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IL CAVALLO DI BRUXELLES

PREMESSA L’OTTOBRE CON GLI OCCHI DI IERI E DI OGGI E, SOPRATTUTTO, TRA IDEA E REALTA’

La Rivoluzione d’Ottobre ha un significato diverso a seconda che lo si veda nell’ottica di quando è stata realizzata e nell’ottica di oggi. Allora fu una grande rivolta contro un regime dispotico e sanguinario e non poteva essere messa in discussione: la differenza tra i bolscevichi e i riformisti era di maggior forza, dei primi, nell’abbattere lo zarismo. Nella differenza di posizioni, la preferenza non poteva non essere conferita ai primi. Non è nata come modello rivoluzionario e Lenin non si è mai stancato di rimarcare le particolarità della rivoluzione, non pienamente riconducibile agli schemi marxisti, a causa della realtà specifica russa. Solo dopo è diventata il modello della rivoluzione marxista, in ogni caso l’unico realizzato: quelle che le hanno fatto seguito, pur con particolarità, come la rivoluzione cinese, si sono sempre collocate sulla sua scia. Molte critiche di oggi non sono quindi giuste in quanto non solo avanzate con il senno del poi ma soprattutto tali da rivelarsi palesemente ingiuste in quanto non in grado di considerare la positività della rivoluzione, come fatto storico, e l’inevitabilità, allora, dei suoi limiti. Ma tale differenza, indubbia, non è quella decisiva: i limiti, infatti, fecero sì che i suoi protagonisti, ivi compreso chi non la considerava tale come Lenin, la imposero come modello, sottraendosi ad ogni confronto. Gli occhi di oggi derivano da quelli di ieri. La vera differenza è un’altra: quella tra idea e realtà. La realtà è quella che è e quella che era, come si poteva vedere ben subito e comunque irrimediabilmente dopo la morte di Lenin, mentre l’idea è sempre stata esaltata ed esaltante fino alla caduta. Per i marxisti tale differenza è paradossale, in quanto il marxismo si basa proprio sulla prevalenza della realtà sull’ideologia Ma un approccio storico e politico serio, soprattutto per un marxista quale lo scrivente, richiede di valutare se la stessa differenza sia veramente negativa, tanto come approccio tanto in relazione al caso in questione e se -nel caso in cui si raggiunga il risultato che la differenza sia proprio negativo, come nelle presenti note- vi possa ed addirittura vi debba essere una rielaborazione.

1. LA VALUTAZIONE NEGATIVA DELLA RIVOLUZIONE OGGI.

Nell’89 con la caduta del mero di Berlino e nel ’91 con la caduta del regime sovietico il comunismo dell’Est si è dissolto. Sono cadute tutte le realtà ad esso riconducibili, tranne Cuba, che rappresenta una situazione particolare, la Cina, che in economia ha imposto il più ferreo capitalismo. e la Corea del Nord, che rappresenta una situazione inquietante. E’ fallito in chiave economica, non essendo in grado di costituire un’alternativa al capitalismo, rispetto a cui ha registrato un netto peggioramento, ma anche politica, realizzando un regime oppressivo e che ha trattato in modo deteriore proprio quei ceti deboli e lavorativi che voleva proteggere, a fronte di un’”elite” di privilegiati oppressiva e senza contrasti, se non interni per ragioni di potere. E’ un fallimento che va oltre la singola esperienza storica: è il fallimento di un modello se non addirittura di un’idea. L’unico comunismo tuttora in forza è, come detto, quello cinese che tutto è tranne che comunista. Ed allora occorre andare alla rivoluzione d’ottobre, alla sua grandezza, unica al mondo, ed anche al suo fallimento. Della rivoluzione d’ottobre va riconosciuta la caratteristica principale, di un grande e geniale atto volontaristico, che ha realizzato l’utopia con l’autoritarismo e la tirannia. La sinistra marxista aveva smesso da tempo, prima del crollo di fine Novecento, di credere nella stessa come modello. Per spiegare razionalmente la circostanza -per un marxista la Storia non ha mai torto, e Marx disse, pressappoco, “Noi consociamo una sola scienza, quella della Storia”-, si è attribuita la responsabilità (prima al solo Stalin, ma ciò è durato poco, senza per questo sostenere la continuità tra i due, come si vedrà “infra”,. poi) a Lenin per preservare Marx e il marxismo, in un’ottica, scientificamente inammissibile se non addirittura deleteria, di creare una zona sacra intorno a Marx (Lucio Colletti) o indietreggiare di fronte all’autorità di Marx (Norberto Bobbio). Lo scrivente, mai leninista ma “luxemburghiano” e della sinistra socialista, aveva sempre creduto in tale versione, volendo sostenere la possibilità di un marxismo diverso, ma ora deve fare autocritica e riconoscere che i vizi erano già tutti presenti in Marx, privo di una teoria politica seria e sostenitore di una teoria della rivoluzione volontaristica, in contrasto con il suo materialismo storico e con la sua scienza dell’economia e con la sua scienza sociale. Lenin si è posto così in termini di assoluta continuità rispetto alla parte meno vitale di Marx, quella politica, ma non rispetto a quella più vitale, sociale ed economica. Lo scrivente deve così, ad estremo malincuore, riconoscere che è riduttivo considerare Rosa come la vera erede del marxismo escludendo Lenin dall’eredità. Il rapporto è più complesso, anche se è da respingere il tentativo di Lelio Basso, di trovare un contemperamento tra i due, con Rosa per la rivoluzione nel capitalismo avanzato e Lenin negli anelli deboli. Ma su ciò si rimanda ad “infra”. Lenin, per realizzare la rivoluzione in anticipo rispetto a quanto emergente dalla realtà economico-sociale, rinnega i principi fondamentali del marxismo, in primo luogo realizzando la rivoluzione negli anelli più deboli del sistema e non nella parte quelli più avanzata, tanto è vero che Gramsci definisce la rivoluzione d’ottobre quale “una rivoluzione contro il Capitale”, per essere chiari non contro il capitale quale entità rappresentativa dei rapporti di produzione e così del capitalismo come nella concezione di Marx –secondo cui , come è noto, il capitale non va identificato con i mezzi di produzione-, ma contro il Capitale scritto da Marx, vale a dire contro l’ipotesi di transizione al socialismo ivi emergente, Gramsci riconobbe la non riconducibilità della rivoluzione d’ottobre al marxismo ma la sostenne quale correzione coraggiosa del marxismo. In secondo luogo, ha realizzato la rivoluzione non dei soli operai, ma anche dei contadini e dei soldati un‘ottica chiaramente non classista: del resto nel suo capolavoro sull’imperialismo Lenin aveva evidenziato la mancanza di natura rivoluzionaria della classe operaia nei Paesi capitalistici maturi, soprattutto per quanto riguarda l’aristocrazia operaia in grado di usufruire del beneficio da sfruttamento dei Paesi deboli. Infine, realizzò le premesse per la rivoluzione in un solo Paese, a danno dell’internazionalismo: ciò non solo per ragioni contingenti, dovute all’accerchiamento dell’Unione Sovietica da parte dei Paesi capitalistici; ma anche perché Lenin, per attaccare il sistema negli anelli più deboli, sfruttò la prima guerra mondiale e la sua ottica di divisioni nazionali che avrebbero preso il posto delle divisioni di classe, come notò con grande acume Rosa Luxemburg, che, in polemica con Bernstein –il quale fu il vero artefice del voto favorevole della socialdemocrazia al finanziamento dei crediti di guerra-, gli eccepì che da allora l’operaio tedesco non avrebbe più combattuto il padrone tedesco ma l’operaio francese, in virtù dei diverso colore della divisa (il concetto fu poi immortalato da Fabrizio De Andrè in “La guerra di Piero”). Con la prima guerra mondiale furono poste le condizioni per sostituire la lotta tra nazioni alla lotta di classe. Lenin diede impulso così ad una socialismo nazionalista che avrebbe smentito la sua funzione: non fu solo realismo, per smussare gli estremi dell’internazionalismo come quello di Rosa che si oppose all’autonomia della Polonia proprio per la sua ortodossia internazionalista, ma fu tale da arrivare ad un’ottica completamente opposta, senza un correttivo, compatibile con l’internazionalismo, come quello degli “Stati uniti socialisti d’Europa” di Otto Bauer e dell’austro-marxismo. Il socialismo in un solo Paese fu poi realizzato definitivamente da Stalin ma anticipato da Lenin. Questo non è un aspetto banale: E’ noto l’atteggiamento di Lenin conciliante con il Kaiser e con il prussianesimo:, da cui derivò la mancanza di solidarietà con Rosa Luxemburg, lasciata sola (da Radek emissario bolscevico a Berlino): non è condivisibile in alcun modo il sospetto lanciato da Pietro Melograni, storico ex marxista e poi liberal-conservatore, sul consenso fornito da Lenin al massacro di Rosa, consenso del tutto fantasioso, in quanto Lenin è sempre stato solidale con Rosa e viceversa, al di là dei dissensi politici che non portarono mai alla rottura a differenza dei rapporti di entrambi con Bernstein e Kautski. Vi era certo l’accerchiamento delle potenze capitalistiche a danno della Russia bolscevica, ma la caratterizzazione nazionale della rivoluzione resta indubitabile ed elemento essenziale del leninismo. E così l’Italia fascista fu all’avvio molto benevola nei confronti della Russia rivoluzionaria: l’aspetto nazionalista costituì un punto di contatto, almeno fino all’avvento del nazismo. Il nesso con Stalin è complesso ed occorre respingere ogni lettura di continuità tra i due, lettura ormai purtroppo consolidata (esempio emblematico è rappresentato dalla ricostruzione storica del comunismo di Lenin e di Stalin ad opera di Andrea Graziosi), ma sono in molti –basti pensare, in via solo esemplificativa, agli scritti sul centenario apparsi sul “Corriere della Sera” e sul “Sole 24 Ore”- ad accedere a tale ricostruzione, con l’eccezione di chi è ancora leninista. Lenin era un sincero marxista che puntava alla rivoluzione proletaria, ma a causa della sua tendenza verso l’ineluttabilità rivoluzionaria e della sua scelta di seguire il dettato politico marxista non esitò a bruciare le tappe. Si sarebbe certamente accorto, se non fosse morto nel ’24, delle disfunzioni e delle degenerazioni del sistema e del fallimento del modello, ed avrebbe tentato correttivi, come prima di morire fece con Buchairin introducendo la Nep, ed anche inversioni di tendenza. Stalin, invece esaltò le disfunzioni senza distinguerle dalle atrocità e realizzando un socialismo nazionale ed imperialistico rispondente alla sua vera indole. Lenin, come magistralmente compreso da Lucio Coletti (e, non senza indecisioni, da Louis Althusser), non considerò mai la violenza come centrale: l’esaltazione dannunziana della violenza che condizionò settori non banali dell’estrema sinistra italiana e che sfociò –sia ben chiaro in autonomia rispetto a tali settori, nonostante tutti i “teoremi” giudiziali fatti gioiosamente propri dal Pci- terribilmente nl terrorismo, non appartiene a Marx ed alla sinistra socialista, ma non appartiene nemmeno a Lenin.

2. FALLIMENTO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA E FALLIMENTO DEL COMUNISMO

La rivoluzione russa ha fallito in quanto il movimento operaio scelse la strada propria del capitale, il nazionalismo, di natura imperialista (sul nesso tra nazionalismo o ed imperialismo si rimanda ad altri scritti, che saranno a presto inseriti in un lavoro sistematico). Fallito il modello e con esso fallita la rivoluzione, in quanto il modello russo spinse a non tentare soluzioni operaiste e gradualiste, il capitale ha vinto la sfida e, crollato il sistema sovietico ,ha tirato fuori il proprio volto vero ed ha reso impossibile anche ogni ipotesi riformista: addirittura ha smantellato quelle conquiste sociali importanti che la socialdemocrazia pur non più marxista gli strappò sulla base dello spauracchio dell’URSS, addirittura fino a quando questi era ancora in piedi, sia pur come gigante di sola argilla. La rivoluzione bolscevica, ruotante intorno al tentativo fallito di Lenin, pur nella realistica presa d’atto del fallimento del tentativo, dimostra che Lenin è stato l’unico, in campo marxista, ad impostare il problema dell’autorità, irrinunciabile e non superabile con i soli rivolgimenti economico-sociali: se la tirannia è rovinosa e non porterà mai al socialismo, non per questo occorre dimenticare e trascurare che il capitale non consentirà mai soluzioni democratiche conflittuali e resisterà, anche con violenza o comunque in modo illecito, nonostante la sua natura rovinosa. L’autorità è necessaria per incidere sugli aspetti sociali e può –ed anzi deve- essere compatibile con la democrazia. Di Lenin rimangono la grandezza e la comprensione dell’autorità, essenziale per il socialismo ma anche per la democrazia. Essenziale per costruire –il socialismo- ed essenziale per difendere la democrazia. In Lenin l’autorità è diventata ipostatica, fine a sé se stessa, in quanto l’obbligatorietà del fine e la sua assolutezza comportavano necessariamente la su imposizione. E’ qui la grandezza di Lenin ed è qui anche la sua tragedia con il suo fallimento: comprese , e fu l’unico in campo marxista, il valore dell’autorità ma proprio l’essenzialità del fine lo ha portato a disancorare l’autorità dal fine. Contro le su intenzioni è diventato il teorico della politica assoluta: la decisione fine a sé stessa, fondata sulla sovranità libera ed arbitraria di Carl Schmitt, base teorica della disintegrazione del costituzionalismo e del parlamentarismo e grimaldello per smantellare la repubblica di Weimar. è opera di Lenin. Lenin è il precursore di Schmitt come compreso da Kirkheimer, da Carlo Galli, e come sviluppato dallo scribente.

3. COMPRENDERE LA RIVOLUZIONE RUSSA E RI-ELABORARE IL MARXISMO QUALE FONDAMENTO DELLA CONFLITTUALITA’ DI CLASSE E POI DEL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO: DIFENDERE LENIN ED ABBANDONARE IL LENINISMO.

Nell’avviarsi alla fase ricostruttiva, in modo di tracciare un bilancio finale dell’esperienza bolscevica ma che sia anche un bilancio di apertura della rielaborazione del marxismo conflittuale prima e rivoluzionario dopo, la rivoluzione bolscevica, nonostante le tante disfunzioni, che la portarono diritto ed inesorabilmente al fallimento, rappresentò un tentativo grandioso ed andava, almeno all’inizio, appoggiato dai sinceri democratici ed in ogni caso dai sinceri democratici socialisti –come Rosa, e come, nonostante forme di “distinguo”, anche l’austro-marxismo, l’unica eccezione rilevante fu quella di Rudolf Hiilerding-. Non solo per l’abolizione di un regime sanguinario e di dispotismo assoluto quale lo zarismo, ma anche per l’abolizione dei privilegi e per il tentativo, per la prima volta incondizionato senza i limiti propri della rivoluzione francese, di fondare l’eguaglianza Ma, parafrasando Battisti, c’è “qualcosa che non scordo”, Kronstadt, vale a dire un tentativo consiliare e pertanto di natura classista e rivoluzionaria di ribellione al bolscevismo, stroncato, nel sangue, da Lenin e Trotskij, per la precisione dal secondo con il beneplacito –e su ordini- del primo: Kronstadt dimostra che il fallimento del comunismo non è stato casuale ma è derivato in via indefettibile dalla pretesa di imporre il comunismo stesso anche contro i comunisti sinceri. Una recente lettura originale di Gramsci, fuori dall’asse con Togliatti ed anche da quello con Croce e tale da leggere Gramsci come critico e non come integratore del leninismo e come critico da “sinistra”, ad opera di Noemi Ghetti, acuta storica di origini padovane, segna una differenza profonda tra Gramsci e Lenin sul piano privato e del personale: il primo fu sincero nei suoi amori, anche in modo anticonformista, in un’ottica di continuità tra privato e pubblico, mentre Lenin si trincerò dietro al perbenismo, creando una censura tra i due momenti. Dall’impostazione della Ghetti, ancorata come detto al piano privato, emerge evidente la conseguenza politica. Ma prima di arrivare a tale conseguenza, occorre un approfondimento sempre sul piano innovativo e lucido fissato dalla Ghetti: evidente il confronto di Gramsci con Rosa che rifiutò di rifugiarsi a Zurigo nei moti di Berlino del ’19, pur da essa stessa considerati prematuri, votandosi alla morte per mano dei “Frei-korps”, gruppi di ex militari di estrema destra al servizio della socialdemocrazia. Arthur Rosenberg, grande storico di Weimar, e grande ammiratore di Rosa, criticò tale scelta, in quanto un “leader”, secondo la sua concezione, deve avere il coraggio di salvaguardarsi e di non sacrificarsi: ed infatti, la sua scomparsa può avere conseguenze nefaste, come l’ebbe a Weimar, dove senza Rosa, unico grande personaggio politico della sinistra, il disastro fu inevitabile. Per arrivare alla conseguenza del discorso impostato dalla Ghetti, viene da concludere in modo amaro: con il modello di Lenin e seguendo le regole ferree della politica -qui acquisisce nuova linfa l’analogia fissata dallo scrivente di Lenin con Schmitt, è qui che nasce la politica assoluta, incentrata sulla conquista del potere-, si realizza una rivoluzione degenerata, seguendo il modello di Rosa e Gramsci non si fa la rivoluzione. Per sfuggire a tale conseguenza, non è sufficiente una sintesi, prendendo il meglio dell’uno e dell’altro modello. Il modello migliore è quello di Rosa non disposta, per fare la rivoluzione pur da lei perseguita fino in fondo, a quei grandi cedimenti fatti propri da Lenin, e che a differenza di Gramsci ha sempre mantenuto fermo il marxismo come scienza, con profonda diffidenza verso ogni lettura umanista. Ma un dato parziale va evidenziato quale primo risultato: se si pone il confronto tra Lenin e Rosa a partire dal dato personale si resta ad una visione parziale, e non si raggiunge il risultato ricostruttivo perseguito dallo scrivente nelle presenti note. La differenza è sul piano del modello: il leninismo va abbandonato ma Lenin è ancora una figura gigantesca che molti insegnamenti può dare, anche se di completamento al modello di Rosa e dell’austro-marxismo. Ma è un completamento senza il quale il modello testé descritto rimane sola splendida teoria.

4. ABBANDONARE IL LENINISMO MA ANCHE LA SOCIALDEMOCRAZIA RITORNARE AL SOCIALISMO DI SINISTRA PER FONDARE SCIENTIFICAMENTE IL MARXISMO.

Il vero nodo è rappresentato dal vedere la rivoluzione non come atto od anche come azione ma come processo, e di non fondarla sulla conquista del potere, che al contrario deve venire esclusivamente come conseguenza di una trasformazione economico-sociale. Le forze produttive devono essere in grado di scrollarsi di dosso gli obsoleti rapporti di produzione. Non vi è così meccanicismo come ritengono i leninisti, ma la classe operaia deve essere in grado di sostituire la centralità del lavoro al capitale. Fin quando la classe operaia si accontenta di miglioramento delle condizioni di vita anche nella fase di consumo, non è in grado di guidare l’economia Il rifiuto del lavoro e la liberazione dal lavoro sono effetti di tale impostazione: assolutamente non riconducibile a ciò è la liberazione del lavoro, che pone la classe operaia in grado di sostituirsi al capitale. Su tale aspetto, che è quello fondamentale, la scelta, univoca e senza condizioni, è per il modello di Rosa, in cui è profonda ed anzi incolmabile la differenza anche con Gramsci: in questi il blocco storico e l’egemonia economico-sociale restano ricondotti ad una logica volontaristica e soggettiva, mentre in Rosa nessun cedimento vi è su tale punto, in quanto la scienza di classe è sempre legata all’idoneità delle forze produttive a sostituire i rapporti sociali esistenti con altri che si pongano in termini di maggiore razionalità. Il momento soggettivo in Rosa è fondamentale ma sempre in funzione di quello oggettivo. Ovviamente inconciliabile è il modello di Rosa rispetto alla socialdemocrazia di Bernstein e Kautski, ll primo che rinunzio non solò alla rivoluzione ma anche alla lotta di classe, il secondo che non rinunziò mai alla rivoluzione ma solo in termini nominali, rimettendola ad un evoluzionismo senza rotture, in virtù della sola democrazia parlamentare. Poi, è sul modello di Rosa, integrato, tra gli altri (non si possono dimenticare Bucharin, geniale correttore di Lenin, e i socialisti di sinistra italiani Riccardo Lombardi e Lelio Basso) dall’austromarxismo e da Hilferding -al momento in un’ottica gradualista per la verità non molto congeniale a Rosa- che si può e si deve inserire il realismo di Lenin, con la autonomia della rottura rivoluzionaria e dell’autorità rispetto al momento economico-sociale, ovviamente in un’ottica democratica e non totalitaria. Di Lenin rimane la geniale comprensione che le forze produttive con la loro crescita e la loro idoneità a fondare nuovi rapporti produttivi non possono fare a meno della forza e dell’autorità. Al contrario dell’ortodossia del leninismo, non si tratta di ricorrere al partito per organizzare la classe e per esaltare il momento soggettivo: ed infatti, nel leninisno, la coscienza di classe viene imposta dall’esterno in un’ottica solo illusoria, in quanto il partito può ridare alla classe la forza ma non l’idoneità a cambiare i rapporti di produzione. Non si deve creare una commistione di piani, come fatto da Lenin ma anche, in direzione affatto opposta, da Rosa. Tutti conosciamo ed amiamo la frase di Rosa, ebbene ricordiamola nella sua interezza .

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Così si trascura il momento della forza, che non deve esser impiantato dall’esterno ma non può essere trascurato. Ma va chiarito, contro Lenin ed anche sul punto specifico contro Marx, he la forza deve essere democratica. Se Rosa, prendendo la parte vitale di Marx, si incentra sula dialettica tra forza produttive e rapporti di produzione, ponendo la libertà solo come momento di esplicazione della classe, Lenin valorizza la forza ma si illude di imporre la liberta, comprende la sovrastruttura ma la funzionalizza all’obiettivo e ne trascura la valenza intrinseca, sostituendola con l’autorità. Rosa trascura di sostenere e difendere la libertà con l’autorità, mentre Lenin sostituisce la libertà con l’autorità. Rosa rinuncia a vincere, ma Lenin persegue una vittoria destinata inesorabilmente alla degenerazione. La soluzione è nell’assetto costituzionale trascurato da entrambi, sia pur con una profonda differenza, in quanto combattuto da Lenin e dato per presupposto da Rosa. Non per questo si deve accettare l’impostazione della socialdemocrazia che ha valorizzato l’assetto costituzionale rinunziando alla lotta di classe.

CONCLUSIONI: SI PUO’ RESPINGERE LA REALTA’ E SALVARE L’IDEA? IN ALTERNATIVA, COME PUO’ L’IDEA DIVENTARE REALTA’?

Per fondare il marxismo di classe occorre abbandonare una volta per tutte liberarsi del leninismo (ma non di Lenin). Ma la via rivoluzionaria del socialismo di sinistra di Rosa, unica strada, non è in questo momento meno inattuale con la disgregazione della classe realizzata dal capitale finanziario. E’ solo un’idea. Occorre rinunziare alla tentazione di sostituire un’idea con un'altra. Il marxismo come scienza svanirebbe nel vuoto. E’ questo il nodo vero che il centenario della Rivoluzione d’ottobre ci offre. E’ stata una grande idea realizzata in modo fallimentare. E’ la sovrastruttura che violenta la struttura, ma questa, proprio “marxianamente”, si vendica. La condanna della realtà fallimentare può non portare alla rinunzia all’idea solo se questa è in grado di diventare, “marxianamente”, realtà, secondo le leggi della Storia e non alterandole. La rivoluzione è tale solo se è scienza, “rectius” se è frutto di scienza. La teoria della prassi di Marx (e di Lenin e poi di Gramsci) pretese invece di fondare in via autonoma la prassi. Ed è scienza solo se si basa sul nesso di causalità e non sul finalismo teologico che, all’esatto opposto, è indice di idealismo. La rivoluzione non è necessaria e soprattutto non è inevitabile, ma, all’esatto contrario, è la forma di una transizione ad una realtà più razionale che sostituisce il lavoro al capitale, la produzione rispetto all’accumulazione fine a sé stessa e pertanto intrinsecamente improduttiva e solo speculativa. La realtà di cui al capitalismo va sostituita gradualmente rendendo il lavoro fattore dominante. La sostituzione non è inevitabile in quanto il capitale è non inganno ma razionalità limitata, è una forma di manifestazione di una produzione dominata ed indirizzata dallo scambio, mentre la produzione deve essere intrinseca (la differenza tra manifestazione e apparenza è fondamentale nel “Capitale”, come mostrato da Riccardo Bellofiore). La rivoluzione non è frutto di un disegno immanente alla Storia, disegno immanente che non è nient’altro che la secolarizzazione del divino: essa è il frutto di una costruzione paziente e gradualistica. Marx, in “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, ammette il gradualismo e la lunga opera di scavo, indimenticabile è l’espressione esemplare dello scritto, “ben scavato vecchia talpa”), ma quale prodromica ad un ordinamento cesarista, a conferma della propria debolezza in materia politica. Certamente, il gradualismo non è sufficiente ma è necessaria una rottura rivoluzionaria e qui il gradualismo di Otto Bauer e di Riccardo Lombardi deve sfociare nella rivoluzione anche come atto e come evento. E Rosa, (con Lelio Basso) vera sintesi di questa concezione rivoluzionaria, deve essere, integrata da Lenin sul piano dell’autorità La scienza rivoluzionaria richiede la dialettica, ma materialista. Le contraddizioni quali elementi non autonomi ma singoli momenti di un sistema, non cessano di essre reali.. La dialettica deve essere liberata dell’idealismo hegeliano che pone tutto in funzione di un disegno dello Spirito. Feuerbach rovescia la dialettica hegeliana rendendo l’uomo manifestazione intrinseca dell’assoluto, immanente e non spirituale. In Marx questa incrostazione idealistica resta con la novità dell’uomo sociale sostituito a quello individualistico. Questa impostazione, che non è riuscita a rovesciare la dialettica hegeliana per farla diventare materialista, ha avuto il culmine nel leninismo (Anton Pannaloek ha criticato la filosofia leninista quale intrisa di idealismo, con ripercussioni sulla parte politica) nella rivoluzione bolscevica. Ora che il capitalismo si è dimostrato potente ma rovinoso e non riformabile, la ripresa del marxismo antagonistico prima e rivoluzionario dopo (senza poter quantificare il tempo necessario) è inevitabile: ed occorre fare i conti con la rivoluzione bolscevica. Questi i passi della ricerca: a) il materialismo storico come filosofia materialistica e fondamento di una scienza sociale, seguendo l’impostazione di Galvano della Volpe., con spunti di Lucio Colletti, Claudio napoleoni, Karl Korsch e Alfred Sdhmidt, nonché con intuizioni di Louis Althusser; non il materialismo non aleatorio attribuito a quest’ultimo, il che è un modo elegante di eludere il problema, ma razionale e logico; b) la scienza critica del capitale incentrata sul valore-lavoro, vale a dire sull’individuazione di un valore assoluto e non relativo dell’economia, rappresentato per l’appunto dal lavoro, ma con una profonda rielaborazione dell’analisi marxista, profonda rielaborazione che veda come la rivoluzione industriale abbia completato l’essenza del capitalismo rappresentata dalla civiltà degli scambi (Filippe Braudel, seguito in campo marxista da Paul M. Sweezy in contrasto con l’analisi ortodossa di Maurice H. Dobb), in quanto lo sfruttamento del lavoro è solo un momento della moltiplicazione degli scambi (Schumpeter non a caso scrisse che Marx nel “Capitale” cercava il socialismo ma trovò il capitalismo), moltiplicazione degli scambi che non è più sufficiente e quindi sfocia nella caratterizzazione finanziaria dell’ultra-speculazione, come risultante dalla più importante opera marxista dopo Marx, “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding”; il capitale diventa il Capitale in quanto non è certamente (solo) l’insieme dei mezzi di produzione ma non è solo un rapporto di produzione, è la personificazione e l’identificazione del Denaro, in grado di prescindere anche dalla Merce; da M-D- si è passati in Marx a D-M-D ed ora a D-D; l’alienazione e d il feticismo della merce sono momenti idealistici e superati dell’analisi marxiana (non me ne vorrà l’amico Riccardo Bellofiore); c) il rifiuto del nazionalismo e della soluzione nazionale e della sovranità statale, ma non della sovranità popolare, e quindi la rielaborazione dell’internazionalismo quale mirante a comunità sovra-nazionali fondate sulle federazioni e sulle autonomie; d) la centralità del costituzionalismo non solo quale tutela, ma acneh quale forma di realizzazione di nuovi assetti sociali, rispetto a cui deve essere subordinata la forza con l’autorità, in ogni caso essenziali; e) la consapevolezza che per il momento, alla luce della disgregazione della classe, l’unica conflittualità antagonistica consentita non è a breve termine rivoluzionaria ma si deve limitare ad un riformismo gradualista in grado di correggere fortemente il capitale finanziario, deviandolo dalla sua natura distruttiva ed alterandolo e snaturandolo, in chiave solo riformista. La rivoluzione dialettica e scientifica che verrà fuori dall’enucleazione e dalla realizzazione di tali passi dovrà fare costantemente i conti con la Rivoluzione russa, ma tenendo, altrettanto costantemente, ben presente che, a differenza di questa, sarà una rivoluzione che non farà l’assalto la cielo ma si fermerà alla terra, anzi si asseterà saldamente su di questa per renderla razionale.

Conoscere le regole UE

L'ultima lettera di Moscovici e Dombrovskis per un’ulteriore manovra di 3,5 mld, è un preludio al futuro memorandum previsto per la prossima primavera. Il PDS, poi, DS e PD ha attuato negli ultimi 25 anni le peggiori politiche neoliberiste: privatizzazioni massicce e molte norme restrittive dei diritti sociali, per adeguarsi totalmente alle linee dettate dall’Europa. In malafede o senza consapevolezza che i Trattati UE girassero a danno dei cittadini, specie i meno abbienti, i nostri politici hanno firmato ai tavoli dell’UE qualsiasi documento, a volte, senza comprenderne il contenuto. L’unione Europea è nata come Mercato comune (MEC) e le libertà professate non riguardano gli individui, ma i movimenti transnazionali del capitale finanziario, i trasferimenti delle imprese e l’elusione delle regole fiscali. La legislazione dell’UE favorisce il Mercato, lo si vede nei dettami alle agende dei governi sulle privatizzazioni, taglio della spesa pubblica e riduzione dei diritti sociali. Già negli anni ’90, il centrosinistra ha sposato la Terza via blairiana e il Pensiero Unico, l’adesione irresponsabile all’euro, il trattato di Lisbona e l’art. 126 del TFUE che ribadisce e rafforza i parametri di Maastricht e, dal 2011, ha votato le peggiori riforme strutturali di Monti, prima, e del PD renziano, poi. Presumo che la costituenda sinistra non abbia ancora l’idea sulla linea da tenere per contrastare le politiche di austerity, perché col prossimo memorandum rasenteremo la stessa disperazione in cui si è trovato il popolo greco dopo la resa di Tsipras. Le proposte programmatiche rischiano di diventare le solite promesse elettorali se non si prevedono gli strumenti necessari per contrastare le regole UE che ne impediscono la realizzazione e affinché il memorandum non si abbatta irrimediabilmente sul popolo italiano. La Sinistra, purtroppo, non sarà il partito di maggioranza, ma è necessario che abbia chiaro come ribaltare la Governance europea del two pack (sorveglianza rafforzata e monitoraggio delle politiche di bilancio degli stati in difficoltà) e del six pack (regolamenti su sanzioni e ammende, meccanismi di allerta e regolazioni di bilancio sul fiscal compact). Con le regole europee sul Patto di stabilità e crescita con il recepimento della direttiva 2011/85/UE sul fiscal compact, l’Italia è finita nella recessione, quindi l’art. 81 della Costituzione è tra le prime cose da smantellare. Ora vi è la certezza che quella crescita non riguarda l’economia italiana e di altri Stati europei, ma la sua distruzione, a favore della crescita dell’economia finanziaria internazionale e del profitto delle Corporation e quelle regole rafforzano la garanzia che ci impegneremo a pagare il debito pubblico, giusto o odioso che sia, per gli anni a venire. E’ necessaria un’alfabetizzazione a sinistra sulle politiche macroeconomiche e sulle regole internazionali scaturite dai Trattati per acquisire un piano di contrasto ai dettami neoliberisti affinché i punti programmatici che recitiamo a garanzia dei diritti possano trovare applicazione.

(Pubblicata su "Il Manifesto", sezione lettere, del 28/11/2017)

)LA POSIZIONE DEL GOVERNATORE DI BANCA D’ITALIA Il Governatore di Banca d’Italia ha evidenziato l’elevato importo dei crediti deteriorati che vanno gestiti con meccanismi di alienazione a terzi e che manifestano uno stato non felice del mondo bancario. Trascura il Governatore di avere, nella prima sua Relazione, 2013 su 2012, evidenziato la solidità del sistema bancario da un lato e dall’altro una contrazione dell’attività in crediti, senza evidentemente rendersi conto dell’effetto dirompente e preverso del collegamento tra i due elementi. Pertanto, il conto economico delle banche viene a dipendere non più dall’attività istituzionale ma da attività straordinarie quali i derivati e le altre forme di speculazione (ciò è stato confermato, nei giorni scorsi, dalle analisi sul rilancio del settore bancario in America, dove l’attività di “trading” in titoli ha svolto un ruolo fondamentale). I segni della crisi della banca vi erano tutti, crisi irreversibile per le banche piccole e medie non in grado di svolgere attività extra-istituzionale e ultra-speculativa. Il Governatore è stato sotto questo aspetto meritorio in quanto ha tentato di favorire aggregazioni ma senza rendersi conto che il legittimare l’attività extra-istituzionale era come salvare l’anima seguendo l’esempio del “……… Dottor Faust”. La normativa che impone alla banche popolari medio –grandi e grandi di trasformarsi in S.p.A. è meritoria per l’insincerità del ricorso allo schema cooperativo da parte di tali imprese, ma l’utilizzo di siffatta misura quando vi è una crisi profonda delle banche, con la trasformazione che favorisce il recesso dei soci dissenzienti con gravi rischi per la stabilità della banca, si è dimostrato non felice nella scelta dei tempi. Misure prodromiche a questa normativa, meritoria (anche se con profili di incertezza proprio sul recesso dei soci dissenzienti, dove si aspetta a breve la decisione della Corte Costituzionale), erano la riforma della borsa (per evitare che si ripartiscano tra il pubblico risparmio solo i debiti, e comunque solo le situazioni negative) e la riforma della struttura organizzativa della banca e più in generale della grande impresa. Ma ciò avrebbe richiesto un intervento penetrante di riforma della banca e della grande impresa che rientrasse (ed ancora rientri) in un controllo pubblico globale sull’economia e sulla impresa con profondi interventi correttivi, il che è fuori dallo scenario politico. Visco ha individuato con lucidità i problemi, evitando di vedere nella cessione dei crediti deteriorati a “bad bank”, pur necessaria, la panacea di tutti mali, ma non ha brillato in proposte, in quanto ciò è un compito ai di fuori –massime in questa fase, come si vedrà- dei compiti dell’Autorità di vigilanza: è un compito della politica. Troppo timide sono state le critiche (di Visco) nei confronti della (demenziale, oltre che incostituzionale) normativa “bail-in”, anche se in Italia la responsabilità vera della sua acritica recezione è, anche qui, della politica, che doveva sbattere i pugni in Europa: i pugni vanno sbattuti su profili strategici, quale per l’appunto il sistema finanziario, e non su profili generali, se non addirittura generici, e su profili pittoreschi. Lo stesso evidenzia i limiti della propria azione, limiti in parte rimossi con le recenti misure che hanno rafforzato i poteri di Banca d’Italia. Ma così è evidente che si ritaglia il ruolo dil Notaio e non di Alto Magistrato dell’Economia, come invece pensato a suo tempo da Guido Carli, che ovviava ai limiti giuridici con la “moral suasion” (per cui si potevano rimuovere gli Amministratori di Banche non idonei, pur in assenza della recente normativa). In tal modo il Governatore prende atto con consapevolezza del ruolo ormai purtroppo limitato di Banca d’Italia e non denunzia il problema, comportandosi da ineccepibile “civil servant”. Ma quello che non può fare il Governatore lo deve fare la politica di sinistra antiliberista, ahimè troppo distratta sulla problematica. La perdita di rilevanza della Banca Centrale è frutto delle perverse tendenze del capitale finanziario, con le grandi banche d’affari al di fuori di ogni controlli, e va combattuta, almeno a sinistra. Chi vuole penalizzare Banca d’Italia, ieri Berlusconi con Tremonti, oggi Renzi con il cerchio magico, tra cui la soave Boschi, e la sinistra populista, purtroppo appoggiata dal “Fatto Quotidiano”, dimostra totale irresponsabilità, ma purtroppo costituisce solo la punta di un “iceberg”. Chi, nella sinistra antiliberista, è troppo critico nei confronti del Governatore, dovrebbe prima ammettere che la stessa sinistra antiliberista non può pretendere che le proprie carenze siano colmate dal Governatore di Banca d’Italia, che non può mai cessare di essere il custode del sistema. II)LE PROPOSTE DI RIFORMA In un recente intervento, Vincenzo Comito (rispetto al cui approccio al mondo bancario lo scrivente è molto distante), insigne economista della sinistra antiliberista, ha evidenziato, con propria condivisione, la presenza di proposte del mondo accademico anglosassone (e che addirittura avranno sbocco in Svizzera con un “referendum”) tese a separare la moneta (“rectius” la creazione di moneta) dall’attività d intermediazione creditizia e finanziaria. Queste proposte sono state fatte proprie in Italia un po’ di tempo fa dall’insigne economista liberista critico Paolo Savona. In Comito vi è un taglio ulteriore, vale a dire non solo di tutela della stabilità ma anche di controllo delle banche e di spostamento di compiti economici fondamentali verso la politica economica. Con il rispetto e la stima e l’affetto che lo scrivente nutre nei confronti di Comito, si tratta di illusioni: la presenza di settori in avanzo finanziario e di settori in disavanzo è insuperabile; l’indebolimento delle banche, la cui essenza, nel tradizionale settore dei depositi e dei fidi, è rappresentata dal nesso tra creazione di moneta e concessione di crediti, è innaturale e tende a favorire, anche al di là delle migliori intenzioni, la nascita ed il consolidamento di strutture finanziarie occulte o comunque non trasparenti. Il vero nodo è nella direzione pubblica delle banche, con particolare riferimento alla limitazione quantitativa e qualitativa dell’attività speculativa e con la valorizzazione dell’attività produttiva (crediti e gestione di patrimoni) emendata di conflitti di interessi e di distorsioni e nel rispetto di criteri, generali ma effettivi e stringenti, di politica economica pubblica. Certo, tale linea si è rivelata impraticabile, ma l’indebolimento delle banche, ed addirittura con l’aspettativa di un loto totale superamento, sembra una fuga in avanti. La sinistra è in crisi, ma, se non supera la crisi, i problemi non saranno risolti con atteggiamenti contrari ai poteri forti (tra cui le banche). L’antagonismo totale se non trova sbocco in un progetto antiliberista non solo è inefficace ma addirittura corre il rischio di rivelarsi controproducente. Ci si permette di ricordare a Comito che la punta più avanzata di teoria economica marxista “psot-Marx” è rappresentata da “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding (alto esponente, prima dell’austro-marxismo, poi della socialdemocrazia tedesca e Ministro delle Finanze a Weimar, pian piano scivolato verso posizione di socialdemocrazia anticomunista ma che mai rinunciò alla fuoriuscita dal capitalismo) , del 1906-1910, dove mostrò l’irreversibilità della caratterizzazione finanziaria del capitalismo da sottoporre a controllo pubblico democratico che poi sarebbe diventato inevitabilmente socialista: se l’autore peccò di ingenuità nella fiducia verso sbocchi socialisti di natura automatica, quasi evoluzionistica (ma con un ben altro livello tecnico rispetto al troppo celebrato Kautski, rispetto a cui si è sempre caratterizzato per un’impostazione genuinamente classista) (ed a una certa ingenuità non si è sottratto nessun esponente marxista a partire dallo stesso Marx con il grande entusiasmo verso la Comune di Parigi, esperienza stupenda ma minore, nemmeno Rosa Luxemburg ed addirittura nemmeno Lenin, quello di “Stato e rivoluzione”, almeno), dalla necessità di riprendere e rinforzare la sua analisi, ovviamente aggiornandola, non si può prescindere. A Comito non si può, assolutamente, addebitare populismo e nemmeno posizione di antagonismo fine a sé stesso: ma anche per lui resta ferma la necessità di riprendere un grande progetto antiliberista. III)UNA NUOVA IPOTESI DI RIFORMA DELLA BANCA ED UNA RIELABORAZIONE DEL SUO STATUTO Per fissare su solide basi lo statuto dell’impresa bancaria occorre partire dai seguenti punti fermi: a) essa opera con mezzi dei terzi, e questi devono ricevere particolare, pregnante tutela; b) i suoi debiti sono mezzi di pagamento e pertanto la tutela dei suoi creditori è necessaria per anche la stabilità dell’intera economia; c) con l’erogazione dei crediti essa sostiene e sviluppa l’imprenditoria e l’economia, con la conseguente esaltazione della necessità della sua stabilità e solidità; d) negli investimenti finanziari dei risparmiatori essa opera a beneficio e rischio dei clienti (per l’appunto risparmiatori), e pertanto qui sorge la necessità ulteriore di correttezza con divieto di commistioni e di conflitti di interesse; e) nell’operare con la propria tesoreria ed in contropartita con i clienti realizza operazioni speculative, e qui sorge la necessità, ancora ulteriore, di evitare che la speculazione superi limiti contenuti, ciò per tutte le esigenze di cui sopra. La Banca è una realtà complessa che rivela la propria forza ed efficacia proprio nella sua complessità: di cui il rifiuto di ogni proposta tesa a ridurre la complessità impedendo l’esercizio congiunto delle varie attività (ieri vi era l’ossessione tra banca ordinaria e banca di investimenti, in particolare banca d’affari, ora tra crediti e servizi di pagamento), il che si rivela superficiale e tale da voler in modo innaturale privare la finanza di elementi essenziali. Ma nel contempo tale complessità, necessaria, è foriera di rischi troppo forti per risparmiatori, imprese e l’intera economia aziendale. Di qui la necessità di controlli di stabilità e solidità e di correttezza, ma con la consapevolezza che questi, un tempo sufficienti ed esaustivi, non lo sono più in quanto la complessità è così lievitata, con la globalizzazione ed il trionfo del capitale finanziario, che la Banca è diventata incontrollabile. Di qui la necessità di una riforma che parta dalla rielaborazione dello statuto dell’impresa operante nel settore finanziario, in modo da configurare l’impresa funzione che svolge la propria attività sì nel proprio interesse lucrativo, ma la cui liceità sia condizionata alla mancata lesione degli interessi dei terzi tra cui la Banca intermedia con investimento di capitali propri per l’appunto scarso rispetto al fatturato. Le conseguente sono quattro: a) la necessità di una struttura organizzativa e corporativa complessa ed efficace atta a separare l’impresa dai propri titolari e consentire alla prima di essere un effettivo soggetto economico; b) la pervasività e non più la natura circoscritta dei controlli di stabilità e di correttezza; c) infine controlli di merito di natura pubblica in un’ottica di pianificazione non solo per contenere la speculazione, ma anche con indirizzo in positivo per sostenere e rafforzare le attività produttive (crediti e gestione di patrimoni), senza il rilancio delle quali il ricorso massiccio alla speculazione è necessaria per il conto economico, almeno delle grandi banche; d) le attività produttive (gestione e crediti) sono di rilevanza centrale per l’economia nazionale e devono essere sostenute, in modo che nei crediti l’interesse delle banche sia superiore a quello dei debitori –eccetto ovviamente abusi delle banche a danno dei debitori-, e nelle gestioni la necessità di uno svolgimento corretto richieda l’assenza sia di di abusi sia di pretese dei clienti di manleva dai rischi. Una riforma che parta da un uovo Statuto della banca si differenzia sia dall’approccio liberale –non necessariamente liberista, ma anche liberale “tout court” e financo di sinistra moderata non liberista- alla Banca, sia da quello populista e di sinistra antagonista. Sotto l’un aspetto, viene messa in discussione la neutralità della banca, con i suoi profili peculiari che non dovrebbero metterne in discussione la natura di impresa. Al riguardo, la Banca non è solo un’impresa, per cui sarebbero sufficienti controlli di stabilità e di correttezza, ma è anche l’impresa a base del sistema e che domina il sistema: se il sistema precipita in un vortice di abusi e di disastri, “rectius” di disastro “tout court”, sulla Banca occorre un intervento che drastico che la metta in posizione in controtendenza rispetto allo stesso capitale finanziario. Se questi si riforma da solo, allora si potrà verificare se si possa tornare alla logica tradizionale liberale: si rimanda ad apposite indagini dello scrivente sul capitale finanziario, dove si è mostrata l’illusorietà di una riforma spontanea, con la conseguente necessità di una riforma, etero-introdotta e così impossta “ab externo”, drastica e anti-sistemica, anche se non rivoluzionaria in quanto tale da realizzare in modo coatto quella riforma impossibile a livello spontaneo. Sotto l’altro aspetto: lo statuto dell’impresa bancaria alternativo a quello tradizionale e liberale non comporta l’accettazione di un approccio populista e nemmeno di uno antagonistico, che vanno di converso rifiutati, in quanto senza solidità ed efficienza della banca, ogni sistema, anche socialista, è privo è provvisorio ed incerto. Per concludere, lo statuto dell’impresa-funzione nel settore bancario è di natura scientifica, ma nel contempo richiede l’abbandono del liberismo –ed anche dello stesso liberalismo-, anzi proprio perché di natura scientifica richiede tale abbandono, vista l’irreversibilità del degrado del liberismo ed anzi del liberalismo “tout court” nel trionfo del capitale finanziario: si pone il problema di come far convivere l’impresa bancaria funzionalizzata e l’impresa industriale non funzionalizzata, vale a dire un sistema di pianificazione ina materia finanziaria ed uno liberista in materia industriale. La correzione dello statuto dell’impresa “tout court”, sia pure meno pronunciata in materia industriale rispetto a quello finanziaria, è inevitabile, sia per il dominio della Banca su tutta l’economia sia perché anche in materia industriale il concetto di impresa-funzione è necessario vista l’aggregazione di fattori esterni –tra cui anche imprese piccole e lavoratori apparentemente autonomi-, che l’impresa realizza, dal che consegue la necessità di mancata penalizzazione di tali fattori.
) LA RELAZIONE DEL GOVERNATORE La Relazione (nelle Considerazioni finali) di quest’anno (2017 per il 2016) del Governatore di Banca d’Italia è stata di grande livello nell’analisi e poi nella ricostruzione del sistema ma nel contempo debole sul piano propositivo e delle soluzioni. Si incentra sui due grandi problemi, la rilevanza abnorme del debito e l’esplosione dei crediti deteriorati, elaborando intorno a loro un’ampia analisi sistematica. Sul primo punto, si riconosce che il rapporto debito pubblico/Pil è aumentato notevolmente e rapidamente dall’avvio della crisi fino a superare il 130%, il che è un elemento di vulnerabilità e di freno per l’economia. Di qui la necessità di politiche tese non solo a ridurre il disavanzo ma anche a rivedere la composizione delle spese e delle entrate. Il Governatore invita ad un sempre maggiore avanzamento del debito primario ed a un sempre maggiore controllo dei debito pubblico. Qui il Governatore omette di mettere in evidenza che il rapporto debito pubblico/PIL è esploso in Italia dopo la separazione tra Banca e d’Italia e Ministero del Tesoro e il conseguente venir meno dell’obbligo della prima di sottoscrivere titoli del debito pubblico. Tale svolta, dell’81, con Ciampi Governatore ed Andreatta Ministro, avrebbe dovuto comportare la riduzione del debito pubblico visto che lo Stato, senza più certezza di copertura, sarebbe stato costretto a contenere la spesa pubblica, acquistando efficienza. E’ accaduto l’esatto contrario, con la spesa pubblica che è esplosa, solo che ha visto ridotta drasticamente la propria componente di spesa sociale a favore di spesa per interessi, con le aste pubbliche dominate dalle grandi banche d’affari che in effetti dirigono la spesa pubblica e lo Stato e si possono permettere di propinargli derivati rovinosissimi senza incorrere in forme di responsabilità. Per sostenere gli Stati deboli, è stato realizzato il “Quantitative easing”, vale a dire l’acquisto in massa di titoli pubblici da parte della BCE di Draghi, sulla cui reversibilità ci si illude. Il documento di Banca d’Italia è notevole da un punto teorico nel momento in cui elogia il “Quantitative” easing” e quindi rinnega, implicitamente ma non per questo meno inequivocabilmente, la propria (“rectius”, della propria Istituzione) posizione che ha portato alla separazione ed al suo sostegno illimitato. Non lo fa esplicitamente perché non può, ma evidentemente riconosce che il problema del debito pubblico, se non è certamente un falso problema (come invece affermano troppo sbrigativamente teorici della sinistra radicale) , è altrettanto certamente un problema di politica economica “tout court”, che va oltre la questione dello stesso debito pubblico, pur di per sé non trascurabile, vale a dire che esplode se lo Stato non ha il controllo della politica economica e viene controllato se invece lo ha. Il debito pubblico è imputabile al capitale finanziario, che ha smantellato prima ogni ipotesi di politica economica e poi lo Stato “tout court”, Stato che ha senso solo se in grado di trasformarsi in Impero. La ricostruzione generale, con punte notevoli, come il riconoscimento che la compressione del costo del lavoro (e stesso discorso vale per la sua completa penalizzazione) non ha prodotto risultati apprezzabili in tema di produttività, o come il tono contenuto nella difesa, necessaria, dell’Europa. Sul secondo punto, si evidenzia l’elevato importo dei crediti deteriorati che vanno gestiti con meccanismi di alienazione a terzi e che manifestano uno stato non felice del mondo bancario. Dimentica il Governatore di avere, nella prima sua relazione, 2013 su 2012, evidenziato la solidità del sistema bancario da un alto e dall’altro una contrazione dell’attività in crediti. Pertanto, il conto economico delle banche veniva a dipendere non più dall’attività istituzionale ma da attività straordinarie quali i derivati e le altre forme di speculazione. I segni della crisi della banca vi erano tutti, crisi irreversibile per le banche piccole e medie non in grado di svolgere attività extra-istituzionale e ultra-speculativa. Il Governatore è stato in questo aspetto meritorio in quanto ha tentato di favorire aggregazioni ma senza rendersi conto che il legittimare l’attività extra-istituzionale era come salvare L’anima seguendo l’esempio del “……… Dottor Faust”. La normativa che impone alla banche popolari medio –grandi e grandi di trasformarsi sin S.p.A. è meritoria per l’insincerità del ricorso allo schema cooperativo da parte di tali imprese, ma il ricorrere a tale misura quando vi è una crisi profonda delle banche, con la trasformazione che favorisce il recesso dei soci dissenzienti con gravi rischi per la stabilità della banca, si è dimostrato non felice nella scelta dei tempi. Misure prodromiche a questa normativa, meritoria (anche se con profili di incertezza proprio sul recesso dei soci dissenzienti, dove si aspetta la decisione della Corte Costituzionale), erano la riforma della borsa (per evitare che si ripartiscano tra il pubblico risparmio solo i debiti, e comunque le situazioni negative) e la riforma della struttura organizzativa della banca e più in generale della grande impresa. Ma ciò avrebbe richiesta un intervento penetrante sulla riforma della banca e della grande impresa che rientri in un controllo pubblico globale sull’economia e sulla impresa con profonde interventi correttivi, il che è fuori dallo scenario politico. Visco ha individuato con lucidità i problemi, evitando di vedere nella cessione dei crediti deteriorati a “bad bank”, pur necessaria, la panacea di tutti mali, ma non ha brillato in proposte, in quanto ciò è un compito ai di fuori dei compiti dell’autorità di vigilanza: è un compito della politica. La campagna contro Visco, anche da ambienti cui lo scrivente si sente molto vicino (“Il Fatto Quotidiano”) è fuori luogo: si individuano ad ogni piè sospinto, elementi presunti di favoritismo nei confronti di banche grandi o comunque importanti: salvo accertamenti giudiziali, il tutto nasce da esagerazioni e da ingrandimenti di elementi irrilevanti: quello che è certo è che mancano del tutto segni macroscopici ed inequivocabili, come invece a suo tempo presenti per Fazio. Completamente diverso è il discorso che investe la linea generale di Banca d’Italia, di evidenziazione della necessità di aggregazioni, su cui si può discutere ma nel merito e senza censure di legittimità, il tutto senza dimenticarsi che le vere carenze sono dipendenti dalla politica. L’accanimento nei confronti di Ispettori Banca d’Italia va abbandonato non per indulgenza ma per necessità di contestualizzare le situazioni. Per trasparenza nei confronti dei lettori, lo scrivente ammette “rectius, ricorda” di essere stato Commissario Straordinario (affiancando altro Collega) a Chieti, presso una delle 4 banche poi interessate all’intervento di salvataggio a novembre 2015, con “bail-in” ridotto ed a carico solo degli obbligazionisti subordinati, ora destinatari di un salvataggio non totale. Per tale incarico è iscritto nel registro degli indagati insieme all’altro Collega Ma è evidente che vi è un clima generale di sospetto nei confronti di Banca d’Italia e degli Ispettori nonché dei commissari straordinari, che dipendono da Banca d’Italia: i profili di legittimità sono da verificare in sede giudiziale, ma è la politica che vuole scaricare sui tecnici le proprie responsabilità. E da chiarire che per politica si intende non solo quella dei vari Governi (di centro-destra e di centro sinistra, entrambi irresponsabili nell’approvare la Commissione d’inchiesta sul sistema bancario quale forma di accusa al Governatore) ma anche delle opposizioni, spesso non dotate di senso della realtà, e a monte della società civile con imprese (come lucidamente evidenziato da Ferruccio de Bortoli) e sindacati che hanno attivamente partecipato al saccheggio a danno delle banche, saccheggio non imputabile solo ai vari cerchi magici di comando delle banche stesse, primi ma non unici responsabili del disastro. Troppo timide sono state le critiche nei confronti della (demenziale, oltre che incostituzionale) normativa “bail-in”, anche se in Italia la responsabilità vera della sua acritica recezione è della politica. Il Governatore ha messo in evidenza le misure meritorie proposte senza evidenziare i limiti, come detto non derivanti da Banca d’Italia, e così il Governatore mostra il proprio spirito, autentico e meritorio, di “civil servant”. Lo stesso evidenzia i limiti della propria azione, limiti in parte rimossi con le recenti misure che hanno rafforzato i poteri di Banca d’Italia. Ma così è evidente che si ritaglia il ruolo del Notaio e non di Alto Magistrato dell’Economia, come invece pensato a suo tempo da Guido Carli, che ovviava ai limiti giuridici con la “moral suasion” (per cui si potevano rimuovere gli Amministratori di Banche non idonei, pur in assenza della recente normativa). In tal modo il Governatore prende atto con consapevolezza del ruolo ormai purtroppo limitato di Banca d’Italia e non denunzia il problema, comportandosi da ineccepibile “civil servant”. Ma quello che non può fare il Governatore lo deve fare la politica di sinistra antiliberista, ahimè troppo distratta sulla problematica. La perdita di rilevanza della Banca Centrale è frutto delle perverse tendenze del capitale finanziario, con le grandi banche d’affari al di fuori di ogni controlli, e va combattuta, almeno a sinistra. Chi vuole penalizzare Banca d’Italia, ieri Berlusconi con Tremonti, oggi Renzi con il cerchio magico, tra cui la soave Boschi, dimostra totale irresponsabilità, ma purtroppo è solo la punta di un “iceberg”. Chi, nella sinistra antiliberista, è troppo critico nei confronti del Governatore, dovrebbe prima ammettere che la stessa sinistra antiliberista non può propendere che le proprie carenze siano colmate dal Governatore di Banca d’Italia, che non può mai cessare di essere il custode del sistema. Più in generale, nei confronti di Banca d’Italia, il Paese ha dimostrato il peggio di sé: ha ribaltato il celebre motto “Né servo encomio, né vile oltraggio!”, ed è passato con totale disinvoltura dalla prima posizione alla seconda, nel momento in cui Banca d’Italia non si è rivelata più in grado, per colpe non sue, di assicurare la mancanza di elementi negativi di rilievo nelle crisi bancarie. -------------------------------------------------- B) POSTILLA SULLA RIFORMA DELL’IMPRESA BANCARIA Uno dei due punti fondamentali sollevati dal Governatore riguarda lo statuto dell’impresa bancaria. La sua posizione, nella grande lucidità e nelle debolezza di soluzioni, è di grande rilievo in un momento in cui la banca è sotto l’attacco generalizzato, non solo della politica “governista” che tenta così di sottrarsi alle proprie responsabilità, e di quella populista-mentre quella di sinistra sembra tanto ma tanto distratta-, ma anche di ambienti di grande libello dottrinario. In un recente intervento, Vincenzo Comito (rispetto al cui approccio al mondo bancario lo scrivente è molto distante), insigne economista della sinistra antiliberista, ha evidenziato, con condivisione, la presenza di proposte del mondo accademico anglosassone (e che addirittura avranno sbocco in Svizzera con un “referendum”) tese a separare la moneta (“rectius” la creazione di moneta) dall’attività d intermediazione creditizia e finanziaria. Queste proposte sono state introdotte in Italia un po’ di tempo fa dall’insigne economista liberista critico Paolo Savona. In Comito vi è un taglio ulteriore, vale a dire non solo di tutela della stabilità ma anche di controllo delle banche e di spostamento di compiti economici fondamentali verso la politica economica. Con il rispetto e la stima e l’affetto che lo scrivente nutre nei confronti di Comito, si tratta di illusioni: la presenza di settori in avanzo finanziario e di settori in disavanzo è insuperabile; l’indebolimento delle banche, la cui essenza, nel tradizionale settore dei depositi e dei fidi, è rappresentata dal nesso tra creazione di moneta e concessione di crediti, è innaturale e tende a favorire, anche al di là delle migliori intenzioni, la nascita ed il consolidamento di strutture finanziarie occulte o comunque non trasparenti. Il vero nodo è nella direzione pubblica delle banche, con particolare riferimento alla limitazione quantitativa e qualitativa dell’attività speculativa e con la valorizzazione dell’attività produttiva (crediti e gestione di patrimoni) emendata di conflitti di interessi e di distorsioni e nel rispetto di criteri, generali ma effettivi e stringenti, di politica economica pubblica. Per inciso, è un nodo non solo politico ma anche scientifico, visto che l’impulso alle concentrazioni in materia bancaria, con sbocco necessariamente oligopolistico e con correlata ineluttabilità della mancanza di un regime concorrenziale, pone la necessità di profondi correttivi, anche tenendo conto che proprio le banche più importanti, che per l’appunto beneficiano delle aggregazioni, sono quelle che effettuano i salvataggi (ed una conferma immediata viene proprio dall’esperienza delle banche venete, non priva di discussioni). Certo, chiuso l’inciso, tale linea si è rivelata impraticabile, ma l’indebolimento delle banche, ed addirittura con l’aspettativa di un loto totale superamento, sembra una fuga in avanti. La sinistra è in crisi, ma, se non supera la crisi, i problemi non saranno risolti con atteggiamenti contrari ai poteri forti (tra cui le banche). L’antagonismo totale se non trova sbocco in un progetto antiliberista non solo è inefficace ma addirittura corre il rischio di rivelarsi controproducente. Ci si permetto di ricordare a Comito che la punta più avanzata di teoria economica marxista è rappresentata da “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding (alto esponente, prima dell’austro-marxismo, poi della socialdemocrazia tedesca e Ministro delle Finanze a Weimar, pian piano scivolato verso posizione di socialdemocrazia anticomunista ma che mai rinunciò alla fuoriuscita dal capitalismo) , del 1906-1910, dove mostrò l’irreversibilità della caratterizzazione finanziaria del capitalismo da sottoporre a controllo pubblico democratico che poi sarebbe diventato inevitabilmente socialista: se l’autore peccò di ingenuità nella fiducia verso sbocchi automatici, quasi evoluzionistici (ma con un ben altro livello tecnico rispetto al troppo celebrato Kautski, rispetto a cui si è sempre caratterizzato per un’impostazione genuinamente classista) (ed a una certa ingenuità non si è sottratto nessun esponente marxista a partire dallo stesso Marx con il grande entusiasmo verso la Comune di Parigi, esperienza stupenda ma minore, nemmeno Rosa Luxemburg ed addirittura nemmeno Lenin, quello di “Stato e rivoluzione”, almeno), dalla necessità di riprendere e rinforzare la sua analisi, ovviamente aggiornandola, non si può prescindere. A Comito non si può, assolutamente, addebitare populismo e nemmeno posizione di antagonismo fine a sé stesso: ma anche per lui resta ferma la necessità di riprendere un grande progetto antiliberista.
La politica della domanda rappresenta una forma di intervento pubblico nell’economia tale da immettere mezzi finanziari pubblici nell’economia in modo da sostenere i ceti deboli e dare loro i mezzi per alimentare la domanda e così anche, indirettamente ma inesorabilmente, la produzione delle imprese. L’intervento pubblico di sostegno all’economica è il punto di partenza imprescindibile della politica della domanda. Ma quello che deve essere chiarito, in modo inequivocabile, per evitare dubbi ed incertezze alimentati ad arte, è che non vale il reciproco: non ogni sostegno pubblico all’economia rientra nella politica della domanda. Ed assolutamente non riconducibile a la politica della domanda è la politica dell’offerta, vale a dire il sostegno alle imprese senza passare per l’aiuto ai ceti deboli. “In limine”, per inciso, ciò dimostra inesorabilmente la fallacia dell’affermazione di chiara marca liberista, fatta propria da settori, anche importanti, della sinistra radicale, che l’intervento pubblico nell’economia è la negazione dello stesso liberismo. Il sostegno pubblico all’economia che va diretto alle imprese senza passare per la domanda è funzionalizzato a tutelare e salvaguardare un assetto liberista nel mercato del lavoro. Il liberismo non è affatto a favore della concorrenza “tout court” ma solo a favore della concorrenza a danno del lavoro ed a danno di ogni logica sociale: non è a favore della concorrenza “tout court”, in quanto evidenzia che gli oligopoli ed addirittura i monopoli nascono dalla concorrenza stessa, con la conseguenza indefettibile che i monopoli ed oligopoli stessi vengono combattuti solo se eccessivi, il che dimostra non solò la mancanza di logica teorica e sistematica ma anche la discrezionalità e la parzialità negli interventi, spesso dettati da esigenze di comodo (come in Italia con Berlusconi ma anche con altri). Chiuso l’inciso, che le imprese, aumentando gli investimenti, forniscono lavoro, sembra tale da rientrare in situazione analoga alla politica della domanda. E’ da replicare che quello che aumenta con la politica dell’offerta è rappresentato non necessariamente dagli investimenti ma dai ricavi. Le imprese possono infatti effettuare, con i maggiori ricavi, operazioni finanziarie e speculative senza in nessun modo far beneficiare ceti deboli. E’ che ciò avviene con il capitale finanziario. Il taglio del tasse, anche a favore dei ceti deboli (come il taglio dei famosi 80 euro di Renzi) non costituisce una forma di politica della domanda in quanto finanziato con altre voci sempre a carico dei ceti deboli: è una mera partita di giro. Inoltre è meramente strumentale ad un taglio impositivo a favore dei ceti forti. Il “Quantitative easing”, vale a dire l’acquisto in massa di titoli pubblici degli Stati deboli da parte della BCE, rientra armonicamente in tale ottica e costituisce un forma di politica dell’offerta in quanto il sostegno dei conti pubblici ha favorito non la spesa sociale ma il sostegno del debito pubblico orientato verso l’offerta in quanto condizionato dalle grandi banche d’affari internazionali che gestiscono le aste dei titoli pubblici. Il “Quantitative easing” modera solo gli eccessi speculativi di tali grandi banche d’affari internazionali a danno degli Stati deboli. La politica della domanda è un qualcosa di veramente complesso: come notò Minsky, grande economista keynesiano di sinistra, la politica della domanda, per essere veramente tale, e per non consentire mascheramenti a favore della politica dell’offerta, si deve presentare nella versione più di sinistra e così basarsi su tre elementi sostanziali fondamentali: 1) il ruolo centrale degli investimenti pubblici con una grande componente rappresentata dalla spesa sociale, 2) la piena occupazione, e 3) il controllo della finanza per impedirne deviazioni speculative. E’ una versione che, pur derivando strettamente da quella originaria keynesiana, presenta rispetto ad essa dei profili di originalità del tutto irriducibili. E’ ovvio che detta versione introduce un aspetto qualitativo nella visione quantitativa keynesiana: in questa, conta che aumentino i consumi, il che può derivare solo da un aumento di reddito dei ceti deboli, che costituiscono la maggioranza della popolazione. Nessuna correzione della politica degli investimenti delle imprese private e nemmeno un controllo della speculazione se non di ordine macro-economico e per l’appunto quantitativo. La versione di sinistra di Minsky introduce un aspetto qualitativo per cui la massima efficienza non si realizza solo se l’aumento degli investimenti produce vantaggi sociali ma esclusivamente se si corregge la politica degli investimenti, alla luce dell’incompatibilità totale tra politica sociale e speculazione finanziaria. Questa, alla lunga, deprime anche gli investimenti produttivi e pertanto non consente un collegamento tra profitti privati e benefici sociali. Ogni versione moderata della politica della domanda che sfoci nella politica dell’offerta, o comunque, pur senza sfociarvi, ne sia contigua, con la strategia dei due tempi, consistente nel favorire prima i profitti che poi apportino benefici sociali, è pertanto del tutto inconsistente prima ancora che manifestamente infondata, in quanto i profitti, senza controlli –non più solo quantitativi ma soprattutto qualitativi- si dirigono verso la speculazione. La versione di sinistra di Minsky comporta la funzionalizzazione sociale dell’iniziativa economico privata, vale a dire in virtù di un cambio di approccio a 180 gradi, non vi più è libertà di fare profitto con la speranza di destinazioni produttive e quindi anche sociali, ma libertà di profitto condizionata indefettibilmente, in virtù di un vincolo funzionale interno, all’utilità sociale. E qui vi è il punto delicato: la politica della domanda keynesiana, nella versione tradizionale è ora del tutto inutilizzabile: essa è venuta meno in quanto il capitale finanziario ha distrutto lo Stato sostituendolo con una globalizzazione anarchica, e quindi ha levato il terreno sotto i piedi di qualsivoglia politica economica pubblica, ha distrutto la Società, sembrando i blocchi sociali ed ha distrutto l’economia, eliminando il calcolo economico e sostituendolo con speculazioni che si alimentano da sole, protette in virtù di sopraffazioni ed abusi. La politica economica, nella versione tradizionale keynesiana, è stata facile da smontare in quanto non antagonistica rispetto alla logica del capitale. Ed il lavoro, visto solo come consumo vale a dire come protagonista della domanda è stato privato, di ruolo autonomo. La versione di sinistra di Minsky è invece utilizzabile in quanto ha un profondo nucleo antagonistico rispetto alla logica del capitale, anche se in un’ottica solo genuinamente e realisticamente riformista. Essa va integrata con la teoria marxista del capitale finanziario di Rudolf Hilferding (quale in via di aggiornamento da parte di Emiliano Brancaccio e di chi scrive, entrambi in via autonoma l’uno dall’altro). Entrambe vanno corrette su un punto fondamentale: una pianificazione democratica (che Hilferding vide quale prodromica alla transizione al socialismo) è impossibile nel capitalismo, la cui natura anarchica è ineliminabile. Una politica economica rigorosa, quale proposta da Minsky, trova in ciò il punto invalicabile. Se il vero elemento indispensabile per minacciare prima e scardinare poi il capitalismo è rappresentato dalla pianificazione, è ovvio che la stessa va elaborata in termini compiuti in un’ottica sociale, e quindi deve essere resa compatibile con il controllo operaio prima e con l’autogestione poi, in un’ottica politica, e quindi deve essere resa compatibile con la democrazia rappresentativa costituzionale, ed in un’ottica economica, e quindi la legge del valore non può essere eliminata in un’ottica socialista (come compreso dal solo Galvano della Volpe, sulle cui orme si sta collocando chi scrive), dovendo semplicemente essere svincolata dall’accumulazione capitalistica che pur la ha generata. Per concludere sul riformismo di sinistra liberista di Renzi, e che sia riformismo e che sia di sinistra sembrano allo scrivente due azzardi, la “flat tax”, con l’aliquota unica e la conseguente eliminazione della progressività, rientra pacificamente, alla luce di quanto detto prima, nella politica dell’offerta. L’argomento secondo cui essa incentiva l’offerta e quindi aumenta la torta e la distribuzione complessiva si scontra con quanto detto sopra ed in particolare con la circostanza che la politica dell’offerta non favorisce né gli investimenti né tanto meno le loro destinazioni sociali. Angelo Panebianco che lamenta come i populismi, in via pretesa eredi spuri dell’anticapitalismo di sinistra, siano la negazione del liberalismo e dell’efficienza economica, dimentica due cose, oltre ad essere contraddistinto da pressapochismo dell’enucleazione della natura anticapitalistica del populismo: in primo luogo la negazione del liberalismo e dell’efficienza economica viene dall’interno del capitalistico e non dall’esterno; in secondo luogo, la libertà economica è del tutto incompatibile con ogni altra libertà (Benedetto Croce riteneva, in polemica con Luigi Einaudi, che il liberalismo può essere compatibile con il liberismo, mentre, in senso radicalmente più estremo, al contrario il liberalismo è impossibile se non si elimina il liberismo, vale a dire se non diventa socialista).
Il sistema politico italiano è ingessato con due forze europeiste e liberali, una di centro-destra ed una di centro-sinistra, minoritarie e non in grado di diventare maggioranza, nemmeno alleate tra di loro. In alternativa vi sono forze populiste ancora più minoritarie, i 5Stelle a tutto campo, con tendenza a sinistra sempre controllata ed anzi tenuta a livello inespresso ma di sicuro senza scivolamenti a destra, e la Lega Nord a destra. E’ un sistema in stallo. Il centro-destra vuole associare a sé la destra estremista e xenofoba, ma è un’alleanza impossibile, in quanto altera almeno una delle due anime, essendo l’una incompatibile all’altra. Berlusconi riuscì, sin dalla discesa in campo e fino all’ultimo voto del 2013, a fondere le due anime ma solo quando il populismo era indirizzato genericamente contro il potere e non specificatamente contro quello economico e quando vi era una parvenza di dialettica tra poteri economici emergenti e quelli forti consolidati, il che consentiva alla destra di tenere uniti populismo ed anima di Governo, mentre adesso ciò non è più possibile, essendo il populismo indirizzato contro il potere economico, al cui interno non vi è più dialettica.. Pertanto, Berlusconi si deve alleare con Renzi: alternative non ve ne sono. Per inciso che Berlusconi, condannato con sentenza passata in giudicato per frode fiscale, voglia essere ripescato è surreale, ma su ciò si tornerà “infra” sul conflitto tra politica e magistratura. Si chiuda quindi l’inciso. In tale direzione conduce anche l’analisi dell’altra metà del cielo. La sinistra (quella al di fuori del Pd, ovviamente) non si può alleare con il Pd in quanto alternativa ad esso ma senza alleanze non ha prospettive elettorali, soprattutto in caso di modifiche elettorali mirate come quelle in cantiere. Il Pd vuole essere al centro come un Re Sole intorno a cui girono gli altri: non si rende conto di essere relegato al centro, e che non ha né può avere alcuna forza di attrazione nei confronti della sinistra, soprattutto porta avanti un modello in cui esso assolva al ruolo di maggioranza relativa della maggioranza relativa, senza alcun spazio alla sinistra. In altri termini si sta lavorando per il grande centro, ma manca un “leader” all’altezza, manca una Merkel, e poi vi è l’equivoco con Renzi che vorrebbe essere esponente della sinistra mentre non lo è in alcun modo. L’alternativa tra sinistra riformista di Renzi ed alternativa di sinistra estremista fissata da Renzi stesso è non tanto riduttiva quanto piuttosto mistificatrice e tale da travisare i fatti. Renzi incarna la sinistra liberalista, con sola liberalizzazione del mercato del lavoro ed abbandono della progressività fiscale, cui opporre un riformismo vero antiliberista. Renzi, presentandosi di sinistra mentre è solo liberista, non solo fa opera di mistificazione politica ma intende a mettere ai margini la vera sinistra antiliberista, il tutto con l’aiuto di riforme istituzionali “ad hoc”. Renzi propone un vero e proprio totalitarismo liberista. Chi dall’alto dell’opinione dominante, “Il Sole 24 Ore” ma soprattutto, come al solito, “Il Corriere della Sera”, taccia la sinistra fuori dal Pd di irresponsabilità e spirito divisivo realizza non solo una mistificazione politica ma soprattutto un vero e proprio tentativo di autoritarismo istituzionale. In tale ambito brilla, come al solito, Angelo Panebianco, che sancisce che tra destra e sinistra non vi è più distinzione. Le opinioni di Panebianco sono rispettabili ma non si può tacciare di irresponsabilità, di estremismo e di spirito divisivo, evocando anche la psicanalisi, chi la pensa diversamente. La sinistra è, per strategia, alternativa al Pd: la politica si basa sulla distinzione tra strategia e tattica e quindi per tattica potrebbe dialogare con Renzi, ma ciò è reso impossibile da questi che non solo vuole dominare ma soprattutto nemmeno ammette (la sola ipotesi di) una strategia a sinistra. Pisapia si ostina a non comprendere questa verità elementare e vuole l’alleanza con il Pd che invece è disposto d offrire solo una forma di subalternità e sudditanza. Pisapia, come Berlinguer a suo tempo, effettua un’indebita commistione tra strategia e tattica e vuole un’alleanza strategica con chi è incompatibile. Una struttura unica a sinistra in tanto sarebbe possibile, e tale da comporre le diverse anime, solo in quanto fosse in grado di realizzare una netta separazione di piani tra strategia e tattica, ed accettare alleanze con il Pd solo in chiave tattica. Renzi non accetterà mai ciò, e quindi se Pisapia non accetta a propria volta una struttura unica a sinistra è solo perché è su una lunghezza d’onde diversa. La struttura unica a sinistra, riformista ed antiliberista, non deve farsi risucchiare nell’estremismo e deve fondare una strategia, come progetto e programma dall’estrema articolazione, che lo renda alternativo al Pd. Ma il riformismo antiliberista è spuntato in quanto il capitalismo con il suo totalitarismo non lo consente: la sinistra nel momento in cui si presenta come l’erede del vero riformismo tradito dal Pd sembra vagare tra le nuvole. Il Pd non ha tradito alcun riformismo: ha solo accettato l’unico ruolo che il capitale finanziario gli è disposto a lasciare. La struttura unica a sinistra deve essere il protagonista della protesta sociale, ma con la frantumazione delle classi l’unica forma di protesta viene dal populismo. Questi cavalca la protesta, mentre la sinistra antiliberista deve dirigerla. In tale ottica, con un populismo che diventi costruttivo e ritrovi il senso delle istituzioni da un alto e dall’altro con la sinistra liberista che guidi la protesta, inserendo la sua ottica classista in una visione di democrazia completa, atta ad assicurare la direzione del capitale finanziario, vi è lo spazio effettivo di un’alleanza innovativa in grado di assicurare una profonda svolta. La democrazia completa presuppone il ruolo centrale del popolo, senza poteri originari ad esso ma con suo controllo su ogni delegato. Una volta individuato ed elaborato l’antagonismo del popolo rispetto al capitale finanziario, si può pensare di ricostituire la classe. Il carattere antipolitico e negativo del populismo può essere abbandonato: se la vera alternativa è tra sovranità nazionale, da un lato, con la nazione che unifica in modo arbitrario e fittizio i vari gruppi, per creare conflitti all’esterno in grado di occultare quelli all’interno, e dall’altro la sovranità popolare, in grado di eliminare ogni potere originario, anche di natura economica, proprio dal populismo la sinistra di classe deve partire, ed i limiti propri del populismo non sono più necessari ed eterni. Tali limiti erano indefettibili nel momento in cui il populismo si opponeva al potere politico “tout court”, e quindi al potere eterno ed immutabile, non ora che si oppone al potere politico in mano al capitale finanziario. In una situazione così complessa, è assolutamente necessario il meccanismo elettorale maggioritario a doppio turno per consentire in prima battuta la rappresentanza di tutti i movimenti ed in seconda la governabilità costringendo gli stessi movimenti ad una selezione delle loro opzioni per stringere alleanze strategiche. Ma il maggioritario vero è quello che premia gli schieramenti intrinsecamente minoritari in grado di conquistare la maggioranza assoluta, non la maggioranza relativa che in realtà complesse non ha alcun senso. Ma non solo: del tutto abusiva è la concezione del maggioritario di Berlusconi e Renzi in grado di assicurare alla maggioranza relativa della maggioranza relativa la possibilità di asservire a sé le parti minoritarie del proprio schieramento. Così si blocca la dialettica politica, travisando l’essenza del maggioritario che invece premia gli schieramenti potenzialmente vincenti e non la parte prevalente dello schieramento potenzialmente vincente. Ma è parimenti chiaro che occorre opporsi ad ogni Presidenzialismo, anche di fatto, ed anzi occorre introdurre garanzie contro l’autoritarismo, che Berlusconi prima e Renzi poi volevano introdurre con le loro surreali proposte di riforma costituzionale. Ora centro-destra e centro-sinistra sono d’accordo per limitare e mortificare la magistratura a favore dei poteri forti, politici ed economici: un potere unico, con concentrazione formidabile ed illimitata e senza limiti e controlli, è il vero volto del totalitarismo liberista. La magistratura quale garante dei limiti e dei diritti è la chiave di volta di ogni sistema costituzionale. Le inefficienze e le mortificazioni del garantismo devono essere combattute e rimosse ma non come impunità bensì come perfezionamento dell’azione della magistratura e come esaltazione del suo ruolo di garante, eliminando ogni sua referenzialità.

http://www.libreidee.org/2017/10/cangiani-odiano-la-democrazia-e-la-chiamano-socialismo/

Cangiani: odiano la democrazia, e la chiamano socialismo

Scritto il 17/10/17

Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse pubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisifinanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanzainternazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario». Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisisenza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia“usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa«per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio». I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisifinanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economiadell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato». Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politicaeconomica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi». Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa«strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio poteremonopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi». Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europeaquella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario». Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europaoggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza sociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione». E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa(sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre». Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potereeconomico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e crescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui». La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politicaeconomica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica, politica, egemonica: di fronte alla crisiiniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economiaimposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano». A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione». Rimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale». Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisisistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisistrutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società». Ma c’è un problema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il poteredi indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch». Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democraziaè “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili». O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia“mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potereeconomico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico». Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politicasegnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democraziapoliticaed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano». (Il libro: Michele Cangiani, “Stato sociale, politicaeconomica e democrazia. Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi”, Asterios editore, 288 pagine, 29 euro). Un italiano vide prima di ogni altro, in Europa, il pericolo del neoliberismo: si chiamava Federico Caffè, e scomparve nel nulla – come un altro grande connazionale, Ettore Majorana. Il professor Caffè, insigne economista keynesiano, sparì di colpo la mattina del 15 aprile 1987. L’ultimo a vederlo fu l’edicolante sotto casa, da cui era passato a prendere i quotidiani. Tra gli allevi di Caffè si segnalano l’economista progressista Nino Galloni, il professor Bruno Amoroso (a lungo impegnato in Danimarca) e un certo Mario Draghi, laureatosi con una tesi sorprendente: titolo, “l’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”. Poi, come sappiamo – e non solo per Draghi – le cose sono andate in modo diverso. Chi però aveva intuito su quale pericolosa china si stesse sporgendo, la nostra società occidentale, fu proprio Federico Caffè, scrive l’economista e sociologo Michele Cangiani, docente universitario a Bologna e Venezia, nel volume “Stato sociale, politica economica, democrazia”, appena uscito per Asterios. Trent’anni fa, riconosce Cangiani, proprio Caffè «individuò le tendenze della trasformazione neoliberale», anche se allora «non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata». Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse Federico Caffèpubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario». Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisi senza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia “usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa «per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio». I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire Bill Clintonun cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economia dell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato». Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politica economica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi». Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa «strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio potere monopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto Friedrich Von Hayekridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi». Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europea quella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario». Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europa oggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza Ospedalesociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione». E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa (sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre». Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e Monti e Fornero, Fiscal Compact e pareggio di bilanciocrescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui». La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica, politica, egemonica: di fronte alla crisi iniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economia imposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano». A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione». Wolfram ElsnerRimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale». Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società». Ma c’è un Luciano Gallinoproblema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch». Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democrazia è “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili». O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia “mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potereeconomico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico». Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politica segnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano».

(Il libro: Michele Cangiani, Alberto Cammozzo, Francesca Gambarotto, Claudio Gnesutta, Roberto Lampa, Stefano Perri, Paolo Ramazzotti e Angelo Salento, ”Stato sociale, politica economica e democrazia. Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi”, Asterios editore, 288 pagine, 29 euro).
Renzi voleva, fino a pochi giorni fa, neutralizzare gli effetti elettorali della scissione a sinistra ricorrendo a meccanismi “ad hoc” , quale lo sbarramento del 5%, per impedire la presenza in Parlamento del nuovo soggetto. Contava, evidentemente, sul peso suggestivo del voto utile, molto forte in presenza di turno unico, ma non in presenza di doppio turno, il che dimostra la superiorità, per l’appunto, dello stesso doppio turno. Ma se si fa un partito unico, una grande sinistra alternativa al Pd è inevitabile ed addirittura rafforzata dal tentativo di abuso elettorale da parte del Pd. Tale ipotesi di riforma elettorale sembra venuta meno, ma è chiaro che ogni nuovo tentativo di riforma elettorale si indirizzerà sempre nel senso di neutralizzare gli effetti della scissione a sinistra. Ma ciò attiene al contorno: la questione vera è di natura politica, in quanto la scissione, per beneficare di effetti elettorali favorevoli e non falsati, deve basarsi su un progetto politico. Altrimenti, farebbe il gioco di Renzi di farla apparire un qualcosa di posticcio. In tale ottica, non è assolutamente sostenibile la rifondazione del centro-sinistra con la conseguente alleanza con un Pd senza Renzi (mentre un tentativo di condizionare da sinistra Renzi si rivela nient’altro che mera velleità), in quanto Renzi ha fondato il Partito della Nazione che corrisponde all’idea del Grande Centro consolidata nella maggioranza dell’apparato del Pd ma soprattutto tra i Grandi Elettorali, vale a dire all’interno di qui movimenti di opinione e di interesse che sostengono il Pd. Ma non solo, questo è il modello vincente ora in tutta Europa con Macron. Renzi non è Macron e gli mancano la serietà, la competenza e la compostezza di questi, ma il disegno è lo stesso ed è affermato. Addirittura Renzi è stato il primo a fissare il Grande Centro, ma non è stato in grado di farlo decollare per mancanza di statura politica e per mancanza di chiarezza e trasparenza: Macron si è presentato quale rappresentante del Grande Centro, in grado di attrarre le parti moderate della destra e della sinistra, senza velleità di voler essere il “leader” della sinistra per annichilirla e debellarla. Vede nella sinistra uno dei suoi avversari e non una propria parte riottosa se non addirittura traditrice. Ma il progetto è lo stesso: la pretesa di un centro-sinistra in cui la sinistra mantenga i punti centrali della propria identità e della propria progettualità è pura illusione. Di qui l’alternatività del nuovo soggetto politico al centro-sinistra: l’alternatività non esclude, ovviamente, che si possa anche –sulla base dei numeri- concordare accordi livello ed elettorale od anche “post-elettorale” con il centro ma solo alla luce di –e condizionatamente a- una rigorosa negoziazione dei programmi, ed in un’ottica non di alleanza ma di realismo politico tipico delle larghe intese: vale a dire accordo tra schieramenti alternativi. L’alternatività presenta un nodo importante da sciogliere: l’approccio di Renzi, favorito dalla posizione di chi propugna una futura alleanza con il centro-sinistra, porta a relegare il nuovo soggetto, auspicabilmente unitario, ove necessario al netto di chi per l’appunto persegue il discorso dell’alleanza con il Pd, nell’ambito della sinistra radicale, in termini movimentistici e con il rischio di estremismo. Si tratterebbe di un soggetto politico di lotta ma non di Governo, nemmeno in prospettiva. Ciò sulla base della suggestione, creata da Renzi e alimentata da alcuni qualificati esponenti dell’area a sinistra, che il Pd rappresenti il centro-sinistra da cui nessuna forza riformista di sinistra possa prescindere. L’unica alternativa potrebbe essere movimentista e di lotta. Se si scioglie l’equivoco, e si si relega il Pd nell’ambito Grande Centro fautore della globalizzazione di un liberismo appena appena temperato, ostile alla tutela incisiva dei lavoratori, ad uno stato sociale avanzato ed auna forte progressività fiscale, è ovvio che il nuovo soggetto deve rappresentare l’alternativa a tale globalizzazione ed a tale liberalismo, che vedono il ruolo centrale e dominante del capitale finanziario, il quale a propria volta determina le dinamiche di tutto il grande capitale e così di tutta l’economia. Il nuovo soggetto deve rendersi alfiere di un riformismo antiliberista, che non sia mera replica/fotocopia della socialdemocrazia del secondo dopoguerra, ma si ponga in un’ottica di correzione delle dinamiche del capitalismo, imbrigliando il capitale finanziario. Sono necessari due obiettivi a medio termine: a) controllare e regolamentare la finanza, nel senso di stabilità, e di controllo della correttezza, ma anche di inserimento organico in un complesso di programmazione economica pubblica; b) incidere sul debito pubblico, liberandolo dalla finanza – sono le grandi banche d’affari che ora gestiscono le aste dei titoli del debito pubblico- e vincolandolo in senso sociale ei sviluppo economico. L’uguaglianza sostanziale –art.3, 2° comma, Cost.- e dei punti di arrivo e non solo dei punti di partenza –l’eguaglianza dei punti di partenza, tanto cara ai liberisti di (pretesa) sinistra, come Giavazzi, Renzi ed Ichino, non è nient’altro che è “fictio” visto che con la trasmissione successoria delle ricchezze svanisce nel vuoto- e formale deve essere il faro del soggetto, ma quale risultante di un riformismo antiliberista, vale a dire di una politica della domanda non congiunturale ma sistemica. Una politica contro l’ineguaglianza fine a sé stessa, vale a dire quale punto di arrivo e non di partenza, si esaurirebbe in una dimensione sociale che alla fine rappresenterebbe una mera posizione redistributiva senza incidere sulle distorsioni del captale finanziario. Ed infatti, il punto centrale è che il trionfo della diseguaglianza si realizza in un sistema economico dall’alta speculazione distruttiva ed incontrollata, e pertanto inefficace e in perenne crisi economica, dai risultati spesso disastrosi: l’inefficienza crea ineguaglianza che poi perpetra e legittima la prima. Pertanto, lotta all’ineguaglianza sì (senza la quale la sinistra non è tale, sia ben chiaro ed una sinistra che si limiti solo a fornire protezione ai ceti deboli, come pretende Ricolfi, è del tutto illusoria) ma collegata ad una politica economica della domanda anticongiunturale e strategica. La dicotomia tra forza ed efficacia del sistema economico e del capitale finanziario richiede una nuova politica socialdemocratica, che si ricolleghi al nucleo vitale del socialismo di sinistra, e così che imbrigli il capitale finanziario e lo controlli e lo corregga ed anche lo diriga, senza pretese di sostituzione a breve, ma ne ridimensioni gli spiriti animali, creando un sistema veramente misto, misto non nella sola redistribuzione come nel periodo d’opera della socialdemocrazia ma anche delle decisioni di investimento ed economiche. Le nazionalizzazioni non sono il volano di una nuova politica economica. in quanto in quanto con la politica economica dominata dal capitale finanziario esse verrebbero a costituire la foglia di fico od addirittura ad essere strumentalizzate. Lo scrivente trema all’idea di banche in crisi che subito dopo la nazionalizzazione vengano ad essere oggetto di attacco speculativi. Diverso è il discorso relativo a nazionalizzazioni quali forme di interventi sostitutivi in imprese strategiche quali attori ed agenti della programmazione, e quindi in modo non avulso dalla stessa programmazione. Qui bisogna poi confrontarsi con il problema endemico delle imprese pubbliche, di un collegamento non virtuoso ma clientelare tra potere pubblico e vertici. Allora si dovrebbe pensare a svincolare i vertici delle nomine pubbliche, con nomine alternative, quale per la minoranza la nomina ad opera di cittadini (questa è la proposta estremamente interessante di Giorgio Galli, contenuta in un libro congiunto con lo scrivente, in termini più estremi, mentre invece occorre calarla all’interno delle regole proprie del diritto societario) e la scelta del Presidente e dell’Amministratore Delegato da un Comitato di garanti. La mano pubblica nell’economia, assolutamente necessaria e tale da dover essere protagonista, deve essere priva di responsabilità di gestione, altrimenti si avvita nei peggiori meandri possibili per presentarsi quale programmatoria e strategica in modo da condizionare il capitale finanziario e confrontarsi con esso alla pari. Un ultimo punto strategico: il rapporto con la protesta sociale, che una forza di sinistra antiliberista non può assolutamente rinunziare a rappresentare. Ma deve essere chiaro che occorre rinunziare a cavalcare spinte demagogiche che alla fine si porrebbero in termini di mero assistenzialismo non in grado di incidere sul capitale finanziario. Così misure punitive nei confronti delle banche e la rinunzia al salvataggio si porrebbero in controtendenza con una vera riforma del sistema finanziario, mentre misure quale quella del reddito minimo di cittadinanza, se incondizionata ed isolata da una politica della piena occupazione con tutele del posto di lavoro e di un congruo trattamento economico e normativo, corre il rischio di diventare alla fine un’accettazione della disoccupazione. In un momento in cui l’antagonismo sociale è stato debellato e la rappresentanza sociale con relativa aggregazione deve essere profondamente rielaborata, è evidente che la protesta popolare, quale unica forma di opposizione al capitale finanziario, porta necessariamente la sinistra liberista ad un dialogo con il populismo –non nazionalista e non xenofobo, sia ben chiaro-, sulla rivitalizzazione della democrazia, per la quale rivitalizzazione è essenziale la sintesi tra protesta e ruolo attivo del popolo (compito del populismo) da un lato e dall’altro risanamento delle istituzioni (compito della sinistra antiliberista).
Frequentemente, quotidiani, TG, spettacoli, interviste e dibattiti tra personalità importanti utilizzano nelle loro comunicazioni termini in inglese che prendono sempre più piede nel linguaggio corrente. In aggiunta al linguaggio politichese, l’uso di questi termini, per lo più sconosciuti alle masse popolari, serve per rendere incomprensibile ai diretti interessati la comunicazione e gli effetti che le scelte governative potranno avere sulla loro vita, escludendoli dalla discussione. Questo alimenta in molti individui un senso di inferiorità, di ignoranza e di vergogna. L’effetto “voluto” è quello di allontanarci sempre di più dalla politica in modo da delegare agli “esperti” le decisioni che incidono sulla nostra carne viva. A più riprese, mi propongo di illustrare quelli più utilizzati. Jobs Act: così definita la legge sulla riforma del lavoro, il cui titolo è “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”. Di fatto, la legge non riporta alcuna occorrenza del suddetto anglicismo, ma è ovvio che il doppio nome rende il rapporto con la legge ancora più confusionario e oscuro per il cittadino. Questa legge elimina l’art. 18 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), cancella ogni forma di contrattazione collettiva, istituzionalizza i voucher (buoni lavoro) come retribuzione per le prestazioni lavorative occasionali, ma soprattutto, fa sparire il lavoro di qualità e stabilizza la precarietà. Dopo aver fatto tabula rasa di tutti i diritti riconosciuti dal CCNL, questa legge introduce gli sgravi fiscali per le imprese, le tutele crescenti, la flessibilità, neutralizza la concertazione tra i sindacati e le imprese e favorisce i contratti individuali aziendali. Secondo la narrazione politica, il testo della legge sembrerebbe avere molto di positivo. Di fatto, però, distrugge l’impianto dei contratti di settore (metalmeccanico, chimico, tessile, agroalimentare, etc.) e, di conseguenza, sparisce l’operaio specializzato. Sempre secondo la narrazione, la riforma trasformerebbe i numerosi contratti temporanei, in contratti a tempo indeterminato, se non fosse che l’abrogazione dell’art. 18 ne rende “indeterminata” la durata, essendo possibile licenziare facilmente e non solo per motivi economici. Mentre la flessibilità consente un orario meno rigido, per esigenze familiari. Peccato che le classiche 8 ore giornaliere possono diventare anche 12, magari a parità di salario. Se otto ore vi sembran poche, andate voi a lavorar e proverete la differenza di lavorare e di comandar… (autore anonimo, inizio 20. secolo). Flexisecurity: flessibilità alle imprese di assumere o licenziare i lavoratori secondo le proprie esigenze, da un lato; precarietà senza tutele, dall’altro. Gig-economy: lavoro on demand, smart working: quando ci dicono che avremo un sacco di posti di lavoro in più, c’è da preoccuparsi perché siamo nell’era della gig-economy, i piccoli lavoretti, spesso poco qualificati, da svolgersi in qualsiasi momento, in qualsiasi giorno, part-time, a tempo pieno e spesso senza tutele. Sono i lavori offerti dalle piattaforme digitali (Uber, Deliveroo, Foodora, Glovo, etc.). Queste aziende, di solito, non hanno costi aggiuntivi e tutti i costi sono a carico del “lavoratore”. Con Uber, ad esempio, il lavoratore mette a disposizione la propria auto e si accolla tutti i costi di gestione, manutenzione e controllo, oltre alle perdite in caso di imprevisti. Lavoro on demand: tutti i lavoretti di cui sopra, sono on demand, cioè “a chiamata”. Il lavoratore, imprenditore di sé stesso, è sempre a disposizione non potendo prevedere la “chiamata”. Si usa anche il termine smart working, cioè lavoro “agile” (suona quasi positivo!). In questo caso non è il lavoro ad essere agile, ma il lavoratore costretto continuamente a riciclarsi. Il fatto è che con l'economia on-demand i posti di lavoro non stanno sparendo, sono diventati nuove categorie, magari lo stesso lavoratore ne svolge più d’uno contemporaneamente. A questo punto sarebbe d’obbligo porsi delle domande: quale rete di sicurezza avranno questi nuovi lavoratori? Come motivare i giovani sull’importanza dell’istruzione superiore per acquisire nuove competenze? Quale certezza per un futuro migliore? Quale sarà il loro posto in una società futura? Servirà a creare prosperità condivisa e ricchezza nella società o, piuttosto, aumenterà l’enorme divario tra chi ha e chi non ha? Questo sistema produce un’incertezza molto sottovalutata, che ha una risvolto psicologico negativo su chi si affaccia al mondo del lavoro. Il lavoratore della new economy (nuova economia) è improbabile che abbia i contributi per la vecchiaia, né avrà la possibilità di risparmiare a causa della precarietà e occasionalità della prestazione per far fronte all’incertezza del futuro. Non ha progetti per il suo futuro, potendo solo “vivere alla giornata”. Tutto ciò sopra scritto ha niente a che vedere con la crescita dell’occupazione narrata dai media per volere del governo, né con la redistribuzione della ricchezza, che rimane sempre in mano allo 0,1% degli individui sul pianeta, mentre il 99,0% vive nell’instabilità globale.