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L’ECONOMIA TEDESCA E’ IN CRISI? SEMPLICE ASSESTAMENTO O FINE DI UN’EPOCA? Featured

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L’economia tedesca, fino a poco tempo, versava notoriamente in condizioni floridissime, essendo basata su un’industria esportatrice solida, mentre negli ultimi tempi mostra segni di ristagno, anche se non univoci, ed una forte debolezza della domanda interna. Il suo sistema bancario è in forte crisi, con la banca principale, Deutsche Bank, in situazione di vero e proprio “default”, sia pure di solo fatto, e non di di diritto, in quanto sorretta da un maestoso, anche se discreto o meglio non trasparente, aiuto da parte dell’intero Paese, e non solo dello Stato. Si è tentato di presentare l’insolvenza di Deutsche Bank quale specifica ed isolata, dipendendo da un ricorso estremo ed abnorme alla speculazione finanziaria ed agli strumenti derivati più rovinosi. Tanto è vero che da tempo –come lo scrivente non si stanca di ripetere in continuazione- Deutsche Bank viene considerata da tempo quale “hedge fund” (fondo di investimento “ultra-speculativo”) piuttosto che vera banca. Tale lettura riduttiva e limitativa è stata smentita dai fatti, visto che negli ultimi tempi le banche tedesche stanno saltando come funghi, tenute in piedi dall’aiuto pubblico. Proprio per tale ragione, la Germania ha imposto un continuo –tra l’altro in pchi anni, dal 2015-2016- ed alla fine radicale ed addirittura totale cambiamento di politica e di normativa europea: dal “bail-in” che impediva il salvataggio pubblico totale delle banche in crisi e che è stato applicato solo alle banche dei Paesi deboli, tra cui l’Italia, ponendo le solide basi per la rovina oramai irreversibile del settore bancario di quest’ultima a meno di una politica economica alternativa, come mostrato in altre sedi, si è passati all’esclusione proprio del “bail-in” per i Paesi forti e poi nella stessa ottica alla concessione di maggior tempo ed elasticità per i piani di risanamento delle banche in crisi temporanea –come detto tale concessione è stata di fatto circoscritta alle banche dei Paesi forti- ed infine al superamento del “bail-in” con salvataggio comunitario peraltro sempre circoscritto alle banche dei Paesi forti, salvo per gli altri Paesi mettere a posto i loro conti, come se ad un malato non in grado di alzarsi dal letto si prescrivesse una terapia basata su almeno una passeggiata giornaliera (recente modifica del MES, ora temporaneamente congelata). I Paesi deboli non solo incontrano forti limiti nel salvataggio delle proprie banche ma anche devono partecipare finanziariamente al salvataggio delle banche dei Paesi forti. Sembrerebbe di dover ricorrere al vecchio adagio “dopo il danno la beffa”, ma è un richiamo non pertinente: meglio cambiarlo in “dopo il danno enorme ora altro danno sempre enorme”. Il vero è che il settore bancario tedesco è in situazioni disastrose non meno peggiori -e presumibilmente molto peggiori- di quelle del settore bancario italiano, solo che può contare sull’ausilio di uno Stato forte, che ora chiama in suo aiuto addirittura l’Europa. Occorre partire da tale ultimo elemento per comprendere a fondo il “caso Germania” e la sua crisi. La Germania, evidentemente consapevole della gravità estrema e dalla portata estesissima della crisi del proprio settore bancario, chiama in proprio aiuto le risorse finanziarie dell’intera Europa, che può evidentemente condizionare con il proprio potere, il quale è un vero e proprio “dominio”. La crisi del settore bancario è quindi non solo estremamente ed anzi assolutamente estesa e non circoscritta, ma anche colossale. Ma perché è caduto in una crisi così terribile il settore bancario di un Paese fortissimo e dall’economia reale ed in particolare industriale solidissima –pertanto con le industrie destinatarie solide di finanziamenti bancari pressoché sicuri-, almeno fino a pochissimo tempo fa? Il primo segno evidente è l’eccesso abnorme dell’esposizione speculativa ed in derivati della principale banca tedesca, Deutsche Bank, che è anche una delle principali banche europee e mondiali, Tale eccesso non dipende dalla megalomania tedesca di voler competere con le grandi banche d’affari americane, che è una spiegazione basata sull’elemento irrazionale, la quale spiegazione è evidentemente inadeguata per un fenomeno economico così complesso e rilevante. L’economia è scienza dalle dure regole, che non possono essere ignorate come gli economisti liberisti non mancano di ammonire contro il romanticismo di sinistra, ma gli stessi, quando in palese difficoltà, non mancano di ricorrere a spiegazioni ………………. non scientifiche. La vera ragione del comportamento suicida di Deutsche Bank è rappresentata dalla necessità di reggere il confronto con la concorrenza dei colossi americani che la hanno costretta a scendere sul loro terreno, che è quello della speculazione finanziaria. Priva di forza analoga a quella dei colossi americani, si è trovata così nella situazione di assumere le posizioni finanziarie e contrattuali deteriori. Il capitale finanziario, onnivoro –come mostrato da Marx per il capitale “tout court”-, si è sviluppato prima in virtù di oggettiva estensione, poi a carico dei risparmiatori, poi ancora a carico delle piccole imprese e poi degli enti locali, ed infine sia degli Stati sovrani -su ciò lo scrivente non si è mai stancato di insistere fino alla noia- sia delle altre banche: financo il famoso detto latino “lupus non est lupus” (lupo non mangia lupo) è stato smentito. La sfida della speculazione è stata dovuta affrontare da tutto il settore bancario con conseguenze generalmente negative: quelle banche che non sono state in grado di operare su tale terreno, essenzialmente quelle medie e piccole, hanno visto il loro spazio di mercato progressivamente e costantemente più ridotto a causa della concorrenza sempre più aspra e sempre più senza esclusione di colpi. L’enucleazione sia delle cause della crisi del settore bancario tedesco sia della sua gigantesca portata ed estensione è utile per individuare le cause della crisi dell’economia tedesca in generale. La Germania ha basato la sua economia esclusivamente sulla solidità delle proprie industrie e sulla loro forza e capacità di natura esportatrice. Ebbene, le proprie industrie, operanti in ambito pressoché esclusivamente internazionale, si sono trovate in difficoltà di fronte alla concorrenza dei colossi americani, questi ultimi ora con Trump sorretti dalla politica protezionistica ed aggressiva del proprio Stato. La carenza della domanda interna –anche i propri ceti deboli hanno beneficiato di un trattamento un po’ meno peggiore di quello registrato negli altri Paesi-, prodotta dalla politica economica tedesca, si è ritorta contro di essa. Proprio mentre versa in una situazione di crisi endemica, la Germania pensa a sopravvivere incrementando ed addirittura rendendo odioso il suo dominio sull’Europa intera, ora vero e proprio Impero Tedesco, con il supporto francese. L’imperialismo tedesco è soccombente rispetto a quelli dell’America, della Cina e della Russia. Ma perché la Germania ha trasformato l’Europa in un suo Impero aggressivo e brutale da un punto di vista economico-sociale, invece di esercitare un’egemonia rispettosa delle singole realtà in modo da sviluppare la domanda interna dell’intera Europa medesima? Certamente, la propria industria avrebbe dovuto sopportare la concorrenza dei singoli Paesi europei, ma in questo caso essa avrebbe fatto la parte del leone. La risposta è chiara ed univoca: la politica della domanda richiede il sostegno economico a favore dei ceti deboli, vale a dire una politica economica di natura sociale, che il capitale finanziario non può assolutamente tollerare. Mentre il capitale industriale aveva nelle sue corde, o comunque non escludeva, il sostegno economico dei ceti deboli, il capitale finanziario risponde ad una logica affatto opposta, in quanto esso si accumula in via autonoma utilizzando qualsivoglia situazione economica, anche negativa per l’economia in generale. Tale risposta si rivela, a modesto avviso dello scrivente, idonea a fare giustizia della tesi che riconduce lo scontro tra imperialismi ad una dimensione prettamente politica e vede così la Storia attuale quale trionfo della politica, anzi della Politica: ed è così idonea a giustificare l’atteggiamento dello scrivente che non riesce ad appassionarsi sugli scontri tra Imperi e Nazioni e a monte sul contrasto tra Imperialismo e Nazionalismo. All’esatto contrario di quello che sostiene tale tesi, è il capitale finanziario che determina la politica ed indirizza l’imperialismo, privo di caratterizzazione produttiva, come invece nell’analisi marxista, ed anche di natura intrinsecamente politica. Lo scontro tra America e Germania –ed Europa-, che ha visto il trionfo della prima ha avuto come terreno di scontro sia l’ambito industriale sia quello finanziario, il che già smentisce la tesi di cui sopra sulla natura intrinsecamente politica dell’attuale imperialismo. La scelta, netta e senza correzioni dell’imperialismo invece di un‘egemonia di natura sociale da parte della Germania conferma che tra i due settori la natura decisiva è rivestita dalla finanza, poiché invece l’industria si sarebbe indirizzata in un senso quanto meno più problematico.
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