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LO SVILUPPO ECONOMICO

Lo sviluppo economico discende dalle scelte di investimento delle imprese e pertanto la politica economica si concretizza, ed addirittura si risolve, nel favorire queste. E’ la legge fondamentale del capitale, ed ogni ipotesi di indirizzo di mano pubblica, tentata nel secondo dopoguerra, è fallita ed è stata totalmente abbandonata. La natura del capitale non suscettibile di correzione, se non per ragioni straordinarie -quale la paura nei confronti dei regimi dell’Est-, come genialmente compreso da Marx, è totalmente confermata. Alla luce di questa fondamentale legge, se non vi sono i presupposti per favorire le stesse imprese private, non vi è sviluppo economico. Così, da un lato, tutti i conflitti tra imprese ed altri soggetti privati o pubblici che siano, si risolvono a favore di queste, mentre, dall’altro lato, viene accolto pedissequamente l’assunto che non vi sia distorsione di natura prettamente economica nella prevaricazione sugli altri fattori economici e che da ciò non consegua il sacrificio irrimediabile dell’efficienza perché richiesto dalla massimizzazione del profitto. Sotto l’un aspetto, sono ovvie l’enormità ed irreparabilità del danno sotto l’aspetto sociale, con la coesione sociale lesa irreparabilmente, sotto quello giuridico, con impossibilità “In apicibus” di tutela dei diritti non imprenditoriali, e sotto quello politico, con il venir meno del ruolo della Stato in materia di politica economica. Sotto l’altro aspetto, il trionfo dell’economia, incontrastato, si realizza nel più puro dispregio dell’efficienza economica. L’economia, scienza dominante, è un mero strumento di potere e non ha alcuna valenza di idoneità intrinseca. In sintesi, il risultato, pacifico ma nello stesso tempo dirompente, e che invece nessuno ha il coraggio di esplicitare, è che la politica economica è totalmente prigioniera del grande capitale senza possibilità di scelta e di valutazione autonoma. Le imprese così pronunciano la parola decisiva sull’utilizzo non solo dei propri mezzi ma anche di tutti gli altri mezzi finanziari disponibili, financo se di spettanza di altri. La politica economica abdica così al proprio ruolo, mettendosi al servizio delle imprese e sposando il comportamento di queste, senza in alcun modo verificare se sia veramente ottimale. Solo perché “padrone” degli investimenti, vengono ad essere investire del ruolo, improprio ed anzi inammissibile, di depositarie per antonomasia dell’efficienza, data per scontata senza verifica critica. E ciò senza verificare in alcun modo la possibilità di correttivi, ed anzi di interventi risanatori profondi, vista la gravità della situazione di crisi, determinata proprio dal potere assoluto e distruttivo, secondo una sintesi perversa e diabolica, del grande capitale privato. E’ pertanto necessario spostare il piano decisorio degli investimenti dal piano privatistico-imprenditoriale al piano pubblico, coordinato in programmazione economica. Né si può replicare che la globalizzazione, de-materializzazione e caratterizzazione finanziaria rendono residuale il ruolo dello Stato. Ed infatti, la stabilità finanziaria è impossibile senza un controllo pubblico, visto il precipitare della finanza nella più sfrenata speculazione, come logica conseguenze delle sue dinamiche. E senza stabilità finanziaria l’economia va in disfacimento: è questo non un mero “slogan”, ma l’ineluttabilità della crisi industriale a seguire della crisi finanziaria, come dimostrato da quanto verificatosi dal 2008 in poi. In definitiva, mentre l’intervento pubblico del secondo dopoguerra, di natura keynesiana, aveva un ruolo di limite e di natura distributiva, con la speculazione finanziaria che veniva considerata una patologia, ora si tratta di un intervento di natura di indirizzo, di direzione e di guida, per rendere il ruolo dell’impresa di mero impulso dell’economia ma non determinativo. Ciò perché l’impresa privata ha una tendenza naturale alla speculazione ed alla distruzione di valore esterno ad essa. L’ipotesi di una forma di capitalismo fortemente corretta e con forti elementi anticapitalistici non rappresenta né una smentita della natura non suscettibile di correzione del capitalismo né una porta verso il superamento di quest’ultimo: semplicemente, rappresenta la conferma dell’altro fondamentale assunto marxiano dell’esposizione ineludibile del capitale a crisi rovinose, con la conseguente sua cronica instabilità. Ebbene, la correzione qui indicata non apre la strada al superamento del sistema, in quanto dovuta semplicemente alla necessità di evitare la catastrofe: è pertanto una correzione interna alla sua logica e non esterna. Manca il soggetto antagonistico, in quanto il popolo informe di cui al populismo non ha ancora una precisa caratterizzazione, e profonde incertezze vi sono sulla sua potenzialità ad acquisirla. E’ una correzione quella qui indicata che può così essere gestita dal capitale in chiave tattica, strumentale e temporanea. Segni profondi vi sono sull’incapacità del sistema, giunto alla sua ultima fase, di introdurre elementi correttivi anche solo temporanei ad anzi quale mero tampone. Ma ciò non giustifica l’ottimismo per il suo superamento, in quanto il momento interno, vale a dire la crisi endogena, non crea di per sé i presupposti per un superamento, che richiede un soggetto antagonistico, non necessariamente determinato dalla crisi. II sovrapporsi tra momento interno e momento esterno fu il frutto un profondo errore di Marx, dovuto ad un suo cedimento nei confronti dell’idealismo della dialettica di Hegel. In mancanza del venir fuori dell’elemento esterno, ci aspetta un lunghissimo momento buio ed oscuro al pari del Medio Evo, con fasi veramente barbariche. Ma è eccessivo chiedere che si trovino degli accomodamenti per ridimensionare gli effetti disastrosi della rovina in atto?
La sinistra radicale contrasta vivacemente il sovranismo, ritenuto contrario ai principi fondamentali dell’internazionalismo. Ciò tranne una piccola frazione, che è invece sovranista. La situazione è molto complessa ed occorre quindi realizzare chiarezza concettuale. L’internazionalismo è un elemento essenziale del marxismo e dell’emancipazione di classe, per eliminare contrapposizioni nazionali quali elementi impeditivi o comunque tali da ostacolare la lotta di classe. Ma l’internazionalismo si è dimostrato dalle idee non chiare ed è caduto in situazioni di profonde commistioni di piani su nazione e su sovranità. Il concetto di nazione e soprattutto quello di tutela della nazione hanno due significati non omogenei tra di loro ed anzi in profonda contraddizione tra di loro. Da un lato si concretizza nella tutela dell’identità e dell’autonomia nazionale da ingerenze e sopraffazioni esterne, mentre dall’altro si concretizza in una posizione offensiva, nella sopraffazione a danno di nazioni ed entità esterne. E’ questo, vale a dire il secondo dei significati, quello che diventa nazionalismo. Il Risorgimento nato, come tutte le rivoluzioni democratiche, soprattutto del ’48, in conformità rigorosa al primo significato, non mantenne chiara la distinzione e sfociò, anche se non addirittura soprattutto, nel secondo, come dimostrato dalle guerre coloniali e dal “continuum” tra vittoria tradita nella prima guerra mondiale e fascismo. Ma nemmeno in campo marxista ed internazionalista vi fu chiarezza, come già anticipato: Rosa Luxemburg, pur una delle stelle comete dello scrivente, prese un clamoroso abbaglio contro il primo significato opponendosi all’indipendenza della Polonia in quanto elemento contrario all’internazionalismo. Errore non minore, ed addirittura ben maggiore come si vedrà tra poco, fu realizzato da Lenin, quando, per dare attuazione alla sua teoria dell’attacco al capitalismo negli anelli deboli, invece che in quelli forti come sostenuto da Marx, realizzò la rivoluzione in Russia e diede ad essa un’impronta di “rivoluzione in un solo Paese”, pur in senso tattico e non strategico come invece successivamente in Stalin, che realizzò un vero e rapporto imperialismo: l’ultima affermazione costituisce conferma ulteriore della circostanza che dal nazionalismo all’internazionalismo il passo è brevissimo, contrariamente a quel che sostiene la retorica, nazionalistica, di destra). I due errori non sono tra di loro comparabili ed il secondo fu dalle conseguenze funeste, in quanto tale da inquinare l’intero internazionalismo: Lenin appoggiò il grande significato della prima guerra mondiale che rese trionfale, generalizzato e trasversale il nazionalismo, così in grado di indebolire la lotta di classe ed in prospettiva addirittura di sostituirla, come genialmente compreso dalla stessa Rosa Luxemburg. L’errore di questa fu comunque non banale in quanto si inserì nel filone dominante dell’internazionalismo che abbandonò il primo significato e consegnò tutto il concetto al nazionalismo di destra. Si sviluppò nei primi tre decenni del Novecento un filone di grandissimo spessore in Italia (Cesare Battisti), in Austria (l’austromarxismo soprattutto di otto Bauer ma anche di Karl Renner) ed in Germania (il grandissimo costituzionalista Hermann Heller), che sostenne un socialismo nazionale, con integrazione sovranazionale in Europa nell’austro-marxismo (il quale anticipò così il Manifesto di Ventotene, poi tradito dall’Europa, quale nata nel ’56 e poi diventata Unione con Maastricht, liberista e violatrice delle sovranità interne): si trattò di un socialismo nazionale ma non per questo meno antinazionalista, ma purtroppo si trattò di filone totalmente minoritario. Il concetto di sovranità è ben complesso: esso è essenziale a qualsivoglia comunità, anche internazionalista, in quanto elemento costitutivo dell’entità suprema, sia essa statale sia essa sovranazionale: “Suprema auctoritas, superiorem non recognescens”. Errò gravemente il massimo costituzionalista del Novecento ed anzi di tutti i tempi, Hans Kelsen, socialista non marxista, ma certamente non moderato e non liberale, quando vaticinò con il progredire del diritto internazionale si sarebbe arrivati ad un diritto sovranazionale, in grado di limitare se non addirittura di eliminare il soggettivismo della sovranità statale. Il monopolio della violenza legittima individua necessariamente un detentore della sovranità: necessario e sufficiente è che il detentore, per conto del popolo, unico veramente sovrano, non acquisti la titolarità e non diventi insindacabile (così il citato Heller, anch’egli socialista non marxista). Di qui la necessità di distinguere tra sovranità popolare e sovranità nazionale, vale a dire tra sovranità come indipendenza e autonomia decisoria del popolo, senza nessuna interferenza esterna, e sovranità che invece unifica il popolo nella nazione, facendo perdere al primo ogni significato autonomo, rendendo anche la tutela della nazione quale tale da delinearsi soprattutto nel secondo senso: ciò come dimostra l’atteggiamento di Salvini nei confronti di Trump, tale da aiutare questi e gli USA contro la Cina anche a scapito degli interessi nazionali, e tale da mantenere un atteggiamento fortemente aggressivo nei confronti dello straniero. La sovranità popolare è autogoverno e chi attacca la sovranità anche in questo significato finisce per essere autoritario e per negare ogni valore all’emancipazione di classe, impossibile in presenza di un potere autoritario: che poi l’autogoverno non possa essere assoluto è un discorso fermo, ma il vincolo funzionale dei rappresentanti ai rappresentati è essenziale: Sabino Cassese, insigne giurista e politologo moderato, consapevole di ciò, cerca di creare commistione di piani ritenendo la sovranità popolare un mito e tale da sfociare nel populismo, proprio per la paura nei confronti del suo significato, fatto proprio dalla Costituzione italiana, dell’inammissibilità di un potere autonomo ed assoluto. La sovranità intesa nel primo senso, unita alla tutela della nazione nel primo senso -elementi indispensabili l’uno all’altro-, pur mantenendo una certa distinzione, nel senso di una impossibilità di sovrapposizione totale, verificandosi solo uno stretto ed indissolubile collegamento, sono essenziali per qualsivoglia emancipazione: e non a caso Marx e Lenin erano per l’autogoverno, anche se utopistico in quanto assoluto. L’internazionalismo errò profondamente e regalò entrambi al nazionalismo sulla base del ferreo presupposto che l’unico elemento decisivo fosse la lotta di classe, la quale avrebbe così trascinato con sé tutto il resto. La lotta di classe si è invece arenata, in virtù della grandezza (sia pur distruttiva, ma sempre grandezza) del capitale che ha disintegrato ogni elemento ostativo con la dematerializzazione e con il predominio finanziario. Il collegamento tra lotta di classe da un lato e dall’altro indipendenza nazionale e sovranità nazionale si rivela così del tutto indispensabile. Soia ben chiaro, i problemi sottostanti sono formidabili e dalla soluzione estremamente difficoltosa: qui ci è limitati solo a farli emergere, realizzando peraltro una chiarezza -“rectius”, una vera e propria bonifica- concettuale necessaria per impostare il discorso, sia generale sia relativo a ciascuno dei vari punti, su basi corrette, da un punto di vista tanto teorico quanto politico-pratico.
In questo momento la linea di confusione è massima: sovranisti, populisti e nazionalisti sono visti come la (vera) minaccia all’ordine costituzionale, intorno alla cui difesa nasce il fronte repubblicano, che da un lato fa capo al moderatismo ed all’europeismo e richiama anche il centro-destra e dall’altro si presenta come antifascista per richiamare la sinistra. La confusione è tanta e si tratta di contrapposizione con estrema difficoltà riconducibile ad un filo unitario ed a criteri razionali, in quanto i due schieramenti sono assolutamente e profondamente disomogenei al proprio interno. Il sovranismo di per sé contiene due realtà opposte, sovranità popolare e sovranità nazionale. La prima è una spinta all’autogoverno, nient’affatto populista -come invece incredibilmente ritiene Sabino Cassese fine giurista, ex Giudice Costituzionale, vicino al Pd ed alfiere del moderatismo europeista-, ma espressione di valori tesi a non esaltare il distacco tra governanti e governati. La sovranità nazionale è invece emblema della potenza statale dell’unità interna diretta non solo contro i nemici esterni, ma anche ed addirittura soprattutto in modo da reprimere i conflitti sociali, altrimenti in grado di minare l’unità interna, necessaria per l’appunto per fronteggiare il pericolo esterno: ed addirittura è più corretto ribaltare i termini della situazione, mostrando che il fronteggiare il nemico esterno è necessario per reprimere i conflitti sociali. Ebbene, la sovranità popolare si concretizza all’esatto contrario nell’esaltazione i conflitti sociali per ridurre le diseguaglianze, senza la quale riduzione si rivela del tutto illusorio ottenere la limitazione del potere e l’autogoverno. Il nazionalismo è un alleato del capitale, mentre la sovranità popolare ne è un avversario. Ma non solo: l’europeismo non esiste ed il Trattato di Aquisgrana, come ha spiegato Galli della Loggia, ha fatto trionfare due nazionalismi quali quelli di Germania e Francia, che stanno facendo emergere un nuovo imperialismo. Ed infatti Germania e Francia stanno realizzando un blocco commerciale e distorsivo della concorrenza a tutela delle loro imprese per far assumere a queste un ruolo dominante sui mercati rilevanti. L’europeismo quale contraltare al sovranismo è quindi fittizio. L’unico contraltare al sovranismo potrebbe essere ravvisato nella globalizzazione, ma la globalizzazione è il volto del capitale finanziario, con la conseguenza che il sovranismo nazionale non è affatto un suo antagonista, mentre l’unico suo antagonista è il sovranismo popolare. Una volta ciò chiarito, ne discende indefettibilmente che il dibattito è stato posto su basi del tutto inconsistenti. Sotto l’un aspetto, Il populismo è privo di significatività, contenendo due realtà del tutto tra di loro disomogenee; poiché il sovranismo nazionalista è dai contorni definiti mentre quello popolare è solo “in nuce”, si può concludere che il populismo ha al momento un unico volto certo, quello nazionalista, ed anzi esso nient’altro è che nazionalismo. Il populismo di fatto non esiste, e lo sì definisce così solo sia per tacciarlo di sgangheratezza, mentre è in realtà, quale nazionalismo, è un fenomeno molto lucido, sia per contrapporlo alla globalizzazione, il che non è effettivo. Il discorso cambierebbe solo in presenza del sovranismo popolare, il quale, tramontata al momento la lotta di classe, si potrebbe basare solo sul populismo non nazionalista: ma siamo ancora agli albori del fenomeno. Sotto l’altro aspetto, il fronte repubblicano non è né universalista né alieno al nazionalismo. Da un punto di vista politico, due sono i corollari. In primo luogo, quel che resta della sinistra deve lasciare immediatamente il fronte repubblicano pe tentare un dialogo con il populismo non nazionalista. In secondo luogo, occorre verificare se il nazionalismo possa evolvere perdendo i caratteri razzisti e vicini al fascismo, e diventando così completamente democratico e civile. Ma sul secondo punto un equivoco va evitato: tale soluzione può essere raggiunta non sostenendo un universalismo impossibile ma solo evitando degenerazione del nazionalismo: La natura nazionalista non può essere negata ed è irrinunziabile. In tal modo si pone il vero contrasto politico: sovranità popolare contro alleanza tra capitale finanziario e nazionalismo. “Tertium non datur”. Il nuovo partico democratico di Zingaretti ha un’impronta meritoria non liberista ma nasce morto nel momento in cui vuole unire sinistra ed europeismo, evitando di mostrare che l’unico universalismo è quello della sovranità popolare, la quale si oppone al capitale finanziario, invece alleato della sovranità nazi
Il Governo giallo-verde ha stabilito l’indennizzo ai risparmiatori truffati, vale a dire a quelli che hanno subito danno da comportamento illecito delle banche, che arriva fino al 95% per le obbligazioni subordinate ed al 30% per le azioni. Angelo De Mattia, illustre ed acuto commentatore, ha subito lamentato la sussistenza di aiuti di Stato, che ci creerebbe problemi con l’UE, come in effetti è trasparito da ambienti comunitari. Ma è un’osservazione del tutto erronea. Le obbligazioni subordinate sono forma di debito obbligazionario, sia pure con la clausola di subordinazione che la rende forma di investimento ibrida ed equiparabile ai titoli rischio, ma il tutto con presentazione quanto meno dubbia ai risparmiatori: quando poi il ricorso ad esse era generalizzato e di massa con emissioni continue da parte della stessa Banca, era facilmente congetturabile che il tutto originasse da una discrasia tra presentazione ai risparmiatori da un lato e dall’altro esigenza di computarle tra i mezzi propri. Vi era quindi una profonda e lacerante forzatura istituzionale, pacifica e (ri)conoscibile da tutti gli esperti, necessaria per ricorrere al risparmio diffuso mantenendo i conti presentabili: era una forzatura non commendevole ma tale da costituire un peccato veniale, quanto vi era la pacifica convinzione del salvataggio totale delle banche, dal che dipendeva l’aspettativa legittima e ragionevole nel pagamento delle stesse obbligazioni subordinate: ciò prima del recepimento in Italia e della correlata entrata in vigore della (sciagurata) normativa “bail-in” , che ha escluso il loro salvataggio, oltre a limitare fortemente, in generale, il salvataggio delle stesse banche. Le azioni sono al di fuori della logica di salvataggio, anche precedente, quale titolo pacificamente di rischio e quindi tale da incorporare la partecipazione ad un’operazione finanziaria di natura imprenditoriale. Esse sono state vendute in modo altrettanto scorrette, come le obbligazioni subordinate -nel momento in cui la sottoscrizione delle azioni era necessaria per ricevere o mantenere fidi bancari-, ma, a differenza di queste, non vi era alcun affidamento dei titolari in un loro salvataggio. La tutela degli azionisti truffati in caso di insolvenza delle banche è pertanto configurabile quale salvataggio di Stato a differenza delle obbligazioni subordinate emesse prima dell’entrata in vigore della normativa “bail-in”. Però l’inganno resta anche per loro ed è certamente tale da rendere la loro volontà viziata in modo irrimediabile. Una tutela del risparmio in tutte le forme, quale quella di cui all’art. 47 della Costituzione, non può non riguardare anche i casi di lesione della corretta formazione della decisione di investimento. Ma con una normativa che vieta gli aiuti di Stato, spazio non vi è: è una normativa demenziale, come lo scrivente non si stanca mai di ripetere, ma è in pieno vigore fino a quando non si abbia il coraggio di cambiarla, anche ribellandosi all’Europa. Fino a quando non si abbia tale coraggio, la tutela degli azionisti truffati è piena sì, ma solo sul paino obbligatorio, mentre non lo è affatto su quello reale, vale a dire non scatta in caso di insolvenza. Gli strumenti di tutela legislativa non in contrasto con la normativa “bail-in” possono consistere nella previsione di una precedenza degli azionisti truffati rispetto a categorie di creditori non meritevoli ed agli investitori istituzionali che hanno utilizzato il patrimonio proprio e non dei risparmiatori: Altri strumenti possono consistere nella destinazione “ope legis” al loro rimborso delle somme ricavate da azioni di responsabilità nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito al dissesto della Banca, dagli esponenti in poi: la normativa qui potrebbe introdurre strumenti di particolare rigore con forme di inversione dell’onere della prova in capo agli esponenti ed a tutti coloro che hanno cooperato con questi. Non sarebbe affatto una deroga irragionevole alla normativa generale, in quanto all’esatto contrario si tratta non di fare una scelta tra chi ha distrutto la Banca e chi ne è stato truffato, ed infatti questa scelta è già rinvenibile nell’ordinamento, ma solo di renderla effettiva e dotata di tutela reale.
Claudio Borghi, economista leghista e populista di destra, nel momento in cui ha proposto la nazionalizzazione delle risorse auree di Bankitalia, non ha immaginato nemmeno per un momento che la sua proposta si collocasse nell’alveo del marxismo rivoluzionari: ed infatti, al momento della Comune di Parigi, Marx ha imputato alla stessa di non aver espropriato le riserve della Banca di Francia. Non è di rilievo, se non come aspetto di folclore, che il populismo di destra ricorra a strumenti propri dell’armamentario dell’estrema sinistra. Certamente, è un aspetto che fa riflettere sulla commistione di piani tra schieramenti e contenuti: ma non deve indurre alla conclusione dell’interscambiabilità di progetti. Conclusioni sul risvolto politico della questione saranno tratte alla fine. Ebbene, la riserva aurea appartiene alla Banca Centrale interna, che è un ente pubblico, il cui capitale, in termini minoritari quantitativamente rilevanti, appartiene a banche private. Questo è un retaggio storico, visto che apparteneva in origine a banche allora pubbliche, poi finite nel vortice della privatizzazione. Pertanto, la sottrazione alle banche private del capitale -che era il progetto originario da Tremonti in poi-, od anche solo delle riserve auree che costituiscono parte di rilevo del sottostante, potrebbe essere realizzata solo con un’espropriazione che, ai sensi dell’art. 43 od anche 42 della Costituzione (rispettivamente espropriazione di imprese o di beni), richiede un indennizzo, il che per essere equo -come da norma costituzionale- diventa di importo enorme. Pertanto, si parla di un progetto insussistente, a meno che non si voglia violare la Costituzione od individuare una forma di penalizzazione a mo’ di esempio, in un’ottica spettacolare e non effettiva. Ma non solo: la sottrazione delle riserve auree alla Banca d’Italia, con il loro passaggio diretto allo Stato, priverebbe la Banca d’Italia di uno strumento di garanzia di stabilità e di tenuta dei conti pubblici fondamentale. Lo Stato resterebbe proprietario di beni già di sua titolarità, ma senza la mediazione dell’Ente che è il più -se non addirittura l’unico- legittimato a detenerle ed a utilizzarle per gli scopi istituzionali cui sono dedite. Un intervento diretto dello Stato non rientra nei canoni propri della destra estrema e nazionalista, se non in un’ottica di penalizzazione e di incisione sull’autonomia di Banca d’Italia. La destra populista sta sferrando un attacco del genere in tutti i Paesi -basti vedere Trump con la FED-, ed è un attacco irresponsabile. Occorre vedere la problematica da sinistra, quella vera, che non comprende il PD, il quale non a caso aveva sferrato attacco vergogno a Banca d’Italia un anno fa. Vista da sinistra, anche di natura radicale, rispetto a Marx viene meno l’esigenza di un’acquisizione diretta che allora voleva dire presa del possesso di un elemento fondamentale del potere. La presa in possesso di un elemento costitutivo del potere non è più decisiva, in quanto il potere si dematerializza e si delocalizza. Il captale finanziario si estrinseca nella sostituzione all’industria, e così alla produzione ed alla struttura che essa denota, di una realtà evanescente e sfuggente. Ma un approccio da sinistra, anche radicale, alla problematica, non diventa solo per questo, irrilevante: Il vero punto è che la garanzia fondamentale che esse apportano all’economia ed ai conti dello Stato ed alla stabilità dell’economia, garanzia che può essere soddisfatta solo dalla loro detenzione da parte di Banca d’Italia, venga inserita in una logica non più meramente privatistica e di mercato, ma in una di economia di pubblico interesse. La separazione tra Banca d’Italia e Tesoro e la privatizzazione delle banche pubbliche furono due misure sciagurate, che resero sia l’attività bancaria un’attività meramente e solo imprenditoriale, mentre l’imprenditorialità, certamente necessaria ed anzi imprescindibile, non è esaustiva, sia i controlli di Banca d’Italia legati ad una logica autoreferenziale del settore bancario e dei profili finanziari e monetari. Ora occorre recuperare tutto con una programmazione pubblica di cui Banca d’Italia sia la garanzia di stabilità monetaria e finanziaria, con autonomia e quindi senza una logica di strumentalità, ma in un’ottica di armonico collegamento con l’economia intesa in senso globale, ed al di fuori di una visione che sia solo privatistica ed imprenditoriale. Le riserve auree sono un bene pubblico fondamentale: che ne possano beneficiare anche soggetti privati come le banche in quanto diventate legittime titolari di una parte del capitale di Banca d’Italia è inevitabile, e che lo Stato le detenga esclusivamente per il tramite di quest’ultima è altrettanto inevitabile, ma che ciò avvenga senza una considerazione di una visione generale dell’economia, che sia diretta non da forze imprenditoriali irresponsabili e rovinose, ma da una programmazione pubblica che metta le briglie a tali forze imprenditoriali, almeno al momento irrinunziabili, è assolutamente inaccettabile.
Il caso Carige è emblematico e devastante allo stesso tempo: è l’ennesima crisi bancaria, con un commissariamento avviato di fronte ad una situazione di tentativo di risanamento dopo i disastri della vecchia gestione (Berneschi ed associati) ed approvato da Banca d’Italia: con il socio di maggioranza che si è rifiutato di sottoscrivere l’aumento di capitale. Banca ad’Italia ha quindi doverosamente disposto il commissariamento (con commissari individuati nei due precedenti personaggi di vertice ed in un illustre giurista). Malacalza ha poi cambiato il passo ma intanto il grande disastro era già combinato. Dal 2015, anno della risoluzione delle quattro banche, non si è riusciti ad effettuare un solo salvataggio normale, riuscendo ad operare solo in via straordinaria ed estemporanea. Il risanamento delle banche è impossibile, almeno nelle condizioni attuali: è questa l’amara verità. Allora, va in tali termini condotto il dibattito che è sorto ora in Italia sulla crisi delle banche: vale a dire che il dibattito deve essere collocato in un ambito completamente nuovo e diverso. Si parta dal dibattito attuale: c’è chi sul “Fatto Quotidiano” lamenta la mancanza di regia, ed è una lamentela surreale, visto che il suo ruolo è stato ridimensionato sia in relazione alla BCE sia in relazione alla normativa “bail-in” che ha impedito il salvataggio delle banche del 2015, minando la credibilità del sistema bancario, sia infine con la crisi profonda delle banche di deposito. Ci si è ribellati a Banca d’Italia e così la “moral suasion” di questa si è dimostrata velleitaria. Ecco il caso Malacalza, che sarebbe stato inconcepibile nel passato. In tanto hanno, nel passato, lamentato lo strapotere di Banca d’Italia: eccoli accontentati, ma non si comprende ora di cosa ci si lamenti. Sono le classiche lacrime da coccodrillo: anzi, viene in mente il grandissimo, e mai abbastanza compianto, Fabrizio “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel Tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”. Problema diverso era ed è quello di aprire i controlli di Banca d’Italia a profili diversi ulteriori rispetto a quelli di stabilità, come la correttezza ed il divieto di abusi. In generale, limiti ascrivibili a Banca d’Italia ci sono stati sì ma dipendenti soprattutto dal mutato contesto storico e dall’incapacità della politica di agire e di intervenire efficacemente in materia. L’eccesso di timidezza di Banca d’Italia, certamente sussistente, va letto esclusivamente in tale contesto. Tentativi di coinvolgimento di Banca d’Italia e di suoi massimi esponenti in scandali e dissesti bancari sono miseramente naufragati: fa eccezione l’episodio del 2005 dei c.d. “furbetti del quartierino” e di eccesso di supporto alla Banca Popolare di Lodi, che si è risolto con le dimissioni dell’allora Governatore Fazio e con la sua condanna penale (evitata nel caso parallelo di Unipol-Bnl), eccesso che sconfinò nella partigianeria non per deviazione della persona e dell’Istituto ma per una mala intesa logica protezionistica di mercato interno: si è trattato di comportamento che ha gravemente leso l’immagine dell’Istituto, ma non è stato un comportamento soggettivamente illecito: è stato piuttosto un mero effetto della situazione di disorientamento generale del settore bancario. Sul versante opposto, si è sostenuto da parte di Angelo De Mattia che Banca d’Italia non può essere il canale dirigistico quale quello a suo tempo individuato nella visione della sinistra degli anni 60-70 Ebbene, la posizione di De Mattia è scarsamente comprensibile, prima ancora che del tutto non condivisibile, anche tenendo conto che lo stesso De Mattia, all’epoca della vicenda dei “furbetti del quartierino” braccio destro di Fazio, lo difese a spada tratta e continua così ancora oggi. La regia è necessaria, in quanto l’instabilità tipica dei mercati finanziari diventa esplosiva con il dilagare della speculazione e con la crisi delle banche di deposito: senza una regia dotata di poteri coercitivi, le crisi non possono essere risolte. Pertanto il vero nodo è quello di ricostituire l’effettività dei poteri coercitivi di Banca d’Italia e di effettuare tale ricostituzione anche in ottica di direzione del settore. Occorre ricostruire la problematica procedendo per gradi. Il primo punto fermo è la necessità dei salvataggi che una normativa -in recepimento di direttiva europea attuata solo con l’Italia e con la Grecia!!!!- demenziale (c.d. “bail-in”) ha reso sempre più difficili da praticare. Il secondo punto è che, per evitare che i salvataggi rendano conveniente la realizzazione di comportamenti temerari e dissennati, alla luce della convinzione ragionevole di poter trovare un rimedio, occorre il massimo rigore nei confronti dei responsabili del dissesto e dei beneficiari delle operazioni dissennate. Il terzo punto fermo è che la sanzione degli abusi dei gruppi di comando non è sufficiente vista la grande crisi delle imprese industriali, con la conseguenza precipua che la mancanza di patologie nell’esercizio dell’attività non è più sufficiente per il rilancio dell’attività di deposito. E’ quindi necessaria una programmazione pubblica che limiti in modo stringente e pervasivo la speculazione spingendo le banche a rafforzare il settore di erogazione, ed anche quello dei servizi di investimento non speculativi, e poi coordini tra di loro il settore bancario e quello industriale per evitare conflitti, i quali, nell’esorbitare da una fisiologica contrapposizione di interesse quale quella propria dei rapporti contrattuali di scambio, impediscono sia una leale collaborazione per il recupero dei crediti da parte della banca, anche con interventi di garanzia sempre più estesi e non limitati ai componenti del gruppo di comando, sia che le banche provvedano al risanamento delle imprese invece di vessarle in un’ottica di dominio speculativo. E’ necessario, in conclusione, ricorrere ad un regista, individuato in Banca d’Italia, con il rafforzamento dei controlli di correttezza di Consob, e deve trattarsi di regia propria di un collegamento tra controlli bancari e programmazione pubblica economica, come osteggiato da De Mattia, Ma ciò senza cadere in un dirigismo velleitario, bensì individuando nella programmazione coercitiva la condizione per salvare il settore bancario, con una politica economica pubblica unica in grado di contrastare le tendenze distruttive del grande capitale. E’ questa sì una programmazione anticapitalistica ma nei termini necessari per salvare il sistema liberandolo dalle sue tendenze autodistruttive e così che si colloca in un’ottica riformistica. E’ la grande ripresa della programmazione di Riccardo Lombardi, contestata vittoriosamente da Guido Carli (tra i cui principali allievi spiccava Paolo Savona, che sembra abbia ora cambiato posizione), che si opponeva ad ogni anticapitalismo, ritenendo necessari esclusivamente gli interventi confronti di Luigi Einaudi e dell’economia sociale di mercato della scuola di Friburgo, rivelatisi invece del tutto velleitari. Tale programmazione fu non appoggiata dai partito socialista, avventuratosi in un’impervia ed improba ottica di improba sintesi tra riformismo -anche anticapitalistico, s’intende- atomistico e logica spartitoria, ma fu anche contrastata dal partito comunista, che pensava alla programmazione soprattutto in un’ottica di conquista del potere. Ora la programmazione economica pubblica coercitiva anticapitalistica di natura riformista è l’unica misura necessaria per salvare la finanza -cade così l’obiezione di Carlo, ora seguito da De Mattia, di una programmazione che, utilizzando Banca d’Italia ed i controlli bancari, svilisce il settore bancario e finanziario- e con essa l’economia. L’obiezione che questa è velleitaria di fronte alla globalizzazione ed alla de-materialità del capitale finanziario cade di fronte alla pacifica circostanza che tale ostacolo è invincibile solo fino a quando il governo della globalizzazione è fittizio come quello da parte dell’Europa, ma che invece è facilmente superabile nel momento in cui il governo diventa efficace se costretto da concomitanti rivolte popolari diffuse. Il populismo va quindi visto con profonda attenzione, anche se è ancora ancora acerbo ed immaturo, come dimostrato dalla scriteriata guerra dei 5 Stelle (aiutati dalla Lega) contro Banca d’Italia, ponendosi sulle orme non meritorie di Renzi/Boschi. Tra sostegno acritico al capitale finanziario ed ai dissesti da un lato e dall’altro populismo demagogico vi è una contrapposizione sterile. Banca d’Italia può costituire l’ultimo focolaio di resistenza veramente alternativo: finora ha inteso il suo ruolo meritorio in un’ottica di ancoramento al liberalismo ed all’europeismo. Il suo ruolo, che va ribadito ed addirittura ripetuto fino alla noia essere del tutto meritorio, va mantenuto sì in un’ottica però ribaltata.
Il populismo, caratterizzato com’è dal richiamo diretto al popolo, senza intermediari e senza mediazione alcuna, viene imputato di distruggere i corpi intermedi come partiti e sindacati. Si trascura, così, con siffatta contestazione, che detti enti, fungendo da forme di organizzazione del popolo, perdono ogni valore nel momento in cui l’organizzazione ha ad oggetto solo l’“immateriale”. Il partito si è dissolto nel rapporto tra “leader” e gruppi di pressione da un lato e “leader” e popolo dall’altro, mentre i sindacati hanno perso il proprio punto di riferimento con la scomparsa della fabbrica. Lelio Basso costruì la teoria dei contropoteri da contrapporre al potere del capitale, basandosi, oltre che su partiti e sindacati, sui consigli di fabbrica e sui comitati di quartiere, di scuola, di strutture sanitarie, etc., anch’essi inattuali: era una teoria la sua che prospettava una rete diffusa di opposizione sociale e popolare che fosse in grado di articolare un’alternativa provvista di grande consenso anche attivo e propositivo, ed addirittura partecipativo. Al momento attuale, non ci possono evidentemente essere contropoteri, se non rari e marginali. Costruire il popolo come contropotere, come pretende il populismo, prescinde dall’organizzazione ed entra evidentemente in un vicolo cieco. Il problema vero è come costituire l’organizzazione del popolo, ma si entra anche qui in un vicolo cieco. Ed infatti, l’unica organizzazione ad oggi possibile è quella del capitale, quale realtà immateriale. Nel portare all’estremo la teoria di Marx, l’unica realtà è quella del capitale, in quanto l’unica dal valore economico. Sarà pure una realtà a testa in giù -come sottolineato da Marx, e ripreso da Colletti, già quando era marxista e che poi usci dal marxismo evidenziando che tale punto fermo del pensiero di Marx, al pari di altri, era in contrasto con un approccio scientifico, e qui Colletti aveva torto, in quanto in campo sociale tra reale ed artificiale non vi è alternativa rigida, essendo il tutto frutto di rapporti sociali e quindi dell’attività dell’uomo-, ma in ogni caso ma è l’unica realtà effettiva, mentre le altre sono solo virtuali. Conseguentemente, occorre, non de-economizzare i rapporti sociali, ma all’esatto contrario costruire, gradualmente, forme economiche alternative, vale a dire forme sociali in grado di prefigurare un’economia alternativa, non un’economia che si sciolga nella società, come secondo un certo sbocco utopistico del marxismo che compromette la sua scientificità, ma un’economia basata sul valore centrale ed esaustivo del lavoro. I corpi intermedi sono quelli funzionali a tale impostazione: al momento si tratta di controllare il capitale a mezzo della programmazione pubblica. Per la precisione, i corpi intermedi sono quelli di operatori economici penalizzati dalla speculazione e dal grande capitale, come risparmiatori, piccoli concorrenti non in grado di diventare grandi che possono essere interessati ad uno sviluppo equilibrato, il tutto compreso da Riccardo Lombardi il quale, all’epoca del primo centro-sinistra nel 62-63, tentò di assistere la programmazione con la penalizzazione dei grandi gruppi speculatori e abusivi e con leggi sulla concorrenza e sulla riforma della società per azioni e con l’abolizione del segreto bancario. Resta in ogni caso, con tale impostazione, non risolto il problema generale e sistemico dei corpi intermedi sociali e politici, vale a dire il ruolo attuale dei grandi corpi intermedi, partiti e sindacati, senza i quali si mantiene resta fermo il rapporto diretto tra popolo e “leader” che porta, diritto, al cesarismo ed alla democrazia autoritaria, con i quali, d’altro canto, l’emancipazione economica è del tutto illusoria. Il nodo è quello dell’organizzazione dei bisogni antitetici al capitale. Dalla democrazia economica si può almeno partire: la democrazia politica deve essere costruita come vincolo dei rappresentanti ai rappresentanti proprio in un ambito di programmazione economica. Il partito ed il sindacato non hanno più senso se non riescono, ciascuno nel proprio ambito, ad aggregare intorno al lavoro ed ai lavoratori i citati soggetti economici.
Il nazionalismo viene ferocemente attaccato per i collegamenti con il fascismo e pertanto la sinistra dovrebbe allearsi con i moderati antinazionalisti per scongiurare ogni pericolo antidemocratico. Già si è visto in altre note che il moderatismo antinazionalista è fittizio. Ma il vero nodo è un altro: il nazionalismo attuale ha un atteggiamento di non ostilità nei confronti del fascismo ed ha una tendenza naturale ad un’alleanza con esso, ma, a ben vedere, non risulta che ciò registri un cambiamento rispetto al moderatismo di Berlusconi, che aveva lo stesso atteggiamento. La differenza tra le due situazioni viene vista nella circostanza che il fascismo è nazionalista, mentre il moderatismo no. Ciò come sé visto non è fondato. E’ ovvio che il nazionalismo ha più punti in contatto con il fascismo di quanti ne abbia il moderatismo visto che il fascismo è un nazionalismo antidemocratico mentre il moderatismo utilizza il nazionalismo ma non lo è. Utilizza il nazionalismo per bloccare la lotta di classe ed i conflitti sociali. Allora, il nazionalismo ha punti in contatto con il fascismo ma non è necessariamente antidemocratico: lo diventa se vi è una minaccia esterna come il comunismo o se comunque fenomeni esterni mettano in pregiudizio l’ordine interno. I fenomeni esterni possono essere gestiti in modo democratico all’interno se restano per l’appunto esterni: i problemi interni no nel momento in cui intaccano il sistema. Ed allora il nazionalismo è necessariamente antidemocratico all’esterno, in quanto deve bloccare in tutti i modi i pericoli esterni e diventare a sua volta un pericolo per gli altri Stati se ciò si rivela necessario per la propria sopravvivenza.ma non necessariamente all’interno. La conseguenza, indefettibile, è che il nazionalismo della Lega può limitare le punte razzistiche ed autoritarie fino a quando tali punte non si rivelano necessarie per bloccare i conflitti sociali, vale a dire vino a quando questi ultimi non diventano a loro volta minacciosi. Una sinergia tra conflitti sociali e pericoli esterni non è realistica, in quanto la globalizzazione è solo del capitale e non del lavoro. L’utilizzo strumentale di tale argomento da parte del nazionalismo è ben possibile come fu fatto con esito positivo in Germania ed in Italia dopo la prima guerra mondiale, ma devr essere scongiurato dalla sinistra unendo conflitti sociali e difesa dell’interno da pericoli esterni, a fronte del divieto di arrecare poi pericoli all’esterno. La sinistra deve essere antinazionalista e nel contempo tutelare l’interesse interno, purché non ipostatizzato, e quindi purché sia sempre collegato al popolo ed ai conflitti sociali. Il nazionalismo è intrinsecamente antidemocratico, sia all’interno sia all’esterno, ma tale antidemocraticità emerge solo in situazioni estreme. Per il momento si è lontani da siffatte situazioni estreme. L’antidemocraticità del nazionalismo emerge all’interno per bloccare i conflitti sociali ed all’esterno quando vuol minacciare altri Stati per risolvere i propri problemi interni. La sinistra deve vigilare affinché i migranti non minaccino l’ordine interno ma non deve rinunziare ai conflitti sociali, se del caso anche utilizzando i migranti: se ciò sarà intollerabile per il nazionalismo, allora la sinistra potrà e -dovrà- essere pronta allo scontro. All’esterno, la sinistra deve battersi per un ordine internazionale che impedisca a chiunque di minacciare l’ordine interno degli altri (come invece fa l’USA sistematicamente, ora con il Venezuela): tale atteggiamento da impedire è il vero imperialismo, che così si dimostra essere il logico ed inevitabile sviluppo del nazionalismo. La sinistra deve combattere l’imperialismo difendendo tutti gli ordini interni, per puntare poi a collegare questi. Essa sinistra non deve sostenere un ordine interno nazionalista ed imperialista (come fu fatto invece, sia pure in embrione, da Lenin e poi, in misura esasperata ed incontrollata ed illimitata, da Stalin), ma nemmeno rinunziare a difendere i singoli ordini interni, come fece in modo utopistico Rosa Luxemburg, che pur capì -e fu quella, in campo marxista, a capirlo con maggiore lucidità di tutti gli altri messi insieme- essere l’imperialismo lo sbocco inevitabile del capitale per risolvere i propri problemi interni.

LA CONSULENZA TOTALE

La consulenza totale o globale ( ) è quella forma di consulenza che, partendo dall’ambito finanziario, investe tutti i bisogni del cliente, e tutte le forme di valorizzazione del cliente, anche quelle di natura non finanziaria, come gli investimenti in beni rifugio o la programmazione del futuro assistenziale e di benessere del cliente o l’assistenza nei rapporti ereditari e così via. Consulenza globale o totale vuol per l’appunto che il consulente è l’interlocutore unico e si rivolge lui, per conto del cliente, allo specialista di turno, coordinando, sempre lui, le varie attività. In tal modo il cliente usufruisce di un’assistenza professionale il cui contenuto è la programmazione delle esigenze del cliente stesso. La consulenza finanziaria cessa di essere solo finanziaria non perché diventa di altra natura ma perché, all’esatto contrario, non si limita a curare l’investimento sui mercati, bensì investe tutta la finanza della clientela in tutti i momenti, anche interno ed anche nella fase di programmazione generale nel procacciamento e nell’utilizzo di mezzi finanziari e così nei risvolti sulle attività non finanziarie. In altri termini, si tratta di offrire al cliente una assistenza totale sul patrimonio e sei risvolti patrimoniali della sua vita nella parte “no business”: è una prestazione che fornisce al cliente dalle esigenze sofisticate e dalle possibilità economiche una sicurezza totale sulla propria gestione personale nella parte patrimoniale. Dalla consulenza finanziaria si passa alla consulenza patrimoniale complessiva, tranne che nella parte “business” e relativa all’attività lavorativa del cliente, offrendo una pianificazione che di norma hanno le aziende medie e grandi, con un “CFO”, capo finanza, e che adesso possono avere anche le persone fisiche. La finanza investe tutta la gestione patrimoniale delle persone fisiche, assicurando a chi non ha la struttura una prestazione altamente professionale. Tre sono gli effetti precipui della consulenza totale. In primo luogo, il rapporto dell’intermediario, e, per il tramite di questi, del Consulente Finanziario “fuori sede” con il cliente è trasparente con chiara ed univoca individuazione del loro ruolo e così della loro responsabilità. Essi svolgono il ruolo unico ed insostituibile di consulenza generale e, nell’ambito di questa, di consulenza finanziaria agli investimenti: in esecuzione di ciò, essi, ulteriormente, indirizzano il cliente ad uno specialista -che per i campi non finanziari è di solito esterno all’intermediario mentre nei campi finanziari può esserlo come no-, da essi scelto per compiti al di fuori della consulenza finanziaria, e così, in via esemplificativa, il gestore, il negoziatore, l’investment banker, l’operatore immobiliare, l’operatore in beni rifugio, il “trust”, e coì via. Nella parte estranea alla consulenza finanziaria rispondono per “culpa in eligendo”(vale a dire nella scelta) e per la mancata spiegazione al cliente delle regole di operatività di questi: per i beni rifugio, il caso dei diamanti dimostra che si deve dire al cliente cosa chiedere all’operatore e come farsi un’idea del prezzo di mercato, vale a dire quali e quanti listini consultare e così via. La Banca ed il Consulente Finanziario non possono mai fare sola segnalazione ma devono prestare la loro consulenza al cliente anche in materia non finanziaria nei limiti sopra visti. Il cliente è tutelato da una adeguata consulenza, relativa sia alla migliore destinazione dei suoi flussi finanziari sia al come operare in materia finanziaria, consulenza il cui contenuto ed i cui confini sono predeterminati nel contratto quadro, senza peraltro pretendere di traslare sull’intermediario e sul Consulente il rischio di mercato e di diligenza dell’operatore terzo. In secondo luogo una consulenza così capillare consente al cliente di muoversi come “homo oeconomicus” come fosse un’impresa, con la conseguenza che la razionalità economica diventa non più unilaterale ma tale da contraddistinguere anche l’operato dei risparmiatori e dei consumatori. Il ruolo dell’impresa da un lato diventa a tutto a campo ed invade ogni momento della vita di tutti ma dall’altro si pone proprio in funzione di tali esigenze con un’autonomia che è solo di mezzi e non di fini (l’impresa funzione e non più diritto soggettivo del titolare, diritto soggettivo che sussiste, ma relativa al solo pungolo e sostegno dell’iniziativa vivificatrice dell’impresa che poi ha un’autonomia completa dal titolare). Ma non solo: nel momento in cui la Consulenza Finanziaria ha l’obiettivo dell’incremento di valore economico generale per tutti, e non solo per le imprese, si pongono le basi per un modello di sviluppo economico che taglia l’erba sotto il terreno della speculazione finanziaria rovinosa. In terzo luogo, il ruolo del Consulente Finanziario è quello di realizzare, nell’ambito delle istruzioni dell’intermediario, la guida ottimale del cliente. E’ non un agente se non in via non autonoma, ma un professionista intellettuale, inserito nell’ambito della struttura organizzativa d’impresa che deve muoversi secondo le linee proprie di tale struttura organizzativa, nei soli limiti in cui questa esalta e valorizza la prestazione professionale e non se la lede. L’attività promozionale propria dell’agenzia è solo un momento dell’attività professionale e viene in questa inglobata. In tale ottica, del tutto imperativa e non derogabile, a seguire, i patti di non concorrenza per il periodo successivo allo scioglimento del rapporto tra intermediario e Consulente Finanziario possono impedire a questi, non di svolgere la Consulenza, ma solo di disinvestire verso i prodotti del nuovo intermediario. La Consulenza non è suscettibile di limitazione, che può colpire solo l’individuazione dell’intermediario dove sono espletati gli investimenti. Ma nell’ambito dei prodotti e servizi di questi l’intermediario precedente e deve eseguire le indicazioni dell’ex Consulente. Nel caso in cui attività professionale -del Consulente passato ad altro intermediario- ed investimenti deli precedente intermediario non sono tra di loro compatibili, la prevalenza va attribuita in ogni caso alla prima.

LE GRANDI OPERE

I 5Stelle sono contrari alle grandi opere, e così il mondo politico, economico e di opinione di orientamento moderato non ha alcun problema ad allearsi con la Lega, vituperata per il suo razzismo, nel difendere le stesse grandi opere. Il punto è considerato chiave in quanto coinvolge il rapporto tra sviluppo economico e natura: ma, in realtà, tale approccio è troppo angusto e riduttivo, ed il problema a è ben più complesso e vitale. Le grandi opere danno un segno di sviluppo e creano le infrastrutture necessarie sia per lo stesso sviluppo sia per condizioni adeguate di vita sociale. Ma le stesse sono rovinose, distruggono la natura ed alla fine non si dimostrano funzionali ad una logica di pubblica utilità. Ed infatti, provocano vantaggi smisurati ai privati: incrementano in maniera esagerata i profitti dei titolari delle imprese nei settori interessati. La critica si sposta sul piano economico, in quanto le grandi opere vengono commissionate ed effettuate a prescindere, non solo dal loro impatto ambientale e sociale, ma anche dalla loro efficienza intrinseca, intesa come resistenza strutturale ed idoneità tecnica -vista la loro facile deperibilità e scarsa consistenza-, e da un punto di vista tecnico più generale di scelta dei mezzi più idonei in termini di progettazione, materiale e di localizzazione. La delega alle imprese appaltatrici è totale e senza controlli effettivi. Dalla stazione appaltante pubblica che guida ed indirizza le imprese appaltatrici si è passati a queste come traduttrici ed interpreti di un approccio imprenditoriale che diventa il faro dell’opera pubblica ed in cui l’interesse pubblico è dato per scontato. La grande opera diventa così di interesse pubblico per antonomasia in quanto grande opera, senza una valutazione effettiva ed intrinseca. La grande opera diventa così utile per l’interesse pubblico proprio in quanto tale, mentre sarebbe necessaria una valutazione di utilità e di sua razionalità intrinseca, che invece viene obliterata ed evitata. Diventa questo un discorso veramente generale, di un’economia che esalta il valore di scambio, non solo disinteressandosi del valore di uso, ma addirittura deprimendolo e svilendolo. La difesa della natura ed anche di condizioni di sicurezza e di vita sociale non è quindi fine a sé stessa, ma è collegata ad una valutazione economica di idoneità della grande opera, che non sia scontata solo in quanto grande opera: non è un discorso contro l’economia come vogliono artatamente sostenere i liberisti, ma è una difesa dell’economia da uno sviluppo economico inefficiente e distruttivo. La tutela della natura è dal carattere sociale ed economico. Le grandi opere sono necessarie, ma solo se non rimesse alle imprese private, bensì esclusivamente se inserite in un’ottica di compatibilità di natura, sociale ed economica. Devono, in altri termini, rientrare nella programmazione economica. Non si può aderire all’ecologia in modo incondizionato, in quanto questa diventa anti-industriale, ma nemmeno si può accettare il “favor” nei confronti di una logica privatistica delle grandi opere, che diventa fattore di inefficienza. Il pubblico è al servizio dei privati, ma in un’ottica di inefficienza. Al contrario, il valore di scambio deve essere salvaguardato ed incentivato esclusivamente se favorisce quello di uso, mentre la risposta diventa assolutamente negativa se lo deprime. La TAV è necessaria, ma si sono tenute in debito conto le obiezioni di esperti, che proponevano altro tragitto? Sembra proprio che la sia voluta realizzare a tutti i costi senza alcuna valutazione di ordine naturale e sociale. E’ una distruzione di ordine naturale e sociale, in quanto si vuole favorire la grande opera, anche se inefficiente, con l’idea recondita di aggiustarla con altra grande opera e così via, in un’ottica di autoreferenzialità che porta alla massimizzazione dei profitti, a prescindere dalla propria utilità e razionalità intrinseca. E’ un’ottica analoga a quella del consumismo, in cui i consumi vengono alimentati con beni deteriorabili e sostituibili, in modo da sostituire l’utilità con l’alimentazione forzata. E’ così un elemento distorsivo degli investimenti e di una corretta allocazione delle risorse, in termini macroscopici visti gli alti importi coinvolti. E’ una distorsione non di natura pubblica, come ammoniscono in modo del tutto inconsistente i liberisti, ma di natura privatistica imprenditoriale. Facile è l’obiezione che la grande opera è di interesse pubblico di per sé in quanto provoca investimenti e consumi, anche di natura indotta, secondo una certa ottica keynesiana: questo è un punto centrale, in quanto è proprio qui che si snoda il crinale tra una politica di investimenti e della domanda mediante un supporto all’impresa (politica dell’offerta che ingloba ed indirizza anche gli elementi di politica della domanda) ed una autonoma rispetto alle convenienze delle imprese private ed in funzione di un coordinamento dell’economia secondo equilibrio (vera e propria politica della domanda effettiva). E’ quest’ultimo è l’unico assetto economico ammissibile. Il nodo delle opere pubbliche è decisivo per l’economia, e mostra che gli squilibri sono propri, non dell’intervento pubblico dell’economia -se rientrante in un’ottica di programmazione effettiva senza restare invischiato in un dirigismo fine a sé stesso-, ma dell’azione incontrollato del grande capitale privato.