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Syriza delenda est

Tonino D’Orazio 2 luglio 2015

Tutti hanno capito che la “crisi” greca non è una questione economica. E’ il tentativo politico di un popolo di liberarsi dalla cappa neofascista ed economica del neoliberismo rampante. Syriza è un vero pericolo se dimostra, con il popolo greco, che un’altra via, una alternativa, sia possibile in Europa. Dal punto di vista finanziario un paese che rappresenta il 2% del Pil europeo non può essere un “pericolo”, così come tutti media e i giornali, all’unanimità, cercano di inculcarci. Tsipras e Syriza diventano il granello di sabbia che fa deragliare la bella costruzione neofascista euro-tedesca. Da lì l’accanimento delle oligarchie che hanno preso il potere totale sui popoli, gli stati e le costituzioni dei vari paesi d’Europa. Syriza è la dimostrazione, nuda e cruda, che la democrazia è incompatibile con questo sistema, questa Europa a trazione ladresca e bancaria. Quindi va distrutta, delenda, cancellata. La tecnica di soffocamento da parte della Troika di Bruxelles, per chi ha voluto vederla lucidamente, si è arenata davanti alla democrazia, al referendum popolare su una questione vitale, già impedito al precedente governo servo di socialisti e destra, comunque responsabili della miseria attuale. Così come è avviata l’Italia e altri paesi europei, presto o tardi. Chi è forte mangia i deboli, legge darwiniana alla base di questa Europa. I proprietari dei soldi non sanno esattamente cosa fare, anche se Draghi ha promesso loro che stamperà tanti euro quanti ne saranno necessari pur di non sottostare lui e le banche al “ricatto” di Tsipras di non poter pagare il debito. Infatti le borse si abbassano e si alzano ad ogni falsa o pilotata informazione. Addirittura il terrificante spread in questi giorni è diminuito (vacci a capire!). Spesso più per le parole di Obama che “rassicura” che la Grecia non cambierà mai campo. Quanto ai media non possono che impaurire i capitalisti italiani. Tanto, ma cosa importa, ai quattro/quinti degli italiani della Borsa. Dovrebbero invece preoccuparsi della Cassa Prestiti e Depositi, dove sono conservati i loro risparmi postali, perché dalla settimana scorsa è passata in mano (termine pauroso) ad un presidente “nuovo” proveniente da Goldman Sachs, ormai il nostro “padrino” internazionale. La volpe nel pollaio. E’ una questione politica. Le destre europee pensavano di essere riuscite finalmente ad abbattere il concetto di sinistra e di solidarietà imponendo la competizione e homo homini lupus (letteralmente "l'uomo è un lupo per l'uomo"), a tutti i livelli delle società. Il risultato è una cannibalizzazione che sicuramente finirà con “l’essere divorati” di molti. E’ la teoria attuale del pensiero unico.

Siamo nel ridicolo di una trattativa durata mesi ed ogni volta come “l’ultima possibilità di un accordo” (20 sicuramente solo negli ultimi mesi), per “salvare” la Grecia, “offerto” a Tsipras, finché siamo arrivati alla scadenza. Anzi proprio alla scadenza una esile donna (“Se non vieni a Lagardère, Lagardère verrà da te”. A. Dumas) ha puntato ferocemente il dito e fatto saltare tutto. Non bastava quello che con difficoltà estrema stavano ancora concedendo, e grazie al Financial Times abbiamo avuto sotto gli occhi gli impegni lesivi per i diritti umani che doveva sottoscrivere Tsipras mentre nella stanza accanto la Troika “trattava” con i responsabili politici delle opposizioni greche un possibile ribaltone. Magari potenziando, come negli altri paesi europei, le destre più retrive per qualche furtivo colpo di stato morbido, meglio, arancione. Si sono accorti della pericolosità contagiosa (vedi Podemos in Spagna e M5S da noi) di un popolo avviato e mantenuto nella miseria e che se ne accorge. Il ridicolo che si è tentato di portare su Tsipras, il giorno dopo che il parlamento greco aveva approvato il referendum, è opera di Junker, chiedendo di sospendere il referendum e “riaprire” la contrattazione. La posta era di ridicolizzare o il parlamento greco o Syriza. Giustamente Tsipras sta ancora valutando. Intanto alla Lagarde si è smorzato il sorriso quando Tsipras ha detto che avrebbe voluto ma non aveva soldi per rimborsare il Fmi. Quei pochi che aveva erano per pagare stipendi e pensioni, oltre a rendere gratis per un po’ l’energia elettrica e cibo per tutti. In quanto ai soldi liquidi il popolo l’aveva già ritirato da un paio di settimane dalle banche, quelle contingentate. (Altra coltellata alla impostata sacralità delle banche che “non possono fare quello che vogliono”). L’altra parte del ridicolo sta proprio nel fatto che “il lattaio che uccide la propria vacca” non deve essere molto intelligente e forse solo un banale e prepotente iroso. A meno che abbia altri obiettivi.

Quante belle frasi siamo costretti a sentire da tutte le reti televisive sulla situazione greca. Tsipras fugge dalle sue responsabilità (troppo democratico); bisogna riportare i greci alla ragione (un po’ più alla fame); comunque bisogna pagare i propri debiti (ma quali e a chi?); senza l’euro la Grecia va verso il caos (Ognuno parli per sé. Tsipras non vuole né uscire dall’euro né dall’Europa, vuole solo dilazionare il debito perché non può pagare. Fortuna che noi invece, per dilazionare, abbiamo Equitalia e per sperare Renzi); vivono al di sopra dei propri mezzi (due terzi della popolazione è ridotta alla fame, parola che ancora non comprendiamo bene in Italia, ma sta venendo avanti. Momentaneamente siamo soltanto a 14 famiglie su 100 che non hanno soldi a sufficienza per garantirsi cibo ogni due giorni); oppure l’irriverente e offensiva Panorama (rivista ex socialista passata a destra) di questa settimana; lo sfottò della Merkel perché giustamente i poveri hanno sempre torto (“non si può salvare la Grecia se non lo vogliono”); il Renzi (“a noi non ci tocca”) coperto da Draghi; oppure i ridicoli e parossistici abbassamento di vari rating bancari americani (“fate quello che volete, se non ho soldi, non ve li posso ridare”). Insomma questo semplice concetto di socialismo e di democrazia che rinasce sta dando un così enorme fastidio. Eppure cosa si aspettavano. Si tratta solo di arrivare in fondo al barile, e loro non lo hanno ancora capito, sicuri di aver stravinto contro le democrazie antifasciste, anche se retro borghesi e capitalistiche. Quando il limone è spremuto c’è poco da fare se non mangiare anche la buccia. Incatenare o uccidere la mucca. Aspettiamo questo referendum, sapendo che sul principio non ci si può fare scippare da una banda di tecnocrati non eletti da nessuno e, visti i risultati, da considerare pazzi o al limite della delinquenza, la democrazia, sempre faticosa da riconquistare una volta persa. Immagino che i Greci ci stiano provando, anche per noi e una Europa vera e solidale come la vorremmo e la storia ci impone. Ecco perché hanno tutti contro e vanno difesi. Poi toccherà anche ad altri.

Ne “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, all’avvio vi è una celeberrima frase di Marx che pressappoco recita: “La Storia si ripete sempre due volte, la prima in tragedia, la seconda in farsa”. Come spiegare diversamente la situazione economica e finanziaria attuale? Ebbene, dopo il disastro del 2008, vale a dire dopo la crisi finanziaria più grande di tutti i tempi (maggiore di quella del ’29), risanata con l’intervento pubblico, poiché non si solo non si è sanata la crisi, addirittura aggravata, ma nemmeno si è agito sulle sue cause, e la finanza speculativa è sempre più estesa, adesso è proprio la stessa finanza che chiede controlli, al fine di evitare un ulteriore disastro, questa volta presumibilmente fatale per l’economia intera.

La crisi del 2008 è stata endogena e non esogena, vale a dire ha trovato la sua causa nelle disfunzioni del sistema e nella mancanza di limiti alla massimizzazione del profitto che ha favorito la speculazione più sfrenata, alla ricerca di mega-profitti, nella serena, ed anzi gioiosa, consapevolezza che i correlati abnormi rischi potevano invece essere traslati sui terzi e sul mercato. Così la speculazione ha provocato la crisi di intermediari e la mancata esecuzione di contratti di derivati, con conseguenze deflagranti sul mercato e su altri intermediari, ma ciò non è bastato e così contratti ultra-speculativi hanno messo in ginocchio le piccole imprese e gli enti locali, ma anche questo non è bastato e così si sono messi in crisi Stati sovrani sia con “credit default swap”, crediti derivati stipulati contro i debiti pubblici, sia con derivati rovinosi conclusi con il Tesoro, ma anche questo non è bastato, e così derivati rovinosi sono stati stipulati a carico di banche, come MPS in Italia. Per la serie: banche che distruggono altre banche; la speculazione si ritorce contro chi la ha elaborata.

La speculazione, come mostrò impareggiabilmente Rudolf Hilferding, ne “Il capitale finanziario” nel 1910, non è opera di malvagi, come invece tende a semplificare la “vulgata” e basti pensare a “Wall Street”, ma è una caratteristica del sistema ed è diventato il “core business” delle banche più grandi ed importanti. La grande finanza è diventata speculativa e rovinosa ed addirittura illegale ed anzi illecita, con manipolazione di cambi e di tassi in modo generalizzato: gli scandali della finanza non sono più dovuti solo a operatori marginali ed arrampicatori come invece negli anni ’80 e ‘90.

Non è quindi un paradosso che regole più stringenti atte ad impedire abusi vengano chieste dalla stessa finanza e, in particolare, all’interno di questa, dai settori più consapevoli e razionali che temono abusi a loro carico e addirittura a danno dell’intero mercato e dell’intera economia. E’ la dialettica intorno al capitale, come mostrato impareggiabilmente da Lenin in “Imperialismo fase suprema del capitalismo” (secondo la lettura suggestiva e acuta di Luca Meldolesi, “La teoria economica di Lenin”, Roma-Bari, 1981)), che pensava di debellare con un intervento politico esterno. Il problema è invece molto più complesso.

La dialettica all’interno della finanza è sintomo di una tendenza al disastro totale del sistema dovuta al dominio totale del grande capitale ed alla mancanza di limiti all’azione devastatrice di questi, che ormai avviluppato in una spirale perversa per sopravvivere deve alimentarsi anche a danno di componenti e di settori a sé vicini. Si tratta non di trovare una soluzione politica ma di aggregare questi settori ad un assetto alternativo. Il punto di partenza per combattere la speculazione non è quindi rappresentato dalla penalizzazione della finanza, con nazionalizzazioni od altre forme più morbide, comunque sempre finalizzate a ridimensionarla, tra cui rientra la separazione tra l’attività bancaria di deposito e l’attività bancaria di investimento, ma consiste nella piena valorizzazione dell’imprenditorialità bancaria con repressione pesante e severa dei gravi abusi e dei comportamenti sfocianti in operazioni speculative rovinose.

La separazione tra imprenditorialità sana ed abusi non può essere frutto di interventi estemporanei vista la naturale tendenza della finanza alla speculazione ed all’illecito: di qui il secondo passo, costituito dall’introduzione di un sistema di programmazione pubblica penetrante ed incisiva tesa a limitare ed addirittura condizionare ed indirizzare il grande capitale. Non si tratta di stabilire la dialettica tra grande capitale finanziario e banche medie e piccole, in quanto il nodo non è di natura concorrenziale ma attiene ad un nuovo modello di sviluppo in cui l’imprenditorialità sia valorizzata solo se tale da portare valore aggiunto all’economia ed alla società e quindi utile socialmente, e non abusiva. Che poi gli abusi vengano realizzati dalle grandi imprese in quanto dotate di potere di mercato idoneo ad imporre condizioni agli utenti ed ai concorrenti non rileva, in quanto il rimedio non è di tutelare lo spazio di mercato dei piccoli e dei medi ma in un’ottica più ampia di vincolare rigidamente le imprese, di qualunque dimensione esse siano, a modelli comportamentali razionali e corretti.

Tonino 6 giugno 2015.

Quella economica, che sembra aver offerto alla secolare ideologia imperiale teutonica, finalmente, uno sbocco di forza e di sopraffazione sui paesi confinanti. Di nuovo, in Europa, nasce una Nuova Resistenza, non armata, ma altrettanto politicamente forte. Di nuovo diventa di elite ma sembra già trascinare in “rivolta” i popoli sottomessi e portati alla miseria. Per questo, i bagliori di gruppi politici “contro” si accentuano e piano piano travolgono i “collaborazionisti”. Prima in Italia il M5Stelle (2013), poi Syriza (2014), adesso e a novembre Podemos in forte ascesa, la nuova e refrattaria presidenza della Polonia che rifiuta la trappola tedesca dell’euro, l’Irlanda già più volte massacrata (si vota nel 2016) e ricondotta all’ovile ricacciandogli in gola due referendum popolari, presto (2017) la perfida Albione per i tedeschi cioè la Gran Bretagna con l’incognita Scozia, se non il Front National francese a breve (fascista o meno, ma intanto sul filo conduttore anti Germania e anti questa Europa). Ricordo che bisogna considerare fascismo tutte le formazioni politiche e i governi, indipendentemente dalle loro sigle e dalle chiacchiere, che affamano il popolo, sull’ideologia dell’austerity, e tolgono ai cittadini tutti i diritti democratici possibili e la dignità del proprio lavoro, massacrano le etnie più deboli, anche psicologicamente (vedi Rom, Immigrati e votanti illuminati di Salvini).

Dobbiamo comunque sempre parlare di una Europa tradita nei suoi valori comunitari, nella sua particolare storia di costruzione sociale tesa a diminuire le disuguaglianze, quindi diversa da questa Unione bancaria ai fini strumentali di sfruttamento delle popolazioni che ha abbracciato il deleterio modello nord americano, e che si sta prostituendo ai loro principi imperiali con il TTPI. Di un nuovo bagliore europeo che cerca di rianimare l’aspetto umano degli individui nella società che, scontrandosi appunto, diminuisce lo strapotere dei numeri e degli egoismi che stanno divorando l’esistente. A riattivare la sensibilità delle persone e la solidarietà in un tessuto sociale addormentato e addomesticato. Tutto è diven¬tato “imma¬gini, algo¬ritmi, fero¬cia mate¬ma¬tica e accu¬mu¬la¬zione del nulla nella forma del denaro”, ci dice sinteticamente lo scrittore Franco Berardi.

Se una analogia possa essere fatta avremo di nuovo tutto da ricostruire, come nel 1945, sulle macerie di questa guerra sociale ai popoli, in termini economici, sociali e psicologici. Vi potrebbero di nuovo essere dei tribunali di popolo a condannare i “collaborazionisti” della strana guerra al proprio popolo, e della svendita dei propri tesori, dei beni comuni, anche se in Italia non c’è pericolo, tra condoni e epurazioni mancate, molti se la caverebbero per poter ricominciare.

Se un’altra analogia della storia possa essere proposta è quella della guerra ancestrale della Germania alla Russia. Ne è sempre uscita con le ossa rotte, eppure, testardamente ci riprova ogni volta, trascinando, questa volta in chiave economica, tutta la sua corte europea, al servizio servile del suo amico americano. Le sanzioni alla Russia si stanno rivelando un boomerang per tutti, sia economico che geopolitico spingendo inoltre questo paese europeo verso l’est, e rinfocolando un normale nuovo rancore verso di noi tutti. Tanto da far formulare una lista di “terroristi” europei russofobi ad alto livello. Certo che la potente Russia darebbe fastidio alla prepotenza, parimenti nazionalistica, germanica, quindi abbiamo una Europa inclusiva per i paesi poveri facili da addomesticare al neoliberismo e esclusiva per un altro grande popolo europeo, che tra l’altro non può sicuramente più essere tacciato oggi di comunista, come se fosse identico al fascismo. Stiamo aspettando che le rivoluzioni fasciste chiamate “arancioni” scombussolino qualche altro paese ex est, magari come la Macedonia, tagliando dal mare Mediterraneo i serbi, ancora un po’ troppo cocciuti.

Però il riavvicinamento della Russia non piace al nostro padrone nord americano. Eppure manca ancora alla Germania il riarmo militare. Ma presto, se deve fare il gendarme in Europa al posto degli americani (e degli inglesi) occupati in tutto il mondo, e soprattutto a tamponare la Cina e l’India nell’est del globo, ne avremo presto notizie per il tramite della Nato, strumento militare sostituitosi alla politica, e a guardar bene non più viceversa.

Se questa è la linea possibile si capisce che la Gran Bretagna voglia in parte sganciarsi, come ha fatto con l’euro premonitore. Non si sono mai fidati dei tedeschi e si capisce, perché dopo le ultime due guerre mondiali hanno ancora qualche ricordo. Sanno che dopo tocca alla loro economia, anche se hanno ancora spazi enormi di accumulazione con la propria egemonia politico-imperiale nel Commonwealth. Ma la Germania ha già il suo impero economico, anche con l’euro, che sono i paesi del centro Europa ex est, sempre più legati e dipendenti. I britannici non vedono di buon occhio questo stretto e servile legame della Francia con la Germania. Tra l’altro si sono proposti, per i soldi non perdono mai il nord, di entrare anche loro nella Nuova Banca di Sviluppo mondiale dei Brics. New Development Bank BRICS (NDB BRICS). Insieme alla Grecia.

Nel frattempo sono entrati nella AIIB, insieme a Francia, Italia e Germania, l’istituto finanziario promosso dalla Cina per costituire – secondo gli Usa – un’alternativa alla Banca Mondiale di Washington e all’Asian Development Bank, sponsorizzata dall’America. Fuori sono rimasti, ma non per molto, la Corea del Sud, il Giappone e l’Australia. Molti danno la colpa a Obama, al crepuscolo, che sta facendo perdere agli Stati Uniti occasioni formidabili nel mondo, ma soprattutto il ruolo di nazione-guida, malgrado tutte le guerre innescate. Come se non si fossero resi conto di un mondo diventato politicamente ed economicamente multipolare, soprattutto perché uno solo al comando del mondo sta solo nella fantasia sfrenata di dittatori vari della storia. Germania e Merkel comprese. Tra l’altro, i tentativi non hanno mai funzionato per molto tempo.

Non serve ammirare la Germania perché, forse, il suo Pil, per il 2016 (sempre al di là da venire), sarà dell’1,7%. Avrà semplicemente cannibalizzato i paesi intorno, (i cui Pil non si scostano dallo zero virgola), quelli a cui vende più del 70% dei suoi prodotti e che presto non ce la faranno più a comperarli. E’ questa la guerra che sta perdendo e che ci trascinerà tutti al disastro, come l’altra volta.

Sul Trattato per la liberalizzazione del commercio relativo all’Atlantico si è detto tutto e il contrario di tutto: ora si è aggiunto il Trattato per la liberalizzazione relativa al Pacifico; sono Trattati con problematiche ben diverse ed anzi sotto molti versi opposte. Nel primo caso si tratta di accordo funzionale al grande capitale secondo l’egemonia politica dell’America. Nel secondo caso vi è un duopolio, di natura antagonista, tra America e Cina.

Quando sembrava che entrambi i Trattati fossero alla prossima definitiva approvazione, ecco il duplice colpo di scena, con opposizione ad essi da parte del Congresso, che rappresenta una sconfessione di Obama, il tutto in virtù di ruolo determinante della componente più progressista dei democratici, in chiave antiliberista, soprattutto per il Trattato relativo all’Atlantico. Di fronte ai toni preoccupati di Daniele Taino su “Il Corriere della Sera”, che ha evidenziato gli effetti benefici della liberalizzazione del commercio, vi è stata l’approvazione del blocco da parte di Guido Rossi su “Il Sole 24 Ore” (lo stesso giorno, 14 giugno), che evidenzia la lesione dei diritti dei lavoratori e cittadini da parte dei Trattati. Districarsi in questo guazzabuglio non è facile. Il dato di fatto è che la liberalizzazione del commercio applica, ed anzi esegue, in modo coerente la globalizzazione e l’internazionalizzazione, che sono attecchite da decenni, contestualmente alla crisi endemica ed irreversibile dello Stato-nazione.

Ha così ragione Taino quando evidenzia la velleitarietà delle critiche ai Trattati, che non a caso costituiscono la logica conseguenza di un processo ormai inarrestabile. Quello che Taino trascura è che la globalizzazione e l’internazionalizzazione si sono dimostrate fallimentari e non solo inique ed arbitrarie ma hanno anche creato un sistema inefficiente e rovinoso dove il grande capitale, libero da limiti, punta alla massimizzazione del profitto con la generalizzazione di operazioni ultra-speculative, i cui rischi abnormi vengono traslati sul mercato e sui terzi. Trascura altresì Taino che la logica del commercio internazionale, nel momento in cui non ha trovato limiti da parte degli Stati-nazione, tutto è tranne che oggettiva e basata su regole, ed anzi richiede necessariamente l’appoggio dell’imperialismo americano, con cui convive, e che a propria volta non è in grado di formare un sistema od anche di elaborare un insieme di regole inter-nazionali. Ed il paradosso è che il blocco dei Trattati viene non da limiti interni all’Occidente, vale a dire da ribellione contro l’arbitrio, ma dai rapporti tra America e Cina. E’ il blocco del Trattato sul Pacifico che trascina quello sull’Atlantico e non viceversa. Decisivi sono i limiti esterni all’Occidente e quindi all’imperialismo americano.

La globalizzazione vince ma quale sistema dell’arbitrio e dell’inefficienza. Il blocco dei Trattati diventa così un messaggio chiaro e forte, un’ammonizione, ma deve essere chiaro a tutti che non vi sono alternative ad essi in quanto la crisi dello Stato-nazione è irreversibile, ed un nuovo diritto cosmopolita, su cui insiste in modo molto persuasivo e raffinato Guido Rossi, è privo di basi financo a livello prospettico.

I punti critici sembrano rappresentati da un lato dal caos internazionale, e quindi dai limiti esterni all’Occidente, e dall’altro dalla rovinosità del capitale finanziario, e quindi dai limiti interni all’Occidente: ma è solo apparenza, in quanto la realtà è ben diversa, almeno per buona parte. Se il caos internazionale è senza soluzione, in quanto i contraddittori dell’imperialismo americano non sono forieri di un nuovo ordine, il vero nodo è quello di trovare all’interno dell’Occidente dei limiti al capitale finanziario, per restringerlo in confini ben delimitati e così dirigerlo e controllarlo. Ma all’interno dell’Occidente forze in grado di porre tali limiti non vi sono.

Il blocco dei Trattati rappresenta in definitiva un’ammonizione e un occasione per porre in discussione il sistema della globalizzazione e più a monte del capitale finanziario. Ma non ci si può e non ci si deve illudere pensando che i movimenti di protesta interni all’Occidente siano stati in grado di provocare tale blocco, in quanto la realtà è ben diversa, ed anzi si colloca all’opposto. Il capitale finanziario è rovinoso ma non ha limiti al proprio interno e con la de-materializzazione, la globalizzazione e l’internazionalizzazione ha disintegrato la lotta di classe, vale a dire i limiti al proprio esterno.

I veri punti di riflessione e di lotta sono questi, ed entrambi all’interno dell’Occidente. L’analisi marxista, quale integrata da Hilferding, si è rivelata giusta, ma si è illusa nel momento in cui ha pensato che il capitale fornisse elementi per abbatterlo. Al contrario, è il capitale che ha abbattuto gli ostacoli. Da qui bisogna ripartire.

Proponiamo questo scritto degli inizi del 2013 del Professore Nando Ioppolo

A mio avviso il recente risultato elettorale si spiega facilmente se si accetta di correggere due gravissimi errori interpretativi che sono stati fino ad oggi compiuti sistematicamente dall’intera sinistra occidentale, a dispetto della loro elementarietà. Errori che richiamandosi a vicenda danno una apparente logicità che, in realtà, non sussiste, e, infatti, viene smentita dai risultati elettorali, ma, ciò nonostante, non viene colta per intervento di un tipico errore psichico umano, la stereotipia, ovvero, di fronte all’insuccesso, la tendenza a ripetere il medesimo errore logico in quantità crescente anziché coglierlo e prendere la direzione opposta. Un po’ come quando non riusciamo ad aprire la serratura della porta di casa nostra e invece di controllare se non abbiamo per caso sbagliato la chiave, forziamo la serratura fino a romperla. Vediamoli:

A)il primo gravissimo errore che è stato sistematicamente commesso in tutti i decenni passati sia dalla sinistra storica che da quella di area, consiste nel credere che la sinistra possa vincere solo proponendo ai moderati un programma di centro-sinistra, ossia moderato, e non un programma progressista. Meno che mai uno rivoluzionario.

B)questo errore non sarebbe così tragico se non si associasse ad un altro ancor più grave errore: non accorgersi che invece di proporne uno moderato se ne sta proponendo in realtà uno fortemente reazionario.

Orbene, un programma è reazionario, moderato, progressista o rivoluzionario non perché lo si chiama così, ma solo se lo è nei fatti. Purtroppo, per ragioni che mi sfuggono, da almeno 40 anni si insiste a ritenere moderato un programma che propone, per limitarmi qui alla disamina delle proposte più sfacciatamente reazionarie, la indiscutibilità della spaventosa sperequazione distributiva attuale quale condizione necessaria per la sopravvivenza del sistema, e, quindi, di tutti, e, nel contempo, l’idea “sorella” che si possa distribuire socialmente solo ciò che prima si è prodotto grazie alla massima efficienza produttiva possibile da conseguire, a sua volta, esclusivamente sul fronte del costo del lavoro.

Ne discende infatti la accettazione:

1)della idea imperialistica e antisociale che si debba cercare di comprimere indefinitamente retribuzioni, welfare e civiltà del lavoro al “lodevole” fine di esportare nei paesi “fratelli”, insieme ai propri beni e servizi, anche tutta la disoccupazione e tutti i fallimenti che inevitabilmente comporta la mancata produzione nazionale di quanto viene soppiantato dalle proprie esportazioni;

2)della più infame detassazione dei ceti possidenti;

3)della insensata indiscutibilità degli alti interessi creditizi, degli alti premi assicurativi e, in genere, delle alte tariffe e degli alti prezzi fissati dai cartelli, nonché degli alti canoni locatizi;

4)dei paradisi fiscali e della ambigua tolleranza verso la grande evasione, dietro il paravento del giustizialismo verso tutta la evasione, inclusa quella “stracciona”, ovvero di quelle partite-IVA che evadendo portano a casa si e no 1000-1500 euro al mese, o anche molto meno, com’è, ad esempio per le lezioni private e per le prestazioni dei “lavoratori della domenica” (idiozia giustizialista responsabile della imperitura frattura tra i lavoratori dipendenti e quelli autonomi, su cui fondano buona parte delle loro fortune elettorali la destra sociale e il berlusconismo);

5)di un ingenuo terzomondismo di estrazione catto-comunista che vuole accogliere senza limiti gli immigrati senza accorgersi che la tolleranza verso la immigrazione selvaggia è solo irresolutezza verso il crumiraggio internazionale voluto dai reazionari insieme alle delocalizzazioni selvagge per abbassare il prezzo della vita in Italia e smantellare il più velocemente possibile retribuzioni, welfare e civiltà del lavoro (facendo una seconda volta la fortuna di chi pesca senza scrupoli nella xenofobia più becera);

6)di un ambiguo garantismo che travalica i giusti limiti imposti dalla civiltà giuridica fino a divenire irresolutezza connivente verso la criminalità organizzata e, soprattutto, verso le corruttele politico-amministrative che si dice di volere debellare, senza poter essere creduti a causa della genericità dei mezzi suggeriti, oltretutto marchianamente smentiti dal troppo voto di scambio e dalla realtà della fitta rete di clientele partitiche e sindacali legate al sottobosco governativo nazionale e locale (facendo per la terza volta la fortuna di chi pesca senza scrupoli nel giustizialismo più becero e forcaiolo, con l’unico limite dell’essere anch’essi ambiguamente inseriti nella medesima rete di clientele);

7)in definitiva, la accettazione, in nome di un malinteso senso della “modernità”, delle più indigeste regole del pensiero liberista, il così detto Pensiero Unico in economia, quali la globalizzazione più estrema, e, quindi, la più assoluta deregulation borsistica, a dispetto della palese ingiustizia e della estrema nocività della speculazione finanziaria, e la più assoluta deregulation valutario-doganale, a dispetto della continua e tremenda fuoriuscita dall’Italia di tantissime aziende, e, parallelamente, della invincibile concorrenza, palesemente “sleale”, delle imprese delocalizzate che producono sottocosto nel massimo dispregio della natura e dell’uomo con la pretesa di esportare poi nei tradizionali mercati del nord capitalistico il 95% della produzione così conseguita, con gravissimo danno delle imprese nazionali, (per l’ennesima volta, a vantaggio di chi mescola senza scrupoli xenofobia e nazionalismo).

Nel contempo, la sinistra più estrema rifiuta in toto il capitalismo senza però discutere “scientificamente” questi assiomi, non ritenendo che meriti interesse occuparsi del funzionamento concreto di un sistema che reputa guasto dalle radici e ormai decotto, cogliendo a sproposito, e messianicamente, in ogni crisi, piccola o grande che sia, gli immancabili segni del suo prossimo e agognato crollo per effetto della marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto.

Conseguentemente, quando chiede ridistribuzione sociale lo fa con motivazioni esclusivamente etico-politiche, e, dunque, senza minimamente mettere in dubbio la tesi liberista che così facendo si accelererebbe quel crollo del capitalismo che i più temono e che solo loro agognano, con ciò stesso agevolando la destra reazionaria che si nasconde dietro il moderatismo della UDC e dei montiani, e perfino il “voto utile” che inchioda il PD alla sua suicida posizione reazionaria.

E purtroppo, così non si coglie l’alleanza storica oggi in atto tra la rendita creditizio-finanziaria e l’extra-profitto oligopolista, da una parte, contrapposti all’intero mondo del lavoro, costituito dalle piccole e medie imprese e dai lavoratori. Non si coglie cioè la realtà storica, economica e sociale della irriducibile contrapposizione di classe tra la rendita dei trust finanziarizzati (data dalla somma della rendita creditizio-finanziaria con l’extraprofitto da incetta, quello “da oligopolio” delle multinazionali), interessata alla deflazione recessiva e regressiva indefinita, da una parte, ed il profitto marxiano (quello “da ricarico” della piccola e media impresa e della piccola borghesia autonoma), unito alle retribuzioni da lavoro dipendente, interessati alla espansione keynesiana in regime di inflazione “controllata” e vincoli borsistici, valutari e doganali, dall’altra.

E’ per questo complesso di equivoci che né la sinistra di area né quella “storica” colgono la assoluta necessità tattica di conseguire la unità dell’intero mondo del lavoro in funzione anti-rendita e commette il più tragico degli errori scientifici, quello di rifiutare il keynesismo, l’unico armamentario scientifico che pur consentirebbe di bloccare la deflazione recessiva e regressiva che da ormai 30 anni sta rapidamente distruggendo l’economia mondiale a partire dalla sua tradizionale roccaforte, quell’occidente capitalistico che si era dato la eccezionale forma giuridica delle socialdemocrazie uscite dalle macerie della seconda guerra mondiale.

Così facendo, pertanto, si fa solo il gioco della rendita creditizio-finanziaria internazionale e delle multinazionali, e della fascia più alta dei ceti possidenti, loro naturali alleati, e si rimanda continuamente nel tempo ogni chance di cambiamento.

Perché stupirsi, allora, se buona parte dell’elettorato di sinistra, sia progressista che rivoluzionario, è profondamente disorientato tra la accettazione supina dei principi del liberismo, esplicita (da parte della sinistra storica) e implicita (da parte di quella di area), e, di fronte alla prospettiva di scegliere tra le politiche reazionarie della sinistra “liberista” e le promesse messianiche di una palingenesi socialista o pseudo-tale di cui nessuno riesce a delineare con un minimo di precisione le linee guida, memore delle delusioni del socialismo “reale”, vota solo in piccola parte le forze di “testimonianza socialista” e finisce per rifugiarsi a preferenza nel non-voto, convergendo per il resto, rassegnato, sul voto-utile?

Perché stupirsi, ancora, che sia i progressisti che i moderati pensino che dalla sinistra di governo ci si può attendere solo l’accettazione supina delle antisociali ricette liberiste della Troika, e, dunque, il permanere della attuale abnorme sperequazione distributiva, l’aumento indefinito di disoccupazione e decozioni, con, al massimo, una parziale tenuta di un welfare che, però, sarà sempre più “straccione” e “maneggione”?

E poi c’è il nodo difficilissimo da sciogliere di quei moderati che sono fortemente meritocratici, e pertanto ostili verso ogni forma di appiattimento dei meriti, sia quando avviene per effetto della arroganza di chi “ha i soldi”, com’è quando nel capitalismo la rendita prende il sopravvento sul profitto “da ricarico”, sia quando avviene per il prevalere di scelte politiche collettivistiche, com’è nel socialismo “reale”. Costoro provano in prevalenza ostilità/diffidenza sia verso la prassi sindacale delle rivendicazioni “orizzontali” anziché premiali della professionalità, sia verso tutto ciò che è pubblico, e, ancora, se non lo sono esse stesse, quanto meno simpatizzano per le partite-IVA. Gli errori politici costantemente ripetuti dalla sinistra nei loro confronti li ha sino a ieri cacciati a forza tra le braccia della destra sociale e della destra berlusconiana, non perché siano loro simpatici i trust e i colossi bancari o la finanza, verso cui il berlusconismo è troppo accondiscendente, o perché siano forcaioli e xenofobi, ma solo perché dovendo scegliere tra un mercato in cui prevale la rendita e un sistema pianificato, finchè nessuno propone una terza soluzione, scelgono obtorto collo il secondo.

Il quadro si fa ancora più intricato nel momento in cui si nessuno si batte davvero contro la speculazione finanziaria e contro i trust, contro le delocalizzazioni e contro la concorrenza “sleale” delle multinazionali delocalizzate, per uno sviluppo economico che non sia basato sul modello liberista “bassi salari + esportazioni”, proponendo invece alternative scientificamente credibili all’attuale architettura creditizio-finanziaria e all’Europa di Maastricht. In queste condizioni, la diffusa ostilità verso i “sacrifici” sostenuti dai montiani e dalla Troika e la diffusa convinzione che queste politiche siano di fatto fallimentari, assume la forma prepolitica di un antieuropeismo ingenuamente nazionalistico, mentre i tempi sarebbero invece ormai maturi per il successo di quella forza politica che avanzasse un diverso modello capitalistico e un diverso progetto di Europa. Anzi, nell’assenza di modellizzazioni keynesiane, o quanto meno di fronte alla scarsissima diffusione presso scienza, media e politici di questo genere di posizioni, sostenute solo pochi Nobel e da bloggers, si assiste alla fuga nel fantastico con un fiorire di visioni neobucoliche e malthusiano-ecologiste che alzano l’asticella oltre ogni limite, proponendo salti nel buio quali l’abolizione del denaro, il ritorno a piccole imprese indipendenti con stato quasi inesistente e simili, nonché l’idea, in realtà geniale nella sua accezione keynesiana (v. appresso), della “decrescita felice”.

Tendono così a convergere in modo assai atletico chi è ormai rassegnato a un lento quanto inarrestabile declino del capitalismo e tenta quindi soltanto di salvare il salvabile, e chi spera che così si possa compatibilizzare la società moderna con i fermi limiti imposti dalla natura e della limitatezza delle risorse non rinnovabili, entrambi schieramenti “stranamente” favoriti mediaticamente dalla elite creditizio-finanziaria e multinazionale, il cui intento, invece, è solo quello di fare meglio digerire, senza una vera opposizione sociale, quella ridistribuzione sempre più sperequata di un PIL “reale” in continua contrazione recessiva, che è causata esclusivamente dalle politiche liberiste. Nella crisi, peraltro, si scontrano in modo caotico pure le istanze più o meno becere e prepolitiche di tipo giustizialista, xenofobo e neonazionalistico, mentre cala velocemente l’appeal delle forze “responsabili”, accusate a ragione di essere, da un lato, responsabili del continuo peggioramento della situazione economica, e, dall’altro, non credibili per il loro palese coinvolgimento organico nella piramide delle corruttele politico-amministrative. Il risultato pratico è stato fino a ieri la crescita dell’area del non-voto, con divisione dell’offerta politica tra le posizioni liberiste tradizionali e quelle della sinistra “storica”, liberista anch’essa, entrambe reazionarie nella sostanza, e crescita, laterale al voto “utile”, ancora minoritaria ma sempre più estesa, di una indistinta sinistra ecologista e anti-consumistica in lenta via di strutturazione.

Questo fino a ieri. La novità sta nell’affermarsi di un movimento che si sta sempre più nettamente delineando come sensato e non estremo, sinceramente democratico e solidale, diffidente verso la scienza “ufficiale” e attento ai blogger, nonché giustizialista in termini non violenti né beceri, contrarissimo alla attuale abnorme sperequazione distributiva, desideroso di riformare in senso meritocratico la Pubblica Amministrazione, fiducioso verso uno stato sinceramente democratico che interviene nella economia per contenere gli eccessi di un liberismo ormai scientificamente del tutto screditato, ecologista in modo ragionevole, pacifista e desideroso di equi rapporti economici internazionali, sinceramente desideroso di risolvere la fame nel mondo e di accogliere la immigrazione, ma solo con le dovute garanzie retributive e di welfare, recuperando le risorse con la ridistribuzione sociale a scapito della “politica”, della grande rendita e della fascia alta dei ceti possidenti. Un movimento di respiro transnazionale che disegna una Europa “dei popoli” in luogo della Europa “della finanza” nata a Maastricht. Un movimento che, alla luce di quanto detto, è potenzialmente largamente maggioritario, avendo il merito di destrutturare le vecchie aggregazioni ideologiche e riaggregarle in un nuovo polo sinceramente e ragionevolmente progressista, rinnegando la maggior parte delle posizioni della destra e della sinistra non largamente condivisibili. A meno che irrigidimenti più o meno spontanei anzichè prezzolati affossino la democrazia facendoci degenerare nella guerra civile o nella reazione militare, questa è la via che consentirà finalmente di uscire dalla crisi e creare un mondo migliore, oggi, all’inizio di questo terzo millennio. L’Italia è il laboratorio politico in cui sta nascendo il “nuovo”, ma il mondo intero ci guarda perché sono comuni a tutti i temi che stiamo dibattendo, e poichè le soluzioni che elaboreremo saranno quasi certamente buone anche per gli altri, sarà pure inevitabile e rapida la estensione del “contagio”. E’ altresì vero che la elite creditizio-finanziaria e le multinazionali non resteranno a guardare, così com’è pure vero che possono contare su quantità inesauribili di moneta, ma il crollo del loro sistema di potere dipenderà essenzialmente dalla nostra capacità di egemonia, laddove cinque grandi forze lavorano insieme a noi per il crollo:

1)le forze produttive capitalistiche, che premono oggettivamente per la loro liberazione dalle pastoie deflattivo-recessive care solo alla elite e alle fasce alte dei ceti possidenti, forze materiali che stimolano le forze sociali capaci di operare questa liberazione (maestranze e imprese esterne rispetto al “club” dei trust finanziarizzati) e che insieme a queste ultime cercano continuamente quell’involucro ideologico che possa ricoprire questa lotta, involucro che plausibilmente sarà l’antiliberismo “scientifico” di stampo neokeynesiano e decrescista;

2)la necessaria territorialità “fisica” delle unità produttive, incluse quelle della elite, che, a dispetto della sua ultranazionalità, rende quasi impossibile la loro difesa dall’esproprio democratico;

3)l’assoluta immaterialità del denaro e la sua natura necessariamente fiduciaria, che consente la facile distruzione per legge di qualsiasi potere, qual è quello della elite, che si basi quasi esclusivamente sulla moneta, attraverso la riconquista della sovranità monetaria;

4)la mancanza assoluta di una “necessità” materiale del potere della elite ai fini della riproduzione del sistema capitalistico, stante la assoluta sufficienza allo scopo dei managers privati e pubblici:

5)la palese incapacità della esigua classe dei managers internazionali di impedire senza il consenso popolare l’ascesa dei nuovi managers appoggiati dagli stati democratici.

E’ doverosa a questo punto qualche precisazione intorno alla struttura attuale del potere dei managers che, in Italia come all’estero, si sono gradualmente emancipati da ogni proprietà, sia nelle tante imprese, spesso enormi, ad azionariato diffuso, sia in quelle controllate da fondazioni non riconducibili a specifici e individuati privati, e dunque anch’esse prive di effettivo referente proprietario. Dirigenti ormai indipendenti e autoreferenti che agiscono in un vuoto di potere che nemmeno gli stati hanno la forza e l’intelligenza di ricoprire. Il loro potere si è andato strutturando nel tempo in una rete di relazioni che li lega alle università da cui escono i managers di domani e che “pompa” la ideologia liberista e le idee in genere giustificative della attuale architettura creditizio-finanziaria, coinvolgendo i media, i politici e gli alti quadri della pubblica amministrazione e delle imprese economiche pubbliche in un sistema di favori, reciproci come asimmetrici, che in parte si autoalimenta e che per la parte restante è foraggiata con parte del denaro altrui che quei managers gestiscono. Non è un potere piramidale, ma un potere che opera per gruppi di pressione, per potentati locali e transnazionali, per conventicole, “quasi-feudale”, attraversato da strutture associative culturali, sindacali, confessionali e perfino esoteriche. Un potere dove la “politica”, ad esempio in Italia dal ’92 ad oggi, ha contato veramente poco, svuotata anche dalla perdita progressiva di ogni senso di responsabilità e del servizio, dove si ruba fino all’ultimo momento che precede l’arresto e dove managers possono accumulare ricchezze in danno alle istituzioni che dirigono nella massima impunità ed anzi migrando da una dirigenza all’altra con doviziosissime buone uscite ed essendo perfino promossi. Il liberismo più estremo, quello bocconiano, è l’immaginario che giustifica il loro ruolo “sacerdotale” (insieme agli “esperti” finanziari) di questo “credo”, e, insieme, la rispondenza all’interesse collettivo del loro potere e della loro sempre più alta remunerazione, così come più in generale la distribuzione sempre più sperequata di un PIL che è in caduta libera a causa delle misure deflattive suggerite/imposte dal Pensiero Unico in economia, che maggiorano continuamente la “fetta” che va all’1% più ricco mentre fanno calare continuamente la “torta” comune da dividere. E’ tempo di cambiare e uscire dalla crisi ridando impulso ai consumi pubblici e a quelli privati delle fasce medio-basse, calmierare gli interessi bancari pubblici e privati e ridiscutere i vincoli comunitari. E’ tempo, dunque, che entrino in campo gli antiliberisti “scientifici”, sia per mostrare a tutti la assoluta inconsistenza scientifica del pensiero liberista e delle sue ricette deflattivo-recessive, sia per mostrare le opportune riforme da apportare alla architettura creditizio-finanziario-doganale, necessarie per operare una riproduzione/espansione keynesiana basata sui rispettivi mercati interni in regime di pareggio tendenziale dei vari export-import. La parola passa oggi dai “dotti” liberisti agli scienziati neokeynesiani e ai bloggers antiliberisti, ed il grillismo è uno schema ideologico-politico che bene si attaglia ad esso. E viceversa. Ma non è l’unico. Andrebbe benissimo, infatti, anche una sinistra progressista, riformista, antiliberista, neokeyneisana, solidarista e meritocratica, quale potrebbe/dovrebbe essere SEL, ad esempio, o qualunque nuova forza europea analoga. La sinistra liberista, invece, formalmente riformista ma sostanzialmente reazionaria, e così pure il berlusconismo e il centro democratico, liberisti e reazionari anch’essi, non hanno nessun futuro, ormai. Nella riaggregazione gestaltica dei valori che si profila, tutto il quadro ideologico-politico va peraltro a modificarsi radicalmente, ed è altamente probabile che sparirà pure ogni vecchia distinzione tra destra e sinistra. Ma non è mai facile indovinare il futuro, almeno per i contemporanei. Questo è il fascino della “diretta”, del resto.

I creditori europei di Lehman Brothers hanno ottenuto più del 100% del proprio capitale. Dov’è l’insolvenza di quella che era all’epoca -2008- una delle principali banche d’affari americane e mondiali, insolvenza invece, sempre allora, dichiarata e che ha provocato la maggiore crisi finanziaria ed economica della storia, crisi non ancora risolta? Già subito dopo la scoppio della crisi apparve chiaro che la crisi stessa poteva essere evitata e che il mancato intervento pubblico dipese da una sottovalutazione del coinvolgimento delle banche d’affari nel mercato esplosivo degli strumenti derivati, ed infatti l’intervento pubblico fu realizzato subito dopo per evitare il coinvolgimento delle altre banche e il crollo del mercato. Ma adesso si sta rivelando che la crisi doveva essere evitata, e conseguentemente che si è trattato non solo di sottovalutazione ma di qualcosa di peggio. Non si tratta di riprendere le ipotesi di una persecuzione a danno di una banca d’affari ostile alla Presidenza Bush, ipotesi che anche ad ammettere che non sia non essere completamente fantasiosa, non può che riguardare un dettaglio, un elemento di completamento, e non il cuore. Il punto è un altro: che il disastro fosse evitabile non è mai stato francamente in dubbio. Che Bush e Greenspan siano stati sprovveduti è sempre stato pacifico: era ovvio che avessero trascurato l’effetto trascinante del dissesto di una delle grandi banche d’affari, ritenendo in modo superficiale e infantile che tale effetto di trascinamento fosse limitato alle banche ordinarie per l’effetto perverso sui depositi: ciò per una mancata visione della situazione dei derivati. Ma ciò non sembrava ascrivibile, se non in termini di completamento, a qualche particolare disegno: sembrava piuttosto un effetto della sbornia di liberismo che portava in Italia un commentatore acuto quale Zingales ad esultare il giorno dopo il dissesto di Lehman Brothers, per il trionfo del liberismo, che era in grado di espellere dal mercato un operatore insolvente, anche se grande banca, minimizzando gli errori compiuti in materia di “mutui sub-prime” e derivati (in un clima che aveva visto nei due anni prima Alberto Alesina e Francesco Giavazzi esaltare l’America ben superiore all’Europa per l’adesione incondizionata al liberismo, e anche dopo il disastro li ha visti fino ad adesso minimizzare il disastro, considerato una mera battuta d’arresto), per poi chiedere scusa una volta resosi conto del trascinamento.

Adesso, sembra che si possa arrivare a conclusione diversa e che il dissesto era in effetti tale con la conseguenza che un’ipotesi dolosa non può essere più trascurata. Ed allora, cambia tutta l’impostazione dell’approccio alla crisi finanziaria ed in particolare cadono (alcuni de)i presupposti su cui si è basata l’analisi di chi scrive. In sintesi, l’analisi di chi scrive: la crisi finanziaria è dovuta alle cause di funzionamento del sistema, ed è una crisi così endogena e non esogena. Ed è stupefacente che non si sia usciti dalla crisi ed in particolare che non si sia usciti perché non si è provveduto a correggere incisivamente, in senso sociale ed antiliberista, le leggi di funzionamento del sistema. Ciò perché il capitale, inefficiente e rovinoso, è fortissimo e può tutelare e difendere il sistema da fattori estranei. Questa divaricazione tra efficienza e forza è l’elemento caratterizzante della crisi ed è nel contempo la ragione del mancato risanamento. Tale analisi viene confermata nella parte centrale, ma riceve due elementi di novità non facilmente assorbibili. La crisi è governabile dal capitale così bene che può addirittura crearla a proprio piacimento: pertanto, la sua capacità di gestire le dinamiche economiche e di non farle sfuggire dal proprio controllo è molto maggiore di quanto previsto da chi scrive. Ciò non incide sulla divaricazione tra forza ed efficienza, in quanto sono dinamiche sempre disastrose, ma addirittura rafforza la mancanza di oggettività delle dinamiche economiche, facilmente manovrabili. Ciò non autorizza a trarre la conclusione che l’economia può essere diretta da una politica di segno opposto, in quanto il punto di aggressione non è facilmente individuabile. Né autorizza la conclusione di fornire centralità al complotto del capitale, in quanto al contrario occorre incentrarsi sulla capacità di gestire tutte le dinamiche economiche senza contrasto ed opposizione apprezzabili.

Rispetto alla conclusione di chi scrive, l’ipotesi di un riformismo per correggere le dinamiche inefficienti viene smentita del tutto, in quanto le dinamiche non sono aggredibili “ab externo”, e sono invece controllabili dal capitale. Il dominio assoluto del capitale con la mancanza di possibilità di intervento ed addirittura con la non riformabilità del sistema è il dato da cui occorre partire, e se smentisce ipotesi riformiste, non autorizza ipotesi rivoluzionarie. Il dominio incontrastato del capitale è il dato fondamentale che la sinistra deve essere in grado di affrontare. Il secondo elemento di novità è non la semplice incapacità del capitale di risolvere al crisi alla luce della sua inefficienza, ma la sua volontà di creare e mantenere la crisi, in quanto necessaria per mantenere soggiogate le classi antagoniste e per mantenere saldamente il controllo della situazione. Ciò vuol dire che il capitale è entrato in una fase di destabilizzazione continua e da questa destabilizzazione occorre partire per un intervento, questa volta veramente innovativo, vale a dire ben più che riformista ma sempre meno che rivoluzionario.

La FCA (ex Fiat) assume alla grande a Melfi, investe in Italia, ed ora lancia un programma di “bonus” ai dipendenti legati ai risultati. Da qui la conclusione: la Fiat si è ripresa grazie alla cura Marchionne, cura non solo finanziaria come ritenuto dai detrattori (tra cui, è bene evidenziare, lo scrivente), ma anche industriale, e ora i risultati per il Paese si vedono eccome, con vantaggi a favore dei dipendenti. Il bene dell’impresa è il bene dei lavoratori, ed ogni tutela di questi se non si pone al centro ed in prima fila l’impresa stessa è illusoria. E’ ovvio che si tratta di una conclusione parziale e con numerosi elementi di palese inattendibilità, ma, ciò nonostante, non può essere trascurata con tranquillità, ed è quindi bene partire dai dati di fatto. La Fiat ha da sempre beneficiato di grandi aiuti pubblici, e recentemente ha disatteso gli impegni assunti con il piano industriale che ottenne il consenso al “referendum” dei lavoratori, ed ha addirittura de-localizzato la propria struttura societaria e fiscale a Londra ed Amsterdam. E’ così uscita dalla crisi, anche grazie ad un importante accordo con la Crysler, e di qui il cambio di nome in FCA, ma nel pacchetto dell’uscita dalla crisi vi è la lesione delle ragioni dei lavoratori, con discriminazioni odiose ai danni degli iscritti Fiom, “colpevoli” di dissenso nei confronti della Società e di forme di contestazione sindacale, e tali forme di discriminazione sono state giudicate illegali dalla magistratura, addirittura con pronunciamento della Corte Costituzionale a favore della Fiom.

Ora la FCA riparte e vi sono positive ricadute produttive ed occupazionali. Ma ciò giustifica la lesione dei diritti dei lavoratori? Ed è un beneficio tale da legittimare la delocalizzazione e a monte il mancato rispetto degli impegni? La risposta alla prima domanda è ovviamente negativa, ma in un momento di crisi colossale come quella attuale corre il rischio di rientrare in una logica minoritaria. Difendere i diritti è sacrosanto, e Landini ha ragione, e l’avrà per tutta la vita, contro Marchionne, ed anche contro Renzi, e quando Renzi dà ragione a Marchionne, evidenziando la sconfitta di Landini, impartisce un preciso segno di degrado. Ma aver ragione non toglie che si è minoritari se non si affronta la seconda, vale a dire se non si propone una politica economica alternativa. Il vero problema è che i comportamenti imprenditoriali scorretti di mancato rispetto dei piani e di delocalizzazione non trovano un oppositore efficace e così occorre prendersi “i resti”, anche sostanziosi, che Marchionne ci propina. La mancanza di un oppositore efficace dipende dall’incapacità di elaborare un’alternativa produttiva in quanto mancano le condizioni per incidere sull’impresa e spingerla ad investimenti produttivi secondo un’ottica corretta. Occorre così accontentarsi di quello che offre l’impresa, anche se palesemente scorretta, ed andare a ruota di questa. In tale ottica, e solo in tale ottica, Marchionne aveva ragione e Landini torto.

In tale ottica, e solo in tale ottica, il progetto politico di cui Landini sta ponendo le basi, non è in grado di diventare alternativa di governo. Ma ciò solo in tale ottica e solo se non si riesce a cambiare –“rectius”, rovesciare- l’ottica, vale a dire se non si è in grado di proporre un’alternativa di governo in grado di condizionare gli investimenti e i mercati, antiliberista e non estremista. Ci sono tutti i presupposti, tranne uno, la suscettibilità delle imprese di essere controllate: tale presupposto è insussistente, in quanto le imprese si sottraggono ad ogni controllo e limite, anche se di mera correttezza e razionalità. Ma come non si fa a rendere conto che tale incredibile situazione non è compatibile con la democrazia costituzionale? Come si fa a non capire che la vittoria di Marchionne è la sconfitta, non solo della sinistra, ma con esse della democrazia e del diritto e della civiltà? E come non si riesce a comprendere che se Landini non riesce a integrare il suo progetto e questi fallisce non vi è alternativa in Italia alla barbarie che Marchionne con la sua grande vittoria, esaltata dal suo grande ammiratore Renzi, ci ha propinato, anzi imposto? Landini nega la vittoria di Marchionne e sbaglia profondamente, ed è tipico della sinistra rimuovere la sconfitta, ma non si può accettare quest’ultima, dovendo invece rivendicare il merito della grande battaglia persa e individuare i modi per condurla in modo vittorioso domani “Gli sconfitti di ieri saranno mai i vincitori di domani” è questa la grande domanda da porsi, parafrasando quello che diceva poco prima di morire tragicamente, Karl Liebneckt, massacrato a Berlina nel gennaio 1919 insieme a Rosa Luxemburg. Tra autocompiacimento e rinunzia con sottomissione vi è una grande soluzione alternativa a ciascuna di esse, grande alternativa che rappresenta la nostra “mission”.

IL LIVELLO DEGLI STIPENDI

Annullate le tutele dei lavoratori con lo “job act”, non si parla di livello degli stipendi, ed invece il punto è decisivo in termini non solo di equità sociale ma anche di politica economica, visto che sono i redditi dei ceti medio-bassi che determinano la domanda interna e quindi lo sviluppo economico. Venuta meno la contrattazione collettiva nazionale, nella sinistra radicale si intende far riferimento alla legge ed alla previsione per legge di uno stipendio minimo generalizzato. Tale proposta si interseca con quella di un reddito minimo garantito, anche quindi ai non occupati e così a carico dello Stato, a differenza dello stipendio minimo garantito, questi a carico delle imprese. Il reddito minimo garantito si rivela dalla non facile praticabilità, visto lo stato di dissesto delle finanze pubbliche, e se ha elementi di condizionalità minime non è nemmeno condivisibile politicamente, in quanto prescinde dall’inevitabilità dello stato di disoccupazione, e così rientra in una linea generale antagonistica di liberazione non del lavoro ma dal lavoro. Lo stipendio minimo garantito è condivisibile ma di dubbia praticabilità in quanto troppo rigido. E’ preferibile la contrattazione collettiva nazionale, che entrata in crisi profonda e difficilmente sanabile. Contro lo stipendio minimo nazionale, sia esso per legge o per contrattazione nazionale, vi è l’obiezione, seria, che esso non tiene conto delle differenti realtà, in particolare del differente tenore di vita nelle varie zone d’Italia. Mille euro a Milano non hanno lo stesso valore di mille euro a Potenza, ma valgono molto meno. Di qui l’idea delle gabbie salariali, con differenza di livello tra le situazioni delle differenti realtà locali, idea seria economicamente ma che si espone all’obiezione che così si perpetra e si rende irreversibile la differenza tra le varie zone, impedendo l’emancipazione di quelle più deboli. Una soluzione del complesso problema è difficile, anzi, se la si vuole nell’immediato, è pressoché impossibile, visto che il problema si presenta irresolubile alla luce della contraddizione inestricabile tra realtà pratica, che conduce inesorabilmente nel senso dell’inevitabilità delle gabbie salariali, da un lato, e dall’altro ragioni di politica economica che al contrario spingono a non accettare una realtà che ingabbia le zone meno prospere del Paese in una situazione di eterna minorità. La soluzione deve essere graduale e per strati. In primo luogo, la determinazione del reddito minimo deve essere lasciata alla contrattazione sindacale, più elastica della sede legislativa, e quindi tale da consentire modifiche ed adattamenti. In secondo luogo, la sede di contrattazione collettiva deve essere nazionale per tenere unito il Paese e soprattutto assicurare una soluzione globale. In terzo luogo, gabbie salariali fissate a libello nazionale, vale a dire stabilendo a livello nazionale il differente livello regionale o locale, non possono essere incondizionate, ma devono ricevere correttivi, quale per esempio interventi sanzionatori nei confronti di (imprese che adottano) aumenti di prezzi ingiustificati nelle zone più floride, e soprattutto devono essere affiancate da una programmazione pubblica che elimini le storture e le disparità enormi tra aree. Il libero mercato produce, inevitabilmente, storture, con la conseguenza che una politica del lavoro per essere effettiva ed efficace deve essere affiancata da una politica economica globale, “rectius” deve rientrare organicamente in tale politica economica e quindi esservi inserita. E si deve trattare di una politica economica fortemente correttiva del mercato, e tale da coordinarlo, indirizzarlo e dirigerlo in modo stringente. L’asse deve essere spostato dal capitale al lavoro, ma ciò non può essere realizzato solo intervenendo sui rapporti di lavoro, ed infatti occorre un cambio radicale che investa tutta l’economia. Le gabbie salariali sono frutto di barbarie, ma non possono essere combattute solo ricorrendo ai sacri principi: è necessaria una politica economica globale, di cui i rapporti di lavoro siano una componente, fondamentale, ma non esclusiva. Il rischio che così la tutela dei lavoratori venga sacrificato a esigenze in via pretesa generali è reale ed effettivo, ma chi ritiene che il lavoro sia l’elemento guida dell’economia e il banco di prova della sinistra deve accettare la sfida e partire dal lavoro per costruire attorno ad esso una politica economica riformista che lo valorizzi e cambi l’economia in sua funzione ed al suo servizio. Altro è (non noia, per parafrasare Califano, m sicuramente) illusione o in alternativa atteggiamento remissivo e rinunciatario. Essere dalla parte del lavoro vuol dire partire da esso ma non fermarsi mai ed aggredire tutta l’economia, ma tutta, proprio tutta, senza eccezioni di sorta.

La fine del 2014 vede la ripresa economica dell’America con +4° del PIL: di qui il commento entusiasta dei liberisti che vedono come un’economia priva di limiti all’impresa e priva di tutele eccessive per i lavoratori alla fine sia destinata (vedremo cosa diranno costoro quando l’abolizione del divieto ingiustificato di cui all’articolo 18 Statuto dei lavoratori non provocherà effetti positivi di rilievo), inevitabilmente, allo sviluppo, a favore anche dei deboli. I meriti di Obama vengono in tale ottica considerati, ma anche alla luce della circostanza che la coabitazione forzata con il Congresso dominato dai repubblicani ha attutito alcune riforme economiche di sinistra troppo spinte a favore della ripresa del “welfare”. E’ agevole replicare mostrando un elemento fondamentale: ed infatti, tale successo è favorito dal ribasso del prezzo del greggio e dai problemi della Russia e quindi dalla potenza americana e non da fattori economici intrinseci. La connessione tra aspetti internazionali ed aspetti economici è così forte che si rivela azzardato poter parlare di una vitalità intrinseca dell’economia americana. Il petrolio e le risorse energetiche, oggetto di complessi nodi di politica economica, condizionano l’economia interna. La crisi economica dell’Occidente è irreversibile, allo stato degli assetti di sistema, vale a dire senza una riforma profonda in senso socialdemocratico di sinistra, mentre la politica internazionale è uno strumento per traslare la crisi all’esterno. Di qui la differenza, all’interno dell’Occidente, tra Stati deboli e Stati forti: la stessa Germania, dall’economia solida, può peraltro rimuovere gli elementi di criticità esclusivamente con il dominio dell’Europa. Ma allora, l’economia non è l’elemento decisivo? No, è l’elemento decisivo, solo che la stessa va intesa non a livello locale, ma a livello globale, come Marx genialmente comprese: fu non solo intuizione, ma individuazione delle leggi del sistema, anche se non riuscì a trarne le conseguenze politiche, visto che propugnò l’internazionalismo operaio, non comprendendo questa volta che tale internazionalismo era destinato a cedere di fronte all’internazionalismo del capitale, questi ben naturale, alla luce della sua tendenza a dematerializzarsi, a differenza di quello operaio, alla luce della natura stanziale ed ancorata strettamente al territorio dei lavoratori non qualificati). In definitiva, il capitalismo è in crisi economica, intrinsecamente irreversibile, che può gestire e distribuire con successo gli effetti della crisi in virtù dell’imperialismo. Di qui la complessità della conclusione, che mostra che l’economia è sì dominante ma con l’avvertenza che l’economia è strettamente ed anzi indissolubilmente legata alla politica internazionale: il corollario è che la riforma dell’economia è impossibile senza il riscorso al diritto internazionale, dovendo abbandonare i vetusti schemi del marxismo-leninismo nel senso sia, nella degenerazione stalinista, della possibilità di un utilizzo dell’imperialismo contrapponendo a quello capitalista uno proletario, sia dell’attacco al sistema negli anelli più deboli con il ricorso all’indipendenza nazionale, che al massimo può avere il sopravvento riguardo all’aspetto politico ma non a quello economico. La necessità del diritto internazionale, che non è solo da anime belle, come il marxismo– leninismo ha predicato sbagliando profondamente, non è però sufficiente se non si inserisce nel nodo fondamentale. Il nodo fondamentale è rappresentato dall’impossibilità di una riforma a livello (solo) nazionale. E così, la riforma del sistema può avvenire esclusivamente a livello globale accompagnando la trasformazione in senso completamente capitalistico dei Paesi non ancora tali o addirittura non ancora capitalisti. La rivoluzione è impossibile senza una preventiva trasformazione in senso capitalista (maturo e sviluppato, si può aggiungere ora) come genialmente compreso da Rosa Luxemburg, oltre cent’anni fa? Ebbene, è agevole replicare che il capitalismo, che ben può convivere con gli scambi ineguali –vale a dire con profitti realizzati mediante prezzi totalmente indipendenti dal valore, ed a questi superiori, a differenza di quel che riteneva Marx che valutava il plusvalore possibile solo nello scambio capitale-lavoro-, non consentirà mai l’evoluzione in tal senso di tutto il mondo. Di qui la conclusione che il sistema è non riformabile. Con ciò non si passa su posizioni estremiste, visto che, senza la preventiva riforma di tutto il sistema, la rivoluzione è impossibile, come compreso da Marx che escluse la possibilità di saltare le fasi dell’evoluzione sociale. Allora, il capitalismo è eterno? La sua tendenza alla distruzione senza una riforma profonda, che lo stesso non tollererà mai, creerà crisi sempre più gravi: di qui la possibilità di una soluzione, i cui estremi sono ancora lungi dall’essere individuati, esclusivamente in caso di “shock” profondi e dalle conseguenze gravissime, al livello di anticamera di un crollo (inteso non solo in senso economico ma anche di vera e propria barbarie).

IL DISORDINE MONDIALE

Il terribile atto terroristico di Parigi da parte di mussulmani cittadini francesi è l’ultimo elemento rivelatore di una situazione esplosiva a livello mondiale, che risponde ad un vero e proprio disordine globale. In Medio Oriente la situazione non è più governabile ed il conflitto tra America e Russia non sembra suscettibile di composizione. Angelo Panebianco critica la politica aggressiva della Russia, ma è consapevole della circostanza che l’umiliazione della Russia non è possibile. L’isolamento commerciale della Russia e la discesa del prezzo del petrolio la hanno messa in difficoltà, ma hanno messo in difficoltà ancora di più molti Paesi occidentali negli accordi commerciali con la Russia, tra cui l’Italia. In Medio Oriente i regimi e le forze fondamentaliste non trovano ostacoli, ma da qui a giustificare interventi occidentali ne corre, visto che tali interventi nel passato hanno aggravato se non addirittura creato i problemi. L’attentato di Parigi sta inducendo i più oltranzisti a spingere l’Occidente a posizioni estreme ed aggressive contro l’Islam: i più riflessivi del settore oltranzista stanno facendo autocritica e invitano all’unità con la Russia. Nonostante tale differenza, tutt’altro che trascurabile sia ben chiaro, l’atteggiamento è comune e si risolve nella guerra santa e nello scontro di civiltà, con maggiore saggezza politica nei primi, mentre i primi (con Panebianco in testa) credono ad un Occidente in grado di imporsi a tutti. Manca l’autocritica sugli errori profondi dell’Occidente e sulla mancanza di una politica estera coerente, il che porta all’accettazione del caos e così alla sua sublimazione in uno scontro permanente. Ma occorre fare un passo in avanti, in quanto l’analisi è ancora parziale: la crisi, dell’Euro resa manifesta dal suo deprezzamento in relazione al franco svizzero dopo la decisione della Banca centrale svizzera, dimostra che il disordine internazionale è legato ad un profondo disordine economico (si è affermato in modo molto autorevole che i mercati sono più forti delle Autorità). Rispetto alla teoria tradizionale dell’imperialismo propria del pensiero marxista vi è un fondamentale elemento non coerente. L’imperialismo è utilizzato dall’Occidente non per conquistare mercati al fine di sostenere la propria domanda, ma per occultare e minimizzare le proprie difficoltà e le proprie contraddizioni ed addirittura la propria corsa al disastro. Evidentemente, lo scontro internazionale è congeniale al capitale per occultare la propria crisi economica. Ma non solo, vi è un altro aspetto su cui i tradizionali schemi marxisti si rivelano obsoleti e quanto meno da integrare: è la sottovalutazione dell’influenza della questione locale/geografica sulla lotta di classe. Il conflitto tra aree sta diventando in questo momento –momento lungo, che dura dal ’14 del secolo scorso, vale a dire dallo scoppio della Grande Guerra- assorbente rispetto ad ogni altra questione. Infine, ogni sogno di rivoluzione a breve va dissolvendosi, nel momento in cui l’Occidente sviluppato si rivela inattaccabile dall’interno, e tale da portare le proprie contraddizioni all’esterno. In definitiva, vien fuori con prepotenza l’inevitabilità di una soluzione riformista, che abbia tra i propri punti fermi un approccio alla politica estera strettamente ancorato al diritto internazionale ed al ripudio di ogni forma di imperialismo e di aggressività. Tale aspetto deve essere ben chiaro al fine di inquadrare correttamente la problematica ed effettuare un approccio parimenti corretto alle tre questioni essenziali da risolvere immediatamente, vale a dire l’accordo alla pari con la Russia, il riconoscimento della Palestina (con il ritorno ai confini ante-67 e la consacrazione di Gerusalemme quale città sacra neutrale) e l’approvazione di un vero e proprio piano/energia equo e non imperialista. In definitiva, nessun problema concreto può essere risolto se non si accetta il punto fermo che vi è un proprio disordine mondiale e che tale disordine è imputabile all’Occidente, che è in crisi irreversibile, irresolubile se non abbandona il liberismo all’interno e l’imperialismo all’esterno: il fondamentalismo islamico e l’imperialismo russo non sono certo né un’invenzione né mere conseguenze del disordine ma in quest’ambito possono attecchire e trovare un alibi. Devono essere risolti in via autonoma ma la soluzione è impossibile se l’Occidente non rimuove i fattori che hanno portato al disordine. In sintesi, la rimozione è condizione non sufficiente per affrontare il fondamentalismo islamico e l’imperialismo russo, ma di sicuro necessaria. Chi parla di difesa dell’Occidente da pericoli esterni afferma quella che è sì una verità (e così sbaglia profondamente la sinistra radicale, quando invece ignora tali problemi), ma solo del tutto parziale e se affrontata in modo isolato tale da rappresentare un elemento completamente distorsivo