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L’economia tedesca, fino a poco tempo, versava notoriamente in condizioni floridissime, essendo basata su un’industria esportatrice solida, mentre negli ultimi tempi mostra segni di ristagno, anche se non univoci, ed una forte debolezza della domanda interna. Il suo sistema bancario è in forte crisi, con la banca principale, Deutsche Bank, in situazione di vero e proprio “default”, sia pure di solo fatto, e non di di diritto, in quanto sorretta da un maestoso, anche se discreto o meglio non trasparente, aiuto da parte dell’intero Paese, e non solo dello Stato. Si è tentato di presentare l’insolvenza di Deutsche Bank quale specifica ed isolata, dipendendo da un ricorso estremo ed abnorme alla speculazione finanziaria ed agli strumenti derivati più rovinosi. Tanto è vero che da tempo –come lo scrivente non si stanca di ripetere in continuazione- Deutsche Bank viene considerata da tempo quale “hedge fund” (fondo di investimento “ultra-speculativo”) piuttosto che vera banca. Tale lettura riduttiva e limitativa è stata smentita dai fatti, visto che negli ultimi tempi le banche tedesche stanno saltando come funghi, tenute in piedi dall’aiuto pubblico. Proprio per tale ragione, la Germania ha imposto un continuo –tra l’altro in pchi anni, dal 2015-2016- ed alla fine radicale ed addirittura totale cambiamento di politica e di normativa europea: dal “bail-in” che impediva il salvataggio pubblico totale delle banche in crisi e che è stato applicato solo alle banche dei Paesi deboli, tra cui l’Italia, ponendo le solide basi per la rovina oramai irreversibile del settore bancario di quest’ultima a meno di una politica economica alternativa, come mostrato in altre sedi, si è passati all’esclusione proprio del “bail-in” per i Paesi forti e poi nella stessa ottica alla concessione di maggior tempo ed elasticità per i piani di risanamento delle banche in crisi temporanea –come detto tale concessione è stata di fatto circoscritta alle banche dei Paesi forti- ed infine al superamento del “bail-in” con salvataggio comunitario peraltro sempre circoscritto alle banche dei Paesi forti, salvo per gli altri Paesi mettere a posto i loro conti, come se ad un malato non in grado di alzarsi dal letto si prescrivesse una terapia basata su almeno una passeggiata giornaliera (recente modifica del MES, ora temporaneamente congelata). I Paesi deboli non solo incontrano forti limiti nel salvataggio delle proprie banche ma anche devono partecipare finanziariamente al salvataggio delle banche dei Paesi forti. Sembrerebbe di dover ricorrere al vecchio adagio “dopo il danno la beffa”, ma è un richiamo non pertinente: meglio cambiarlo in “dopo il danno enorme ora altro danno sempre enorme”. Il vero è che il settore bancario tedesco è in situazioni disastrose non meno peggiori -e presumibilmente molto peggiori- di quelle del settore bancario italiano, solo che può contare sull’ausilio di uno Stato forte, che ora chiama in suo aiuto addirittura l’Europa. Occorre partire da tale ultimo elemento per comprendere a fondo il “caso Germania” e la sua crisi. La Germania, evidentemente consapevole della gravità estrema e dalla portata estesissima della crisi del proprio settore bancario, chiama in proprio aiuto le risorse finanziarie dell’intera Europa, che può evidentemente condizionare con il proprio potere, il quale è un vero e proprio “dominio”. La crisi del settore bancario è quindi non solo estremamente ed anzi assolutamente estesa e non circoscritta, ma anche colossale. Ma perché è caduto in una crisi così terribile il settore bancario di un Paese fortissimo e dall’economia reale ed in particolare industriale solidissima –pertanto con le industrie destinatarie solide di finanziamenti bancari pressoché sicuri-, almeno fino a pochissimo tempo fa? Il primo segno evidente è l’eccesso abnorme dell’esposizione speculativa ed in derivati della principale banca tedesca, Deutsche Bank, che è anche una delle principali banche europee e mondiali, Tale eccesso non dipende dalla megalomania tedesca di voler competere con le grandi banche d’affari americane, che è una spiegazione basata sull’elemento irrazionale, la quale spiegazione è evidentemente inadeguata per un fenomeno economico così complesso e rilevante. L’economia è scienza dalle dure regole, che non possono essere ignorate come gli economisti liberisti non mancano di ammonire contro il romanticismo di sinistra, ma gli stessi, quando in palese difficoltà, non mancano di ricorrere a spiegazioni ………………. non scientifiche. La vera ragione del comportamento suicida di Deutsche Bank è rappresentata dalla necessità di reggere il confronto con la concorrenza dei colossi americani che la hanno costretta a scendere sul loro terreno, che è quello della speculazione finanziaria. Priva di forza analoga a quella dei colossi americani, si è trovata così nella situazione di assumere le posizioni finanziarie e contrattuali deteriori. Il capitale finanziario, onnivoro –come mostrato da Marx per il capitale “tout court”-, si è sviluppato prima in virtù di oggettiva estensione, poi a carico dei risparmiatori, poi ancora a carico delle piccole imprese e poi degli enti locali, ed infine sia degli Stati sovrani -su ciò lo scrivente non si è mai stancato di insistere fino alla noia- sia delle altre banche: financo il famoso detto latino “lupus non est lupus” (lupo non mangia lupo) è stato smentito. La sfida della speculazione è stata dovuta affrontare da tutto il settore bancario con conseguenze generalmente negative: quelle banche che non sono state in grado di operare su tale terreno, essenzialmente quelle medie e piccole, hanno visto il loro spazio di mercato progressivamente e costantemente più ridotto a causa della concorrenza sempre più aspra e sempre più senza esclusione di colpi. L’enucleazione sia delle cause della crisi del settore bancario tedesco sia della sua gigantesca portata ed estensione è utile per individuare le cause della crisi dell’economia tedesca in generale. La Germania ha basato la sua economia esclusivamente sulla solidità delle proprie industrie e sulla loro forza e capacità di natura esportatrice. Ebbene, le proprie industrie, operanti in ambito pressoché esclusivamente internazionale, si sono trovate in difficoltà di fronte alla concorrenza dei colossi americani, questi ultimi ora con Trump sorretti dalla politica protezionistica ed aggressiva del proprio Stato. La carenza della domanda interna –anche i propri ceti deboli hanno beneficiato di un trattamento un po’ meno peggiore di quello registrato negli altri Paesi-, prodotta dalla politica economica tedesca, si è ritorta contro di essa. Proprio mentre versa in una situazione di crisi endemica, la Germania pensa a sopravvivere incrementando ed addirittura rendendo odioso il suo dominio sull’Europa intera, ora vero e proprio Impero Tedesco, con il supporto francese. L’imperialismo tedesco è soccombente rispetto a quelli dell’America, della Cina e della Russia. Ma perché la Germania ha trasformato l’Europa in un suo Impero aggressivo e brutale da un punto di vista economico-sociale, invece di esercitare un’egemonia rispettosa delle singole realtà in modo da sviluppare la domanda interna dell’intera Europa medesima? Certamente, la propria industria avrebbe dovuto sopportare la concorrenza dei singoli Paesi europei, ma in questo caso essa avrebbe fatto la parte del leone. La risposta è chiara ed univoca: la politica della domanda richiede il sostegno economico a favore dei ceti deboli, vale a dire una politica economica di natura sociale, che il capitale finanziario non può assolutamente tollerare. Mentre il capitale industriale aveva nelle sue corde, o comunque non escludeva, il sostegno economico dei ceti deboli, il capitale finanziario risponde ad una logica affatto opposta, in quanto esso si accumula in via autonoma utilizzando qualsivoglia situazione economica, anche negativa per l’economia in generale. Tale risposta si rivela, a modesto avviso dello scrivente, idonea a fare giustizia della tesi che riconduce lo scontro tra imperialismi ad una dimensione prettamente politica e vede così la Storia attuale quale trionfo della politica, anzi della Politica: ed è così idonea a giustificare l’atteggiamento dello scrivente che non riesce ad appassionarsi sugli scontri tra Imperi e Nazioni e a monte sul contrasto tra Imperialismo e Nazionalismo. All’esatto contrario di quello che sostiene tale tesi, è il capitale finanziario che determina la politica ed indirizza l’imperialismo, privo di caratterizzazione produttiva, come invece nell’analisi marxista, ed anche di natura intrinsecamente politica. Lo scontro tra America e Germania –ed Europa-, che ha visto il trionfo della prima ha avuto come terreno di scontro sia l’ambito industriale sia quello finanziario, il che già smentisce la tesi di cui sopra sulla natura intrinsecamente politica dell’attuale imperialismo. La scelta, netta e senza correzioni dell’imperialismo invece di un‘egemonia di natura sociale da parte della Germania conferma che tra i due settori la natura decisiva è rivestita dalla finanza, poiché invece l’industria si sarebbe indirizzata in un senso quanto meno più problematico.
La Deutsche Bank è in crisi gravissima, e forse irreversibile con necessità di aiuti degli imprenditori tedeschi e dello Stato: ed ora, “dulcis in fundo”, la propria situazione estremamente critica la costringe a licenziamenti in massa, creando allarme sociale. La questione è gravissima: ma un’analisi leggermente più approfondita porta a concludere che si tratta di gravità addirittura esiziale, idonea a mostrare il disastro dell’economia europea più solida, e quindi dell’economia “tout court”, nonché, in un vero e proprio crescendo rossiniano, il crollo dell’Europa e la fine dell’Occidente. Walter Rathenau, intellettuale, economista, imprenditore e uomo politico (liberal-progressista), Ministro a Weimar, assassinato nell’immediato primo dopoguerra da nazionalisti (precursori dei nazisti), fu sostenitore della concezione istituzionalistica dell’interesse sociale della grande società per azioni, in contrapposizione alla teoria contrattualistica, quest’ultima tesa a ridurre tale interesse sociale a quello comune dei soci, mentre l’altra lo riconduce all’interesse dell’impresa in sé “Unternehmen an sich”. Per inciso, la teoria dominante è sempre stata quella contrattualistica, ma quella istituzionalistica ha ciò nondimeno raccolto costantemente adesioni ampie e diffuse, sia pur in via indiretta, tese a dare rilevo alle esigenze dell’impresa, non totalmente riconducibile alla società ma tale da mostrare rispetto a questa una forte autonomia. I soci, anche ove tutti concordi, non possono prescindere dalla solidità dell’impresa gestita. L’adesione, di fatto, alla concezione istituzionalistica, cacciata dalla porta ma fatta rientrare dalla finestra, è caduta con il capitale finanziaria che ha privilegiato rispetto alla salvaguardia dell’impresa la formazione di plusvalenze vertiginose in virtù di incremento abnorme del fatturato: il Ministro di allora Tremonti affermò che si privilegiava il conto economico rispetto allo stato patrimoniale, e si tratta di affermazione non solo superficiale ma anche del tutto infondata, in quanto le plusvalenze riguardano direttamente il conto patrimoniale. La verità che si privilegia l’imprenditore, inteso come gruppo di comando, rispetto all’impresa: è la configurazione in senso talmente negativo della teoria contrattualistica resa possibile dalla rimozione di quella istituzionalistica. Si tratta non una mera degenerazione, come avrebbe voluto evocare Tremonti, ma all’esatto contrario di una reale dinamica soggettiva e strutturale del sistema. Ebbene, Rathenau, in un famoso scritto, motivò la sua adesione alla teoria istituzionalistica, evidenziando che sulla base ed in applicazione della teoria contrattualistica, i soci avrebbero potuto porre Deutsche Bank in liquidazione, il che avrebbe voluto porre in liquidazione l’intera Germania. Questo, e proprio questo, significa la crisi della Deutsche Bank. Ma come è compatibile tale liquidazione con la florida salute dell’economia tedesca, in virtù essenzialmente di una propensione estrema all’esportazione? Per comprendere a pieno la problematica, occorre premettere che la crisi estrema della Deutsche Bank è singolare in quanto dovuta ad una massiccia ed abnorme posizione in derivati –per cui da anni è considerata non più una banca ma un “hedge fund”, vale a dire un fondo (ultra)speculativo-, di per sé non necessaria in quanto l’incremento impetuoso dell’attività creditizia, da porre al centro dell’operatività, alla luce della solidità dell’industria interna, sarebbe stato dall’esito estremamente felice. Si è invece impelagata nei derivati evidentemente per soddisfare la pretesa ed anzi per l’ambizione di diventare competitiva con le grandi banche d’affari internazionali americane (soprattutto) e inglesi, anch’esse impegnatissime in derivati. Da tale punto fermo, ed innegabile, si può e si deve partire per avviare una ricostruzione della complessa questione nei suoi esatti termini. Il primo aspetto che può fungere da spunto di ricostruttivo di ordine generale è che l’attività creditizia è diventata assolutamente secondaria, non tanto e non solo per i rischi di “default”, quanto piuttosto perché non più strategica e non più in grado di sostenere lo sviluppo ed i conti economici di una grande banca. L’attività speculativa è diventata quella decisiva per lo sviluppo di una grande banca: quella creditizia è secondaria anche quando -raramente- sicura, ma non più in grado di arrecare margini significativi per il bilancio della banca e di suscitare un indotto significativo di operatività. Il secondo aspetto che può fungere da spunto di ordine ricostruttivo generale si delinea se si tiene conto che appare riduttivo vedere il disastro della Deutsche Bank solo in termini di ambizione sfrenata: il capitale finanziario vede il dominio della speculazione non più in funzione della malvagità di singoli ma quale nuovo fulcro della finanza e del capitale stesso. Pertanto, non si si può trascurare l’ipotesi che la crisi sia dipesa da spostamenti stratosferici di risorse con derivati fittizi per connessioni interne al capitale finanziario ed a singoli specifici gruppi di potere. Più persuasiva appare peraltro l’ipotesi che, essendo il capitale finanziario dominante quello anglosassone, questi abbia pertanto abbia imposto una redistribuzione di posizioni di forza, con penalizzazione definitiva dell’Europa continentale ed anche della Germania, la cui forza imperiale si esplica solo nei confronti degli altri Paesi europei. La Deutsche Bank sarà salvata dallo Stato tedesco, mentre le banche italiane e greche, con minore esposizione, sono state sacrificate a conferma della natura fittizia dell’Europa, se non come Impero tedesco con supporto francese. Tale ipotesi viene avvalorata da un dato sicuro: le banche d’affari inglese ed americane hanno, dalla crisi del 2008, sistematicamente traslato i rischi abnormi dei derivati sugli altri soggetti, ed è così singolare che la più potente ed importante banca del Continente europeo sia invece caduta vittima dei derivati, e si stratta di stranezza superabile facilmente esclusivamente con la circostanza che i rapporti di forza la hanno a ciò costretta. Conseguentemente, il secondo aspetto che può fornire da spunto di ordine generale ricostruttivo è che il capitale finanziario, nella sua essenza rovinosa e nella sua tendenza al disastro da un lato e nella sua natura abusiva dall’altro, opera a danno non solo più degli utenti-risparmiatori e utenti-imprese produttive prima e degli enti locali e Stato poi ma anche di propri esponenti di volta in volta penalizzati alla luce di una logica di potere economico in cui la tecnica economica e l’efficienza sono oramai privi di alcun valore e di alcuna rilevanza. Il capitale finanziario è dominante, senza ostacolo alcuno, ma registra al proprio interno una dialettica molto forte ed incisiva, al momento del tutto unilaterale come visto ma con tale unilateralità che può alla lunga rivelarsi fragile in quanto registra una formidabile disarmonia al proprio interno. Questa dialettica, finora trascurata, deve essere oggetto di attenta disamina e di vera e propria rielaborazione generale, se si vogliono porre le basi per porre il capitale finanziario sotto controllo, vigilanza ed addirittura sotto cautela.
Lo scrivente è meridionale (lucano, per l’esattezza, ancorché nato a Roma), e da meridionale ama andare a dormire tardi e, in via speculare alzarsi il più tardi –che da tempo, con il lavoro, è diventato il meno presto- possibile la mattina: la mancanza di gioia nell’alzarsi la mattina, anche alla luce di un amore profondo per il sonno –derivato da un’adorata prozia materna, che con malcelato compiacimento, ascriveva questa tendenza di entrambi ad “una vera e proprio malattia del sonno”-, spinge lo scrivente a stentare prima di sintonizzarsi sulla concentrazione giornaliera, e provoca in lui un vero e proprio sconcerto il vedere gli altri quando si svegliano –anche in senso solo figurato- in modo subitaneo e improvvisano un vero e proprio attivismo, che spesso è pieno di inconsapevolezza in quanto tale da reagire al tempo perduto –e si tratta spesso di tempo perduto del tutto ingiustificatamente-. A volte l’attivismo è apparente e solo strumentale, e magistrale era il motto delle navi borboniche sul comportamento da tenere in caso di ispezione, secondo cui, pressappoco (con traduzione in italiano che non rende onore all’originale) “chi sta sopra va sotto e chi sta sotto va sopra” il tutto con un invito conclusivo: “e facite ammuina”. Tale attivismo sconclusionato ed inconsapevole, unito paradossalmente a vera strumentalità, è riscontrabile nel dibattito esploso di recentissimo sulla riforma del MES, Meccanismo Europeo di Stabilità (c.d. “Fondo SalvaStati), dibattito da marziani. Il punto eclatante è il condizionamento dell’aiuto al mantenere i propri conti in ordine, ma ciò non è una vera e propria novità, visto che tale condizionamento è sempre stato richiamato per il passato. Il vero punto è un altro: il MES può, grazie alla modifica, intervenire a favore di banche e dell’intero settore bancario di Paesi europei. Non solo vi è maggior tolleranza nel risanamento interno delle banche, ma addirittura vi è la possibilità di salvataggio, in contraddizione palese con la normativa “bail-in”, che limita il salvataggio delle banche, normativa demenziale -in quanto in contrasto con i principi fondamentali della tecnica bancaria, secondo cui l’insolvenza della banca, i cui debiti costituiscono mezzi di pagamento, è esiziale per l’intero settore economico-, ed applicata in Italia nel 2015 in modo ancora più demenziale in quanto, non disponendo –per le famose quattro banche- il rimborso di obbligazioni subordinate per euro 350 milioni, si è creata una situazione di panico che ha provocato una fuga di depositi dal settore bacatio per diverse decine di miliardi ed una crisi anche di fiducia che ha portato al tracollo di banche importanti –MPS, le due banche venete e Carige-. Tra l’altro, il salvataggio delle 4 banche fu impedito dall’Europa vietando il ricorso al Fondo interbancario dei Depositi, in quanto qualificato come forma di aiuto pubblico, il che è stato recentemente confutato da una decisione giudiziaria italiana. Perché l’Europa è tornata indietro sui suoi passi? La Germania è sempre stata fiera sostenitrice della normativa “bail-in” e per il tramite di propri primari esponenti ha anche nel contempo evidenziato che tale norma ben ammetteva deroghe ma solo a favore dei Paesi con casse solide, a pena altrimenti di far pesare il salvataggio sugli altri Stati. Pertanto la modifica relativa al MES ha codificato la presa di posizione tedesca discriminando, negli aiuti e nei salvataggi bancari, tra Paesi solidi e Paesi deboli. Ma ha apportato una ridentissima modifica, ponendo il salvataggio delle banche, dei soli Paesi forti, a carico dei Paesi deboli, i quali, in quanto deboli, non possono provvedere al salvataggio delle proprie banche, non avendo le possibilità finanziarie necessarie, ma proprio in quanto deboli e quindi sottomesse, devono concorrere al salvataggio delle banche dei Paesi forti. E’ bene avere chiarezza sull’evoluzione. In un primo tempo, l’Europa ha vietato il proprio salvataggio delle banche. In un secondo tempo, ha vietato anche il salvataggio interno da parte dei singoli Paesi, ma di fatto ha consentito deroghe, su tale aspetto, a favore dei Paesi forti. Ora, infine, si deroga anche sul punto di cui al primo punto sempre a favore dei Paesi forti. L’Europa, mentre prima l’Europa non aveva senso, precludendo ai Paesi deboli di avere una propria politica economica resa impossibile dalla loro mancanza di autonomia finanziaria, ed accettando questi di muoversi sì con autonomia ma esclusivamente nei ristretti spazi consentiti dalla politica economica dei Paesi forti, ora acquista finalmente senso ma come realtà imperialistica, con i Paesi deboli che devono tassarsi a favore dei Paesi forti per concorrere al salvataggio delle banche di questi ultimi. La verità è che Deutsche Bank, la principale banca tedesca ed una delle più importanti europee e mondiali, è in situazione di crisi abnorme irreversibile e che occorre un aiuto ciclopico, che la Germania vuole effettuare non più con i soli propri mezzi: ma non basta, in quanto crepe vistose stanno aprendosi in tutto il sistema bancario tedesco. La scelta della tassazione dei Paesi deboli a favore dei Paesi forte è tipica dell’imperialismo sin dai tempi dell’antichità ed è la logica conseguenza della sacrale trasformazione dell’Europa in Impero Tedesco con supporto francese di cui al recente accordo di Aquisgrana (tanta è l’arroganza dei due Paesi che non si sono nemmeno peritati di cercare una sede dell’accordo diversa dalla capitale del Sacro Romano Impero). Ma ora vi è un salto di qualità tipica del capitale finanziario. I Paesi deboli non solo si devono tassare a favore dei Paesi forti, ma nel contempo i Paesi deboli devono rinunciare a qualsiasi politica economica dovendo eseguire quella dei Paesi forti e rinunziare a qualsivoglia ruolo sia della propria mano pubblica sia del proprio settore bancario, oramai al tracollo e non più in grado di reggere il confronto con le banche tedesche e con le banche francesi. E’ così evidente che il dibattito sulle accettazioni delle modifiche al Mes è surreale. Tale conclusione è di sicuro applicabile alla posizione di chi sostiene l’accettazione delle modiche. L’affermazione che le imposizioni dell’Europa possono non essere accettate -basta non richiedere aiuti-, e che la situazione dell’Italia è delicata ma non drammatica è del tutto avulsa dalla realtà. L’alto debito pubblico unito alla crisi del settore bancario tiene il nostro Paese in una situazione precaria, con un equilibrio che può saltare da un momento all’altro, in virtù di qualsivoglia scossone sui mercati finanziari: la soluzione è una sola, vale a dire il commissariamento da parte dell’Europa. Ma non solo: gli europeisti non si rendono conto che l’Italia sta capitolando di fronte all’Europa quale Impero Tedesco(-Francese) proprio nel momento in cui questa intona, con struggente melodia, il canto del cigno. L’Italia si tassa per concorrere al salvataggio delle banche tedesche e forse anche di quelle francesi, vale a dire viene spremuta a favore di un’Europa il cui settore bancario è in dissoluzione. Lo sfruttamento dei Paesi deboli da parte di quelli forti avviene anche questi hanno intrapreso la strada del tracollo. Ma non solo: le economie dei Paesi europei sono state sostenute da una politica monetaria espansiva che, con i tassi negativi, ha creato le condizioni per una bolla speculativa che, se scoppiasse, troverebbe tutti i Paesi, ivi compresa la Germania, privi di strumenti di protezione, vista la fragilità dei propri settori bancari. Ma, sia ben chiaro, la conclusione di dibattito surreale si applica anche alla posizione di chi respinge le modiche al Mes. L’Italia è in un vicolo cieco da cui non può uscire, con lo Stato e le banche in dissesto. Ma questo non è caduto dal cielo. La politica è stata assente di fronte alle crisi bancarie, divisa solo tra atteggiamenti filo-bancari da un lato e demagogia populista dall’altro: e nessuna posizione ferma è stata assunta in opposizione all’attuazione della demenziale normativa “bail-in”. Ma a monte, la politica liberista, ha posto le basi del dissesto e della dissoluzione prima dello Stato con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia nell’81 e poi del settore bancario con le dissennate liberalizzazioni a partire dalla privatizzazione delle imprese –ivi comprese le banche- pubbliche per finire all’ammissibilità piena della speculazione più sfrenata, che “piano piano” ha tagliato l’erba sotto i piedi dell’attività bancaria e finanziaria sana. Il nazionalismo di destra ha sempre appoggiato la politica liberista; ora si sveglia accorgendosi della situazione di degrado in cui ci ha trascinato il liberismo che non ha mai attaccato e non attacca tuttora, opponendosi solo alla dimensione sovra-nazionale di esso, ma non ad esso in quanto tale. Solo una politica di pianificazione sociale può sorreggere lo Stato ed il settore bancario. Il nazionalismo di destra ha senso solo quale volontà di potenza: quando un Paese non se la può permettere –ed è il caso dell’Italia- non ha alcun senso. Di fronte al dibattito, del tutto surreale, in essere non ci si può che sottrarsi ad esso, mostrando qual è il vero terreno di discussione. Il terreno non è nemmeno quello di opporre a questa Europa un’altra Europa, dei popoli e sociali: con buona pace delle utopie, di Europa ve ne è una sola ed è quella attuale. Tutte le confederazioni sovra-nazionali non nazionaliste e non imperialiste non hanno mai raggiunto alcuna effettività. Il terreno vero è quello di una politica economica di natura sociale e pianificatoria antiliberista. L’Italia non ha le condizioni per permettersela: ebbene, occorre trovare le alleanze internazionali che ce la consentano. Tale soluzione non appartiene anch’essa al piano dell’utopia. La posizione geografica dell’Italia –la geopolitica non è funzionale solo al conservatorismo- consente di poter negoziare in posizioni di vantaggio. Le alleanze vanno trovate all’interno dell’Europa –l’Inghilterra se vince Corbyn per esempio, ma è un esempio non esaustivo-. ed all’esterno –la via della seta con la Cina è un’occasione unica al mondo, ed alla nostra adesione ad essa si oppongono non solo Trump, per ragioni di politica estera aberranti ma logiche, bensì anche la Germania e la Francia che vogliono evidentemente tenere l’Italia in posizione deteriore; sulla via della Seta i 5Stelli hanno una posizione coraggiosa, peccato che in materia di politica economica siano semplicemente disastrosi-.
Nella polemica sul MES –“rectius” sulle modiche ad esso- sta sorgendo tra le due teorie estreme, di chi non vuole accettare le modifiche e di chi al contrario le vuole accettare acriticamente, magari attenuando la sua posizione con rinvii del tutto irrilevanti, si stanno elaborando idee intermedie ruotanti intorno alla proposta di titoli sicuri a livello comunitario, “safety asset”. E’ una prospettiva estremamente seria e valida ed era stata già da tempo presentata da Paolo Savona quale Presidente della Consob, ed i commenti dominanti si erano orientati nel senso che il in tale veste non gli spettasse intervenire su tale materia, come se la Consob potesse (e possa) essere indifferente alla tutela degli investitori. Ma in ogni caso, non si è dedicata soverchia attenzione al merito della proposta (è proprio vero il detto, qui depurato di un riferimento offensivo, che “quando il saggio indica la luna con il dito, in molti guardano il dito e non la luna”), della cui importanza ci si è accorti solo adesso. Ma è anche una prospettiva del tutto insufficiente: ed infatti, si trascura totalmente il nodo del salvataggio delle banche, per cui si esalta, con la modifica al MES, la discriminazione tra Paesi forti e Paesi deboli: ma non solo, si effettuano i salvataggi delle banche dei Paesi forti con i soldi dei Paesi deboli. Ad ulteriore battuta, con tale insufficiente anche se meritoria, prospettiva, si trascura il nesso, imprescindibile tra sistema bancario e gestione del debito pubblico: gli Stati deboli, per usufruire dell’intervento del MES, devono accettare un vero e proprio commissariamento su entrambi gli aspetti. Già ci si è incamminati da tempo su tale strada: con la modifica si elimina ogni ponte alle spalle. Per tale ragione, lo scrivente è contrario alla modifica del MES, ma considera non sufficiente il rifiuto della modifica anch’esso non sufficiente, essendo necessaria la messa in discussione della nostra partecipazione all’Europa, a cui occorre opporre una radicale alternativa. Ma adesso, senza abbandonare tale prospettiva radicale, nella consapevolezza della complessità dell’attuazione di questa, si vuole cogliere la sfida di proposte concrete immediate. Benissimo: allora, si condizioni l’accettazione della modifica alla corresponsione da parte dell’Europa all’Italia del risarcimento degli ingenti danni provocati all’Italia stessa dall’applicazione della demenziale normativa “bail-in” che ha distrutto il nostro settore bancario. Nel contempo, si condizioni tale accettazione all’ulteriore accettazione da parte dell’Europa di una normativa interna che persegua il rilancio del settore bancario anche con un forte intervento pubblico sia di natura programmatoria sia di intervento pubblico interno che non prescinda dalla presenza di poche ma strategiche banche pubbliche (e ciò vale anche per le imprese pubbliche in generale, anche in altri rami). Stesso discorso riguarda l’accettazione, da parte dell’Europa, di una normativa interna che imponga al settore bancario italiano ed alle banche di affari internazionali che svolgono un ruolo dominante e spesso abusivo sui nostri mercati finanziari il sostegno al nostro debito pubblico: in altri termini, si dovrebbe ritornare indietro, con la necessaria gradualità, sui passi scellerati che hanno a suo tempo portato alla privatizzazione delle (imprese e quindi anche delle) banche pubbliche e -con tutti gli adattamenti derivanti dal mutato ruolo di Banca d’Italia, non più Istituto di Emissione- alla separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro.. In definitiva si accettino le modifiche solo se ci si consente di riprendere il controllo effettivo del debito pubblico e del settore bancario. “De hoc satis”.
LE TRE SVOLTE: LIBERALIZZAZIONI, 2008 E 2015

Il settore bancario italiano è stato fino alla crisi finanziaria del 2008 uno dei più solidi del mondo, caratterizzato da grande stabilità e senza alcuna perdita nei rapporti bancari da parte dei risparmiatori non azionisti. La grande stabilità era assicurata dalla mano pubblica delle banche più grandi ed importanti, nonché dalla prevalenza assoluta dall’attività creditizia e dalla natura marginale dell’attività di investimento in titoli, esercitabile da soggetti dello stesso gruppo della banca di deposito e di crediti ma separati da questi. Il settore bancario, così configurato, ha finanziato e sostenuto lo sviluppo economico e l’economia intera. La liberalizzazione che ha investito tutta l’economia italiana non ha risparmiato il settore bancario, con le privatizzazioni anche delle banche pubbliche e con l’equiparazione a pieno titolo dell’attività di investimento in titoli a quella di deposito e creditizia. In pratica, l’impresa bancaria è stata equiparata a qualsivoglia impresa privata, dedita alla massimizzazione del profitto, trascurando la prudenza necessaria e, a monte, la peculiarità della prima non riconducibile alla seconda alla luce della circostanza che i suoi debiti sono mezzi di pagamento, in modo che ogni difficoltà del settore mette in ginocchio l’intera economia. Questa è stata la prima svolta: il settore bancario ha abbandonato la prudenza esponendosi a gravi rischi, anomali per esso. La situazione è rimasta sotto controllo, in quanto l’attività creditizia ha continuato ad essere redditizia, e l’attività speculativa in titoli in Italia non è diventata preponderante ed in ogni caso i suoi rischi sono stati traslati sugli utenti a causa di una normativa nel complesso protezionistica: comportamenti anomali delle banche nell’attività in titoli (casi Cirio, Parmalat, Argentina) hanno rappresentato un campanello d’allarme, ma nel complesso dalla portata non generalizzata. Banca d’Italia ha continuato ad assolvere ad una funzione efficace di controllo dei rischi sistemici e complessivi, anche se vi è stato pure qui il suonare fragoroso di un campanello d’allarme con comportamenti anomali del Governatore Fazio nelle vicende AntonVeneta e BNL, dove intenti protezionistici meritori sono sfociati in eccessi ingiustificati. La seconda svolta è stata la crisi del 2008, la più grave della finanza di tutti i tempi in cui, in America, il crollo delle banche creditizie immobiliari, a causa di mutui conferiti per importo pari al valore degli immobili a garanzia e così caratterizzati da inadempimenti di massa, ha avuto effetti esplosivi per l’essere i mutui oggetto di operazioni di cartolarizzazione dissennate collegate a strumenti derivati –la forma più speculativa della finanza-, che pertanto hanno portato ad una abnorme crisi di sistema. La crisi è stata ripianata con un intervento pubblico imponente, ma non si è fornita importanza adeguata alla circostanza che i derivati erano immessi nel mercato per importi di gran lunga superiori –nell’ordine di svariati multipli- al PIL mondiale e che pertanto erano ingestibili. Un intervento organico sui derivati non è mai stato prospettato e pertanto esce esaltata la centralità della finanza speculativa, che ha vessato e distrutto utenti, enti locali e altre banche (caso emblematico Monte dei Paschi) ed ha messo in ginocchio anche Stati sovrani deboli (Italia e soprattutto Grecia). Nel contempo, il settore immobiliare è caduto in crisi irreversibile per le vicende americane ed il settore industriale è entrato in difficoltà ed in ristagno anche per la riduzione delle risorse a proprio favore a causa sia dei costi sopportati per il risanamento del settore finanziario sia della centralità della finanza speculativa, il che ha inciso in termini pesantemente negativi sull’attività bancaria creditizia, esposta pesantemente in entrambi i rami. Pertanto, vi è stato lo spostamento di centralità dall’attività creditizia a quella speculativa, con lesione della stabilità della finanza e con sacrificio dell’economia reale e dei conti degli Stati sovrani deboli. Le banche piccole e medie non si possono permettere la finanza in titoli e speculativa, e così la crisi è diventata esplosiva. I margini di salvataggio si sono ristretti e Banca d’Italia ha visto fortemente ridotta l’efficacia della propria vigilanza alla luce della perdita dei poteri monetari a favore della BCE e del ridimensionamento di quelli di vigilanza a favore sempre della BCE. Come terza svolta, il colpo di grazia è stato inferto dall’Europa che, con la demenziale normativa “bail-in” e con la relativa fortissima limitazione dei salvataggi pubblici delle banche, ha fatto saltare 4 banche di città di provincia del centro-sud, a danno per la prima volta dei risparmiatori non azionisti nei rapporti bancari, il che ha provocato una crisi di fiducia ed una fuga di liquidità che hanno messo definitivamente in ginocchio il settore bancario. La crisi delle banche è diventata europea, in modo che si è tornati indietro sugli sciagurati passi della normativa “bail-in, per favorire il salvataggio delle banche dei Paesi forti ed adesso anche con il contributo dei Paesi deboli, i quali hanno pertanto dovuto subire il tracollo delle proprie banche e l’ingresso delle banche estere come padrone. In tal modo, con tre grandi svolte, si è consumato il passaggio da un’economia banco-centrica con un settore bancario solidissimo ed in grado di sostenere con successo l’intera economia reale al tracollo del settore bancario che ha aggravato la debolezza dell’economia reale. La ragione va ricercata nel liberismo che ha portato non a maggiore dinamismo del settore ma al trionfo illimitato della speculazione più selvaggia, rispetto a cui la tradizionale vigilanza di stabilità e protezionistica si rivela inerme, ed ha portato anche non al vantaggio ma al danno dell’economia reale. Il liberismo e la globalizzazione nonché l’integrazione europea hanno disintegrato lo Stato italiano, che non è stato in grado di tutelare le proprie banche, la cui crisi lo ha indebolito ulteriormente. Crisi delle banche e crisi dello Stato viaggiano insieme, “simul stabunt, simul cadunt”. La lettura della crisi delle banche è univoca, così come la via di uscita è altrettanto univoca: ma nessun passo si fa in questa direzione, continuando a restare in un circolo vizioso, come un drogato estremo che si cura iniettando dosi massicce della droga più pericolosa. Poiché insieme alla crisi bancaria ed alla crisi dello Stato viaggia anche la crisi dell’economia, senza però indebolire il capitale, di converso rafforzato, è ovvio che ci si trova di fronte ad una trasformazione grandiosa del capitalismo. L’analisi del passaggio in esame, qui condotta, vuole contribuire ad una ricostruzione di tale trasformazione dall’angolo visuale di un Paese marginale, mentre in altra sede si affronterà il fenomeno da un punto di vista globale. La visione marxista, unica in grado di comprendere la problematica, necessita peraltro di una profonda rivisitazione, nel momento in cui il profitto ha natura prevalente non più industriale –e nemmeno più commerciale-, ma finanziaria.

L’insigne amministrativista e costituzionalista, ex Giudice Costituzionale, e molto vicino alla componente moderata, liberista ed acriticamente europeista del Pd (ancora dopo lo scisma renziano?) Sabino Cassese, dopo molti uscite indignate contro gli anti-europeisti, ed addirittura contro gli europeisti critici e quelli scettici, deve proprio aver perso la pazienza per ammonire, con grande severità, chi vuole non allinearsi agli indirizzi europei, ricordando che le norme europee (ed a monte le fonti normative europee) che sono vincolanti per gli Stati aderenti, i quali devono eseguirle, attuarle ed adeguare a esse la normativa interna, con le norme interne in contrasto con essa che diventano “iposo jure” illegittime. Di fronte a cotanta perentorietà, manifestata da cotanto luminare, chiunque non può che arretrare sgomento e pronto ad alzare le mani in segno di resa. Passato lo sgomento, esce fuori lo sconcerto: ma perché uno dei massimi luminari in materia spreca il proprio tempo prezioso, impegnando le pagine del più importante giornale italiano, per affermazioni così ovvie? Le norme europee sono collocante su un piano superiore a quello delle nome interne: altrimenti non avrebbe avuto alcuno senso l’adesione all’Europa. E’ pertanto evidente che lo scopo vero dell’articolo trascende il suo contenuto. Non rientra nelle corde vocali dello scrivente fare il processo alle intenzioni. Pertanto, è bene ricordare altre ovvietà singolarmente trascurate da Cassese. Innanzitutto, le norme europee non possono violare la Costituzione italiana: ogni norma della Costituzione italiana è suscettibile di interpretazione piena senza indebolirsi in alcun modo rispetto alle norme europee che non sono suscettibili di espansività. Se qualcuno ha la tentazione di nutrire l’opinione contraria è bene che se ne liberi in quanto insana. La nostra Costituzione è c.d. “rigida”, non può essere modificata, e quindi nemmeno violata, da norme ordinarie: ciò a maggior ragione se le norme ordinarie sono di un ordinamento sovranazionale cui si è aderito. Per sostenere il contrario, si dovrebbe avere l’ardire di arguire (il gioco di parole è, non casuale, ma … “causale”) che l’adesione all’Europa abbia comportato un automatismo di ricezione di tutte le norme europee, ma una tesi siffatta non meriterebbe commento. In ulteriore battuta, nemmeno le fonti costituzionali europee possono violare la Costituzione italiana: si è aderito all’Europa come “Italia”, vale a dire mantenendo le proprie caratteristiche ed il proprio assetto istituzionale, al cui apice vi è proprio la Costituzione. In via squisitamente normativa, la Costituzione prevede all’art. 11 “limitazioni di sovranità” e non una cessione od un sacrificio di natura totale: la rinunzia a decidere il proprio assetto istituzionale è non una limitazione di sovranità, ma una rinunzia totale alla sovranità, questa che costituisce l’elemento caratterizzante, in via indefettibile, qualsivoglia Stato ed Ente sovranazionale: “Suprema potestas superiorem non recognescens”. L’opinione contraria sarebbe ammissibile solo l’adesione all’Europa si fosse tradotta nell’estinzione dei singoli Stati aderenti, il che è pacificamente mancato. Per inciso, l’impostazione rigoristica di Cassese acquisisce un senso concreto per scoraggiare il nostro Paese dall’avvalersi degli spazi di autonomia che l’Europa riconosce agli Stati aderenti nel recepire le norme europee. Si vuole imporre al nostro Paese un primato di europeismo, del tutto fuori luogo visto il trattamento che l’Europa impone ad esso, su cui v. “infra”. Chiuso l’inciso, il discorso finisce qui, o meglio finirebbe qui in condizioni normali, ma non siamo, purtroppo, in condizioni normali. L’adesione all’ Europa si è realizzata in palese ed eclatante violazione dell’art. 11 della Costituzione che ammette le sopra menzionate limitazioni della sovranità, non solo se “in condizioni di parità con gli altri Stati”, ma solo se dette limitazioni sono “necessarie ad un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni”. La norma, sintetica ed ellittica non può certamente significare che la necessità in questione sia fissata per un ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le Nazioni “tout court”, dovendosi invece intendere esclusivamente per un ordinamento che assicuri pace e giustizia in via (e, perché no, anche in misura) superiore a quelle in essere in assenza di adesione. Altrimenti, la limitazione sarebbe senza corrispettivo e sarebbe così del tutto ingiustificata ed inammissibile. Ebbene, è già azzardato sostenere che l’Europa, quale entità sovranazionale, sia necessaria per la pace: non lo è certamente di più di meri accordi non limitativi della sovranità interna. Poi, se uno Stato decidesse di uscire dall’Europa, non vi sarebbero strumenti adeguati per bloccarne iniziative belliciste. Allora, per sostenere detta tesi, si sarebbe dovuto arrivare all’estinzione dei singoli Stati, il che non è avvenuto assolutamente. Né si può sostenere che l’attuale Europa è solo un gradino intermedio verso l’obiettivo finale costituito dalla nascita di un vero superiore Stato, tipo gli Stati Uniti d’Europa. L’obiettivo finale potrebbe al limite anche essere legittimo –ma sull’argomento si tornerà “infra”-, previa abrogazione della nostra Costituzione con le modalità da essa previste (art. 138), in mancanza della quale abrogazione sarebbe non un’adesione, ma un’annessione, manifestamente del tutto illecita. Il passaggio intermedio è in ogni caso del tutto inammissibile in mancanza di modifica all’art. 11: ma le conclusioni non cambierebbero nemmeno se vi fosse stata siffatta modifica, inammissibile visto si tratterebbe di una surrettizia rinunzia alla sovranità, con la quale lo Stato si auto-estinguerebbe. Ebbene, una tesi del genere non è nemmeno prospettabile per la giustizia tra Nazioni, in quanto l’impianto istituzionale dell’Europa non è assolutamente indirizzato in tal senso, essendo al contrario basato sulla discriminazione tra Paesi forti e Paesi deboli e sul dominio dei primi sui secondi (come addirittura statuito nel recente accordo di Aquisgrana -che non a caso richiama il Sacro Romano Impero- tra Germania e Francia; lo scrivente non ricorda manifestazione di indignazione al riguardo da parte di Cassese). I secondi sono stati addirittura espropriati della loro politica economica, ed in materia di debito pubblico e bancaria, per cui ci si trova di fronte ad un vero e proprio sacrificio della sovranità. Né si può sostenere che non è l’impianto istituzionale e costituzionale dell’Europa ad essere illecito, mentre la natura illecita si manifesta a livello attuativo: ed infatti, poiché gli abusi sono gravi, continuativi e diffusi, nonché consolidati e tali da aver trasformato radicalmente l’Europa, è ovvio che l’impianto stesso non è assolutamente in grado di “assicurare giustizia tra le Nazioni”, potendo al limite rivelarsi al riguardo solo neutro. La violazione dell’art. 11 è in ogni caso palese. Sul perché tale violazione sia passata ed in modo indolore si rimanda ad altra sede sui profili di tenuta costituzionale in genere. Per completezza, l’art.11 non può non richiedere anche “giustizia all’interno delle Nazioni”, in conformità agli altri principi (e valori) fondamentali della Costituzione, il che è violato dall’assetto palesemente ed in modo estremo liberista dell’Europa, che ha comportato la dilatazione abnorme nella distribuzione della ricchezza: dalla ricerca rigorosa della giustizia sociale –art. 41,2° e 3° comma, art. 4 e soprattutto art. 3,2° comma- all’esaltazione dell’ingiustizia. Che l’adesione all’Europa da parte nostra sia stata anticostituzionale non può certamente essere utilizzato quale elemento di sanatoria, inammissibile in materia costituzionale. Ma non basta ancora: l’art. 11, come si è visto, prescrive che le limitazioni alla sovranità in tanto siano ammissibili solo in quanto siano in condizioni paritarie con gli altri Stati, il che è assolutamente violato nell’assetto dell’Europa, che si basa proprio sul dominio degli Stati forti su quelli deboli. In definitiva, le norme europee sono vincolanti nel nostro ordinamento interno purché non siano in contrasto con la Costituzione italiana. Ebbene, tale contrasto è pressoché generalizzato, con scarso margine di ammissibilità, anche in considerazione della circostanza che tale contrasto investe anche le norme costituzionali e fondative europee e che la stessa ammissione dell’Italia all’Europa è incostituzionale. Lo spazio di concreta operatività del principio della natura vincolante delle norme comunitarie nell’ordinamento interno è pertanto assai ristretto. La presa di posizione di Cassese è, evidentemente, forte, potente ed addirittura irresistibile, ma sterile. L’unico tentativo di renderlo provvista di senso è quello di superare le censure di incostituzionalità alla luce che l’accoglimento delle stesse comporterebbe, come esito inevitabile, l’uscita dall’Europa. Il superamento delle censure verrebbe così superato in via non di sanatoria, come detto inammissibile, il che rende impossibile ogni salvataggio di natura giuridica e costituzionale, ma di realismo politico per impedire un nostro isolamento, esiziale, vista la nostra debolezza. Il superamento in via politica non risolve peraltro la questione, essendo anch’esso inammissibile, visto che la politica non può violare la Costituzione. Né si rivelerebbe più proficuo il ricorso allo stato di necessità e conseguentemente allo stato di eccezione per giustificare, in nome della salvaguardia dell’Italia derivante dalla sua appartenenza ad una entità sovranazionale forte, strappi così profondi alla legalità costituzionale. Anche ad ammettere che lo stato di eccezione consenta tale strappo, il che viene radicalmente negato dallo scrivente, lo stesso stato di eccezione non ricorre nemmeno, in quanto l’appartenenza dell’Italia all’Europa si realizza in un contesto di sopraffazione che viola l’essenza dello Stato e configura uno scenario non comunitario ma imperialistico. Da Maestri del livello di Cassese ci si deve aspettare una presa di posizione che non si fermi a conclamazioni sterili, suscettibili di essere rivitalizzate da atteggiamenti in via pretesa realistici bensì in realtà eversivi, ma si richiami al realismo, in un’ottica del tutto opposta, per prospettare decisioni da assumere in sede giudiziaria costituzionale che sanciscano l’incostituzionalità dell’appartenenza dell’Italia all’Europa, ammettendo peraltro nel contempo un periodo transitorio ragionevole –del tutto ammissibile per evitare situazioni traumatiche-, da sei mesi ad un anno, perché l’Europa rimuova i vizi normativi. Scelgano gli insigni giuristi alla Cassese tra sterilità rimossa solo da un “vulnus” al cuore della Costituzione da un lato e dall’altro legalità costituzionale ed in particolare preparino il terreno per un realismo che consenta alla legalità costituzionale di superare gli ostacoli politici e non per un realismo che consenta alla forza politica bruta di abbattere la legalità costituzionale. Il discorso non sarebbe completo se non si affrontasse l’impostazione qui avversata da un punto di vista apparentemente più dimesso che si limiti, non a sostenere l’ammissibilità delle censure di incostituzionalità, ma le giustifichi evidenziando che l’incostituzionalità è resa necessaria dalla circostanza che le norme costituzionali hanno portato l’Italia sul baratro: tale ipotesi in prima battuta pone l’alternativa tra illegalità e rovina, mentre in una ulteriore, più raffinata, pone la necessità di superare dall’interno la Costituzione mediante modifica per preparare così la strada alla legalizzazione Due sono i profili eclatanti. In primo luogo, come già visto, vi è stata l’espropriazione della politica economica, della politica del debito pubblico e di quella bancaria. Ebbene, si è sostenuto che ciò dipende dall’abnorme livello del debito pubblico e dall’incapacità dell’Italia di ridurlo e di gestirlo in autonomia: ben venga così il vincolo esterno, che si è tentato di aiutare con modifiche all’art. 81 Cost., al fine di introdurre il pareggio di bilancio –queste non solo discutibili, visto che non escludono dal pareggio se non timidamente le spese per investimenti, ma anche dalla dubbia efficacia, visto che l’Italia presenta un avanzo primario e che il suo debito è esclusivamente per interessi-. E’ da replicare che alti debiti pubblici sono stati -e sono tuttora- gestiti con efficaci politiche economiche pubbliche, il ricorso alle quali è stato rifiutato dall’Italia già dall’81 con lo scellerato divorzio tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, che ha impedito allo Stato di avere un efficace ombrello a protezione dei propri conti pubblici. Lo Stato è dovuto quindi ricorrere alle aste pubbliche per sostenere il proprio debito: non solo il debito, invece di essere controllato –si sperava che ciò si realizzasse per magia per il solo venir meno di facili coperture, in omaggio alla leggenda “reaganiana”, secondo cui occorreva “affamare la bestia-, è esploso in maniera abnorme: ma anche le aste pubbliche sono finite in mano alle grandi banche d’affari internazionali che man mano hanno invaso la politica economica pubblica, ed inquinato il nostro mercato finanziario con prodotti rovinosi. Per completare l’opera, con la demenziale normativa europea “bail-in” si sono limitati e quasi eliminati i salvataggi bancari in qualche modo pubblici, completando la colonizzazione estera del sistema bancario italiano. E’ da notare che tale demenziale normativa è stata attuata solo per i Paesi deboli e non per i Paesi forti: in sede comunitaria e da parte della Germania –che non a caso è adesso alla prese con la terrificante crisi della grande “Deutsche Bank- si è evidenziato che ciò è del tutto giustificato perché solo gli Stati con conti pubblici floridi potrebbero salvare a proprie spese le banche interne. Si trascura così che, impedendo a Stati deboli di mantenere un settore bancario solido, li si pone in condizione di essere impossibilitate ad uscire dal loro stato di debolezza. Perché Cassese non si si indigna per questa concezione, quanto meno singolare, dello spirito unitario europeo? In secondo luogo, da tempo si criticano le norme costituzionali che danno una forte impronta sociale all’assetto dell’economia, in particolare l’art. 41 che al 2° ed al 3° comma prevede rispettivamente limiti sociali all’iniziativa economica privata –in ogni caso solennemente riconosciuta al 1° comma- e la programmazione economica pubblica. Ed infatti, tali norme sarebbero in contrasto con le dinamiche della globalizzazione e con l’assetto economico e con la relativa disciplina a livello europeo, sottostante alla quale vi èla relativa normativa conforme al liberismo dei principali Paesi europei: pertanto dovrebbero essere abrogate –e l’allora Ministro Tremonti dell’ultimo Governo Berlusconi fece un tentativo in tal senso-. In ogni caso tali norme sarebbero superate ed oggetto di auto-esaurimento. In tal modo si utilizza l’Europa per giustificare l’incisione su norme costituzionali fondamentali, insuscettibili di modifiche incisive in quanto emanate a specificazione e ad attuazione dei “Principi Fondamentali (artt.1-12, in particolare art 3,2° comma ed art. 4, ma anche artt. 3-4). E’ un utilizzo del tutto inammissibile. L’innesto su detta impostazione di realismo in virtù del ricorso alla globalizzazione che renderebbe anacronistiche tali norme è pretestuoso vista la rovinosità cui ha condotto il capitale finanziario, vero “deus ex machina” della globalizzazione e delle collegate de-materializzazione e de-localizzazione. Che il problema sia non solo di natura sociale ma anche di efficienza economica è dimostrato dalla circostanza che l’offensiva qui criticata ha investito, oltre alle norme testé citate anche l’art. 47 con la tutela del risparmio sacrificata sia dal dominio incontrastato della speculazione rovinosa, i cui derivati abnormi non vengono sanzionati sia dalla citata normativa “bail in” che per la prima volta sacrifica il risparmio in depositi bancari. La natura rovinosa del capitale finanziario non si è fermata a distruggere i valori sociali, avendo investito anche l’efficienza economica, buttata alle ortiche: esso è non solo anti-sociale, ma anche anti-economico. Ecco cosa tutelano i prodi difensori dell’Europa. Una volta acquisita consapevolezza dell’inammissibilità di un intervento costituzionale diretto sulle norme costituzionali di cui ai due punti, si è tentata la strada della modifica delle norme costituzionali relative all’assetto dello Stato in modo da consentire accentramento assoluto o quasi dei poteri –come candidamente e non a caso auspicato da JP Morgan, una delle più grandi banche d’affari americane ed internazionali-, in modo da rendere irreversibile il depotenziamento delle norme costituzionali di natura sociale. Questi tentativi, da Berlusconi a Renzi sono per fortuna falliti ed è difficile che siano ripetuti. Per concludere, è bene accettare la sfida dell’impostazione generale qui criticata: la sacralità dell’Europa, con le relative forzature restare sul piano costituzionale, deve fare i conti con il fallimento dell’Europa stessa. Il rifiuto di ogni autocritica non può che favorire la netta e cieca opposizione dei nazionalismi sovranisti, con il rischio di una dissoluzione della stessa Europa ad opera di avversari ancora peggiori degli europeisti. L’attacco alla legalità costituzionale degli Stati deboli può fornire un’arma a detti avversari dell’Europa per abusi in caso di vittoria. Ai luminari come Cassese si può –e si deve- chiedere di battersi per la piena ed assoluta tutela della legalità costituzionale interna: da questa può derivare lo stimolo per una autocritica che conduca ad una profonda revisione con abbandono di molti degli aspetti qui stigmatizzati. Questa probabilmente non disinnescherà la protesta ma potrebbe favorire opposizioni più costruttive e foriere di minori rischi di autoritarismo.
La Deutsche Bank è in crisi gravissima, e forse irreversibile con necessità di aiuti degli imprenditori tedeschi e dello Stato: ed ora, “dulcis in fundo”, la propria situazione estremamente critica la costringe a licenziamenti in massa, creando allarme sociale. La questione è gravissima: ma un’analisi leggermente più approfondita porta a concludere che si tratta di gravità addirittura esiziale, idonea a mostrare il disastro dell’economia europea più solida, e quindi dell’economia “tout court”, nonché, in un vero e proprio crescendo rossiniano, il crollo dell’Europa e la fine dell’Occidente. Walter Rathenau, intellettuale, economista, imprenditore e uomo politico (liberal-progressista), Ministro a Weimar, assassinato nell’immediato primo dopoguerra da nazionalisti (precursori dei nazisti), fu sostenitore della concezione istituzionalistica dell’interesse sociale della grande società per azioni, in contrapposizione alla teoria contrattualistica, quest’ultima tesa a ridurre tale interesse sociale a quello comune dei soci, mentre l’altra lo riconduce all’interesse dell’impresa in sé “Unternehmen an sich”. Per inciso, la teoria dominante è sempre stata quella contrattualistica, ma quella istituzionalistica ha ciò nondimeno raccolto costantemente adesioni ampie e diffuse, sia pur in via indiretta, tese a dare rilevo alle esigenze dell’impresa, non totalmente riconducibile alla società ma tale da mostrare rispetto a questa una forte autonomia. I soci, anche ove tutti concordi, non possono prescindere dalla solidità dell’impresa gestita. L’adesione, di fatto, alla concezione istituzionalistica, cacciata dalla porta ma fatta rientrare dalla finestra, è caduta con il capitale finanziaria che ha privilegiato rispetto alla salvaguardia dell’impresa la formazione di plusvalenze vertiginose in virtù di incremento abnorme del fatturato: il Ministro di allora Tremonti affermò che si privilegiava il conto economico rispetto allo stato patrimoniale, e si tratta di affermazione non solo superficiale ma anche del tutto infondata, in quanto le plusvalenze riguardano direttamente il conto patrimoniale. La verità che si privilegia l’imprenditore, inteso come gruppo di comando, rispetto all’impresa: è la configurazione in senso talmente negativo della teoria contrattualistica resa possibile dalla rimozione di quella istituzionalistica. Si tratta non una mera degenerazione, come avrebbe voluto evocare Tremonti, ma all’esatto contrario di una reale dinamica soggettiva e strutturale del sistema. Ebbene, Rathenau, in un famoso scritto, motivò la sua adesione alla teoria istituzionalistica, evidenziando che sulla base ed in applicazione della teoria contrattualistica, i soci avrebbero potuto porre Deutsche Bank in liquidazione, il che avrebbe voluto porre in liquidazione l’intera Germania. Questo, e proprio questo, significa la crisi della Deutsche Bank. Ma come è compatibile tale liquidazione con la florida salute dell’economia tedesca, in virtù essenzialmente di una propensione estrema all’esportazione? Per comprendere a pieno la problematica, occorre premettere che la crisi estrema della Deutsche Bank è singolare in quanto dovuta ad una massiccia ed abnorme posizione in derivati –per cui da anni è considerata non più una banca ma un “hedge fund”, vale a dire un fondo (ultra)speculativo-, di per sé non necessaria in quanto l’incremento impetuoso dell’attività creditizia, da porre al centro dell’operatività, alla luce della solidità dell’industria interna, sarebbe stato dall’esito estremamente felice. Si è invece impelagata nei derivati evidentemente per soddisfare la pretesa ed anzi per l’ambizione di diventare competitiva con le grandi banche d’affari internazionali americane (soprattutto) e inglesi, anch’esse impegnatissime in derivati. Da tale punto fermo, ed innegabile, si può e si deve partire per avviare una ricostruzione della complessa questione nei suoi esatti termini. Il primo aspetto che può fungere da spunto di ricostruttivo di ordine generale è che l’attività creditizia è diventata assolutamente secondaria, non tanto e non solo per i rischi di “default”, quanto piuttosto perché non più strategica e non più in grado di sostenere lo sviluppo ed i conti economici di una grande banca. L’attività speculativa è diventata quella decisiva per lo sviluppo di una grande banca: quella creditizia è secondaria anche quando -raramente- sicura, ma non più in grado di arrecare margini significativi per il bilancio della banca e di suscitare un indotto significativo di operatività. Il secondo aspetto che può fungere da spunto di ordine ricostruttivo generale si delinea se si tiene conto che appare riduttivo vedere il disastro della Deutsche Bank solo in termini di ambizione sfrenata: il capitale finanziario vede il dominio della speculazione non più in funzione della malvagità di singoli ma quale nuovo fulcro della finanza e del capitale stesso. Pertanto, non si si può trascurare l’ipotesi che la crisi sia dipesa da spostamenti stratosferici di risorse con derivati fittizi per connessioni interne al capitale finanziario ed a singoli specifici gruppi di potere. Più persuasiva appare peraltro l’ipotesi che, essendo il capitale finanziario dominante quello anglosassone, questi abbia pertanto imposto una redistribuzione di posizioni di forza, con penalizzazione definitiva dell’Europa continentale ed anche della Germania, la cui forza imperiale si esplica solo nei confronti degli altri Paesi europei. La Deutsche Bank sarà salvata dallo Stato tedesco, mentre le banche italiane e greche, con minore esposizione, sono state sacrificate a conferma della natura fittizia dell’Europa, se non come Impero tedesco con supporto francese. Tale ipotesi viene avvalorata da un dato sicuro: le banche d’affari inglese ed americane hanno, dalla crisi del 2008, sistematicamente traslato i rischi abnormi dei derivati sugli altri soggetti, ed è così singolare che la più potente ed importante banca del Continente europeo sia invece caduta vittima dei derivati, e si stratta di stranezza superabile facilmente esclusivamente con la circostanza che i rapporti di forza la hanno a ciò costretta. Conseguentemente, il secondo aspetto che può fornire da spunto di ordine generale ricostruttivo è che il capitale finanziario, nella sua essenza rovinosa e nella sua tendenza al disastro da un lato e nella sua natura abusiva dall’altro, opera a danno non solo più degli utenti-risparmiatori e utenti-imprese produttive prima e degli enti locali e Stato poi ma anche di propri esponenti di volta in volta penalizzati alla luce di una logica di potere economico in cui la tecnica economica e l’efficienza sono oramai privi di alcun valore e di alcuna rilevanza. Il capitale finanziario è dominante, senza ostacolo alcuno, ma registra al proprio interno una dialettica molto forte ed incisiva, al momento del tutto unilaterale come visto ma con tale unilateralità che può alla lunga rivelarsi fragile in quanto registra una formidabile disarmonia al proprio interno. Questa dialettica, finora trascurata, deve essere oggetto di attenta disamina e di vera e propria rielaborazione generale, se si vogliono porre le basi per porre il capitale finanziario sotto controllo, vigilanza ed addirittura sotto cautela.
Salvini è alfiere di un nazionalismo estremista razzista e anti-straniero. Vi sono punte di autoritarismo con interventi repressivi della polizia contro i dissidenti tesi a vietare striscioni contrari ed a picchiare anche giornalisti (il tutto con proposte di legge tali da fornire alla polizia le mani libere). Vi è una effettiva ed intrinseca convergenza con i neo-fascisti, anche violenti, e quel che è peggio vi è un’oggettiva e tangibile indulgenza nei confronti di questi, e ciò è gravissimo, visto che Salvini è anche Ministro degli Interni -oltre che Vice-Presidente del Consiglio dei Ministri- ed è pertanto responsabile dell’ordine pubblico, che invece contribuisce a destabilizzare appoggiando o comunque favorendo forze eversive, antidemocratiche e violente: ed il suo influsso sul comportamento delle forze dell’ordine non si tarda a vedere con conseguenze pratiche quanto meno inquietanti. Ma occorre distinguere tra i vari momenti, se si vuole enucleare in modo corretto e nitido la situazione, altrimenti complicata ed inestricabile e suscettibile di condurre i frettolosi interpreti a conclusioni non meditate e comunque confinate alla superficie. Quello di Salvini è un nazionalismo profondo e con una tendenza autoritaria ed antidemocratica assolutamente accentuata, e punti di incontro con il fascismo sono innegabili, ma uno sbocco in tal senso, vale a dire autoritario od addirittura fascista, pur ovviamente possibile, non è affatto scontato, in quanto il nemico, rappresentato dall’esterno e dal diverso, è tale in conflitti ampi, diversificati e complessi, con la conseguenza che una soluzione estrema è ora quanto meno problematica. D’altro canto, il nemico interno, rappresentato dalla classe antagonistica, non solo non è minaccioso, in quanto disintegrato e non dotato di capacità di aggregazione, ma è anche privo di una strategia chiara ed univoca in termini di sovranità. Non è un caso, da un lato, che la sinistra oscilli tra opportunismo e spirito identitario, mentre, dall’altro, l’unica forma di protesta nell’Occidente, quella populista, sia ben strutturata solo nella forma di destra e nazionalista per diventare evanescente in forme non di destra -la crisi profonda dei 5Stelle non è assolutamente casuale- od addirittura di sinistra. In definitiva, la componente eversiva non è intrinsecamente idonea a caratterizzare la Lega. Ma detta conclusione non è esaustiva. La persecuzione dei propri avversari e la protezione accordata ai fascisti -dal Ministero degli Interni, come è bene rimarcare- costituiscono un elemento sinistro fermo. Sono elementi che possono prefigurare un regime dispotico e tirannicida ed estraneo alla civiltà occidentale anche se gli elementi ostativi sono al momento attuale predominanti e caratterizzati da stabilità. E’ qui che si entra nella materia viva e decisiva. Ed infatti l’autoritarismo è diventato un elemento caratterizzante anche dei sistemi moderati e liberaldemocratici, a cui è ormami connaturato, alla luce della natura rovinosa e distruttiva del capitale finanziario -ci si permette di rinviare alle elaborazioni dello scrivente sulla perdita di valore della democrazia e della libertà e del costituzionalismo e sulla natura imperialista dell’Europa- Ebbene, sorge allora la domanda su quale sia la differenza tra l’autoritarismo dei sistemi moderati e quello del nazionalismo estremo che sta emergendo in Europa e di cui Salvini rappresenta la versione più efficace. La differenza sembra abissale se si tengono in conto le osservazioni di cui sopra sugli aspetti degenerativi della Lega di Salvini in confronto al mantenimento nei sistemi moderati di alcuni elementi della civiltà occidentale. La conclusione anche qui cambia radicalmente se si tiene conto dell’inevitabilità dell’autoritarismo che rende la distinzione quale non strutturale ma propria di fasi di una realtà unica. Pertanto, anche la conclusione di cui sopra sulla natura non strutturale della componente eversiva della Lega cambia radicalmente, in modo che tale componente può diventare endemica ove i conflitti sopra descritti diventino alla fine esplosivi, vale a dire ove attecchisca un vero populismo di sinistra idoneo a sostenere la sovranità popolare al posto di quella nazionale, ponendo le basi per una nuova configurazione del conflitto sociale e ove quindi i conflitti nazionali acquisiscano la radicalità necessaria per neutralizzare quelli che per il sistema sono i veri pericoli. In definitiva, sarebbe profondamente erroneo accomunare “sic et simpliciter” la Lega al fascismo, ma sarebbe altrettanto erroneo non denunziare l’attuale aspetto degenerativo della Lega -con l’agghiacciante aggravante dell’utilizzo dei poteri del Ministero degli Interni, il che riporta indietro nella memoria in modo sinistro alle protezioni accordate agli inizi al fascismo-, che può fungere un domani da elemento propulsivo del completamento eversivo di questa: è assolutamente necessario opporsi ad esso con i mezzi costituzionalmente leciti.

E: EUROPA COME EQUIVOCO

L’Europa è un equivoco: e non è nient’altro che equivoco. Non è unione e non ha alcun profilo comunitario, totalmente priva com’è di solidarietà tra i vari Stati aderenti. Non ha politica estera e non ha politica sui migranti, il cui problema viene posto a carico solo dei Paesi confinanti. In effetti, nient’altro è che Impero tedesco con ausilio francese, a favore dei quali Paesi abbiamo dismesso il sistema bancario ed industriale. D’altro canto nessun aiuto abbiamo avuto nella gestione del nostro critico debito pubblico, al pari degli altri Stati deboli, con cui abbiamo condiviso l’essere stati oggetto di imposizione di misure di austerity abnormi. Né si può replicare che la colpa è non dell’Europa ma dei Paesi deboli, irresponsabili sul piano del debito pubblico e con fragilissimo sistema finanziario ed industriale. La responsabilità degli Stati deboli è indubbia e non può non essere così, altrimenti non sarebbero deboli, ma allora che ci sta a fare l’Europa se non li aiuta ed addirittura ne approfitta per vessarli e per rendere stabile, addirittura “sub specie aeternitatis”, la loro debolezza? Né si può replicare ulteriormente che vi è stato un fortissimo aiuto a favore di tali Stati, grazie alla BCE di Draghi in termini di liquidità, con il “QE” e con il LTRO”, in quanto questi sono stati interventi utilissimi ma nel contempo solo come tampone e non in grado di risolvere i problemi strutturali. La natura imperialista ha registrato una vera e propria “escalation” nel momento in cui l’Europa boicotta la nostra partecipazione alla Via della Seta, volendo limitarla solo al Nord, e favorendo il Baltico rispetto al Mediterraneo. Senza la Via della Seta ogni ipotesi di nostro sviluppo economico ed anche di rilancio viene pregiudicato irrimediabilmente. Con l’accordo di Aquisgrana tra Germania e Francia viene istituzionalizzata la differenza tra i due Paesi principali e gli altri, ponendo le basi di una vera e propria Costituzione imperiale e non comunitaria. In definitiva, l’Europa è un equivoco con una protezione ai Paesi minori non più sufficiente a compensarli, a valle, degli oneri e dei costi, nonché, a monte, della loro totale soggezione. L’Europa è nata, in via limitata, nel ’56 come liberista e nulla ha avuto mai a che vedere con l’Europa del Manifesto di Ventotene, democratica e socialista. Anche nel periodo del primo trentennio del secondo dopoguerra vi era un’impostazione liberista di fortissima limitazione dell’intervento pubblico nell’economia. Il collegamento che si è artatamente istituito tra l’Europa di Ventotene e quella nata a Maastricht in completamento di quella del 56 (rinforzata nel ’79) è pertanto del tutto destituito del benché minimo fondamento. L’Europa di Maastricht tradisce quella di Ventotene. Si può anche maliziosamente dire che quella di Ventotene era un distillato di buone intenzioni ma sarebbe ingeneroso: essa si ricollegava all’austromarxismo di Otto Bauer, che prevedeva già negli anni ’10 la nascita (de) gli Stati socialisti uniti di Europa, e quindi il suo fallimento è stato dovuto non a debolezze intrinseche ma al clima creatosi nel secondo dopoguerra, dove le socialdemocrazie europee hanno reso il loro pur meritorio riformismo troppo conciliante e poco conflittuale ed antagonista. La civiltà occidentale cui l’Europa ha dato un grande contributo era in funzione della potenza propria prima e americana dopo, con la conseguenza che la crisi della potenza ha comportato la crisi dell’Europa, mentre addirittura, a monte. la crisi economica, oramai endemica per il capitalismo, ha reso la potenza del tutto svincolata dalla civiltà. L’Europa può rinascere solo se pone in essere su entrambi gli aspetti una vera e propria inversione di rotta, con una riforma profonda dell’economia e con lo svincolo della civiltà dalla potenza. Al momento, si tratta di mera utopia e di mero velleitarismo. Ma, concreta, sia pure sul piano embrionale, è la possibilità di assumere un ruolo autonomo con la Via della Seta e con la nuova geopolitica, caratterizzata dal puro disordine, che però rende meno forte la stessa potenza, oramai non più unilaterale ed inoltre tali da incontrare sempre maggiori difficoltà nel penalizzare i poli, pur secondari, che comunque abbiano una certa rilevanza. Quello che deve essere subito chiaro è che la rifondazione dell’Europa e dell’Occidente è del tutto impossibile senza l’esplosione di una dialettica stringente e fortemente conflittuale con l’America e con Germania e Francia (mentre discorso diverso riguarda la Gran Bretagna, sui si rimanda ad analisi a parte). Due punti per concludere. In primo luogo, si afferma comunemente che l’Unione europea ha determinato la fine, una volta per tutte, della situazione su cui sono nate le guerre che hanno caratterizzato, attraversato, oscurato e funestato l’Europa nel Novecento. Si trascura così da un lato che la globalizzazione ha reso secondario l’elemento territoriale che aveva determinato -almeno come “casus belli”- le guerre del Novecento, e che l’Europa non è più nevralgica per nessuno dei grandi nodi dell’attuale geo-politica. E quando nessuno dei requisiti ricorre, come in relazione alla Via della Seta ed ai gasdotti, si tratta di profili di massimo rilievo con la conseguenza in cui l’Europa ha evidentemente un ruolo secondario. In secondo luogo, grande questione è nata a suo tempo sulle radici delle Europa, radici in cui non è stata compresa la tradizione giudaico-cristiana. Si è voluto fornire rilievo all’illuminismo, allo spirito laico, alla democrazia costituzionale, al liberalismo ed al socialismo, ma non alla componente religiosa che pur ha avuto un ruolo decisivo nella stessa Europa. Il mancato richiamo ad una tradizione pur decisiva è stato dovuto all’esigenza di riportare gli elementi fondanti della civiltà europea come razionalismo, tolleranza e pluralismo, evitando ogni riferimento ad elementi di intolleranza e di assolutismo. La scelta fu giusta in quanto lo spirito laico nega non la libertà religiosa e la sua rilevanza, ma la sua pretesa di negare validità a religioni differenti ed alle forme di agnosticismo/ateismo. Ma adesso il punto che proprio su tale scelta fondata si potrebbe basare la replica alla ricostruzione così effettuata con la conseguente tesi che l’Europa, contrariamente a quanto qui sostenuto, continui ad essere civiltà superiore proprio in quanto fonte dei valori testé menzionati. E’ da ribattere che la civiltà europea si snoda -o meglio tenta almeno di snodarsi- ora sui diritti civili e sui profili razionalistici attinenti alla conoscenza ed ai diritti civili, vale a dire su ciò che non incide su potere economico e politico. A questo punto si potrebbe articolare la replica in modo diverso, vale a dire che la fine dell’Europa sarebbe tale da disperdere anche questi valori, pur limitati, a favore di oscurantismi nazionalisti e con punte di fascismo. Anche qui è da evidenziare che è l’oppressione dell’Europa a favorire i nazionalismi degli Stati deboli ed i conseguenti atteggiamenti oscurantisti, tale da ostacolare anche lo sviluppo della conoscenza, e che nuovi equilibri, quali quelli qui prospettati, potrebbero solo creare miglioramenti: in ogni caso, l’universalismo occidentale si è perso da tempo, con lesioni anche dei diritti civili, in Palestina come in America Latina. Ed in Europa l’oppressione totalitaria del tentativo di indipendenza della Catalogna, con la carcerazione dei politici indipendenti per una loro attività politica assolutamente non violenta, conferma quanto testé detto. L’Europa è un equivoco totale e lo sta diventando anche sul piano della conoscenza e dei diritti civili: l’Occidente è alla fine e l’unica forma di rivitalizzazione è quella sopra prospettata.
LA POLITICA DELLA DOMANDA OGGI

La Relazione annuale del neo-Presidente Consob Paolo Savona ha evidenziato il doppio elemento virtuoso dell’economia italiana, vale a dire la presenza congiunta di un altissimo livello sia di risparmi sia di esportazioni. Ciò potrebbe anche rendere, evidentemente se supportato da una politica economica conseguente, sopportabile un debito pubblico al 200% (del PIL). Ebbene, l’ottica è da politica dell’offerta, in modo da favorire l’industria vitale senza preoccuparsi della domanda interna -letture, pur autorevoli, tese a vedere in termini espressi un ancoramento dell’impostazione di Savona alla politica della domanda si rivelano del tutto forzate. Facile la replica che il collegamento tra sostegno alle esportazioni e tutela del risparmio richiede necessariamente un rafforzamento del sistema finanziario in termini anti-speculativi e così un forte intervento pubblico in termini di programmazione economica che comporta un’apertura sociale e così il sostegno alla domanda dei ceti deboli. La politica della domanda viene così recuperata, in via indiretta, ma in ogni caso inequivoca. Certamente, sull’ottica anti-speculativa, l’impostazione di Savona è timida e non coerente in quanto basata su profili quantitativi e di stabilità, trascurando profili qualitativi e di inibizione di prodotti intrinsecamente abusivi. Ma, in ogni caso, è la prima volta che dalla Consob -ed addirittura dalle Autorità “tout court”- si leva un discorso anti-speculativo. Il discorso va integrato in modo molto incisivo, in quanto nei termini in cui è stato proposto è del tutto insufficiente, ma almeno è stato introdotto. La speculazione, pacificamente sistematica ed endemica, costituisce, non una forma di aggiustamento dei -o comunque- sui-mercati, di cui impedire gli eccessi ma senza atteggiamenti contrari in via di principio, e tale atteggiamento non antagonistico era presente già in Keynes- ma la manifestazione dell’esplosione rovinosa della finanza. Il vero limite dell’ottica di Savona è l’appoggio, fornito non nella Relazione, ma in interventi collaterali, alle tendenze di chi -e si tratta non solo di esponenti, ma anche di interi settori, ed addirittura dell’opinione pubblica economica dominante e del potere economico- , di fronte a FCA e Mediaset ed a altri che si sono dislocati al’estero anche come sede centrale, vuol rendere l’Italia appetibile agli stranieri, in termini non solo fiscali, ma anche di norme societarie, rendendole più favorevoli al gruppo di comando (azioni a voto multiplo, etc.) ed a danno dei soci di minoranza). Così da un lato ci si arrende alla logica del grande capitale che non si limita a controllare l’economia, ma addirittura fissa le regole e si sostituisce allo Stato, mentre, dall’altro, il controllo della finanza diventa illusorio, nel momento in cui la forma di tutela degli azionisti di minoranza e dei risparmiatori, nelle operazioni strategiche ed in ogni caso in quelle relative alla struttura finanziaria interna della grande impresa è del tutto subordinata rispetto, alle esigenze di questa. Il vero è che la politica della domanda deve essere necessariamente provvista di elementi anticapitalistici, vale a dire di fortissima correzione delle dinamiche del sistema, e non essere neutra rispetto all’accumulazione capitalistica, da accettare solo a determinate e rigorosissime condizioni. Ciò richiede un cambiamento radicale e così Savona, certamente di per sé non anticapitalista, è prudente ed addirittura incerto per convinzione e per necessità. Ma almeno si muove, sia pur in modo incerto, nella giusta direzione. E’ la prima volta: è chiaro che la riforma dell’economia richiede non solo elevato un supporto teorico, ma anche una contrapposizione al capitale finanziario, senza quegli accomodamenti e quegli approcci moderati oramai privi di efficacia. Savona indica la strada e, in mancanza di rapporti di forza favorevoli, è costretto a ripiegare su approcci timidi, intrinsecamente privi di efficacia, ma che possono “a contrario” essere letti quale forma di denunzia. Quando il Saggio indica la luna con un dito occorre incentrarsi sulla luna e non sul dito: ed anche quando non si è d’accordo con il Saggio, e vi sono numerosi punti dialettici, come nel nostro caso, occorre sviluppare la dialettica sempre in relazione alla luna e non certamente al dito.