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Ad Aquisgrana si è perfezionato un importantissimo accordo tra Germania e Francia, così importante da essere qualificato come Trattato. Quale che sia il nome, ed il termine “Trattato” è forse esagerato, ma sembra utilizzato apposta per consacrare la sua importanza ed anzi la sua portata epocale, quello che è certo è che non solo si concretizza in una vera e propria esclusione dalla sua portata del resto dell’Europa, ma anche si rivela tale da creare all’interno dell’Europa un nucleo duro, che esclude la sua natura comunitaria e consacra una vera egemonia. L’Europa non esiste. Esiste l’Impero tedesco, con alleato forte francese e con alleati minori, la cui natura minore viene così sbandierata ai quattro venti. Ernesto Galli della Loggia, da tempo critico della deriva liberista, anche di quella a sinistra, e nostalgico della socialdemocrazia, constata che di fronte al sovranismo vi sono due nazionalismi, quello tedesco e quello francese, il che dimostra il fallimento dell’Europa. Non si può non convenire con l’illustre folgorato sulla via per Damasco, anche se più che di due nazionalismi è corretto parlare di un impero tedesco con alleato francese. Che i due non siano concordi non dimostra la sussistenza di quella dialettica che si vuole vedere sul “Corriere della Sera”: semplicemente si tratta di quel leggero “distinguo” tra centro dell’Impero e periferia – in senso politico e non geografico, visto che i due Paesi sono tra di loro attaccati- privilegiata. A ben vedere, i “distinguo” non hanno alcuna consistenza: l’insofferenza di Macron per l’austerità tedesca è una maschera di una richiesta di maggiori privilegi, e non sfocia nella confessione della linea tedesca, dei cui frutti la Francia stessa beneficia alla grande, potendo le imprese francesi fare incetta di gioielli imprenditoriali italiani, che il nostro Paese, messo in ginocchio, non è da tempo in condizioni di difendere. Al di là di differenze, pur non banali di impostazione nell’analisi e nella ricostruzione, quel che conta è il punto centrale, su cui vi è accordo totale tra gli interpreti -quelli non omologati, s’intende, che l’Europa non solo è fallita ma addirittura è inconsistente: ovviamente tale punto centrale viene riconosciuto dagli interpreti non omologati ma non dall’opinione dominante che lo trascura. L’Europa si oppone al nazionalismo ma è la quintessenza del nazionalismo, addirittura –secondo la versione dello scrivente- dalla natura imperialista. E’ l’unione, anzi la simbiosi, perfetta e perversa, tra nazionalismo e globalizzazione (quale manifestazione de-materializzata, de-localizzata e finanziaria), propria del volto del capitale nella sua versione finale, di capitale finanziario. La polemica contro l’Europa da parte del Governo gialloverde è anche condotta spesso in modo inadeguato -l’attacco alla Francia sulla moneta coloniale è stato realizzato senza una seria e completa analisi, anche se la sostanza non è così infondata come invece i critici “unionisti” vogliono far vedere; del resto, l’attacco di Macron contro Salvini e Di Maio, quali governanti non adeguati, anche se il “leader” francese si è espresso con una certa finezza, a differenza dei due nostri, non è così diverso-, ma mostra che il Re è nudo. Il richiamo dell’opinione dominante alla necessità della diplomazia trascura per l’appunto che l’azione del Governo, pur malaccorta che sia, non è nient’altro che una ribellione nei confronti di un dominio oppressivo e rovinoso. La politica di Salvini nei confronti degli immigrati è inaccettabile ed addirittura inammissibile, ma lo stesso ha mostrato, con grande sagacia, l’ipocrisia ed addirittura la natura fittizia dell’atteggiamento umanitario europeo. L’isolamento in Europa che si imputa al Governo è fasullo: è l’Europa che è isolata e priva di rilievo. Sia ben chiaro, uscire dall’Europa o dall’Euro è, con quasi granitica certezza, per chi non si può difendere sui mercati, una soluzione peggiore di quella opposta, ma in ogni caso è bene prepararsi al crollo, per fattori endogeni, dell’Europa. Il sogno di una nuova Europa, da molti coltivato, è del tutto illusorio, proprio in quanto le sue tendenze e la sua natura intrinseca dimostrano la sua incapacità di correzione endogena. Ci vuole un sussulto impetuoso esterno. Nazionalismo e liberismo convivono armonicamente nell’Europa: è qui si snoda il nesso perverso da spezzare. L’Europa non è portatrice di universalismo. Se si vuole l’universalismo occorre andare oltre l’Europa: ma oltrepassare l’Europa è intrinsecamente necessario perché essa è priva di futuro, ed il presente è a breve scadenza. Le dinamiche storiche portano ad una bipolarità tra America e Cina, con blocchi terzi autonomi (Russia, mondo arabo) dotati di un’effettiva coesione politica, mancante all’Europa, e con l’Inghilterra che va verso orizzonti inesplorati, ma restando ancorati ad un profilo non tanto di geo-politica quanto piuttosto di dislocazione del potere finanziario sulla base di criteri diversi da quelli classici di filosofa politica e comunque non coincidente con questi. La soluzione va quindi trovata su un piano totalmente innovativo di una nuova forma politica basata sulla coesistenza tra repubblica universale e sovranità monetaria e finanziaria sei singoli Stati. Il lancio di tale nuova forma non può che partire dall’Europa, unica che ha elaborato principi in qualche modo con essa compatibili, ma la sua affermazione non potrà che prescindere dalla stessa Europa e dovrà porsi su un piano di regolamentazione globale del capitale finanziario. Proprio su questo piano una sintesi tra protesta popolare e necessità di correggere drasticamente le dinamiche speculative e rovinose del capitale finanziario possono porre le basi di siffatta nuova politica, soprattutto, se come con certezza assolutamente granitica, il grado di tendenze rovinose del capitale finanziario continua ad aumentare in modo esponenziale.
Emma Bonino, prima delle elezioni di marzo 2018, ha criticato “Liberi ed Eguali con Grasso” per una politica economica che vorrebbe ritardare la modernizzazione del Paese ingessando il mercato del lavoro in virtù del ripristino del divieto di licenziamento ingiustificato di cui all’art. 18 Statuto dei Lavoratori abolito dal “Job Act”, e aggravando i conti pubblici con un regime più oneroso delle pensioni tornando indietro rispetto alla legge “Fornero”. Commenti analoghi sono rilasciati da tutti i rappresentanti del moderatismo italiano. Sergio Fabbrini, sul “Sole 24Ore”, è andato oltre ed ha accomunato il programma di Leu a quello dei sovranisti populisti e nazionalisti, e questa è un’opinione, da rispettare certamente, ma che non merita commento. Il programma economico di Leu è stato elaborato da valenti economisti tra cui Vincenzo Visco ed è stato criticato per eccesso di spesa pubblica, cui i redattori hanno risposto in modo convincente. Ma occorre un salto in avanti: il problema del debito pubblico non può essere eluso: ed infatti, anche un’impresa privata non può avere debiti superiori al fatturato. Gli interessi erodono gli utili ed intaccano il patrimonio. Il Giappone e l’America hanno un livello di indebitamento superiore ma lo sviluppo economico della seconda e l’intervento del sistema bancario del primo rendono la situazione tollerabile. Nell’81, con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, è venuto meno l’obbligo di Banca d’Italia e per essa del sistema bancario di sottoscrivere i titoli del debito pubblico: ciò al fine di liberare il sistema bancario da oneri impropri e per spingere lo Stato a ridurre il proprio debito pubblico privato della ciambella di salvataggio (nello stesso periodo, lo “staff” di Reagan esprimeva lo stesso concetto in modo molto efficace e rude “bisogna affamare la bestia”): le cose non sono andate così e il rapporto, allora al 60% ,è ora arrivato ai livelli iperbolici di adesso. Il debito pubblico è ora essenzialmente determinato dagli interessi mentre è diminuita fortemente la componente sociale. La “bestia” non è stata affamata ma sono stati affamati i soggetti deboli. Inoltre, lo Stato ha perso il controllo del debito pubblico, della spesa pubblica e della politica economica, visto che le aste del debito sono in mano alle grandi banche d’affari internazionali. Le banche italiane sono state sì liberate dell’obbligo, ma nel contempo hanno perso autonomia rispetto alle grandi banche internazionali ed hanno visto compromesso lo spazio dell’attività ordinaria in crediti, in modo che la solidità è diventata appannaggio solo delle grandi banche che possano permettersi finanza speculativa. Il divorzio ha leso il debito pubblico e la politica economica, il che era un obiettivo dichiarato, ma anche il settore bancario e finanziario, il che alla fine rivela un’eterogenesi parziale e negativa dei fini. Per completezza, le stesse banche, quando possono sostengono il debito pubblico ma solo se il Governo è prono al valore della finanza internazionale, non quando si ribella come adesso. Che il debito pubblico sia una questione in cui l’aspetto decisivo è rappresentato da profili non di tecnica economica ma di rapporti di forza economici supportati dalla politica è così evidente. Ma non per questo si può trascurare come dietro i rapporti di forza vi sia un nodo squisitamente economico. Ed infatti, il problema dei conti pubblici in estremo disavanzo rivela la presenza di un disordine economico interno che va risolto. I controlli di efficienza dei mezzi e di eliminazione degli sperperi sono necessari. La spesa sociale, pensionistica e sanitaria e dei servizi pubblici essenziali deve avere dei meccanismi di razionalizzazione essenziali che sono mancati nel passato. In seconda battuta, occorre affrontare il problema di un profondo cambiamento di sistema, la cui soluzione presuppone la ripresa di autonomia della politica economica e del sistema bancario, con l’emarginazione delle grandi banche d’affari internazionali . Infine, occorre scontare una parte consistente del debito pubblico dovuta al comportamento illecito delle grandi banche d’affari internazionali: si tratta di parte consistente, 30/40%, che va abbattuta a carico di queste. Quest’ultima proposta appare senz’altro, almeno “prima facie”, impossibile da realizzare. Ma di fronte ad una vera e forte protesta popolare che rivendichi il proprio diritto all’autodeterminazione la penalizzazione delle grandi banche d’affari internazionali per i loro illeciti non si rivela così velleitaria. Pertanto, è fondamentale che tale ultima proposta sia la fase terminale di un progetto nel quale ci siano anche le prime due proposte. La penalizzazione delle grandi banche d’affari internazionali per i loro illeciti diventa così la risultante di un processo in cui la spesa pubblica viene razionalizzata e lo Stato riprende il controllo sia della propria politica economica e del debito pubblico sia il controllo delle proprie banche interne. Con il nuovo approccio, non si trascura il nodo i rapporti di forza economici ed il ruolo della politica, ma lo si presenta quale aspetto terminale di un nuovo approccio economico che ponga al centro l’efficienza, liberandola dal dominio letale del grande capitale. Mentre, nel capitale finanziario, i rapporti di forza piegano l’economia al servizio del grande capitale, con distruzione di valore sia in campo pubblico sia in campo privato, ivi compreso quello bancario, solo con un vero riformismo socialista -che non abdichi alla lotta di classe come invece fece la socialdemocrazia nel secondo dopoguerra con il bel risultato di presentarsi poi disarmata quando scomparve la minaccia del socialismo reale-, i rapporti di forza sono a garanzia di una vera efficienza economica che produca, in modo razionale e sociale, valore, e non lo distrugga. Sul come inserire in tale approccio la rielaborazione della teoria marxiana del valore, non si può, per il momento, che parafrasare “Kypling”, “That’s another story”.

“ELITE” E POPOLO

Su “Repubblica” è emerso un interessante dibattito sul rapporto tra “elite” e popolo avviato da Baricco. La criminalizzazione del ricorso al populismo è scomparsa, e ci si è resi conto, finalmente -non è mai troppo tardi!!!-, che le “elite” hanno fallito. Si propugna così un avvicinamento tra “elite” e popolo. Il discorso è viziato, non solo politicamente ma prima ancora concettualmente ed intellettualmente. In primo luogo, ci si fermati nell’analisi solo al primo passo e non si sono compiuti gli altri: così, non ci si rende conto che il fallimento delle “elite” dipende dal fallimento totale del modello economico sottostante, il capitalismo liberista e finanziario, al cui servizio le “elite” politiche si sono pedissequamente collocate. In secondo luogo, il rapporto tra “elite” e popolo è visto in modo meccanicistico nella scelta delle migliori “elite” possibili, senza assolutamente porre in discussione la distanza rispetto al popolo, che non solo è ma si vuole sempre mantenere incolmabile. La teoria politica della democrazia ridotta alla scelta delle “elite”, propria della omonima teoria del pensiero conservatore, “rectius” di quella parte di questi che si è arresa controvoglia alla democrazia, di fatto si è affermata ed è stata seguita anche a sinistra, la quale, sia nella versione leninista sia nella versione socialdemocratica del marxismo, con l’eccezione quindi della sinistra socialista e delle altre correnti libertarie, ha affidato la “mission” del proletariato al partito In definitiva, si trascura che le “elite” sono appiattite sul potere economico, e che la crisi non è superabile per la semplice ragione che ci si rifiuta assolutamente di mettere in discussione sia le “elite” sia il sistema economico. Proprio in relazione al dibattito citato, il punto che così si trascura, ed anzi che si intende deliberatamente trascurare, è che l’attuale populismo ha una grande efficacia e forza perché attacca un sistema ormai vetusto e in via di disgregazione, anche se provvisto di una grande forza che gli consente sia di dividere socialmente ed economicamente gli avversari e di dominare totalmente le istituzioni, senza alcuna dialettica. Allora, che le “elite” possano riprendere un proprio ruolo positivo ed anche attivo è del tutto illusorio. Il problema è ben altro, ed anzi di natura affatto opposta: premesso che le “elite” sono oramai fuori gioco, può il popolo creare un’alternativa e come? Impostata la domanda in altro modo, l’antagonismo al capitale può trovare una base unitaria in quella massa indistinta che è il popolo? La risposta negativa è molto meno scontata di quel che possa apparite “prima facie”. Il populismo avanza, certamente, una protesta cieca e distruttiva e senza sbocchi. Ma le “elite” non sono in grado di rinnovarsi. Allora, occorre porre in discussione il sistema. Il nodo è a livello non di filosofia politica ma di assetti economico-sociali, livello quest’ultimo che si rifiuta di vedere: si afferma con orgoglio che è un sistema senza alternative, rifiutando di rendersi contro della discrasia tra efficienza, ormai del tutto insussistente, da un lato e, dall’altro, forza, di converso al massimo livello. L’insussistenza di alternativa è il frutto di un suo sopruso, di un suo enorme ed intollerabile abuso, che genera l’inevitabilità di catastrofi ad ogni livello. A livello di filosofia politica, si tratta di prendere atto che anche gli assetti istituzionali del capitalismo sono, irreversibilmente, saltati, con la conseguenza che occorre un nuovo approccio istituzionale che ridimensioni le “elite” fornendo ampio spazio alla voce del popolo. Per non porre le condizioni per scontri di sistema che alla fine mettano quest’ultimo in discussione, è il popolo in rivolta che deve costringere il capitale a limitare fortemente le “elite”. Il rinnovamento delle “elite” è impossibile in quanto esse sono appiattite su un sistema in disfacimento, ma anche una loro sostituzione è parimenti impossibile a meno che quelle nuove non accettino una riduzione del loro ruolo a quello di veri rappresentanti del popolo, in un’ottica in grado di introdurre nel sistema elementi anticapitalistici forti e pregnanti, quale unica via per consentire al sistema di sopravvivere in condizioni di minima decenza. E fino a quando il popolo non si divida nuovamente in classi, il che al momento non è per nulla alle porte, l’anticapitalismo non potrà che essere parziale. Il rinnovamento del sistema deve arrivare in chiave economico-sociale, con una fortissima limitazione del capitale. La riforma a livello istituzionale non può che porsi in assoluta coerenza con tale importantissima novità economico-sociale.
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Mattarella ha lasciato chiaramente, ed inequivocabilmente, intendere che il Governo populista non deve arrivare allo scontro con i mercati e con l’Europa ostinandosi a difendere la propria manovra economica, in quanto altrimenti l’elevamento dello “spread” inciderebbe sul debito pubblico e sugli investimenti ed impieghi di banche e quindi sui risparmi dei cittadini. Ha così ricordato il valore imperativo della tutela del risparmio, in tutte le sue forme (checché ne dica Nava, di cui “infra”) di cui all’art. 47 della Costituzione. Di fronte ad una tematica così rilevante e dagli effetti drammatici, occorre attestarsi (almeno come tentativo, poi sul risultato è tutt’altro discorso) su un elevato livello scientifico, evitando di impantanarsi su polemiche fini a sé stesse. Ma qui non si può evitare di partire proprio da polemiche, non fini a sé stesse, ma necessarie per diradare la nebbia artatamente introdotta dall’opinione dominante, di cui il Presidente Mattarella si è reso, in modo surreale, garante ed addirittura, in vero e proprio crescendo rossiniano, interprete ed attore principale. Ebbene, è del tutto surreale che si scopra oggi la tutela del risparmio violata sistematicamente dall’Europa con la normativa (demenziale) “bail-in” (difesa da Nava di cui “infra” e il cui recepimento in Italia è stato firmato senza colpo ferire proprio da Mattarella) e dalla speculazione selvaggia delle grandi banche d’affari internazionali, la cui repressione si è affievolita sempre di più. Dov’era Mattarella allora (e dov’era quando Nava, Presidente dalla Consob fatto dimettere, in modo in ogni caso irresponsabile, dal Governo populista, ha detto che gli investitori non sono risparmiatori)? E’ ovvio e pacifico che la presa di posizione di Mattarella è del tutto strumentale ed inconsistente. Ma non per questo, si può omettere di affrontare il dibattito. Ed infatti, certamente, la tutela del risparmio è fondamentale: la sinistra non è mai stata troppo attenta al riguardo, condizionata forse dal pensiero di Marx e da quello di Keynes, che lo ricollegavano al fenomeno delle rendite improduttive. L’errore è profondo: il risparmio è un fenomeno neutro che appartiene a tutte le categorie sociali ed è intrinsecamente positivo in quanto da un lato consente a tutti di salvaguardarsi per il futuro, e tale funzione è ben più importante per i ceti deboli, dall’altro sostiene nel contempo l’economia. Quello che sfugge all’opinione dominante, e con essa a Mattarella, che il risparmio è ora leso dalla speculazione finanziaria e dalla crisi delle banche tradizionali. E innanzitutto qui che occorre intervenire. Ma si è ancora lontani da un approccio corretto alla questione. Ed infatti, occorre con grande onestà riconoscere che il risparmio di per sé, vale a dire in via intrinseca, è estraneo alla politica della domanda che si forma sugli investimenti dediti allo sviluppo del consumo e sull’utilizzo del risparmio forzato, in quanto discendente dai risultati economici degli investimenti e dalla spesa pubblica non da consumi: esso sembra rientrare nella politica dell’offerta. Qui è la grande contraddizione: da un lato, il risparmio volontario e privato è collegato alle dinamiche libere dell’economia, con le risorse dei settori in avanzo che si indirizzano verso i settori in disavanzo secondo criteri di valutazione di adeguatezza intrinseca ed ottimale. Dall’altro, le dinamiche libere dell’economia portano al travisamento della sua funzione, a causa del ruolo abnorme della speculazione finanziaria, che distrugge innanzitutto lo stesso risparmio ed anche a causa dell’alterazione della destinazione delle risorse che viene imposta dal capitale finanziario: questi comprende al proprio interno la speculazione finanziaria e la integra in un contesto più ampio, “reciius” per essere più precisi la arricchisce e la rende meno evidente, anche se essa resta la componente principale in modo preponderante.. Pertanto, la tutela del risparmio richiede necessariamente ed anzi imperativamente la repressione della speculazione finanziaria e l’indirizzo pubblico degli investimenti, vale a dire la politica della domanda, che peraltro non lo contempla. L’incontro tra politica della domanda e tutela del risparmio è un nodo fondamentale sempre rimosso ma che occorre invece affrontare. Ciò fu genialmente compreso ai tempi del primo centro-sinistra da Guido Carli, che si rifiutò di acconsentire alla programmazione economica da parte dei socialisti, eccependo sempre l’inutilizzabilità al riguardo del settore bancario e di conseguenza l’incompatibilità assoluta tra tutela del risparmio e stessa programmazione economica. Il risparmio non è mai stato tutelato in Italia, ma il richiamo allo stesso ed all’art. 47 della Costituzione fu utilizzato per impedire la programmazione economica, e a monte la politica e economica, e pertanto per rendere inoffensivo il rischiamo all’art. 41 della Costituzione. Il nesso tra i due elementi fu invece compreso -anche se non sviluppato- da Riccardo Lombardi che uscì sconfitto dal duello con Carli in quanto, mentre questi fu sostenuto da tutto il capitale, la sinistra non fu affatto compatta nel sostenere lo stesso Lombardi. Nel parafrasare Kypling, “That’s another story”. Dobbiamo quindi ringraziare sentitamente il Presidente Mattarella che, sia pure in modo strumentale e surreale, ha riproposto il dibattito, il quale va ovviamente affrontato senza seguire il percorso, assolutamente travisato, tracciato dallo stesso Mattarella.
Fa scandalo la richiesta del governo italiano di portare il rapporto deficit/pil al 2,4% e così si alimenta una campagna mediatica – a destra come a sinistra – che ha in realtà il vero obiettivo di spianare la strada alla speculazione finanziaria. In base ai nudi dati economici, l’Italia non è affatto a rischio di insolvenza. All’elevato debito pubblico, infatti, fa da contraltare uno dei più bassi valori del debito delle famiglie e delle imprese. Se poi aggiungiamo il surplus commerciale (che è superiore allo stesso deficit pubblico del 2,4%), l’allarme lanciato è solo giustificabile sul piano politico e ideologico e non economico. Dovrebbe invece fare scandalo che negli ultimi 25 anni sono state promosse politiche fiscali che hanno ridotto le imposte per le società di capitale e le aliquote sui redditi più alti, aumentato le aliquote sui redditi più bassi, ridotto fortemente la progressività, a vantaggio della rendita finanziarie e dei più ricchi, Tali misure hanno sottratto ingenti risorse al bilancio dello stato favorendo, insieme alla spese per interessi, l’aumento del debito pubblico. Dovrebbe fare ancor più scandalo che a fronte di questa situazione, uno dei cavalli di battaglia di questo governo, sia la “flat tax”. * * * * * Due sono le principali accuse che la troika economica e le agenzie di rating (entrambe espressione degli interessi dell’oligarchia finanziaria internazionale) rivolgono alla proposta di legge di stabilità del governo italiano. La prima ha a che fare con la scelta di portare al 2,4% il rapporto deficit/Pil, ben sopra al limite (1,6%) ufficiosamente pattuito dalle precedenti leggi di stabilità dei governi Renzi-Gentiloni (che, a fine 2017, è arrivato al 2,3% nel silenzio generale) ma ben al di sotto del limite ufficiale sancito dagli accordi del 1997 che è pari al 3%. La seconda è che tale obiettivo, comunque, difficilmente potrà essere ottenuto perché le stime di crescita del Pil effettuate dal governo, a seguito della manovra economica (+0,5%), sono considerate sovrastimate. In questa breve nota, ci limitiamo per il momento a discutere del primo punto. La situazione debitoria europea La fragilità economica di un paese è certamente legata anche al livello del suo indebitamento. Ma correttezza vuole che si faccia riferimento al debito complessivo di tutti gli agenti economici che operano nel sistema economico (non solo lo Stato, ma anche le famiglie, le imprese e le banche). Se prendiamo in esame il debito complessivo in rapporto al Pil, abbiamo qualche sorpresa. Secondo una recente survey del McKinsey Global Institute, sulla base dei dati della Bank for International Settlements (Banca dei regolamenti internazionali) riferiti al 2017, il paese più indebitato al mondo risulta essere il Lussemburgo per un ammontare pari al 434% del Pil, seguito da Hong Kong (396%), terzo il Giappone (373%). Con riferimento alle nazioni europee, quelle più indebitate sono l’Irlanda e il Belgio (345%), seguite da Portogallo (322%), Francia (304%), Olanda e Grecia (entrambe al 294%), Norvegia, 287%, Gran Bretagna (281%), Svezia e Spagna (275%). L’Italia (265%) si colloca nelle retrovie, con un valore di poco superiore alla Danimarca, Finlandia, Svizzera, Austria e Germania. Se disaggreghiamo tale dato, l’Italia ha il 151% di debito pubblico (seconda in Europa – dopo la Grecia, e terza al mondo, con il Giappone che detiene il primato di paese con lo Stato più indebitato: 214%). Ma si trova negli ultimi posti in classifica per debito delle famiglie (41%, contro il 127% della Svizzera, il 117% della Danimarca, il 107% dell’Olanda, il 102% della Norvegia, l’87% della Gran Bretagna). Meglio dell’Italia è solo la Polonia (36%). Con riferimento al debito delle imprese, anche in questo caso la situazione italiana è tra le più virtuose. Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Francia, Portogallo, Spagna presentano valori doppi rispetto all’Italia e solo Grecia e Germania si trovano in una situazione migliore (seppur di poco). La solvibilità complessiva dell’Italia non può quindi essere messa in discussione, anche tenendo conto che la quota di debito pubblico detenuta da operatori economici italiani è oggi salita al 68,7%, grazie soprattutto all’incremento dal 5% al 16% effettuata dalla Banca d’Italia grazie al Quantitative Easing della Bce. Occorre notare che il 26% del debito pubblico italiano è, inoltre, detenuto da banche prevalentemente italiane e il 18% è invece detenuto da fondi finanziari e assicurativi, prevalentemente stranieri, quelli più interessati a avviare attività speculative. I piccoli risparmiatori ne detengono solo il 5%. Per completezza d’analisi, alla situazione debitoria nazionale occorre aggiungere l’eventuale indebitamento estero. Come è noto, l’Italia è il secondo paese, dopo la Germania, a vantare il surplus della bilancia commerciale più elevato d’Europa. I dati relativi a fine 2017 (Fonte: Eurostat), ci dicono che l’avanzo commerciale italiano ha raggiunto la cifra di 47,5 miliardi (pari al 2,8% del Pil), derivante da un surplus di 8,3 miliardi con i paesi della UE e di 39,2 con quelli extra-UE[1]. Di fatto il surplus dei conti con l’estero sarebbe in grado di ripagare più che abbondantemente il deficit interno. La Germania ha maturato un surplus commerciale di 249 miliardi pari al 7,6% del Pil. Ricordiamo che all’interno del patto di stabilità europeo, oltre ai vincoli sul rapporto deficit/pil, occorre prendere in considerazione il limite massimo di avanzo commerciale di un paese membro, che non può superare il 6%. Di fatto, l’unico paese che del corso del 2017 ha compiuto un’infrazione al Patto di Stabilità è stata la Germania ed è prevedibile che tale limite del 6% verrà superato anche nel corso del 2018. E’ infatti da più di 5 anni che la Germania supera tale limite. Ma nessun commissario europeo sembra accorgersene. Di converso, la Francia presenta un deficit commerciale di circa 80 miliardi e la Gran Bretagna addirittura di 176,2 miliardi. Di fronte a questo quadro, l’accanimento contro il solo debito pubblico per contestare le scelte di politica economica non ha una ragione strettamente economica ma esclusivamente politica e ideologica. Si tratta di impedire che un paese membro possa adottare una politica espansiva basata sul deficit spending in grado, potenzialmente, di evitare lo smantellamento del welfare e la finanziarizzazione privata dei servizi sociali, a partire dalla sanità e dall’istruzione (visto che la previdenza è stata già di fatto finanziarizzata). Ciò che è in gioco non è l’autonomia economica dell’Italia, come la retorica nazional-sovranista vorrebbe farci credere. Se anche ritornassero la lira o un’Europa di singoli stati sovrani sul piano monetario, la configurazione geopolitica internazionale basata sul confronto tra l’asse boreale Trump-Putin (che vedrebbero con favore la scomparsa dell’Europa) e l’asse australe Cina-India-Sud Africa-Brasile, renderebbero i singoli paesi europei ancor più deboli e in balia delle oligarchie economico-finanziarie. A chi conviene il debito italiano? Forse non tutti sanno che a partire dal 1992, con l’unica eccezione del 2009, il saldo primario del bilancio dello Stato (ovvero la differenza tra le entrate e le uscite complessive, al netto della spesa per interesse) è sempre stato abbondantemente positivo. In questi anni, dal 1992 al 2017, lo Stato ha prodotto un risparmio pari a 795 miliardi. Negli ultimi 25 anni, l’ammontare delle spese per interessi ha, invece, raggiunto una cifra pari a 2094 miliardi. Di conseguenza il debito pubblico italiano è cresciuto di 1.299 miliardi. Appare quindi evidente che la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria. Approfondiamo questo aspetto, utilizzando i dati del rapporto del Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi (CADTM) che verrà presentato alla stampa il prossimo 27 ottobre 2018, a Roma[2]. Tre sono state le fasi in cui l’Italia è stato oggetto di attacchi speculativi. Il primo è il biennio 1992-93 con la crisi valutaria della lira, che ha portato, sul piano sociale, all’abolizione della scala mobile e alla draconiana manovra finanziaria del governo Amato. Nonostante questi interventi (aumento della pressione fiscali in senso non progressivo, smantellamento di parte del servizio pubblico che porterà alla riforma previdenziale del 1996 e alla privatizzazione dell’acqua, dell’energia, del trasporto e delle comunicazioni, riduzione del costo del lavoro e inizio della sua fase di precarizzazione), il rapporto debito pubblico è passato dal 101,6% del 1991 al 111,3% del 1993 e al 127,3% del 1994. Come ricordato è proprio nel 1992 che si realizzerà per la prima volta dagli anni Settanta un avanzo primario positivo che nell’arco del triennio ammonterà a 56,52 miliardi di euro. Di contro, la spesa per interessi ammontò a 303,27 miliardi (con un incremento del 62,7% rispetto al triennio precedente). Il secondo attacco coincide con l’avvio della crisi dei subprime del 2007-8: il rapporto deficit/Pil passa dal 99,34% del 2007 al 112,2% del 2009, l’unico anno in cui si registra anche un disavanzo primario (al netto degli interessi), con il IV governo Berlusconi. La spesa per interessi risulta pari nel triennio a 229,2 miliardi di euro. Occorre ricordare che l’entrata nell’euro aveva, invece, prodotto una diminuzione del rapporto debito/Pil dal 109,1% del 2000 al 105,9% del 2002, grazie soprattutto al calo dei tassi d’interesse. Pochi anni dopo, arriva il terzo attacco, quello forse più pesante, con lo spread che nel 2011 arriva a quota 575. La crisi aveva portato alla caduta del governo Berlusconi e all’arrivo del governo Monti. L’attacco si fermò quando la Deutsche Bank, che aveva iniziato a febbraio del 2011 la vendita della quota di titoli di Stato in suo possesso per speculare sui derivati italiani, decise a novembre di quell’anno di ricominciare ad acquistarli di nuovo, dopo aver capitalizzato ingenti guadagni. Nel 2011 e 2012, l’esborso dello Stato per la spese in interessi arriva a toccare i 160 miliardi. Se sommiamo questi episodi, ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi, ovvero il 20,6% dell’intero debito pubblico del 2017. E’ una cifra che è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, come già abbiamo ricordato, solo il 5% del debito complessivo. A tale rendita occorre poi aggiungere le plusvalenze maturate sulla dinamica dei derivati sui titoli di stato, che, nel caso del 2011, hanno consentito guadagni di oltre il 500% in pochi mesi. * * * * * Analizziamo ora le entrate fiscali. Esse sono composte da tre grandi voci: le imposte dirette (pari nel 2016 al 35%), le imposte indirette (34%), i contributi sociali (31%). Gli introiti delle imposte dirette derivano nel 2017 per il 58,1% dai redditi da lavoro (salari e pensioni), per il 21,7% dai redditi di impresa (partecipazioni e utili), per il 7,3% dai redditi da capitali (interessi e dividendi), per il 2,6% da redditi fondiari (affitto) e per il 7% da redditi patrimoniali[3]. Ciascuno di questi cespiti è soggetto a una tassazione separata. I redditi da lavori sono soggetti alla progressività delle aliquote. I redditi da imprese solo in parte. Ad esempio le società di capitali pagano un’Ires pari all’aliquota unica del 24%. Lo stesso vale per gli affitti (imposta unica del 21%), per gli interessi sui depositi bancari (26%) e sui titoli di stato (12,5%). Ne consegue che chi gode di un reddito derivante non solo dal lavoro ma anche da altre attività (affitto, interessi, ecc,) vede ridursi la propria progressività in un contesto di elevati redditi cumulati, con un trattamento a lui/lei più favorevole. Inoltre negli ultimi anni, le varie riforme fiscali hanno di gran lunga ridotto non solo la progressività delle aliquote sull’Irpef ma anche le aliquote uniche di alcuni redditi. E’ il caso dei redditi di impresa: fino al 1995 quelli realizzati da società di capitali erano tassati al 37%. Poi è cominciato un lento declino fino a raggiungere il 24% nel 2017 con il governo Renzi. Quando fu introdotta l’Irpef come unica tassa sui redditi di lavoro e di persone nel 1974 (riforma Visentini), gli scaglioni di aliquote erano più di 20, con valori che partivano dal 10% (per i redditi più bassi) sino ad un massimo del 72% (per i redditi superiori ai 300.000 euro l’anno). A partire dalla prima riforma del 1983 sino all’ultima del 2007, tale ventaglio di aliquote è stato drasticamente ridotto sino alle 5 attuali: 23% per i redditi sino a 15 mila euro, 27% tra i 15 mila e i 28 mila, 38% tra i 28 mila e i 55 mila, 41% dai 55 mila ai 75 mila e 43% oltre i 75 mila. Non solo sono state diminuite le aliquote sui redditi più alti e aumentate quelle sui redditi più bassi ma anche la curva della progressività è diventata sempre più elastica, concentrandosi prevalentemente sui redditi medio-bassi, quelli dello scaglione di imponibili lordo (il netto è circa un terzo inferiore) tra i 28 mila e i 55 mila. Ne è conseguito che: “In virtù delle riforme fiscali operate dal 1983 al 2007, i super ricchi, quelli con redditi superiori a 600.000 euro, nel solo 2016 hanno goduto di un regalo fiscale pari a 1 miliardo di euro. Considerato che il loro numero non va oltre le 10.000 persone, ognuno di loro ha potuto accrescere il proprio patrimonio di 100.000 euro” [4] Se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, “otteniamo una perdita per lo Stato, nel [solo] 2116, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5% del gettito Irpef”[5] Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall’emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato. Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività! Per una maggior completezza di analisi, dobbiamo anche aggiungere il fenomeno dell’evasione e dell’elusione fiscale, che, secondo le stime pubblicate nel maggio 2017, è stata per il 2014 di 110 miliardi di cui 11 evasi sotto forma di contributi sociali, 36 come IVA e 63 come imposte dirette. Quali conclusioni? La veloce e incompleta panoramica ci porta ad alcune preliminari conclusioni: L’Italia non si trova in una situazione di rischio di insolvenza, come gli allarmismi del gotha finanziario vogliono far credere. La campagna mediatica, orchestrata anche da alcuni siti di informazione compiacenti (a destra come a sinistra), ha come scopo principale attivare campagne speculative, assai lucrose per chi detiene il controllo dei flussi finanziari; Il debito pubblico italiano è stato causato dall’incremento della spesa per interessi (a seguito delle campagne speculative) e da riforme fiscali che hanno favorito un poderoso trasferimento di risorse dalle fasce più povere della popolazioni a quelle più ricche. E’ quindi del tutto falsa la narrazione dominante che associa la crescita del debito pubblico all’aumento della spesa pubblica, soprattutto nel periodo degli anni ’80 del secolo scorso, quando passò dal 60% a oltre il 120%. Eppure, come correttamente scrive Marco Bersani: “i dati ufficiali sulla spesa pubblica di quel decennio raccontano un’altra verità: infatti, al netto della spesa per interessi, la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre, nello stesso periodo, la media europea vedeva un aumento dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona dal 46,7% al 47,7%. Ovvero, sia in percentuale assoluta, sia in percentuale di aumento relativo, la spesa pubblica italiana si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell’Ue e dell’eurozona”. Il debito pubblico è così un”business”: favorisce la rendita finanziaria e coloro che sono già i più ricchi. L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla “flat tax” non fa altro che contribuire ad alimentare tale business. Solo il ripristino di una tassazione unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico. https://www.italia.attac.org/index.php/finanza-neoliberismo/la-trappola-del-debito/10828-il-grande-business-del-debito-italiano

SAVONA O DRAGHI?

) IL VERO NODO DELLA POLITICA DELLA DOMANDA. POLITICA ECONOMICA CONTRO DISORDINE ECONOMICO II) POLITICA EUROPEA CONTRO LATITANZA EUROPEA di FRANCESCO BOCHICCHIO I) I “PRO” ED I “CONTRA” DELLA POLITICA DELLA DOMANDA Draghi ha recentemente incontrato Mattarella esprimendosi contro la manovra economica del nuovo Governo italiano, alla cui base vi è la progettazione di Paolo Savona. Il primo punto fondamentale è proprio questo: due grandi economisti, di grande valore ed al di sopra di ogni sospetto, sostengono due visioni opposte, non solo teoriche, ma anche di politica economica, non solo potenziale ma addirittura attuale ed effettiva. Draghi ha salvato l’Europa con il QE, con acquisto in massa di titoli di Stato da parte della BCE, e facendo introdurre una normativa in grado di consentire di bloccare la speculazione finanziaria e la stipula di “Credit Default Swap” contro gli Stati deboli. Da un lato è la politica dell’offerta di sostegno all’economia ed alle imprese. Dall’altro ha salvato l’Italia ed ha anche mostrato la possibilità di intervenire contro la speculazione finanziaria quando tale da alterare i mercati finanziari. Coerentemente con il primo punto, non ha ritenuto di intervenire sulla politica industriale e sulla distribuzione del reddito. In relazione al secondo punto, non ha ritenuto nemmeno di effettuare un intervento organico sulla speculazione finanziaria. Sempre sul secondo punto, è stato anche responsabile della mancata opposizione all’introduzione della normativa “bail-in” che ha vietato -o comunque fortemente limitato- il salvataggio di banche agli Stati deboli, ponendoli conseguentemente in ginocchio, in quanto non in grado di risollevarsi senza un settore bancario solido. Savona sostiene la politica della domanda, con supporto dei ceti deboli, riqualificazione del debito pubblico e controllo della speculazione, ponendo le basi per un rilancio degli investimenti. Draghi ha grandi meriti: è stato sì il salvatore dell’economia italiana, ma solo quale riempitore di buchi. Savona propone una nuova politica economica in grado di assicurare il rilancio, ma anche di arrivare alla soluzione di problemi atavici, come il debito pubblico e il controllo sistematico sulla speculazione finanziaria, dalla quale può venire il sostegno del settore bancario. La sua non è politica assistenziale, ma all’esatto contrario si concretizza nel conferimento di mezzi finanziari ai ceti deboli che si colloca in un’ottica di investimenti pubblici e privati atti a sostenere la domanda, con intervento sul debito pubblico in termini di forte riduzione e riqualificazione, ed in un intervento correttivo sulla speculazione finanziaria in termini di riqualificazione dell’attività bancaria. Pertanto, al contrario dell’assistenzialismo, pone le basi per un rilancio forte e con accentuata riqualificazione degli investimenti, ma, a differenza della politica dell’offerta, ritiene centrale non il sostegno alle imprese ma quello ai ceti deboli. Ovviamente resta fermo il problema degli investimenti, dove non si può prescindere dalle imprese, in quanto gli investimenti pubblici sono il volano ma non sono esaustivi, ed un intervento pubblico nell’economia ha, soprattutto in questo momento di crisi dei debiti pubblici, dei limiti invalicabili. Savona è di ciò consapevole e non a caso parla di integrazione tra investimenti pubblici e quelli privati e a monte di integrazione tra politica della domanda e politica dell’offerta. Le cose non stanno in questi termini: politica della domanda e politica dell’offerta sono tra di loro incompatibili e l’una esclude l’altra. Il sostegno alle imprese presuppone un’estrema ed incontrollata libertà di queste nell’effettuare gli investimenti penalizzando la domanda interna e gli altri fattori produttivi. Solo la politica della domanda può indirizzare gli investimenti privati con una politica industriale ed una programmazione economica pubblica che eliminino distorsioni. La politica industriale e la programmazione economica sono elementi essenziali per la politica della domanda, mentre sono affatto incompatibili con la politica dell’offerta. La politica industriale e la programmazione economica sono come noto al di fuori della teoria di Keynes, che riteneva che gli investimenti sarebbero venuti automaticamente da una politica della domanda e da interventi mirati, essendo la speculazione finanziaria suscettibile di controlli politici adeguati. Tale assunto si è rivelato del tutto velleitario, in modo che si rivela necessario un intervento pubblico stringente sull’economia. Discorso diverso è se Savona riuscirà a condurre a termine il suo progetto e se la maggioranza che lo sostiene non resterà in preda dell’assistenzialismo. Segni negativi ve ne sono e tanti. Atteggiamenti penalizzanti nei confronti del mondo bancario rivelano un mero populismo ed una mera demagogia senza quella profonda riqualificazione e ristrutturazione del settore finanziario invece necessaria. Che in molti puntino a risolvere il tutto con una politica protezionistica è un sospetto forte, confermato dall’adesione alla manovra economica da parte dell’ex Governatore Fazio, contraddistintosi in tal senso e da sempre contrario ad una politica industriale e soprattutto ad una programmazione pubblica: fu uno dei giovani economisti di Banca d’Italia che negli anni del primo centrosinistra più efficacemente supportò Guido Carli nel contrastare la programmazione economica di Riccardo Lombardi e della sinistra socialista. Non si tratta quindi di sposare la linea del Governo: ben diversamente, si tratta di apprezzare come dietro tale linea vi sia una politica economica coerente ed imporante che può anche benissimo essere alla lunga disattesa dallo stesso Governo ma che certamente rappresenta un elemento di novità salutare in quanto introduce una problematica fondamentale per la sinistra. Che anche nell’atteggiamento di Savona vi siano profili da chiarire e comunque non condivisibili è pacifico e non a caso Savona è e resta sempre un liberale, critico sì ma da sempre alieno alla sinistra. Sta di fatto che la sinistra dovrebbe cogliere tale, irripetibile, occasione per aprire una discussione, apportare modifiche e predisporre un progetto politico coerente e sistematico idoneo ed in grado di offrire al populismo non nazionalista una sponda ed addirittura una via di uscita alternativa.
Il titolo è, volutamente, anzi provocatoriamente, fuori dalle righe: richiama il famoso libro di Merleau-Ponty quando ruppe con il marxismo teorico e con il materialismo storico alla luce dell’esito oppressivo della rivoluzione russa, ma anche alla luce delle polemiche con Sartre. L’esito fu frettoloso ma il libro fu importante come segno del disagio in ordine alla divaricazione tra teoria e prassi nel marxismo. Con il presente scritto, più modestamente ma con la pretesa di non perdere in approfondimento, si vuole dipanare il gioco delle nebbie intorno alla politica della domanda per mostrarne la vitalità inesauribile e la sua irriducibilità alla politica dell’offerta. Quella di Savona è una politica della domanda fondata sul ruolo centrale del sostegno ai ceti deboli, ma in chiave non assistenziale, bensì collegata agli investimenti. Keynes si incentra sugli investimenti pubblici, “rectius” sul loro sviluppo, da cui dovrebbero derivare quelli privati. Savona vuole coordinare quelli privati e pubblici. Il senso, nonostante le apparenze, è quello stesso -come si mostrerà “infra”, mentre invece l’essenza del populismo è quella di interventi pubblici non coordinati tra di loro e nemmeno senza correzione degli investimenti privati, in un’ottica mista di assistenzialismo e di confusione. Pertanto, tra il programma di Savoina e la realtà viva del Governo vi è un rapporto non armonico: il punto centrale è che il Governo ha adottato la linea del Savona. Sarà il Governo coerente al riguardo? Questa è una domanda politica seria: e lo scrivente nutre molti dubbi al riguardo, propendendo decisamente per la risposta negativa. Non serio è invece criticare il programma di Savona attribuendogli i vizi endemici del populismo e dei movimenti politici di Governo. In definitiva, la politica della domanda non è in alcun modo intrisa di assistenzialismo bensì si concretizza nello spostamento dell’approccio all’economia dall’impresa (nella teoria del liberismo, il ruolo centrale è in realtà assegnato al mercato, ma si tratta di una vera e propria “fictio”, visto che la mano invisibile è veramente “invisibile”, nel senso che il meccanismo oggettivo ed impersonale di funzionamento è mancato) ad un’ottica di interesse pubblico complessivo. Mentre Keynes non prese mai posizione espressa e sistematica sul grado effettivo di correzione dell’azione imprenditoriale da parte dell’attore pubblico, convivendo in lui una doppia anima, di liberale da un lato e di teorico dell’instabilità del capitalismo dall’altro, si realizzò poi la dicotomia tra keynesismo di destra e di keynesismo di sinistra. Ebbene, la politica della domanda, nella versione keynesiana di sinistra (per tutti Minsky), ruota intorno a tre punti, il ruolo centrale degli investimenti pubblici, l’aumento degli stipendi/salari e delle risorse dei ceti deboli, e il controllo della speculazione finanziaria. Ma, con la speculazione finanziaria diventata endemica e senza limite, occorre qualcosa di profondo, per l’esattezza qualcosa di molto più profondo. La correzione dell’azione imprenditoriale non deve derivare come effetto naturale di un’azione coordinata ma deve essere perseguita autonomamente: ma non solo, occorre anche che sia una correzione non marginale, bensì che crei un indirizzo complessivo dell’economia da parte dell’attore pubblico. La politica dell’offerta non è compatibile con quella della domanda, perché la prima si basa su un ruolo secondario dell’intervento pubblico, che essenzialmente deve essere di supporto all’impresa. E’ la politica “supply-side” di Reagan e della Thatcher. La differenza è che adesso ci si è resi conto di interventi correttivi, ma sempre limitati. Né si può ribattere che la politica dell’offerta può ben comprendere la politica industriale, in quanto si tratta di politica industriale di mero supporto all’industria privata ed in ogni caso priva di ogni inserimento nella logica della programmazione pubblica, che è lo spauracchio di chi crede nella centralità degli investimenti privati. Ma più in generale, occorre fare chiarezza sulla politica della domanda: la versione di destra del keynesismo, se ha liberato l’intervento pubblico da ogni logica subalterna rispetto all’iniziativa privata, lo ha fatto strumentalmente rispetto alla politica dei redditi, in un’ottica tesa ad un controllo ferreo dei salari -non va dimenticato, il liberismo è veramente tale solo sul mercato del lavoro-. E’ ovvio che la differenza tra keynesismo di destra e politica dell’offerta è nitida e ferma, ma in entrambi vi è la forte necessità di controllare la mano pubblica e di porre ad essa un preciso limite, in modo che alla fine non è questa che controlla quella privata, ma si verifica l’esatto contrario. L’unica politica della domanda è quella della versione del keynesismo di sinistra, rispetto a cui occorre una svolta nel senso di una maggiore incisività, per domare il capitale finanziario. Qui sorge il grande interesse dello scrivente per la posizione di Savona: questi, sostenitore da sempre del keynesismo di destra, ha però compreso la necessità di domare il capitale finanziario, senza potersi limitare a quegli interventi correttivi limitati tipici dell’economia sociale di mercato, di cui pur si dichiara convinto sostenitore. Ma non solo: Savona ha compreso l’antinomia tra capitale finanziario e controllo del debito pubblico: da keynesiano di destra, egli punta deciso ad una riduzione del debito pubblico, ma in un’ottica di riqualificazione e di rivendicazione fiera di autonomia della politica economica pubblica dal capitale finanziario, il che trova un ostacolo nella circostanza che le aste del debito pubblico sono in mano alle grandi banche d’affari internazionali. In Savona lo scrivente non vuol limitarsi a vedere un esempio clamoroso di eterogenesi dei fini, vale a dire il progetto economico di un liberale che si caratterizza in senso di riformismo antiliberista, tenendo anche conto che lo stesso Savona rifiuterebbe presumibilmente tale lettura, anche se è una lettura che si ritiene proficua e che si svilupperà in un approfondito studio sullo scontro tra Guido Carli, maestro di Savona, e Riccardo Lombardi, faro dello scrivente, ai tempi del primo centro-sinistra, in quanto si vuol mostrare che l’unica, inevitabile, alternativa al liberismo è quello di un riformismo socialista gradualista. Lo stesso non è mai stato sostenuto coerentemente, nemmeno nel periodo d’oro della socialdemocrazia, in quanto le conquiste di questa furono non frutto di una sua forza, invece mancante nel momento in cui si concretizzò nella rinunzia al conflitto sociale, avviata da Bernstein e proseguita a Bad Godesberg, ma una forma di gentile concessione da parte del sistema, spaventato della minaccia sovietica. Alcuni corollari: gli avversari della posizione di Savona ironizzano sula circostanza che questi non può che finire con il confidare negli impieghi delle banche in titoli pubblici: è un’ironia degna di miglior sorte, in quanto tali impieghi costituiscono un fenomeno normale nell’economia occidentale, come insegna l’esperienza dell’America, dove, dopo le ultime elezioni “mid-term”, con il bilancio americano imposto da Obama e non approvato dal Congresso, le banche d’affari americane. di fronte a tale situazione disastrosa, nulla hanno fatto per boicottare il debito pubblico, più alto di quello italiano, e del Giappone, il cui debito pubblico è anch’esso più alto di quello italiano, dove le banche sono, normativamente, obbligate ad acquistare titoli pubblici. Le banche sono essenziali per l’economia ed i populisti non se ne accorgono quando insistono, irresponsabilmente, nel penalizzarle. E non a caso, le banche italiane hanno cessato, con i populisti al Governo, di acquistare titoli pubblici italiane, ma trascurano che solo la politica della domanda può rilanciarle nell’attività creditizia a danno della speculazione. Draghi con il QE, vale a dire con l’acquisto in massa di titoli pubblici (soprattutto dei Paesi deboli, da parte della BCE, ha favorito e realizzato la politica dell’offerta. Certamente, la realizzazione della politica della domanda spetta non a lui ma ai singoli Stati: peraltro, con il supporto al debito pubblico senza qualificazione e senza indirizzo degli investimenti (e con un controllo della speculazione finanziaria solo quale forma “tampone” di una situazione disastrosa all’epoca 2011-2012), ha fornito il presupposto essenziale per la politica dell’offerta, “rectius” per non sviluppare una coerente politica della domanda.
La teoria del valore In Marx -sviluppata ben oltre Ricardo ed in replica ai tentativi di confutazione di Bailey- è il tentativo più complesso e articolato di una teoria del valore assoluto, oggettivo e non soggettivo e non riducibile alle propensioni individuali ed all’incontro soggettivo tra domanda ed offerta. E’ l’unica alternativa teorica alla teoria liberista, anche nella versione temperata di questi tesa a ravvisare nel mercato un meccanismo oggettivo e razionale di allocazione di mezzi, risorse e beni, la “mano invisibile” di Adam Smith. Il meccanismo oggettivo è in contraddizione con la tesi delle preferenze soggettive e dell’utilità marginale, ma la contraddizione è stata superata intendendo il mercato quale idoneo ad evitare le distorsioni alle valutazioni soggettive, esse centrali. Il valore oggettivo viene da Marx individuato nel lavoro. La teoria del valore-lavoro è caduta nella trasformazione in prezzi, in quanto è pacifico che i prezzi non sono corrispondenti al lavoro incorporato. La soluzione arrecata al problema della trasformazione da Sraffa è incompatibile con la teoria del valore-lavoro in quanto la merce-tipo in quanto i prezzi sono indipendenti dal lavoro incorporato e, addirittura più radicalmente, individua una merce tipo, con le caratteristiche merceologiche suscettibili di essere generalizzate a tutte le altre merci, mentre il valore è una categoria totalizzante che trascende le caratteristiche tipologiche (come è reso pacifico dal ruolo determinante del valore di scambio, di cui appena “infra”). Ma lo stesso Marx non ha mai creduto fino in fondo alla sua tesi del valore assoluto riconducibile solo al lavoro: l’elemento caratterizzante del sistema non è il plusvalore a danno del lavoro ma la presenza del valore di scambio che si manifesta come valore d’uso, ma non è questi a determinarne il contenuto. E’ lo scambio che caratterizza il sistema sin “ab origine”, in un’ottica tesa a massimizzare il profitto. L’eliminazione del plusvalore non comporterebbe il cambiamento del sistema. Ma, in via più generale, lo scambio a valori eguali se non sul mercato del lavoro, con questi che genera un plusvalore, quale presupposto essenziale del valore assoluto, non è mai stato, nella realtà storica ed effettuale, generalizzato: il capitale si è basato sempre sugli scambi ineguali, come mostrato impareggiabilmente da Braudel e confermato in chiave marxista da Sweezy nella celeberrima politica sulle origini del capitalismo con Dobb, questi attestato su posizioni ortodosse. Il valore non industriale del sistema non è frutto di evoluzione ma è una caratteristica essenziale del capitalismo. Il valore assoluto vi è ma è non il lavoro, bensì il capitale, che è non solo un rapporto di produzione ma anche fattore di produzione. Il capitale è produttivo nel sistema, come Napoleoni comprese in quegli anni: non a caso, Schumpeter economista conservatore non marxista ma grande ammiratore di Marx, notò argutamente che nel “Capitale” Marx cercò il comunismo ma trovò il capitalismo. E che la teoria del valore-lavoro di Marx mostri crepe è evidente se si tiene conto che è arbitrario ritenere che il profitto nasca solo dal capitale variabile, vale a dire dal lavoro, e non dal capitale fisso, vale a dire dai macchinari e dalla tecnologia che consentono sia risparmi di costi sia aumenti di produttività. E lo stesso Marx ha sempre compreso il valore decisivo delle macchine e della tecnologia tanto è vero che a questi -e solo a questi- conferiva l’idoneità a superare la scissione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, con il lavoro in grado di guidare macchine e tecnologia: “General Intellect” (ciò nei Grundisse). In definitiva, la teoria del valore assoluto è giusta, ma è arbitrario ritenere che nel sistema capitalistico la fonte del valore sia il lavoro. Ciò vorrebbe dire che il capitalismo si caratterizzi in termini di mero arbitrio, con il valore conferito dal fattore economico oggetto di sfruttamento. E’ da replicare che lo sfruttamento vi è ma non in termini di arbitrio, bensì come capacità del fattore che sfrutta di aggregare il fattore oggetto di sfruttamento, rendendolo suscettibile di sfruttamento, anche con il concorso fondamentale di mezzi e tecnologia. Il problema sorge con il capitale finanziario dove il valore si determina a prescindere da ogni profilo produttivo, anche distruggendo valore, rendendo lo sfruttamento arbitrario e disaggregando il lavoro. Ciò costituisce la conferma la conferma dell’acutezza dell’analisi di Marx, che comprese che il capitale, smarrendo la componente produttiva, si sarebbe alterato. Il lavoro si deve sostituire al capitale. E’ un problema non solo dipendente dai rapporti di forza, ma anche dalla intrinseca natura tecnico-economica. La trasformazione dei valori in prezzi e è impossibile in quanto la massimizzazione del profitto porta a divaricarsi dal valore e dalla produzione per concentrarsi sul profitto a tutti i costi. Il ruolo produttivo del capitale è parziale ed anche deformante. La trasformazione dei valori in prezzi può realizzarsi solo abolendo il capitale a cura del lavoro. L’analisi di Marx è dalla natura logica ma non storica. Egli pensa ad un valore imperniato sulla produzione, mentre il produttivismo può realizzarsi solo con il lavoro. Pensa che la distorsione provocata dal capitale possa essere legata solo al plusvalore, mentre invece essa è più generale, in funzione del capitale di scambio. Ma, in uno sbocco idealistico, pensa addirittura che il valore di scambio venga meno con il socialismo -tranne che in una pagina famosa del III libro del Capitale, valorizzata solo da Galvano della Volpe-, mentre invece si tratta di sostituire il valore assoluto alla base. Compito della scienza economica è di individuare come il lavoro possa sostituirsi al capitale, avvalendosi di macchine e di tecnologia e quindi come possa procedere ad investimenti senza la molla del profitto. La teoria del valore di Marx è essenziale, pur se emendare in punti non banali: solo se si parte dalla concezione di un valore assoluto e, nel contempo, senza incrostazioni idealistiche, si riconosce che il capitale è produttivo, ma con elementi distorsivi, esaltati nel capitale finanziario, allora e solo allora si può depurare il valore assoluto di ogni distorsione, sostituendo il capitale con il lavoro.