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I TRATTATI PER LA LIBERALIZZAZIONE DEL COMMERCIO Featured

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Sul Trattato per la liberalizzazione del commercio relativo all’Atlantico si è detto tutto e il contrario di tutto: ora si è aggiunto il Trattato per la liberalizzazione relativa al Pacifico; sono Trattati con problematiche ben diverse ed anzi sotto molti versi opposte. Nel primo caso si tratta di accordo funzionale al grande capitale secondo l’egemonia politica dell’America. Nel secondo caso vi è un duopolio, di natura antagonista, tra America e Cina.

Quando sembrava che entrambi i Trattati fossero alla prossima definitiva approvazione, ecco il duplice colpo di scena, con opposizione ad essi da parte del Congresso, che rappresenta una sconfessione di Obama, il tutto in virtù di ruolo determinante della componente più progressista dei democratici, in chiave antiliberista, soprattutto per il Trattato relativo all’Atlantico. Di fronte ai toni preoccupati di Daniele Taino su “Il Corriere della Sera”, che ha evidenziato gli effetti benefici della liberalizzazione del commercio, vi è stata l’approvazione del blocco da parte di Guido Rossi su “Il Sole 24 Ore” (lo stesso giorno, 14 giugno), che evidenzia la lesione dei diritti dei lavoratori e cittadini da parte dei Trattati. Districarsi in questo guazzabuglio non è facile. Il dato di fatto è che la liberalizzazione del commercio applica, ed anzi esegue, in modo coerente la globalizzazione e l’internazionalizzazione, che sono attecchite da decenni, contestualmente alla crisi endemica ed irreversibile dello Stato-nazione.

Ha così ragione Taino quando evidenzia la velleitarietà delle critiche ai Trattati, che non a caso costituiscono la logica conseguenza di un processo ormai inarrestabile. Quello che Taino trascura è che la globalizzazione e l’internazionalizzazione si sono dimostrate fallimentari e non solo inique ed arbitrarie ma hanno anche creato un sistema inefficiente e rovinoso dove il grande capitale, libero da limiti, punta alla massimizzazione del profitto con la generalizzazione di operazioni ultra-speculative, i cui rischi abnormi vengono traslati sul mercato e sui terzi. Trascura altresì Taino che la logica del commercio internazionale, nel momento in cui non ha trovato limiti da parte degli Stati-nazione, tutto è tranne che oggettiva e basata su regole, ed anzi richiede necessariamente l’appoggio dell’imperialismo americano, con cui convive, e che a propria volta non è in grado di formare un sistema od anche di elaborare un insieme di regole inter-nazionali. Ed il paradosso è che il blocco dei Trattati viene non da limiti interni all’Occidente, vale a dire da ribellione contro l’arbitrio, ma dai rapporti tra America e Cina. E’ il blocco del Trattato sul Pacifico che trascina quello sull’Atlantico e non viceversa. Decisivi sono i limiti esterni all’Occidente e quindi all’imperialismo americano.

La globalizzazione vince ma quale sistema dell’arbitrio e dell’inefficienza. Il blocco dei Trattati diventa così un messaggio chiaro e forte, un’ammonizione, ma deve essere chiaro a tutti che non vi sono alternative ad essi in quanto la crisi dello Stato-nazione è irreversibile, ed un nuovo diritto cosmopolita, su cui insiste in modo molto persuasivo e raffinato Guido Rossi, è privo di basi financo a livello prospettico.

I punti critici sembrano rappresentati da un lato dal caos internazionale, e quindi dai limiti esterni all’Occidente, e dall’altro dalla rovinosità del capitale finanziario, e quindi dai limiti interni all’Occidente: ma è solo apparenza, in quanto la realtà è ben diversa, almeno per buona parte. Se il caos internazionale è senza soluzione, in quanto i contraddittori dell’imperialismo americano non sono forieri di un nuovo ordine, il vero nodo è quello di trovare all’interno dell’Occidente dei limiti al capitale finanziario, per restringerlo in confini ben delimitati e così dirigerlo e controllarlo. Ma all’interno dell’Occidente forze in grado di porre tali limiti non vi sono.

Il blocco dei Trattati rappresenta in definitiva un’ammonizione e un occasione per porre in discussione il sistema della globalizzazione e più a monte del capitale finanziario. Ma non ci si può e non ci si deve illudere pensando che i movimenti di protesta interni all’Occidente siano stati in grado di provocare tale blocco, in quanto la realtà è ben diversa, ed anzi si colloca all’opposto. Il capitale finanziario è rovinoso ma non ha limiti al proprio interno e con la de-materializzazione, la globalizzazione e l’internazionalizzazione ha disintegrato la lotta di classe, vale a dire i limiti al proprio esterno.

I veri punti di riflessione e di lotta sono questi, ed entrambi all’interno dell’Occidente. L’analisi marxista, quale integrata da Hilferding, si è rivelata giusta, ma si è illusa nel momento in cui ha pensato che il capitale fornisse elementi per abbatterlo. Al contrario, è il capitale che ha abbattuto gli ostacoli. Da qui bisogna ripartire.

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