info@circolodegliscipioni.org
Log in

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
L’attenzione spasmodica sul nuovo Governo ed in particolare sulla sua politica economica sembra concedersi una pausa sulla parte della politica che verte in materia di finanza, non particolarmente evidenziata. Eppure proprio in materia finanziaria il Governo si è espresso in modo particolarmente significativo. Il Presidente Conte ha promesso il risarcimento ai risparmiatori truffati. Inoltre, il Governo ha promesso la modifica della legge in materia di trasformazione di banche popolari in società per azioni, per dare valore al territorio, ed anche di quella sull’obbligo di concentrazioni nel mondo cooperativo, nonché l’introduzione, per legge, della separazione tra banca ordinaria e banca di investimento. Questo è il populismo antibancario, che si basa su una totale incomprensione delle regole di funzionamento tecnico-economico del settore bancario. Il collegamento tra banca e territorio, in un momento di crisi economica e in particolare dell’edilizia, crea le basi per i dissesti bancari: il ruolo nefasto dei circoli magici idei gruppi di potere locale ha dato l’ultimo colpo ma non è stato esaustivo. La legge di trasformazione delle grandi società cooperative bancarie in società per azioni è stata intempestiva, in quanto in un momento di crisi del settore bancario su è concretizzata, nel concreto, nel far esplodere i fattori di criticità e la Corte di Costituzionale si è dovuta far carico del pericolo di dissesti ritenendo costituzionale la limitazione del diritto di recesso dei soci dissenzienti rispetto alla trasformazione, diritto di recesso previsto dal codice civile: il che è stato doveroso, ma la sentenza non è stata particolarmente rigorosa nell’individuazione delle condizioni essenziali di tale limitazione. Ma la legge era inevitabile in quanto il principio capitario “una testa-un voto è anacronistico in realtà imprenditoriali non piccole, massime bancarie, soprattutto in un momento di debolezza che richiede ingenti capitalizzazioni. Le concentrazioni nel credito cooperativo costituiscono una necessità improrogabile ed assoluta e nel contempo si rivelano il frutto di pragmatismo e di trasparenza: le innumerevoli crisi in tale ambito hanno sempre comportato l’intervento di salvataggio delle realtà più grandi; una ristrutturazione in tal senso “ex ante” è così meritoria. La separazione tra banca ordinaria di deposito e banca d’investimento è il frutto di versioni formalistiche del tutto inidonee a cogliere la realtà bancaria, unitaria e quindi tale da superare la separazione, o in via di diritto, con aggregazioni, o in via di fatto, con accordi e sinergie, e si rimanda a numerosi interventi dello scrivente in merito. La separazione tra moneta e credito, che recenti correnti economiche, anche di autori insigni ed anche a sinistra, propugnano e che la Svizzera ha bocciato in un “referendum”, vuol dire negare la natura della moneta bancaria che è una componente essenziale nella circolazione monetaria “tout court”. La risposta della grande finanza ed anche delle istituzioni che si snodano a sua protezione è stata massiccia: Mattarella ha legato alla tutela del risparmio la mancanza accettazione della nomina quale Ministro dell’Economia di Paolo Savona in quanto in via pretesa contrario all’Euro. Così la tutela del risparmio è utilizzata per dare rilevo allo “spread” ed alla speculazione finanziaria contro la democrazia interna. Lo stesso Mattarella si è ricollegato ad una frase significativa di Einaudi sulla stabilità monetaria: In definitiva: non la moneta al servizio della società, ma l’esatto contrario. Il neo-Presidente della Consob Nava, dopo aver pragmaticamente rivendicato la necessità di interventi preventivi piuttosto che sanzionatori, sostanziali piuttosto che formali, ha esaltato la distinzione tra risparmio e di investimento, senza accorgersi così di infirmare la tutela costituzionale del risparmio in tutte le sue forme, anche in quella di investimento, di cui all’art. 47 della Costituzione. Ed invece, dall’investimento, perché sia rispettato l’art. 47, bisogna differenziare in modo netto la speculazione. La giurisprudenza in materia di derivati, che fino a poco tempo fa si stava formando in modo molto rigoroso, ora si è annacquata fortemente, come da recenti sentenze della Corte di Appello di Milano, che ha registrato un cambio di orientamento rispetto ad importante sentenza di qualche anno fa, e della Corte dei Conti. . Tra populismo e tutela del sistema bancario incondizionata vi è una soluzione alternativa tesa a tutelarlo ma anche a dirigerlo? Nei fatti ciò si è dimostrato impossibile, in quanto la finanza domina e dirige, e non tollera il contrario. Un punto fondamentale che può rappresentare la leva per un grande intervento è rappresentato dalla crisi dell’attività bancaria ordinaria, ormai fagocitata dalla finanza speculativa. Se si vuole risanare effettivamente il settore bancario, occorre individuare prima e realizzare poi l’alternativa sopra fissata. Il Governatore Visco, lucidamente consapevole della situazione, si è fermato ad una ricostruzione di razionalizzazione del sistema senza andare in direzione di un suo cambiamento graduale ma radicale. Per concludere: un populismo quale quello del Governo va di sicuro bene alla Lega, ma i 5Stelle se lo possono permettere nel momento in cui la crisi del settore bancario lede i bisogni di quel popolo che essi intendono in buona fede incarnare? Ma non solo, un Ministro economista vicino alla Lega ma di spessore e valore immensi e lucidissimo lettore ed interprete delle dinamiche economiche come Savona (e stesso discorso riguarda Giulio Sapelli, ancorché non componente del Governo) nulla ha da dire al riguardo?.
La “flat tax” di Salvini attua un sogno di Berlusconi prima e di Renzi poi, e più in generale accoglie una proposta fondamentale della destra economica, vale a dire una aliquota univoca, secondo quanto dichiarato ora delle imprese domani anche delle famiglie, E’ l’abolizione della progressività fiscale, pur rigorosamente conclamata dall’art. 53 Cost, 2° comma. E’ vero che tale norma si riferisce al sistema tributario nel complesso, ma la fissazione dell’’aliquota della tassazione sui redditi è l’architrave del sistema tributario e pertanto la non progressività della prima si traduce automaticamente nella non progressività del secondo Per inciso non è chiaro se essa si applichi alle imprese per le quali vi è già qualcosa di analogo, come pur affermato da Salvini, e/o alle famiglie, per le quali non dovrebbe essere applicata subito sempre secondo le dichiarazioni di Salvini. La progressività può essere recuperata a livello di detrazioni, ma l’uso della leva fiscale per un sistema di “welfare” viene meno. Evidentemente, la redistribuzione delle risorse viene definitivamente accantonata. Il pragmatismo della proposta finalizzata ad ottenere un pagamento fiscale complessivo uniforme e certo, sulla base dell’assunto ragionevole che in molti, una volta che il prelievo fiscale sia contenuto, preferiscano evitare di sottrarsi ai propri doveri fiscali e di correre i relativi rischi sanzionatori, è encomiabile ma a prezzo di consacrare la sottrazione dei ricchi all’assoggettamento all’obbligo di solidarietà sociale e pertanto di considerare la stessa solidarietà sociale del tutto priva di valore. Non è solo a favore dei piccoli imprenditori e delle partita IVA per acquistare un macchinario ed occupare più personale, come secondo la retorica di Salvini e del populismo di destra. All’esatto contrario, è a favore di tutti i ricchi e prescindere da ragioni di investimento, in quanto abolisce ogni tassazione progressiva. La detrazione è considerata una forma di recupero della progressività, ma lo può essere a livello equitativo, non a livello redistributivo di ricchezza. E’ la rivincita della ricchezza che non sopporta più oneri a proprio carico, oneri che siano propri della sola ricchezza. Gli oneri, secondo tale posizione, devono essere eguali per tutti, a prescindere dal reddito. Prima, con il welfare” non si penalizzava la ricchezza –contrariamente a quanto affermato da parte liberista- ma la si costringeva a farsi carico della società. Ora, all’esatto contrario, la stessa non ha più obblighi e diventa emulativa, nel senso di perseguire i propri interessi non solo danneggiando ma anche distruggendo le altre categorie. Per fare questo, deve annichilire gli avversari e così assurgere a prototipo di un modello imperativo, in quanto l’unico valido ed efficace. Il “welfare” non è fallito per eccesso di pressione fiscale, come insegna la destra. Si è esaurito per la mancanza di autosufficienza della propria pretesa di imporre vincoli al capitale che li accettò a suo tempo solo, strumentalmente, per paura del comunismo, per poi disfarsene immediatamente dopo il crollo dello stesso comunismo. Con la “flat tax” il liberismo presenta un progetto caratterizzato da totalità e da omni-comprensività: più che un progetto è addirittura un modello autoreferenziale e autosufficiente. Per il liberismo che ha sempre affermato di aderire ad un’impostazione di pragmatismo e di forte attenzione nei confronti dell’empirismo, si tratta al contrario di impostare una visione basata sulla totalità in modo da far impallidire l’hegelo-marxismo. E’ la totalità di sistema: “rectius”: è il sistema che da sintesi è diventato ipostasi, tale da inglobare ed annullare ogni elemento. E’ necessario, proprio da parte del marxismo inteso come dialettica materialista, privo di ogni visione idealistica e palingenetica, un sistema alternativo –in senso non rivoluzionario ma di riformismo estremamente intenso-: la totalità è necessaria ma come sintesi dei vari elementi e pensando sempre al sistema in via dinamica e soggetto a trasformazioni a correzioni, non come l’attuale capitale finanziario che rifiuta ogni correzione. Tale sistema alternativo deve essere basato sull’inserimento dell’impresa nel sistema, dove venga coordinata ed etero-diretta. Ciò sostituendo del tuto l’attuale situazione Invece che si sustanzia nel porre il sistema al servizio dell’impresa. Se si rinunzia alla progressività, si esalta la disgregazione sociale. Ma la progressività è solo di facciata se non si controllano e non si rendono ufficiali i capitali. La “flat tax” non è a favore delle piccola impresa contro il capitale finanziario ma al contrario si basa sulla globalizzazione e sulla delocalizzazione e sulla dematerializzazione con cui il capitale finanziario sposta i capitali dove più conviene. E’ una forma di tassazione che vuole perpetrare l’immortalità del capitale finanziario.

SOVRANISMO

Il Governo 5Stelle-Lega si basa sul sovranismo contro europeismo e globalizzazione. Sovranismo che viene condannato quale nazionalismo e protezionismo. E’ una versione riduttiva che appiattisce la sovranità sulla nazione ed inoltre sembra considerare che il mercato sia senza sovranità quale comando oggettivo. Si parta dal secondo punto: Il capitale finanziario domina violando leggi, democrazia, tecnica e mercato. Il mercato non è più –ammesso che lo sia stato in passato-, un meccanismo oggettivo e la “mano invisibile” è un miraggio. Sul primo, la suprema autorità, elemento in cui si racchiude la sovranità (“suprema autoritas, superiorem non recognescens”) richiede una specificazione di località che si pone: o -in chiave di negazione dei diritti altrui e quindi cade nel nazionalismo che è compatibile con la globalizzazione e con il capitale finanziario; oppure - in chiave di sola difesa sia dal nazionalismo sia dal capitale finanziario e dalla globalizzazione, e si rientra nella sovranità popolare. In definitiva, il sovranismo è ambiguo e ha due volti, opposto l’uno all’altro. Con l’unire i due profili senza invece separarli. si nasconde il punto vero che il nazionalismo è in realtà al servizio del capitale finanziario e non è affatto autonomo da esso. Angelo Panebianco attacca il sovranismo evidenziando che esso porta al nazionalismo ed alla guerra, trascurando che è il capitale finanziario che dirige il nazionalismo e, a monte, che lo stesso capitale finanziario, con la globalizzazione e con forme di enti sovra-nazionali, non ha affatto limitato i conflitti bellici. Lo stesso Panebianco comprende che è differente, come peso e rilevanza, il sovranismo dell’Italia da quello dell’America e conferma quanto da tempo sostenuto da chi scrive, vale a dire che il nazionalismo è l’anticamera dell’imperialismo, da cui differisce per grado ma non per qualità: possono coesistere con il nazionalismo vassallo dell’imperialismo, od oppositore limntiato, salvo alleanza con altri nazionalismi, ma il tutto senza compromettere l’equilibrio geopolitico, fragile ma non sostituibile, a base del dominio del capitale finanziario. Molto acutamente Sergio Romano evidenzia che la supremazia a livello europeo del razzismo e del nazionalismo è impossibile in quanto i vari rappresentanti a livello nazionale sono in contrasto con quelli delle altre nazioni: è da replicare che la crisi dell’Occidente si sta traducendo nella definitiva scissione tra Europa ed America, il che comporta la fine dell’Europa e la nascita di nuovi assetti geo-politici, sempre in funzione dell’equilibrio a base del dominio del capitale finanziario. La sovranità popolare è l’unica alternativa al nazionalismo, all’imperialismo ed al capitale finanziario. La sovranità popolare comporta il diniego del dominio, inteso come potere assoluto e pertanto abusivo del capitale finanziario e di autorità estere od anche sovranazionali I punti fondamentali sono il rifiuto del iberismo –ed addirittura del liberalismo- e dell’autoritarismo (interno ed esterno), tutt’altro che incompatibili l’uno con l’altro. Costituzionalismo e opposizione popolare si uniscono, ma in funzione di cosa? Cosa è nel concreto la sovranità popolare? Il populismo presenta l’aspetto positivo della contestazione delle “elite”, ma poi non riesce a differenziare tra sovranità nazionale e sovranità popolare e quindi finisce inevitabilmente a destra. Quando vi è un populismo genuinamente non di destra come i 5Stelle, è inevitabile che lo stesso venga fagocitato dal populismo di destra nazionalista e razzista quale quello della Lega. Ma il vero problema non è il populismo, che è un orientamento politico incompleto e fino ad ora aperto alle strumentalizzazioni: il vero problema è la sinistra che alla luce delle difficoltà di un’aggregazione di classe ha ritenuto di supplire a ciò con il politicismo e quindi con il ruolo centrale di ”elite” politiche tradendo la sovranità popolare. L’unico tentativo vero di attuare la sovranità nazionale pur in presenza di una stratificazione di classe complessa ed irriducibile rispetto al bipolarismo, vale a dire la creazione di contropoteri a livello diffuso, economico, sociale e territoriale (tentativo dovuto a Lelio Basso), fu snaturato dal Pci in un’ottica politicista di presa del potere, da parte del partito, vale dire di ”elite”. Qui nasce l’esigenza per la sinistra di trarre dal populismo il nucleo importante e fondamentale della lotta alle “elite”: lo scrivente non è populista e non vuole una trasformazione populista della sinistra. Sa bene che il populismo cade nel momento in cui fonda la lotta alle ”elite” sulla negazione della rappresentanza la quale porta ineluttabilmente ad un plebiscitarismo esiziale. Al contrario, è necessaria la rivitalizzazione e la trasformazione in senso popolare della rappresentanza , nata elitaria e tale rimasta. Ma la sinistra, nel momento in cui la lotta dei classe ha visto il trionfo del capitale finanziario, vale a dire del volto più potente, accentratore ed arbitrario del capitale, è rimasta inerme. Non a caso, essa sinistra ha avuto della lotta per la Costituzione una concezione solo difensiva, come visto nella battaglia fondamentale per la bocciatura al “referendum” dell’autoritaria riforma Renzi/Boschi, rinunziando peraltro ad un’ottica propositiva ed attiva di rendere la stessa Costituzione veramente attuata e vivente e garanzia dell’effettività della sovranità popolare. Lo scrivente propone alla sinistra, che non comprende il Pd, sia chiaro, non un’alleanza con i 5Stelle, ma un’attenzione verso di loro per unire protesta popolare e costituzionale antiliberista in funzione della sovranità popolare. E sia ben chiaro, non può che essere così: una effettiva alleanza con i 5Stelle è impossibile in quanto questi, da veri populisti, si concentrano sull’opposizione alle “elite” politiche, ponendo in secondo piano l’opposizione alle “elite” economiche, che invece, dominano le prime. Ma la sinistra , invece di sorridere con poco acume (”Quid rides, “de te fabula narratur”) deve cambiare passo totalmente e capire che appoggiare le “elite” politiche contro quelle economiche è velleitario in quanto le prime saranno sempre succubi delle seconde, ed anche quando le sostituiscono come nel comunismo realizzato, ciò è solo per rafforzare il dominio economico.
Macron è diventato una stella politica di prima grandezza, anche in campo internazionale, dopo la visita a Trump, che ha rappresentato un suo vero e proprio trionfo. A dir la verità, il suo discorso celebrato al Congresso americano si si è risolto in due banalità, l’invito a Trump ad abbandonare l’unilateralismo e la condanna dei dazi: banalità sia perché scontate sia perché enunciate senza indicare le contromisure che l’Europa adottererebbe in mancanza di abbandono da parte di Trump. Niente che assomigli ad uno straccio di politica. La conclusione vera è che Macron è stato ben accolto da Trump perché lo ha appoggiato nell’attacco irresponsabile alla Siria a differenza della Merkel: d’altro canto le due condanne di cui sopra hanno lasciato indifferente Trump in quanto prive di vero contenuto e di indicazione, nemmeno a livello prospettico, di misure sanzionatorie.. Macron è un politico mediocre e non è riuscito a dare una politica all’Europa e nemmeno è riuscito a mostrarsi autonomo da Trump. L’Europa non esiste e solo la sapiente sintesi della Merkel tra dominio e mediazione riesce a tenerla in piedi con affanno e non rius8cendo ad impedire che traballi ad ogni occasione, con rischio di schianto al primo scossone. Il dinamismo di Macron. che avrebbe dovuto imprimere una svolta di sostanza, è all’esatto contrario privo di qualsivoglia consistenza. In Italia vi è chi vuole fare un partito alla Macron, unendo i poli moderati del centro destra (in pratica, i berlusconiani) e del Pd (n pratica i renziani), senza rendersi conto che il moderatismo è fuori gioco. Ma il vero punto è un altro: vi è che esalta il regime istituzionale francese con una legge elettorale maggioritaria a doppio turno per nominare, in via separata, sia il Parlamento sia il Capo dello Stato. Ebbene, in altra sede si è mostrato che la legge elettorale maggioritaria a doppio turno è necessaria, ma è da evitare il Presidenzialismo: va quindi spezzettato il sistema istituzionale francese, per prendere solo uno dei due pezzi. Qui è da mostrare che Presidenzialismo da un lato e dall’altro mancanza di maggioranza sono tra di loro succedanei come forme di cedimento al dominio del capitale finanziario con conseguente mancanza di autonomia della politica, il primo come autoritarismo ed il secondo come assenza di governo. Macron incarna la prima forma mentre Renzi e Berlusconi oscillano tra le due. Salvini e Di Maio sono per la politica ma l’uno solo apparentemente in quanto è anch’esso succube del capitale finanziario, incarnando la sua vocazione protezionista –lo scrivente non si stancherà mai di ripetere che protezionismo e liberismo non sono affatto tra di loro incompatibili- a differenza di quella globalizzata di Macron, mentre il secondo non è ancora alternativo. Quello che è chiaro è che l’Europa non ha politica: ma non solo, non è assolutamente possibile una politica moderata, mentre a d’altro canto una radicale è priva di basi solo in quanto non sufficientemente e non veramente radicale. Ciò perché manca una vera politica e si oscilla tra spirito identitario e approccio rinunciatario. La riscoperta dell’autonomia della politica non conduce al leninismo ed alle sue forme analoghe –tanto meno a Schmitt che è stato il vero teorico sistematico della questione ed il cui tributo a Lenin è stato chiarito da Carlo Galli e dal sottoscritto- La politica di cui si vuol scoprire l’autonomia non è un mezzo surrettizio per eludere la crisi della lotta di classe in discussione, come Lenin invece fece comprendendo tale crisi in “L’imperialismo”: ma a ben vedere, nonostante che non in pochi ci siamo illusi sulla crasi tra Marx e Lenin e sull’assunto che il vero erede di Marx fosse Rosa L., occorre ammettere che Lenin ha solo sviluppato con maggiore esplicitazione elementi già “in nuce” in Marx, ed una frase del “Manifesto” in cui la lotta di classe si risolve nella politica è ben eloquente. Il vero erede politico di Marx è Lenin ed occorre disfarsi dell’intera teoria politica di Marx, che non è semplicemente insufficiente in modo grave, come ammonirono a metà degli anni ’70 Bobbio e Colletti, ma è del tutto errata e da abbondonare. All’esatto contrario, l’autonomia della politica qui propugnata è quella in grado di fondare nell’effettività la sovranità popolare –che nulla ha a che vedere con la sovranità nazionale, e quindi quanto qui sostenuto nulla ha a che fare con nazionalismo, protezionismo e “sovranismo”-, che è l’unica base della democrazia e nel contempo la necessaria pre-condizione per rifondare la lotta di classe, ponendola su ben più robuste basi di quelle marxiane, superate dalle dinamiche del capitale finanziario.
La questione palestinese è terribile e si trascina dall’immediato secondo dopoguerra: in violazione di qualsivoglia risoluzione Onu, non vi è uno Stato palestinese, i territori post ’67 sono occupati da Israele in maniera non legittima e Gerusalemme è parte integrante dello Stato israeliano invece di essere zona franca per tutte le religioni dell’area. Il problema è serio: il sionismo è nato come socialista ma di fronte all’accerchiamento arabo ha reagito in termini militari ed ha fatto prevalere la propria ragione militare ed a monte in via ancora più generale la propria ragione nazionale. Di fronte all’accerchiamento arabo vi è stata più di una giustificazione nella reazione, in quanto la questione palestinese non sussisterebbe se Israele fosse stato sconfitto nelle varie guerre, ed infatti vi sarebbe stato un massacro di massa a danno degli ebrei. La critica nei confronti di Israele deve essere ferma ma non unilaterale. Essa deve indirizzarsi non tanto contro specifici errori e specifiche atrocità, anche se non mancanti, come per esempio clamoroso Sabra e Shatila, ed anche se non episodici. Deve collocarsi ed indirizzarsi ai piani più alti, in modo da avere come bersaglio la ragione politica che si esalta nell’amico-nemico, e trova un collettore nella Nazione per unificare le componenti interne e devitalizzare così i conflitti sociali e presentarsi all’esterno in modo unificato senza alcuna pietà e mediazione verso i nemici. Per Israele, dalla propria difesa, sacrosanta, alla criminalizzazione dei palestinesi ed alla loro umiliazione e al loro soggiogamento, il passo è stato breve ed inevitabile. L’originario spirito socialista è rimasto soffocato e sostituito da un nazionalista estremo e profondo, di estrema destra. Italia, alle manifestazioni del 25 aprile le colonne ebraiche hanno contestato la presenza di bandiere filopalestinesi. Ma perché adesso che la politica è alla fine ed è dominata dal capitale finanziario, si persiste nel non risolvere, da parte dell’Occidente, la questione palestinese? Una prima risposta è rappresentata dalla tutela delle ragioni occidentali nell’area. Ciò in un’ottica di disordine visto che così si pongono le basi per non staccare gli arabi moderati dagli oltranzisti. Il mondo islamico fa comodo come nemico dell’Occidente senza distinzione tra forti e deboli, tra aggressori ed aggrediti. E’’ la fine della politica che peraltro si basa su una forma di identità religiosa quale surrogato del nazionalismo. E non a caso la destra occidentale ha sostituito al proprio tradizionale antiebraismo un anti-islamismo. E’ la tutela dell’Occidente nell’area in un’ottica di abuso e di arbitrio. Ma non è una ragione non ancora sufficiente. Il vero punto è che non più solo la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi (von Clausewitz), e nemmeno solo la politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, ma in termini ben peggiori la politica è oramai priva di senso. Mentre prima era solo la fine del diritto internazionale, ora è anche la fine della politica internazionale. La soluzione della questione palestinese vorrebbe evidentemente significare una profonda vittoria della politica, ed anzi una sua rinascita che il capitale finanziario non può tollerare. In tale ottica, la questione dei coloni che invadono i territori occupati e costituiscono i più oltranzisti antipalestinesi conferma ed anzi consacra la vittoria del nazionalismo, con il contrasto tra ceti deboli israeliani e ceti deboli palestinesi. Un’unificazione di classe lì non è possibile, perché è proprio l’interesse materiale che divide tra di loro in modo insanabile i due ceti deboli. Di qui la necessità di alleanze tra il popolo ebraico e quello palestinese contro le rispettive Nazioni per superare un conflitto assurdo tra i due popoli , conflitto assurdo che può essere invece risolto con il riconoscimento dei diritti di entrambi i popoli con due Stati. In definitiva, la ripresa della sovranità popolare contro la sovranità nazionale acquista così efficacia e valore anche a livello internazionale. A favore di un nuovo ed originale populismo orientato a sinistra e domani da qualificare in senso sociale si forma una grande e solida base.
Dopo quasi due anni dal “referendum “pro-Brexit”, si sono invertiti i termini della questione. La Gran Bretagna non ha subito grandi danni dalla fuoriuscita dall’Europa, mentre è esattamente vero il contrario. Anche come piazza finanziaria, si è scoperto che l’Inghilterra è più importante per l’Europa di quanto sia importante l’Europa per l’Inghilterra. L’Europa è morta ed i Paesi forti possono uscire da essa senza dazio. La conclusione è una sola: l’Europa non esiste ed ha valore vincolante solo per i Paesi deboli, che da un lato sono da essa vessati e dall’altro non possono uscirne a pena altrimenti di finire alla fame. La Gran Bretagna si è staccata dall’Europa in quanto, con Londra, capitale finanziaria che in quanto tale basa la propria forza sulla delocalizzazione e globalizzazione da un lato e dall’altro sulla violazione delle regole o meglio sulla loro disapplicazione quando sconvenienti al capitale finanziario. L’Europa è adatta ai Paesi forti solo se in grado di utilizzarla come parte assoggettata al proprio Impero (Germania) o se nell’orbita del centro dell’Impero (Francia, Belgio). Si è determinata una situazione originalissima di geo-politica. Le istituzioni sovra-nazionali hanno fallito e funzionano solo quelle imperiali. D’altro canto la globalizzazione e la caratterizzazione finanziaria dell’economia hanno creato una mobilità internazionale per cui si può scegliere una dislocazione non coerente con la geografia. Poi se l’Inghilterra sia autonoma o se faccia parte dell’Impero americano o se invece sia alleata alla pari con questa, in un’ottica di sinergia impero-capitale finanziaria, è una questione molto rilevante ma che non incide sulla nuova realtà geo-politica: la globalizzazione ha sconfitto gli Stati deboli ma non quelli forti, non necessariamente Imperi. Il nazionalismo non è incompatibile con l’imperialismo e nemmeno con la globalizzazione, contrariamente a quanto ci è stato forzatamente propinato. Le comunità sovranazionali, con l’eccezione degli Imperi, hanno fallito: il diritto internazionale è definitivamente morto, il che appare incongruo nell’epoca della globalizzazione. Lo Stato è in crisi ma non è stato sostituito da altre realtà. Venuta meno l’illusione delle comunità sovranazionali, l’Impero non si è affermato in modo universale e non vi è alcuna istituzione in grado di regolamentare la globalizzazione dominata dalla grande finanza e quindi dal capitale finanziario. L’anarchia del capitalismo, genialmente compresa da Marx, si è imposta definitivamente e dal campo economico ha invaso anche quello politico. La razionalità del capitalismo, d’altro canto, a suo tempo esattamente teorizzata da Max Weber, si è rivelata circoscritta alla fase concorrenziale e industriale, mentre è svanita nella fase monopolistica, globalizzata e finanziaria. Il dominio del capitale nella sua dimensione finanziaria è tale da essere trasversale agli Imperi e quindi in grado di comandare anche su questi. Ne consegue che la forza non economica, anche militare, è ormai secondaria. Qualche ulteriore conseguenza, la guerra non scompare, ma ha valore residuale , nel senso che non decide le grandi fasi, ma ha valore diffuso e capillare (in mancanza del diritto internazionale), senza peraltro sfuggire al ruolo ancillare di aggiustamento delle grandi fasi. E si torni a Brexit. Pur in mancanza di elementi precisi sul rapporto tra Inghilterra ed America, quello che è chiaro che la finanza occidentale non ha limiti: il capitale finanziario è un modello esportato dall’Occidente in tutto il mondo (i fondi di investimento arabi, per esempio) e nessuna potenza, compresi Cina e Russia e Paesi islamici, sono in grado di contrastare le grandi banche d’affari, le quali, all’esatto contrario, sono in grado di condizionare con gli strumenti derivati i prezzi di tutte le importanti materie prime, dal grano al petrolio. In definitiva, il modello occidentale è non solo quello perfezionato ma anche quello dominante: l’analisi di Marx viene così confermata. E’ un dominio economico incontrastato, mentre il dominio politico è frammentato, avendo un ruolo sempre minore, il tutto a conferma ulteriore dell’analisi di Marx. La delocalizzazione, la dematerializzazione e la caratterizzazione finanziaria hanno reso il dominio politico e militare residuale e secondario. Dell’analisi di Marx è smentito l’esito. Manca l’alternativa, in quanto la classe lavoratrice è invece stanziale e territoriale. La lotta di classe esiste sempre ma è ornai unilaterale. Se un approccio riformistico tradizionale è velleitario in quanto mancano le leve per correggere le tendenze distruttive del sistema, e così la riscoperta della socialdemocrazia tentata dallo scrivente si rivela velleitaria, occorre invece un approccio nuovo e puntare non sull’antagonismo economico-sociale, dove si è non solo perdenti ma nemmeno in grado di giocare la partita, ma sull’innesto di forme economiche in grado, almeno potenzialmente, di essere alternative al capitale ed al capitale finanziario, per es. finanza non speculativa, tecnologie guidate dal lavoro, e così via. Occorre avere il coraggio di riconoscere che il capitalismo non ammette soluzioni indolori e pertanto il riformismo si rivela addirittura inconsistente. Nel contempo l’ipotesi rivoluzionaria deve essere non antagonista ma alternativa, nella consapevolezza che occorre prepararsi allo sbocco finale, che dipenderà da una causa endogena al capitale finanziario, vale a dire da un’esplosione delle tendenze distruttive. Si tratta non di agevolare tali tendenze come invece secondo la teoria del c.d. “accelerazionismo”, ma all’esatto contrario di prepararsi per l’alternativa al momento dell’autodistruzione.
Il 5 maggio di quest’anno ricorre il bicentenario della nascita di Marx. Il primo centenario cadde appena scoppiata la rivoluzione russa: non poteva esserci ricorrenza più felice. Il primo centenario della morte, nel 1983, cadde quando si era avviato da poco il vento liberista di Reagan e della Thatcher che aveva posto le basi per spazzare, a breve, sia il comunismo sia la socialdemocrazia. Il bicentenario della nascita cade in un momento paradigmatico. La prospettiva comunista è scomparsa trascinando con sé anche la socialdemocrazia. E’ il trionfo del liberismo selvaggio, che è in crisi economica perenne confermando l’analisi di Marx sulla contraddittorietà intrinseca del sistema capitalistico. Ed è una crisi economica che è diventata anche sociale, con la disgregazione sociale e con l’intensificazione delle diseguaglianze arrivate a livello stratosferico, ed addirittura financo politica con lo Stato preda del capitale finanziario , questo privo di limiti con la globalizzazione, con la de-materializzazione e con la delocalizzazione: le multinazionali, anche in campo non finanziario, hanno acquisito una caratterizzazione di “holding” in cui l’aspetto finanziario è quello prevalente., come dimostra, nel piccolo dell’Italia, il caso FCA. E’ il capitale nel momento più rovinoso e distruttivo, e così in crisi irresolubile derivante non da fattori esterni ma da fattori interni. Ciò con i suoi avversari sgominati e con la classe lavoratrice polverizzata. Viene confermata l’analisi scientifica del capitale da parte e viene confermato anche l’impianto del materialismo storico con la critica dello Stato e con la conferma della sua crisi irreversibile. A fronte di ciò, vi è la smentita della teoria del comunismo. Sembrerebbe confermata la dissociazione in Marx tra scienza e ideologia (per tutti Colletti, dal ’74 in poi). Ma il discorso è ben più complesso: tale dissociazione è frutto di una totale semplificazione, non solo riduttiva ma addirittura fuorviante e tale da creare un vero e proprio travisamento, anzi, con tutto il rispetto per Lucio Colletti, una vera e propria mistificazione. La fondatezza della critica del capitale dimostra che l’anticapitalismo politico ha una base scientifica, che viene smarrita esclusivamente quando ci si abbandona al volontarismo come in Lenin, che peraltro si ispirò alla parte politica del pensiero di Marx. Pertanto, non si tratta di creare una zona sacra intorno a Marx, dando la colpa degli errori sui suoi continuatori, ma la contrario è necessario circoscrivere la portata degli errori, indubitabili e non raramente riconducibili a lui.. In altri termini, da abbandonare è la non teoria del comunismo ma la sua versione volontaristica. Sembrerebbe che Il problema vero sia quello di fondare su base scientifica anche la politica, come emerse nel 75-76 sulla base degli interventi illuminanti dello stesso Colletti (ancora marxista) e di Bobbio. Ma anche qui si tratta di una soluzione del tutto riduttiva, semplificatrice e fuorviante (recentemente un eminente costituzionalista, Giovanni Ferrara, ha tentato una ricerca in tal senso, collocandosi all’interno della tradizione comunista italiana di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, si tratta un tentativo egregio ma dai piedi di argilla, se si vuole essere buoni, essendo tale tradizione nient’altro che un mero sincretismo tra leninismo e socialdemocrazia., ferma restando la grande originalità di Gramsci, dai risultati estremamente povera, peraltro, sul piano politico). Il vero nodo è che il marxismo è una teoria critica, ma non ha fondato le teorie positiva, teoria positiva mai elaborata, in campo:
Nel vuoto di politica economica della sinistra, l’unico punto di riferimento sembra essere la politica della domanda keynesiana, con il ruolo centrale degli investimenti pubblici. Sul “Manifesto” si è recentemente evidenziato che la politica della domanda richiede il sostegno del reddito dei ceti bassi, che sono, per condizioni materiali, quelli maggiormente propensi al consumo. Di qui la necessità della tutela del reddito e del posto di lavoro di tali ceti, con l’eliminazione del precariato ed il ripristino del divieto ingiustificato di licenziamento di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. E’ una lettura di Keynes corretta ma parziale. Trascura che in Keynes, quale terzo corno della politica della domanda, oltre agli investimenti pubblici ed al sostegno del reddito dei ceti bassi, vi è il controllo penetrante della finanza con il fortissimo ridimensionamento della speculazione. La centralità ed illimitatezza della speculazione finanziaria, di cui al capitale finanziario, elimina o comunque riduce al minimo gli investimenti pubblici, perché elimina il sostegno del debito pubblico e rende la spesa pubblica quale pressoché solo per interessi, e guidando l’economia rende il lavoro privo di capacità di negoziazione e di capacità di condizionamento, poiché il profitto non ha più fonte prevalentemente produttiva. Keynes è superato –nonostante il tentativo di Minsky di qualche decennio fa di farne l’architrave di una nuova dimensione sociale del capitalismo-, perché l’instabilità del capitalismo da lui stesso intuita si è trasformata in mancanza totale di equilibrio dovuta allo svincolo del profitto dall’industria e dalla produzione. La speculazione finanziaria è diventata non solo la componente principale della finanza ma la sua essenza e così addirittura l’essenza dell’economia. essendo la finanza stessa il vero centro del capitale Dall’instabilità si è passati alla crisi permanente ed addirittura allo squilibrio totale. Ma non solo: dalla creazione di valore e dalla sua distribuzione si è passati alla creazione di valore esclusivamente mediante distruzione di altro valore. Il controllo della finanza non è più sufficiente ma è necessario ripristinare la legge del valore, e trovare un valore economico intrinseco di natura assoluta, diverso così dall’incontro tra domanda ed offerta. La finanza e la speculazione, pur necessaria, devono essere ricondotte nella legge del valore. L’individuazione del valore assoluto nel lavoro non è anch’essa più sufficiente, in quanto il valore assoluto nella fase del capitale finanziario riceve modifiche radicali rispetto alla fase industriale. In definitiva, la teoria di Keynes rappresenta la risposta a Marx in direzione di un tentativo di razionalizzazione del sistema nella sua fase industriale, di cui vanno corrette le punte estreme irrazionali. Keynes non è più utilizzabile nella fase del capitale finanziario se non come indicazione della possibilità di un capitalismo in cui il peso si sposti dalla finanza all’‘industria e in tale ambito vi sia una mediazione tra capitale e lavoro. Ma è una prospettiva anch’essa non più sufficiente ed addirittura fuorviante perché da un lato il capitale non è in grado di reggere mediazioni e dall’altro perché la sua caratterizzazione finanziaria è irreversibile. Occorre in conclusione un’ipotesi riformista più radicale in cui il peso si sposti dal capitale al lavoro ed in cui la finanza sia diretta “ab externo”, e così, quale forza economica dominante, trovi una direzione pubblica coercitiva. Ma il capitale concederà mai ciò? E’ necessario al riguardo un elemento devastante esogeno, intorno a cui articolare un progetto, ma al momento non facilmente individuabile, nemmeno in prospettiva (la c.d. teoria degli economisti radicali americani dell’“accelerazione” della crisi fa emergere solo il problema ma non la soluzione). Ma non solo: in fase di delocalizzazione, dematerializzazione e globalizzazione, dove si trova lo spazio per una direzione pubblica?. I risultati di un’analisi marxista che si prospetta sono evidentemente insufficienti. Ma è bene, al momento, accontentarsi di una diagnosi, rinviando la terapia ad una fase
La tutela del lavoro è ai minimi livelli. Gli strumenti di tutela sono ridotti al lumicino, la remunerazione è terribilmente bassa e le forme di elusione dei minimi diritti, anche economici, sono illimitate. La tutela del lavoro richiede un cambio di passo con un ritorno alla situazione piano piano smantellata a partire dagli anni ’80, situazione non solo da ripristinare ma anche da aggiornare e da rinforzare come si vedrà “infra”: tale cambio di passo si deve basare sui seguenti elementi, il divieto di licenziamento ingiustificato, la salvaguardia del posto di lavoro, delle mansioni e dello stipendio, e la imperatività della qualificazione di subordinazione, da intendere in senso squisitamente oggettivo. E quindi nelle recenti imprese innovative, digitali e delocalizzate in cui l’impresa fissa tutte le condizioni del rapporto di lavoro, la subordinazione sarebbe scontata in quanto la facoltà del dipendente di rispondere alle singole chiamate è solo nominale, con il rifiuto che porterebbe allo scioglimento del rapporto. Il divieto di licenziamento ingiustificato del licenziamento, proprio perché colpisce solo la mancanza di giustificazione, non è tale da produrre forme di “ingessamento” a carico di imprese in difficoltà. Il diritto del lavoro è la negazione del liberismo e nel contempo è il fondamento di una tutela dell’impresa condizionata esclusivamente ad un suo ruolo produttivo ed alla creazione di valore aggiunto per la società intera: conseguentemente, la giustificazione del licenziamento, contrariamente a quanto sostenuto da recenti sentenze della Suprema Corte di Cassazione, sussiste solo se “extrema ratio” per salvaguardare la funzionalità produttiva dell’azienda, mentre una mera convenienza economica non è sufficiente. Le forme di tutela del lavoro a cui si pensa invece da parte del mondo imprenditoriale e politico è tutt’altra cosa: si pensa, infatti, alla conferma dell’assetto liberista, sublimato addirittura dalla legittimazione dei pieni poteri dell’impresa e con forme di elasticità così estreme da annullare il lavoro quale fattore produttivo rendendolo mero strumento. La riscoperta di un “tertium “genus” tra lavoro dipendente e lavoro autonomo nient’altro è che la legittimazione dell’elusione. Forme coordinate e continuative e forme organiche di inserimento del lavoro autonomo nell’organizzazione aziendale in tanto restano autonome, secondo la configurazione qui fornita, solo in quanto il lavoratore abbia la possibilità effettiva di mantenere una propria specificità rispetto all’impresa, o per reddito in funzione di attività promozionale o per professionalità così spiccata che lo rende irriducibile all’organizzazione o per fattori similari. L’autonomia è tale solo se il lavoratore si trova in posizione di effettiva alterità organizzativa rispetto all’impresa. Il dinamismo imprenditoriale, l’innovatività tecnologica e la frammentazione del lavoro conducono ad una totale dipendenza di fatto del lavoro dall’impresa riconosciuta e legittimata dall’ordinamento che, in un’ottica di piena salvaguardia dell’impresa stessa, rifiuta di fornire uno “status” a tale dipendenza: emblematico il caso della sentenza del Tribunale di Torino sui fattorini atipici, di cui si è disconosciuta la subordinazione. Il lavoro dipendente è tale ma si tende a ridurre al minimo ed anzi ad annullare la sua configurazione soggettiva. L’unico soggetto pienamente riconosciuto è l’impresa. Il lavoro non è più un’attività ma viene derubricato a un mero strumento dell’attività, l’unica ammessa nell’economia del capitale finanziario, quella d’impresa. Il lavoro diventa natura bruta alla mercé dell’attività, senza valore intrinseco, e l’impresa è l’unica vera attività di realizzazione sia produttiva sia umana. Paradossale è la piena realizzazione, pur deformata, del materialismo storico e della dialettica materialistica (Alfred Schmidt, “Il concetto di natura di Marx”, riedito quest’anno da Punto Rosso, con presentazione di Riccardo Bellofiore, che si pone in significativo confronto rispetto alla presentazione di quarantanove anni fa di Lucio Colletti, anch’essa contenuta nel volume), con la valorizzazione della progettualità umana che appartiene al piano dell’oggetto, solo che nel materialismo storico la progettualità era del lavoro e il rapporto con l’oggetto e con la natura è per l’appunto non conflittuale e tale da non stravolgerlo. Nel capitale finanziario, la progettualità è, esclusivamente, dell’impresa e l’oggetto diventa strumento priva di valore intrinseco. E’ fuorviante il rinnovato richiamo di importanti settori del neo-marxismo all’alienazione, in quanto il lavoro non è separato dal suo oggetto ma viene schiacciato su di esso. I rapporti tra persone non diventano rapporti tra cose, ma più radicalmente sono rapporti tra un’unica attività e tutti gli altri derubricati ad strumenti: l’attività non è più produttiva e forma di realizzazione umana ma è solo dominio. Pertanto, non vi è un centralità dell’economia, quale unico fattore, come a sinistra si ritiene in modo critico, in quanto al contrario il capitale diventa solo dominio senza oggettività: l’oggettività del mercato e dello scambio evapora nel vuoto. Se le cose stanno così, è improduttivo rimpiangere il diritto del lavoro, vitale intrinsecamente ma superato dalle dinamiche storiche. Il punto vero è che l’impresa, nel momento in cui viene legittimata in modo incontrastato, non ha consistenza esiste in quanto il capitalismo tecnologico, “dematerializzato” e delocalizzato, è la manifestazione del capitale finanziario: vive di speculazione e così non tollera strutture organizzative stabili. L’impresa è in funzione del solo imprenditore. Senza impresa vi è il riconoscimento dell’attività dell’imprenditore, che alla fine non produce ricchezza se non distruggendone altra, non crea valore se non a mezzo di distruzione di altro valore, è uno speculatore, non è più imprenditore venendo privato nell’effettività dell’impresa. L’impresa può essere ripristinata solo se il lavoro condiziona l’imprenditore. Ciò con un sindacato in grado di rappresentare tutti i lavori a livello nazionale. Il lavoro viene così a collocarsi paradossalmente dalla parte dell’impresa per ripristinare l’imprenditore al posto dello speculatore. Il diritto del lavoro tra diritto di tutela dei lavoro e diritto dell’emancipazione sociale deve assurgere al ruolo di puntellare il diritto dell’impresa, vale a dire di un riformismo garantistico e con i diritti non da abbandonare ma da mantenere quali forme di tutela di fattori produttivi che devono essere sì aggregati dall’impresa ma con piena salvaguardia del loro valore intrinseco, senza che vengano depressi e mortificati. L’impresa è il soggetto attivo ma esclusivamente quale forma di oggettivazione non solo dell’imprenditore che è il pungolo, bensì anche degli altri fattori. E l’imprenditore può vedere riconosciuto il ruolo di pungolo esclusivamente se non deprime gli altri fattori e mantiene salva l’oggettivazione dell’impresa. Il soggetto è protagonista solo se esalta gli elementi oggettivi e non li travolge. Il lavoro quale aggregato dall’impresa non annulla l’antagonismo sociale ma questi non deve distruggere l’impresa, bensì contrastare la sua perdita di oggettivazione e la sostituzione dell’imprenditore con lo speculatore ed in prospettiva arrivare ad una oggettivazione in cui non vi sia altro soggetto produttivo diverso dal lavoro.
La crisi politica di quest’anno, non risolta dalle elezioni di marzo, interseca l’Europa e la finanza. Il populismo è, per antonomasia, anti-europeo, così come è contrario a tutte le istituzioni, ed anti-finanza, essendo la finanza la sede dell’”élite” economica più pericolosa. L’Europa quale vincolo stringente alla politica economica statale ed addirittura invasivo e lesivo della sovranità nazionale, si è dimostrata fallimentare, ma nessuno ha alternative effettive, correndo il rischio i Paesi deboli, in sua mancanza, di essere preda dei mercati. Ma ciò non toglie che l’Europa sia già allo sbando e senza carattere, ed addirittura non riesce nemmeno a tutelare i diritti civili e politici della Catalogna contro la repressione fascista di Madrid. Non si tratta solo di ridiscutere le fondamenta dell’Europa e di rinvigorirla, ma addirittura di mettere in discussione il modello, deficitario, per rifarlo “ex novo” Non si tratta di cercare l’Europa dei popoli contro quella dei burocrati, il che vorrebbe dire stare al piano degli “slogan”, ma di abbandonare il modello liberista, e nient’affatto sociale come qualcuno si ostina ad affermare in modo del tutto surreale, per creare una politica economica europea di natura programmatoria. Alcune uscite populiste, come la richiesta di sanatoria su parte del debito pubblico, sembrano umoristiche, ma in realtà mettono il dito sulla piaga della formazione illegale di parte del debito pubblico degli Stati deboli, determinata dal dominio delle grandi banche d’affari sugli stessi debiti pubblici. Se la difesa dell’Europa è anacronistica ed i processi di rafforzamento sono umoristici, un’azione decisa di cambiamento radicale non sembra supportata dalla situazione di fatto. D’altro canto, la finanza è diventata rovinosa ma non si può prescindere da essa. Il Presidente della Consob Nava viene da istituzioni europee e rimane legato contrattualmente ad esse, con distacco in Consob. Ciò non è scandaloso ed ha sbagliato la Lega a tentare di impugnare la nomina, in quanto l’appartenenza all’Europa richiede sinergie importanti, purché non abdicative rispetto ai valori ed agli interessi nazionali. Ebbene, quello che è veramente scandaloso è che Nava abbia valutato positivamente la normativa europea “bail-in”, invece del tutto disastrosa, che ha distrutto il sistema bancario italiano, essendo basata su un totale misconoscimento dell’essenza dell’attività bancaria. Conte, il “premier” giù candidato dei 5 Stelle, ha promesso il risarcimento dei truffati delle banche. Vi è un atteggiamento populistico ma le truffe vi sono state, per esempio. Deutsche Bank ed altre sui derivati e sulle manipolazioni di tassi e cambi, e le società di “rating” 5Stelle e Lega sono per la protesta ma sono privi al momento di natura costruttiva. Europa e finanza sono il potere distruttivo: entrambe sono manifestazioni del capitale finanziario. Il popolo contro il capitale finanziario. E’ una partita aperta, in quanto la diffusione e l’indifferenziazione, sociale e politica, dell’opposizione rende il capitale finanziario sì privo di alternative ma anche in posizione di isolamento e di accerchiamento alla fine fatali. Occorre lavorare per riunire protesta popolare e riforma propositiva antagonista rispetto al capitale finanziario. Ma non è un problema solo dei populisti. E’ un problema anche del riformismo antiliberista, che deve uscire da una progettualità astratta – tra l’altro anch’essa mancante- per porsi in funzione ed al servizio della rivolta. Il populismo di destra si sta organizzando per diventare propositivo, come dimostrato dalla indicazione di Paolo Savona a Ministro dell’Economia. Solo che la sua autonomia dal capitale finanziario alla fine si rivela dubbia, come dimostrato da tutte le altre esperienze storiche, anche recenti (Trump). Il suo limite insuperabile è che non abbandona di mira l’idea forte di ogni posizione di destra, la sintesi tra tutela del lavoro e crescita, questa basata a propria volta sul ruolo centrale imprenditoriale: alla fine tale sintesi rimette la prima alla seconda. Ebbene, è una sintesi fattibile (contrariamente a quanto ritiene da ultimo Mauro Magatti) in quanto la crescita è possibile solo se si funzionalizza il profitto ad un progetto di sviluppo etero-diretto. L’impresa, al centro del sistema, deve essere derubricata a fattore di iniziativa e di impulso in un quadro coordinato e programmato. Altrimenti, lasciata a sé stessa, viene risucchiata nelle sabbie mobili del capitale finanziario per cui crea ricchezza solo distruggendo altra ricchezza e mortificando il lavoro. Alla fine la destra populista, anche contro le migliori intenzioni, non sarà mai alternativa al capitale finanziario. La sintesi tra rivolta e riforma propositiva deve realizzarsi sul lato sinistro.