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La sentenza della Corte Costituzionale tedesca (la Corte di Karlsruhe) sulla politica Bce –instaurata da Draghi e proseguita da Lagarde- di acquisto illimitato di titoli pubblici nazionali (“Quantitative Easing”) non boccia tale politica ma prospetta in modo minaccioso la bocciatura. Fondatamente, la Corte di Karlsruhe ha escluso che tale acquisto violi i Trattati Europei: e non può essere altrimenti visto che l’acquisto di titoli pubblici è un compito fondamentale delle Banche Centrali, e la BCE è l’unica Banca Centrale dell’Area Euro –vale a dire l’unica Banca Centrale con compiti di emissione della moneta e di svolgimento diretto di compiti monetari, mentre le Banche Centrali dei singoli Paesi svolgono tali compiti solo partecipando ai meccanismi ed ai sistemi europei diretti dalla stessa BCE-. Altrettanto fondatamente, la Corte di Karlsruhe ha sollevato il dubbio se tale politica, pur in astratto legittima, sia o no compatibile con gli obiettivi di politica monetaria e fiscale dell’Unione: ed anche qui non può essere altrimenti, visto che un’operazione così massiccia e continuativa di sostegno dei Paesi deboli risulta in potenziale contrasto con la filosofia e con l’essenza della’Europa di Maastricht e di Lisbona, nel momento in cui consente ai Paesi traballanti di stare in piedi. Quanto meno il sospetto che in virtù di tale politica detti Paesi possano eludere i vincoli ed i parametri europei, vale a dire che essa politica costituisca un mezzo surrettizio di sottrazione degli Stati deboli ai propri obblighi. Con tale politica, l’Europa, a mezzo del proprio Organo fondamentale, vale a dire la propria Banca Centrale, pone le basi di un vero auto-dissolvimento. In modo ineccepibile, la Corte di Karlsruhe ha dato tempo alla BCE per il tramite formale dello Stato tedesco di motivare la propria politica al fine di risolvere il dubbio. E’ una mossa ineccepibile, in quanto concede il tempo necessario alla BCE ma soprattutto a sé stessa per verificare se il sostegno si trasformi o no in elusione. Per tale accertamento ci vuole del tempo, proprio quello che la Corte di Karlsruhe ha concesso alla BCE e, soprattutto, a sé stessa. La decisione della Corte di Karlsruhe è nella sostanza ineccepibile: ha colto la sostanza della questione e così ha sollevato il dubbio –si ripete “il dubbio”, non “un dubbio”- sacrosanto, riservandosi di verificare la fondatezza di esso dubbio alla luce dell’esito del trascorrere del tempo quale sarà passato al vaglio sapiente della BCE, per il tramite formale dello Stato tedesco. Ma allora perché le vestali dell’europeismo, presenti anche in Italia, si stracciano le vesti per gridare al lupo ed al crimine di lesa maestà europea? Quello che è certo è da un punto di vista costituzionale gli argomenti utilizzati sono palesemente inconsistenti, anche se utilizzati da autorevolissimi interpreti –è un vero e proprio peccato che a loro non sia unito il massimo degli esperti, Sabino Cassese, presumibilmente troppo dedito a denunziare l’incostituzionalità -del tutto frutto della più fervida fantasia- delle norme italiane in materia di “virus”. Essi sostengono genericamente l’affossamento dell’Europa che la decisione della Corte di Karlsruhe avrebbe provocato, senza entrare nel merito del nodo impeccabilmente sollevato dalla stessa Corte. Così sono costretti a denunciare che la Corte di Karlsruhe non ha competenza e legittimazione a giudicare del comportamento degli Organi comunitari, di spettanza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee che sarebbe sovra-ordinata alla Corte di Karlsruhe. E’ difficile individuare tanti e colossali abbagli tutti in una volta. Ed infatti, non ha senso alcuno, da un punto di vista di diritto costituzionale e di diritto comunitario ed internazionale, quale delle due Corti sia sovra-ordinata all’altra. All’esatto contrario, l’una giudica in relazione alle norme europee e soprattutto, per il tramite di queste, ai Trattati europei ed alle norme fondamentali europee, in relazione alle Costituzioni interne. Per concludere nel senso della prevalenza della Corte di Giustizia delle Comunità europee sulla Corte di Karlruhe, le vestali dell’europeismo sono costrette a sostenere l’ammissibilità di deroghe alle Costituzioni interne da parte dei Trattati e delle norme fondamenta europee. Ebbene, qualche hanno fa, proprio la Corte di Karlsruhe ha solennemente e limpidamente statuito l’inammissibilità di deroghe e violazioni in tal senso in relazione alla Costituzione tedesca: i Giudici della Corte indossano ciascuno una toga rossa ed adesso tutti li apostrofano come “toghe rosse”, cercando di giocare sull’equivoco lessicale, mentre invece il sovversivismo giuridico della Magistratura tedesca è semplicemente irresistibile come umorismo involontario. Sia ben chiaro, il problema vi è ed è enorme, ma è opposto a quello che viene indebitamente presentato: il vero problema non è nell’orientamento della Corte di Karlsruhe, ineccepibile in quanto la Costituzione interna può essere cambiata ma non violata. Il vero problema è nella circostanza che analogo orientamento non è stato assunto in Italia dove le violazioni di norme fondamentali della nostra Costituzione sono continue e gravissime, dall’art. 1, 2° comma, e dall’art. 11, che vietano il sacrificio indiscriminato della sovranità interna e popolare (ammettendo solo limitazioni specifiche per ragioni di giustizia e di pace, che in ogni caso non ricorrono), fino ad arrivare all’art. 41,2° e 3° comma, sull’inderogabilità della politica economica interna ed all’art. 3,2° comma, fondativo di uno stato sociale egualitario. Grida ancora vendetta l’applicazione acritica nel nostro Paese della normativa europea “bail-in” che vieta salvataggi bancari a tutela di tutti i risparmiatori non azionisti, in violazione inammissibile dell’art. 47, che tutela inderogabilmente ed imperativamente il risparmio in tutte le sue forme –lo scrivente non ricorda al riguardo lamentele delle sacre vestali dell’europeismo, ivi compreso il Professor Sabino Cassese-. Ciò detto e chiarito, occorre individuare in quali aspetti la politica della BCE abbia violato la Costituzione tedesca (quella di Bonn, per intendersi). Ebbene, qui è il vero punto nevralgico della questione. La Corte di Karlsruhe imputa evidentemente alla politica della Bce la violazione della Costituzione tedesca non quale lesione dei principi fondamentali di questi ma quale coinvolgimento della Germania, a livello di sacrifici di questa ed imposti al popolo tedesco: poiché la Germania ha ottenuto corposi vantaggi dall’Europa, a livello di esportazioni e di supporto alla propria industria, nonché di compartecipazione al costo dell’unione con la ben povera Germania Est ed al salvataggio delle banche tedesche: la Germania, secondo la ricostruzione della Corte di Karlsruhe, ha diritto a beneficiare dei vantaggi dell’Europa ma non a sopportare gli svantaggi. Poiché i vantaggi sono quelli propri di una situazione di dominio, il conflitto evocato dalla Corte è non tra europeismo e nazionalismo e nemmeno tra due forme diverse di nazionalismo -come invece vagheggia la destra nazionalista-, ma tra imperialismo e tutela dell’indipendenza nazionale, che è cosa ben diversa dal nazionalismo. Ma è riduttivo ed anche ingenuo individuare il conflitto a livello europeo, visto che l’Europa è oramai in via di consunzione: il problema è ben più serio e riguarda il rapporto tra Germania ed Europa, “rectius” la configurazione dell’Europa come Impero Tedesco. La posizione contro cui si rivolge la Corte è quella tradizionale della Merkel, di un impero tedesco, morbido e protettivo, comprensivo e benevolo, addirittura con una pallida ottica sociale, che non a caso ha appoggiato, sia pur con qualche mugugno e brontolio, la linea di Draghi di salvataggio dei Paesi deboli. La posizione cui la Corte fornisce prepotente ingresso nell’agone politico tedesco è quello di un imperialismo aggressivo e accentratore, che non concede più agevolazioni alle province deboli dell’Impero se non con definitiva ed irreversibile consacrazione della loro sudditanza. In tale ottica, la Corte non fornisce voce al nazionalismo interno contro l’europeismo della Merkel, ma al contrario fornisce legittimazione al cambio di strategia dell’imperialismo tedesco travestito da (fittizio) europeismo. Ed è una presa di posizione, quella della Corte non trasparente, anacronistica, ma efficacissima: la politica della BCE, basata sull’acquisto dei titoli del debito pubblico, è oramai superata, visto che il debito pubblico è insostenibile per i Paesi deboli, dal che consegue la necessità di passare ad altra fonte di sostegno finanziario basata su erogazioni a fondo perduto o su interventi sull’ “equity”, vale a dire di natura azionaria. Ed in vista di tale inevitabile passaggio, la Corte ha voluto porre il paletto fisso che lo stesso passaggio potrà essere realizzato solo se la Germania dominerà il relativo processo. L’Europa è in via di totale disfacimento e la Germania deve stringere la presa e la propria morsa di acciaio, visti la profonda crisi economica e il suo schiacciamento tra la Cina e l’America. Vagheggiare il ritorno all’europeismo è semplicemente vano: l’Europa non è mai esistita, dilaniata al proprio interno fino al secondo dopoguerra, quando quella occidentale ha trovato un’identità ed un minimo comun denominatore grazie all’orpello dell’America ed alla sua inclusione nella Nato. Il tentativo di Ciampi di far passare l’Europa di Maastricht quale erede della prospettiva di cui al progetto di Ventotene è stato un clamoroso falso storico, essendo quella di Ventotene socialista ed autonoma dall’America e quella del secondo dopoguerra liberista e suddita dell’America, con autonomia veramente circoscritta. Nell’abbandonare fittizi ideali, occorre concentrarsi sulla geopolitica, vale a dire sulla politica internazionale che si concentri sui concreti assetti di forza, a partire dall’assetto geografico. In tale ottica, scartato il vacuo europeismo -si chiede venia se si ripete fino all’ossessione tale concetto-, occorre scegliere, in piena autonomia come Italia, se rinsaldare l’alleanza con l’America, od al contrario scegliere l’asse privilegiato con la Cina, od infine stringere un’alleanza all’interno dell’Europa con Francia e Spagna. Scartata senza indugio alcuno la prima in quanto nient’altro vorrebbe dire che rinsaldare non un’alleanza ma una sudditanza, portata all’estremo negativo vista la follia in cui l’America è finita, occorre scartare, sia pure con matura riflessione, la terza. Questa è stata recentemente proposta, non in conformità ad un vetusto europeismo, ma secondo una lucida lettura di geopolitica, dall’insigne avvocato milanese e fraterno amico Emilio Girino, che ha colto con anticipo alcune tendenze dell’attivismo di Macron. Ciò nonostante, essa si rivela non condivisibile proprio sul piano della concreta geopolitica. La Francia non ha mai avuto un ruolo propositivo, essendo un addentellato della Germania -la cui centralità dipende proprio dalla geopolitica come baluardo dell’Occidente nei confronti dell’Oriente del Nord- ed essendo il suo protagonismo passato il frutto di una posizione di rendita geopolitica nell’immediato primo dopoguerra in dipendenza della diffidenza generalizzata nei confronti della Germania. Diventata quest’ultima la forza preponderante dell’Europa, la Francia si è trovata schiacciata tra questa e l’Inghilterra, con la necessità fisica di trovare sfogo sulle deboli spalle dell’Italia. Il rapporto tra Germania ed Inghilterra è quello cardine dell’Europa, sin dai tempi di Bismark -non è un caso che Marx sia partito dalla Germania e dalla sua filosofia classica per approdare in Inghilterra ed alla sua suola economica classica-, ma senza dimenticare Federico il Grande. E’ un rapporto che ancora adesso è vitale, con l’Inghilterra che con Brexit ha riscoperto un ruolo di prim’attore, come rivelato molto bene su “Milano Finanza” da Bepi Pezzulli, che ha magistralmente da tempo mostrato come Brexit sia non un errore e frutto di miopia ma la conseguenza di una lucida strategia atta a fondare un nuovo Impero, questa volta privo di elementi militari e solo inerente al capitale finanziario: l’a., per la sua vicinanza alla Lega, esalta nel nuovo corso di Jhonson il trionfo del nazionalismo di destra e liberista, con una solida alleanza con l’America, mentre invece è da ritenere che sia un progetto alternativo all’America che parte da una volontà di stabilire una singolare ma geniale e solida “joint-venture” con la Cina, il che comporterà necessariamente l’abbandono del liberismo, visto che il modello cinese è quella di un capitalismo di Stato, il che comporterà anche un riposizionamento del ruolo stesso del capitale finanziario visto che al modello cinese è estraneo lo stesso capitale finanziario. In definitiva, la Francia. per la propria posizione geopolitica, non può che svolgere, e continuare a svolgere, un ruolo di solo sostegno privilegiato, come ha fatto da tempo immemorabile, a volte in modo sconcertante: non si deve infatti dimenticare che l’imposizione di condizioni di pace umilianti alla Germania dopo il primo conflitto mondiale, vincendo la ritrosia inglese -il che fu nefasto come subito notato da Keynes-, scatenò il nazismo; ma non occorre nemmeno dimenticare l’attivismo mostrato nel recente passato per liberarsi di una figura sanguinaria come Gheddafi, il che ha provocato uno sconquasso non ancora arginato nella fondamentale zona libica. Resta la seconda soluzione, di un’alleanza strategica con la Cina per la Via della Seta, alleanza strategica cui non a caso Germania e Francia si sono opposte tenacemente poco tempo fa per mantenere tale Via strettamente ancorata all’Europa del Centro e del Nord. A scanso di equivoci, l’alleanza stretta con la Cina è vista dallo scrivente in chiave nient’affatto ideologica: ed infatti, il marxismo dello scrivente è sempre stato rigorosamente rispondente al filo-occidentalismo (proprio dello stesso Marx); ma non solo, il capitalismo di Stato può essere apprezzato dai marxisti allo stesso modo come gli interisti “quorum lo scrivente- possano apprezzare l’Atalanta solo perché questa ha gli stessi colori sociali. In una sana e realistica ottica geopolitica, si può -e si deve- lavorare per una ricostruzione dell’Europa ma esclusivamente in chiave geopolitica -si chiede venia di nuovo per l’ennesima ripetizione- e l’Italia deve basarsi sulla sua posizione vitale nel Mediterraneo per guardare alla Cina passando per il Medio Oriente, per stringere sinergie, questa volta alla pari con l’asse anglo-tedesco. Ed ‘ un asse necessario per riposizionare il capitalismo occidentale in chiave non liberista -se non addirittura antiliberista- e con una sinergia tra il capitale industriale tedesco e quello finanziario inglese. Non è un caso che la Germania da Bismark e da Weber non sia riuscita ad attribuire la giusta collocazione al proprio capitale finanziario -la Deutsche Bank proprio per il suo coinvolgimento illimitato negli strumenti derivati è oramai in stato di decozione – e l’Inghilterra non è riuscita a collegare il proprio capitale industriale con quello finanziario una volta caduto l’Impero, che vuole adesso rifondare su basi finanziarie.

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Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO

Il conflitto è elemento essenziale della politica ed è anzi la sua ragion d’essere: la politica è conflitto per il potere e questi comporta composizione in via di autorità del conflitto nonché monopolio legittimo della violenza di fronte ai conflitti patologici. Non vi è politica senza conflitto: il conflitto origina la politica e la politica gestisce tutte le forme di conflitto. La politica come soluzione d’autorità –ora di natura legale e democratica- dei conflitti, risponde ad una logica di realismo che esclude qualsivoglia ipotesi di conciliazione dei dissidi, vale a dire di unificazione della società e di eliminazione degli stessi conflitti. La concezione realista della politica accetta il pluralismo a livello politico, economico e sociale, contrastando i conflitti disgreganti e patologici. In tal modo, la concezione realista della politica va oltre e concretizza una precisa scelta di campo di natura proprio politica: non si limita ad elaborare una teoria generale della politica, ma sceglie tra le parti in contesa. L’accettazione del conflitto porta infatti tale concezione a considerare la differenziazione di potere, di classe, economica e sociale, quale ineliminabile, con la conseguenza che essa si schiera inevitabilmente con chi detiene il potere politico, economico e sociale, vale a dire con i gruppi privilegiati. Siffatta scelta di campo viene posta in essere a difesa del conflitto, che sarebbe eliminato dall’incidere su tale differenziazione e pertanto da ogni pretesa di eguaglianza oltre un certo limite. Le diseguaglianze possono essere attutite e limate ma l’intervento su di esse non può non essere assolutamente limitato e marginale. A monte della difesa della differenziazione tra gruppi vi è, a ben vedere, un parallelismo tra potere politico da un lato e dall’altro potere economico e sociale. La differenziazione di condizioni economiche e sociali è una conseguenza indefettibile della distinzione tra chi esercita il potere e chi è ad esso soggetto. Il potere viene così fondatamente trasferito dal piano politico a quello economico e sociale e posto a base di tali due settori. Le commistioni tra teoria generale della politica e scelta di campo inficia la prima e le leva ogni base scientifica. La teoria realista della politica non salvaguardia la differenziazione tra gruppi “tout court” ma esclusivamente quella tra chi esercita il potere e chi è ad esso assoggettato. Ebbene, essa è cosi intrinsecamente antipluralista e totalitaria in quanto ammette il conflitto solo nei ristretti limiti in cui non incide sul potere e non lo limita in modo eccessivo. Con il divieto di conflitti disgreganti, in realtà si inibiscono tutti i conflitti che mirano ad incidere sul nucleo centrale del potere, ponendo le condizioni per rendere disgreganti tali tipi di conflitto e poi impedendo loro di esplicarsi: ciò ricorrendo a modi non necessariamente illegali ed antidemocratici, basti pensare alla politica monetaria ed alla politica fiscale e più in generale economica per bloccare i conflitti economico-sociali, tra cui spicca l’uso distorto dell’inflazione e del debito pubblico. Il ricorso all’autoritarismo, sotto forma di stato di eccezione, diventa in quest’ottica la chiusura del cerchio. La contestazione di totalitarismo viene respinta dai sostenitori della concezione realista della politica sulla base del bilanciamento tra potere sociale ed economico da un lato e potere politico dall’altro, ma è un bilanciamento del tutto fittizio, in quanto la divergenza tra potere politico e potere economico appartiene al libro dei sogni: i tentativi della sinistra non moderata sono sempre stati riassorbiti e la sinistra moderata è stata sempre omologata (Riccardo Lombardi, grazie per sempre per esserTi rifiutato –al fine di evitare ciò e di battersi dall’esterno- di entrare nel primo Governo di centro-sinistra respingendo addirittura la carica di Ministro del Bilancio). A dire il vero, i sostenitori della concezione realista della politica si rifugiano dietro al dogma liberista che il mercato sia l’arbitro delle decisioni economiche e che il potere economico sia solo un pungolo: il dogma è stato costruito a partire dall’identificazione dell’impresa con l’iniziativa economica individuale, e si tratta di identificazione esatta ma parziale e non totale, in quanto il potere è aggregazione dei fattori dell’offerta in funzione delle esigenze della domanda con la conseguenza precipua che la stessa è di per sé potere e non solo impulso e non solo iniziativa. A tale considerazione si deve aggiungere che il potere di impresa non trova un ragguardevole limite nel mercato in quanto i comportamenti degli imprenditori sono in grado di grado di guidare e di indirizzare il mercato con collusioni tra di loro e con devitalizzazione del ruolo dei consumatori: ciò anche a non considerare il passaggio dal capitale concorrenziale a quello oligopolistico/monopolistico ed addirittura da quello industriale a quello finanziario; quest’ultimo passaggio ha spostato il peso dalla produzione alla speculazione ed alle strategie di potere dei colossi, rendendo il mercato una mera espressione lessicale. Esso mercato non è più neppure un’astrazione dalla realtà, in quanto è totalmente avulso dalla realtà, mentre l’astrazione è un esercizio intellettuale arbitrario -tranne che nell’astrazione determinata- quale generalizzazione con la conseguenza che un contatto con la realtà vi è sempre, sia pur solo minimo e come punto di partenza. Si può concludere che la concezione realista della politica è non solo priva di valore scientifico in quanto frutto di mera ideologia, intesa nel senso deteriore del termine quale cattiva coscienza -come superbamente evidenziato da Marx-, ma è anche antipluralista. In premessa, per accertare se impostazioni politiche caratterizzate da egualitarismo possano essere effettivamente pluraliste, respingendo le critiche della concezione realista, di cui si è confutata la parte costruttiva ma non ancora quella distruttiva delle avverse concezioni, occorre spostare il discorso su altro piano. Innanzitutto, occorre accertare se impostazioni egualitarie siano compatibili con criteri di razionalità economica, mentre la concezione realista la intende in modo acritico ed apodittico in senso individualistico. In via ulteriore, occorre accertare se il potere sia suscettibile di essere adeguatamente controllato al fine non solo di impedire suoi abusi, ma anche di funzionalizzarlo agli interessi dei soggetti assoggettati al potere. Per la risposta positiva su entrambi i punti, si rimanda ad apposite sedi. Ciò premesso, nel merito, l’egualitarismo, anche quando diventa radicale e così anticapitalistico e socialista, non esclude il conflitto, in quanto intende non eliminare il potere, in un’ottica utopistica, ma funzionalizzarlo agli interessi dei destinatari del potere: da ciò consegue in via indefettibile che l’egualitarismo non comporta né un appiattimento antimeritocratico, né una società conciliata e caratterizzata da unanimismo, ma al contrario presenta una profonda dialettica tra sviluppo economico e valori sociali. Sei sono i profili più rilevanti. Il primo è il rapporto tra politica ed economia, vale a dire tra programmazione pubblica accentrata e unità economiche decentrate. Il secondo è il rapporto tra lavoro non qualificato e lavoro qualificato ed addirittura piccola e media imprenditoria, mentre a tendere, vale a dire a medio-lungo termine, i complessi imprenditoriali grandi saranno nazionalizzati. Il terzo è il rapporto tra produzione e consumo. Il quarto è il rapporto tra economia e società. Il quinto è il rapporto tra economia reale e finanza, questa comprensiva dell’intermediazione bancaria/finanziaria e del risparmio, con annesso il rapporto tra tali due componenti economiche. Il sesto è il rapporto tra produzione e natura. In via generale, il ruolo propulsivo dell’economia resta imprescindibile per assicurare lo sviluppo, ma non deve ledere l’equilibrio sociale, relativo ad una società coesa e compatta pur nelle distinzioni e quindi egualitaria. Il punto di compatibilità non può essere fissato in via rigida ma viene ad essere determinato dall’esito dei conflitti, fermo restando il rispetto di paletti insormontabili, il che non è affatto antipluralista in quanto qualsivoglia società deve impedire la propria disgregazione. Ciò non impedisce il cambiamento di società, purché in via democratica. Altra condizione necessaria è che il nuovo modello sia rispondente a razionalità economica: tale condizione sembra tale da violare il principio di democrazia, vincolando le scelte popolari maggioritarie. In realtà, poiché la razionalità economica è a base della società, in sua assenza la stessa si condanna al disordine ed alla disgregazione. Con il metodo democratico si possono assumere scelte irrazionali, anche su temi fondamentali, ma si apre una strada precaria e non permanente. All’obiezione che la razionalità è un concetto non univoco, è facile replicare che essa si identifica con l’idoneità di soddisfare le esigenze generate dalla società e così è un concetto storico. Una società egualitaria ha il proprio equilibrio così come una società ad essa opposta e non è affatto innaturale: semplicemente elimina il dominio. Il dominio è un elemento naturale dell’uomo come essere naturale ma non risponde a ragione, che ammette valorizzazione dei migliori, ma non la lesione degli altri. Quindi, il vero punto è fino a che punto la ragione possa controllare la natura. Ma se anche il dominio lede altri aspetti naturali, il discorso investe, una volta preso atto della dialettica tra ragione e natura –che non si trasforma di per sé in conflitto-, il conflitto tra illimitatezza dei bisogni e limitatezza dei mezzi: il controllo della natura da parte della ragione diventa necessario a pena altrimenti di cadere in una logica distruttiva sia della società sia della natura non umana. L’eguaglianza sostanziale è una tendenza inarrestabile ed anch’essa naturale: il problema è di individuare il punto oltre il quale essa diventa innaturale ed entra così in conflitto con la natura, sconfinando nell’utopia e nell’escatologia. Si devono quindi affrontare i vari profili sopra menzionati.

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e Il dibattito sulle Banche Centrali è ad un punto fermo. Eppure, è il dibattito veramente centrale ai fini della politica economica ed anzi dell’economia “tout court”. E’ il vero dibattito strutturale dell’attuale epoca, e dovrebbe interessati i marxisti, se questi fossero veramente tali e, sulle orme di Marx, si concentrassero sulla struttura, invece di vagheggiare l’antagonismo di classe, certamente imprescindibile ma esclusivamente in funzione della struttura, vale a dire del modo di produzione e dei rapporti di produzione, e non in via meramente volontaristica. Occorre partite dalla circostanza che, in Europa, le Banche Centrali nazionali non hanno più poteri in materia monetaria, di spettanza esclusiva della BCE, e che le prime nei poteri di vigilanza sulle banche interne hanno visto ridotto incisivamente i loro poteri a favore della stessa seconda. Le prime sono oramai Banche Centrali solo “sui generis”, visto che sono provviste di poteri monetari non autonomi ma solo in via partecipativa a circuiti e meccanismi diretti proprio dalla seconda. Così i Paesi nazionali europei non hanno più una Banca Centrale, la quale è nominalmente dell’Europa, ma in effetti diretta dai Paesi forti, ruotanti intorno al dominio tedesco. Ebbene, la BCE, con misure assolutamente audaci ma rientranti rigorosamente nell’ambito della politica monetaria (“Quantitative Easing”, “LTRO”, ora tassi negativi) –e si tratta di politica monetaria espansiva-, ha sostenuto l’economia di tutti i Paesi, ivi compresi i Paesi deboli. Ciò è avvenuto a partire dalla Presidenza Draghi, vale di un cittadino di uno dei Paesi europei più deboli. Ma tale politica della BCE sta continuando anche con la Presidenza Lagarde. In via generale si è creata addirittura una vera e propria dialettica tra BCE e Germania, come è dimostrato anche dalla recente sentenza della CORTE costituzionale tedesca. Infatti, si è imputato alla BCE da parte della Germania che così l’Europa ha fornito sostegno agli Stati, soprattutto deboli, senza condizioni in modo da beneficiarli senza ottenere da queste riforme interne necessarie e doverose. E’ una critica miope, in quanto con il ricorso al rigore si vorrebbe bloccare l’economia di chi non può si permettere lo stesso rigore. Certamente, oltre la politica monetaria la BCE non poteva andare e non è andata: la politica fiscale, vale a dire l’utilizzo della leva fiscale e della spesa pubblica, non le spettava e non l’ha utilizzata. Ai singoli Stati in difficoltà non è consentito utilizzare la politica fiscale e così la BCE ha offerto loro, con la politica monetaria espansiva, l’unica possibilità. Se i risultati sull’economia reale non sono stati realizzati, la causa va ricercata nei limiti della politica monetaria e non in errori nell’attuazione. Una critica alla BCE in tale direzione non ha senso. D’altro canto, la bolla speculativa che la politica monetaria espansiva può provocare è insita nell’abbassamento del costo del denaro fino a farlo diventare negativo: è evidente che l’utilizzo del denaro rituale non è più conveniente, con la conseguenza indefettibile che occorre passare all’utilizzo irrituale, vale a dire alla speculazione più sfrenata. La crisi del 2008 è stata deflagrante e da essa non si più usciti, ma le sue conseguenze negative sono state gestite e ridistribuite. E’ altamente probabile che la stessa cosa succederà quando scoppierà la bolla speculativa qui in esame scoppierà, ma nel contempo ci si avvicinerà pericolosamente al limite massimo che il sistema possa sopportare. Se l’analisi qui riportata è corretta, è ovvio che la domanda chiave da porsi non è se utilizzare o no la politica monetaria. Il capitale è l’unico fattore decisivo nel capitalismo e se la politica monetaria, ampliando l’uso della speculazione, gli consente una maggiore redditività, è ovvio che si tratta di un fenomeno naturale. Ma nemmeno ha senso vagheggiare il ritorno alla politica fiscale che presuppone un ruolo attivo dello Stato, il quale viene invece indebolito proprio dal capitale finanziario attore incontrastato della speculazione e che governa le aste del debito pubblico. In definitiva, il vero nodo è che una politica economica pubblica non può essere assolutamente ed in alcun modo efficace, in quanto non è in grado di indirizzare e di dirigere l’economia, per realizzare la qual cosa dovrebbe imbrigliare il capitale finanziario, che al contrario agisce indisturbato. Per uscire dall’impasse che sta bloccando e strozzando l’Occidente, ci si deve porre il problema di una modifica totale dell’approccio alla Banca Centrale: il ruolo di questa è, nell’effettività, anche contro le migliori intenzioni, diventato quello di garante del capitale finanziario, ruolo che si pone in contrasto con quello istituzionale che è di salvaguardia della stabilità monetaria e finanziaria. Obiettivo quest’ultimo che si rivela del tutto illusorio in un’economia dominata dal protagonista della speculazione, vale a dire il capitale finanziario. E’ comprensibile, evidentemente, l’atteggiamento di chi vuole così abolire le Banche Centrali, ritenendole superflue, in quanto in effetti dominate dal controllato, e ritenendo di converso il potere politico in grado, sulla base della legittimazione popolare, di fare a meno di un filtro tecnico superfluo: ci si riferisce a Trump ed a tutto il sovranismo e nazionalismo populista di destra. E’ un atteggiamento comprensibile e tale da far breccia su vasti strati popolari, esasperati dalla crisi e dagli abusi del capitale finanziario, ma del tutto inconsistente. Da un lato il potere politico –fino a quando non diventi programmatorio ed incisivamente antiliberista- è totalmente diretto dal capitale finanziario: e ciò riguarda anche il nazionalismo di destra, come dimostrato dall’esperienza di Trump. Dall’altro, la materia monetaria e finanziaria richiede un tecnicismo e un’imparzialità nell’applicazione di regole che rendono necessaria un’indipendenza tecnica. La BCE, con il suo rigore, ha dimostrato sia l’importanza e la necessità della Banca Centrale sia i suoi limiti insuperabili nel capitalismo. La BCE incarna l’apoteosi di tale contraddizione, ma si tratta di un’apoteosi che porta la contraddizione stessa alla massima evidenza. E’ un’apoteosi che si snoda in direzione di una vera trasparenza. Trasparenza che in Italia, quando la Banca d’Italia, è mancata con i due Governatori più rappresentativi del secondo dopoguerra, Carli e Ciampi. Il primo ha impedito una politica economica pubblica programmatoria di indirizzo e coordinamento dell’economia proprio facendo ricorso alla salvaguardia della stabilità finanziaria e monetaria. Il secondo ha invece fatto accettare come pacifico il contemperamento tra stabilità e politica economica pubblica. In realtà, entrambi hanno assunto un ruolo politico di legittimazione non solo tecnica del capitale finanziario. La BCE invece mostra la necessità di mantenere un ruolo squisitamente tecnico della Banca Centrale: per inciso, è bene che Draghi, che ha inaugurato tale politica della BCE, non scenda in politica, a pena, altrimenti, di ricalcare le orme di Carli e di Ciampi. Chiuso l’inciso, si tratta sempre di un ruolo tecnico contraddittorio fino a quando il capitale finanziario non verrà imbrigliato da una programmazione economica pubblica. Qui sorge il problema del rispetto del ruolo tecnico della Banca Centrale da parte della programmazione economica pubblica ma è un problema finora male impostato, in quanto, nel momento in cui si lamenta il pericolo all’autonomia della Banca Centrale che la programmazione pubblica arreca, si distoglie l’attenzione dal vero problema. Per far risaltare in termini eclatanti il discorso fin qui sviluppato, è sufficiente il richiamo proprio all’esperienza della BCE, quale avviata proprio da Draghi. Questi, appena insediato, di fronte alla manovra del capitale finanziario di messa in ginocchio degli Stati deboli mediante i CDS, “Credit Default Swap”, derivati di credito, ha propugnato ed ottenuto l’approvazione di una normativa comunitaria che consente di vietarli quando tali da alterare le condizioni ed i prezzi dei titoli rappresentativi del debito pubblico Ma se i derivati possono alterare i prezzi dei beni sottostanti, perché intervenire solo per titoli del debito pubblico? Con Draghi la BCE si è resa protagonista di un intervento necessario per salvare l’Europa, ma non poteva intervenire per trasformare l’economia, essendo questo un compito della politica. Ma non solo: tale normativa dimostra che i prezzi in un’economia capitalistica non hanno alcuna attendibilità e sono svincolati totalmente dai valori: la teoria neoclassica è fallimentare ed occorre tornare a quella classica, nella sua versione critica del capitalismo. Ed è qui che sorge la necessità di individuare il valore assoluto, lasciando alle spalle la il valore relativo della legge della domanda e dell’offerta, che ha trovato la base teorica con la teoria neo-classica e con il marginalismo. Marx, come magnificato da Schumpeter, ha basato la propria teoria sul lavoro quale valore assoluto, ma si è impantanato in un ginepraio inestricabile nel momento in cui ha trascurato che la vera impossibilità della trasformazione di valori in prezzi dipende non dalla distinzione di piani tra produzione e distribuzione, ma all’esatto contrario dall’allineamento totale tra i due piani, e quindi dalla circostanza che la merce non è più l’essenza del processo economico ma solo una sua fase, mentre il processo economico, che è processo circolare, parte dal denaro, vale a dire dal capitale e sfocia poi nello stesso capitale. Marx comprese che il ciclo consiste non nel doppio passaggio M-D-M, ma in quello D-M-D. Con il capitale finanziario e con gli strumenti derivati si è addirittura arrivati al passaggio diretto D-D, bypassando la merce. Nel momento in cui la merce viene diluita nell’intero processo economico e nel suo ciclo che parte dal capitale e torna nel capitale, è ovvio che anche il lavoro viene svilito. Il valore assoluto è il capitale, vale a dire il valore di scambio in quanto tale, a prescindere dall’uso. L’annullamento dell’utile nello scambio elimina la materialità e rende l’accumulazione illimitata e nel contempo il processo economico del tutto svincolato dall’efficienza: questa, essenza dell’economia, quale scienza dei mezzi in relazione ai fini, perde qualsivoglia valenza nel momento in cui si realizzano l’annullamento del valore di uso nel valore di scambio e l’evaporazione dei singoli risultati del processo economico, quest’ultimo finalizzato all’auto-valorizzazione del capitale ed alla sua illimitata accumulazione. L’efficienza dell’economia può essere riscoperta solo se il lavoro si libera del giogo del capitale e diventa valore assoluto, come è invece solo in potenza, in modo da consentire la piena corrispondenza dei prezzi ai valori di produzione, secondo l’intrinseca finalizzazione di quest’ultima all’utilità del consumo. Fino a quando è il capitale a rappresentare il valore assoluto, i valori singoli sono determinati dalla più sfrenata ed illimitata speculazione, senza alcuna aderenza a valori reali. A conferma di ciò, sempre a partire da Draghi la BCE ha introdotto, con i tassi negativi, un intervento pubblico efficace sui prezzi proprio del capitale. Un intervento pubblico efficiente sui prezzi in generale è così possibile, contrariamente a quanto propagato dal liberalismo, con in testa, allora, Guido Carli. Il limite dei tassi negativi è l’illusorietà di controllare i prezzi del capitale in assenza di una programmazione. Contestualmente all’intervento normativo in materia di strumenti derivati relativi ai titoli pubblici, la BCE di Draghi ha propugnato ed ottenuto altra normativa comunitaria sull’esecuzione degli strumenti derivati in generale, con strumenti efficaci di compensazione: si vuole impedire, o comunque limitare fortemente, l’in-attuazione degli stessi, che fu uno dei fattori scatenanti della crisi del 2008. Così si governano gli effetti dei derivati, ma non la loro elaborazione, e quest’ultimo intervento è impossibile per un Organo tecnico. In conclusione, la politica monetaria è efficace se vi è l’autonomia della Banca Centrale, ma è un’efficacia limitata in assenza di una programmazione economica pubblica vincolante che imbrigli il capitale finanziario. Come si è accennato precedentemente, resta il problema della lesione all’autonomia della Banca Centrale che verrebbe apportato dalla programmazione pubblica, il che fu a suo tempo paventato da Guido Carli. E’ ovvio che si tratta di un equivoco: la programmazione è già presente nel capitale finanziario che si è liberato di ogni vincolo di materialità e pertanto ha portato all’estremo la centralizzazione dei capitali, rendendo in-effettiva ogni forma di decentramento decisionale. La programmazione del capitale finanziario resta anarchica e vincolata all’accumulazione illimitata che elimina ogni ostacolo al cogliere qualsivoglia occasione di profitto. La programmazione del capitale finanziario è reale ed esistente ed è vincolante in una sola direzione, vale a dire nel senso dell’illimitatezza dell’accumulazione e non in senso opposto. E’ una programmazione dimidiata. Già prima del consolidamento del capitale finanziario, l’economia capitalistica era programmata come riconosciuto in campo giuridico da Tullio Ascarelli in uno scritto apparso postumo nel ‘60 e in campo economico nel ’77 da Guido Carli, il quale evidenziava l’essenzialità a tal fine proprio delle Autorità Pubbliche di Vigilanza sul credito e sulla finanza. L’opposizione di questi all’inserimento delle Banche Centrali nella programmazione pubblica era pertanto meramente ideologica. Ora il fenomeno con il capitale finanziario si è acuito ed è diventato dalla portata abnorme. L’intervento della Banca Centrale è quindi reso inefficace ed impossibilitato a perseguire la stabilità finanziaria che pur è il suo compito principale. Solo se la politica monetaria viene inserita nella programmazione economica pubblica, la stabilità finanziaria può essere effettivamente ed efficacemente perseguita. La programmazione pubblica di cui si parla nelle presenti note non è certamente quella che blocchi l’illimitatezza l’accumulazione, e non si intende attribuire alla Banca Centrale funzioni anticapitaliste: si tratta non di una tappa della transizione al socialismo, ma di arrestare l’accumulazione quando questa diventa rovinosa. Nella fase del capitale non industriale ma finanziario, il controllo della moneta diventa la base imprescindibile se completata dalla programmazione. La programmazione economica pubblica non si traduce nell’intervenire autoritativamente sui meccanismi di concessione dei finanziamenti in modo da allentare la valutazione della bontà del beneficiario dei finanziamenti stessi ai fini del recupero. Al contrario di quanto sostengono i populismi, senza recupero dei crediti la banca non è solida e rende traballante l’intera finanza. Il recupero crediti così va potenziato ed agevolato. La programmazione economica si snoda in senso affatto opposto: moneta, credito bancario –vale dire moneta scritturale- e finanza non creditizia costituiscono un “unicum”, e su tale “unicum” va esercitato un controllo pubblico –sia monetaria sia finanziaria, sia di stabilità sia di correttezza-, in direzione di una destinazione equilibrata e coordinata, tesa vincolare i profitti all’utilità sociale. Come corollario, ci si oppone alla nomina di Draghi quale Presidente del Consiglio o quale Presidente della Repubblica, in quanto deve essere interrotta la destinazione dei vertici delle Banche Centrali alle massime cariche politiche e statali: tale destinazione comporta la finalizzazione della politica economica pubblica ad una logica meramente monetaria, che diventa, come successo nel passato contro le migliori intenzioni –ed il comportamento irreprensibile e meritoriamente innovativo di Draghi è innegabile-, funzionale alla finanza. All’esatto contrario, è la politica economica pubblica che deve indirizzare e coordinare la finanza.

************************************************************************************************************************************* Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO

Il prezzo del petrolio è crollato: con il “virus” ed il blocco della circolazione motorizzata che ne è derivato, la legge della domanda e dell’offerta e così il calo della domanda stessa hanno determinato il crollo del prezzo. Ma tale spiegazione, rassicurante ed in linea con i dogmi economici ed in particolare con la centralità del mercato, ruotante intorno alla legge della domanda e dell’offerta, non è sufficiente. Vi è stata anche una fortissima speculazione che ha cavalcato il calo della domanda. Sorge così il quesito se la ripresa della domanda, inevitabile prima o poi, risolleverà anche i prezzi. La domanda gioiosamente positiva che viene unanimemente fornita –in modo implicito, visto che si concretizza nell’ignorare il problema- non sembra scontata. Ed infatti, in tal modo, si dà per scontata l’uscita facile dal “virus”, il che così non è. Ma non solo: nessuna resistenza politica è stata mossa contro la speculazione, il che vuol dire che il fronte del petrolio non è più così forte o che, in via affatto speculare, il fronte della speculazione è più forte. Visto che il fronte del petrolio è fortissimo economicamente, politicamente e militarmente, la spiegazione è che quello della speculazione lo è ancora di più. Ma forse la spiegazione è solo apparentemente e comunque parzialmente soddisfacente: essa non è esaustiva. Il vero è che l’economia è cambiata radicalmente. Rispetto a quando lo scrivente era ragazzo, epoca in cui –a partire dal ’73- l’alto prezzo del petrolio era inarrestabile e metteva in ginocchio l’Occidente minando alle basi il “welfare”, il rivolgimento è totale Ciò vuol dire che il potere economico si è spostato dai produttori di petrolio alla finanza. Ma non basta: poiché i produttori di petrolio in realtà sono estrattori di petrolio, il vero è che il potere si è trasferito dalla terra al puro capitale. Marx affermava nitidamente, sulle orme di William Petty, che “il lavoro è il padre di ogni valore e la terra è la madre”: ebbene, il potere economico, ma a monte il valore economico si è trasferito dalla terra al capitale puro. Poiché contestualmente lo stesso fenomeno ha investito anche il lavoro, svilito prima ancora che sfruttato –ed al più presto occorrerà regolare i conti con il concetto di sfruttamento, a base della teoria del valore-lavoro, ma in realtà di natura più etica che economica, con la conseguenza indefettibile che tale teoria dovrà essere oggetto di profonda rivisitazione, senza abbandonarla ma liberandola di incrostazioni teologiche-, è evidente che il capitale ha perso ogni natura produttiva, questa relegata nella più infima marginalità. Il capitale è finanziario, con la conseguenza che il profitto non solo è di natura non più produttiva bensì finanziaria –con il lavoro non più sfruttato ma dematerializzato e delocalizzato, vale a dire reso privo non solo di soggettività ma anche di oggettività, e così addirittura de-valorizzato- ma anche che ha inglobato al proprio interno la rendita della terra non più da essa separata. La conseguenza economica è che il capitale, essendo oramai -solo- finanziario e non più produttivo, puro e non più materiale, si contraddistingue da un lato per la valorizzazione e per l’accumulazione senza limiti e dall’altro per la capacità di programmare parimenti senza vincoli. I vincoli sono superati sia per l’accumulazione sia per la programmazione. I due elementi sono tra di loro in profonda contraddizione. Ma l’illimitatezza, se relativamente all’accumulazione rimane intrinsecamente capitalistica, relativamente alla programmazione riduce -almeno potenzialmente- lo spazio dell’anarchia e ingenera lo spazio per il superamento del capitale, il che è ora impedito dall’illimitatezza dell’accumulazione. Alla lunga l’illimitatezza della programmazione è inarrestabile, anche se necessita di una svolta storica, come si vedrà. Tale inarrestabilità non sembra tale vista la sfrenatezza del capitale finanziario, ma il crollo del prezzo del petrolio ha una portata dirompente: esso colpisce gli estrattori e pertanto la rendita ma anche la potenza militare; anche l’America è oramai estrattore di petrolio eppure non è riuscita a fermare la speculazione delle proprie banche d’affari. Tale speculazione, che si dovette fermare nel secondo mandato di Obama, di fronte alla mancata approvazione del mandato da parte del Congresso repubblicano, ora non si è fermata. Il segno è evidente: la potenza militare e statale è oramai secondaria. Il capitale finanziario ha due manifestazioni in Occidente, l’America che lo unisce alla potenza militare, e l’Inghilterra che ne è priva: il futuro è dalla parte dell’Inghilterra che con Brexit vuole rifondare un Impero e si pone così in alternativa ed in termini di distacco rispetto non solo all’Europa ma anche all’America. La guerra ed il conflitto bellico, che hanno segnato non solo il Novecento ma anche il primo ventennio del nuovo Millennio, hanno perso la centralità, in modo che i conflitti si condurranno su altro terreno e su altro piano. Certamente, il cambiamento non è indolore, né meccanico, né automatico, né in un colpo solo, ma la strada è segnata e non si torna indietro. Piuttosto, il vero nodo è un altro, vale a dire il rapporto tra le due anime del capitale finanziario, l’illimitatezza dell’accumulazione e l’illimitatezza della programmazione: Hilferding, dopo aver denunziato la prima, vide nella seconda il passaggio verso la democrazia ed il socialismo. Qui l’errore è profondo, in quanto la programmazione è alla fine dominata dalla prima: è pertanto una programmazione che non riesce ad eliminare l’anarchia ed è dimidiata. Non può essere una programmazione completa e piena in quanto il capitale senza accumulazione non è tale. L’illimitatezza dell’accumulazione è ineliminabile nel capitalismo in quanto ad esso consustanziale. La programmazione sarà possibile solo quando il lavoro diventerà l’unica fonte del valore e si sostituirà al capitale e diventerà esso unico attore della programmazione. La realtà si snoda secondo un processo opposto allo schema di Hilferding. La programmazione non si realizzerà con l’assumere il controllo del capitale finanziario ma solo allorquando si utilizzeranno le potenzialità del capitale finanziario per eliminarlo. Il capitale finanziario non è controllabile dalla programmazione ma dovrà essere sostituito dal lavoro quando questi prenderà in mano la programmazione. Il capitale finanziario non è controllabile. Nell’attuale fase economica, in cui il lavoro è svilito, l’unica programmazione possibile è quella in cui il capitale accetti forzatamente di essere controllato per impedire che l’illimitatezza dell’accumulazione diventi rovinosa. E una programmazione temporanea ed effimera e richiede il ruolo decisivo delle Banche Centrali, uniche in grado di imporsi al capitale finanziario -è bene ricordarsi di quando Draghi, appena diventato Presidente della BCE, bloccò i “Credit Default Swap” e la speculazione contro l’Italia-, ma per far questo occorre riconsiderare il loro ruolo ed intendere il concetto di stabilità finanziaria in termini ben più ampi di quelli attuali e tali da incidere fortemente sulle dinamiche del capitale finanziario riducendo al minimo la speculazione. Il passaggio dalla temporaneità della fase alla trasformazione del sistema passa per logiche ulteriori, in cui si crei un nesso organico tra programmazione e lotta di classe. Nel parafrasare, come al solito e come conviene, “rectius” come d’uopo, Kypling, non si può non concludere “But, that’s another story”.

***************************************************************************************************************************************************************************** Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO

ANCORA SULLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA SULLA POLITICA BCE DI ACQUISTO DI TITOLI PUBBLICI NAZIONALI: GLI SCENARI DELL’EUROPA. E LA SINISTRA? di FRANCESCO BOCHICCHIO Paolo Favilli, insigne intellettuale di sinistra –marxista e riformista radicale, in modo non differente da come lo scrivente, che si definisce riformista critico; entrambi non rinunziano alla rivoluzione, ma ne rifiutano una versione volontarista- ha effettuato sul “Manifesto” un commento molto penetrante sulla sentenza della Corte Costituzionale tedesca (la Corte di Karlsruhe) sulla politica Bce –instaurata da Draghi e proseguita da Lagarde- di acquisto illimitato di titoli pubblici nazionali (“Quantitative Easing”), che non boccia tale politica ma prospetta in modo minaccioso la bocciatura. Favilli conclude tale intervento lamentando come la sentenza sia l’espressione più autentica del nazionalismo aggressivo del capitalismo nord-europeo. La conclusione di Favilli non è nella sostanza lontana da quella raggiunta dallo scrivente che aveva peraltro preferito far riferimento al concetto di imperialismo, visto che si sustanzia nel dominio diretto su altri Stati: il nazionalismo si concretizza nell’aggredire altri Stati ed è pertanto l’antesignano dell’imperialismo. Il nazionalismo si contraddistingue dall’indipendenza statale, perché questa è solo doverosamente difensiva, mentre esso nazionalismo è aggressivo: resta tale e non assurge al ruolo di imperialismo fino a quando invade o comunque annette territori altrui, ma non in modo totale e quindi non annulla lo Stato altrui bensì ne riduce l’estensione: caso classico è rappresentato dalla Germania di Bismark che invase solo parte della Francia ritenuta propria (e qui si entra in una situazione intermedia tra nazionalismo e conflitto tra indipendenze nazionali) (l’imperialismo fu invece tale nell’invasione dell’Africa); il secondo Reich, solennemente dichiarato grazie alle vittorie di Bismark, si fondava su un’imprecisione, in quanto era semplicemente l’unificazione di tutti gli Stati tedeschi, difensiva salvo anche qui una situazione intermedia tra nazionalismo e conflitto per le zone all’Est. Salvo tale precisazione, non banale in quanto foriera di sviluppi dogmatici ed addirittura essenziale per una corretta configurazione dell’approccio all’Europa, la conclusione di Favilli è simile a quella scrivente nelle citate note. Ma ciò nonostante, la strada per pervenire alla conclusione è profondamente diversa se non addirittura opposta. In Favilli manca un passaggio intermedio invece essenziale: il chiaro a. critica, giustamente, lo sbocco finale della sentenza della Corte di Karlsruhe, ma trascura di evidenziare che la prima parte della sentenza, quella relativa all’inammissibilità di norme fondamentali, anche costitutive, europee in violazione di norme costituzionali interne dei singoli Paesi aderenti; ciò fu già deciso da una sentenza di qualche anno fa della Corte di Karlsruhe, ma il vero problema è che analoga decisione non sia mai stata assunta dalla Corte Costituzionale italiana, nonostante le clamorose violazioni apportate dall’Europa a fondamentali disposizioni della nostra Costituzione (art.1,2° comma, art. 3,2° comma, art. 11, art. 41 e da ultimo art.47), come mostrato nelle precedenti note. Tale inammissibilità, con conseguente illegittimità, è fondamentale a tutela dell’indipendenza dei singoli Paesi, e della salvaguardia della democraticità degli ordinamenti di questi: ed infatti, è in gioco la sovranità interna dei singoli Paesi da un potere esterno, necessariamente –ed anzi in via assolutamente indefettibile- autoritario. Non a caso, se pur in presenza di sovranità interna non vi è necessariamente democrazia, è assolutamente certo che senza sovranità interna non vi è democrazia, in quanto l’autorità esterna non ammette volontà diversa da quella da sé imposta. Un’adesione volontaria ad un’autorità esterna –che quindi avrebbe la stessa valenza di una autorità interna- è inammissibile ed illegittima se se la volontà dell’adesione è viziata, vale a dire se viola la Costituzione interna, unica garante della correttezza e della legittimità delle forme di esercizio della pubblica potestà. Il vero è che nella demistificazione del concetto di sovranità che è emersa nel ‘900 sono stati realizzati due profondi errori. Da un lato, si è creata commistione tra sovranità interna ed estrema: la prima va intesa come monopolio del potere legittimo, quale caratteristica essenziale dello Stato, “Suprema potestas superiorem non recognoscens”, ma lo stesso non vale per la seconda, se non nei termini di difesa da ingerenze esterne, mentre nei rapporti con le altre sovranità si deve snodare su un piano esclusivamente negoziale. Dall’altro, si è vista la sovranità come fonte di un potere assoluto, addirittura originario -quale frutto della secolarizzazione del potere ed anzi dell’essenza divina-, mentre, sul primo profilo, la legittimità del potere, essenziale per assicurare l’ordine, non esclude la necessità di legalità, e sul secondo la mancanza di possibilità di democrazia diretta rende necessaria la rappresentanza, ma non esclude il controllo pregnante sul rappresentante provvisto di poteri non propri ma derivati. La sovranità popolare non è un ossimoro e non è esclusa dalla mancanza di democrazia diretta, questa utopistica e velleitaria: la rappresentanza non esclude la partecipazione dei rappresentati. La demistificazione della sovranità è rimasta vittima di commistione di piani tra autorità ed autoritarismo facendo discendere dalla prima il secondo, accettando quindi l’impostazione nefasta dei sostenitori della prevalenza della legittimità sulla legalità, la quale ha al riguardo utilizzato il ricorso allo stato d’eccezione. La sentenza della Corte di Karksuhe è indice di nazionalismo aggressivo, “rectius” di imperialismo, non nella parte in cui afferma l’inammissibilità di violazione, da parte delle norme europee, di disposizioni costituzionali interne, ma in quella in cui prospetta tale violazione nel sostegno finanziario dell’Europa ai Paesi deboli, tra l’altro realizzato con la politica monetaria, propria della Banca Centrale Europea, i cui costi andrebbero a carico del popolo tedesco. La Germania, mentre ha usufruito dei vantaggi dell’Europa per sostenere i costi dell’unificazione con quella dell’Est e per sostenere le proprie industrie esportatrici e per imporre il dominio di queste sull’Europa, ed ora ne usufruisce per il salvataggio delle proprie banche in crisi endemica, a partire dalla principale, Deutsche Bank, di fatto “in default”, con la sentenza in esame non vuole sopportare i relativi costi, a meno dell’abolizione di qualsivoglia ostacolo a rendere assoluto ed irreversibile il proprio dominio sull’Europa stessa (è quest’ultima la vera posta in gioco del “recovery fund”, come si è mostrato all’apposito riguardo). L’essere il Paese “leader” incontrastato e pilota di un’Unione sovranazionale, e usufruire dei vantaggi, senza sopportare i costi, nient’altro è che imperialismo (ancora morbido, mentre con il “recovery fund si vuole passare ad un dominio economicamente asfissiante). In definitiva, l’intervento di Favilli, condivisibile nella critica finale alla sentenza, è peraltro riconducibile ad un approccio infondato. Non è vero che l’Europa è ora oggetto di uno scontro tra nazionalismi opposti, come vuol far credere la destra nazionalista, in quanto invece lo scontro è tra imperialismo ed indipendenza nazionale. La Corte Costituzionale tedesca, dopo aver correttamente statuito l’inammissibilità e l’illegittimità di norme europee violatrici di norme costituzionali interne, ha poi aperto la strada ad un’interpretazione abnorme della Costituzione interna in base a cui sarebbe inammissibile per la Germania la partecipazione a forme paritarie di unione sovranazionale. Ma il “vulnus” è sanabile con una decisione della Corte Costituzionale italiana che stabilisca l’inammissibilità della partecipazione dell’Italia all’Europa così concepita. Se la Germania sceglie questa strada, l’opposizione va condotta, non al livello europeo, dove si erano già da tempo poste tutte le basi per una configurazione siffatta, ma al livello italiano, dove si può e si deve denunziare l’inammissibilità di ogni altra soluzione che non sia l’uscita dell’Italia dall’Europa. E’ ovvio che Favilli opera una vera e propria inversione dei termini della questione, evidenziando l’inammissibilità di una siffatta configurazione dell’Europa, mentre all’esatto contrario ad essere inammissibile è la partecipazione dell’Italia all’Europa, così come configurata. Il nodo diventa politico: Favilli dà per scontata l’Europa, come organizzazione sovra-nazionale, con la conseguenza che essa deve essere necessariamente paritaria, sulla base evidentemente di un diritto internazionale meraviglioso ma inesistente. Invece, occorre assumere l’unica decisione realistica, vale a dire se partecipare all’Europa come Impero tedesco o no. “Tertium non datur”. Le forme sovranazionali di integrazione di natura paritaria non esistono, mentre esistono solo Imperi cui aderire in forma più o meno rigida, rispetto a cui le alternative sono quella di restare indipendenti o comunque quella di stringere alleanze, pur restando indipendenti. L’Italia non ha la forza per restare in posizione di solitudine e pertanto, nel rafforzarsi contando sui propri fattori di ricchezza e sulla propria posizione strategica, dovrà pensare ad un’alleanza non subordinata, il che la conduce inequivocabilmente ed univocamente fuori dell’Europa e verso la Cina. E’ facile comprendere la ragione autentica dell’attaccamento di Favilli all’Europa quale interprete della civiltà occidentale, rispetto a cui ha sempre rappresentato il modello razionalista, illuminista, solidale, sociale e non aggressivo. Tale modello è stato raggiunto non in via naturale ma con grande fatica e con grande travaglio, ed è stato raggiunto grazie all’orpello dell’America, che rappresentava l’altro modello della civiltà occidentale. E’ un modello fragile che si è quindi facilmente esaurito. Sulla questione del “virus” è scoccata l’irreversibilità della rottura tra l’Europa del Nord, che non vuole essere solidale, e l’Europa del Sud che pratica la solidarietà, dopo aver mostrato una grande sollecitudine nel privilegiare la salute all’economia. Ernesto Galli della Loggia ha subito ricondotto la differenza alla religione, protestante per la prima e cattolica per la seconda, con immediati riflessi –grazie alla magistrale concezione di Max Weber- sull’etica, della responsabilità per la prima, vale a dire guardando alla realizzabilità dei programmi, e della convinzione per la seconda, vale a dire guardando alla bontà intrinseca dei programmi. La lettura di Galli della Loggia, pur estremamente acuta e raffinata, non spiega la situazione attuale. Essa vale per la fase espansiva e progressiva del capitale, non per quella attuale, regressiva. E l’Europa protestante si è miseramente dissolta, schiacciata tra America e Cina, senza dimenticare la Russia: la Germania è riuscita finalmente a realizzare l’atavico –e con conseguenze nefaste nel passato- sogno del dominio sull’Europa, quale Impero Tedesco, solo quando l’Europa è caduta in crisi spaventosa ed essa Germania si è trovata in una fase estremamente critica, con il proprio settore bancario sull’orlo del precipizio e con la propria industria esportatrice schiacciata tra America e Cina. L’etica protestante non a caso è rimasta prigioniera dell’impostazione weberiana di una responsabilità individuale –ed infatti Weber vedeva l’unificazione nella politica, ricondotta al carisma ed all’individualità-, con l’impossibilità di una vera e propria compattezza sociale. Su una cosa, assolutamente non secondaria, Galli della Loggia coglie nel segno: forte è il rischio che, anche in virtù del Cattolicesimo, la socialità sia intesa nel Sud Europa, ivi compresa l’Italia, come assistenzialismo. Su questa strada, l’Italia non può certo aspirare all’indipendenza. Ma l’alternativa non è costituita dall’Europa protestante e nemmeno dall’America, anch’essa in posizione di debolezza, che tenta, in modo velleitario, di rovesciare utilizzando il “virus” come pretesto. La soluzione è in un nuovo modello di sviluppo, di natura sociale ed anti-liberista –senza cadere nel nazionalismo-: proprio la crisi economica, prima di natura finanziaria ed ora aggravata dalla devastazione del “virus”, indica la strada di tale nuovo modello di sviluppo basato sulla compattezza della società e sulla stabilità finanziaria. ******************************************************************************************************************************************************************************************************** Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO
La prima è l'Europa formata da popolazioni di nazionalità diverse, con una propria lingua, cultura, economia e storia. La seconda è l'Unione europea del mercato. Qui i governi dei popoli con diversa lingua, cultura, economia e storia hanno deciso di costruire un grande mercato comune senza dogane, perché si potessero scambiare le merci fra gli stati membri senza le solite guerre di egemonia per appropriarsi delle risorse e del territorio degli altri. Le varie popolazioni degli stati membri, nonostante godano della cittadinanza europea istituita dal Trattato di Maastricht, non sono sottoposte alle stesse leggi che regolano le politiche sociali, non hanno stessi diritti, non hanno stesse regole fiscali, non hanno un governo supremo che ripartisce equamente le risorse sul territorio UE. I governi nazionali hanno un trattamento diverso nella disciplina di bilancio e i loro bilanci devono rispondere alle leggi dei mercati che costringono alcuni stati periferici a detenere un debito pubblico in aumento, motivo per cui gli stessi sono ricattati e puniti dagli esiti delle procedure d'infrazione, nelle quali uno Stato può incorrere se viola i diktat della Governance Europea, le Direttive o i parametri di Maastricht (rapporto 60% debito/PIL 60% e 3% per spese in deficit), mediante ricorso di altro stato membro alla Commissione che vigila sulle possibili violazioni. Gli stati dell'UE sono sottoposti ad un regime di competitività gli uni con gli altri e le imprese devono agire in regime di libera concorrenza. l’UE ha delle istituzioni: la Commissione europea, composta da un presidente e dei membri nominati dai governi, che dovrebbe vigilare sull’osservanza dei Trattati e dare impulso alla legislazione europea che, però, risponde agli impulsi di grandi Corporations alle quali garantisce una legislazione di favore. Un Consiglio d'Europa che interagisce con la Commissione allo scopo di adottare, con le Direttive recepite dai governi, politiche economiche imposte dal più forte. Il potere di indirizzo è di fatto esercitato dai mercati finanziari che detengono la maggior parte del debito degli Stati e premono affinché si riduca la spesa sociale. Un Parlamento europeo che avrà un potere limitato fino a che i vari politici appartenenti ai gruppi parlamentari PPE e PSE, che rispondono meglio alle esigenze dei mercati, saranno eletti in maggioranza. Esso non esercita la funzione legislativa storicamente tipica dei parlamenti democraticamente eletti e, pur avendo una legge elettorale proporzionale, alla fine funziona come un sistema maggioritario. L'UE emana Direttive su impulso della Commissione che gli stati devono recepire e Regolamenti direttamente applicabili che impongono degli standard alla produzione e che costringono ad acquistare da un paese diverso le merci che produci anche tu, tramite una concorrenza spietata ai tuoi prodotti, perché queste merci prodotte utilizzando manodopera a bassissimo costo sono competitive rispetto alle tue e, nel caso di prodotti alimentari, trattati con sostanze chimiche per aumentarne la produttività. La maggioranza delle merci sono prodotte principalmente da grandi aziende, secondo il peggior dumping salariale, e molto meno da piccoli coltivatori, o piccoli artigiani, spesso costretti a non coltivare più le loro terre, sopraffatti dalla concorrenza dei Paesi terzi, o cedere le loro piccole imprese ad altre imprese più aggressive. L’UE ha realizzato l’Unione Economica e Monetaria. Il suo organo è la Banca Centrale Europea (BCE) dichiarata organo indipendente, ma che risponde agli interessi dei mercati e della grande finanza internazionale. Non presta denaro ai singoli Stati ma alle banche che spesso speculano o non prestano a piccole e medie imprese. Emette la Moneta Unica (euro) che funziona come limite alla leva di spesa pubblica all’interno degli Stati più deboli. L’euro, pur essendo moneta unica, ha un potere d'acquisto diverso da un paese all'altro e non consente ai singoli Stati di potersi avvalere di meccanismi di riequilibrio degli scambi. Il riequilibrio, lì dove è avvenuto, è stato raggiunto con altri mezzi e con costi sociali molto alti. Non potendo avvalersi della deflazione dei prezzi come arma competitiva i Paesi in difficoltà sono ricorsi alla deflazione salariale, riducendo il costo del lavoro e eliminando le imprese meno competitive. In questo senso l’euro ha funzionato, all’interno dei singoli Paesi e, in particolare in Italia, come agente di riorganizzazione della produzione e del sistema delle imprese, a vantaggio del grande capitale internazionalizzato e a danno del lavoro salariato e dei settori del capitale non internazionalizzati. (D. Moro, 2019). L'UE ha un meccanismo di controllo dei bilanci nazionali che interviene per abbassare e privatizzare i diritti sociali, stabilizzare l'inflazione (che farebbe perdere potere d'acquisto ai più ricchi) tramite la scarsità di risorse per stabilizzare i prezzi, mantenere un determinato livello di disoccupazione e privatizzare beni e servizi pubblici. La rigida disciplina del pareggio di bilancio viene imposta ai Paesi che non rispettano i parametri di Maastricht e costringe gli Stati ad imporre un regime austerità progressiva. Inoltre, il meccanismo imposto dalla disciplina di bilancio, impedisce agli Stati che hanno un’economia debole di raggiungere il fatidico rapporto debito/PIL del 60%, non consentendo di sforare il 3% di deficit per investimenti pubblici tali da garantire una crescita più veloce. Gli Stati che hanno un alto debito pubblico devono diminuire annualmente questa percentuale di spesa pubblica ogni anno finché non sarà raggiunto il 60% di debito rispetto al PIL (questo, calcolato solo sulla base delle transazioni di scambi e non sulla reale ricchezza del Paese) che anno dopo anno erode il risparmio dei piccoli risparmiatori. Un debito pubblico destinato a crescere se si osservano i parametri di Maastricht e la disciplina di bilancio imposta dalla Governance europea, così deprimendo la domanda interna, a causa dell’abbassamento dei salari e l’aumento della disoccupazione, costringendo gli Stati a diminuire le importazioni e ad aumentare le esportazioni. Un gatto che si morde la coda. Negli anni, le modifiche apportate ai trattati, oltre ad aggregare altri Stati nell’Unione, hanno inserito altre politiche economiche più aggressive per favorire la competitività e la libera concorrenza che serve a potenziare le grandi imprese e sono stati integrati da protocolli e da Direttive che hanno sottratto sempre più sovranità agli Stati, sottoponendoli a regole di sorveglianza speciale sulla loro autonomia di politica interna e di legislazione rivolta a tutelare i cittadini. I Trattati non sono modificabili se non all’unanimità degli Stati membri. Pressoché impossibile, a meno di gravi stress o eventi esogeni. Questa Unione Europea sottrae il futuro alle nuove generazioni (soprattutto a quelle tecnicamente più formate) sottoponendole alle leggi della competizione e della precarietà senza fine o inducendole ad abbandonare il proprio Paese che non può più offrire prospettive di lavoro. In Italia è quello che succede in particolar modo al Sud più di altre regioni d’Italia che oggi chiedono l’autonomia differenziata per sottrarre l’ultima fetta di solidarietà e creare così una landa deserta da terzo mondo. Un Sud dove l’età media ogni anno diventa sempre più alta. (Milano,18 luglio 2019)
Il “Corona-Virus” ha creato una situazione di contagio e così di preoccupazione e di allarme: nel contempo ha inciso sulla situazione economica ponendo le condizioni per metterci in ginocchio proprio economicamente, visto il blocco causato a taxi, alberghi, ristoranti, bar (in misura minore) viaggi, turismo e settori che lavorano con l’Estero. A Milano, per esempio, capoluogo della Regione più colpita, non si sa quale dei due elementi desti maggiore preoccupazione La prima preoccupazione, relativa all’aspetto più importante, non si è ancora diffusa (almeno fino a metà settima dal 2 all’8 marzo): in definitiva, si vive una situazione surreale e nel contempo di incredulità. Sembra questo il quadro vero della situazione, vale a dire di una società che si scopre all’improvviso e senza lucidità priva difesa: non si sa quali misure siano veramente in grado di combattere il “virus”. Si parta dai dati di fatto: il “virus” ha cominciato ad attecchire (rectius” si è scoperto ciò) in Italia a partire da venerdì 21 febbraio ed in pochissimo tempo le morti sono intorno a duecento mentre i casi di contagio sono di qualche migliaio e soprattutto aumentano a dismisura ogni tre giorni. Dopo la Cina l’Italia è uno dei Paesi più colpiti e comunque il più colpito dell’Occidente: è dipeso da maggiore disorganizzazione o da dislocazione geografica o da casualità? Nell’escludere la seconda risposta, visto che tale diffusione non ha investito i Paesi confinanti, la terza non è da escludere, ma apparentemente non è soddisfacente, in modo che la scelta più logica sembra propendere per la prima. Ma anche questa non regge alla prova della semplice evidenza: passi il confronto con Germania (dove sembra che si sia verificato il primo caso europeo) e con altri Paesi europei, ma è difficile ammettere la maggiore inefficienza dell’Italia rispetto a tanti Paesi intermedi tra Europa a Cina. Si potrebbe replicare che molti Paesi arretrati ed autoritari non diffondono dati effettivi: sarà, ma non si può escludere che tale opacità valga anche per altri Paesi non autoritari e non arretrati. In pratica, non vi sono elementi attendibili per escludere che la risposta vera, almeno in buona parte, sia riconducibili alla casualità. Ma è una risposta che non fornisce tranquillità in quanto tocca il vero punto nevralgico. Le morti sono molto limitate e l’età media dei morti è di 81 anni, e sembra che essi fossero in condizioni precarie: anche se è bene essere prudenti, si può anticipare che si tratta di morti con il “virus” e non di “virus”. Da qui ad affermare che ci trova di fronte a qualcosa di poco più di un’influenza –come da molti affermato all’inizio- ne corre, in quanto l’influenza è nota e sappiamo come gestirla ed evitare di prenderla, mentre nulla si sa del “virus”. Certamente, le prime settimane di intervento hanno prodotto risultati non banali di cura e di limitazione del contagio nelle zone più colpite), ma il livello di consapevolezza dell’effettivo stato della situazione sanitaria è ancora embrionale. E’ un pericolo non, “senza nome” come in un bellissimo giallo di Agatha Christie, ma “senza volto”. Il ruolo della casualità è fortissimo e ciò, oltre ad un ruolo autonomo moltiplica l’effetto di situazioni di inefficienza, certamente presenti soprattutto all’inizio. Il vero è che siamo stati colti tutti impreparati e lo siamo ancora in buona parte: l’impreparazione può –e deve- essere diminuita ma non sparisce fino a quando la medicina non arrivi a risultati attendibili non solo per le cure ma anche per la prevenzione, il che non sembra possibile a breve. Improvvisazioni e faziosità politica –la quale ultima ha caratterizzato tutte le forze politiche principali, anche se la Lega si è contraddistinta particolarmente in tal senso- vanno accantonate, come si è cominciato a fare da poco ma è un’illusione pensare che ciò basti. Le regole vanno dettate in modo più organico e devono essere seguite con senso di responsabilità ma è bene rassegnarsi alla necessità di convivere con il “virus” in tempi non brevissimi. Come? La risposta va lasciata ai medici. La politica deve limitarsi ad assicurare la parte logistica ed attuativa. L’unica cosa è che noi altri possiamo fare nel frattempo, oltre che rispettare le regole, è: aspettare, ovviamente senza disturbare il guidatore (questa battuta non è fuori luogo, come si vedrà in seguito). Problema fondamentale che occorre nel frattempo affrontare è quello economico, visto il terribile impatto almeno nelle aree più colpite, come visto sopra. Altra cosa, fondamentale, da fare è pensare sul senso del “virus”. La causa non medica del “virus” è da ricercare nella struttura della nostra società, struttura aperta, e con movimenti illimitati di persone e di merci e di altre componenti materiali. Il paragone con la peste nel Medio-Evo e nel Seicento non regge perché le società di allora erano chiuse e stanziali e la difesa era ben più agevole nonostante l’estremamente minore efficienza sanitaria. L’imputazione della causa non medica non va attribuita tanto alla globalizzazione quanto piuttosto correlata alla libertà assoluta individuale che è stata resa massima dalla globalizzazione ma che si è sviluppata anche in via autonoma (turismo, spostamenti individuali) ed è sfociata nel consumismo illimitato: ebbene, la libertà individuale illimitata pregiudica la sicurezza. La sicurezza è lesa e la nostra società è del rischio, come detto da illustri autori. Ma non è questo il punto decisivo: il vero è che il rischio non viene gestito, in quanto ci si preoccupa solo degli effetti economici. E’ questa l’essenza del capitalismo, che si alimenta della massimizzazione dell’accumulazione e del profitto: ma non solo, gli effetti economici si pongono in funzione non tanto di attività sistematica, coordinata ed organizzata, quanto piuttosto della capacità di cogliere di volta in volta, in maniera atomistica ed isolata, le singole occasioni lucrative, in un’ottica meramente speculativa e di trasformazione dell’impresa, da produttore organizzato a finanziere, anche quando opera in settori produttivi. L’attività sistematica, coordinata ed organizzata sussiste sì ma non in via intrinseca, bensì in via meramente strumentale alla capacità lucrativa che si manifesti volta per volta. E’ questo il capitale finanziario. Come conseguenza principale, l’enorme progresso tecnologico e scientifico non aumenta la sicurezza e la tutela della salute ma le mette a repentaglio. Ecco che un banale e non potente “virus” ha colpito senza trovare scudo e di fronte al quale si è totalmente impreparati. Siamo stati messi in ginocchio da un “virus”, partito dagli animali (i pipistrelli) e trasferitosi ad altri animali ed agli uomini, il che è un segno della trascuratezza nei confronti della natura, in quanto non produttiva e non portatrice di valore economico. Come ulteriore conseguenza è che l’economia, di fronte ad una crisi che l’ha investita, non solo non è in grado di trovare rimedi ma addirittura la aumenta a dismisura: basti pensare alla caduta verticale e gravissima delle borse: quella italiana ha perso circa il 20% ed al suo interno i titoli bancari hanno perso circa il 30%. Non ha senso domandarsi se la borsa abbia la funzione di drenare risorse verso le imprese produttive o invece quella di rendere istituzionalizzata, sistematica e di massa la speculazione, con l’aggravante in una degenerazione della seconda quale quella in essere dal 2008 della diffusione estrema delle operazioni abusive e rovinose (Grillo, su Parmalat, osservò acutamente che in Borsa si portano i debiti). Sono vere entrambe le cose, anche se il capitale finanziario non solo ha sancito la preminenza della seconda ma anche la ha istituzionalizzata trasformando la borsa non tanto in un’enorme bisca, come impropriamente affermato, incentrando così l’attenzione sui profili patologici soggettivi ed intenzionali, quanto piuttosto in una cassa di compensazione di operazioni speculative: ma il punto vero è che la borsa esalta, accelera e moltiplica gli effetti, positivi o negativi, di ciascuno dei due aspetti. In una fase negativa diventata patologica, la borsa ha un effetto devastante. Ma non solo: è facilmente desumibile da quanto sopra detto che il rischio sanitario più rilevante è quello dell’insufficienza degli impianti e delle strutture ad accogliere i soggetti colpiti in caso di aumento del contagio. Ebbene, ciò conferma che la scelta di abbassare a dismisura la spesa sanitaria e sociale, imposta dall’imperante liberismo, è stata scellerata. L’obiettivo di ovviare alla diminuzione di spesa pubblica per pensioni e di natura sanitaria con l’intervento della finanza e dell’assicurazione è illusorio: tale intervento può essere di natura solo integrativa, ma la parte preponderante deve essere pubblica. Ma non solo ancora: meccanismi non egualitari, tipici del capitalismo sfrenato, trovano dei profondi ed invalicabili limiti in presenza di fenomeni straordinari, e non è un caso che la zona più colpita in Italia sia la Lombardia, la più importante e la più ricca e con un sistema sanitario di eccellenza, non solo il migliore in Italia, ma tra i più avanzati in Europa e nel mondo; o meglio è proprio un caso, ma la casualità diventa irresistibile ed inarrestabile. E –nel chiedere comprensione per il gioco di parole- la circostanza dell’irresistibilità della casualità è d’altro canto assolutamente non casuale. La società aperta è ingestibile nel momento in cui si rinunzia a controllare i rischi. La soluzione non è la società chiusa, con una scelta nazionalista al posto della globalizzazione: la mobilità ha raggiunto punte massime che possono essere non impedite od anche solo limitate, ma controllate e gestite. Nella stessa ottica, gli interventi sulle libertà individuali e sull’economia che sono necessari non possono tradursi in un regime autoritario, come pur sembra inevitabile, anche non prospettato espressamente, in quanto la libertà individuale, sia pure in un’ottica consumistica ed a-sociale, ha raggiunto punte che non tollerano una marcia indietro. In definitiva, il dopo-contagio richiede il passaggio ad una nuova organizzazione socio-economica basata in ogni sua fase ed in ogni sua componente a mezzo sulla programmazione pubblica che coordini le libertà ed apporti ad esse limiti anche incisivi, a fini di salute e di ordine pubblico e di sviluppo e di stabilità dell’economia in un contesto universalista e quindi di diffusione della condivisione. La libertà individuale non può non restare ferma ma con coordinamento. Occorre in particolare passare da un’economia dissociata e finanziaria ad una sociale. La spesa sociale nella sanità, nelle pensioni e nei servizi essenziali deve ritornare a livelli alti. Il profitto è ammissibile solo a fronte di un valore aggiunto effettivo per l’intera economia: e ciò anche nella finanza che è il settore guida. Come non si può fare a meno di evidenziare, nel richiamarsi a Rosa Luxemburg: il “virus” conferma che l’alternativa è sempre quella di cent’anni fa: “o Socialismo o Barbarie”. Ma senza addentrarsi nei meandri di una transizione globale, dalla complessità tale da richiedere un lungo lasso temporale, e nel soffermarsi invece su un approccio gradualista, occorre ribadire che è necessaria una rinascita con profonda riforma della politica, la quale sia così messa in grado di introdurre la programmazione. Due punti generali devono essere al riguardo evidenziati: in primo luogo, la lotta al “virus”, così come ogni intervento straordinario, richiede –come tutti implorano- unitarietà tra tutte le forze politiche. Ebbene, l’unitarietà tra tutte le forze politiche alla fine conduce alla riduzione, se non addirittura all’eliminazione, del conflitto politico e del pluralismo. Lo scenario è quello dell’autoritarismo con un supremo interesse che richiede alla fine la necessità di non mettere mai in discussione il potere politico e quello economico. La politica deve invece (tornare a) essere divisiva, con unitarietà circoscritta alle regole ed alle restrizioni alle libertà individuali. In questo gravissimo momento, la sinistra vera deve manifestarsi nell’arrecare sostegno alla società costernata e nell’aiutarla ad organizzarsi nei rapporti necessari anche se ridotti ed a sopportare le limitazioni: accesso ai beni ed ai servizi essenziali, agevolazioni anche finanziarie per trasporti essenzialmente individuali, supporto a tutti per comunicazioni, colloqui e riunioni anche a distanze. Dall’individualismo sfrenato ed incontrollato solo la società organizzata ma non coartata può consentire il passaggio ad un individualismo responsabile. In secondo luogo: la politica adesso è volontà di potenza sfrenata, con l’apogeo nel Medio-Oriente. Il “virus” ha in qualche modo limitato le punte estreme. Ma occorre un intervento globale: la lotta alle calamità non può non richiedere una limitazione fortissima dei conflitti militari, che provocherebbero altrimenti una diffusione capillare ed estrema delle stesse calamità. Ma non basta ancora: l’intensificarsi della spesa sociale non può non richiedere una riduzione estrema delle spese militari. I conflitti internazionali devono essere affrontati e risolti non con la forza ma con il diritto internazionale. La politica da organizzazione della forza si deve trasformare in organizzazione del coordinamento e del consenso responsabile tra diversi Stati. Quanto sopra detto sembra un’utopia ed una velleità, ma all’esatto contrario è un’assoluta necessità: la politica assoluta, con la centralità della conquista del potere e da cui conseguono aggressività esterna, militarismo, lesione di diritti sulla base di situazione di eccezionalità e passaggio dalla divisione e dalla lotta alla guerra (la famosa teoria “amico/nemico” di Carl Schmitt): tale soluzione è impossibile in presenza di calamità. Mentre la calamità può essere transitoria la salvaguardia da essa diventa duratura. L’abbandono della politica assoluta e la conseguente trasformazione della politica sono inevitabili, oltre che necessari.
LA FINANZIARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA E LA PERDITA DI STABILITA’ DELLA FINANZA E DELL’ECONOMIA

La crisi del 2008 è la più grave della finanza di tutti i tempi: in essa, in America, il crollo delle banche creditizie immobiliari, a causa di mutui conferiti per importo almeno pari al valore degli immobili a garanzia e così caratterizzati da inadempimenti di massa, ha avuto effetti esplosivi per l’essere i mutui in questione oggetto di operazioni di cartolarizzazione dissennate collegate a strumenti derivati –la forma più speculativa della finanza-, che pertanto hanno reso la crisi stessa quale abnorme crisi di sistema. La crisi è stata ripianata con un intervento pubblico imponente, ma non si è fornita importanza adeguata alla circostanza che i derivati erano immessi nel mercato per importi di gran lunga superiori –nell’ordine di svariati multipli- al PIL mondiale e che pertanto erano ingestibili. Un intervento organico sui derivati non è mai stato prospettato e pertanto esce esaltata la centralità della finanza speculativa. Nel contempo, il settore immobiliare è caduto in crisi irreversibile per le vicende americane ed il settore industriale è entrato in difficoltà ed in ristagno anche per la riduzione delle risorse a proprio favore a causa sia dei costi sopportati per il risanamento del settore finanziario sia della centralità della finanza speculativa, il che ha inciso in termini pesantemente negativi sull’attività bancaria creditizia, esposta pesantemente in entrambi i rami. Pertanto, vi è stato lo spostamento di centralità dall’attività creditizia a quella speculativa, con lesione della stabilità della finanza e con sacrificio dell’economia reale e dei conti degli Stati sovrani deboli. Le banche piccole e medie non si possono permettere la finanza in titoli e speculativa, e così la crisi è diventata esplosiva. Il trionfo del capitale finanziario ha comportato la crisi dell’attività creditizia, vale a dire di una componente dello stesso capitale finanziario, e dell’economia reale. Il venir meno della stabilità del settore finanziario, oltre che dell’economia reale, si è realizzata proprio investendo la stabilità del settore bancario, che non solo era fuori discussione, ma anche assicurata da pregnanti controlli pubblici. L’attribuzione della responsabilità alle Autorità di Vigilanza è certamente riduttivo, in quanto la vera causa è da individuare in fattori al di sopra della loro sfera di controllo. Alle stesse può essere imputato la mancata denunzia di tali fattori, ma è ovvio che si tratta di situazione negativa di sistema. Il punto vero consiste nel passaggio dalla stabilità alla speculazione come sistema e non più come tendenza. La ricostruzione di tale passaggio richiede l’esame dell’evoluzione della finanza –incentrata sulla speculazione pura ed addirittura in grado di costruire intorno ad essa tutto un complesso di affari ed operazioni e quindi un intero sistema imprenditoriale- da un punto di vista profondamente innovativo, quello dell’abbandono della stabilità in quanto di ostacolo alla massimizzazione del capitale. La massimizzazione dell’accumulazione del capitale in mancanza di stabilità e solidità del sistema è l’elemento che mette a fuoco l’essenza avventurosa ed irresponsabile del sistema. Ma in questa sede si esaminerà tale aspetto solo dal punto di vista del settore finanziario e non di quello dell’economia in generale. Occorre così incentrarsi sulla divaricazione tra finanza e banca di crediti, ora esaltata dai tassi di interesse negativi. La prima non solo è riuscita a non stare confinata ai margini, come nella fase del capitale industriale e nemmeno solo a diventare predominante, come nella prima fase del capitale industriale, ma addirittura si è resa del tutto autonoma ed indipendente dalla banca dei crediti, rendendo quest’ultima addirittura marginale. La finanza pura, lungi dall’essere un elemento di stabilità, è diventato uno di destabilizzazione. Tale divaricazione è così l’elemento centrale del capitale finanziario, giunto alla propria maturità. Ebbene, la crisi della finanza è irreversibile, proprio in quanto il capitale finanziario richiede necessariamente la svalutazione dell’attività creditizia. La ricostruzione del passaggio -e delle sue singole fasi- dalla stabilità alla speculazione come sistema, nel mostrare come si è arrivati alla fase matura del capitale, rivela anche l’essenza di questi: l’analisi storica mostra anche le prospettive. Ed infatti, nel far emergere l’anacronismo dei correttivi moderati proposti in via generalizzata –lievi aggiustamenti al capitale finanziario- o addirittura del ritorno al capitale industriale, indica anche la direzione in cui intraprendere il superamento del capitale finanziario: preso atto –sulla base dell’analisi storica- dell’irreversibilità del dominio dell’economia reale da parte della finanza, si tratta di porre questa sotto la direzione di altro elemento, dotato di propensione alla stabilità ed autonomo rispetto all’economia reale. Tale elemento non può che essere la politica, vale a dire la politica economica incentrata sulla programmazione pubblica. Le tappe graduali del superamento sono quelle in grado di riportare, pian piano, la stabilità nella finanza in virtù dell’introduzione di una logica da un lato estranea e dall’altro in grado di rendersi autonoma per impedirle di esplicare la sua anima rovinosa. E’ un riformismo critico non moderato e non rinunciatario la cui forza deriva proprio dalla capacità di basarsi sugli elementi materiali e strutturali. E solo la Storia può mostrarci ciò in modo univoco. La ricerca qui indicata costituisce un’applicazione concreta del materialismo storico proprio alla (Storia della) finanza, vale a dire al (la Storia del) cuore del capitale.
L’economia tedesca, fino a poco tempo, versava notoriamente in condizioni floridissime, essendo basata su un’industria esportatrice solida, mentre negli ultimi tempi mostra segni di ristagno, anche se non univoci, ed una forte debolezza della domanda interna. Il suo sistema bancario è in forte crisi, con la banca principale, Deutsche Bank, in situazione di vero e proprio “default”, sia pure di solo fatto, e non di di diritto, in quanto sorretta da un maestoso, anche se discreto o meglio non trasparente, aiuto da parte dell’intero Paese, e non solo dello Stato. Si è tentato di presentare l’insolvenza di Deutsche Bank quale specifica ed isolata, dipendendo da un ricorso estremo ed abnorme alla speculazione finanziaria ed agli strumenti derivati più rovinosi. Tanto è vero che da tempo –come lo scrivente non si stanca di ripetere in continuazione- Deutsche Bank viene considerata da tempo quale “hedge fund” (fondo di investimento “ultra-speculativo”) piuttosto che vera banca. Tale lettura riduttiva e limitativa è stata smentita dai fatti, visto che negli ultimi tempi le banche tedesche stanno saltando come funghi, tenute in piedi dall’aiuto pubblico. Proprio per tale ragione, la Germania ha imposto un continuo –tra l’altro in pchi anni, dal 2015-2016- ed alla fine radicale ed addirittura totale cambiamento di politica e di normativa europea: dal “bail-in” che impediva il salvataggio pubblico totale delle banche in crisi e che è stato applicato solo alle banche dei Paesi deboli, tra cui l’Italia, ponendo le solide basi per la rovina oramai irreversibile del settore bancario di quest’ultima a meno di una politica economica alternativa, come mostrato in altre sedi, si è passati all’esclusione proprio del “bail-in” per i Paesi forti e poi nella stessa ottica alla concessione di maggior tempo ed elasticità per i piani di risanamento delle banche in crisi temporanea –come detto tale concessione è stata di fatto circoscritta alle banche dei Paesi forti- ed infine al superamento del “bail-in” con salvataggio comunitario peraltro sempre circoscritto alle banche dei Paesi forti, salvo per gli altri Paesi mettere a posto i loro conti, come se ad un malato non in grado di alzarsi dal letto si prescrivesse una terapia basata su almeno una passeggiata giornaliera (recente modifica del MES, ora temporaneamente congelata). I Paesi deboli non solo incontrano forti limiti nel salvataggio delle proprie banche ma anche devono partecipare finanziariamente al salvataggio delle banche dei Paesi forti. Sembrerebbe di dover ricorrere al vecchio adagio “dopo il danno la beffa”, ma è un richiamo non pertinente: meglio cambiarlo in “dopo il danno enorme ora altro danno sempre enorme”. Il vero è che il settore bancario tedesco è in situazioni disastrose non meno peggiori -e presumibilmente molto peggiori- di quelle del settore bancario italiano, solo che può contare sull’ausilio di uno Stato forte, che ora chiama in suo aiuto addirittura l’Europa. Occorre partire da tale ultimo elemento per comprendere a fondo il “caso Germania” e la sua crisi. La Germania, evidentemente consapevole della gravità estrema e dalla portata estesissima della crisi del proprio settore bancario, chiama in proprio aiuto le risorse finanziarie dell’intera Europa, che può evidentemente condizionare con il proprio potere, il quale è un vero e proprio “dominio”. La crisi del settore bancario è quindi non solo estremamente ed anzi assolutamente estesa e non circoscritta, ma anche colossale. Ma perché è caduto in una crisi così terribile il settore bancario di un Paese fortissimo e dall’economia reale ed in particolare industriale solidissima –pertanto con le industrie destinatarie solide di finanziamenti bancari pressoché sicuri-, almeno fino a pochissimo tempo fa? Il primo segno evidente è l’eccesso abnorme dell’esposizione speculativa ed in derivati della principale banca tedesca, Deutsche Bank, che è anche una delle principali banche europee e mondiali, Tale eccesso non dipende dalla megalomania tedesca di voler competere con le grandi banche d’affari americane, che è una spiegazione basata sull’elemento irrazionale, la quale spiegazione è evidentemente inadeguata per un fenomeno economico così complesso e rilevante. L’economia è scienza dalle dure regole, che non possono essere ignorate come gli economisti liberisti non mancano di ammonire contro il romanticismo di sinistra, ma gli stessi, quando in palese difficoltà, non mancano di ricorrere a spiegazioni ………………. non scientifiche. La vera ragione del comportamento suicida di Deutsche Bank è rappresentata dalla necessità di reggere il confronto con la concorrenza dei colossi americani che la hanno costretta a scendere sul loro terreno, che è quello della speculazione finanziaria. Priva di forza analoga a quella dei colossi americani, si è trovata così nella situazione di assumere le posizioni finanziarie e contrattuali deteriori. Il capitale finanziario, onnivoro –come mostrato da Marx per il capitale “tout court”-, si è sviluppato prima in virtù di oggettiva estensione, poi a carico dei risparmiatori, poi ancora a carico delle piccole imprese e poi degli enti locali, ed infine sia degli Stati sovrani -su ciò lo scrivente non si è mai stancato di insistere fino alla noia- sia delle altre banche: financo il famoso detto latino “lupus non est lupus” (lupo non mangia lupo) è stato smentito. La sfida della speculazione è stata dovuta affrontare da tutto il settore bancario con conseguenze generalmente negative: quelle banche che non sono state in grado di operare su tale terreno, essenzialmente quelle medie e piccole, hanno visto il loro spazio di mercato progressivamente e costantemente più ridotto a causa della concorrenza sempre più aspra e sempre più senza esclusione di colpi. L’enucleazione sia delle cause della crisi del settore bancario tedesco sia della sua gigantesca portata ed estensione è utile per individuare le cause della crisi dell’economia tedesca in generale. La Germania ha basato la sua economia esclusivamente sulla solidità delle proprie industrie e sulla loro forza e capacità di natura esportatrice. Ebbene, le proprie industrie, operanti in ambito pressoché esclusivamente internazionale, si sono trovate in difficoltà di fronte alla concorrenza dei colossi americani, questi ultimi ora con Trump sorretti dalla politica protezionistica ed aggressiva del proprio Stato. La carenza della domanda interna –anche i propri ceti deboli hanno beneficiato di un trattamento un po’ meno peggiore di quello registrato negli altri Paesi-, prodotta dalla politica economica tedesca, si è ritorta contro di essa. Proprio mentre versa in una situazione di crisi endemica, la Germania pensa a sopravvivere incrementando ed addirittura rendendo odioso il suo dominio sull’Europa intera, ora vero e proprio Impero Tedesco, con il supporto francese. L’imperialismo tedesco è soccombente rispetto a quelli dell’America, della Cina e della Russia. Ma perché la Germania ha trasformato l’Europa in un suo Impero aggressivo e brutale da un punto di vista economico-sociale, invece di esercitare un’egemonia rispettosa delle singole realtà in modo da sviluppare la domanda interna dell’intera Europa medesima? Certamente, la propria industria avrebbe dovuto sopportare la concorrenza dei singoli Paesi europei, ma in questo caso essa avrebbe fatto la parte del leone. La risposta è chiara ed univoca: la politica della domanda richiede il sostegno economico a favore dei ceti deboli, vale a dire una politica economica di natura sociale, che il capitale finanziario non può assolutamente tollerare. Mentre il capitale industriale aveva nelle sue corde, o comunque non escludeva, il sostegno economico dei ceti deboli, il capitale finanziario risponde ad una logica affatto opposta, in quanto esso si accumula in via autonoma utilizzando qualsivoglia situazione economica, anche negativa per l’economia in generale. Tale risposta si rivela, a modesto avviso dello scrivente, idonea a fare giustizia della tesi che riconduce lo scontro tra imperialismi ad una dimensione prettamente politica e vede così la Storia attuale quale trionfo della politica, anzi della Politica: ed è così idonea a giustificare l’atteggiamento dello scrivente che non riesce ad appassionarsi sugli scontri tra Imperi e Nazioni e a monte sul contrasto tra Imperialismo e Nazionalismo. All’esatto contrario di quello che sostiene tale tesi, è il capitale finanziario che determina la politica ed indirizza l’imperialismo, privo di caratterizzazione produttiva, come invece nell’analisi marxista, ed anche di natura intrinsecamente politica. Lo scontro tra America e Germania –ed Europa-, che ha visto il trionfo della prima ha avuto come terreno di scontro sia l’ambito industriale sia quello finanziario, il che già smentisce la tesi di cui sopra sulla natura intrinsecamente politica dell’attuale imperialismo. La scelta, netta e senza correzioni dell’imperialismo invece di un‘egemonia di natura sociale da parte della Germania conferma che tra i due settori la natura decisiva è rivestita dalla finanza, poiché invece l’industria si sarebbe indirizzata in un senso quanto meno più problematico.
La Deutsche Bank è in crisi gravissima, e forse irreversibile con necessità di aiuti degli imprenditori tedeschi e dello Stato: ed ora, “dulcis in fundo”, la propria situazione estremamente critica la costringe a licenziamenti in massa, creando allarme sociale. La questione è gravissima: ma un’analisi leggermente più approfondita porta a concludere che si tratta di gravità addirittura esiziale, idonea a mostrare il disastro dell’economia europea più solida, e quindi dell’economia “tout court”, nonché, in un vero e proprio crescendo rossiniano, il crollo dell’Europa e la fine dell’Occidente. Walter Rathenau, intellettuale, economista, imprenditore e uomo politico (liberal-progressista), Ministro a Weimar, assassinato nell’immediato primo dopoguerra da nazionalisti (precursori dei nazisti), fu sostenitore della concezione istituzionalistica dell’interesse sociale della grande società per azioni, in contrapposizione alla teoria contrattualistica, quest’ultima tesa a ridurre tale interesse sociale a quello comune dei soci, mentre l’altra lo riconduce all’interesse dell’impresa in sé “Unternehmen an sich”. Per inciso, la teoria dominante è sempre stata quella contrattualistica, ma quella istituzionalistica ha ciò nondimeno raccolto costantemente adesioni ampie e diffuse, sia pur in via indiretta, tese a dare rilevo alle esigenze dell’impresa, non totalmente riconducibile alla società ma tale da mostrare rispetto a questa una forte autonomia. I soci, anche ove tutti concordi, non possono prescindere dalla solidità dell’impresa gestita. L’adesione, di fatto, alla concezione istituzionalistica, cacciata dalla porta ma fatta rientrare dalla finestra, è caduta con il capitale finanziaria che ha privilegiato rispetto alla salvaguardia dell’impresa la formazione di plusvalenze vertiginose in virtù di incremento abnorme del fatturato: il Ministro di allora Tremonti affermò che si privilegiava il conto economico rispetto allo stato patrimoniale, e si tratta di affermazione non solo superficiale ma anche del tutto infondata, in quanto le plusvalenze riguardano direttamente il conto patrimoniale. La verità che si privilegia l’imprenditore, inteso come gruppo di comando, rispetto all’impresa: è la configurazione in senso talmente negativo della teoria contrattualistica resa possibile dalla rimozione di quella istituzionalistica. Si tratta non una mera degenerazione, come avrebbe voluto evocare Tremonti, ma all’esatto contrario di una reale dinamica soggettiva e strutturale del sistema. Ebbene, Rathenau, in un famoso scritto, motivò la sua adesione alla teoria istituzionalistica, evidenziando che sulla base ed in applicazione della teoria contrattualistica, i soci avrebbero potuto porre Deutsche Bank in liquidazione, il che avrebbe voluto porre in liquidazione l’intera Germania. Questo, e proprio questo, significa la crisi della Deutsche Bank. Ma come è compatibile tale liquidazione con la florida salute dell’economia tedesca, in virtù essenzialmente di una propensione estrema all’esportazione? Per comprendere a pieno la problematica, occorre premettere che la crisi estrema della Deutsche Bank è singolare in quanto dovuta ad una massiccia ed abnorme posizione in derivati –per cui da anni è considerata non più una banca ma un “hedge fund”, vale a dire un fondo (ultra)speculativo-, di per sé non necessaria in quanto l’incremento impetuoso dell’attività creditizia, da porre al centro dell’operatività, alla luce della solidità dell’industria interna, sarebbe stato dall’esito estremamente felice. Si è invece impelagata nei derivati evidentemente per soddisfare la pretesa ed anzi per l’ambizione di diventare competitiva con le grandi banche d’affari internazionali americane (soprattutto) e inglesi, anch’esse impegnatissime in derivati. Da tale punto fermo, ed innegabile, si può e si deve partire per avviare una ricostruzione della complessa questione nei suoi esatti termini. Il primo aspetto che può fungere da spunto di ricostruttivo di ordine generale è che l’attività creditizia è diventata assolutamente secondaria, non tanto e non solo per i rischi di “default”, quanto piuttosto perché non più strategica e non più in grado di sostenere lo sviluppo ed i conti economici di una grande banca. L’attività speculativa è diventata quella decisiva per lo sviluppo di una grande banca: quella creditizia è secondaria anche quando -raramente- sicura, ma non più in grado di arrecare margini significativi per il bilancio della banca e di suscitare un indotto significativo di operatività. Il secondo aspetto che può fungere da spunto di ordine ricostruttivo generale si delinea se si tiene conto che appare riduttivo vedere il disastro della Deutsche Bank solo in termini di ambizione sfrenata: il capitale finanziario vede il dominio della speculazione non più in funzione della malvagità di singoli ma quale nuovo fulcro della finanza e del capitale stesso. Pertanto, non si si può trascurare l’ipotesi che la crisi sia dipesa da spostamenti stratosferici di risorse con derivati fittizi per connessioni interne al capitale finanziario ed a singoli specifici gruppi di potere. Più persuasiva appare peraltro l’ipotesi che, essendo il capitale finanziario dominante quello anglosassone, questi abbia pertanto abbia imposto una redistribuzione di posizioni di forza, con penalizzazione definitiva dell’Europa continentale ed anche della Germania, la cui forza imperiale si esplica solo nei confronti degli altri Paesi europei. La Deutsche Bank sarà salvata dallo Stato tedesco, mentre le banche italiane e greche, con minore esposizione, sono state sacrificate a conferma della natura fittizia dell’Europa, se non come Impero tedesco con supporto francese. Tale ipotesi viene avvalorata da un dato sicuro: le banche d’affari inglese ed americane hanno, dalla crisi del 2008, sistematicamente traslato i rischi abnormi dei derivati sugli altri soggetti, ed è così singolare che la più potente ed importante banca del Continente europeo sia invece caduta vittima dei derivati, e si stratta di stranezza superabile facilmente esclusivamente con la circostanza che i rapporti di forza la hanno a ciò costretta. Conseguentemente, il secondo aspetto che può fornire da spunto di ordine generale ricostruttivo è che il capitale finanziario, nella sua essenza rovinosa e nella sua tendenza al disastro da un lato e nella sua natura abusiva dall’altro, opera a danno non solo più degli utenti-risparmiatori e utenti-imprese produttive prima e degli enti locali e Stato poi ma anche di propri esponenti di volta in volta penalizzati alla luce di una logica di potere economico in cui la tecnica economica e l’efficienza sono oramai privi di alcun valore e di alcuna rilevanza. Il capitale finanziario è dominante, senza ostacolo alcuno, ma registra al proprio interno una dialettica molto forte ed incisiva, al momento del tutto unilaterale come visto ma con tale unilateralità che può alla lunga rivelarsi fragile in quanto registra una formidabile disarmonia al proprio interno. Questa dialettica, finora trascurata, deve essere oggetto di attenta disamina e di vera e propria rielaborazione generale, se si vogliono porre le basi per porre il capitale finanziario sotto controllo, vigilanza ed addirittura sotto cautela.