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Il Capitalismo delle piattaforme digitali. Critiche all’economia on demand e alla sharing economy Featured

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Nella seconda metà del 700, in Inghilterra, con la privatizzazione delle terre e le nuove tecniche di coltivazione, quali l’agricoltura mista, ebbe inizio la Rivoluzione industriale. I contadini si spostarono dalle campagne alle città. Si sviluppò il settore tessile-metallurgico, grazie alla macchina a vapore, e l’uomo si spostò dalla terra alla fabbrica. La rivoluzione industriale comportò una radicale trasformazione nel settore produttivo che modificò il sistema economico e sociale. Dalla seconda metà dell’800, con l’industria metallurgica, l’industria edile e il cemento armato, il sistema delle comunicazioni e dei trasporti, inizia la seconda Rivoluzione industriale che si caratterizzò per lo sfruttamento dei combustibili fossili, dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Dai contadini alla classe operaia, che ebbe il suo culmine dal fordismo fino agli anni’60-‘70, con l’intensificazione del lavoro e della produzione che ha stravolto in poco più di un secolo lo stile di vita dell’uomo. Le nuove macchine hanno permesso di aumentare la produzione di oltre il 10.000 volte, ma la tecnologia a favore dei lavoratori si è rivoltata contro di essi. Con l’avvento di internet siamo alla terza Rivoluzione industriale. Il Web 2.0, la libera circolazione dei capitali e la robotizzazione del lavoro ci ha portato un’ingiusta distribuzione della ricchezza, comportando una progressiva e importante diminuzione della forza lavoro salariata, il disconoscimento dei diritti dei lavoratori e la privatizzazione del welfare. Nasce il Digital user, l’utente digitale, i social networks come Google, facebook, whatsapp, skype, instagram, twitter, AirB&B, Uber, Foodora e quant’altro, attraverso l’uso di nuovi oggetti di produzione capitalistica, computer, smartphone, iPad, lettore e-book (con un importante impatto ambientale, sia per il consumo massiccio di materie prime che per lo smaltimento del prodotto finale). Si sviluppa il “consumo partecipativo” che cambia il rapporto tra produzione, consumo e partecipazione. Gli utenti digitali dedicano il tempo libero che si trasforma in tempo produttivo di informazioni e plusvalore che si aggiunge ai processi della produzione capitalistica del Web. L’utente produttivo contribuisce alla creazione di ricchezza, ma nella maggior parte dei casi non ne beneficerà. Infatti, il digital user non è riconosciuto come reale partecipante ai processi di produzione delle piattaforme online, di conseguenza la sua attività non viene vista come forza-lavoro e non percepisce alcuna retribuzione. Però è l’utente che fornisce dati utilizzati dal grande capitale economico e finanziario, è l’utente che produce i contenuti da condividere con altri utenti, crea delle comunità per raggiungere obiettivi o interessi comuni, ma non può accedere al valore prodotto da queste attività, che invece verrà concentrato nelle piattaforme digitali del capitale. Solo Google sposta parecchi miliardi all’anno di pubblicità on line, ma fino a quando l’utente non si approprierà di parte del valore prodotto rimarrà un semplice utente, forse disoccupato, ma non potrà decidere le forme di economia sviluppate da questo sistema. La sharing economy, solo in Italia, nel 2016 è cresciuta del 10%. Queste tecnologie digitali spingono inconsapevolmente gli utenti all’uso collettivo e partecipativo del tempo libero, ma esso viene assorbito e trasformato in tempo di lavoro non retribuito o super sfruttato, a discapito dell’integrazione sociale degli individui che vivono in una solitudine cibernetica, vittime di uno sfruttamento economico che disumanizza l’attore inconsapevole e creativo. L’utente incrementa le piattaforme con una serie di azioni, che vanno dalla creazione di informazioni alla semplice visualizzazione, like, commenti e condivisione, genera reddito e flussi di dati in ambiente cibernetico. Questi dati contribuiscono al miglioramento e all’incremento del valore della produzione capitalistica e la loro raccolta e utilizzazione determina le preferenze e le abitudini degli utenti/consumatori che servono al capitale per orientare gli investimenti e generare ulteriore profitto. Ma questa “attività lavorativa” è quasi totalmente gratuita. La quotazione in borsa di questi colossi virtuali sale o crolla di parecchi miliardi al giorno ma la ricchezza si redistribuisce sempre fra le stesse multinazionali. La finanziarizzazione dell’economia e la rivoluzione digitale, invece di migliorare il processo democratico, sottraggono democrazia e intensificano la concentrazione monopolistica di risorse e capitale nelle mani di pochi. La velocità con cui si eseguono attività di marketing sul web, informazioni e trasferimenti di dati e di denaro da una piattaforma all’altra è così rapida che in pochi nanosecondi si effettuano numerosissime transazioni che sfuggono ad ogni possibile controllo reale. Il nostro pensiero è lentissimo al confronto. Inoltre, se si calcola che il denaro virtuale in circolazione è oltre 12 volte il PIL mondiale, capiamo che l’economia reale è ben distante da questo volume miliardario di affari detenuto da circa 500 Corporations (molto meno di 10.000 individui, su 7 miliardi di persone viventi sul pianeta). Consideriamo anche la robotizzazione del lavoro e l’intelligenza artificiale che hanno sostituito milioni di lavoratori e di esperti nei vari settori dell’economia, perché la globalizzazione e i progressi nel settore delle telecomunicazioni hanno reso reale la prospettiva che il lavoro della conoscenza seguirà la produzione di lavoro in quei paesi del mondo con bassi salari, cattive condizioni di lavoro e sindacalizzazione inesistente. E’ probabile che crescano (anche se relativamente) i lavori ad alta qualificazione, ma diminuisce in modo significativo il lavoro manifatturiero e specialistico, soppiantato dall’automazione, e di conseguenza spariscono milioni di posti di lavoro. Oggi puoi avere una pizza o un piatto caldo, un trasporto, una locazione o effettuare un pagamento con un solo click. Con la gig-economy, l’economia on demand, su piattaforme come Uber, Foodora, Deliveroo, Glovo, ormai accessibili da un app direttamente dal tuo smartphone, sparisce ogni vincolo contrattuale tra l’azienda e il lavoratore, spesso sottoposto a stress anche per “piccoli lavoretti”, o che lavora in condizioni di schiavitù. E’ ovvio che l’orario di lavoro potrebbe essere ridotto a un terzo, ma egualmente retribuito, se ogni transazione finanziaria fosse tassata, anche dello “zero virgola”, perché si avrebbe a disposizione una quantità di denaro sufficiente a garantire la distribuzione del lavoro tramite la riduzione delle ore lavorative, anche fino a 1/3 delle attuali, si avrebbe tempo libero da dedicare a interessi culturali o di benessere e si potrebbero garantire diritti universali, servizi pubblici e sociali, che negli ultimi decenni ci sono stati sottratti. Andrea Fumagalli, economista dell’Università di Pavia sostiene che, essendo noi sottoposti ad un continuo processo di estrazione di valore in ogni momento della nostra vita, quando navighiamo su internet o guardiamo la pubblicità, quando paghiamo la spesa alle casse automatiche o il semplice rifornimento ai self-service garantiamo profitto a qualcuno, quantomeno i più poveri o disoccupati dovrebbero essere retribuiti con un reddito di base incondizionato (RBI), il cui importo deve essere sufficientemente elevato (almeno la metà se non il 60% del salario mediano). John Maynard Keynes scrisse che, nell'anno 2028, grazie al progredire della tecnologia e alla perfezione delle macchine, l'uomo moderno non avrà bisogno di lavorare più di 3 ore al giorno. Vedremo come andrà a finire da qui a 10 anni.

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