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Il successo, alle elezioni regionali, dei Governatori uscenti è stato netto: certamente è stato favorito dal “Covid”, che ha creato compattezza intorno a chi ha governato durante l’emergenza, ma va oltre la contingenza ed ha un significato politico enorme. E’la conferma di un rapporto fiduciario tra “leader” e popolo, con il primo che supera la differenziazione tra schieramenti e diventa trasversale alla maggioranza popolare, anche estesa, in ogni caso al di là dello schieramento di parte politica e della logica di schieramento. E’assolutamente necessario evidenziare subito che quest’ultimo elemento deve essere tenuto bene in conto nel momento in cui si insiste nel voler esportare all’assetto del nazionale il modello del Governatore. Ed infatti, l’argomento che si utilizza comunemente è il seguente: già, visto che il modello del Governatore regionale ha successo, perché non passare al Governatore d’Italia, vale a dire al “Premier” (Presidente del Consiglio)? E’ evidente che la posta in gioco è il cambiamento di forma di stato da parlamentare in presidenzialista e non è la prima volta, né l’ultima: la battaglia per il Presidenzialismo od anche il “Premierato” –come in questo caso-, vale a dire per l’elezione popolare diretta del Capo dello Stato o del Presidente del Consiglio –ed è questo il caso- è molto sentita e da tempo e tale forma è vigente nelle sue varianti in Paesi importanti come l’America e la Francia –in forma più attenuata- per la prima variante, e Israele per la seconda –mentre il discorso è più complesso per l’Inghilterra-. E’ noto l’argomento su cui basa la battaglia: oltre ad una politica corporata, di interessi contrapposti tra cui mediare faticosamente e con grandi costi per collettività, vi deve essere il punto di coagulo rappresentato dalla politica della decisione, vale a dire del “Leader”; la coabitazione tra le due politiche, vale a dire tra le due forme di legittimazione popolare, porta alla prevalenza della seconda, quale garante dell’unità dell’indirizzo politico espresso in maniera frammentaria dal Parlamento (invece, la versione attuale della nostra Costituzione pone in capo al “Premier” tale unità, ma sotto il controllo del Parlamento, che concede e revoca la fiducia al Governo). Rispetto ai consueti argomenti, testé riportati, ora si effettua un’importante aggiunta e si adduce la positiva esperienza delle Regioni. L’esperienza delle Regioni induce invece a conclusione opposta (ferma restando, da parte dello scrivente, la reiezione dell’argomento principale di cui sopra alla luce dell’essenzialità del controllo del Parlamento, unico depositario della volontà popolare e puntello della sovranità popolare): il superamento della differenziazione politica e così a monte della lotta politica in virtù dell’unificazione nel “Leader”, incarnazione della Nazione ed espressione di fatto unica dello Stato, porta alla fine della politica, nel momento in cui si arriva a superare con il Governo la differenziazione eliminando la dialettica, che resta sì ferma ma relegata al mero livello amministrativo, vale a dire di amministrazione della cosa pubblica, senza investire le grandi scelte di fondo che invece costituiscono l’essenza della politica. Ed infatti, il vero risultato del sistema dei Governatori regionali è quello dell’identificazione del Governo, una volta superata la politica, con l’amministrazione, assicurando sì a questa immediatezza di decisione ma anche facendole perdere imparzialità (in violazione dell’art. 97 della Costituzione). I ripetuti scandali regionali nascono qui, anche se si tratta solo di un corollario, che non deve deviare l’attenzione dal nodo principale. Il modello, da ridiscutere pertanto anche a livello regionale, in ogni caso non può e non deve essere esteso a livello nazionale. Ma non si può trascurare la vera ragione del successo del modello dei Governatori regionali e del seguito che esso riscuote: essa consiste nell’insofferenza popolare per il sistema nazionale sempre in crisi di Governo, palese o manifesta che sia, a fronte di Governi regionali sempre stabili. L’esportazione del modello a livello nazionale diventa così inevitabile se non si contrasta in modo serio la ragione del suo successo. Il punto chiave è se il controllo parlamentare, unico che può, se effettivo, e non fittizio, incarnare la sovranità popolare, da un lato e, dall’altro, Governo stabile possano coesistere? A monte, sovranità popolare e decisione possono coesistere? Ed a tale risposta positiva si deve necessariamente pervenire sol che si pensi che la prima senza la seconda si riduce a disordine che porta alla dissoluzione della società ed anche di sé stessa, poiché il Parlamento che si sovrappone al Governo perde ogni controllo anche di sé stesso, per evitare la quale situazione si formano centri di decisione surrettizia, mentre d’altro canto la seconda senza la prima si colloca oltre non solo la democrazia ma anche la politica per diventare forza bruta. Che si voglia o no, occorre far convivere Parlamentarismo e stabilità di Governo. Ma innanzitutto occorre elaborare, a monte, al di là di formulazioni a volte vuote ed a volte pregnanti ma generiche, il concetto di volontà popolare e così a valle, al fine di rendere concretamente attuabile il controllo sul Governo, fissare il ruolo della politica. Ebbene, la situazione attuale è invece proprio quella del Parlamento che non determina una maggioranza stabile e pertanto si sovrappone al Governo provocando quella situazione del tutto negativa sopra descritta. Il nostro sistema Parlamentare porta alla sua consunzione, e già adesso alla sua paralisi: crea le basi per il Presidenzialismo/Premierato oramai alle porte. Occorre una modifica costituzionale che rafforzi la nostra Costituzione e non la devitalizzi, come vogliono invece tutti i presunti riformatori, veri e propri sostenitori di democrazie autoritarie, e realizzi il modello sopra visto. Altrimenti, l’esito -terribile- è assolutamente scontato. A scendere -e solo a scendere-, il sistema delle autonomie localo deve riacquistare politicità, senza perdere il contatto con la base sociale: anche il modello dei Governatori regionali deve essere abbandonato. Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO
Voci autorevoli stanno enfaticamente affermando che è necessario un progetto per l’Italia: un vero e proprio “Progetto Paese”. Di enfasi ve ne è molta, ma il contenuto è sacrosanto: la situazione in Italia è così critica che senza un grande “Progetto Paese” il salvataggio è impossibile. Il vero è che del “Progetto Paese” non solo vi è assoluto bisogno, ma anche mancano tutti i presupposti. Ed infatti, nessuno degli attori ha la minima idea di un Paese accettabile. Non la politica –tranne il Presidente del Consiglio Conte e pochi altri-, non l’economia, e nemmeno Banca d’Italia, che non ha il coraggio di abbandonare l’ortodossia pur avendo compreso con estrema lucidità la necessità dell’abbandono. Tutti annaspano, a volte in modo grottesco, come la politica e come la Confindustria. Ma non è qui il problema: il “Progetto Paese” è necessario proprio perché manca: e d’altro canto manca perché mancano gli attori ed i registi. Ben vengano qualche aspirante attore e qualche aspirante regista. Ebbene: qui, e proprio qui, sorge il problema. Il “Progetto Paese” di cui si parla è, come contenuti, frutto di un errore marchiano: si ragiona restando sempre ancorati al modello liberista, che invece si è dimostrato fallimentare. Nell’ambito del modello liberista, l’efficienza tedesca viene indicata –al pari di quella francese, sia pure questa con meno forza- come punto di riferimento, ma si trascura gravemente che anche ove più efficiente è il modello stesso che mostra crepe irrimediabili. Ed infatti, il coinvolgimento, assolutamente non isolato, delle più importanti banche inglesi, americani e della più importante banca tedesca nell’antiriciclaggio dimostra che è questione di lesione non solo della legalità ma anche della stabilità finanziaria, visto il ricorso sistemato ad operazioni destabilizzanti. Non è più sufficiente, per il capitale finanziario, la speculazione più sfrenata: ora si è raggiunta la vetta, che sembrava francamente irraggiungibile, dell’acquisizione di capitali illeciti e/o dell’utilizzo di capitali per operazioni illeciti. D’altro canto, in Italia vi è l’aggravante di una classe imprenditoriale del tutto irresponsabile, che chiede privilegi continui e pretende penalizzazioni del lavoro e dei bisogni sociali: con il “Covid” e con il “Recovery Fund” essa si è superata, dimostrando un’assoluta arroganza fine a sé stessa. Il superamento del modello liberista però è ben lungi dall’essere forza coagulante e le ragioni sono profonde, come si vedrà. Si cercano così modelli ibridi. Un economista milanese ha tentato di formulare il ricorso all’aggregazione tra imprese in via ordinaria, alle comunità di lavoratori per le imprese in crisi ed infine alle imprese pubbliche per soli monopoli naturali. E’ come mettere insieme l’ordo-liberalismo della scuola di Friburgo con Rosa Luxemburg, Luigi Einaudi con il Gramsci delle occupazioni di fabbriche. Sono sincretismi che, oltre ad essere intrinsecamente dubbi, mancano di una base forte per un vero e proprio “Progetto Paese”. Occorre evidentemente una visione unitaria che stia dietro al superamento del modello liberista. Ma la base unitaria non si costruisce dal nulla per istantanea creazione. All’esatto contrario, è assolutamente necessaria un’azione profonda che si articoli attraverso un processo graduale su più fronti. In primo luogo, occorre riconoscere che il superamento del modello liberista è assolutamente minoritario –per ragioni profonde, come si vedrà- ed anzi troverebbe un avversario compatto e fortissimo. Di conseguenza, è necessario rompere il fronte avversario dall’interno: le lesioni formidabili apportate dal capitale finanziario alla stabilità, non solo finanziaria, ma addirittura economica “tout court”, rendono non velleitario ottenere il contributo della finanza sana -quella del sostegno creditizio alle imprese e della finanza di investimenti attiva e propositiva- e delle Autorità di Vigilanza, per bloccare dall’interno il capitale finanziario. La prima misura da lanciare è un intervento a tutela del risparmio con rigoroso controllo della finanza e altrettanto rigorosa riforma dell’ordinamento della società per azioni. La politica economica da costruire intorno a tale misura sarà forzatamente di mediazione. In secondo luogo, occorre, sia per l’emersione della componente interna alla finanza, sia per passare a misure più incisive, riscoprire la politica forte -ma non autoritaria-, che abbia il coraggio di essere divisiva e radicale: occorre l’abbandono del moderatismo che è anche profondamente ed intrinsecamente antidemocratico essendo inidoneo a soddisfare le esigenze popolari, anche quando maggioritarie, in quanto per antonomasia vive di accordi con il potere economico: essa, per essere tale, deve assurgere, all’esatto contrario, al ruolo di forza della democrazia contro il potere economico. La pura radicalità, con portata divisiva, e così senza unificazione della società, è certamente distruttiva. Ma l’unificazione deve evitare Scilla e Cariddi, vale a dire da un lato non essere fittizia e quindi non autoritaria, e dall’altro non sostanziale e quindi non compromissoria: vale a dire che deve presentarsi quale forma di rispetto sia di regole sia della minoranza, in un’ottica di salvaguardia delle istituzioni, ma solo come mantenimento delle istituzioni con al centro una Costituzione in grado di indirizzare i poteri pubblici senza rinunziare ad un Progetto forte. Il punto di partenza non può non essere costituito dalla nostra Costituzione, che è la più bella del mondo, ma che è priva di “enforcement”: essa va riformata in via espansiva rispetto alla sua natura e non regressiva come invece hanno tentato tutte le ipotesi di riforma costituzionale, il tutto unito ad una legge elettorale maggioritaria a doppio turno. In terzo luogo, occorre, come risultato finale principale, sottrarre gli investimenti al ruolo decisivo delle grandi imprese, con una programmazione economica imperativa e globale e con una forte e capillare presenza di imprese pubbliche di sviluppo e con la riforma degli investitori professionali. Ma qual è l’elemento unitario del Progetto, in grado di diventare elemento di compattezza e di mobilitazione? Il superamento del modello liberista è l’essenza del Progetto ma ha un contenuto troppo tecnico per creare compattezza e mobilitazione: i suoi valori, vale a dire socialità, lavoro, salute, natura, equilibrio internazionale, sono al di fuori dell’orizzonte dei nostri tempi, e ciò vale anche per la salute, visto che il “Covid” ha trovato tutti impreparati senza grandi proteste. L’elemento unitario è –e non può essere altrimenti- la società civile, contro i liberisti che ipostatizzano l’individuo ed i nazionalisti che fanno lo stesso con lo Stato, autoritario all’interno ed aggressivo all’esterno. Ed il “Covid”, mettendo a nudo la fragilità dell’individuo e l’impotenza dello Stato, ha fatto riemergere l’assoluta necessità di riscoprire la società civile e di lottare per essa. Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO
Gli Eltif sono (fondi di investimento europei a medio termine che investono nel capitale azionario o assimilato od anche in strumenti di debito delle imprese italiane dell’economia reale, con preferenza per le piccole e medie imprese, vale a dire non quotate e che siano dalla capitalizzazione non superiore ad un certo importo, oppure per imprese finanziarie che finanziano esclusivamente dette imprese). Essi beneficiano di rilevantissime agevolazioni fiscali a favore degli investitori (anche indiretti per il tramite di fondi comuni specializzati sempre in Eltif) persone fisiche italiane. Nell’ottica propria dell’Eltif, appena vista, si fissano limiti quantitativi per il patrimonio affidato ad un fondo, mentre nessun limite sorge per il numero di fondi che una stessa Società di gestione può lanciare e tenere. E’ uno strumento che perfeziona e radicalizza il modello dei PIR (Piani Individuali di Risparmio) per finalizzare gli investimenti finanziari all’economia reale. Quello che conta è che si vuole superare la distinzione tra fondi comuni aperti che investono essenzialmente in borsa e sono partecipati dagli investitori privati e dall’altro fondi comuni chiusi e comunque strutture di “venture capital”/“merchant banking” che investono direttamente in iniziative da sviluppare e che sono partecipati da investitori professionali o assimilati. E’ un superamento di grande interesse in quanto propone la selezione professionale di investimenti dal rischio alto ma dal rendimento potenziale elevato, il che è particolarmente allettante in un momento di tassi negativi o comunque estremamente bassi. Si offrono possibilità lucrative ai singoli investitori “medi”. E’ una forma di grande innovazione per la finanza. D’altro canto, (non si può trascurare che) coinvolge il risparmio in investimenti rischiosi che sono normalmente non solo filtrati ma anche sostanzialmente -come rischio e come vantaggi- mediati da investitori istituzionali. Si fa acquisire al fondo comune per risparmiatori medi il ruolo proprio di forme di investimento per investitori professionali o qualificati o comunque sofisticati. Né si può replicare che si tratta di un fondo chiuso e non aperto e pertanto per antonomasia altamente rischioso: ed infatti, la destinazione dei fondi e dei relativi investimenti a qualsivoglia investitore, senza limiti (gli importi minimi di investimento sono accessibili, a differenza del passato) ed eccezioni, salvo il rispetto del profilo di rischio –pertanto, in presenza di adeguata diversificazione, senza preclusione per investitori medi, anche come profilo di rischio-, non rende la natura di rischio un’effettiva e consistente barriera all’investimento in questione. Si fa assumere al risparmio privato un ruolo non suo e lo si espone a rischi che non dovrebbero essere i suoi. Il problema non può essere affrontato solo con una particolare attenzione al profilo di rischio dell’investitore, ovviamente essenziale ed imprescindibile ed addirittura più pressante della normalità, dal momento che i risparmiatori sono disposti ad un investimento più rischioso solo per ottenere “performance” adeguate e non necessariamente sono pronti a seguire una logica industriale. Ed infatti, l’eliminazione di un passaggio intermedio (vale a dire non solo un filtro) tra il risparmio di massa e gli investimenti diretti, non suscettibili di agevole liquidazione, trattandosi di titoli non quotati, rende necessario un ulteriore approccio. Proprio perché gli investimenti del fondo da un lato sono altamente rischiosi e dall’altro sono non liquidabili, è necessario che vi siano forme di controllo da parte del fondo sulle imprese in cui investire per assicurare correttezza e mancata abusività ed arbitrarietà di gestione ed anche (la stipula di) clausole che consentano l’uscita dall’investimento in determinate condizioni. Tali forme e tali clausole sono normali negli investimenti minoritari in imprese non quotate. Nel nostro caso vi è la particolarità della necessità di un arbitraggio tra dinamismo ed innovazione da un lato e dall’altro rigore ed avvedutezza. L’intermediario finanziario deve acquisire una visione industriale senza perdere la natura finanziaria. Si entra in un mondo inesplorato che richiede profili all’altezza sia sul piano delle competenze sia su quello dei controlli. Lo scrivente da tempo ha evidenziato e sostenuto la necessità che negli investimenti atipici –non solo liquidi, anche se questi sono prevalenti- non si persegua solo la massima trasparenza, certamente necessaria ed imprescindibile, dovendo assicurare anche profili di correttezza sostanziale. Nel caso in esame, occorre un salto di qualità e di livello. La normativa si pone il problema quando, come visto, richiede che gli investimenti di ciascun fondo non superino un certo importo: si vuole fare così in modo che i gestori manifestino e mantengano sempre una forte, ed addirittura peculiare, attenzione nei confronti delle imprese in cui investire. Nel tempo si vedrà se la normativa, che si rivela di pregevole confezione, da un lato e dall’altro la professionalità degli intermediari ed i controlli delle Autorità siano sufficienti o se occorrano integrazioni. Un punto deve però essere ribadito con forza: l’approccio agli Eltif non deve essere, pur nella debita considerazione della loro delicatezza -anche alla luce della fase dei mercati che induce ad investimenti rischiosi-, prevenuto né caratterizzato da rigidità, in quanto con essi, in via assolutamente innovativa, la finanza si prende in carico, non senza rischi, la solidità del sistema industriale. E’ un vero e proprio salto di qualità per il risparmio e per il suo ruolo nell’economia. La tutela del risparmio, che rappresenta un valore essenziale del nostro ordinamento (art. 47 Cost.), deve compiere anch’essa un corrispondente salto di qualità. Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO
Diverse discussioni si fanno concorrenza nell’ultima settimana prima della consultazione referendaria. Ciascuno spara la propria convinzione sul web. Ma la riforma, a differenza di quella Renziana molto pasticciata, stavolta è anche insensata. Partendo dal fatto che qualche milione di persone non sa la differenza che intercorre tra una legge ordinaria e la Costituzione, né è interessato a beghe di carattere giuridico normativo, c’è anche un parlamento sempre più spesso svuotato del suo ruolo e un esecutivo che propone nuove leggi a botte di decreti d’urgenza, spesso poco discusse in parlamento in sede di conversione, o lasciati decadere trascorsi i 60 giorni entro i quali andrebbero convertiti in legge, svuotandoli quindi di efficacia retroattivamente. Ora per la quattordicesima volta tocca alla nostra Costituzione essere oggetto di diatribe politiche, ultimamente sempre più prive di senso perché si sa che le maggioranze in Parlamento sono raccogliticce e che il governo non esercita più la sua funzione esecutiva nell’interesse generale e quindi, di conseguenza anche le leggi emanate rispondono a criteri dettati dal vincolo esterno a cui le nostre stesse leggi sono sottoposte. Le ragioni del No, più o meno argomentate, da un punto di vista politico o costituzionale, spesso non riportano in modo esaustivo le motivazioni lasciate a libera interpretazione di chi le esprime e di chi le legge, così come le ragioni del SI sono fondate su ipotetiche possibili riforme ulteriori della Carta costituzionale. Ma ciascuno esprime la propria supposizione seguendo logiche del partito di appartenenza, opinioni personali e anche “speranze”. Chi pensa che la riduzione del numero dei parlamentari possa portare a correttivi democratici della Costituzione nutre una speranza, neanche tanto fondata, non essendoci alcun progetto di modifiche auspicate dai partiti di maggioranza. Quindi non si sa dove si andrà a parare. L’unica cosa “forse” certa, in caso di vittoria del SI, si concretizzerà nel risparmio di qualche centinaio di milioni e nella promessa “mantenuta” da parte del M5S di ridimensionare la casta. Di certo, come previsione del dopo, il nulla. I sostenitori del SI dicono che la riduzione dei parlamentari, pur non essendo una riforma particolarmente necessaria, essa prelude ad aggiustamenti di altri istituti contemplati dalla Costituzione, suscettibili di revisione. Alcune ragioni addotte sarebbero che i parlamentari fossero diventati troppi per ragioni “clientelari” rispetto al numero dei parlamentari di altri stati europei, che molte teste non si mettono d’accordo e vi sono lungaggini per l’approvazione di leggi “necessarie” e che spesso vi è instabilità di governi che cadono, si rimpastano e via dicendo. E che l’instabilità politica porta all’instabilità economica. Vera bufala del momento. Un probabile governo autoritario che potrebbe attuare politiche economiche dannose alla collettività deve cadere. E’ la democrazia, bellezza! Anche se negli ultimi decenni ne abbiamo dimenticato l’esistenza. Un’altra ragione del SI è che così facendo anche le camere dovranno essere differenziate nelle loro funzioni o addirittura c’è chi sostiene che sia sufficiente l’abolizione del Senato che esercita le stesse funzioni della Camera e quindi non avrebbe motivo di esistere. Tralascio altre esplicazioni in merito ai collegi regionali, alla ripartizione iniqua e non proporzionale del numero ridotto dei parlamentari in riferimento alla rappresentanza territoriale, per cui la rappresentanza non rispecchierebbe proporzionalmente lo stesso numero di abitanti tra regioni diverse. Se si volesse fare una vera riforma, si dovrebbe iniziare dall’applicazione dell’art.49, per determinare un “indeterminato” istituto che lo stesso articolo definisce “metodo democratico” mai definito in 73 anni. Articolo 49 mai applicato e partiti, contenitori svuotati da ideologie di carattere politico costituzionale e programmi di indirizzo socioeconomico per il governo. Le sinistre hanno abdicato al loro ruolo e lo Stato ha abdicato all’esercizio del potere sovrano a favore di istituzioni sovranazionali non democratiche che decidono per noi e i nostri rappresentanti in quelle sedi non discutono, ma si limitano a sottoscrivere decisioni su di noi prese da altri. Altra ragione del si, che l'approvazione della riforma porterebbe con sé la modifica della legge elettorale per una migliore scelta dei nostri rappresentanti in parlamento. La legge elettorale si può riformare a prescindere dalle modifiche costituzionali, essendo la stessa una legge ordinaria e quindi approvata con procedura ordinaria (maggioranza assoluta delle due camere). Da anni, la Costituzione è stata attaccata da destra e da sinistra, con riforme peggiorative. Riforma del titolo V che ha introdotto il vincolo esterno nell’articolo117, oltre ad aver creato il caos nell’attribuzione delle materie di competenza. Art. 81 che ha introdotto il pareggio di bilancio. Tralascio altri temi più complessi. Ora passo alla mia considerazione sulla tutela della Costituzione e dei suoi principi supremi. Come rafforzare la Costituzione da attacchi periodici che ne scalfiscono alcuni dei suoi principi. L’art. 138 sulla revisione della Costituzione e di altre leggi costituzionali prevede che siano “adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare [cfr. art. 87 c.6] quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata [cfr. artt. 73 c.1, 87 c.5 ], se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.” Oltre alla forma repubblicana che non è suscettibile di revisione costituzionale, la sentenza della Corte Cost. n. 1146 del 1988 ha affermato che la Costituzione contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati da leggi di revisione e sarebbero: i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2), che al comma 2 sancisce “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, il principio di uguaglianza (art.3), e la tutela del lavoro (art. 4). Articoli già abbondantemente scalfiti da leggi successive incostituzionali, negli ultimi venti anni, con la progressiva privatizzazione della sanità che non si è affiancata, ma ha svuotato gradualmente la sanità pubblica, la riforma delle pensioni e soprattutto, nell’epoca renziana, la tutela del lavoro (jobs act). Se il lavoro non c’è, l’art. 4 non lo può garantire. Ma con la sottoposizione al vincolo esterno non lo si può neanche creare! Alla domanda “come rafforzare la Costituzione da continui attacchi e facili modifiche, alcuni costituzionalisti rispondono che le modifiche, per essere approvate, dovranno essere votate dalla maggioranza dei 2/3. Questa risposta porta con sé la revisione dell’articolo 138 della Costituzione, perché la votazione dei 2/3 farebbe saltare la consultazione popolare. Certo, si presume che se ci fossero dei partiti che candidassero in parlamento soggetti sostenitori dell’interesse generale (definendo cosa voglia dire per la collettività “interesse generale”) non ci sarebbero problemi. Ma la riforma del Titolo V del 2001, voluta dal centrosinistra, ha cancellato il termine “interesse generale” dall’art.117 della Costituzione e quindi l’interesse dei nostri rappresentanti è rivolto a entità sovranazionali che agiscono per una promiscua convivenza sul territorio europeo che non si basa sul benessere collettivo ma sul funzionamento del libero mercato. Il problema sta tutto nell’inesistenza di una classe politica degna di questo nome. Ora, se la nuova legge elettorale non si accompagna ad una regolamentazione dei partiti e i candidati non vengono scelti con metodo democratico, ma dalle segreterie di partito, le chiacchiere stanno a zero. Votare NO, non cambia nulla. La Costituzione andrebbe ripristinata negli articoli già modificati in precedenza e che l’hanno resa vulnerabile ed eludibile e poi, soprattutto, andrebbe applicata e rispettata. Votare SI, potrà cambiare, ma quasi certamente in peggio, nel senso che modifiche alla nostra Costituzione potranno trovare più facile consenso e il popolo non potrà confermare o rigettare la modifica con l’istituto referendario. Il che sminuirà anche ulteriormente la sovranità popolare. I due terzi dei rappresentanti del popolo che non perseguono l’interesse generale (lo conferma il metodo con cui vengono nominati per entrare nelle liste elettorali) non rappresentano più la collettività. La forza espressa dall’art. 138 è stata voluta dai padri costituenti proprio perché una maggioranza “pericolosa” non rovesciasse l’ordine democraticamente costituito e in Italia i poteri massonici e le “entità” sovranazionali sono abbastanza presenti e pericolosi da contaminare una maggioranza di nominati per svuotare di significato la Nostra Costituzione.
Il voto “referendario” sulla conferma della legge di riforma costituzionale che riduce il numero dei Parlamentari è destinato a suscitare ampie polemiche in quanto ha una grande portata giuridica e politica. E’ un “referendum” confermativo di una legge di riforma costituzionale emanata a maggioranza semplice e non con due terzi ed è previsto dall’art. 138 Costituzione. Presenta un quesito semplice ed univoco e i cittadini hanno ben chiaro il significato del voto. Le polemiche di metodo sul “referendum” sono fuori luogo, in quanto è giusto ed anzi doveroso e conforme a Costituzione che il popolo sovrano si esprima in merito. Il numero dei Parlamentari è previsto in Costituzione e la modifica costituzionale è conforme alla procedura prevista dalla Costituzione. A differenza di tutte le altre modifiche costituzionali è inoltre da un lato semplice e dall’altro tale da non incidere sulle funzioni degli Organi Costituzionali: a differenza dei tentativi Berlusconi e Renzi, non indebolisce le funzioni del Parlamento. La lesione della rappresentanza delle zone più deboli può essere agevolmente sanata con una modifica della legge ordinaria sulla composizione delle circoscrizioni elettorali. In definitiva, non incide sulla forma di Stato. Ha un significato solo politico sulle modalità di funzionamento del Parlamento e non sul suo ruolo: ma qual è tale significato politico? La risposta sembra semplice: esso è un voto contro i costi della casta politica e contro i privilegi di questa. Sembra un voto di natura populista e anti-istituzionale. Ad un’attenta analisi il discorso si fa ben più complesso. L’attuale Parlamento adempie alla sua funzione rappresentativa? E se la risposta è negativa, come si può intervenire? E’ evidente che la risposta è negativa, in quanto il Parlamento è un simulacro in mano alle Segreterie dei Partiti, senza dialettica se non in caso di cambio di casacca. Se così è -e si ripete che effettivamente così è-, il vero problema è non di costi ma di ridare vita al Parlamento e di innescare il circuito corretto di rappresentanza democratica. Ebbene, per fare questo, sembrerebbe un controsenso indebolirlo ulteriormente con la riduzione del numero, ma le cose non stanno così. Il vero nodo è di lanciare un chiaro messaggio di insoddisfazione per il degrado del Parlamento, in modo da attivare il rilancio. E’ ovvio che l’insoddisfazione può essere manifestata solo con il taglio dei Parlamentari, mentre la conferma del numero rappresenterebbe al contrario un segno di approvazione. Che invece il messaggio venga letto come attacco alla casta in senso populista è altro discorso, in quanto si tratta semplicemente di una cattiva ed erronea impostazione del problema. Ed infatti -occorre ribadire con forza che- il problema è non il costo del Parlamento, ma il suo buon funzionamento. Un costo elevato non è garanzia del buon funzionamento: ed infatti, attualmente, i Parlamentari, tanti o pochi che siano, non sono in grado di essere rappresentativi. Di qui la necessità assoluta di lanciare una modifica per un cambiamento totale del loro ruolo e del loro comportamento. Il sì al “referendum” è una condizione imprescindibile del mutamento: non è sufficiente, ma è necessaria. Senza il sì non cambia nulla: dopo il sì e solo dopo il sì, è possibile il cambiamento, ma quale? Ebbene, l’unico cambiamento possibile è che il Parlamento ritorni interprete della rappresentanza e depositario della fiducia popolare. Come si è detto occorre in via preliminare prendere atto della bocciatura del ruolo finora svolto. Per il ruolo futuro, occorre evidenziare che il potenziamento del Parlamento non passa né per una sovrapposizione di ruoli rispetto al Governo né per una propria posizione subordinata rispetto a questi. E’ così chiaro che il voto “referendario” acquisisce un’enorme rilevanza anche giuridica, vale a dire attinente alla struttura della Costituzione, ma non incidendo su di essa, bensì mostrando che il Re è nudo e che la struttura di democrazia parlamentare disegnata dalla Costituzione non è dotata di effettività. Per la prima volta è una modifica che si pone nel senso della realizzazione della Costituzione, che è e resta la più bella del Mondo, di tutti i tempi. Il Governo deve operare in autonomia e pertanto essere provvisto di una maggioranza stabile: di qui la necessità di un meccanismo elettorale maggioritario a doppio turno. Il Parlamento, ridotto sensibilmente nel numero e con i pochi Parlamentari effettivamente responsabilizzati, deve controllare il Governo e verificare il rispetto del mandato popolare. Niente mandato imperativo ma libertà assoluta ed insindacabile di esercizio dello stesso mandato, e nello stesso tempo assoluta trasparenza sul mandato ottenuto e su quanto effettuato anno per anno per rispettarlo. Ogni anno ciascun Parlamentare deve essere tenuto a rendicontare il proprio operato, evidenziando, sui singoli punti, se ha rispettato il mandato ricevuto, e spiegando le ragioni dell’eventuale mancato rispetto: in mancanza di dichiarazioni non veritiere vi è un reato, da codificare preventivamente, vale a dire falsità nella rendicontazione del mandato popolare ricevuto. In sintesi, il Governo deve operare con assoluta libertà, sulla base della fiducia parlamentare, fiducia scontata in quanto è il Capo Governo che domina la maggioranza parlamentare: il dominio viene meno se i singoli Parlamentari lamentano il tradimento del mandato popolare, mandato popolare che li rende responsabili politicamente ed in caso di inganno del popolo anche penalmente. Conseguentemente, il Parlamento, proprio nella maggioranza parlamentare e nella capacità dell’opposizione di pungolare la stessa maggioranza per l’appunto in relazione al mandato di cui questa è stata investita al momento del voto, si trasforma in controllore del Governo, vale a dire acquisisce la natura che dovrebbe già appartenergli. Il Parlamento diventa così, con le modifiche di legge ordinaria -meccanismo elettorale a doppio turno- e costituzionale -previsione dell’obbligo di rendiconto annuale dell’esercizio del mandato, con fissazione della sua natura penalistica, da attuare a proprio volta mediante altra legge ordinaria- che discendono in via naturale e di coerenza costituzionale dall’auspicato voto favorevole al “referendum”, l’effettivo interprete del popolo e strumento della sovranità popolare. Si realizza un doppio binario di Governo e di controllo, con il controllo che ove efficace, con la responsabilità politica e giuridica dei Parlamentari, rende l’azione del Governo non autonoma dalla volontà popolare. Il controllo, se nel tempo diventa effettivo e stringente, alla lunga può trasformarsi in funzionalizzazione dell’azione del Governo alla volontà popolare, in modo da rendere effettiva e attiva, e non solo difensiva, la sovranità popolare. Con il Parlamento primo custode della Costituzione -mentre il ruolo del secondo, vale a dire la Corte Costituzionale, sarà fatto esplodere in un successivo intervento dello scrivente-, si respinge definitivamente ogni tentativo di Presidenzialismo e di “Premierato” e si rende effettiva e forte la democrazia parlamentare, ora solo fragile e traballante: proprio per questo Sabino Cassese ed Angelo Panebianco votano no, mentre lo scrivente vota sì. Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità.
La sentenza della Corte Costituzionale tedesca (la Corte di Karlsruhe) sulla politica Bce –instaurata da Draghi e proseguita da Lagarde- di acquisto illimitato di titoli pubblici nazionali (“Quantitative Easing”) non boccia tale politica ma prospetta in modo minaccioso la bocciatura. Fondatamente, la Corte di Karlsruhe ha escluso che tale acquisto violi i Trattati Europei: e non può essere altrimenti visto che l’acquisto di titoli pubblici è un compito fondamentale delle Banche Centrali, e la BCE è l’unica Banca Centrale dell’Area Euro –vale a dire l’unica Banca Centrale con compiti di emissione della moneta e di svolgimento diretto di compiti monetari, mentre le Banche Centrali dei singoli Paesi svolgono tali compiti solo partecipando ai meccanismi ed ai sistemi europei diretti dalla stessa BCE-. Altrettanto fondatamente, la Corte di Karlsruhe ha sollevato il dubbio se tale politica, pur in astratto legittima, sia o no compatibile con gli obiettivi di politica monetaria e fiscale dell’Unione: ed anche qui non può essere altrimenti, visto che un’operazione così massiccia e continuativa di sostegno dei Paesi deboli risulta in potenziale contrasto con la filosofia e con l’essenza della’Europa di Maastricht e di Lisbona, nel momento in cui consente ai Paesi traballanti di stare in piedi. Quanto meno il sospetto che in virtù di tale politica detti Paesi possano eludere i vincoli ed i parametri europei, vale a dire che essa politica costituisca un mezzo surrettizio di sottrazione degli Stati deboli ai propri obblighi. Con tale politica, l’Europa, a mezzo del proprio Organo fondamentale, vale a dire la propria Banca Centrale, pone le basi di un vero auto-dissolvimento. In modo ineccepibile, la Corte di Karlsruhe ha dato tempo alla BCE per il tramite formale dello Stato tedesco di motivare la propria politica al fine di risolvere il dubbio. E’ una mossa ineccepibile, in quanto concede il tempo necessario alla BCE ma soprattutto a sé stessa per verificare se il sostegno si trasformi o no in elusione. Per tale accertamento ci vuole del tempo, proprio quello che la Corte di Karlsruhe ha concesso alla BCE e, soprattutto, a sé stessa. La decisione della Corte di Karlsruhe è nella sostanza ineccepibile: ha colto la sostanza della questione e così ha sollevato il dubbio –si ripete “il dubbio”, non “un dubbio”- sacrosanto, riservandosi di verificare la fondatezza di esso dubbio alla luce dell’esito del trascorrere del tempo quale sarà passato al vaglio sapiente della BCE, per il tramite formale dello Stato tedesco. Ma allora perché le vestali dell’europeismo, presenti anche in Italia, si stracciano le vesti per gridare al lupo ed al crimine di lesa maestà europea? Quello che è certo è da un punto di vista costituzionale gli argomenti utilizzati sono palesemente inconsistenti, anche se utilizzati da autorevolissimi interpreti –è un vero e proprio peccato che a loro non sia unito il massimo degli esperti, Sabino Cassese, presumibilmente troppo dedito a denunziare l’incostituzionalità -del tutto frutto della più fervida fantasia- delle norme italiane in materia di “virus”. Essi sostengono genericamente l’affossamento dell’Europa che la decisione della Corte di Karlsruhe avrebbe provocato, senza entrare nel merito del nodo impeccabilmente sollevato dalla stessa Corte. Così sono costretti a denunciare che la Corte di Karlsruhe non ha competenza e legittimazione a giudicare del comportamento degli Organi comunitari, di spettanza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee che sarebbe sovra-ordinata alla Corte di Karlsruhe. E’ difficile individuare tanti e colossali abbagli tutti in una volta. Ed infatti, non ha senso alcuno, da un punto di vista di diritto costituzionale e di diritto comunitario ed internazionale, quale delle due Corti sia sovra-ordinata all’altra. All’esatto contrario, l’una giudica in relazione alle norme europee e soprattutto, per il tramite di queste, ai Trattati europei ed alle norme fondamentali europee, in relazione alle Costituzioni interne. Per concludere nel senso della prevalenza della Corte di Giustizia delle Comunità europee sulla Corte di Karlruhe, le vestali dell’europeismo sono costrette a sostenere l’ammissibilità di deroghe alle Costituzioni interne da parte dei Trattati e delle norme fondamenta europee. Ebbene, qualche hanno fa, proprio la Corte di Karlsruhe ha solennemente e limpidamente statuito l’inammissibilità di deroghe e violazioni in tal senso in relazione alla Costituzione tedesca: i Giudici della Corte indossano ciascuno una toga rossa ed adesso tutti li apostrofano come “toghe rosse”, cercando di giocare sull’equivoco lessicale, mentre invece il sovversivismo giuridico della Magistratura tedesca è semplicemente irresistibile come umorismo involontario. Sia ben chiaro, il problema vi è ed è enorme, ma è opposto a quello che viene indebitamente presentato: il vero problema non è nell’orientamento della Corte di Karlsruhe, ineccepibile in quanto la Costituzione interna può essere cambiata ma non violata. Il vero problema è nella circostanza che analogo orientamento non è stato assunto in Italia dove le violazioni di norme fondamentali della nostra Costituzione sono continue e gravissime, dall’art. 1, 2° comma, e dall’art. 11, che vietano il sacrificio indiscriminato della sovranità interna e popolare (ammettendo solo limitazioni specifiche per ragioni di giustizia e di pace, che in ogni caso non ricorrono), fino ad arrivare all’art. 41,2° e 3° comma, sull’inderogabilità della politica economica interna ed all’art. 3,2° comma, fondativo di uno stato sociale egualitario. Grida ancora vendetta l’applicazione acritica nel nostro Paese della normativa europea “bail-in” che vieta salvataggi bancari a tutela di tutti i risparmiatori non azionisti, in violazione inammissibile dell’art. 47, che tutela inderogabilmente ed imperativamente il risparmio in tutte le sue forme –lo scrivente non ricorda al riguardo lamentele delle sacre vestali dell’europeismo, ivi compreso il Professor Sabino Cassese-. Ciò detto e chiarito, occorre individuare in quali aspetti la politica della BCE abbia violato la Costituzione tedesca (quella di Bonn, per intendersi). Ebbene, qui è il vero punto nevralgico della questione. La Corte di Karlsruhe imputa evidentemente alla politica della Bce la violazione della Costituzione tedesca non quale lesione dei principi fondamentali di questi ma quale coinvolgimento della Germania, a livello di sacrifici di questa ed imposti al popolo tedesco: poiché la Germania ha ottenuto corposi vantaggi dall’Europa, a livello di esportazioni e di supporto alla propria industria, nonché di compartecipazione al costo dell’unione con la ben povera Germania Est ed al salvataggio delle banche tedesche: la Germania, secondo la ricostruzione della Corte di Karlsruhe, ha diritto a beneficiare dei vantaggi dell’Europa ma non a sopportare gli svantaggi. Poiché i vantaggi sono quelli propri di una situazione di dominio, il conflitto evocato dalla Corte è non tra europeismo e nazionalismo e nemmeno tra due forme diverse di nazionalismo -come invece vagheggia la destra nazionalista-, ma tra imperialismo e tutela dell’indipendenza nazionale, che è cosa ben diversa dal nazionalismo. Ma è riduttivo ed anche ingenuo individuare il conflitto a livello europeo, visto che l’Europa è oramai in via di consunzione: il problema è ben più serio e riguarda il rapporto tra Germania ed Europa, “rectius” la configurazione dell’Europa come Impero Tedesco. La posizione contro cui si rivolge la Corte è quella tradizionale della Merkel, di un impero tedesco, morbido e protettivo, comprensivo e benevolo, addirittura con una pallida ottica sociale, che non a caso ha appoggiato, sia pur con qualche mugugno e brontolio, la linea di Draghi di salvataggio dei Paesi deboli. La posizione cui la Corte fornisce prepotente ingresso nell’agone politico tedesco è quello di un imperialismo aggressivo e accentratore, che non concede più agevolazioni alle province deboli dell’Impero se non con definitiva ed irreversibile consacrazione della loro sudditanza. In tale ottica, la Corte non fornisce voce al nazionalismo interno contro l’europeismo della Merkel, ma al contrario fornisce legittimazione al cambio di strategia dell’imperialismo tedesco travestito da (fittizio) europeismo. Ed è una presa di posizione, quella della Corte non trasparente, anacronistica, ma efficacissima: la politica della BCE, basata sull’acquisto dei titoli del debito pubblico, è oramai superata, visto che il debito pubblico è insostenibile per i Paesi deboli, dal che consegue la necessità di passare ad altra fonte di sostegno finanziario basata su erogazioni a fondo perduto o su interventi sull’ “equity”, vale a dire di natura azionaria. Ed in vista di tale inevitabile passaggio, la Corte ha voluto porre il paletto fisso che lo stesso passaggio potrà essere realizzato solo se la Germania dominerà il relativo processo. L’Europa è in via di totale disfacimento e la Germania deve stringere la presa e la propria morsa di acciaio, visti la profonda crisi economica e il suo schiacciamento tra la Cina e l’America. Vagheggiare il ritorno all’europeismo è semplicemente vano: l’Europa non è mai esistita, dilaniata al proprio interno fino al secondo dopoguerra, quando quella occidentale ha trovato un’identità ed un minimo comun denominatore grazie all’orpello dell’America ed alla sua inclusione nella Nato. Il tentativo di Ciampi di far passare l’Europa di Maastricht quale erede della prospettiva di cui al progetto di Ventotene è stato un clamoroso falso storico, essendo quella di Ventotene socialista ed autonoma dall’America e quella del secondo dopoguerra liberista e suddita dell’America, con autonomia veramente circoscritta. Nell’abbandonare fittizi ideali, occorre concentrarsi sulla geopolitica, vale a dire sulla politica internazionale che si concentri sui concreti assetti di forza, a partire dall’assetto geografico. In tale ottica, scartato il vacuo europeismo -si chiede venia se si ripete fino all’ossessione tale concetto-, occorre scegliere, in piena autonomia come Italia, se rinsaldare l’alleanza con l’America, od al contrario scegliere l’asse privilegiato con la Cina, od infine stringere un’alleanza all’interno dell’Europa con Francia e Spagna. Scartata senza indugio alcuno la prima in quanto nient’altro vorrebbe dire che rinsaldare non un’alleanza ma una sudditanza, portata all’estremo negativo vista la follia in cui l’America è finita, occorre scartare, sia pure con matura riflessione, la terza. Questa è stata recentemente proposta, non in conformità ad un vetusto europeismo, ma secondo una lucida lettura di geopolitica, dall’insigne avvocato milanese e fraterno amico Emilio Girino, che ha colto con anticipo alcune tendenze dell’attivismo di Macron. Ciò nonostante, essa si rivela non condivisibile proprio sul piano della concreta geopolitica. La Francia non ha mai avuto un ruolo propositivo, essendo un addentellato della Germania -la cui centralità dipende proprio dalla geopolitica come baluardo dell’Occidente nei confronti dell’Oriente del Nord- ed essendo il suo protagonismo passato il frutto di una posizione di rendita geopolitica nell’immediato primo dopoguerra in dipendenza della diffidenza generalizzata nei confronti della Germania. Diventata quest’ultima la forza preponderante dell’Europa, la Francia si è trovata schiacciata tra questa e l’Inghilterra, con la necessità fisica di trovare sfogo sulle deboli spalle dell’Italia. Il rapporto tra Germania ed Inghilterra è quello cardine dell’Europa, sin dai tempi di Bismark -non è un caso che Marx sia partito dalla Germania e dalla sua filosofia classica per approdare in Inghilterra ed alla sua suola economica classica-, ma senza dimenticare Federico il Grande. E’ un rapporto che ancora adesso è vitale, con l’Inghilterra che con Brexit ha riscoperto un ruolo di prim’attore, come rivelato molto bene su “Milano Finanza” da Bepi Pezzulli, che ha magistralmente da tempo mostrato come Brexit sia non un errore e frutto di miopia ma la conseguenza di una lucida strategia atta a fondare un nuovo Impero, questa volta privo di elementi militari e solo inerente al capitale finanziario: l’a., per la sua vicinanza alla Lega, esalta nel nuovo corso di Jhonson il trionfo del nazionalismo di destra e liberista, con una solida alleanza con l’America, mentre invece è da ritenere che sia un progetto alternativo all’America che parte da una volontà di stabilire una singolare ma geniale e solida “joint-venture” con la Cina, il che comporterà necessariamente l’abbandono del liberismo, visto che il modello cinese è quella di un capitalismo di Stato, il che comporterà anche un riposizionamento del ruolo stesso del capitale finanziario visto che al modello cinese è estraneo lo stesso capitale finanziario. In definitiva, la Francia. per la propria posizione geopolitica, non può che svolgere, e continuare a svolgere, un ruolo di solo sostegno privilegiato, come ha fatto da tempo immemorabile, a volte in modo sconcertante: non si deve infatti dimenticare che l’imposizione di condizioni di pace umilianti alla Germania dopo il primo conflitto mondiale, vincendo la ritrosia inglese -il che fu nefasto come subito notato da Keynes-, scatenò il nazismo; ma non occorre nemmeno dimenticare l’attivismo mostrato nel recente passato per liberarsi di una figura sanguinaria come Gheddafi, il che ha provocato uno sconquasso non ancora arginato nella fondamentale zona libica. Resta la seconda soluzione, di un’alleanza strategica con la Cina per la Via della Seta, alleanza strategica cui non a caso Germania e Francia si sono opposte tenacemente poco tempo fa per mantenere tale Via strettamente ancorata all’Europa del Centro e del Nord. A scanso di equivoci, l’alleanza stretta con la Cina è vista dallo scrivente in chiave nient’affatto ideologica: ed infatti, il marxismo dello scrivente è sempre stato rigorosamente rispondente al filo-occidentalismo (proprio dello stesso Marx); ma non solo, il capitalismo di Stato può essere apprezzato dai marxisti allo stesso modo come gli interisti “quorum lo scrivente- possano apprezzare l’Atalanta solo perché questa ha gli stessi colori sociali. In una sana e realistica ottica geopolitica, si può -e si deve- lavorare per una ricostruzione dell’Europa ma esclusivamente in chiave geopolitica -si chiede venia di nuovo per l’ennesima ripetizione- e l’Italia deve basarsi sulla sua posizione vitale nel Mediterraneo per guardare alla Cina passando per il Medio Oriente, per stringere sinergie, questa volta alla pari con l’asse anglo-tedesco. Ed ‘ un asse necessario per riposizionare il capitalismo occidentale in chiave non liberista -se non addirittura antiliberista- e con una sinergia tra il capitale industriale tedesco e quello finanziario inglese. Non è un caso che la Germania da Bismark e da Weber non sia riuscita ad attribuire la giusta collocazione al proprio capitale finanziario -la Deutsche Bank proprio per il suo coinvolgimento illimitato negli strumenti derivati è oramai in stato di decozione – e l’Inghilterra non è riuscita a collegare il proprio capitale industriale con quello finanziario una volta caduto l’Impero, che vuole adesso rifondare su basi finanziarie.

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Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO

Il conflitto è elemento essenziale della politica ed è anzi la sua ragion d’essere: la politica è conflitto per il potere e questi comporta composizione in via di autorità del conflitto nonché monopolio legittimo della violenza di fronte ai conflitti patologici. Non vi è politica senza conflitto: il conflitto origina la politica e la politica gestisce tutte le forme di conflitto. La politica come soluzione d’autorità –ora di natura legale e democratica- dei conflitti, risponde ad una logica di realismo che esclude qualsivoglia ipotesi di conciliazione dei dissidi, vale a dire di unificazione della società e di eliminazione degli stessi conflitti. La concezione realista della politica accetta il pluralismo a livello politico, economico e sociale, contrastando i conflitti disgreganti e patologici. In tal modo, la concezione realista della politica va oltre e concretizza una precisa scelta di campo di natura proprio politica: non si limita ad elaborare una teoria generale della politica, ma sceglie tra le parti in contesa. L’accettazione del conflitto porta infatti tale concezione a considerare la differenziazione di potere, di classe, economica e sociale, quale ineliminabile, con la conseguenza che essa si schiera inevitabilmente con chi detiene il potere politico, economico e sociale, vale a dire con i gruppi privilegiati. Siffatta scelta di campo viene posta in essere a difesa del conflitto, che sarebbe eliminato dall’incidere su tale differenziazione e pertanto da ogni pretesa di eguaglianza oltre un certo limite. Le diseguaglianze possono essere attutite e limate ma l’intervento su di esse non può non essere assolutamente limitato e marginale. A monte della difesa della differenziazione tra gruppi vi è, a ben vedere, un parallelismo tra potere politico da un lato e dall’altro potere economico e sociale. La differenziazione di condizioni economiche e sociali è una conseguenza indefettibile della distinzione tra chi esercita il potere e chi è ad esso soggetto. Il potere viene così fondatamente trasferito dal piano politico a quello economico e sociale e posto a base di tali due settori. Le commistioni tra teoria generale della politica e scelta di campo inficia la prima e le leva ogni base scientifica. La teoria realista della politica non salvaguardia la differenziazione tra gruppi “tout court” ma esclusivamente quella tra chi esercita il potere e chi è ad esso assoggettato. Ebbene, essa è cosi intrinsecamente antipluralista e totalitaria in quanto ammette il conflitto solo nei ristretti limiti in cui non incide sul potere e non lo limita in modo eccessivo. Con il divieto di conflitti disgreganti, in realtà si inibiscono tutti i conflitti che mirano ad incidere sul nucleo centrale del potere, ponendo le condizioni per rendere disgreganti tali tipi di conflitto e poi impedendo loro di esplicarsi: ciò ricorrendo a modi non necessariamente illegali ed antidemocratici, basti pensare alla politica monetaria ed alla politica fiscale e più in generale economica per bloccare i conflitti economico-sociali, tra cui spicca l’uso distorto dell’inflazione e del debito pubblico. Il ricorso all’autoritarismo, sotto forma di stato di eccezione, diventa in quest’ottica la chiusura del cerchio. La contestazione di totalitarismo viene respinta dai sostenitori della concezione realista della politica sulla base del bilanciamento tra potere sociale ed economico da un lato e potere politico dall’altro, ma è un bilanciamento del tutto fittizio, in quanto la divergenza tra potere politico e potere economico appartiene al libro dei sogni: i tentativi della sinistra non moderata sono sempre stati riassorbiti e la sinistra moderata è stata sempre omologata (Riccardo Lombardi, grazie per sempre per esserTi rifiutato –al fine di evitare ciò e di battersi dall’esterno- di entrare nel primo Governo di centro-sinistra respingendo addirittura la carica di Ministro del Bilancio). A dire il vero, i sostenitori della concezione realista della politica si rifugiano dietro al dogma liberista che il mercato sia l’arbitro delle decisioni economiche e che il potere economico sia solo un pungolo: il dogma è stato costruito a partire dall’identificazione dell’impresa con l’iniziativa economica individuale, e si tratta di identificazione esatta ma parziale e non totale, in quanto il potere è aggregazione dei fattori dell’offerta in funzione delle esigenze della domanda con la conseguenza precipua che la stessa è di per sé potere e non solo impulso e non solo iniziativa. A tale considerazione si deve aggiungere che il potere di impresa non trova un ragguardevole limite nel mercato in quanto i comportamenti degli imprenditori sono in grado di grado di guidare e di indirizzare il mercato con collusioni tra di loro e con devitalizzazione del ruolo dei consumatori: ciò anche a non considerare il passaggio dal capitale concorrenziale a quello oligopolistico/monopolistico ed addirittura da quello industriale a quello finanziario; quest’ultimo passaggio ha spostato il peso dalla produzione alla speculazione ed alle strategie di potere dei colossi, rendendo il mercato una mera espressione lessicale. Esso mercato non è più neppure un’astrazione dalla realtà, in quanto è totalmente avulso dalla realtà, mentre l’astrazione è un esercizio intellettuale arbitrario -tranne che nell’astrazione determinata- quale generalizzazione con la conseguenza che un contatto con la realtà vi è sempre, sia pur solo minimo e come punto di partenza. Si può concludere che la concezione realista della politica è non solo priva di valore scientifico in quanto frutto di mera ideologia, intesa nel senso deteriore del termine quale cattiva coscienza -come superbamente evidenziato da Marx-, ma è anche antipluralista. In premessa, per accertare se impostazioni politiche caratterizzate da egualitarismo possano essere effettivamente pluraliste, respingendo le critiche della concezione realista, di cui si è confutata la parte costruttiva ma non ancora quella distruttiva delle avverse concezioni, occorre spostare il discorso su altro piano. Innanzitutto, occorre accertare se impostazioni egualitarie siano compatibili con criteri di razionalità economica, mentre la concezione realista la intende in modo acritico ed apodittico in senso individualistico. In via ulteriore, occorre accertare se il potere sia suscettibile di essere adeguatamente controllato al fine non solo di impedire suoi abusi, ma anche di funzionalizzarlo agli interessi dei soggetti assoggettati al potere. Per la risposta positiva su entrambi i punti, si rimanda ad apposite sedi. Ciò premesso, nel merito, l’egualitarismo, anche quando diventa radicale e così anticapitalistico e socialista, non esclude il conflitto, in quanto intende non eliminare il potere, in un’ottica utopistica, ma funzionalizzarlo agli interessi dei destinatari del potere: da ciò consegue in via indefettibile che l’egualitarismo non comporta né un appiattimento antimeritocratico, né una società conciliata e caratterizzata da unanimismo, ma al contrario presenta una profonda dialettica tra sviluppo economico e valori sociali. Sei sono i profili più rilevanti. Il primo è il rapporto tra politica ed economia, vale a dire tra programmazione pubblica accentrata e unità economiche decentrate. Il secondo è il rapporto tra lavoro non qualificato e lavoro qualificato ed addirittura piccola e media imprenditoria, mentre a tendere, vale a dire a medio-lungo termine, i complessi imprenditoriali grandi saranno nazionalizzati. Il terzo è il rapporto tra produzione e consumo. Il quarto è il rapporto tra economia e società. Il quinto è il rapporto tra economia reale e finanza, questa comprensiva dell’intermediazione bancaria/finanziaria e del risparmio, con annesso il rapporto tra tali due componenti economiche. Il sesto è il rapporto tra produzione e natura. In via generale, il ruolo propulsivo dell’economia resta imprescindibile per assicurare lo sviluppo, ma non deve ledere l’equilibrio sociale, relativo ad una società coesa e compatta pur nelle distinzioni e quindi egualitaria. Il punto di compatibilità non può essere fissato in via rigida ma viene ad essere determinato dall’esito dei conflitti, fermo restando il rispetto di paletti insormontabili, il che non è affatto antipluralista in quanto qualsivoglia società deve impedire la propria disgregazione. Ciò non impedisce il cambiamento di società, purché in via democratica. Altra condizione necessaria è che il nuovo modello sia rispondente a razionalità economica: tale condizione sembra tale da violare il principio di democrazia, vincolando le scelte popolari maggioritarie. In realtà, poiché la razionalità economica è a base della società, in sua assenza la stessa si condanna al disordine ed alla disgregazione. Con il metodo democratico si possono assumere scelte irrazionali, anche su temi fondamentali, ma si apre una strada precaria e non permanente. All’obiezione che la razionalità è un concetto non univoco, è facile replicare che essa si identifica con l’idoneità di soddisfare le esigenze generate dalla società e così è un concetto storico. Una società egualitaria ha il proprio equilibrio così come una società ad essa opposta e non è affatto innaturale: semplicemente elimina il dominio. Il dominio è un elemento naturale dell’uomo come essere naturale ma non risponde a ragione, che ammette valorizzazione dei migliori, ma non la lesione degli altri. Quindi, il vero punto è fino a che punto la ragione possa controllare la natura. Ma se anche il dominio lede altri aspetti naturali, il discorso investe, una volta preso atto della dialettica tra ragione e natura –che non si trasforma di per sé in conflitto-, il conflitto tra illimitatezza dei bisogni e limitatezza dei mezzi: il controllo della natura da parte della ragione diventa necessario a pena altrimenti di cadere in una logica distruttiva sia della società sia della natura non umana. L’eguaglianza sostanziale è una tendenza inarrestabile ed anch’essa naturale: il problema è di individuare il punto oltre il quale essa diventa innaturale ed entra così in conflitto con la natura, sconfinando nell’utopia e nell’escatologia. Si devono quindi affrontare i vari profili sopra menzionati.

******************************************************************************************************************************************************************** Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO
e Il dibattito sulle Banche Centrali è ad un punto fermo. Eppure, è il dibattito veramente centrale ai fini della politica economica ed anzi dell’economia “tout court”. E’ il vero dibattito strutturale dell’attuale epoca, e dovrebbe interessati i marxisti, se questi fossero veramente tali e, sulle orme di Marx, si concentrassero sulla struttura, invece di vagheggiare l’antagonismo di classe, certamente imprescindibile ma esclusivamente in funzione della struttura, vale a dire del modo di produzione e dei rapporti di produzione, e non in via meramente volontaristica. Occorre partite dalla circostanza che, in Europa, le Banche Centrali nazionali non hanno più poteri in materia monetaria, di spettanza esclusiva della BCE, e che le prime nei poteri di vigilanza sulle banche interne hanno visto ridotto incisivamente i loro poteri a favore della stessa seconda. Le prime sono oramai Banche Centrali solo “sui generis”, visto che sono provviste di poteri monetari non autonomi ma solo in via partecipativa a circuiti e meccanismi diretti proprio dalla seconda. Così i Paesi nazionali europei non hanno più una Banca Centrale, la quale è nominalmente dell’Europa, ma in effetti diretta dai Paesi forti, ruotanti intorno al dominio tedesco. Ebbene, la BCE, con misure assolutamente audaci ma rientranti rigorosamente nell’ambito della politica monetaria (“Quantitative Easing”, “LTRO”, ora tassi negativi) –e si tratta di politica monetaria espansiva-, ha sostenuto l’economia di tutti i Paesi, ivi compresi i Paesi deboli. Ciò è avvenuto a partire dalla Presidenza Draghi, vale di un cittadino di uno dei Paesi europei più deboli. Ma tale politica della BCE sta continuando anche con la Presidenza Lagarde. In via generale si è creata addirittura una vera e propria dialettica tra BCE e Germania, come è dimostrato anche dalla recente sentenza della CORTE costituzionale tedesca. Infatti, si è imputato alla BCE da parte della Germania che così l’Europa ha fornito sostegno agli Stati, soprattutto deboli, senza condizioni in modo da beneficiarli senza ottenere da queste riforme interne necessarie e doverose. E’ una critica miope, in quanto con il ricorso al rigore si vorrebbe bloccare l’economia di chi non può si permettere lo stesso rigore. Certamente, oltre la politica monetaria la BCE non poteva andare e non è andata: la politica fiscale, vale a dire l’utilizzo della leva fiscale e della spesa pubblica, non le spettava e non l’ha utilizzata. Ai singoli Stati in difficoltà non è consentito utilizzare la politica fiscale e così la BCE ha offerto loro, con la politica monetaria espansiva, l’unica possibilità. Se i risultati sull’economia reale non sono stati realizzati, la causa va ricercata nei limiti della politica monetaria e non in errori nell’attuazione. Una critica alla BCE in tale direzione non ha senso. D’altro canto, la bolla speculativa che la politica monetaria espansiva può provocare è insita nell’abbassamento del costo del denaro fino a farlo diventare negativo: è evidente che l’utilizzo del denaro rituale non è più conveniente, con la conseguenza indefettibile che occorre passare all’utilizzo irrituale, vale a dire alla speculazione più sfrenata. La crisi del 2008 è stata deflagrante e da essa non si più usciti, ma le sue conseguenze negative sono state gestite e ridistribuite. E’ altamente probabile che la stessa cosa succederà quando scoppierà la bolla speculativa qui in esame scoppierà, ma nel contempo ci si avvicinerà pericolosamente al limite massimo che il sistema possa sopportare. Se l’analisi qui riportata è corretta, è ovvio che la domanda chiave da porsi non è se utilizzare o no la politica monetaria. Il capitale è l’unico fattore decisivo nel capitalismo e se la politica monetaria, ampliando l’uso della speculazione, gli consente una maggiore redditività, è ovvio che si tratta di un fenomeno naturale. Ma nemmeno ha senso vagheggiare il ritorno alla politica fiscale che presuppone un ruolo attivo dello Stato, il quale viene invece indebolito proprio dal capitale finanziario attore incontrastato della speculazione e che governa le aste del debito pubblico. In definitiva, il vero nodo è che una politica economica pubblica non può essere assolutamente ed in alcun modo efficace, in quanto non è in grado di indirizzare e di dirigere l’economia, per realizzare la qual cosa dovrebbe imbrigliare il capitale finanziario, che al contrario agisce indisturbato. Per uscire dall’impasse che sta bloccando e strozzando l’Occidente, ci si deve porre il problema di una modifica totale dell’approccio alla Banca Centrale: il ruolo di questa è, nell’effettività, anche contro le migliori intenzioni, diventato quello di garante del capitale finanziario, ruolo che si pone in contrasto con quello istituzionale che è di salvaguardia della stabilità monetaria e finanziaria. Obiettivo quest’ultimo che si rivela del tutto illusorio in un’economia dominata dal protagonista della speculazione, vale a dire il capitale finanziario. E’ comprensibile, evidentemente, l’atteggiamento di chi vuole così abolire le Banche Centrali, ritenendole superflue, in quanto in effetti dominate dal controllato, e ritenendo di converso il potere politico in grado, sulla base della legittimazione popolare, di fare a meno di un filtro tecnico superfluo: ci si riferisce a Trump ed a tutto il sovranismo e nazionalismo populista di destra. E’ un atteggiamento comprensibile e tale da far breccia su vasti strati popolari, esasperati dalla crisi e dagli abusi del capitale finanziario, ma del tutto inconsistente. Da un lato il potere politico –fino a quando non diventi programmatorio ed incisivamente antiliberista- è totalmente diretto dal capitale finanziario: e ciò riguarda anche il nazionalismo di destra, come dimostrato dall’esperienza di Trump. Dall’altro, la materia monetaria e finanziaria richiede un tecnicismo e un’imparzialità nell’applicazione di regole che rendono necessaria un’indipendenza tecnica. La BCE, con il suo rigore, ha dimostrato sia l’importanza e la necessità della Banca Centrale sia i suoi limiti insuperabili nel capitalismo. La BCE incarna l’apoteosi di tale contraddizione, ma si tratta di un’apoteosi che porta la contraddizione stessa alla massima evidenza. E’ un’apoteosi che si snoda in direzione di una vera trasparenza. Trasparenza che in Italia, quando la Banca d’Italia, è mancata con i due Governatori più rappresentativi del secondo dopoguerra, Carli e Ciampi. Il primo ha impedito una politica economica pubblica programmatoria di indirizzo e coordinamento dell’economia proprio facendo ricorso alla salvaguardia della stabilità finanziaria e monetaria. Il secondo ha invece fatto accettare come pacifico il contemperamento tra stabilità e politica economica pubblica. In realtà, entrambi hanno assunto un ruolo politico di legittimazione non solo tecnica del capitale finanziario. La BCE invece mostra la necessità di mantenere un ruolo squisitamente tecnico della Banca Centrale: per inciso, è bene che Draghi, che ha inaugurato tale politica della BCE, non scenda in politica, a pena, altrimenti, di ricalcare le orme di Carli e di Ciampi. Chiuso l’inciso, si tratta sempre di un ruolo tecnico contraddittorio fino a quando il capitale finanziario non verrà imbrigliato da una programmazione economica pubblica. Qui sorge il problema del rispetto del ruolo tecnico della Banca Centrale da parte della programmazione economica pubblica ma è un problema finora male impostato, in quanto, nel momento in cui si lamenta il pericolo all’autonomia della Banca Centrale che la programmazione pubblica arreca, si distoglie l’attenzione dal vero problema. Per far risaltare in termini eclatanti il discorso fin qui sviluppato, è sufficiente il richiamo proprio all’esperienza della BCE, quale avviata proprio da Draghi. Questi, appena insediato, di fronte alla manovra del capitale finanziario di messa in ginocchio degli Stati deboli mediante i CDS, “Credit Default Swap”, derivati di credito, ha propugnato ed ottenuto l’approvazione di una normativa comunitaria che consente di vietarli quando tali da alterare le condizioni ed i prezzi dei titoli rappresentativi del debito pubblico Ma se i derivati possono alterare i prezzi dei beni sottostanti, perché intervenire solo per titoli del debito pubblico? Con Draghi la BCE si è resa protagonista di un intervento necessario per salvare l’Europa, ma non poteva intervenire per trasformare l’economia, essendo questo un compito della politica. Ma non solo: tale normativa dimostra che i prezzi in un’economia capitalistica non hanno alcuna attendibilità e sono svincolati totalmente dai valori: la teoria neoclassica è fallimentare ed occorre tornare a quella classica, nella sua versione critica del capitalismo. Ed è qui che sorge la necessità di individuare il valore assoluto, lasciando alle spalle la il valore relativo della legge della domanda e dell’offerta, che ha trovato la base teorica con la teoria neo-classica e con il marginalismo. Marx, come magnificato da Schumpeter, ha basato la propria teoria sul lavoro quale valore assoluto, ma si è impantanato in un ginepraio inestricabile nel momento in cui ha trascurato che la vera impossibilità della trasformazione di valori in prezzi dipende non dalla distinzione di piani tra produzione e distribuzione, ma all’esatto contrario dall’allineamento totale tra i due piani, e quindi dalla circostanza che la merce non è più l’essenza del processo economico ma solo una sua fase, mentre il processo economico, che è processo circolare, parte dal denaro, vale a dire dal capitale e sfocia poi nello stesso capitale. Marx comprese che il ciclo consiste non nel doppio passaggio M-D-M, ma in quello D-M-D. Con il capitale finanziario e con gli strumenti derivati si è addirittura arrivati al passaggio diretto D-D, bypassando la merce. Nel momento in cui la merce viene diluita nell’intero processo economico e nel suo ciclo che parte dal capitale e torna nel capitale, è ovvio che anche il lavoro viene svilito. Il valore assoluto è il capitale, vale a dire il valore di scambio in quanto tale, a prescindere dall’uso. L’annullamento dell’utile nello scambio elimina la materialità e rende l’accumulazione illimitata e nel contempo il processo economico del tutto svincolato dall’efficienza: questa, essenza dell’economia, quale scienza dei mezzi in relazione ai fini, perde qualsivoglia valenza nel momento in cui si realizzano l’annullamento del valore di uso nel valore di scambio e l’evaporazione dei singoli risultati del processo economico, quest’ultimo finalizzato all’auto-valorizzazione del capitale ed alla sua illimitata accumulazione. L’efficienza dell’economia può essere riscoperta solo se il lavoro si libera del giogo del capitale e diventa valore assoluto, come è invece solo in potenza, in modo da consentire la piena corrispondenza dei prezzi ai valori di produzione, secondo l’intrinseca finalizzazione di quest’ultima all’utilità del consumo. Fino a quando è il capitale a rappresentare il valore assoluto, i valori singoli sono determinati dalla più sfrenata ed illimitata speculazione, senza alcuna aderenza a valori reali. A conferma di ciò, sempre a partire da Draghi la BCE ha introdotto, con i tassi negativi, un intervento pubblico efficace sui prezzi proprio del capitale. Un intervento pubblico efficiente sui prezzi in generale è così possibile, contrariamente a quanto propagato dal liberalismo, con in testa, allora, Guido Carli. Il limite dei tassi negativi è l’illusorietà di controllare i prezzi del capitale in assenza di una programmazione. Contestualmente all’intervento normativo in materia di strumenti derivati relativi ai titoli pubblici, la BCE di Draghi ha propugnato ed ottenuto altra normativa comunitaria sull’esecuzione degli strumenti derivati in generale, con strumenti efficaci di compensazione: si vuole impedire, o comunque limitare fortemente, l’in-attuazione degli stessi, che fu uno dei fattori scatenanti della crisi del 2008. Così si governano gli effetti dei derivati, ma non la loro elaborazione, e quest’ultimo intervento è impossibile per un Organo tecnico. In conclusione, la politica monetaria è efficace se vi è l’autonomia della Banca Centrale, ma è un’efficacia limitata in assenza di una programmazione economica pubblica vincolante che imbrigli il capitale finanziario. Come si è accennato precedentemente, resta il problema della lesione all’autonomia della Banca Centrale che verrebbe apportato dalla programmazione pubblica, il che fu a suo tempo paventato da Guido Carli. E’ ovvio che si tratta di un equivoco: la programmazione è già presente nel capitale finanziario che si è liberato di ogni vincolo di materialità e pertanto ha portato all’estremo la centralizzazione dei capitali, rendendo in-effettiva ogni forma di decentramento decisionale. La programmazione del capitale finanziario resta anarchica e vincolata all’accumulazione illimitata che elimina ogni ostacolo al cogliere qualsivoglia occasione di profitto. La programmazione del capitale finanziario è reale ed esistente ed è vincolante in una sola direzione, vale a dire nel senso dell’illimitatezza dell’accumulazione e non in senso opposto. E’ una programmazione dimidiata. Già prima del consolidamento del capitale finanziario, l’economia capitalistica era programmata come riconosciuto in campo giuridico da Tullio Ascarelli in uno scritto apparso postumo nel ‘60 e in campo economico nel ’77 da Guido Carli, il quale evidenziava l’essenzialità a tal fine proprio delle Autorità Pubbliche di Vigilanza sul credito e sulla finanza. L’opposizione di questi all’inserimento delle Banche Centrali nella programmazione pubblica era pertanto meramente ideologica. Ora il fenomeno con il capitale finanziario si è acuito ed è diventato dalla portata abnorme. L’intervento della Banca Centrale è quindi reso inefficace ed impossibilitato a perseguire la stabilità finanziaria che pur è il suo compito principale. Solo se la politica monetaria viene inserita nella programmazione economica pubblica, la stabilità finanziaria può essere effettivamente ed efficacemente perseguita. La programmazione pubblica di cui si parla nelle presenti note non è certamente quella che blocchi l’illimitatezza l’accumulazione, e non si intende attribuire alla Banca Centrale funzioni anticapitaliste: si tratta non di una tappa della transizione al socialismo, ma di arrestare l’accumulazione quando questa diventa rovinosa. Nella fase del capitale non industriale ma finanziario, il controllo della moneta diventa la base imprescindibile se completata dalla programmazione. La programmazione economica pubblica non si traduce nell’intervenire autoritativamente sui meccanismi di concessione dei finanziamenti in modo da allentare la valutazione della bontà del beneficiario dei finanziamenti stessi ai fini del recupero. Al contrario di quanto sostengono i populismi, senza recupero dei crediti la banca non è solida e rende traballante l’intera finanza. Il recupero crediti così va potenziato ed agevolato. La programmazione economica si snoda in senso affatto opposto: moneta, credito bancario –vale dire moneta scritturale- e finanza non creditizia costituiscono un “unicum”, e su tale “unicum” va esercitato un controllo pubblico –sia monetaria sia finanziaria, sia di stabilità sia di correttezza-, in direzione di una destinazione equilibrata e coordinata, tesa vincolare i profitti all’utilità sociale. Come corollario, ci si oppone alla nomina di Draghi quale Presidente del Consiglio o quale Presidente della Repubblica, in quanto deve essere interrotta la destinazione dei vertici delle Banche Centrali alle massime cariche politiche e statali: tale destinazione comporta la finalizzazione della politica economica pubblica ad una logica meramente monetaria, che diventa, come successo nel passato contro le migliori intenzioni –ed il comportamento irreprensibile e meritoriamente innovativo di Draghi è innegabile-, funzionale alla finanza. All’esatto contrario, è la politica economica pubblica che deve indirizzare e coordinare la finanza.

************************************************************************************************************************************* Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO

Il prezzo del petrolio è crollato: con il “virus” ed il blocco della circolazione motorizzata che ne è derivato, la legge della domanda e dell’offerta e così il calo della domanda stessa hanno determinato il crollo del prezzo. Ma tale spiegazione, rassicurante ed in linea con i dogmi economici ed in particolare con la centralità del mercato, ruotante intorno alla legge della domanda e dell’offerta, non è sufficiente. Vi è stata anche una fortissima speculazione che ha cavalcato il calo della domanda. Sorge così il quesito se la ripresa della domanda, inevitabile prima o poi, risolleverà anche i prezzi. La domanda gioiosamente positiva che viene unanimemente fornita –in modo implicito, visto che si concretizza nell’ignorare il problema- non sembra scontata. Ed infatti, in tal modo, si dà per scontata l’uscita facile dal “virus”, il che così non è. Ma non solo: nessuna resistenza politica è stata mossa contro la speculazione, il che vuol dire che il fronte del petrolio non è più così forte o che, in via affatto speculare, il fronte della speculazione è più forte. Visto che il fronte del petrolio è fortissimo economicamente, politicamente e militarmente, la spiegazione è che quello della speculazione lo è ancora di più. Ma forse la spiegazione è solo apparentemente e comunque parzialmente soddisfacente: essa non è esaustiva. Il vero è che l’economia è cambiata radicalmente. Rispetto a quando lo scrivente era ragazzo, epoca in cui –a partire dal ’73- l’alto prezzo del petrolio era inarrestabile e metteva in ginocchio l’Occidente minando alle basi il “welfare”, il rivolgimento è totale Ciò vuol dire che il potere economico si è spostato dai produttori di petrolio alla finanza. Ma non basta: poiché i produttori di petrolio in realtà sono estrattori di petrolio, il vero è che il potere si è trasferito dalla terra al puro capitale. Marx affermava nitidamente, sulle orme di William Petty, che “il lavoro è il padre di ogni valore e la terra è la madre”: ebbene, il potere economico, ma a monte il valore economico si è trasferito dalla terra al capitale puro. Poiché contestualmente lo stesso fenomeno ha investito anche il lavoro, svilito prima ancora che sfruttato –ed al più presto occorrerà regolare i conti con il concetto di sfruttamento, a base della teoria del valore-lavoro, ma in realtà di natura più etica che economica, con la conseguenza indefettibile che tale teoria dovrà essere oggetto di profonda rivisitazione, senza abbandonarla ma liberandola di incrostazioni teologiche-, è evidente che il capitale ha perso ogni natura produttiva, questa relegata nella più infima marginalità. Il capitale è finanziario, con la conseguenza che il profitto non solo è di natura non più produttiva bensì finanziaria –con il lavoro non più sfruttato ma dematerializzato e delocalizzato, vale a dire reso privo non solo di soggettività ma anche di oggettività, e così addirittura de-valorizzato- ma anche che ha inglobato al proprio interno la rendita della terra non più da essa separata. La conseguenza economica è che il capitale, essendo oramai -solo- finanziario e non più produttivo, puro e non più materiale, si contraddistingue da un lato per la valorizzazione e per l’accumulazione senza limiti e dall’altro per la capacità di programmare parimenti senza vincoli. I vincoli sono superati sia per l’accumulazione sia per la programmazione. I due elementi sono tra di loro in profonda contraddizione. Ma l’illimitatezza, se relativamente all’accumulazione rimane intrinsecamente capitalistica, relativamente alla programmazione riduce -almeno potenzialmente- lo spazio dell’anarchia e ingenera lo spazio per il superamento del capitale, il che è ora impedito dall’illimitatezza dell’accumulazione. Alla lunga l’illimitatezza della programmazione è inarrestabile, anche se necessita di una svolta storica, come si vedrà. Tale inarrestabilità non sembra tale vista la sfrenatezza del capitale finanziario, ma il crollo del prezzo del petrolio ha una portata dirompente: esso colpisce gli estrattori e pertanto la rendita ma anche la potenza militare; anche l’America è oramai estrattore di petrolio eppure non è riuscita a fermare la speculazione delle proprie banche d’affari. Tale speculazione, che si dovette fermare nel secondo mandato di Obama, di fronte alla mancata approvazione del mandato da parte del Congresso repubblicano, ora non si è fermata. Il segno è evidente: la potenza militare e statale è oramai secondaria. Il capitale finanziario ha due manifestazioni in Occidente, l’America che lo unisce alla potenza militare, e l’Inghilterra che ne è priva: il futuro è dalla parte dell’Inghilterra che con Brexit vuole rifondare un Impero e si pone così in alternativa ed in termini di distacco rispetto non solo all’Europa ma anche all’America. La guerra ed il conflitto bellico, che hanno segnato non solo il Novecento ma anche il primo ventennio del nuovo Millennio, hanno perso la centralità, in modo che i conflitti si condurranno su altro terreno e su altro piano. Certamente, il cambiamento non è indolore, né meccanico, né automatico, né in un colpo solo, ma la strada è segnata e non si torna indietro. Piuttosto, il vero nodo è un altro, vale a dire il rapporto tra le due anime del capitale finanziario, l’illimitatezza dell’accumulazione e l’illimitatezza della programmazione: Hilferding, dopo aver denunziato la prima, vide nella seconda il passaggio verso la democrazia ed il socialismo. Qui l’errore è profondo, in quanto la programmazione è alla fine dominata dalla prima: è pertanto una programmazione che non riesce ad eliminare l’anarchia ed è dimidiata. Non può essere una programmazione completa e piena in quanto il capitale senza accumulazione non è tale. L’illimitatezza dell’accumulazione è ineliminabile nel capitalismo in quanto ad esso consustanziale. La programmazione sarà possibile solo quando il lavoro diventerà l’unica fonte del valore e si sostituirà al capitale e diventerà esso unico attore della programmazione. La realtà si snoda secondo un processo opposto allo schema di Hilferding. La programmazione non si realizzerà con l’assumere il controllo del capitale finanziario ma solo allorquando si utilizzeranno le potenzialità del capitale finanziario per eliminarlo. Il capitale finanziario non è controllabile dalla programmazione ma dovrà essere sostituito dal lavoro quando questi prenderà in mano la programmazione. Il capitale finanziario non è controllabile. Nell’attuale fase economica, in cui il lavoro è svilito, l’unica programmazione possibile è quella in cui il capitale accetti forzatamente di essere controllato per impedire che l’illimitatezza dell’accumulazione diventi rovinosa. E una programmazione temporanea ed effimera e richiede il ruolo decisivo delle Banche Centrali, uniche in grado di imporsi al capitale finanziario -è bene ricordarsi di quando Draghi, appena diventato Presidente della BCE, bloccò i “Credit Default Swap” e la speculazione contro l’Italia-, ma per far questo occorre riconsiderare il loro ruolo ed intendere il concetto di stabilità finanziaria in termini ben più ampi di quelli attuali e tali da incidere fortemente sulle dinamiche del capitale finanziario riducendo al minimo la speculazione. Il passaggio dalla temporaneità della fase alla trasformazione del sistema passa per logiche ulteriori, in cui si crei un nesso organico tra programmazione e lotta di classe. Nel parafrasare, come al solito e come conviene, “rectius” come d’uopo, Kypling, non si può non concludere “But, that’s another story”.

***************************************************************************************************************************************************************************** Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO

ANCORA SULLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE TEDESCA SULLA POLITICA BCE DI ACQUISTO DI TITOLI PUBBLICI NAZIONALI: GLI SCENARI DELL’EUROPA. E LA SINISTRA? di FRANCESCO BOCHICCHIO Paolo Favilli, insigne intellettuale di sinistra –marxista e riformista radicale, in modo non differente da come lo scrivente, che si definisce riformista critico; entrambi non rinunziano alla rivoluzione, ma ne rifiutano una versione volontarista- ha effettuato sul “Manifesto” un commento molto penetrante sulla sentenza della Corte Costituzionale tedesca (la Corte di Karlsruhe) sulla politica Bce –instaurata da Draghi e proseguita da Lagarde- di acquisto illimitato di titoli pubblici nazionali (“Quantitative Easing”), che non boccia tale politica ma prospetta in modo minaccioso la bocciatura. Favilli conclude tale intervento lamentando come la sentenza sia l’espressione più autentica del nazionalismo aggressivo del capitalismo nord-europeo. La conclusione di Favilli non è nella sostanza lontana da quella raggiunta dallo scrivente che aveva peraltro preferito far riferimento al concetto di imperialismo, visto che si sustanzia nel dominio diretto su altri Stati: il nazionalismo si concretizza nell’aggredire altri Stati ed è pertanto l’antesignano dell’imperialismo. Il nazionalismo si contraddistingue dall’indipendenza statale, perché questa è solo doverosamente difensiva, mentre esso nazionalismo è aggressivo: resta tale e non assurge al ruolo di imperialismo fino a quando invade o comunque annette territori altrui, ma non in modo totale e quindi non annulla lo Stato altrui bensì ne riduce l’estensione: caso classico è rappresentato dalla Germania di Bismark che invase solo parte della Francia ritenuta propria (e qui si entra in una situazione intermedia tra nazionalismo e conflitto tra indipendenze nazionali) (l’imperialismo fu invece tale nell’invasione dell’Africa); il secondo Reich, solennemente dichiarato grazie alle vittorie di Bismark, si fondava su un’imprecisione, in quanto era semplicemente l’unificazione di tutti gli Stati tedeschi, difensiva salvo anche qui una situazione intermedia tra nazionalismo e conflitto per le zone all’Est. Salvo tale precisazione, non banale in quanto foriera di sviluppi dogmatici ed addirittura essenziale per una corretta configurazione dell’approccio all’Europa, la conclusione di Favilli è simile a quella scrivente nelle citate note. Ma ciò nonostante, la strada per pervenire alla conclusione è profondamente diversa se non addirittura opposta. In Favilli manca un passaggio intermedio invece essenziale: il chiaro a. critica, giustamente, lo sbocco finale della sentenza della Corte di Karlsruhe, ma trascura di evidenziare che la prima parte della sentenza, quella relativa all’inammissibilità di norme fondamentali, anche costitutive, europee in violazione di norme costituzionali interne dei singoli Paesi aderenti; ciò fu già deciso da una sentenza di qualche anno fa della Corte di Karlsruhe, ma il vero problema è che analoga decisione non sia mai stata assunta dalla Corte Costituzionale italiana, nonostante le clamorose violazioni apportate dall’Europa a fondamentali disposizioni della nostra Costituzione (art.1,2° comma, art. 3,2° comma, art. 11, art. 41 e da ultimo art.47), come mostrato nelle precedenti note. Tale inammissibilità, con conseguente illegittimità, è fondamentale a tutela dell’indipendenza dei singoli Paesi, e della salvaguardia della democraticità degli ordinamenti di questi: ed infatti, è in gioco la sovranità interna dei singoli Paesi da un potere esterno, necessariamente –ed anzi in via assolutamente indefettibile- autoritario. Non a caso, se pur in presenza di sovranità interna non vi è necessariamente democrazia, è assolutamente certo che senza sovranità interna non vi è democrazia, in quanto l’autorità esterna non ammette volontà diversa da quella da sé imposta. Un’adesione volontaria ad un’autorità esterna –che quindi avrebbe la stessa valenza di una autorità interna- è inammissibile ed illegittima se se la volontà dell’adesione è viziata, vale a dire se viola la Costituzione interna, unica garante della correttezza e della legittimità delle forme di esercizio della pubblica potestà. Il vero è che nella demistificazione del concetto di sovranità che è emersa nel ‘900 sono stati realizzati due profondi errori. Da un lato, si è creata commistione tra sovranità interna ed estrema: la prima va intesa come monopolio del potere legittimo, quale caratteristica essenziale dello Stato, “Suprema potestas superiorem non recognoscens”, ma lo stesso non vale per la seconda, se non nei termini di difesa da ingerenze esterne, mentre nei rapporti con le altre sovranità si deve snodare su un piano esclusivamente negoziale. Dall’altro, si è vista la sovranità come fonte di un potere assoluto, addirittura originario -quale frutto della secolarizzazione del potere ed anzi dell’essenza divina-, mentre, sul primo profilo, la legittimità del potere, essenziale per assicurare l’ordine, non esclude la necessità di legalità, e sul secondo la mancanza di possibilità di democrazia diretta rende necessaria la rappresentanza, ma non esclude il controllo pregnante sul rappresentante provvisto di poteri non propri ma derivati. La sovranità popolare non è un ossimoro e non è esclusa dalla mancanza di democrazia diretta, questa utopistica e velleitaria: la rappresentanza non esclude la partecipazione dei rappresentati. La demistificazione della sovranità è rimasta vittima di commistione di piani tra autorità ed autoritarismo facendo discendere dalla prima il secondo, accettando quindi l’impostazione nefasta dei sostenitori della prevalenza della legittimità sulla legalità, la quale ha al riguardo utilizzato il ricorso allo stato d’eccezione. La sentenza della Corte di Karksuhe è indice di nazionalismo aggressivo, “rectius” di imperialismo, non nella parte in cui afferma l’inammissibilità di violazione, da parte delle norme europee, di disposizioni costituzionali interne, ma in quella in cui prospetta tale violazione nel sostegno finanziario dell’Europa ai Paesi deboli, tra l’altro realizzato con la politica monetaria, propria della Banca Centrale Europea, i cui costi andrebbero a carico del popolo tedesco. La Germania, mentre ha usufruito dei vantaggi dell’Europa per sostenere i costi dell’unificazione con quella dell’Est e per sostenere le proprie industrie esportatrici e per imporre il dominio di queste sull’Europa, ed ora ne usufruisce per il salvataggio delle proprie banche in crisi endemica, a partire dalla principale, Deutsche Bank, di fatto “in default”, con la sentenza in esame non vuole sopportare i relativi costi, a meno dell’abolizione di qualsivoglia ostacolo a rendere assoluto ed irreversibile il proprio dominio sull’Europa stessa (è quest’ultima la vera posta in gioco del “recovery fund”, come si è mostrato all’apposito riguardo). L’essere il Paese “leader” incontrastato e pilota di un’Unione sovranazionale, e usufruire dei vantaggi, senza sopportare i costi, nient’altro è che imperialismo (ancora morbido, mentre con il “recovery fund si vuole passare ad un dominio economicamente asfissiante). In definitiva, l’intervento di Favilli, condivisibile nella critica finale alla sentenza, è peraltro riconducibile ad un approccio infondato. Non è vero che l’Europa è ora oggetto di uno scontro tra nazionalismi opposti, come vuol far credere la destra nazionalista, in quanto invece lo scontro è tra imperialismo ed indipendenza nazionale. La Corte Costituzionale tedesca, dopo aver correttamente statuito l’inammissibilità e l’illegittimità di norme europee violatrici di norme costituzionali interne, ha poi aperto la strada ad un’interpretazione abnorme della Costituzione interna in base a cui sarebbe inammissibile per la Germania la partecipazione a forme paritarie di unione sovranazionale. Ma il “vulnus” è sanabile con una decisione della Corte Costituzionale italiana che stabilisca l’inammissibilità della partecipazione dell’Italia all’Europa così concepita. Se la Germania sceglie questa strada, l’opposizione va condotta, non al livello europeo, dove si erano già da tempo poste tutte le basi per una configurazione siffatta, ma al livello italiano, dove si può e si deve denunziare l’inammissibilità di ogni altra soluzione che non sia l’uscita dell’Italia dall’Europa. E’ ovvio che Favilli opera una vera e propria inversione dei termini della questione, evidenziando l’inammissibilità di una siffatta configurazione dell’Europa, mentre all’esatto contrario ad essere inammissibile è la partecipazione dell’Italia all’Europa, così come configurata. Il nodo diventa politico: Favilli dà per scontata l’Europa, come organizzazione sovra-nazionale, con la conseguenza che essa deve essere necessariamente paritaria, sulla base evidentemente di un diritto internazionale meraviglioso ma inesistente. Invece, occorre assumere l’unica decisione realistica, vale a dire se partecipare all’Europa come Impero tedesco o no. “Tertium non datur”. Le forme sovranazionali di integrazione di natura paritaria non esistono, mentre esistono solo Imperi cui aderire in forma più o meno rigida, rispetto a cui le alternative sono quella di restare indipendenti o comunque quella di stringere alleanze, pur restando indipendenti. L’Italia non ha la forza per restare in posizione di solitudine e pertanto, nel rafforzarsi contando sui propri fattori di ricchezza e sulla propria posizione strategica, dovrà pensare ad un’alleanza non subordinata, il che la conduce inequivocabilmente ed univocamente fuori dell’Europa e verso la Cina. E’ facile comprendere la ragione autentica dell’attaccamento di Favilli all’Europa quale interprete della civiltà occidentale, rispetto a cui ha sempre rappresentato il modello razionalista, illuminista, solidale, sociale e non aggressivo. Tale modello è stato raggiunto non in via naturale ma con grande fatica e con grande travaglio, ed è stato raggiunto grazie all’orpello dell’America, che rappresentava l’altro modello della civiltà occidentale. E’ un modello fragile che si è quindi facilmente esaurito. Sulla questione del “virus” è scoccata l’irreversibilità della rottura tra l’Europa del Nord, che non vuole essere solidale, e l’Europa del Sud che pratica la solidarietà, dopo aver mostrato una grande sollecitudine nel privilegiare la salute all’economia. Ernesto Galli della Loggia ha subito ricondotto la differenza alla religione, protestante per la prima e cattolica per la seconda, con immediati riflessi –grazie alla magistrale concezione di Max Weber- sull’etica, della responsabilità per la prima, vale a dire guardando alla realizzabilità dei programmi, e della convinzione per la seconda, vale a dire guardando alla bontà intrinseca dei programmi. La lettura di Galli della Loggia, pur estremamente acuta e raffinata, non spiega la situazione attuale. Essa vale per la fase espansiva e progressiva del capitale, non per quella attuale, regressiva. E l’Europa protestante si è miseramente dissolta, schiacciata tra America e Cina, senza dimenticare la Russia: la Germania è riuscita finalmente a realizzare l’atavico –e con conseguenze nefaste nel passato- sogno del dominio sull’Europa, quale Impero Tedesco, solo quando l’Europa è caduta in crisi spaventosa ed essa Germania si è trovata in una fase estremamente critica, con il proprio settore bancario sull’orlo del precipizio e con la propria industria esportatrice schiacciata tra America e Cina. L’etica protestante non a caso è rimasta prigioniera dell’impostazione weberiana di una responsabilità individuale –ed infatti Weber vedeva l’unificazione nella politica, ricondotta al carisma ed all’individualità-, con l’impossibilità di una vera e propria compattezza sociale. Su una cosa, assolutamente non secondaria, Galli della Loggia coglie nel segno: forte è il rischio che, anche in virtù del Cattolicesimo, la socialità sia intesa nel Sud Europa, ivi compresa l’Italia, come assistenzialismo. Su questa strada, l’Italia non può certo aspirare all’indipendenza. Ma l’alternativa non è costituita dall’Europa protestante e nemmeno dall’America, anch’essa in posizione di debolezza, che tenta, in modo velleitario, di rovesciare utilizzando il “virus” come pretesto. La soluzione è in un nuovo modello di sviluppo, di natura sociale ed anti-liberista –senza cadere nel nazionalismo-: proprio la crisi economica, prima di natura finanziaria ed ora aggravata dalla devastazione del “virus”, indica la strada di tale nuovo modello di sviluppo basato sulla compattezza della società e sulla stabilità finanziaria. ******************************************************************************************************************************************************************************************************** Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO