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L’OCCIDENTE SI ARMA ALLE FRONTIERE CON LA RUSSIA

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L’ America, con gli alleati di stretta osservanza, si arma alle frontiere con la Russia, con la motivazione che si basa sugli atteggiamenti aggressivi della Russia contro l’Ucraina, motivazione evidentemente pretestuosa, alla luce delle plurime e spesso ancora più gravi violazioni ai diritti dei propri o di altri popoli arrecati da Paesi amici dell’America. Essendo del tutto fasulla la motivazione addotta, è evidente che la ragione vera può essere duplice: o l’America reagisce in modo inconsulto alla situazione di difficoltà in cui versa in politica estera o, all’esatto contrario, cerca lucidamente di creare una situazione di conflitto permanente per gestire le difficoltà interne all’Occidente e tenere sotto controllo i conflitti sociali. Forse sono vere anche entrambe, ma non conta prendere posizione, in quanto entrambe sono riconducibili alla stessa direttrice, ed in ogni caso le conseguenze non cambiano. Ed infatti, uno scontro tra blocchi, di natura imperialista, sembra in ogni caso inevitabile. E il contrasto, armato,anche se a livello potenziale, tra America e Russia dopo la fine della guerra fredda non ha più la patina della difesa della libertà contro la dittatura e quindi si rivela imperialista a tutti gli effetti. La visione del Novecento come Storia della libertà e del suo trionfo contro i totalitarismi (Andrea Graziosi) si rivela pertanto meramente ideologica e va definitivamente gettata alle ortiche. Ma l’imperialismo del nuovo millennio è profondamente diverso da quello del Novecento: non è funzionale ad un obiettivo politico od anche sociale e nemmeno economico, o meglio tale obiettivo politico e tale obiettivo (sociale ed) economico sussistono, il primo derivante dall’esigenza di egemonia ed il secondo legato alla lotta per le fonti di energia, ma non si risolve in essi ed addirittura è fine a sé steso in modo da perpetrarsi e superare gli ostacoli veri, che sono all’interno e non più all’esterno; o meglio ancora, gli ostacoli all’esterno sono sì reali ma soprattutto costituiscono una forma di legittimazione all’interno, vale a dire sono una forma per rendere effettivo e senza ostacoli il proprio potere all’interno. I conflitti internazionali acquisiscono quindi una nuova dimensione che dovrà nel prosieguo esser esaminata in profondità, in quanto tale esame comporta una nuova e rivoluzionaria visione della politica, soprattutto nel rapporto tra aspetto interno ed aspetto esterno. Già adesso si può concludere che con l’esterno vi è una reciproca legittimazione.

Non vi è quindi fissità di appartenenza all’uno od all’altro schieramento, ma vi è una forte mobilità con possibilità di scelta, anche in mancanza di affinità e comunanza, e quindi in funzione di scelte di mera opportunità (vedi la Grecia che ha minacciato di schierarsi con la Russia) e così in contrasto con l’altro schieramento. Ciò implica che l’imperialismo non corrisponde a dinamiche razionali del capitalismo ma è una mera sopraffazione dipendente da una fase di degrado di questi. Ma se la difesa, anzi l’unica difesa, è costituita da un blocco contrapposto e così da altro imperialismo (quello russo) è ovvio che si è entrati in una situazione priva di via di uscita, destinata alla pazzia (il termine follia non è più sufficiente) ed al caos globale. Ed infatti il conflitto con la Russia va unito al conflitto con il mondo islamico, dipinto artatamente quale scontro di civiltà. E’ evidente che l’America non vuole vincere nessuno di tali conflitti ma intende conviverci in modo perenne. Quindi, l’imperialismo non aspira ad un impero unico e ad un universalismo, incompatibile con la logica del capitale. Il paradosso è che il capitale non più istituzioni a sé confacenti: la globalizzazione e l’internazionalizzazione hanno distrutto lo Stato-nazione ma non hanno creato istituzioni globali. E così le dinamiche economiche e politiche hanno fatto emergere le uniche istituzioni idonee: si tratta della repubblica parlamentare rafforzata a livello popolare (basti pensare al “referendum” greco) che non subisca le imposizioni del capitale internazionale e sia in grado di confederarsi a livello sovra-nazionale, come nell’idea di Europa, poi abortita. Era l’idea degli Stati uniti d’Europa di natura socialista, proposta, all’inizio del secolo scorso, da Otto Bauer e dal suo austro- marxismo: ciò sulla base di un movimento di socialismo nazionale profondamente democratico ed antinazionalistico (Hermann Heller in Germania, Cesare Battisti in Europa). La vicenda della Grecia e il fallimento dell’Europa stanno ridando linfa vitale a tale idea. Il fallimento dell’Europa è emblematico in quanto l’impossibilità di una democrazia sovranazionale è determinata dal capitale che non tollera più la democrazia ed il diritto così qualsivoglia limite al proprio arbitrio, ma la burocrazia sovranazionale è caduta miseramente di fronte ad un piccolo Stato quale la Grecia che ha preteso la tutela della propria democrazia. La Grecia ha così mostrato che un’alternativa istituzionale vi è: le nuove istituzioni sono nate, almeno in embrione, ma sono incompatibili con il capitale e con la sua logica. La nascita, sia pur embrionale, di istituzioni alternative, senza un sistema economico alternativo, produce peraltro il paradosso di una linea di tendenza storica che sembra difficilmente inquadrabile all’interno del materialismo storico, che necessita evidentemente di una profonda rielaborazione. Ma quello che è certo è che il mito della liberal-democrazia è finito miseramente, in modo che libertà e democrazia possono essere difese e protette solo contro il capitale, e così entrando in un alogica antagonistica e conflittuale con questi.

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  • Last modified on Monday, 20 July 2015 17:23

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