info@circolodegliscipioni.org
Log in

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

L’ America, con gli alleati di stretta osservanza, si arma alle frontiere con la Russia, con la motivazione che si basa sugli atteggiamenti aggressivi della Russia contro l’Ucraina, motivazione evidentemente pretestuosa, alla luce delle plurime e spesso ancora più gravi violazioni ai diritti dei propri o di altri popoli arrecati da Paesi amici dell’America. Essendo del tutto fasulla la motivazione addotta, è evidente che la ragione vera può essere duplice: o l’America reagisce in modo inconsulto alla situazione di difficoltà in cui versa in politica estera o, all’esatto contrario, cerca lucidamente di creare una situazione di conflitto permanente per gestire le difficoltà interne all’Occidente e tenere sotto controllo i conflitti sociali. Forse sono vere anche entrambe, ma non conta prendere posizione, in quanto entrambe sono riconducibili alla stessa direttrice, ed in ogni caso le conseguenze non cambiano. Ed infatti, uno scontro tra blocchi, di natura imperialista, sembra in ogni caso inevitabile. E il contrasto, armato,anche se a livello potenziale, tra America e Russia dopo la fine della guerra fredda non ha più la patina della difesa della libertà contro la dittatura e quindi si rivela imperialista a tutti gli effetti. La visione del Novecento come Storia della libertà e del suo trionfo contro i totalitarismi (Andrea Graziosi) si rivela pertanto meramente ideologica e va definitivamente gettata alle ortiche. Ma l’imperialismo del nuovo millennio è profondamente diverso da quello del Novecento: non è funzionale ad un obiettivo politico od anche sociale e nemmeno economico, o meglio tale obiettivo politico e tale obiettivo (sociale ed) economico sussistono, il primo derivante dall’esigenza di egemonia ed il secondo legato alla lotta per le fonti di energia, ma non si risolve in essi ed addirittura è fine a sé steso in modo da perpetrarsi e superare gli ostacoli veri, che sono all’interno e non più all’esterno; o meglio ancora, gli ostacoli all’esterno sono sì reali ma soprattutto costituiscono una forma di legittimazione all’interno, vale a dire sono una forma per rendere effettivo e senza ostacoli il proprio potere all’interno. I conflitti internazionali acquisiscono quindi una nuova dimensione che dovrà nel prosieguo esser esaminata in profondità, in quanto tale esame comporta una nuova e rivoluzionaria visione della politica, soprattutto nel rapporto tra aspetto interno ed aspetto esterno. Già adesso si può concludere che con l’esterno vi è una reciproca legittimazione.

Non vi è quindi fissità di appartenenza all’uno od all’altro schieramento, ma vi è una forte mobilità con possibilità di scelta, anche in mancanza di affinità e comunanza, e quindi in funzione di scelte di mera opportunità (vedi la Grecia che ha minacciato di schierarsi con la Russia) e così in contrasto con l’altro schieramento. Ciò implica che l’imperialismo non corrisponde a dinamiche razionali del capitalismo ma è una mera sopraffazione dipendente da una fase di degrado di questi. Ma se la difesa, anzi l’unica difesa, è costituita da un blocco contrapposto e così da altro imperialismo (quello russo) è ovvio che si è entrati in una situazione priva di via di uscita, destinata alla pazzia (il termine follia non è più sufficiente) ed al caos globale. Ed infatti il conflitto con la Russia va unito al conflitto con il mondo islamico, dipinto artatamente quale scontro di civiltà. E’ evidente che l’America non vuole vincere nessuno di tali conflitti ma intende conviverci in modo perenne. Quindi, l’imperialismo non aspira ad un impero unico e ad un universalismo, incompatibile con la logica del capitale. Il paradosso è che il capitale non più istituzioni a sé confacenti: la globalizzazione e l’internazionalizzazione hanno distrutto lo Stato-nazione ma non hanno creato istituzioni globali. E così le dinamiche economiche e politiche hanno fatto emergere le uniche istituzioni idonee: si tratta della repubblica parlamentare rafforzata a livello popolare (basti pensare al “referendum” greco) che non subisca le imposizioni del capitale internazionale e sia in grado di confederarsi a livello sovra-nazionale, come nell’idea di Europa, poi abortita. Era l’idea degli Stati uniti d’Europa di natura socialista, proposta, all’inizio del secolo scorso, da Otto Bauer e dal suo austro- marxismo: ciò sulla base di un movimento di socialismo nazionale profondamente democratico ed antinazionalistico (Hermann Heller in Germania, Cesare Battisti in Europa). La vicenda della Grecia e il fallimento dell’Europa stanno ridando linfa vitale a tale idea. Il fallimento dell’Europa è emblematico in quanto l’impossibilità di una democrazia sovranazionale è determinata dal capitale che non tollera più la democrazia ed il diritto così qualsivoglia limite al proprio arbitrio, ma la burocrazia sovranazionale è caduta miseramente di fronte ad un piccolo Stato quale la Grecia che ha preteso la tutela della propria democrazia. La Grecia ha così mostrato che un’alternativa istituzionale vi è: le nuove istituzioni sono nate, almeno in embrione, ma sono incompatibili con il capitale e con la sua logica. La nascita, sia pur embrionale, di istituzioni alternative, senza un sistema economico alternativo, produce peraltro il paradosso di una linea di tendenza storica che sembra difficilmente inquadrabile all’interno del materialismo storico, che necessita evidentemente di una profonda rielaborazione. Ma quello che è certo è che il mito della liberal-democrazia è finito miseramente, in modo che libertà e democrazia possono essere difese e protette solo contro il capitale, e così entrando in un alogica antagonistica e conflittuale con questi.

“Il 18 brumaio di Luigi Buonaparte” di Marx prende avvio con una frase celeberrima, che recita pressapoco: “La Storia si ripete sempre due volte, la prima in tragedia e la seconda in farsa”. La socialdemocrazia per la seconda volta compie l’errore tragico, già fatale all’avvio del secolo scorso, questa volta non senza cadere nel ridicolo. Il marxismo-leninismo ha rimproverato alla socialdemocrazia, in particolare tedesca a partire da Bernstein, di rinunciare alla rivoluzione per opportunismo e cedimento al capitalismo. L’accusa è infondata e soprattutto tale da travisare gli aspetti della questione. La socialdemocrazia aveva ragione nel negare la presenza in Occidente di condizioni rivoluzionarie.

Un sano riformismo era il massimo che si poteva ottenere e stesso discorso vale per adesso. Ma la (vera) colpa della socialdemocrazia di allora fu quella di rinunziare, oltre che alla rivoluzione, anche alla lotta di classe ed al conflitto sociale, e in tale ottica di accettare l’integrazione nello Stato, alimentando il mito di un’ istituzione neutra rispetto alla lotta di classe, ed addirittura accettando lo Stato stesso nelle sue manifestazioni peggiori, il militarismo e la guerra globale: Bernstein votò (facendo votare in tale senso anche l’intera socialdemocrazia tedesca) a favore del finanziamento dei crediti di guerra al momento dell’entrata della Germania nella prima guerra mondiale per rendere l’integrazione della classe operaia nello Stato irreversibile e per porre le basi per riscuotere il dividendo della auspicata (e poi non realizzata) vittoria (stesso errore fu fatto da D’Alema nel ’98 nella guerra in Bosnia, ma tra Bernstein e D’Alema vi è una profonda differenza, Bernstein si rese conto dell’errore e non lo ripeté nel 1917, anche se la frittata era già stata fatta, mentre D’Alema, a quanto pare superiore a Bernstein, non ha mai fatto autocritica). Rosa Luxemburg capì la portata disastrosa dell’errore di Bernstein e, causticamente, osservò che grazie a lui da allora in avanti l’operaio tedesco non avrebbe più combattuto il padrone tedesco ma l’operaio francese in virtù non della differenza di classe ma del diverso colore della divisa (il concetto fu poi immortalato da Fabrizio De Andrè ne “La guerra di Piero”): Lenin fu invece geniale nella tattica ma debole nella strategia quando capì che la guerra mondiale avrebbe reso ancora più deboli gli anelli deboli del sistema favorendo l’aggressione a loro, ma trascurò che avrebbe generato, o meglio reso inattaccabile, il morbo del militarismo atto a sostituire al lotta di classe. La socialdemocrazia entrò tanto in tale ottica di integrazione nello Stato che con la Repubblica di Weimar pensò a combattere l’estrema sinistra consiliarista (di Rosa Luxemburg e Karl Liebkneckt) e poi quella comunista, vedendo in essa il vero nemico piuttosto che il nazismo, con le conseguenze nefaste ben note. Se aberrante era l’epiteto di social-traditori rivolto ai socialdemocratici tedeschi da Stalin e dalla III internazionale, è però vero che la socialdemocrazia fallì il proprio compito e tradì il proprio ruolo e contribuì con ignavia e miopia alla vittoria del nazismo. Stesso discorso con Saragat che con grande lungimiranza si distaccò dal frontismo filo-sovietico ma finì succube della democrazia cristiana e degli americani (sostenendo l’invasione del Vietnam) ed addirittura da Presidente della Repubblica gestì in modo quanto meno ambiguo e indulgente nei confronti del ruolo deviante dei servizi segreti nella bomba di Piazza Fontana, e con Craxi che con grande lungimiranza portò il Partito socialista a rinunziare ad ogni ipotesi rivoluzionaria ma poi tradì il riformismo a favore di un moderatismo con punte di vero e proprio conservatorismo che ha anticipato Berlusconi. Certamente, nel secondo dopoguerra, la socialdemocrazia europea ha strappato al capitale molte conquiste sociali importanti, ma si è trattato di conquiste che il capitale ha deciso graziosamente di farsi strappare per allontanare dall’Occidente il fantasma del comunismo.

Crollato questo, con la sua minaccia, il capitale si è rimangiato le conquiste, con la scusa che lo Stato sociale, con il suo costo molto elevato, sia un lusso che non si può più permettere, scusa inconsistente visto che le crisi finanziarie e gli scandali speculativi sono costati molto di più. Ma non solo, il capitale rende impossibile ogni scelta sociale impedendo alle masse di esprimersi democraticamente –vale a dire, consente loro le elezioni, ma impedisce ogni posizione a sé contraria, come in Grecia-, tenendole sotto scacco con il debito pubblico, se non creato comunque alimentato artificiosamente e gestito dalle grandi banche d’affari internazionali, che rende impossibile ogni riforma. La socialdemocrazia ha accettato supinamente tale situazione e nella crisi Greca ha appoggiato irresponsabilmente la Merkel –addirittura, in via più generale, la socialdemocrazia tedesca ha dichiarato che non si presenterà alle elezioni in alternativa alla Merkel- ed attaccato, con offese ed ingiurie da maramaldo Tsipras –patetico in tal senso è stato il tedesco Schulze che in molti, tra cui lo scrivente, avrebbero voluto Presidente dell’Europa-. La sinistra radicale italiana non riesce a trattenere la propria soddisfazione per il crollo della socialdemocrazia, ma non si rende conto che il radicalismo di sinistra deve allearsi forzatamente con il populismo e l’antipolitica e quindi porsi in posizione se non nazionalista comunque localista, il che la porta a tradire la propria natura. Il riformismo antiliberista proprio della migliore tradizione socialdemocratica, poi rinnegata, è la migliore –anzi l’unica razionale- soluzione, ma non si può correre dietro alle illusioni –sempre nella stessa opera, Marx affermò splendidamente “Gli uomini fanno sì la storia, ma entro determinate condizioni”-. Conseguentemente, un vento di protesta sociale che si caratterizza in termini populistici e localistici è l’unica alternativa realistica al liberismo: peraltro, non è sufficiente, ed è illusorio il convincimento della sinistra radicale che da una protesta generalizzata ed estrema possa (prima determinarsi il crollo di quella attuale e poi) nascere una nuova forma di società, in modo che non si può in nessun modo rinunziare a porsi il problema di una direzione politica e democratica di tale vento di protesta. Ebbene, la socialdemocrazia non è all’uopo idonea in quanto non può essere rigenerata, ed infatti, la conflittualità e la critica nei confronti del capitalismo le sono estranee ed è diventata una componente del sistema. Ed allora una componente riformistica antiliberista come può configurarsi, una volta venuta meno l’ipotesi socialdemocratica? Il punto di ancoraggio è rappresentato dalla democrazia e dalla difesa ad oltranza di questa contro l’autoritarismo del capitale –e su questo Tsipras è stato grandioso, a prescindere di come andrà a finire la sua meravigliosa avventura politica-. In tale ottica, imprescindibile è la denuncia dell’illegittimità del debito pubblico in una sua parte consistente in quanto derivante da abusi delle grandi banche d’affari internazionali.

Tale denuncia comporta che la protesta sociale non è più populista ed estremista ma si risolve in una politica economica rigorosa improntata alla più ferma legalità e democrazia, oltre che razionalità economica: e tale politica economica richiede una riforma della finanza, non mediante penalizzazione delle banche o loro nazionalizzazione –illusorie come più volte evidenziato da chi scrive- ma mediante un loro vincolo ed una loro ferrea direzione in un contesto di programmazione pubblica. Il vero problema è, una volta venuta meno l’ipotesi socialdemocratica, come far nascere il nuovo riformismo antiliberista appena visto, che tra l’altro, detto per inciso, si ricollega alla stessa migliore tradizione socialdemocratica nella versione prima del tradimento. Il rischio è che tra liberismo (ivi compresi il centro e la pseudo-sinistra ad esso soggiogati) e protesta sociale vi sia terra bruciata. Il problema è irresolubile se il riformismo pretende di porsi in posizione mediana, riprendendo l’errore tragico della socialdemocrazia: diverso il discorso se invece si colloca all’interno del movimento di protesta sociale, alla cui guida legittimamente aspiri.

ATENE E' CADUTA

Tonino D’Orazio 19 luglio 2015.

Berlino ha preso il potere e i suoi beni.

In giro sulla stampa europea, con dei giornalisti veri, i commenti sono impressionanti. Soprattutto al confronto dei nostri scribacchini venduti al più offerente. Molti giornali, soprattutto conservatori, visto che un minimo di sinistra non esiste più nella stampa europea, anche se qualcuno fa ancora finta, sono esterrefatti dalla conclusione della “trattativa” della Grecia con gli strozzini della troika. Tutti capiscono che per il futuro non vi è nulla di buono. Facile vincere una battaglia con il nemico a terra, ma spesso la guerra è più lunga di quello che si prevede. “L’arroganza smisurata dei dirigenti europei che pensano di poter capovolgere la politica interna di un paese è da togliere il respiro” (Financial Times).

Le proposte della troika sono proprio un colpo di stato. E “l’accordo è una capitolazione umiliante imposta alla Grecia, soprattutto dalla Germania” (Politico.Eu). “Di fatto, l’accordo incarna tutto il significato del progetto europeo:la conformità, e per chi non ne conviene: l’agonia”. (The Guardian). “L’accordo è un diktat che prevede la spoliazione della sovranità e la messa in tutela come si fa con i minori » (L’Espresso). E’ una costatazione maligna, non una presa di posizione contraria. “E’ un colpo terribile per Tsipras che non ha smesso di ripetere che negoziando avrebbe ottenuto la riduzione del debito”. (giornale spagnolo Publico). “Atene è caduta. Berlino ha preso il potere. E’ una capitolazione in tempo di pace. Se Tsipras è stato eletto per chiudere il periodo dell’austerità, firmando, si è suicidato. Si profila una scissione drammatica. Siamo testimoni del dramma più grave dall’inizio dell’integrazione del continente da dopo la seconda guerra mondiale”. (settimanale praghese Respekt) “E adesso ? Tutto va bene ? E’ stata neutralizzata una minaccia alla disintegrazione della zona euro, per adesso. Eppure sembra tutto perso. Il segnale di coesione inviato all’interno e all’esterno è certamente importante, ma abbiamo rotto tanta di quella porcellana che ci vorranno anni per ricomporla e ristabilire la fiducia in Europa. Comunque non sarà mai più come prima”. (Süddeutsche Zeitung).

Dopo il “ThisIsACoup » (“Questo è un colpo di stato”) lanciato su Twitter e ripreso dall’economista americano, premio Nobel, Paul Krugman, gli europei chiamano al boicottaggio dell’economia tedesca utilizzando l’hashtag#BoycottGermany. In Italia gli internauti sono invitati ad acquistare prodotti locali per “punire Berlino sulle condizioni imposte al popolo greco”. Altri privilegeranno i prodotti locali fino a che “la Germania non rimborsi il debito che era stato annullato dall’Europa dopo la seconda guerra mondiale”. (Die Welt). Anzi l’americano Greg Galloway consiglia: “Se il codice a barre dei prodotti iniziano con 400-440, non comprateli”, è quello tedesco. Oltre all’aspetto politico dell’abbattimento della democrazia di un paese dell’Unione, c’è l’accaparramento della vendita di qualsiasi privatizzazione tramite il trasferimento ad un fondo sotto tutela diretta della troika. I russi, o i cinesi, se ci avevano sperato, si possono “attaccare al tram”. Se i greci vendono a pezzi il loro paese, cosa che sono obbligati a fare, i soldi non li vedono, vanno alle banche tedesche e francesi. Come d’altronde tutti gli “aiuti al popolo greco” di questi anni. Krugman: “è una pura vendetta e la distruzione di ogni sovranità nazionale” e l’accordo “è una offerta che non possono rifiutare”. Su questa terminologia famosa del Padrino, lo stesso Pablo Iglesias di Podemos twittera “il suo pieno sostegno al popolo greco e al suo governo contro i mafiosi”. Sta pensando a cosa farà?

Penoso l’intervento in ritardo del FMI, quando i giochi sono fatti, per un taglio del debito greco. Fuori gioco e fuori tempo malgrado l’impegno di Obama. A meno che abbia fatto temporeggiare la Lagarde appositamente per non prendersi responsabilità dirette con il popolo greco o litigare veramente con la Merkel. Adesso è troppo facile. L’avessero detto prima invece di defilarsi da Bruxelles le cose sarebbero andate un po’ diversamente. La troika è proprietà degli Usa, come tutta l’Europa, e anche a loro sarebbe stata fatta un’offerta che non potevano rifiutare. Ma probabilmente non dovevano. Più difficile per Tsipras che giustifica la sua firma per “salvare” la Grecia dalla bancarotta. E’ lo stesso tema dei governi precedenti, solo che adesso ha spaccato Syriza, deluso il suo 60% referendario (chissà cosa avevano capito o sperato), e presto dovrà cooptare nel suo governo quei socialisti di destra che aveva sconfitto. Aspettando probabili elezioni anticipate. Oggi non rappresenta più, a torto o a ragione, il paladino contro l’austerità. In più ha ucciso una speranza. Per chi dovrà pagare, pubblico impiego, pensionati, disoccupati e lavoratori, non è diverso dagli altri. Tutti questi stanno già protestando, e per i media italiani sono diventati tutti “anarchici”, che non stanno “alle regole” democratiche. Nessuno può portare un giudizio di “tradimento” a un uomo che si è preso quella pesante responsabilità, (anche se ha firmato un accordo nel quale, dice, “non crede”), ancora meno quegli italiani, o quella sparpagliata e debole sinistra europea, che speravano che la “rivoluzione” l’avrebbero fatta i greci al posto loro. Intanto hanno preannunciato chiaramente la fine della democrazia in Europa. Si è perso troppo tempo in questi anni a farci tutti irretire nella prigione pseudo social-democratica euro-tedesca. Infatti la tecnica greca della protesta democratica è quella di “uccidine uno affinché gli altri capiscano”. La democrazia non serve. Aspettiamo il nostro turno. La fiducia nell’Unione Europea è ai minimi storici: l’Euro non piace, ma tornare alla lira appare rischioso a quasi i due terzi degli italiani. (Demopolis). Tiremme ‘nnanze. Eppure prima o poi bisognerà uscirne. Più tardi sarà, peggio sarà. E’ quello che dice tutta la stampa economica internazionale. Loro sanno di cosa parlano, di numeri e soldi. Il reale progetto europeo, cioè l’abbattimento del sociale per il libero mercato all’americana, (TTIP), e la storica e definitiva scelta di campo contro il resto del mondo.

GRECIA AL CAPPIO

Tonino D’Orazio, 13 luglio 2015.

Ormai abbiamo davanti, nudo, il volto vero di questa Europa (che non vogliamo) diretta dal IV Reich. Si torna al punto di partenza dopo sei mesi di lento strangolamento. La dimostrazione per gli altri popoli europei che i referendum non servono a nulla. Che i socialisti sono parte integrante del neoliberismo dilagante. Che ognuno teme il suo turno e si accuccia. Che la Confederazione Europea dei Sindacati, come in Italia, non conta assolutamente nulla. I documenti inviati soprattutto al PSE, ma anche a un parlamento, quello europeo, che non conta nulla ed esiste per utile e “finta democrazia”, sono quasi una farsa senza conseguenze, parte di un atto teatrale. Questa volta gli otto punti elaborati dalla Troika, guidata da un uomo su sedia a rotelle che non ne fa parte, erano gli stessi di febbraio scorso, devono essere “applicati” in tre giorni. Durante “la trattativa”, per darne il senso del ridicolo, platealmente Tsipras si sfila la giacca dicendo: ”prendetela”. La cravatta di Renzi non la porta, teme la sfiga. Però è pronto ad accettare tutto. A meno di ricordare la tecnica di guerra dei Parti. Ecco la vendetta, osannata da tutti media. Si parte dalle banche (1), niente più salvataggi di stato: approvazione della direttiva sul "bail in" (per far pagare azionisti e correntisti), presto anche da noi, visto che fino ad adesso venivano “salvate” da Draghi comunque con i soldi nostri. Non c’è più giro di cassa, si prendono tutto e subito dai nostri conti. Si continua con i licenziamenti collettivi più facili (2): la troika vuole che vengano reintrodotti. Un aggiornato Job act. Addio alla mini-Iva sulle isole greche (3), aree estremamente povere, a parte qualche complesso alberghiero di lusso per turisti, nemmeno in loro possesso, con aliquota standard al 23 per cento. La privatizzazione della rete elettrica (4), uno dei punti centrali del piano di interventi. Altro che elettricità gratis per i poveri. I poveri devono morire. (Sono pronti all’acquisto della rete i francesi e i tedeschi, poi toccherà all’Enel). Ma i porti, gli aeroporti e il resto stanno in qualche ripiego segreto dell’accordo? Forte aumento delle tasse (5): abolizione dell'agevolazione sulla benzina per agricoltori, tassa sulle imprese dal 26 al 28% (enorme!), aumento della tassa sul lusso tra le altre, ma non meglio definita (Ci mancherebbe!). Più chiarezza nei conti pubblici (6): conferma degli obiettivi anche per il triennio 2015-2017 (cioè ripresa dei licenziamenti) e un nuovo piano contro la corruzione. (Araba fenice all’italiana). Riforma delle giustizia civile (7) per accelerare la risoluzione delle cause. Tagli alle pensioni (8), già da quest'anno, e innalzamento dell'età pensionabile. Un programma che può richiedere anni, ma che la Grecia - per ordine della Merkel - deve realizzare in tre giorni. Il crollo, o la paura del caos, continuamente alimentato da tutti i mass media, ora, è davvero più vicino. Il nono punto non scritto è quello della cacciata di Tsipras, indi distruzione e implosione di Syriza, e nuovo governo di unità nazionale, come prima, più di prima. A ben leggere, preannunciato dalle dimissioni del ministro Varoufakis. Oppure la prima salvezza dalla morsa del IV Reich. Se proprio bisogna fare ulteriori sacrifici tanto vale farli per sé stessi e non per continuare ad ingrassare tedeschi e segugi francesi. (E anglo-americani sempre nell’ombra).

Eppure non vi sono strumenti per cacciare la Grecia o qualsiasi altro paese dall’Unione. Si “innoverebbe” anche su questo, contro tutti i trattati firmati fino ad oggi. Avanti il prossimo. Ormai la via è tracciata affinché i trattati e le costituzioni diventino fasulli, roba dell’altro secolo. L’impero europeo è tedesco-prussiano (visto che anche il ceppo austriaco, di nuovo, si sta smarcando). Forse il tutto diventa anche monito per il referendum inglese, popolo diffidente se non comanda. Intanto fuori dalla trattativa perché non nell'euro zona. Brutto segnale. I tedeschi non hanno mai capito quando fermarsi, nella storia è il loro punto debole. Varoufakis aveva ragione di cominciare a stabilire una doppia valuta per riprendersi la possibilità di far ripartire il paese. Esistono attualmente esperienze in Europa. A dire il vero stava facendo mediaticamente ombra anche a Tsipras. Ed è chiaro che per “salvare la patria” quest’ultimo, di sinistra moderata, si sposterà a destra. Con questi voti. Noi che conosciamo la virtù principale della sinistra di scindersi non possiamo che rimanere allibiti ed aspettare il risultato previsto. Syriza non può deludere il popolo che gli ha dato quasi la maggioranza assoluta con un primo “no” all’austerità e un secondo con il referendum. Non può rimanere, per il futuro democratico dell’Europa, con il cerino acceso in mano. Se l’accordo è questo è la fine di Syriza come qualsiasi concezione minimamente di sinistra in Europa. Che Podemos impari e si organizzi in tempo. Se perde perdiamo tutti e scivoleremo tranquillamente verso un “nuovo” fascismo, quello della guerra ai poveri da parte dei ricchi, già molto avanzata, che non è altro che il neoliberismo. Una grande partita è già persa, con il voto servile del parlamento europeo alle imposizioni, (comprese quelle “riservate e segrete”) previste dal Trattato di libero scambio tra Europa e Usa, (TTIP), inglobandoci e schiacciandoci in un sistema culturale statunitense del più forte/vince, del niente sociale e del niente diritti, agganciandoci e incollandoci definitivamente nell’area atlantica neocoloniale e militarizzata contro le altre aree emergenti del mondo. Il passo è già iniziato dalla situazione di pre-guerra ucraina con una scelta di campo, come sempre pretestuosa. Non parliamone nemmeno, adesso ci tengono occupati con la paura, il futuro caos, il disastro, come “salvare “Atene dalla bancarotta” (c’è sempre una parola banca di mezzo) affondandoli. A vuoto, momentaneamente le parole di Varoufakis in uscita: “il famoso OXI che hanno garantito a tutti i democratici del mondo è appena iniziato”. Deve essere soffocato nell’uovo. Bisogna stringere definitivamente il cappio. A che serve il commento di un premio Nobel come Krugman, quando c’è gente (i cosiddetti euroimbecilli) che crede ancora che gli asini volano e ai commenti fasulli dei bocconiani. Preferiscono vedere l’Europa volare alla sua rovina piuttosto che pensare che si tratti di un tradimento grottesco di tutto ciò che il progetto europeo, di cui si riempiono la bocca, avrebbe dovuto rappresentare. Krugman: "Il progetto europeo è un progetto che ho sempre lodato e sostenuto e gli è stato appena inferto un colpo terribile, forse fatale. E qualunque cosa tu pensi di Syriza, o della Grecia, non sono stati i greci a farlo". Faranno di tutto per convincerci del contrario. E molti crederanno proprio al “Non C’è Alternativa” di tacheriana memoria, socialisti europei compresi e solidali, come i fatti dimostrano. Ed è anche la loro fine, se continuano a non capire.

L’“escalation” di attacchi terroristici islamici ad inermi ed innocenti, con punte finali in contemporanea su tre continenti, ma in un’ottica generale di attacco all’Occidente, in particolare nella parte meno forte e più vicina, l’Europa, fa vincere le remore all’adozione generalizzata dello schema intellettuale dello “scontro di civiltà” coniato, qualche decennio fa, dallo storico statunitense conservatore Huntington. Certamente, la guerra vi è ed è una guerra con sottostante uno scontro di civiltà, provocato dagli integralisti islamici, ormai vincitori indiscussi al proprio interno sui moderati. Ma lo scontro di civiltà diventa solo apparente nel momento in cui chi lo scatena non vuole affatto vincere ma si limita a tenere sotto scacco l’avversario ed addirittura a difendersi da esso, e chi lo subisce non è in grado di vincere in quanto non vuole né limitarsi alla difesa né distruggere l’avversario o conquistarlo ma intende condizionarlo ed assumere una posizione di egemonia (alla luce dell’importanza del petrolio e della centralità proprio al riguardo dell’area, dove ha un proprio alleato, Israele). Ma per far ciò, non può permettersi di esportare la propria civiltà, bensì deve mantenere l’area in un situazione di inferiorità. Pertanto, non è una guerra (derivante da scontro) di civiltà, ma è una guerra imperialista, anomala in quanto entrambe le parti per opposte ragioni alimentano la sussistenza di una guerra di civiltà: l’Occidente per mascherare il proprio imperialismo, e l’Islam per mantenere alta la fiaccola dell’integralismo. Né si può replicare che l’egemonia è compatibile con una salvaguardia delle esigenze del sottoposto, in quanto la salvaguardia si verifica nel caso in cui vi è un’alleanza e un’omogeneità almeno parziale (come nel caso dell’Europa), mentre nel nostro caso vi è proprio una completa prevaricazione.

Parlare di scontro di civiltà nel nostro caso è evidentemente un totale travisamento dei termini della questione. Si tratta di una mera guerra imperialista, in cui il più forte provoca il più debole fino a costringerlo a reazioni abnormi ed incivili e quindi trae preteso da tale inciviltà per far forza su uno scontro di civiltà del tutto insussistente ed addirittura per presentarsi quale offeso ed aggredito. L’interesse di tale scontro avviato dall’Occidente in un’ottica imperialista è nell’emersione del doppio volto dell’Occidente stesso, illuminato al proprio interno ed autoritario ed aggressore all’esterno. Ma l’immigrazione islamica in Occidente e l’integrazione degli islamici in Occidente mostra che tale doppio volto non può più reggere: gli immigrati islamici vengono ad essere oggetto di discriminazioni e persecuzioni per giustificare il controllo su di loro al fine di impedire ogni manifestazione terrorista. Vi è la rinunzia a proporre agli islamici di abbandonare ogni atteggiamento aggressivo, isolando gli integralisti, il che sarebbe possibile nel momento in cui l’integrazione fosse effettiva –e un’integrazione democratica realizzerebbe quegli atteggiamenti universalistici che invece si vorrebbe in modo velleitario e non sincero perseguire con l’esportazione della democrazia, che è invece impossibile e nemmeno voluta effettivamente, ed anzi l’integrazione democratica sarebbe l’unica strada possibile al riguardo e costituirebbe la via per indicare agli islamici non emigrati il modello da seguire-, in quanto questa proposta richiederebbe la rinunzia ad analogo atteggiamento da parte dell’Occidente (e in tale rinunzia rientrerebbe l’imposizione ad Israele dell’obbligo di rispettare le ragioni del popolo palestinese). Ma più a monte, il doppio volto è impossibile ad essere mantenuto nel momento in cui l’imperialismo viene manifestato anche all’interno dell’Occidente nei confronti dei Paesi deboli dell’Occidente, come la Grecia. Lo scontro di civiltà è una maschera per l’Occidente al fine di non mostrare all’esterno quello che sta diventando il vero e proprio unico volto anche all’interno. La difesa della civiltà all’interno dell’Occidente impone il rifiuto dell’imperialismo. L’orrore per la barbarie del terrorismo islamico non autorizza una reazione che comporti l’abbandono ai valori fondamentali dell’Occidente, abbandono artatamente giustificato con la necessità di una guerra generalizzata. E’ il cane che si morde la coda. Ovverosia, più precisamente, è l’imperialismo che scatena la reazione avversaria e, una volta che questa diventa incivile, viene a legittimare una guerra senza tregua. Il realismo dei liberali conservatori è privo di basi ed è solo una maschera per la giustificazione dell’imperialismo. Le aporie di tale posizione diventano evidente nel momento in cui si viene a giustificare l’abbandono del liberalismo anche all’interno dell’Occidente nei confronti dei Paesi più deboli come la Grecia. Radicalmente, non è realismo e non ha più alcun punto in contatto con il liberalismo. L’Occidente è in mano al capitale, che, senza più limiti, ha gettato ogni remora ed ha mostrato il suo vero e proprio volto, in tutte le proprie manifestazioni.

La scelta del “referendum” è stata grandiosa: l’Europa non solo non accettava una trattativa seria e dignitosa, ma soprattutto si rifiutava di rispettare il responso delle urne e di prendere in considerazione la possibilità che la Grecia potesse esprimere una posizione autonoma. La Grecia doveva subire il “diktat” dell’Europa. Tsipras ha rifiutato ed ha posto al suo popolo il dubbio: subire o invece difendere caparbiamente la propria democrazia. Ed ha vinto: nonostante ricatti e condizionamenti e gli abbandoni della sinistra moderata, intendendo per questa non solo quella tipologia non inquadrata in nessuna categoria zoologica quale la sinistra di governo italiana, ma anche tutta la socialdemocrazia e tutto il socialismo europeo. La democrazia ha vinto, ma contro chi? Tutti hanno posto la partita come tra democrazia statale e Europa, vera sconfitta: pertanto, sarebbe il nazionalismo ad aver sconfitto l’integrazione europea. Pertanto sarebbe una vittoria non tanto della democrazia quanto del nazionalismo o comunque di una democrazia nazionalista: di qui la strana alleanza tra sinistra radicale di Tsipras e l’estrema destra. Ma non è così, o meglio è così solo in apparenza. E’ la sconfitta dell’Europa ma solo di un Europa che non ha integrato gli Stati, bensì ha favorito la mortificazione di quelli deboli e soprattutto ha consentito la soggezione degli Stati al potere delle Banche d’affari e della grande finanza che hanno non solo determinato la politica economica statale, non solo hanno conquistato gli Stati, ma li hanno asserviti muovendo a piacimento il debito pubblico e spostandolo da una componente sociale ad una finanziaria predominante (illuminante in tal senso la vicenda dell’Italia, che nell’81 aveva il rapporto debito pubblico/PIL al 50% circa, poi fu introdotta la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia al fine di portare il primo sul mercato per finanziare il debito e così lo si è reso schiavo delle grandi banche d’affari, in modo che il rapporto debito pubblico PIL è salito al 140%, con un aumento mostruoso che però non è il dato peggiore: quello peggiore è il suo spostamento dalla componente sociale a quella finanziaria).

Gli Stati sono in ginocchio di fronte alle grandi banche d’affari che ne gestiscono in modo autoritario il debito pubblico e dominano anche le banche locali. Se nei Paesi forti Stato e banche locali riescono a difendersi, sia pure in posizione di debolezza (basti pensare alla Germania con la crisi profonda di Deutsche Bank), in quelli deboli sono in posizione di totale sudditanza. Pertanto, è del tutto fuori luogo la posizione maggioritaria che pretende di condannare la Grecia solo perché è in fortissimo indebitamento, con la conseguenza che il ricorso alla democrazia costituirebbe un modo per sottrarsi ai propri debiti. Al contrario, il ricorso alla democrazia è una reazione all’indebitamento illegittimo, per porre fine al quale occorre fare i conti con le banche internazionali. E’ così: democrazia contro capitale. Non è democrazia nazionalista od anche nazionale perché al contrario è spinta dal popolo e dalle proteste sociali. Certo la sinistra radicale, vista deperire la socialdemocrazia, si è trovata costretta ad allearsi con movimenti populisti (e quindi Tspiras unisce sinistra radicale e populismo di sinistra) ed addirittura con la destra nazionalista. E’ evidentemente comprensibile perché in Italia per Tsipras si siano espressi movimenti di destra nazionalista ed addirittura settori moderati “sviluppisti”. Mentre il “Manifesto” (insieme ad altri, tra cui Bertinotti) non riesce a trattenere la propria gioia per il tracollo della socialdemocrazia e per il suo tradimento. Chi scrive è invece per ciò preoccupatissimo. Vede l’avanzare del populismo che per la sinistra ha avuto effetti catastrofici, tra cui la realizzazione della rivoluzione russa in chiave oppressiva ed anticlassista (operai+contadini+soldati, il che non era peraltro disprezzabile, in quanto impedì che i soldati si schierassero a destra come invece in Italia e Germania), ma snaturò la sinistra stessa. Il rischio vi è ed è forte, così come è forte il rischio del nazionalismo, come dimostrato dalla minaccia operata da Tsipras di entrare nell’orbita russa, il che riporterebbe il mondo ai due imperi. Ma quello che è chiaro è che Tsipras ha finalmente realizzato la vittoria della democrazia contro il capitale: è la prima tappa e ve ne saranno altre incerte, in quanto il blocco dominante non accetta la sconfitta, ma la vittoria è netta e clamorosa.

Non si può annullare l’esito del “referendum” come vorrebbe il blocco dominante, in quanto ciò renderebbe palmare l’avvio di un cammino verso una vera e propria dittatura. Certo lo scenario è non chiaro ma la crisi della socialdemocrazia è un fatto inconfutabile e senza rimedio, almeno nell’ottica in cui questa si è finora espressa, ed altrettanto inconfutabile è che il ricorso alla democrazia da parte di Tsipras mantiene alta la fiaccola di una possibilità riformistica e di governo antiliberista con capacità di direzione delle forze estreme. Certamente, è solo una possibilità, ma ben forte, ed inarrestabile visto il ricorso alla democrazia. Poi si potrà ridiscutere sul ruolo fondamentale della democrazia e del perché proprio in Grecia ciò sia avvenuto con una ripresa del classicismo, ma altro dato inconfutabile è che la democrazia è incompatibile con il capitalismo e che per sorreggerla veramente occorre soggiogare il capitale. Un riformismo forte non contempla una svolta rivoluzionaria a breve, ma il processo a lungo viene ad essere innescato irreversibilmente.

Syriza delenda est

Tonino D’Orazio 2 luglio 2015

Tutti hanno capito che la “crisi” greca non è una questione economica. E’ il tentativo politico di un popolo di liberarsi dalla cappa neofascista ed economica del neoliberismo rampante. Syriza è un vero pericolo se dimostra, con il popolo greco, che un’altra via, una alternativa, sia possibile in Europa. Dal punto di vista finanziario un paese che rappresenta il 2% del Pil europeo non può essere un “pericolo”, così come tutti media e i giornali, all’unanimità, cercano di inculcarci. Tsipras e Syriza diventano il granello di sabbia che fa deragliare la bella costruzione neofascista euro-tedesca. Da lì l’accanimento delle oligarchie che hanno preso il potere totale sui popoli, gli stati e le costituzioni dei vari paesi d’Europa. Syriza è la dimostrazione, nuda e cruda, che la democrazia è incompatibile con questo sistema, questa Europa a trazione ladresca e bancaria. Quindi va distrutta, delenda, cancellata. La tecnica di soffocamento da parte della Troika di Bruxelles, per chi ha voluto vederla lucidamente, si è arenata davanti alla democrazia, al referendum popolare su una questione vitale, già impedito al precedente governo servo di socialisti e destra, comunque responsabili della miseria attuale. Così come è avviata l’Italia e altri paesi europei, presto o tardi. Chi è forte mangia i deboli, legge darwiniana alla base di questa Europa. I proprietari dei soldi non sanno esattamente cosa fare, anche se Draghi ha promesso loro che stamperà tanti euro quanti ne saranno necessari pur di non sottostare lui e le banche al “ricatto” di Tsipras di non poter pagare il debito. Infatti le borse si abbassano e si alzano ad ogni falsa o pilotata informazione. Addirittura il terrificante spread in questi giorni è diminuito (vacci a capire!). Spesso più per le parole di Obama che “rassicura” che la Grecia non cambierà mai campo. Quanto ai media non possono che impaurire i capitalisti italiani. Tanto, ma cosa importa, ai quattro/quinti degli italiani della Borsa. Dovrebbero invece preoccuparsi della Cassa Prestiti e Depositi, dove sono conservati i loro risparmi postali, perché dalla settimana scorsa è passata in mano (termine pauroso) ad un presidente “nuovo” proveniente da Goldman Sachs, ormai il nostro “padrino” internazionale. La volpe nel pollaio. E’ una questione politica. Le destre europee pensavano di essere riuscite finalmente ad abbattere il concetto di sinistra e di solidarietà imponendo la competizione e homo homini lupus (letteralmente "l'uomo è un lupo per l'uomo"), a tutti i livelli delle società. Il risultato è una cannibalizzazione che sicuramente finirà con “l’essere divorati” di molti. E’ la teoria attuale del pensiero unico.

Siamo nel ridicolo di una trattativa durata mesi ed ogni volta come “l’ultima possibilità di un accordo” (20 sicuramente solo negli ultimi mesi), per “salvare” la Grecia, “offerto” a Tsipras, finché siamo arrivati alla scadenza. Anzi proprio alla scadenza una esile donna (“Se non vieni a Lagardère, Lagardère verrà da te”. A. Dumas) ha puntato ferocemente il dito e fatto saltare tutto. Non bastava quello che con difficoltà estrema stavano ancora concedendo, e grazie al Financial Times abbiamo avuto sotto gli occhi gli impegni lesivi per i diritti umani che doveva sottoscrivere Tsipras mentre nella stanza accanto la Troika “trattava” con i responsabili politici delle opposizioni greche un possibile ribaltone. Magari potenziando, come negli altri paesi europei, le destre più retrive per qualche furtivo colpo di stato morbido, meglio, arancione. Si sono accorti della pericolosità contagiosa (vedi Podemos in Spagna e M5S da noi) di un popolo avviato e mantenuto nella miseria e che se ne accorge. Il ridicolo che si è tentato di portare su Tsipras, il giorno dopo che il parlamento greco aveva approvato il referendum, è opera di Junker, chiedendo di sospendere il referendum e “riaprire” la contrattazione. La posta era di ridicolizzare o il parlamento greco o Syriza. Giustamente Tsipras sta ancora valutando. Intanto alla Lagarde si è smorzato il sorriso quando Tsipras ha detto che avrebbe voluto ma non aveva soldi per rimborsare il Fmi. Quei pochi che aveva erano per pagare stipendi e pensioni, oltre a rendere gratis per un po’ l’energia elettrica e cibo per tutti. In quanto ai soldi liquidi il popolo l’aveva già ritirato da un paio di settimane dalle banche, quelle contingentate. (Altra coltellata alla impostata sacralità delle banche che “non possono fare quello che vogliono”). L’altra parte del ridicolo sta proprio nel fatto che “il lattaio che uccide la propria vacca” non deve essere molto intelligente e forse solo un banale e prepotente iroso. A meno che abbia altri obiettivi.

Quante belle frasi siamo costretti a sentire da tutte le reti televisive sulla situazione greca. Tsipras fugge dalle sue responsabilità (troppo democratico); bisogna riportare i greci alla ragione (un po’ più alla fame); comunque bisogna pagare i propri debiti (ma quali e a chi?); senza l’euro la Grecia va verso il caos (Ognuno parli per sé. Tsipras non vuole né uscire dall’euro né dall’Europa, vuole solo dilazionare il debito perché non può pagare. Fortuna che noi invece, per dilazionare, abbiamo Equitalia e per sperare Renzi); vivono al di sopra dei propri mezzi (due terzi della popolazione è ridotta alla fame, parola che ancora non comprendiamo bene in Italia, ma sta venendo avanti. Momentaneamente siamo soltanto a 14 famiglie su 100 che non hanno soldi a sufficienza per garantirsi cibo ogni due giorni); oppure l’irriverente e offensiva Panorama (rivista ex socialista passata a destra) di questa settimana; lo sfottò della Merkel perché giustamente i poveri hanno sempre torto (“non si può salvare la Grecia se non lo vogliono”); il Renzi (“a noi non ci tocca”) coperto da Draghi; oppure i ridicoli e parossistici abbassamento di vari rating bancari americani (“fate quello che volete, se non ho soldi, non ve li posso ridare”). Insomma questo semplice concetto di socialismo e di democrazia che rinasce sta dando un così enorme fastidio. Eppure cosa si aspettavano. Si tratta solo di arrivare in fondo al barile, e loro non lo hanno ancora capito, sicuri di aver stravinto contro le democrazie antifasciste, anche se retro borghesi e capitalistiche. Quando il limone è spremuto c’è poco da fare se non mangiare anche la buccia. Incatenare o uccidere la mucca. Aspettiamo questo referendum, sapendo che sul principio non ci si può fare scippare da una banda di tecnocrati non eletti da nessuno e, visti i risultati, da considerare pazzi o al limite della delinquenza, la democrazia, sempre faticosa da riconquistare una volta persa. Immagino che i Greci ci stiano provando, anche per noi e una Europa vera e solidale come la vorremmo e la storia ci impone. Ecco perché hanno tutti contro e vanno difesi. Poi toccherà anche ad altri.

Ne “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, all’avvio vi è una celeberrima frase di Marx che pressappoco recita: “La Storia si ripete sempre due volte, la prima in tragedia, la seconda in farsa”. Come spiegare diversamente la situazione economica e finanziaria attuale? Ebbene, dopo il disastro del 2008, vale a dire dopo la crisi finanziaria più grande di tutti i tempi (maggiore di quella del ’29), risanata con l’intervento pubblico, poiché non si solo non si è sanata la crisi, addirittura aggravata, ma nemmeno si è agito sulle sue cause, e la finanza speculativa è sempre più estesa, adesso è proprio la stessa finanza che chiede controlli, al fine di evitare un ulteriore disastro, questa volta presumibilmente fatale per l’economia intera.

La crisi del 2008 è stata endogena e non esogena, vale a dire ha trovato la sua causa nelle disfunzioni del sistema e nella mancanza di limiti alla massimizzazione del profitto che ha favorito la speculazione più sfrenata, alla ricerca di mega-profitti, nella serena, ed anzi gioiosa, consapevolezza che i correlati abnormi rischi potevano invece essere traslati sui terzi e sul mercato. Così la speculazione ha provocato la crisi di intermediari e la mancata esecuzione di contratti di derivati, con conseguenze deflagranti sul mercato e su altri intermediari, ma ciò non è bastato e così contratti ultra-speculativi hanno messo in ginocchio le piccole imprese e gli enti locali, ma anche questo non è bastato e così si sono messi in crisi Stati sovrani sia con “credit default swap”, crediti derivati stipulati contro i debiti pubblici, sia con derivati rovinosi conclusi con il Tesoro, ma anche questo non è bastato, e così derivati rovinosi sono stati stipulati a carico di banche, come MPS in Italia. Per la serie: banche che distruggono altre banche; la speculazione si ritorce contro chi la ha elaborata.

La speculazione, come mostrò impareggiabilmente Rudolf Hilferding, ne “Il capitale finanziario” nel 1910, non è opera di malvagi, come invece tende a semplificare la “vulgata” e basti pensare a “Wall Street”, ma è una caratteristica del sistema ed è diventato il “core business” delle banche più grandi ed importanti. La grande finanza è diventata speculativa e rovinosa ed addirittura illegale ed anzi illecita, con manipolazione di cambi e di tassi in modo generalizzato: gli scandali della finanza non sono più dovuti solo a operatori marginali ed arrampicatori come invece negli anni ’80 e ‘90.

Non è quindi un paradosso che regole più stringenti atte ad impedire abusi vengano chieste dalla stessa finanza e, in particolare, all’interno di questa, dai settori più consapevoli e razionali che temono abusi a loro carico e addirittura a danno dell’intero mercato e dell’intera economia. E’ la dialettica intorno al capitale, come mostrato impareggiabilmente da Lenin in “Imperialismo fase suprema del capitalismo” (secondo la lettura suggestiva e acuta di Luca Meldolesi, “La teoria economica di Lenin”, Roma-Bari, 1981)), che pensava di debellare con un intervento politico esterno. Il problema è invece molto più complesso.

La dialettica all’interno della finanza è sintomo di una tendenza al disastro totale del sistema dovuta al dominio totale del grande capitale ed alla mancanza di limiti all’azione devastatrice di questi, che ormai avviluppato in una spirale perversa per sopravvivere deve alimentarsi anche a danno di componenti e di settori a sé vicini. Si tratta non di trovare una soluzione politica ma di aggregare questi settori ad un assetto alternativo. Il punto di partenza per combattere la speculazione non è quindi rappresentato dalla penalizzazione della finanza, con nazionalizzazioni od altre forme più morbide, comunque sempre finalizzate a ridimensionarla, tra cui rientra la separazione tra l’attività bancaria di deposito e l’attività bancaria di investimento, ma consiste nella piena valorizzazione dell’imprenditorialità bancaria con repressione pesante e severa dei gravi abusi e dei comportamenti sfocianti in operazioni speculative rovinose.

La separazione tra imprenditorialità sana ed abusi non può essere frutto di interventi estemporanei vista la naturale tendenza della finanza alla speculazione ed all’illecito: di qui il secondo passo, costituito dall’introduzione di un sistema di programmazione pubblica penetrante ed incisiva tesa a limitare ed addirittura condizionare ed indirizzare il grande capitale. Non si tratta di stabilire la dialettica tra grande capitale finanziario e banche medie e piccole, in quanto il nodo non è di natura concorrenziale ma attiene ad un nuovo modello di sviluppo in cui l’imprenditorialità sia valorizzata solo se tale da portare valore aggiunto all’economia ed alla società e quindi utile socialmente, e non abusiva. Che poi gli abusi vengano realizzati dalle grandi imprese in quanto dotate di potere di mercato idoneo ad imporre condizioni agli utenti ed ai concorrenti non rileva, in quanto il rimedio non è di tutelare lo spazio di mercato dei piccoli e dei medi ma in un’ottica più ampia di vincolare rigidamente le imprese, di qualunque dimensione esse siano, a modelli comportamentali razionali e corretti.

Tonino 6 giugno 2015.

Quella economica, che sembra aver offerto alla secolare ideologia imperiale teutonica, finalmente, uno sbocco di forza e di sopraffazione sui paesi confinanti. Di nuovo, in Europa, nasce una Nuova Resistenza, non armata, ma altrettanto politicamente forte. Di nuovo diventa di elite ma sembra già trascinare in “rivolta” i popoli sottomessi e portati alla miseria. Per questo, i bagliori di gruppi politici “contro” si accentuano e piano piano travolgono i “collaborazionisti”. Prima in Italia il M5Stelle (2013), poi Syriza (2014), adesso e a novembre Podemos in forte ascesa, la nuova e refrattaria presidenza della Polonia che rifiuta la trappola tedesca dell’euro, l’Irlanda già più volte massacrata (si vota nel 2016) e ricondotta all’ovile ricacciandogli in gola due referendum popolari, presto (2017) la perfida Albione per i tedeschi cioè la Gran Bretagna con l’incognita Scozia, se non il Front National francese a breve (fascista o meno, ma intanto sul filo conduttore anti Germania e anti questa Europa). Ricordo che bisogna considerare fascismo tutte le formazioni politiche e i governi, indipendentemente dalle loro sigle e dalle chiacchiere, che affamano il popolo, sull’ideologia dell’austerity, e tolgono ai cittadini tutti i diritti democratici possibili e la dignità del proprio lavoro, massacrano le etnie più deboli, anche psicologicamente (vedi Rom, Immigrati e votanti illuminati di Salvini).

Dobbiamo comunque sempre parlare di una Europa tradita nei suoi valori comunitari, nella sua particolare storia di costruzione sociale tesa a diminuire le disuguaglianze, quindi diversa da questa Unione bancaria ai fini strumentali di sfruttamento delle popolazioni che ha abbracciato il deleterio modello nord americano, e che si sta prostituendo ai loro principi imperiali con il TTPI. Di un nuovo bagliore europeo che cerca di rianimare l’aspetto umano degli individui nella società che, scontrandosi appunto, diminuisce lo strapotere dei numeri e degli egoismi che stanno divorando l’esistente. A riattivare la sensibilità delle persone e la solidarietà in un tessuto sociale addormentato e addomesticato. Tutto è diven¬tato “imma¬gini, algo¬ritmi, fero¬cia mate¬ma¬tica e accu¬mu¬la¬zione del nulla nella forma del denaro”, ci dice sinteticamente lo scrittore Franco Berardi.

Se una analogia possa essere fatta avremo di nuovo tutto da ricostruire, come nel 1945, sulle macerie di questa guerra sociale ai popoli, in termini economici, sociali e psicologici. Vi potrebbero di nuovo essere dei tribunali di popolo a condannare i “collaborazionisti” della strana guerra al proprio popolo, e della svendita dei propri tesori, dei beni comuni, anche se in Italia non c’è pericolo, tra condoni e epurazioni mancate, molti se la caverebbero per poter ricominciare.

Se un’altra analogia della storia possa essere proposta è quella della guerra ancestrale della Germania alla Russia. Ne è sempre uscita con le ossa rotte, eppure, testardamente ci riprova ogni volta, trascinando, questa volta in chiave economica, tutta la sua corte europea, al servizio servile del suo amico americano. Le sanzioni alla Russia si stanno rivelando un boomerang per tutti, sia economico che geopolitico spingendo inoltre questo paese europeo verso l’est, e rinfocolando un normale nuovo rancore verso di noi tutti. Tanto da far formulare una lista di “terroristi” europei russofobi ad alto livello. Certo che la potente Russia darebbe fastidio alla prepotenza, parimenti nazionalistica, germanica, quindi abbiamo una Europa inclusiva per i paesi poveri facili da addomesticare al neoliberismo e esclusiva per un altro grande popolo europeo, che tra l’altro non può sicuramente più essere tacciato oggi di comunista, come se fosse identico al fascismo. Stiamo aspettando che le rivoluzioni fasciste chiamate “arancioni” scombussolino qualche altro paese ex est, magari come la Macedonia, tagliando dal mare Mediterraneo i serbi, ancora un po’ troppo cocciuti.

Però il riavvicinamento della Russia non piace al nostro padrone nord americano. Eppure manca ancora alla Germania il riarmo militare. Ma presto, se deve fare il gendarme in Europa al posto degli americani (e degli inglesi) occupati in tutto il mondo, e soprattutto a tamponare la Cina e l’India nell’est del globo, ne avremo presto notizie per il tramite della Nato, strumento militare sostituitosi alla politica, e a guardar bene non più viceversa.

Se questa è la linea possibile si capisce che la Gran Bretagna voglia in parte sganciarsi, come ha fatto con l’euro premonitore. Non si sono mai fidati dei tedeschi e si capisce, perché dopo le ultime due guerre mondiali hanno ancora qualche ricordo. Sanno che dopo tocca alla loro economia, anche se hanno ancora spazi enormi di accumulazione con la propria egemonia politico-imperiale nel Commonwealth. Ma la Germania ha già il suo impero economico, anche con l’euro, che sono i paesi del centro Europa ex est, sempre più legati e dipendenti. I britannici non vedono di buon occhio questo stretto e servile legame della Francia con la Germania. Tra l’altro si sono proposti, per i soldi non perdono mai il nord, di entrare anche loro nella Nuova Banca di Sviluppo mondiale dei Brics. New Development Bank BRICS (NDB BRICS). Insieme alla Grecia.

Nel frattempo sono entrati nella AIIB, insieme a Francia, Italia e Germania, l’istituto finanziario promosso dalla Cina per costituire – secondo gli Usa – un’alternativa alla Banca Mondiale di Washington e all’Asian Development Bank, sponsorizzata dall’America. Fuori sono rimasti, ma non per molto, la Corea del Sud, il Giappone e l’Australia. Molti danno la colpa a Obama, al crepuscolo, che sta facendo perdere agli Stati Uniti occasioni formidabili nel mondo, ma soprattutto il ruolo di nazione-guida, malgrado tutte le guerre innescate. Come se non si fossero resi conto di un mondo diventato politicamente ed economicamente multipolare, soprattutto perché uno solo al comando del mondo sta solo nella fantasia sfrenata di dittatori vari della storia. Germania e Merkel comprese. Tra l’altro, i tentativi non hanno mai funzionato per molto tempo.

Non serve ammirare la Germania perché, forse, il suo Pil, per il 2016 (sempre al di là da venire), sarà dell’1,7%. Avrà semplicemente cannibalizzato i paesi intorno, (i cui Pil non si scostano dallo zero virgola), quelli a cui vende più del 70% dei suoi prodotti e che presto non ce la faranno più a comperarli. E’ questa la guerra che sta perdendo e che ci trascinerà tutti al disastro, come l’altra volta.

Sul Trattato per la liberalizzazione del commercio relativo all’Atlantico si è detto tutto e il contrario di tutto: ora si è aggiunto il Trattato per la liberalizzazione relativa al Pacifico; sono Trattati con problematiche ben diverse ed anzi sotto molti versi opposte. Nel primo caso si tratta di accordo funzionale al grande capitale secondo l’egemonia politica dell’America. Nel secondo caso vi è un duopolio, di natura antagonista, tra America e Cina.

Quando sembrava che entrambi i Trattati fossero alla prossima definitiva approvazione, ecco il duplice colpo di scena, con opposizione ad essi da parte del Congresso, che rappresenta una sconfessione di Obama, il tutto in virtù di ruolo determinante della componente più progressista dei democratici, in chiave antiliberista, soprattutto per il Trattato relativo all’Atlantico. Di fronte ai toni preoccupati di Daniele Taino su “Il Corriere della Sera”, che ha evidenziato gli effetti benefici della liberalizzazione del commercio, vi è stata l’approvazione del blocco da parte di Guido Rossi su “Il Sole 24 Ore” (lo stesso giorno, 14 giugno), che evidenzia la lesione dei diritti dei lavoratori e cittadini da parte dei Trattati. Districarsi in questo guazzabuglio non è facile. Il dato di fatto è che la liberalizzazione del commercio applica, ed anzi esegue, in modo coerente la globalizzazione e l’internazionalizzazione, che sono attecchite da decenni, contestualmente alla crisi endemica ed irreversibile dello Stato-nazione.

Ha così ragione Taino quando evidenzia la velleitarietà delle critiche ai Trattati, che non a caso costituiscono la logica conseguenza di un processo ormai inarrestabile. Quello che Taino trascura è che la globalizzazione e l’internazionalizzazione si sono dimostrate fallimentari e non solo inique ed arbitrarie ma hanno anche creato un sistema inefficiente e rovinoso dove il grande capitale, libero da limiti, punta alla massimizzazione del profitto con la generalizzazione di operazioni ultra-speculative, i cui rischi abnormi vengono traslati sul mercato e sui terzi. Trascura altresì Taino che la logica del commercio internazionale, nel momento in cui non ha trovato limiti da parte degli Stati-nazione, tutto è tranne che oggettiva e basata su regole, ed anzi richiede necessariamente l’appoggio dell’imperialismo americano, con cui convive, e che a propria volta non è in grado di formare un sistema od anche di elaborare un insieme di regole inter-nazionali. Ed il paradosso è che il blocco dei Trattati viene non da limiti interni all’Occidente, vale a dire da ribellione contro l’arbitrio, ma dai rapporti tra America e Cina. E’ il blocco del Trattato sul Pacifico che trascina quello sull’Atlantico e non viceversa. Decisivi sono i limiti esterni all’Occidente e quindi all’imperialismo americano.

La globalizzazione vince ma quale sistema dell’arbitrio e dell’inefficienza. Il blocco dei Trattati diventa così un messaggio chiaro e forte, un’ammonizione, ma deve essere chiaro a tutti che non vi sono alternative ad essi in quanto la crisi dello Stato-nazione è irreversibile, ed un nuovo diritto cosmopolita, su cui insiste in modo molto persuasivo e raffinato Guido Rossi, è privo di basi financo a livello prospettico.

I punti critici sembrano rappresentati da un lato dal caos internazionale, e quindi dai limiti esterni all’Occidente, e dall’altro dalla rovinosità del capitale finanziario, e quindi dai limiti interni all’Occidente: ma è solo apparenza, in quanto la realtà è ben diversa, almeno per buona parte. Se il caos internazionale è senza soluzione, in quanto i contraddittori dell’imperialismo americano non sono forieri di un nuovo ordine, il vero nodo è quello di trovare all’interno dell’Occidente dei limiti al capitale finanziario, per restringerlo in confini ben delimitati e così dirigerlo e controllarlo. Ma all’interno dell’Occidente forze in grado di porre tali limiti non vi sono.

Il blocco dei Trattati rappresenta in definitiva un’ammonizione e un occasione per porre in discussione il sistema della globalizzazione e più a monte del capitale finanziario. Ma non ci si può e non ci si deve illudere pensando che i movimenti di protesta interni all’Occidente siano stati in grado di provocare tale blocco, in quanto la realtà è ben diversa, ed anzi si colloca all’opposto. Il capitale finanziario è rovinoso ma non ha limiti al proprio interno e con la de-materializzazione, la globalizzazione e l’internazionalizzazione ha disintegrato la lotta di classe, vale a dire i limiti al proprio esterno.

I veri punti di riflessione e di lotta sono questi, ed entrambi all’interno dell’Occidente. L’analisi marxista, quale integrata da Hilferding, si è rivelata giusta, ma si è illusa nel momento in cui ha pensato che il capitale fornisse elementi per abbatterlo. Al contrario, è il capitale che ha abbattuto gli ostacoli. Da qui bisogna ripartire.