situazione dell’Europa prima degli stati nazionali sarebbe assai utile. La politica sarebbe più che mai necessaria, dunque, ma essa è diventata la cosiddetta anatra zoppa. Appare e tutti la citano, ma, incapace di muoversi agilmente, proprio come l’anatra zoppa, non sembra produrre risultati. Inutile dire che al capitale finanziario, che a sua volta non è un’entità univoca, conviene che l’anatra sia zoppa ed anzi che perda del tutto la sua capacità di sopravvivere. Al disarmo della politica si è giunti utilizzando anche un’arma molto efficace: la messa sotto accusa di corruzione di governanti o di intere classi politiche, che, consapevolmente o inconsapevolmente, costituivano un argine alla globalizzazione. Quest’arma è particolarmente insidiosa perché non ha bisogno di portare prove e perché erode la fiducia verso la politica. Un esempio recentissimo: i Cinque Stelle, che l’hanno cavalcato a lungo soprattutto contro il PD, si rivolgono allo stesso PD, cioè ai corrotti, per formare un eventuale governo. Inutile dire che se ciò accadesse, tutti a cominciare di Cinque Stelle dovrebbero dire che accadrebbe per l’interesse alle poltrone. Ci sono, ovviamente, molti altri esempi storici di portata maggiore: dalla scomparsa dei pochi leader africani, ed oggi vediamo come è ridotta l’Africa, a quella che ha riguardato le classi dirigenti dei paesi che facevano parte dell’area dell’ex sovietica, ed anche in questo caso le conseguenze sono evidenti; dalla penisola balcanica, la Serbia prima di tutti, ai paesi arabi del nord Africa con le famose primavere. Il fenomeno non è finito ed investirà, in parte lo ha fatto già, quelle situazioni, Russia, Cina, India, Brasile percepite in qualche modo come ostacolo alla globalizzazione finanziaria. Solo che in Russia e in Cina si scontra con apparati più forti, al cui interno il potere politico è molto consolidato. Lo screditamento della politica è stato perseguito lucidamente dal capitale finanziario. Questo non vuol dire che casi anche lampanti di corruzione non ci siano stati e non ci siano; ma invece che esser perseguiti dalla giustizia penale sono stati utilizzati per liquidare o almeno ridurre drasticamente la capacità della politica di mediare tra interessi diversi, compresi quelli del capitale. Insomma si è buttato il bambino insieme all’acqua sporca. La caduta della politica non ha comportato che sparisse la corruzione; al contrario l’ha fatta crescere considerevolmente perché è venuto meno il controllo che i partiti riuscivano ad esercitare.

La sinistra è morta: lo si sapeva dal 2013, quando i voti in libera uscita dal Pd scavalcarono sia Sel e lo schieramento di Ingroia –la prima alleata dallo stesso Pd, il secondo alternativo- per indirizzarsi verso i 5Stelle. Il significato era chiaro e faceva giustizia di leggende metropolitane già allora sorte, secondo cui, a seconda della visuale, veniva penalizzato ora un eccesso di timidezza verso il Pd ora una posizione estremistica. Sia che si fosse in grado di proporre un governo in alleanza con il centro-sinistra, sia un’alternativa, i lettori non consideravano la prospettiva di sinistra di interesse. Era un dato sgradevole, anzi agghiacciante, ma inequivocabile: qualsivoglia progetto di sinistra si rivelava non appetibile. Ma ora, con le elezioni di marzo 2018, bisogna chiarire: la morte della sinistra è nel risultato negativo di LeU, non in quello del Pd. Il Pd, liberista e moderato e che ha accettato in pieno il dominio del capitale finanziario senza proporsi non solo in termini alternativi, ma neppure correttivi, non è più di sinistra, mentre l’unico Polo si sinistra, quello di LeU, è rimasto anch’esso clamorosamente sconfitto Il liberismo non è progressivo ma è funzionale ad un sistema arbitrario e rovinoso. Ebbene, la fuga di voti da un centro-sinistra tale solo in apparenza ma in realtà solo di centro e non più di sinistra ha avuto quale destinatario non la sinistra ma i populisti. Questo è il vero punto. E’ finita la lotta di classe: non è solo che la lotta di classe l’abbiano vinta i capitalisti, il che ci sta e non esclude la possibilità di un ribaltamento fino alla nostra vittoria finale. Il vero problema è che la lotta di classe sia stata abbandonata dalla classe lavoratrice, in quanto il capitale finanziario, con la dematerializzazione e la globalizzazione, ha eliminato la fabbrica come centro di coagulo che era non solo di localizzazione ma anche di lotta e così di interessi. E’ stato un disegno lucido quello del capitale ma anche fittizio, in quanto la localizzazione, una volta resa secondaria, e non più centrale poteva bene essere sostituita con altre forme di coagulo. Ciò è mancato ed il disegno lucido ha vinto senza alcuna difficoltà e senza alcun ostacolo. La classe lavoratrice ha perso la lotta per abbandono di campo. La sinistra è finita. Ma si tratta di una fine che è propria di una fase di totale disperazione, anche in campo avverso. Il capitale, distruggendo il suo avversario, è finito con l’avvilupparsi in un’ottica di autoreferenzialità che ne ha esaltato gli aspetti distruttivi, rovinosi ed arbitrari. La lotta di classe è il motore della Storia, come insegnato da Marx: non solo alla fine consente il passaggio a rapporti di produzione superiori ma anche, prima di ciò, consente il mantenimento costante in tensione e sol così in efficienza di quelli in essere. I commentatori moderati non hanno compreso la situazione: vedono la fine della sinistra nell’impossibilità di ricorrere alla spesa pubblica sociale da un lato e dall’altro nella pressione sulla classe lavoratrice da parte degli immigrati (Antonio Polito). Sul primo punto, è evidente che si trascura che non è un problema economico ma politico in quanto i mezzi ci sono, semplicemente vengono destinati a coprire gli scandali finanziari ed a sostenere il capitale finanziario che distrugge risorse con la speculazione selvaggia e continuativa. Sul secondo punto, la sinistra con il suo universalismo si è gettata meritoriamente sui diritti ma ha dimenticato il risvolto sociale, con la creazione dell’esercito industriale di riserva: di qui l’abbandono della sinistra da parte della classe lavoratrice e dei ceti deboli: ma ciò dipende non dalla migrazione, visto che il ricorso all’esercito industriale di riserva è una caratteristica costante del capitale, bensì dalla rinunzia della sinistra a tutelare i lavoratori contro il capitale, nonché dal venir meno dal suo antagonismo –non necessariamente rivoluzionario, almeno a breve-. Occorreva riprendere l’antagonismo con la conseguente necessità di aggregare alla classe lavoratrice i disadattati e la borghesia non grande ormai privata del suo ruolo. Ma non solo: Il moderatismo è preda di una lettura generale dell’attuale momento che è inficiata a propria volta di un errore clamoroso: vede la crisi della società aperta di Popper, ma trascura che la società del liberismo e del capitale finanziario non è aperta e si basa sull’abusività e sul disastro ed è autoritaria, all’interno ed all’esterno, come dimostrato sull’ultimo aspetto della circostanza che il Paese occidentale più importante si è affidato a Trump, che sembra la brutta copia del Dottor Stranamore. La sinistra è morta, ma è morta perché è morta la politica ed è morto il razionalismo occidentale, basati su fondamenta di argilla, e non è risuscita a sostituirli. Parlare di possibilità di autocorrezione del sistema, con riforme non radicali, come sostengono alcuni intellettuali di sinistra a metà tra il moderatismo e l’antiliberismo quale Salvatore Veca, è frutto di illusione. Le fondamenta necessitano di correzioni profonde ed idonee ad introdurre elementi di socialismo nell’ambito di un capitalismo pianificato e sociale. Ma il sistema è così forte e gli avversari così deboli che ogni ipotesi di correzione profonda appare esclusa. Correzioni timide sono palliativi ininfluenti. Da qui la vera comprensione della realtà che i voti di protesta hanno scavalcato la sinistra per confluire nel populismo, cioè nella protesta pura ed intransigente. Il moderatismo svaluta la protesta pura ed intransigente, qualificandola come cieca e senza costrutto e come idienea al Governo in quanto tale da promettere misure impossibili quale il “reddito minimo garantito”. La critica è del tutto erronea. Innanzitutto il populismo di destra non promette misure irrealizzabili ma prospetta interventi rientranti nella “rivolta fiscale” dei ceti abbienti, come la “flat tax”, misure del tutto realizzabili come dimostrato da Reagan, Thatcher e da Trump. Prospettano il protezionismo e l’antieuropeismo che sono compatibili con il capitale finanziario e con la globalizzazione, come mostrato da America ed Inghilterra. Il punto è che sono possibili nei Paesi forti e non in un Paesi debole come l’Italia, ma qui si entra in un problema politico e non economico: il populismo di destra dei Paesi deboli vuole ridisegnare la geopolitica, e non è quindi irrealistico. Il populismo puro dei 5Stelle, vale a dire senza tentazioni nazionalistiche e razziste, propone misure avveniristiche, ma la critica da parte del moderatismo è non centrata. E’ una critica che crea un’indebita commistione e sovrapposizione di piani tra populismo e demagogia, trascurando che se ogni forma di populismo è demagogica, non è vero il contrario e non ogni demagogia è populistica. Il grande centro in Europa promette un universalismo economico e sociale ed anche politico ed un’estensione dei vantaggi economici dalle classi agiate a quelle meno protette che l’attuale sistema non è più in grado di mantenere. La globalizzazione e l’Europa sono mere sovrastrutture di giustificazione del dominio del capitale e sono prive di sostanza e di effettività, nel senso che sono reali ma solo a senso unico. Il populismo è una protesta contro un sistema in disfacimento ed ha quindi una forza innegabile che non può essere esorcizzata con critiche capziose. Il vero nodo che il populismo presenta è se la protesta sia in grado di correggere il sistema. Qui il populismo presenta dei punti deboli in quanto per rispondere in modo positivo alla domanda dovrebbe essere in grado di organizzare la protesta, il che al momento è alla fase solo embrionale. Replicare all’autoreferenzialità del sistema parlamentare ed alla sua incapacità di vera rappresentatività con una mitica democrazia diretta vuol dire rinunziare ad una riforma del Parlamentarismo. In campo economico, misure come il “reddito minimo garantito” sono preziose in quanto se unite a forme di tassazione dei ceti alti possono costituire un disincentivo nei confronti del capitale dal continuare nella disoccupazione e nell’utilizzo indiscriminato dell’esercito industriale di riserva per spingere i lavoratori ad abbassare le pretese economiche e normative, e per questo devono essere condizionato, vale a dire concesse fino a quando non si realizzi per ciascun beneficiario un’alternativa lavorativa realistica. Ma sono misure velleitarie od addirittura strumentalizzabili ed utilizzabili dal capitale come indennizzo a fronte della disoccupazione e quindi senza alcuna correzione di sistema. Per essere efficaci, devono rientrare in un coerente progetto antiliberista. Il populismo non è preparato a questa doppia sfida: - di una rivitalizzazione della democrazia parlamentare per farla diventare veramente rappresentativa e volano della sovranità popolare, in modo da creare un “sovranismo” non incompatibile con forme di governo sovranazionali ma addirittura preparatorio rispetto ad esse; - di un programma economico antiliberista, di pianificazione e sociale. Non è preparato perché tale sfida richiede un approccio riformista anticapitalista, che imponga delle correzioni drastiche, proprie solo di chi pensa che il capitalismo vada rovesciato, ma si rende conto che per decenni se non per secoli ciò è impossibile. Tale riformismo non è impossibile in quanto settori della media ed anche dell’alta borghesia, quali da un lato le banche non collegate a banche di investimento e dall’altro imprese diverse da quelle grandissime sentono l’inadeguatezza del capitale finanziario, che li penalizza fortemente, e potrebbero collaborare, al limite anche solo su pochi punti qualificanti, con un progetto antiliberista. La sinistra antiliberista, riformista ma di impronta marxista, anche in un momento di sua residualità, fino a quando non sarà in grado di riproporre la lotta di classe, ha un ruolo insostituibile di indirizzo del populismo secondo tali linee. Purtroppo, al momento manca una sensibilità del genere, anche in LeU. Da un punto di vista economico, nonostante che lo scrivente, evidentemente dotato di “vox clamantis in deserto” solleciti continuamente un indirizzo in tale direzione, manca un programma economico antiliberista sistematico e coerente. Il rischio è che ci si limiti a rivendicazionismi od a una logica di diritti, pur ineccepibile, quale quello che vuole ripristinare l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, e pertanto che il dialogo tra sinistra antiliberista e populismo avvenga in una ottica solo redistributiva o addirittura di rifiuto del lavoro: in ampi settori della sinistra radicale (anche all’epoca in SEL dove lo scrivente fu costretto a Milano ad abbandonare i gruppi di lavoro economici perché caratterizzati in tal senso) il reddito minimo di cittadinanza universale garantito in modo incondizionato viene richiesto in modo ossessivo. Battista, sul “Corriere della Sera” evidenzia che Grillo evoca Marx, quello di una famosa frase dei “Grundisse” dove si esaltava il tempo libero (citazione improvvida in quanto Marx sosteneva a gran dove l’introduzione di rapporti di produzione basati sulla socializzazione e non sul consumismo e sull’ozio): è da replicare che la sinistra antiliberista deve essere per la liberazione del lavoro e non dal lavoro. Parimenti, l’ecologia è fondamentale come caratteristica dello sviluppo economico e non come rifiuto dello sviluppo (basti pensare alla teoria della “decrescita”, e qualcuno sostiene che spunti del genere sono contenuti in Marx !!??!!). Da un punto di vista politico, il rifiuto del maggioritario a doppio turno, costante a sinistra, presuppone un rifiuto ad un programma forte: si favoriscono alleanze con il centro. Ma non solo: prima Renzi e Berlusconi , ora Salvini e Di Maio insistono sul valore della maggioranza relativa in grado solo per questo di diventare maggioranza assoluta. Ed invece, non solo in uno scenario tripolare la maggioranza relativa non ha senso in quanto non è detto che gli elettori del terzo polo intendano scegliere il primo invece del secondo: ma in ogni caso una minoranza critica quale quella della sinistra antiliberista può condizionare l’orientamento dei populisti puri solo con il doppio turno, dopo aver ottenuto una rappresentanza consistente al doppio turno, mentre con il turno unico viene penalizzata dal voto utile, come si è visto con le ultime elezioni.

PREMESSA: L’INADEGUATEZZA DELL’ORDINAMENTO IN MATERIA. TERMINI VERI E TERMINI FALSI DELLA QUESTIONE

In occasione dell’attacco di Renzi a Visco per impedire la conferma di questi alla guida della Banca d’Italia, attacco per fortuna fallito, nonché dei primi passi della Commissione Bicamerale Parlamentare d’inchiesta, è emersa finalmente l’inadeguatezza dell’impianto dell’ordinamento bancario e finanziario. Lo ha detto pure un magistrato serio ed autorevole come Francesco Greco. Ma proprio perché generalizzata è una constatazione che sa di parziale se non addirittura travisata. Certamente, è un’inadeguatezza palese ma che non è univoca in quanto trascura che l’assetto istituzionale del risparmio si fonda su un nesso dialettico tra stabilità e correttezza: una cosa era quando la stabilità era salvaguardata ed anzi assicurata, e quindi il nesso era di pretendere nel settore prestazioni veramente elevate ed altra quando la stabilità è saltata e si entra in una fase con rischio di effetti selvaggi. La critica all’assetto dei controlli sembra derivare più dalla deflagrazione degli effetti che da un’analisi lucida dell’impianto. Una cosa è certa: vi sono “default” e scandali a iosa. Ma che l’impianto non fosse idoneo nessuno se ne era accorto?? Ed allora se si va alla contingenza non vi è il rischio che ognuno effettui denunzie per proprie ragioni di parte? E un’analisi delle contingenze può essere affidata alla politica, regno per eccellenza della contingenza, e quindi inidonea a gestirla invece che a poteri imparziali? La messa sotto accusa delle Autorità di Vigilanza, in particolare Banca d’Italia, ha senso o non è piuttosto un mezzo per deviare l’attenzione dai retti binari ed evitare di affrontare il nodo delle vere cause dell’inadeguatezza? Il che vuol dire che l’inadeguatezza risponde ad esigenze veramente pressanti e facenti capo a gruppi di potere dalla forza formidabile. Il nesso tra stabilità è correttezza è dialettico, nel senso che da un lato la stabilità è essenziale, in quanto nessun intermediario è corretta se non è stabile, ma dall’altro una stabilità con lesione dei diritti altrui diventa illecita. In definitiva, con il venir meno della stabilità è crollato un sistema il cui impianto era già di per sé fragile e tenuto in piedi solo dalla stabilità Se non si comprende che il modello era in crisi da tempo , forse con profili di problematicità “ab origine”, non solo si va dietro alla contingenza ed anche alle strumentalità, ma soprattutto si rinunzia ad affrontare la problematica nei suoi esatti termini. E ciò non è innocuo, in quanto al contrario risponde a forti interessi, che vanno evidentemente individuati.

1. PROFILI STORICI

Fino ai primi anni ’90 l’ordinamento bancario era quasi elementare, in quanto ruotante intorno a due elementi essenziali, uno soggettivo, Banca d’Italia, con i suoi poteri immensi e l’altro oggettivo, rappresentato dalla stabilità sia delle singole banche sia del settore bancario e finanziario nel suo complesso, in funzione del quale venivano per l’appunto conferiti a Banca d’Italia i poteri sterminati testé evocati ed in funzione della cui effettiva salvaguardia veniva giudicato il suo operato. Banca d’Italia ha avuto grandi Governatori, come Menichella, Guido Carli, Paolo Baffi e Ciampi. Grazie a questi uomini ha capito, “rectius” ha fatto capire l’importanza del mondo bancario per sostenere l’economia italiana, e ne ha imposto la tutela più rigorosa ed a volte anche rigida. Per questo ha salvaguardato la fiducia del mercato e dei risparmiatori nelle banche, caratterizzate in termini di stabilità e quando in crisi oggetto di rapidi salvataggi. I risparmiatori non azionisti e quindi creditori della banca non dovevano perdere nulla, e fino al 2015 in effetti nulla hanno perso. La guida dei Governatori succedutisi nel tempo era forte ed autorevole. I Governatori hanno rappresentato così la coscienza critica del Paese ed hanno svolto un ruolo di moderazione e di controllo nei confronti del potere pubblico ed anche di quello privato. Il ricordo dei singoli Governatori con le loro caratteristiche come protagonisti della vita economica ed anche politica italiana porta a due conseguenze. I Governatori hanno fatto la Banca d’Italia e la Banca d’Italia ha fatto l’Italia. Sembra che il Governatore potesse essere paragonato al Presidente del Consiglio ed al Capo dello Stato e che la Storia dei diversi Governatori succedutisi nel tempo possa rappresentare una delle parti più vitali della Storia d’Italia e soprattutto quella maggiormente in grado di fornirci una visione privilegiata della Storia citata per ultima. In termini istituzionali e giuridici, la duplice conseguenza vuol dire che la fissazione dei poteri dell’Istituzione e della sua guida non erano così definiti, altrimenti un ruolo così determinante non sarebbe stato possibile per figure non poste all’apice dei poteri costituzionale. Ma se questa è una verità elementare vuol dire che da un lato Banca d’Italia aveva acquisito, nei fatti e solo implicitamente da un punto di vista giuridico, il ruolo di un Organo costituzionale e dall’altro i suoi poteri in materia bancaria e finanziaria erano illimitati. Erano due profili anomali per uno Stato costituzionale. Ma era una situazione di fatto sfuggita a quella di diritto o la spiegazione era più profonda? I poteri di Banca d’Italia si basavano sulla c. d. legge bancaria del ‘36-38, che era molto generica e concedeva poteri senza fissazione dei criteri e specificazione degli stessi: pacificamente non rispettava i limiti della riserva di legge di cui all’art. 41, 2° e 3° comma, per i limiti all’iniziativa economica privata e per la programmazione economica Si era risolto il problema evidenziando che la legge bancaria si basava sull’art. 47 della Costituzione e sulla tutela del risparmio in tutte le sue forme ivi fissata: senza arrivare alla tesi che l’art. 47 superasse i problema di costituzionalità della legge bancaria, in quanto la verifica dell’effettiva rispondenza della legge alla Costituzione spettava alla Giustizia costituzionale –ed una presa di posizione effettiva è sempre mancata, per cui si può dire che era una tesi sì valida in via prospettica e generale, bensì non totale, residuando dei dubbi, ineliminabili, come si vedrà--, era sostenibile che gli interventi ed i controlli non rispondenti a finalità sociali ma a tutela del risparmio non fossero soggetti ai limiti della riserva di legge, bensì rientrassero nella tutela del risparmio e pertanto emanassero da poteri discrezionali della Banca d’Italia. L’opinione è ancora in essere. Essa è valida perché coglie l’essenza della finanza, pre-condizione di ogni sistema economico, che vede coesistere settori in avanzo e settori in disavanzo: di qui la necessità di tutela; di qui la natura fattuale e non di merito del risparmio come valore: prorpio per questo, si tratta di valore indefettibile. Pertanto, ma anche peraltro, il tradurre ciò in concetti giuridici non è agevole. Si è cercato di distinguere tra poteri di politica economica a poteri di regolarità, il che ha un senso anche se si rivela restrittivo ridurre i poteri di Banca d’Italia ad una mera regolarità. Da qui si è partiti per sostenere che si tratta di poteri neutri (Capriglione), il che è invece inammissibile, in quanto la stabilità presuppone la scelta tra interessi sottostanti ad un’attività imprenditoriale che non si differenzia poi, realisticamente, da una politica economica. La differenza va cercata su altra base: la stabilità richiede la protezione del settore finanziario, inteso in senso omnicomprensivo e tale da includere anche la creazione di -e l’intermediazione in- moneta, il che vuol dire che tale settore è sottratto alla concorrenza ed al mercato. I poteri di Banca d’Italia erano e sono pertanto poteri di politica economica più pura ed incondizionata nei limiti della scelta fondamentale in materia di sistema economico, liberista o liberale temperato o socialdemocratico o, addirittura, socialista: i poteri di Banca d’Italia possono essere realizzati senza fonte di legge, se non incidono sull’assetto generale di sistema economico. Per andare al di fuori di tali limiti, occorre una legge nel rispetto dell’at. 41, 2-3° commi, Cost.. Ebbene, tale sistema dai fondamenti nitidi ma non fissati in modo esplicito, ha retto per anni garantendo la stabilità delle singole banche e dell’interno ordinamento, senza che i risparmiatori non azionisti ma creditori della banca abbiano mai perso un euro, come visto, fino al 2015. Fatto sta che Banca d’Italia, oltre ad essere la Banca centrale e la massima Autorità amministrativa indipendente, grazie a questi meriti si è collocata certamente non al di sopra ma altrettanto certamente a fianco del potere politico. Nessuno si faceva venire l’idea balzana di metterla in discussione. Ciò salvo gli attacchi eversivi tesi a colpirla per realizzare colpi di stato non necessariamente violenti: esempio clamoroso l’attacco a Baffi e Sarcinelli su iniziativa di Sindona e Calvi con l’appoggio di Andreotti. Da un punto di vista squisitamente giuridico, i poteri di stabilità non avevano valore e vigenza da un punto di vista strettamente civilistico, non intaccato da controlli di grandi numeri. Pertanto, dal punto di vista del rilievo giuridico, il ruolo di Banca d’Italia si presentava tale da non incidere sui principi fondamentali ed in modo da restare al piano implicito e di sottotraccia. In Italia, la situazione ha registrato il primo grande cambiamento nei primi anni ’90 con le privatizzazioni e con la consacrazione dell’attività in titoli quale collocata sullo stesso piano di quella di deposito e fidi. Banca d’Italia si è trovata, sotto il primo aspetto, a fare l’arbitratore di assetti societari con scelte di merito in cui l’aspetto protezionistico veniva affiancato se non addirittura superato da un’ottica di direzione del settore fondamentale dell’economia. Nel momento in cui era ancora in essere la svolta liberista di Reagan e della Thatcher, come lo è tuttora, ed in forma pura risultando temperata solo a parole, tale dirigismo si rivelava e si rivela singolare: quello che è certo è che era ed è una forma di direzione che va al di là dei limiti sopra fissati e fonda un sistema di politica economica vera e propria atipica vale a dire senza l’inserimento in un sistema di programmazione democratica propria della socialdemocrazia genuinamente di sinistra. Sotto il secondo aspetto, non solo è aumentata l’instabilità insieme al dinamismo ma anche si è creata una situazione di rischio dei risparmiatori senza lesione della stabilità, in modo da richiedere così controlli di correttezza tali da incidere sui principi civilistici. Si sono in tal modo introdotti nell’ordinamento degli elementi di incoerenza e di disorganicità: sul primo punto, si è introdotta la previsione di fatto di poteri dirigistici tali da andare oltre la stabilità e da rientrare in una politica economica antiliberista anche se alla fine tali da garantire un liberismo di fondo. Il settore economico principale è diventato tale da rientrare in un antiliberismo formale ed in un liberismo sostanziale. E’ un settore rispondente ad una vera e propria schizofrenia. Sul secondo punto, si è prevista la tutela della correttezza, tali da andare oltre la stabilità e da introdurre per la prima volta la valenza civilistica dei controlli pubblici, senza un vero e proprio coordinamento con la tutela della stabilità, creando un quadro esplosivo e privo di punti di riferimento solidi. E si tratta di correttezza non riconducibile a quella del codice civile, dove ha una valenza in chiave di completamento di specifici obblighi, “massime” in chiave integrativa od esecutiva. Nel nostro settore, ha invece la valenza di impedire deviazione dell’intermediario finanziario dai suo ruolo, in chiave di commistione di concetti e di valori, creando una situazione normativa ibrida e generica, senza rigore –peraltro, nelle presenti note si continuerà ad utilizzare tale termine, che è generalizzato nel settore. Gli errori di Fazio -Governatore dal ’94 in sostituzione di Ciampi-, che ha realizzato comportamenti di favoritismo nei casi Antonveneta/Bnl e di latitanza nei primi scandali finanziari relativi all’operatività in titoli in cui erano protagoniste le principali banche italiane ed estere (Cirio,Parmalat),vanno inquadrati in una situazione nuova, priva di strumenti in grado di reggere tale situazione nuova. Per completare il quadro, Ciampi negli anni ‘80 oltre a tutelare in modo egregio la stabilità, aveva fatto sì che fosse emessa una normativa –il Testo Unico Bancario del 93- idonea ad inquadrare Banca d’Italia ed i suoi poteri nel sistema giuridico italiano trovando una base giuridica e legislativa solida ai suoi poteri ed evitando quei margini di incertezza che avevano creato la situazione delicata che costrinse Baffi alle dimissioni. Tale aspetto di profonda regolarità politica ed istituzionale si poggiava peraltro su un equivoco –vale a dire relativo al tentativo di rendere ordinari controlli invece straordinari, ed il vero compito era ed è di mantenerli straordinari senza farli diventare eccezionali, e quindi non di adattarli al sistema giuridico ma di adattare questo a quelli, nel rispetto dei principi fondamentali - che sarebbe esploso trent’anni dopo. Nella stessa ottica, per evitare ingerenze della magistratura sulla gestione delle banche, si era stabilito che la banca è un’impresa, il che è ovvio, però così si sono eliminati profili pubblicistici tali da giustificare un regime penalistico aggravato: anche qui, si è creato un equivoco, in quanto per evitare eccessi penalistici si è privato l’ordinamento di forme di controllo diverse da quelle di stabilità. Ed è un equivoco non innocuo, in quanto fornisce la base a poteri al di fuori della stabilità, senza i presupposti di cui all’art. 41 Cost: si è istituzionalizzato un sistema normativo “praeter Costituzione”, in grado di diventare, alla prima occasione, in grado di sconvolgere una solidità solo apparente , anticostituzionale.

2. IL CONTESTO: LA CRISI FINANZIARIA INFINITA

La crisi finanziaria ha portato numerosi elementi di destabilizzazione. In primo luogo la speculazione ed i prodotti rovinosi (derivati) hanno leso la correttezza, ed hanno trovato l’ordinamento privo di controlli sistematici ed effettivi , ma alla lunga hanno leso anche la stabilità. Gli scandali finanziari hanno trovato definitivamente come protagonisti gli intermediari importanti e primari. La speculazione ha preso il sopravvento ed ha condizionato le banche principali: e così ha portato al dissesto l’economia. La crisi delle banche ordinarie che esercitano il credito è dipesa essenzialmente dalla crisi dei settori produttivi –caso clamoroso quello dell’edilizia- che le banche stesse hanno finanziato ed anche dalla debolezza complessiva del sistema finanziario dominato dalla grande speculazione e non in grado di porre in essere un esercizio ordinato delle attività ordinarie. La separazione tra banche ordinarie e banche d’affari, proposta da tutti come panacea di ogni male, è una grande cannonata nell’acqua, priva di effetti di rilievo ed atta solo a creare suggestione. Se la separazione opera solo all’interno di unica impresa ma non di unico gruppo è solo formale: se invece opera anche all’interno del gruppo allora pone le condizioni per gruppi speculativi senza solidità, questa attribuita solo da attività ordinarie, ed inoltre spezza artificiosamente il settore finanziario, unitario. La crisi del 2008 è scoppiata a partire da banche d’affari non collegate a banche ordinarie. Il dominio della speculazione sulle attività ordinarie dipende da crisi della finanza nel suo complesso e un’attività ordinaria isolata sarebbe sempre preda dei venti del mercato La separazione tra attività ordinaria in crediti e intermediazione nei pagamenti, vale a dire nella moneta scritturale, è artificiosa, visto che l’essenza della banca è non il collegamento tra attività di raccolta del risparmio e concessione dei crediti, propria di qualsivoglia società finanziaria, ma la circostanza che i propri debiti sono strumenti di pagamento. La finanza domina l’economia ma è in crisi endemica. Da ciò consegue in defettibilmente che è una situazione che è al di fuori dei poteri di una Banca Centrale, la quale si muove nell’ambito dei principi cardine del sistema economico e non può sovvertirli. La normativa “bail-in”, con il limitare i salvataggi bancari, non solo ha destabilizzato l’economia intera, bloccando la fiducia del pubblico nelle banche e nella loro moneta, quella scritturale,ma ha anche posto i controlli di Banca d’Italia sulle banche, ormai prive di copertura in caso di insolvenza, in termini rilevanti da un punto di vista civilistico e pertanto sotto il sindacato continuo della magistratura ordinaria. La limitazione di poteri di salvataggio da essa operato ha anche incrinato l’attività di vigilanza priva di poteri di incidere sui risultati e quindi soggetta a sindacato come qualsiasi attività discrezionale privandola di quella sovranità economica che la caratterizza. Il protezionismo senza stabilità e senza collegamenti con una programmazione pubblica ha reso i poteri di controllo suppletivi della politica senza efficacia. Non basta: il protezionismo ha leso definitivamente la correttezza, non solo senza beneficio per la stabilità, ma addirittura alla fine ledendola irrimediabilmente. La Consob è così diventata un mero duplicato di Banca d’Italia senza alcun valore aggiunto. A perfezionare la completa “de-strutturazione” dell’ordinamento del settore, è da confermare che il diritto civile condiziona i controlli pubblici non solo nel ramo dei titoli ma anche in quello bancario “tout court”nel momento in cui i salvataggi non sono più possibili e vi sono le insolvenze non risanate.

3. LE LINEE DI RIFORMA

Le linee di riforma sono complesse, per venire a capo di una situazione inestricabile. La tutela della stabilità è essenziale e richiede un’autonomia piena della Banca Centrale e non una semplice discrezionalità, la quale presuppone invece un ruolo esecutivo e non una capacità di autonomia di indirizzo propria di poteri di controllo. Altrimenti, il controllo diventerebbe attuativo di scelte politiche, in un‘ottica incompatibile con uno stato di diritto. Ma la stabilità non è tale se si pone solo in via preventivo. Occorre premettere che l’esito negativo dei controlli di stabilità non dipende da un loro fallimento, visto che sono controlli di grande numeri e non di merito delle operazioni: Ma non solo: occorre non dimenticare che la politica e l’opinione pubblica chiedevano a viva voce, dopo la crisi del 2008, che le banche si riconvertissero dalla finanza ai crediti alle imprese produttive, e questo hanno fatto, sia pur male. Ma non solo ancora: dopo gli errori di Fazio, si è posta avanti in modo assordante –soprattutto dai liberisti quali Giavazze ed Alesina, ma nolo da loro-, una campagna asfissiante contro l’eccessiva estensione dei poteri diBbanca d’Italia. Chi lamenta l’estio negativo dei controlli non fa altro che emanare lacrime da coccodrillo. Ciò premesso, ebbene, in caso di esito negativo di detti controlli di stabilità, da un lato occorrono sanzioni pesantissime, e dall’altro la presenza di poteri di salvataggio. Sul primo punto, occorre disincentivare i cittadini dal violare la stabilità: occorre quindi l’introduzione di sanzioni amministrative anche sospensive ed impeditive dell’esercizio dell’attività, e pene anche di reclusioni molto incisive. Per far ciò occorre ripristinare uno statuto soggettivo delle imprese bancarie e finanziarie con profili pubblicistici. Sul secondo punto, la stabilità è impossibile se i depositanti ed i risparmiatori non imprenditori perdono le proprie risorse affidare alla banca. Di qui la necessità del’abolizione del “bail-in”. La stabilità è il valore essenziale da tutelare: ma non si può pensare minimamente di provvedere a tale tutela se se non si tiene conto dell’emergere prepotente della correttezza nelle operazioni in titoli e dei poteri dirigistici in materia di assetti societari della banca. Sull’aspetto evidenziato per ultimo, il dirigismo rende evidente che l’assetto liberistico del mercato del credito, salvo la stabilità, è anacronistico: la Banca Centrale ha poteri di politica economica e pertanto occorre inserirli nei quadro delle garanzie costituzionali di cui all’art. 41. La Banca Centrale non è più autoreferenziale nei propri compiti. Occorre inserirla nell’ambito della programmazione economica. Il che è ancor maggiormente necessario se si tiene conto che la crisi del settore bancario comporta l’ineluttabilità delle concentrazioni e la posizione privilegiata delle banche maggiori, come dimostra il salvataggio delle banche venete, dal che consegue il ruolo residuale della concorrenza. Senza un quadro di programmazione economica pubblica si crea una situazione di totale squilibrio. Sull’altro aspetto, la correttezza richiede il divieto di abusi e la rilevanza civilistica dei controlli e la necessità di rendere la stabilità non autoreferenziale: I seguenti prodotti venduti sul mercato sono abusivi ed illeciti: a) strumenti derivati abnormi come rischio e come oneri; b) obbligazioni strutturate in cui la componente derivativa sia troppo elevata; c) obbligazioni subordinate, se offerte in massa quando invece sono prodotti di nicchia; d) obbligazioni convertibili in cui la conversione è obbligatoria a scelta dell’emittente in violazione della possibilità del risparmiatore di uscire dall’investimento. A ciò vanno aggiunti: e) fondi obbligazionari e monetari in cui il rendimento annuo è costantemente minore di quello delle obbligazioni sottostanti; f) più in generale fondi in cui il rendimento annuo è costantemente minore del valore delle commissioni. L’illegittimità dipende dalla natura intrinsecamente abusiva per elusione delle esigenze fondamentali dei risparmiatori (a-d) o per la deviazione strutturale del prodotto dalle caratteristiche in cui viene percepito dai risparmiatori (b-c) o per mancanza di un valore aggiunto (e-f). La correttezza intesa quel necessità di rispondenza alle esigenze fondamentali dei risparmiatori non è altro che vincolo di coerenza rispetto al ruolo: è l’ordine pubblico economico, che richiede un controllo non solo in negativo ma anche in positivo delle operazioni, al fine di conformarne la funzione economico-sociale concreta, in un’ottica di funzionalizzazione esterna del contratto e dell’iniziativa ad essa sottostante. E’ la funzionalizzazione produttiva dell’impresa, per cui il profitto è giustificato solo se vi è un ruolo produttiva coerente e rigoroso (art. 41 Cost.): è il prodromo della funzionalizzazione sociale di cui al secondo e terzo comma dell’art. 41. Per inciso, alla luce del nesso dialettico tra stabilità e correttezza, la Consob è necessaria, e sempre in autonomia da Banca d’Italia, ed anch’essa come organo costituzionale, meno importante di Banca d’Italia ma sempre con forme di tutela della sua autonomia a livello di giustizia costituzionale. Chiuso l’inciso, La trasparenza è necessaria, ma non è fine a sé stessa, come invece vuole l’impostazione dominante a partire dal grande compianto Guido Rossi: la finalizzazione a sé stessa della trasparenza presuppone il ruolo oggettivo del mercato predominante rispetto a quello dell’impresa. Poiché così non è, la trasparenza è uno strumento al servizio della correttezza. La correttezza comporta la limitazione della speculazione e del capitale finanziario, e pertanto si unisce ad una forte tutela della stabilità, ma comporta anche una direzione complessiva dell’economia. La crisi del settore del credito con l’emergere di situazioni di insolvenza rende i controlli pubblici dalla rilevanza civilistica anche in detto settore. Occorre la ripresa dei poteri di controllo in modo pieno, ripresa piena ed assoluta, ma senza cedimenti al populismo ed al consumerismo, vale a dire con una salvaguardia dell’efficienza del settore da dirigere politicamente. Il recupero del credito deve essere privilegiato rispetto ai debitori insolventi, con sanzione dei comportamenti elusivi. L’art. 388 c.p. punisce chi compie comportamenti fraudolenti sui propri beni per sottrarsi a Provvedimenti di condanna ed anche a Procedimenti instaurati, mentre va esteso addirittura agli atti precedenti (in modo da punire il loro utilizzo successivo fraudolento). Occorre sanzionare penalmente ogni atto di distrazione del patrimonio fraudolento in qualsiasi momento compiuto.

CONCLUSIONI: SI PUO’ FARE A MENO DI UNA BANCA CENTRALE INTERNA?

Ma il problema è più serio: se si vuole la stabilità del settore occorre una forte Banca centrale e con ampi poteri senza pretesa di sindacato capillare esterno su di essa: l’unico sindacato ammesso è quello proprio di un potere costituzionale, per assicurarne il rispetto del suo ruolo, senza deviare dai fini costituzionali: ma la necessità del rispetto della legge da parte sua è per l’appunto in funzione della tutela del risparmi che le fornisce poteri direttamente –senza passare per altri poteri costituzionali- esecutivi della legge ed addirittura integrativi nei limiti molto ampi attribuiti dall’art. 47. Questa non è un’affermazione forte, come appare “prima facie” ma è la sola verità: la legge del ‘93 fissa quale elemento essenziale dei controlli di Banca d’Italia la “sana e prudente gestione”, che è un concetto indeterminato ed indeterminabile e quindi “praeter legem”. Occorre riconoscere la sua sovranità economica e quindi non solo come autorità amministrativa indipendente, ma soprattutto come autorità costituzionale. La costituzionalizzazione di Banca d’Italia vuol dire renderla potere costituzionale, ma non rendere sacrale una zona grigia come invece molti pretendono. Il sindacato è quello proprio su un organo costituzionale, come è bene ribadire. Senza un organo costituzionale non vi è stabilità. L’inserimento nella politica economica è un passaggio oggi doveroso ma ulteriore e che non può prescindere dalla sovranità monetaria ed economica: è necessaria una sua autonomia rispetto alla politica, non assoluta ma nemmeno minima. Guido Carli negò il collegamento i due elementi, collocandosi nel senso di ritenere che il primo porti a ritenere inammissibile il secondo: ed invece occorre creare il collegamento: ma il primo elemento è imprescindibile. Quello che è certo è che una Banca Centrale non può essere fagocitata dalla programmazione ma non può fare a meno di essa. Il collegamento è indefettibile come mostrato dal fatto che le banche sorreggono il debito pubblico, anche dopo lo scellerato divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia dell’81, per cui lo fanno in modo non sistematico e con i conti pubblici in mano alle grande banche d’affari che gestiscono le aste di collocamento, mentre la crisi dello Stato debole porta a non consentire il salvataggio delle sue banche. La riforma del settore bancario richiede la ripresa di una sovranità interna. Il diritto civile deve essere rivisitato dai controlli pubblici che richiedono la salvaguardia delle ragioni fondamentali del risparmio quali garantite dai controlli pubblici, che quindi non devono più essere avulsi dai criteri civilistici. E’ così chiara la portata del dibattito in corso. Il ridimensionamento di Banca d’Italia e l’attacco ad essa si pongono nella direzione di mancata tutela del sistema bancario. Ciò perché il capitale finanziario indebolisce la funzione tecnico-produttiva bancaria e privilegia quella speculativa, che consente la stabilità solo per i grandi gruppi, mentre quelli piccoli e medi possono sopravvivere solo in condizioni eccezionali. Di qui la logica ed indefettibile conseguenza che la separazione tra funzione creditizia e funzione monetaria, che in molti ed autorevoli e lucidi stanno sostenendo, all’estero ed in Italia, sarebbe la lapide del sistema bancario e dell’intera economia. Le banche centrali interne –tranne che pochi Stati forti- hanno ora un ruolo secondario ed accessorio rispetto a quello delle banche centrali sovranazionali. Il sistema bancario ha pero stabilità e solidità in conformità a tendenze del capitale finanziario. Questi ha portato alla perfezione la forza del capitale, ma in modo del tutto inefficiente, smentendo i principi fondamentali del liberismo. Le tendenze all’internazionalizzazione ed alla dematerializzazione del capitale finanziario sono rese necessari dalle dinamiche economiche ma sono in contrasto con l’efficienza economica. L’efficienza economica richiede la ripresa della sovranità interna, ma non come sovranità nazionale, che si basa sull’unificazione impressa dal capitale, come mostrato dalla prima guerra mondiale in poi , bensì quale ancoramento del potere alla localizzazione necessaria per tutelare gli strati sociali e popolari non riconducibili al capitale finanziario. E’ la sovranità popolare della nostra Costituzione (sulla falsariga del pensiero di Rousseau e della parte più vitale del marxismo): è da ribadire che essa è a base della nostra Costituzione, i cui tentativi di svuotamento e di distorsione sono finora fortunatamente falliti). La Banca Centrale interna è fondamentale nel senso di potere costituzionale. La Banca sovranazionale deve coordinare quelle interne e non dominarle. La programmazione economica democratica interna è essenziale per la tutela del settore bancario e per la autonomia di Banca d’Italia. La programmazione, nel momento in cui sostituisce l’ordine all’anarchia capitalistica, ha una tendenza anticapitalistica ineliminabile. Poiché il momento di superare il capitalismo è ben lungi dal venire, occorre una pianificazione che si basi su una mediazione con il capitale e su una forma di capitalismo organizzato. E’ quel regime di semi-socialismo proprio del dibattito dagli anni ’30 agli anni ’50 (in cui si schierarono a favore e contrario due famosi intellettuali legati in modo non organico alla Scuola di Francofrote e seguaci della Teoria Critica, rispettivamente Federick Polloch e Franz Neumann) e di una pianificazione capitalistica (cui pensava Rudolf Hilferding durante la Repubblica di Weimar, sempre come forma di transizione la socialismo). Nè si può dire che è un tema del secolo scorso, pertanto in via pretesa oramai superato, in quanto invece non è affatto superato: il capitale finanziario ha distrutto l’economia e con essa il sistema bancario; i monopoli e le multinazionali hanno creato la globalizzazione e fornito la piattaforma necessaria per il trionfo ed il consolidamento del capitale finanziario. Ma la divaricazione tra capitale finanziario e tutela del settore bancario richiede la ripresa del secondo in contrapposizione con il primo, in chiave solo riformistica per tantissimi decenni se non almeno un secolo. La Banca Centrale interna è necessaria e può assolvere al proprio ruolo solo se si pone in chiave conflittuale con il capitale finanziario. Poiché ciò è innaturale, è necessario il supporto da una sinistra riformista e non movimentista ma ciò nondimeno rigorosamente antiliberista. Guido Carli, quando si buttò in politica, commise un grande errore quando sostenne che la vera tutela del risparmio è tale quando gli investitori possono scegliere il Paese dove collocare i propri risparmi. E’ stato un grandissimo errore, non intellettuale ma non politico. Ed infatti era la lucida premonizione dell’alleanza tra capitale finanziario e internazionalizzazione (con annesse multinazionali). Ebbene, tale libertà di scelta ha distrutto il risparmio in quanto ha posto gli investitori in balia di intermediari finanziari predatori, questi ultimi in quanto privi di ancoramento popolare. E’ necessario l’ancoramento, non territoriale, ma popolare.

I) IL CONTRASTO TRA GUIDO CARLI E RICCARDO LOMBARDI AL TEMPO DELLA NASCITA DEL CENTRO-SINISTRA

E’ noto che Riccardo Lombardi fu l’ideatore, da parte socialista, del centro-sinistra e delle sue aspirazioni riformiste. E’ altrettanto noto che non appena nato lo disconobbe e si trasse all’esterno. Di qui le malizie sul suo carattere e sulle sue incertezze. Marco Travaglio lo ha recentemente attaccato sotto questo aspetto, seguendo critiche a suo tempo mosse da Indro Montanelli. Montanelli era critico nei confronti sia di Lombardi di Lelio Basso: entrambi “leader” della sinistra socialista, il primo rimasto all’interno del Partito socialista fino alla morte (nell’84, ad ottantatre anni), su posizioni sempre di sinistra, il secondo uscito proprio con il centro-sinistra che non condivise “ab origine”, per fondare il PSIUP, partito socialista di unità proletaria per poi collocarsi nella sinistra indipendente a fianco ed “a latere”del PCI (anche qui fino alla morte, nel ’78, a settantacinque anni). Montanelli, con la sua genialità espressiva criticava in entrambi il carattere: famosa fu l’ironia nei confronti di Basso per la sua pretesa incertezza comportamentale, “Quando parla Lelio, si arrabbia Basso, e viceversa”. Ebbene, la loro spigolosità era un aspetto secondario e forse inevitabile per due persone che vedevano in anticipo rispetto ai tempi ed erano isolati proprio per questo, con grande danno non tanto per loro quanto per la sinistra italiana che ha fallito tutti gli appuntamenti con la Storia, anche per non aver seguito le indicazioni dei due, i quali, pur non distanti tra di loro, non riuscirono mai a collaborare, e su questo andrà, in altra sede, una volta per tutte effettuata una valutazione approfondita, lasciando da parte le malizie sul loro carattere. Quello che è certo è che Montanelli , uomo di destra non omologato, si rifugiava sulle malizie di natura caratteriale per attaccare due uomini di sinistra non omologati, non moderati, non compromessi con il malgoverno ed antitotalitari. Il rinnegamento del centro-sinistra da parte di Lombardi non dipese da volubilità, ma fu dovuto alla immediata comprensione, da parte sua, del prematuro fallimento del centro-sinistra e delle sue aspirazioni riformiste. Un ruolo decisivo fu rivestito da Guido Carli, Governatore di Banca d’Italia e contrario ad una svolta troppo decisa a sinistra. La rottura avvenne su due temi. Il primo fu rappresentato dalle modalità della nazionalizzazione dell’energia elettrica, mediante espropriazione (art. 43 Cost.), che fu uno dei punti di forza del programma centro-sinistra: Lombardi voleva l ‘espropriazione della società e delle partecipazioni azionarie in modo da concedere l’indennizzo ai singoli soci e consentire ai soci di minoranza di indirizzarsi verso altri operatori economici, sia le partecipazioni statali sia privati dinamici e non oligopolistici. Guido Carli voleva nazionalizzare gli impianti per mantenere in vita le società ed evitare di disperdere i soci. Ebbe la meglio Guido Carli. Il secondo fu rappresentato dal segreto bancario, che Lombardi voleva abolire (nei confronti del fisco, essenzialmente) e Guido Carli no, basandosi quest’ultimo sulla circostanza che la misura, pur giustificata e vigente in America, in Italia avrebbe avuto conseguenze nefaste, per il l’effetto panico sui risparmiatori, in un Paese come l’Italia privo di capitali e che si basava sul risparmio bancario. Ebbe la meglio Carli. Questi due episodi furono decisivi e come decisivi furono valutati da Lombardi. Riccardo Lombardi era il “leader” della sinistra socialista ed era sostenitore di riforme di struttura, tali da “cambiare i pezzi del motore mentre la macchina continua ad andare avanti”: è il riformismo rivoluzionario in grado di introdurre a medio termine una società socialista sulla base di una serie di riforme in grado di cambiare gradualmente il sistema, senza inceppare quest’ultimo. Sulla base di questa sua caratterizzazione, che non lo abbandonò mai, fu visto quale prigioniero di ideologia che gli avrebbe impedito di dedicarsi ad un serio riformismo “tout court” senza illusioni di fuoriuscita dal sistema. I due casi di contrapposizione con Carli dimostrano l’esatto contrario: il riformismo di Riccardo Lombardi non cessò mai di essere concreto; con il primo punto voleva dare un colpo a gruppi oligopolistici parassitari ed indirizzare i piccoli azionisti verso nuovi gruppi pubblici e privati, in modo da rivitalizzare da un lato la borsa e dall’altro il mercato. Non a caso Riccardo Lombardi si contraddistinse anche negli anni successivi per tentativi avanzati di riforma sia della società per azioni sia d

II) DIVORZIO TRA TESORO E BANKITALIA NELL’81

Nell’81, con il debito pubblico che era il 60% del Pil., l’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora Governatore di Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi disposero il divorzio di Banca d’Italia dal Tesoro, vale a dire il venir meno dell’obbligo di Banca d’Italia di sottoscrivere le aste del debito pubblico. Così Banca d’Italia e le banche –presso cui venivano poi collocati molti titoli delle aste- sarebbero state liberate di oneri impropri: ma non solo, lo Stato,privo della sicurezza di copertura, avrebbe ridotto il suo debito pubblico. Era l’attuazione di quel principio, espresso rozzamente da uno dei Ministri di Reagan ed anche da questi, “Bisogna affamare la bestia” per ridurne la bramosia. Fatto sta che trentasette anni dopo, il debito pubblico è diventato il 140% del Pil. E’ diminuita la spesa pubblica sociale, è aumentata a dismisura quella per interessi, saliti alle stesse visto il venir meno della copertura. Le aste pubbliche sono dominate dalle grandi banche d’affari internazionali che dominano anche il debito pubblico, propinando allo Stato derivati rovinosi, che lo Stato stesso non può rifiutare vista la posizione di sua totale dipendenza da queste. Con questo, non si vuol sottolineare che la questione del debito pubblico sia fittizia e priva di sostanza, come sostengono in molti nella sinistra radicale. Un debito pubblico altissimo quale quello italiano costituisce un problema delicatissimo per l’intera economia, posta al servizio del pagamento degli interessi del debito. Semplicemente si vuol collocare il problema nella ottica corretta. Recentemente Alesina e Giavazzi hanno impostato il problema nei consueti termini liberisti, arrivando, sulla base di un’analisi raffinata, ad un clamoroso travisamento globale. I due chiari aa. evidenziano che vi sono tre modi per risolvere il problema: il primo è quello di operare una sostanziosa inflazione per far perdere valore al debito, ma ciò comporta un aumento dei tassi che riporta alla stessa situazione. Il secondo è quello di non onorare il debito ma ciò è realizzabile solo nei confronti dei creditori interni, non certo nei confronti dei creditori esteri operatori istituzionali. Il terzo è quello di ridurre il debito pubblico riducendo la spesa e nel contempo aumentando il PIL. La ricetta è due autori è chiara: aumento della crescita e della produttività con spesa pubblica ridotta all’essenziale ed in ogni caso non idonea ad incidere sulla crescita. Nel contempo, l’inflazione come alternativa al debito pubblico indica chiaramente che la redistribuzione del reddito mediante spesa sociale non va a carico delle classi abbiente ma direttamente od indirettamente a carico dello Stato, facendo diventare la redistribuzione del tutto effimera ed apparente. Il che significa che lo Stato non ha le leve della politica economica e sociale. Infine, la necessità di onorare i propri debiti non deve trascurare il ruolo decisivo e negativo dei creditori istituzionali nei confronti della nascita e della gestione dello stesso debito. La posizione di Alesina e Giavazzi riprende la nota polemica liberista contro la spesa pubblica, collocandola peraltro in contesto in cui essa si rivela vuota e periva di senso. Ciò chiarito,si può ben comprendere la portata del divorzio. Lo stesso ha voluto rendere fisso ed istituzionale il venir meno di un ruolo attivo dello Stato nella gestione del debito pubblica e nella politica economica a favore del mercato senza rendersi conto che ciò nient’altro voleva dire il cedimento di fronte alla grande banca d’affari internazionale. Si è rinunziato alla spesa sociale ed alla politica economica pubblica in un’ottica di mercato inesistente. In quel periodo Guido Carli, appena lasciata la Presidenza di Confindustria, mentre stava preparando la sua discesa in politica, evidenziava la necessità di dare piena libertà di movimento di capitale, per consentire la risparmiatore l’ottimale realizzazione dei propri mezzi finanziari . Ciò senza rendersi conto che i singoli risparmiatori sono dominati dal capitale finanziario e dagli intermediari che lo guidano a proprio piacimento. In tale errore è incorso il divorzio. Sottostante al divorzio vi è anche il clamoroso errore del mondo bancario di rendersi indipendente dal proprio Stato senza immaginare che con uno Stato debole anche il sistema bancario sarebbe diventato debole. Il capitale finanziario domina lo Stato e la politica e quindi riesce a disfarsi di ogni politica economica: il settore creditizio invece va in crisi parallela allo Stato. Necessita di una politica economica. Il settore creditizio non si può disinteressare della spesa sociale. Il settore creditizio non può abbracciare la globalizzazione in quanto la sua fortuna è legata indissolubilmente al territorio ed al tessuto produttivo nazionale. Non può supplire a carenze di questo con una vocazione internazionale, la quale può riguardare, al limite, solo la ristretta parte più avanzata di detto settore. In definitiva, il divorzio dell’81 si basò su una sciagurata valutazione di politica economica: a ciò è da aggiungere che lo stesso si basò su una parimenti clamorosa svista del settore creditizio –con il suo vertice-, che scelse di diventare agente della nascente globalizzazione e del nascente capitale finanziario, invece ad esso entrambi letali.

CONCLUSIONI: POLITICA E TECNICA NELL’ORDINAMENTO BANCARIO

Nella prima repubblica, soprattutto grazie a Guido Carli, Governatore di Banca d’Italia dal ’60 al ’75 e poi, in sequenza temporale, Presidente di Confindustria, parlamentare Dc e Ministro del Tesoro, preoccupazione principale era di evitare che la politica contaminasse il sistema bancario: preoccupazione fatta propria dall’allora partito comunista un cui brillante economista, Gianni Manghetti, fu esplicito in un suo libro: “Giù le mani dalle banche”. Era la preoccupazione sulle degenerazioni della partitocrazia con il suo spirito spartitorio e clientelare: ma a monte vi era la preoccupazione che la politica incidesse sui criteri di corretta selezione delle aziende beneficiarie del credito, alterandoli. Qui vi è il punto decisivo: alla giusta ed orgogliosa rivendicazione dell’autonomia del credito si è unito indissolubilmente il rifiuto dell’ingresso della politica economica nel settore. Il Pci negli anni ’80 si è così opposto ai tentativi, goffi e spesso strumentali ma almeno abbozzati, di Craxi di politica economica nel credito, gettando insieme all’acqua sporca delle degenerazioni, acqua sporca preponderante, anche il bambino, minoritario, della politica economica. A questo errore clamoroso ne ha fatto seguito altro parimenti clamoroso: la distinzione tra imprenditoria corretta ed imprenditoria scorretta, tra settore bancario serio e settore bancario avventuroso, distinzione fatta saltare dal capitale finanziario e dalla globalizzazione.. In definitiva, si è risolto il ruolo l’ordinamento bancario con le Autorità di vigilanza in quello di regolatore e di garante: di qui la neutralità dei poteri che giuridicamente è un non senso. Si è eliminato l’aspetto politico, e tale eliminazione poteva al limite avere un senso quando il mercato veniva ritenuto funzionante e il problema di un pianificazione semi-socialista era solo politico, se non addirittura ideologico. Si è smantellato l’ordinamento proprio nel momento in cui il mercato si è rivelato del tutto inadeguato. Con questo non si deve far l’errore opposto e trascurare l’aspetto tecnico che al contrario deve essere salvaguardato: semplicemente è un aspetto non è autosufficiente e che deve essere diretto “ab externo”. Ed invece l’aspetto tecnico, lasciato a sé stesso, si è dimostrato del tutto inadeguato a fronteggiare la crisi: più precisamente, i controlli bancari si sono rivelati inidonei a gestire i fattori di crisi in un momento in cui l’economia industriale non tirava più. Così Il mondo bancario si è diretto verso la speculazione abnorme con prodotti rovinosi ed inefficienti, abbandonando nell’effettività l’aspetto della tecnica bancari. La dottrina Carli si è risolta, da sola e per propria scelta, nella sua negazione e nel suo abbandono. E’ mancata, alla fine, la ristrutturazione del credito e del mondo bancario. Nel settore dell’intermediazione degli investimenti in titoli si è persa la tecnicità della gestione dinamica e del supporto ai mercati per restare avvinghiati in un’ottica di pura speculazione In definitiva, la separazione tra attività bancaria ordinaria con risparmi in deposito da un lato e dall’altro attività di banca d’affari è una falsa risposta, mentre all’esatto contrario vi deve essere coordinamento ed anche unificazione di indirizzo, con ripresa dell’aspetto tecnico e con la gestione di investimenti finanziari che si riveli di completamento di quella creditizia, che è il vero cuore della finanza. L’unica Banca vera è quella universale, con la conseguenza che la struttura dell’ordinamento banco-centrica è necessaria contrariamente a quel che ammoniva e lamentava Gustavo Minervini al momento dell’entrata in vigore della regolamentazione delle attività dei servizi di investimento. Ma vi è una conclusione politica che deve essere rimarcata: il mondo bancario e quello delle imprese produttive, sono sinergici tra di loro, contrariamente a quel che pensa il populismo di destra, e sono entrambi in contrasto con il capitale finanziario. Sì, è questo l’elemento di novità clamorosa: il capitale finanziario annulla ed umilia il mondo bancario. Ma non solo: il mondo bancario è in sintonia con lo Stato e con la spesa pubblica da riqualificare ma non da abbattere: al contrario l’intervento pubblico nell’economia, non di sola erogazione, ma anche di investimento e di indirizzo, deve essere il volano degli investimenti.. Uno Stato inefficiente lascia il mondo bancario allo sbaraglio. In termini marxisti, al cui interno la presente ricerca si colloca armonicamente, ciò comporta non l’irrilevanza delle classi, ma all’esatto contrario, in un’ottica di gradualismo, la possibilità di un’aggregazione di classe da parte del lavoro.

Mario Draghi, Presidente della Bce, è stato l’artefice –non solo principale, ma addirittura unico, in quanto agendo anche in contrasto con la Germania ed i falchi europei- del “Quantitative easing” vale a dire l’acquisto in massa, da parte della stessa Bce, di titoli del debito pubblico degli Stati deboli, che oramai è alla fine. Alla luce dell’importanza del provvedimento in esame, decisivo per le sorti dell’Europa, e del sorgere di un dibattito acceso ed esteso sulle conseguenze, lo stesso Draghi ha opportunamente, se non addirittura doverosamente, ritenuto di assicurare che non vi saranno conseguenze negative e che non vi sarà deflazione. Draghi è una persona saggia ed accorta ed ha le buone ragioni per affermare ciò: ma è doveroso constatare che mancano le basi per le sue affermazioni, “rectius” manca qualsivoglia base di natura oggettiva. A scanso di equivoci, è da precisare subito che il punto è delicato, ma non decisivo: il “Quantitative easing”è stato uno strumento essenziale per puntellare il debito pubblico degli Stati deboli e per sottrarli alle speculazioni delle grandi banche d’affari internazionali, altrimenti in grado di gestire ed anzi governare tali debiti pubblici mediante il dominio esercitato alle aste di collocamento di tali titoli. Venuto meno il puntello, vi devono essere altri strumenti di salvaguardia ed altri rimedi. Qui scatta la saggezza di Draghi e pertanto lo scrivente è al riguardo sufficientemente –il che non è una presa di distanza, in materia economica e finanziaria una certezza, anche solo di massima, non vi è ed impossibile andare oltre la ragionevolezza- tranquillo. Il vero punto è un altro: il “Quantitative easing” è una misura caratterizzata da contingenza di mero salvataggio; non si è trasformato in un rilancio dell’economia in quanto si è limitato al sostegno del debito pubblico senza riqualificarlo e senza farlo diventare fattore decisivo del’economia, vale a dire senza utilizzare la spesa pubblica per una politica economica e per il “welfare”. Il debito pubblico è esploso in Italia, dall’81, vale a dire dalla sciagurata separazione tra Tesoro e Bankitalia, a fronte di una riduzione della spesa sociale, diventata tra le più basse in Europa. La spesa pubblica si è trasformata da spesa sociale in spesa per interessi. La politica economica è così finita in mano alla grandi banche d’affari internazionali arbitre della sottoscrizione dei titoli pubblici. Il “Quantitative easing” è una misura contingente di rimedio, senza che si rimuovano –ed anzi senza che si tenti di rimuovere- le cause. Il problema vero non è pertanto quello che succederà con la sua fine, visto che da un lato esso non risolve la problematica e che dall’altro misure alternative di rimedio contingente potranno essere individuate. Il punto vero è che il “Quantitative easing”, nonostante le generalizzate contrarie affermazioni, non è una forma di politica della domanda ma lo è dell’offerta in quanto non si pone in autonomia rispetto al mercato ed alla linea delle imprese, le quali dettano l’offerta. Draghi sembra essere consapevole di ciò, ma evidenzia che con il “Quantitative easing” ed anche la riforma liberista del mercato del lavoro (“job act”) si sono creati tantissimi posti di lavoro Si crea così un’indebita commistioni di piani tra effetti positivi per l’economia e loro stabilità ed effettività: la riforma liberista del mercato del lavoro (“Job act”), intrinsecamente esiziale, è stata fallimentare e non ha creato alcun posto di lavoro se non di mera regolarizzazione di precari e solo per ragioni contingenti di benefici fiscali, mentre il “Quantitative easing” ha iniettato nell’economia mezzi finanziari importanti senza finalizzazione e soprattutto senza incisione sulla ragione dei fattori negativi, che non vengono rimossi. E’ una misura non solo congiunturale ma anche di mera copertura di buchi. Il vero nodo è perché non si fa una effettiva politica della domanda in Italia (ma stesso discorso riguarda l’Europa ed anzi l’Occidente “tout court”: la risposta è piana ed univoca ed anzi elementare, il nodo è non di tecnica economica, ma di economia politica, in quanto il liberismo ed il capitale finanziario si oppongono a ciò. Ma una politica della domanda richiede un progetto unitario e sistematico che la sinistra riformista antiliberista ben si guarda dal prospettare: vi sono, evidentemente, nodi tecnici non facilmente risolvibili. Occorre gestire il debito pubblico, dagli importi abnormi –non ci si può dondolare dolcemente sull’illusione che una politica di sviluppo risolva il problema-, ma proprio alla luce di tali importi abnormi occorre una strategia basata su misure eccezionali ed espropriative a carico dei ceti ricchi, in particolare di quelli legati al capitale finanziario e che hanno formato le loro abnormi ricchezze in modo palesemente illecito. Ma il capitale finanziario, che domina economia, società e politica, non accetterà mai tali misure e pertanto una corretta strategia basata su un insieme coordinato e sistematico di misure, con un progetto completo, deve avere la forza di imporsi e di basarsi su una autorità e così sulla sovranità interna piena, non autoreferenziale come per i c.d “sovranisti”, ma incentrata sull’emancipazione sociale e sulla democratizzazione totale a propria volta ruotante intorno al costituzionalismo ed alla sovranità popolare. Per inciso, si dimostra così che il problema dell’autorità non può essere trascurato dal pensiero socialista. M si dimostra altresì, sempre per inciso, che la critica di Lucio Colletti a Marx di ambiguità sul piano dell’economia politica non è fondata o meglio è del tutto parziale: la costruzione di Marx si basava a propria volta sulla critica non tanto dell’economia politica borghese, quanto piuttosto dell’economia politica “tout court”, in un’ottica che Colletti valutava quale non scientifica sul piano economico. Ebbene è da replicare che è stato proprio il capitale a rendere l’economia politica priva di basi tecniche effettive: la soluzione non può essere trovata pertanto esclusivamente sul piano proprio dell’economia politica. D’altro canto aveva torto lo stesso Marx quando pensava che con la fuoruscita dal capitale non vi sarebbe più stata necessità di un’economia politica, in quanto vi era e vi è tuttora la necessità di elaborare un’economia politica alternativa, senza la quale tale fuoriuscita è meramente illusoria. Chiusi gli incisi, Draghi è il personaggio di maggior spessore oggi in Europa e non si discute: in molti vedono in lui l’unica persona capace di salvare l’Italia come futuro “Premier”: ma se non mette in discussione il liberismo ed il capitale finanziario, egli sarà ricordato, non tanto per i grandi risultati comunque ottenuti, quanto piuttosto solo per la geniale interpretazione, da lui offerta in uno scenario serio, delle celebre canzone di Lucio Battisti “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”.

IL CAVALLO DI BRUXELLES

PREMESSA L’OTTOBRE CON GLI OCCHI DI IERI E DI OGGI E, SOPRATTUTTO, TRA IDEA E REALTA’

La Rivoluzione d’Ottobre ha un significato diverso a seconda che lo si veda nell’ottica di quando è stata realizzata e nell’ottica di oggi. Allora fu una grande rivolta contro un regime dispotico e sanguinario e non poteva essere messa in discussione: la differenza tra i bolscevichi e i riformisti era di maggior forza, dei primi, nell’abbattere lo zarismo. Nella differenza di posizioni, la preferenza non poteva non essere conferita ai primi. Non è nata come modello rivoluzionario e Lenin non si è mai stancato di rimarcare le particolarità della rivoluzione, non pienamente riconducibile agli schemi marxisti, a causa della realtà specifica russa. Solo dopo è diventata il modello della rivoluzione marxista, in ogni caso l’unico realizzato: quelle che le hanno fatto seguito, pur con particolarità, come la rivoluzione cinese, si sono sempre collocate sulla sua scia. Molte critiche di oggi non sono quindi giuste in quanto non solo avanzate con il senno del poi ma soprattutto tali da rivelarsi palesemente ingiuste in quanto non in grado di considerare la positività della rivoluzione, come fatto storico, e l’inevitabilità, allora, dei suoi limiti. Ma tale differenza, indubbia, non è quella decisiva: i limiti, infatti, fecero sì che i suoi protagonisti, ivi compreso chi non la considerava tale come Lenin, la imposero come modello, sottraendosi ad ogni confronto. Gli occhi di oggi derivano da quelli di ieri. La vera differenza è un’altra: quella tra idea e realtà. La realtà è quella che è e quella che era, come si poteva vedere ben subito e comunque irrimediabilmente dopo la morte di Lenin, mentre l’idea è sempre stata esaltata ed esaltante fino alla caduta. Per i marxisti tale differenza è paradossale, in quanto il marxismo si basa proprio sulla prevalenza della realtà sull’ideologia Ma un approccio storico e politico serio, soprattutto per un marxista quale lo scrivente, richiede di valutare se la stessa differenza sia veramente negativa, tanto come approccio tanto in relazione al caso in questione e se -nel caso in cui si raggiunga il risultato che la differenza sia proprio negativo, come nelle presenti note- vi possa ed addirittura vi debba essere una rielaborazione.

1. LA VALUTAZIONE NEGATIVA DELLA RIVOLUZIONE OGGI.

Nell’89 con la caduta del mero di Berlino e nel ’91 con la caduta del regime sovietico il comunismo dell’Est si è dissolto. Sono cadute tutte le realtà ad esso riconducibili, tranne Cuba, che rappresenta una situazione particolare, la Cina, che in economia ha imposto il più ferreo capitalismo. e la Corea del Nord, che rappresenta una situazione inquietante. E’ fallito in chiave economica, non essendo in grado di costituire un’alternativa al capitalismo, rispetto a cui ha registrato un netto peggioramento, ma anche politica, realizzando un regime oppressivo e che ha trattato in modo deteriore proprio quei ceti deboli e lavorativi che voleva proteggere, a fronte di un’”elite” di privilegiati oppressiva e senza contrasti, se non interni per ragioni di potere. E’ un fallimento che va oltre la singola esperienza storica: è il fallimento di un modello se non addirittura di un’idea. L’unico comunismo tuttora in forza è, come detto, quello cinese che tutto è tranne che comunista. Ed allora occorre andare alla rivoluzione d’ottobre, alla sua grandezza, unica al mondo, ed anche al suo fallimento. Della rivoluzione d’ottobre va riconosciuta la caratteristica principale, di un grande e geniale atto volontaristico, che ha realizzato l’utopia con l’autoritarismo e la tirannia. La sinistra marxista aveva smesso da tempo, prima del crollo di fine Novecento, di credere nella stessa come modello. Per spiegare razionalmente la circostanza -per un marxista la Storia non ha mai torto, e Marx disse, pressappoco, “Noi consociamo una sola scienza, quella della Storia”-, si è attribuita la responsabilità (prima al solo Stalin, ma ciò è durato poco, senza per questo sostenere la continuità tra i due, come si vedrà “infra”,. poi) a Lenin per preservare Marx e il marxismo, in un’ottica, scientificamente inammissibile se non addirittura deleteria, di creare una zona sacra intorno a Marx (Lucio Colletti) o indietreggiare di fronte all’autorità di Marx (Norberto Bobbio). Lo scrivente, mai leninista ma “luxemburghiano” e della sinistra socialista, aveva sempre creduto in tale versione, volendo sostenere la possibilità di un marxismo diverso, ma ora deve fare autocritica e riconoscere che i vizi erano già tutti presenti in Marx, privo di una teoria politica seria e sostenitore di una teoria della rivoluzione volontaristica, in contrasto con il suo materialismo storico e con la sua scienza dell’economia e con la sua scienza sociale. Lenin si è posto così in termini di assoluta continuità rispetto alla parte meno vitale di Marx, quella politica, ma non rispetto a quella più vitale, sociale ed economica. Lo scrivente deve così, ad estremo malincuore, riconoscere che è riduttivo considerare Rosa come la vera erede del marxismo escludendo Lenin dall’eredità. Il rapporto è più complesso, anche se è da respingere il tentativo di Lelio Basso, di trovare un contemperamento tra i due, con Rosa per la rivoluzione nel capitalismo avanzato e Lenin negli anelli deboli. Ma su ciò si rimanda ad “infra”. Lenin, per realizzare la rivoluzione in anticipo rispetto a quanto emergente dalla realtà economico-sociale, rinnega i principi fondamentali del marxismo, in primo luogo realizzando la rivoluzione negli anelli più deboli del sistema e non nella parte quelli più avanzata, tanto è vero che Gramsci definisce la rivoluzione d’ottobre quale “una rivoluzione contro il Capitale”, per essere chiari non contro il capitale quale entità rappresentativa dei rapporti di produzione e così del capitalismo come nella concezione di Marx –secondo cui , come è noto, il capitale non va identificato con i mezzi di produzione-, ma contro il Capitale scritto da Marx, vale a dire contro l’ipotesi di transizione al socialismo ivi emergente, Gramsci riconobbe la non riconducibilità della rivoluzione d’ottobre al marxismo ma la sostenne quale correzione coraggiosa del marxismo. In secondo luogo, ha realizzato la rivoluzione non dei soli operai, ma anche dei contadini e dei soldati un‘ottica chiaramente non classista: del resto nel suo capolavoro sull’imperialismo Lenin aveva evidenziato la mancanza di natura rivoluzionaria della classe operaia nei Paesi capitalistici maturi, soprattutto per quanto riguarda l’aristocrazia operaia in grado di usufruire del beneficio da sfruttamento dei Paesi deboli. Infine, realizzò le premesse per la rivoluzione in un solo Paese, a danno dell’internazionalismo: ciò non solo per ragioni contingenti, dovute all’accerchiamento dell’Unione Sovietica da parte dei Paesi capitalistici; ma anche perché Lenin, per attaccare il sistema negli anelli più deboli, sfruttò la prima guerra mondiale e la sua ottica di divisioni nazionali che avrebbero preso il posto delle divisioni di classe, come notò con grande acume Rosa Luxemburg, che, in polemica con Bernstein –il quale fu il vero artefice del voto favorevole della socialdemocrazia al finanziamento dei crediti di guerra-, gli eccepì che da allora l’operaio tedesco non avrebbe più combattuto il padrone tedesco ma l’operaio francese, in virtù dei diverso colore della divisa (il concetto fu poi immortalato da Fabrizio De Andrè in “La guerra di Piero”). Con la prima guerra mondiale furono poste le condizioni per sostituire la lotta tra nazioni alla lotta di classe. Lenin diede impulso così ad una socialismo nazionalista che avrebbe smentito la sua funzione: non fu solo realismo, per smussare gli estremi dell’internazionalismo come quello di Rosa che si oppose all’autonomia della Polonia proprio per la sua ortodossia internazionalista, ma fu tale da arrivare ad un’ottica completamente opposta, senza un correttivo, compatibile con l’internazionalismo, come quello degli “Stati uniti socialisti d’Europa” di Otto Bauer e dell’austro-marxismo. Il socialismo in un solo Paese fu poi realizzato definitivamente da Stalin ma anticipato da Lenin. Questo non è un aspetto banale: E’ noto l’atteggiamento di Lenin conciliante con il Kaiser e con il prussianesimo:, da cui derivò la mancanza di solidarietà con Rosa Luxemburg, lasciata sola (da Radek emissario bolscevico a Berlino): non è condivisibile in alcun modo il sospetto lanciato da Pietro Melograni, storico ex marxista e poi liberal-conservatore, sul consenso fornito da Lenin al massacro di Rosa, consenso del tutto fantasioso, in quanto Lenin è sempre stato solidale con Rosa e viceversa, al di là dei dissensi politici che non portarono mai alla rottura a differenza dei rapporti di entrambi con Bernstein e Kautski. Vi era certo l’accerchiamento delle potenze capitalistiche a danno della Russia bolscevica, ma la caratterizzazione nazionale della rivoluzione resta indubitabile ed elemento essenziale del leninismo. E così l’Italia fascista fu all’avvio molto benevola nei confronti della Russia rivoluzionaria: l’aspetto nazionalista costituì un punto di contatto, almeno fino all’avvento del nazismo. Il nesso con Stalin è complesso ed occorre respingere ogni lettura di continuità tra i due, lettura ormai purtroppo consolidata (esempio emblematico è rappresentato dalla ricostruzione storica del comunismo di Lenin e di Stalin ad opera di Andrea Graziosi), ma sono in molti –basti pensare, in via solo esemplificativa, agli scritti sul centenario apparsi sul “Corriere della Sera” e sul “Sole 24 Ore”- ad accedere a tale ricostruzione, con l’eccezione di chi è ancora leninista. Lenin era un sincero marxista che puntava alla rivoluzione proletaria, ma a causa della sua tendenza verso l’ineluttabilità rivoluzionaria e della sua scelta di seguire il dettato politico marxista non esitò a bruciare le tappe. Si sarebbe certamente accorto, se non fosse morto nel ’24, delle disfunzioni e delle degenerazioni del sistema e del fallimento del modello, ed avrebbe tentato correttivi, come prima di morire fece con Buchairin introducendo la Nep, ed anche inversioni di tendenza. Stalin, invece esaltò le disfunzioni senza distinguerle dalle atrocità e realizzando un socialismo nazionale ed imperialistico rispondente alla sua vera indole. Lenin, come magistralmente compreso da Lucio Coletti (e, non senza indecisioni, da Louis Althusser), non considerò mai la violenza come centrale: l’esaltazione dannunziana della violenza che condizionò settori non banali dell’estrema sinistra italiana e che sfociò –sia ben chiaro in autonomia rispetto a tali settori, nonostante tutti i “teoremi” giudiziali fatti gioiosamente propri dal Pci- terribilmente nl terrorismo, non appartiene a Marx ed alla sinistra socialista, ma non appartiene nemmeno a Lenin.

2. FALLIMENTO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA E FALLIMENTO DEL COMUNISMO

La rivoluzione russa ha fallito in quanto il movimento operaio scelse la strada propria del capitale, il nazionalismo, di natura imperialista (sul nesso tra nazionalismo o ed imperialismo si rimanda ad altri scritti, che saranno a presto inseriti in un lavoro sistematico). Fallito il modello e con esso fallita la rivoluzione, in quanto il modello russo spinse a non tentare soluzioni operaiste e gradualiste, il capitale ha vinto la sfida e, crollato il sistema sovietico ,ha tirato fuori il proprio volto vero ed ha reso impossibile anche ogni ipotesi riformista: addirittura ha smantellato quelle conquiste sociali importanti che la socialdemocrazia pur non più marxista gli strappò sulla base dello spauracchio dell’URSS, addirittura fino a quando questi era ancora in piedi, sia pur come gigante di sola argilla. La rivoluzione bolscevica, ruotante intorno al tentativo fallito di Lenin, pur nella realistica presa d’atto del fallimento del tentativo, dimostra che Lenin è stato l’unico, in campo marxista, ad impostare il problema dell’autorità, irrinunciabile e non superabile con i soli rivolgimenti economico-sociali: se la tirannia è rovinosa e non porterà mai al socialismo, non per questo occorre dimenticare e trascurare che il capitale non consentirà mai soluzioni democratiche conflittuali e resisterà, anche con violenza o comunque in modo illecito, nonostante la sua natura rovinosa. L’autorità è necessaria per incidere sugli aspetti sociali e può –ed anzi deve- essere compatibile con la democrazia. Di Lenin rimangono la grandezza e la comprensione dell’autorità, essenziale per il socialismo ma anche per la democrazia. Essenziale per costruire –il socialismo- ed essenziale per difendere la democrazia. In Lenin l’autorità è diventata ipostatica, fine a sé se stessa, in quanto l’obbligatorietà del fine e la sua assolutezza comportavano necessariamente la su imposizione. E’ qui la grandezza di Lenin ed è qui anche la sua tragedia con il suo fallimento: comprese , e fu l’unico in campo marxista, il valore dell’autorità ma proprio l’essenzialità del fine lo ha portato a disancorare l’autorità dal fine. Contro le su intenzioni è diventato il teorico della politica assoluta: la decisione fine a sé stessa, fondata sulla sovranità libera ed arbitraria di Carl Schmitt, base teorica della disintegrazione del costituzionalismo e del parlamentarismo e grimaldello per smantellare la repubblica di Weimar. è opera di Lenin. Lenin è il precursore di Schmitt come compreso da Kirkheimer, da Carlo Galli, e come sviluppato dallo scribente.

3. COMPRENDERE LA RIVOLUZIONE RUSSA E RI-ELABORARE IL MARXISMO QUALE FONDAMENTO DELLA CONFLITTUALITA’ DI CLASSE E POI DEL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO: DIFENDERE LENIN ED ABBANDONARE IL LENINISMO.

Nell’avviarsi alla fase ricostruttiva, in modo di tracciare un bilancio finale dell’esperienza bolscevica ma che sia anche un bilancio di apertura della rielaborazione del marxismo conflittuale prima e rivoluzionario dopo, la rivoluzione bolscevica, nonostante le tante disfunzioni, che la portarono diritto ed inesorabilmente al fallimento, rappresentò un tentativo grandioso ed andava, almeno all’inizio, appoggiato dai sinceri democratici ed in ogni caso dai sinceri democratici socialisti –come Rosa, e come, nonostante forme di “distinguo”, anche l’austro-marxismo, l’unica eccezione rilevante fu quella di Rudolf Hiilerding-. Non solo per l’abolizione di un regime sanguinario e di dispotismo assoluto quale lo zarismo, ma anche per l’abolizione dei privilegi e per il tentativo, per la prima volta incondizionato senza i limiti propri della rivoluzione francese, di fondare l’eguaglianza Ma, parafrasando Battisti, c’è “qualcosa che non scordo”, Kronstadt, vale a dire un tentativo consiliare e pertanto di natura classista e rivoluzionaria di ribellione al bolscevismo, stroncato, nel sangue, da Lenin e Trotskij, per la precisione dal secondo con il beneplacito –e su ordini- del primo: Kronstadt dimostra che il fallimento del comunismo non è stato casuale ma è derivato in via indefettibile dalla pretesa di imporre il comunismo stesso anche contro i comunisti sinceri. Una recente lettura originale di Gramsci, fuori dall’asse con Togliatti ed anche da quello con Croce e tale da leggere Gramsci come critico e non come integratore del leninismo e come critico da “sinistra”, ad opera di Noemi Ghetti, acuta storica di origini padovane, segna una differenza profonda tra Gramsci e Lenin sul piano privato e del personale: il primo fu sincero nei suoi amori, anche in modo anticonformista, in un’ottica di continuità tra privato e pubblico, mentre Lenin si trincerò dietro al perbenismo, creando una censura tra i due momenti. Dall’impostazione della Ghetti, ancorata come detto al piano privato, emerge evidente la conseguenza politica. Ma prima di arrivare a tale conseguenza, occorre un approfondimento sempre sul piano innovativo e lucido fissato dalla Ghetti: evidente il confronto di Gramsci con Rosa che rifiutò di rifugiarsi a Zurigo nei moti di Berlino del ’19, pur da essa stessa considerati prematuri, votandosi alla morte per mano dei “Frei-korps”, gruppi di ex militari di estrema destra al servizio della socialdemocrazia. Arthur Rosenberg, grande storico di Weimar, e grande ammiratore di Rosa, criticò tale scelta, in quanto un “leader”, secondo la sua concezione, deve avere il coraggio di salvaguardarsi e di non sacrificarsi: ed infatti, la sua scomparsa può avere conseguenze nefaste, come l’ebbe a Weimar, dove senza Rosa, unico grande personaggio politico della sinistra, il disastro fu inevitabile. Per arrivare alla conseguenza del discorso impostato dalla Ghetti, viene da concludere in modo amaro: con il modello di Lenin e seguendo le regole ferree della politica -qui acquisisce nuova linfa l’analogia fissata dallo scrivente di Lenin con Schmitt, è qui che nasce la politica assoluta, incentrata sulla conquista del potere-, si realizza una rivoluzione degenerata, seguendo il modello di Rosa e Gramsci non si fa la rivoluzione. Per sfuggire a tale conseguenza, non è sufficiente una sintesi, prendendo il meglio dell’uno e dell’altro modello. Il modello migliore è quello di Rosa non disposta, per fare la rivoluzione pur da lei perseguita fino in fondo, a quei grandi cedimenti fatti propri da Lenin, e che a differenza di Gramsci ha sempre mantenuto fermo il marxismo come scienza, con profonda diffidenza verso ogni lettura umanista. Ma un dato parziale va evidenziato quale primo risultato: se si pone il confronto tra Lenin e Rosa a partire dal dato personale si resta ad una visione parziale, e non si raggiunge il risultato ricostruttivo perseguito dallo scrivente nelle presenti note. La differenza è sul piano del modello: il leninismo va abbandonato ma Lenin è ancora una figura gigantesca che molti insegnamenti può dare, anche se di completamento al modello di Rosa e dell’austro-marxismo. Ma è un completamento senza il quale il modello testé descritto rimane sola splendida teoria.

4. ABBANDONARE IL LENINISMO MA ANCHE LA SOCIALDEMOCRAZIA RITORNARE AL SOCIALISMO DI SINISTRA PER FONDARE SCIENTIFICAMENTE IL MARXISMO.

Il vero nodo è rappresentato dal vedere la rivoluzione non come atto od anche come azione ma come processo, e di non fondarla sulla conquista del potere, che al contrario deve venire esclusivamente come conseguenza di una trasformazione economico-sociale. Le forze produttive devono essere in grado di scrollarsi di dosso gli obsoleti rapporti di produzione. Non vi è così meccanicismo come ritengono i leninisti, ma la classe operaia deve essere in grado di sostituire la centralità del lavoro al capitale. Fin quando la classe operaia si accontenta di miglioramento delle condizioni di vita anche nella fase di consumo, non è in grado di guidare l’economia Il rifiuto del lavoro e la liberazione dal lavoro sono effetti di tale impostazione: assolutamente non riconducibile a ciò è la liberazione del lavoro, che pone la classe operaia in grado di sostituirsi al capitale. Su tale aspetto, che è quello fondamentale, la scelta, univoca e senza condizioni, è per il modello di Rosa, in cui è profonda ed anzi incolmabile la differenza anche con Gramsci: in questi il blocco storico e l’egemonia economico-sociale restano ricondotti ad una logica volontaristica e soggettiva, mentre in Rosa nessun cedimento vi è su tale punto, in quanto la scienza di classe è sempre legata all’idoneità delle forze produttive a sostituire i rapporti sociali esistenti con altri che si pongano in termini di maggiore razionalità. Il momento soggettivo in Rosa è fondamentale ma sempre in funzione di quello oggettivo. Ovviamente inconciliabile è il modello di Rosa rispetto alla socialdemocrazia di Bernstein e Kautski, ll primo che rinunzio non solò alla rivoluzione ma anche alla lotta di classe, il secondo che non rinunziò mai alla rivoluzione ma solo in termini nominali, rimettendola ad un evoluzionismo senza rotture, in virtù della sola democrazia parlamentare. Poi, è sul modello di Rosa, integrato, tra gli altri (non si possono dimenticare Bucharin, geniale correttore di Lenin, e i socialisti di sinistra italiani Riccardo Lombardi e Lelio Basso) dall’austromarxismo e da Hilferding -al momento in un’ottica gradualista per la verità non molto congeniale a Rosa- che si può e si deve inserire il realismo di Lenin, con la autonomia della rottura rivoluzionaria e dell’autorità rispetto al momento economico-sociale, ovviamente in un’ottica democratica e non totalitaria. Di Lenin rimane la geniale comprensione che le forze produttive con la loro crescita e la loro idoneità a fondare nuovi rapporti produttivi non possono fare a meno della forza e dell’autorità. Al contrario dell’ortodossia del leninismo, non si tratta di ricorrere al partito per organizzare la classe e per esaltare il momento soggettivo: ed infatti, nel leninisno, la coscienza di classe viene imposta dall’esterno in un’ottica solo illusoria, in quanto il partito può ridare alla classe la forza ma non l’idoneità a cambiare i rapporti di produzione. Non si deve creare una commistione di piani, come fatto da Lenin ma anche, in direzione affatto opposta, da Rosa. Tutti conosciamo ed amiamo la frase di Rosa, ebbene ricordiamola nella sua interezza .

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Così si trascura il momento della forza, che non deve esser impiantato dall’esterno ma non può essere trascurato. Ma va chiarito, contro Lenin ed anche sul punto specifico contro Marx, he la forza deve essere democratica. Se Rosa, prendendo la parte vitale di Marx, si incentra sula dialettica tra forza produttive e rapporti di produzione, ponendo la libertà solo come momento di esplicazione della classe, Lenin valorizza la forza ma si illude di imporre la liberta, comprende la sovrastruttura ma la funzionalizza all’obiettivo e ne trascura la valenza intrinseca, sostituendola con l’autorità. Rosa trascura di sostenere e difendere la libertà con l’autorità, mentre Lenin sostituisce la libertà con l’autorità. Rosa rinuncia a vincere, ma Lenin persegue una vittoria destinata inesorabilmente alla degenerazione. La soluzione è nell’assetto costituzionale trascurato da entrambi, sia pur con una profonda differenza, in quanto combattuto da Lenin e dato per presupposto da Rosa. Non per questo si deve accettare l’impostazione della socialdemocrazia che ha valorizzato l’assetto costituzionale rinunziando alla lotta di classe.

CONCLUSIONI: SI PUO’ RESPINGERE LA REALTA’ E SALVARE L’IDEA? IN ALTERNATIVA, COME PUO’ L’IDEA DIVENTARE REALTA’?

Per fondare il marxismo di classe occorre abbandonare una volta per tutte liberarsi del leninismo (ma non di Lenin). Ma la via rivoluzionaria del socialismo di sinistra di Rosa, unica strada, non è in questo momento meno inattuale con la disgregazione della classe realizzata dal capitale finanziario. E’ solo un’idea. Occorre rinunziare alla tentazione di sostituire un’idea con un'altra. Il marxismo come scienza svanirebbe nel vuoto. E’ questo il nodo vero che il centenario della Rivoluzione d’ottobre ci offre. E’ stata una grande idea realizzata in modo fallimentare. E’ la sovrastruttura che violenta la struttura, ma questa, proprio “marxianamente”, si vendica. La condanna della realtà fallimentare può non portare alla rinunzia all’idea solo se questa è in grado di diventare, “marxianamente”, realtà, secondo le leggi della Storia e non alterandole. La rivoluzione è tale solo se è scienza, “rectius” se è frutto di scienza. La teoria della prassi di Marx (e di Lenin e poi di Gramsci) pretese invece di fondare in via autonoma la prassi. Ed è scienza solo se si basa sul nesso di causalità e non sul finalismo teologico che, all’esatto opposto, è indice di idealismo. La rivoluzione non è necessaria e soprattutto non è inevitabile, ma, all’esatto contrario, è la forma di una transizione ad una realtà più razionale che sostituisce il lavoro al capitale, la produzione rispetto all’accumulazione fine a sé stessa e pertanto intrinsecamente improduttiva e solo speculativa. La realtà di cui al capitalismo va sostituita gradualmente rendendo il lavoro fattore dominante. La sostituzione non è inevitabile in quanto il capitale è non inganno ma razionalità limitata, è una forma di manifestazione di una produzione dominata ed indirizzata dallo scambio, mentre la produzione deve essere intrinseca (la differenza tra manifestazione e apparenza è fondamentale nel “Capitale”, come mostrato da Riccardo Bellofiore). La rivoluzione non è frutto di un disegno immanente alla Storia, disegno immanente che non è nient’altro che la secolarizzazione del divino: essa è il frutto di una costruzione paziente e gradualistica. Marx, in “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, ammette il gradualismo e la lunga opera di scavo, indimenticabile è l’espressione esemplare dello scritto, “ben scavato vecchia talpa”), ma quale prodromica ad un ordinamento cesarista, a conferma della propria debolezza in materia politica. Certamente, il gradualismo non è sufficiente ma è necessaria una rottura rivoluzionaria e qui il gradualismo di Otto Bauer e di Riccardo Lombardi deve sfociare nella rivoluzione anche come atto e come evento. E Rosa, (con Lelio Basso) vera sintesi di questa concezione rivoluzionaria, deve essere, integrata da Lenin sul piano dell’autorità La scienza rivoluzionaria richiede la dialettica, ma materialista. Le contraddizioni quali elementi non autonomi ma singoli momenti di un sistema, non cessano di essre reali.. La dialettica deve essere liberata dell’idealismo hegeliano che pone tutto in funzione di un disegno dello Spirito. Feuerbach rovescia la dialettica hegeliana rendendo l’uomo manifestazione intrinseca dell’assoluto, immanente e non spirituale. In Marx questa incrostazione idealistica resta con la novità dell’uomo sociale sostituito a quello individualistico. Questa impostazione, che non è riuscita a rovesciare la dialettica hegeliana per farla diventare materialista, ha avuto il culmine nel leninismo (Anton Pannaloek ha criticato la filosofia leninista quale intrisa di idealismo, con ripercussioni sulla parte politica) nella rivoluzione bolscevica. Ora che il capitalismo si è dimostrato potente ma rovinoso e non riformabile, la ripresa del marxismo antagonistico prima e rivoluzionario dopo (senza poter quantificare il tempo necessario) è inevitabile: ed occorre fare i conti con la rivoluzione bolscevica. Questi i passi della ricerca: a) il materialismo storico come filosofia materialistica e fondamento di una scienza sociale, seguendo l’impostazione di Galvano della Volpe., con spunti di Lucio Colletti, Claudio napoleoni, Karl Korsch e Alfred Sdhmidt, nonché con intuizioni di Louis Althusser; non il materialismo non aleatorio attribuito a quest’ultimo, il che è un modo elegante di eludere il problema, ma razionale e logico; b) la scienza critica del capitale incentrata sul valore-lavoro, vale a dire sull’individuazione di un valore assoluto e non relativo dell’economia, rappresentato per l’appunto dal lavoro, ma con una profonda rielaborazione dell’analisi marxista, profonda rielaborazione che veda come la rivoluzione industriale abbia completato l’essenza del capitalismo rappresentata dalla civiltà degli scambi (Filippe Braudel, seguito in campo marxista da Paul M. Sweezy in contrasto con l’analisi ortodossa di Maurice H. Dobb), in quanto lo sfruttamento del lavoro è solo un momento della moltiplicazione degli scambi (Schumpeter non a caso scrisse che Marx nel “Capitale” cercava il socialismo ma trovò il capitalismo), moltiplicazione degli scambi che non è più sufficiente e quindi sfocia nella caratterizzazione finanziaria dell’ultra-speculazione, come risultante dalla più importante opera marxista dopo Marx, “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding”; il capitale diventa il Capitale in quanto non è certamente (solo) l’insieme dei mezzi di produzione ma non è solo un rapporto di produzione, è la personificazione e l’identificazione del Denaro, in grado di prescindere anche dalla Merce; da M-D- si è passati in Marx a D-M-D ed ora a D-D; l’alienazione e d il feticismo della merce sono momenti idealistici e superati dell’analisi marxiana (non me ne vorrà l’amico Riccardo Bellofiore); c) il rifiuto del nazionalismo e della soluzione nazionale e della sovranità statale, ma non della sovranità popolare, e quindi la rielaborazione dell’internazionalismo quale mirante a comunità sovra-nazionali fondate sulle federazioni e sulle autonomie; d) la centralità del costituzionalismo non solo quale tutela, ma acneh quale forma di realizzazione di nuovi assetti sociali, rispetto a cui deve essere subordinata la forza con l’autorità, in ogni caso essenziali; e) la consapevolezza che per il momento, alla luce della disgregazione della classe, l’unica conflittualità antagonistica consentita non è a breve termine rivoluzionaria ma si deve limitare ad un riformismo gradualista in grado di correggere fortemente il capitale finanziario, deviandolo dalla sua natura distruttiva ed alterandolo e snaturandolo, in chiave solo riformista. La rivoluzione dialettica e scientifica che verrà fuori dall’enucleazione e dalla realizzazione di tali passi dovrà fare costantemente i conti con la Rivoluzione russa, ma tenendo, altrettanto costantemente, ben presente che, a differenza di questa, sarà una rivoluzione che non farà l’assalto la cielo ma si fermerà alla terra, anzi si asseterà saldamente su di questa per renderla razionale.

Conoscere le regole UE

L'ultima lettera di Moscovici e Dombrovskis per un’ulteriore manovra di 3,5 mld, è un preludio al futuro memorandum previsto per la prossima primavera. Il PDS, poi, DS e PD ha attuato negli ultimi 25 anni le peggiori politiche neoliberiste: privatizzazioni massicce e molte norme restrittive dei diritti sociali, per adeguarsi totalmente alle linee dettate dall’Europa. In malafede o senza consapevolezza che i Trattati UE girassero a danno dei cittadini, specie i meno abbienti, i nostri politici hanno firmato ai tavoli dell’UE qualsiasi documento, a volte, senza comprenderne il contenuto. L’unione Europea è nata come Mercato comune (MEC) e le libertà professate non riguardano gli individui, ma i movimenti transnazionali del capitale finanziario, i trasferimenti delle imprese e l’elusione delle regole fiscali. La legislazione dell’UE favorisce il Mercato, lo si vede nei dettami alle agende dei governi sulle privatizzazioni, taglio della spesa pubblica e riduzione dei diritti sociali. Già negli anni ’90, il centrosinistra ha sposato la Terza via blairiana e il Pensiero Unico, l’adesione irresponsabile all’euro, il trattato di Lisbona e l’art. 126 del TFUE che ribadisce e rafforza i parametri di Maastricht e, dal 2011, ha votato le peggiori riforme strutturali di Monti, prima, e del PD renziano, poi. Presumo che la costituenda sinistra non abbia ancora l’idea sulla linea da tenere per contrastare le politiche di austerity, perché col prossimo memorandum rasenteremo la stessa disperazione in cui si è trovato il popolo greco dopo la resa di Tsipras. Le proposte programmatiche rischiano di diventare le solite promesse elettorali se non si prevedono gli strumenti necessari per contrastare le regole UE che ne impediscono la realizzazione e affinché il memorandum non si abbatta irrimediabilmente sul popolo italiano. La Sinistra, purtroppo, non sarà il partito di maggioranza, ma è necessario che abbia chiaro come ribaltare la Governance europea del two pack (sorveglianza rafforzata e monitoraggio delle politiche di bilancio degli stati in difficoltà) e del six pack (regolamenti su sanzioni e ammende, meccanismi di allerta e regolazioni di bilancio sul fiscal compact). Con le regole europee sul Patto di stabilità e crescita con il recepimento della direttiva 2011/85/UE sul fiscal compact, l’Italia è finita nella recessione, quindi l’art. 81 della Costituzione è tra le prime cose da smantellare. Ora vi è la certezza che quella crescita non riguarda l’economia italiana e di altri Stati europei, ma la sua distruzione, a favore della crescita dell’economia finanziaria internazionale e del profitto delle Corporation e quelle regole rafforzano la garanzia che ci impegneremo a pagare il debito pubblico, giusto o odioso che sia, per gli anni a venire. E’ necessaria un’alfabetizzazione a sinistra sulle politiche macroeconomiche e sulle regole internazionali scaturite dai Trattati per acquisire un piano di contrasto ai dettami neoliberisti affinché i punti programmatici che recitiamo a garanzia dei diritti possano trovare applicazione.

(Pubblicata su "Il Manifesto", sezione lettere, del 28/11/2017)