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Il contrasto sorto tra Monti e Renzi non può essere banalizzato e neppure può essere risolto con facili dietrologie: al contrario è un momento di svolta nella politica italiana ed europea e può essere illuminante per comprendere le dinamiche mondiali. Monti ha criticato Renzi in Parlamento per le critiche al rigore europeo ed alla rigidità della linea della Merkel, affermando che sono uscite “spot”, mentre un’alternativa di politica economica, di per sé non preclusa, deve caratterizzarsi per ben altra sistematicità. L’intervento di Monti, clamoroso, per il rilievo dei personaggi e per l’oggetto della discussione e quindi per la posta in gioco, è stato letto quale manifestazione di un’alternativa, di natura personale, quindi quale “leadership” di Governo, a Renzi, con il consenso della Merkel. La lettura è riduttiva. Certamente, l’atteggiamento di Renzi non è costruttivo e si basa su battute inidonee ad affrontare i nodi essenziali, ma come dice un proverbio, quando il saggio indica la luna con il dito, lo sciocco guarda il dito e non la luna. Renzi non sarà saggio, anzi non lo è affatto, ma indica un vero problema, la totale carenza di una linea dell’Europa. L’unica politica economica di un certo livello è stata affidata alla politica monetaria di Draghi con il “Quantitative Easing”, vale a dire con il sostegno alle banche mediante acquisto titoli: ebbene, in contemporanea o comunque subito dopo la crisi delle banche è stata regolamentata con il “bail-in”, vale a dire con il far ricadere parte degli effetti della crisi sui risparmiatori, creando un panico estremo, come realizzatosi in modo ancora più estremo in Italia con la crisi delle 4 banche. Pertanto, il “Quantitative Easing” è stato gettato in fumo. Come a dire, una mancanza totale di linea in materia economica. Ma non solo: adesso, la crisi profonda della banca principale europea, la Deutsche Bank, provocherà deroghe profonde al “bail-in”. Pertanto, Monti, accurato e preciso nel lamentare un’organicità di posizione di Renzi, dovrebbe in primo luogo prendere atto che tale organicità manca nella stessa Europa. Non si tratta solo di punti negativi dell’Europa: al contrario, è una vera e propria inesistenza totale della stessa Europa, se non in funzione della volontà di potenza tedesca.

Renzi, che attacca l’Europa, sia pure in modo scombinato, almeno solleva il problema. È l’unico “leader” di governo di area istituzionale e non estremistica o populista che lo fa. Queste osservazioni, del tutto banali, non possono sfuggire allo stesso Monti. In altri termini, il contrasto tra Renzi e Monti è del tutto insincero, è un pretesto o meglio è un indice rivelatore di un qualcosa di ben più profondo. Per capirlo, occorre porre l’attenzione sui tre aspetti fondamentali dell’attuale economia mondiale. Si tratta, in primo luogo, della profonda crisi della Cina, che resta comunque l’economia mondiale più forte. Si tratta in secondo luogo della Brexit, che determinando l’uscita dell’Inghilterra stravolgerebbe l’Europa, ed in terzo luogo della fusione tra la Borsa inglese e quella tedesca. I tre aspetti possono essere così letti: la Cina è un gigante d’argilla che soffre di eccesso di industria pensante e di espansione e deve fare tagli pesanti all’occupazione ma è l’unica economia solida, e pertanto la Brexit rappresenta una tendenza dell’Occidente, in crisi economica endemica ed insanabile, a dislocarsi al di fuori di sé stesso con molte banche ed imprese inglesi pronte ad andare a Shangai o luoghi similari ed a abbandonare l’Europa, ormai in discesa. La fusione tra borsa tedesca e borsa inglese, d’altro canto, è una forma di unione tra capitali tedeschi e capitali anglosassoni, atta a rafforzare ulteriormente la parte più forte d’Europa ed addirittura dell’Occidente intero se dietro l’Inghilterra si vede correttamente la mano dell’America, superando così la scissione tra mondo anglosassone e mondo e tedesco. Inserita in tale ottica, di dialettica tra imperialismo economico e dislocazione dell’Occidente al di fuori di sé stesso, il contrasto tra Monti e Renzi non si rivela una manifestazione di una discordanza di vedute su tale dialettica, ma piuttosto fa emergere una situazione di profondo, anzi estremo, disagio all’interno di un Paese suddito sul come godere di una posizione privilegiata all’interno dell’Impero, tra chi vuole abbracciare la posizione del centro dell’Impero (Monti) e chi furbescamente vuole sfruttare i momenti di incertezza e di divisione tra i centri forti dell’Impero (Renzi). Non è un contrasto appassionante e nemmeno dignitoso perché si colloca armonicamente all’interno di un’ottica di sudditi. Nessuno dei due contendenti manifesta una posizione effettiva di rinforzamento dell’Europa: ciò perché occorrerebbe un’alternativa troppo forte tesa ad impedire sia dislocazioni arbitrarie all’esterno sia l’imperialismo, fenomeni questi che già presi singolarmente e soprattutto considerati in modo unitario rappresentano la vera essenza del capitalismo.

Quasi due mesi dopo il salvataggio delle 4 banche, chiarezza non viene fatta e cortine fumogene, interessate od anche dovute a mancata conoscenza dei fatti e/o a vera e propria irresponsabilità, continuano ad essere sollevate. Eppure i punti fermi dovrebbero essere fissati una volta per tutte, per incentrarsi sui veri nodi aperti, nodi aperti che gettano una luce sinistra –ben poco meritata- sul futuro del sistema bancario e finanziario italiano. Si è trattato di un salvataggio miracoloso e meritorio, fatto in quattro e quattr’otto da Banca d’Italia per evitare almeno in parte –e si è trattato della parte preponderante- l’applicazione dell’infausta normativa comunitaria nota come “bail-in”, entrata in vigore il 1° gennaio del nuovo anno. Se non si fosse evitata tale applicazione, le obbligazioni non garantite e i depositi oltre i 100 mila euro sarebbero stati pregiudicati, con conseguenze dure che sarebbero derivate ai dipendenti ed alle imprese finanziate. Il salvataggio effettuato, costato all’insieme delle banche circa 4 miliardi di euro (8 mila miliardi delle vecchie lire) è stato strepitoso e benefico. E’ stato, putroppo, anche parziale e non completo in quanto non si è potuta evitare l’applicazione di parte della normativa comunitaria e quindi non ha investito le obbligazioni subordinate, pari a circa 700 milioni di oro, ma le obbligazioni subordinate in capo ai cittadini privati –per le quali solo cui si pone il problema di intervenire- sono di circa 300 milioni. Il salvataggio mancato è di circa il 10% di quello effettuato: è un vero peccato, ma non si può minimizzare il grande successo solo perché non è stato totale. Non è stato totale non per scelta volontaria ma perché vi è stato il netto rifiuto dell’Europa. Vi può essere stata debolezza, certamente, ma è un problema che riguarda tutta la politica economica italiana ed era noto da tempo. Per completezza, è una debolezza più che altro imputabile al Governo- per l’esattezza a tutti i Governi dal 2008 in poi-, ma senza dimenticare le opposizioni, silenti se non su aspetti scandalistici e quindi disinteressate alla vera essenza del problema, e così in modo tale da investire tutta la politica italiana, e solo marginalmente a Banca d’Italia. L’altro addebito mosso a Banca d’Italia, quello di scarsa vigilanza sulle banche poi salvate, è surreale.

A favore delle banche vi era un vero e proprio sistema di territorio compatto, dalla politica a tutti i corpi intermedi: ma anche, i controlli di Banca d’Italia sulle banche sono generali e di organizzazione e solo limitatamente di merito, con eccezione dei controlli ispettivi, che, contrariamente a quel che si pensi, non sono capillari visti gli scarsi mezzi quantitativi di cui (Banca d’Italia) dispone, ma soprattutto tenendo conto che l’impianto normativo esclude controlli di merito sui fidi se non in caso di patologie. La preannunziata Commissione d’inchiesta parlamentare si rivela del tutto inopportuna se non addirittura inammissibile (in quanto l’istituto di fatto, contrariamente all’impianto della nostra Costituzione, è diventato un controllo solo della maggioranza, senza un vero dibattito pubblico aperto a tutto il Parlamento e, per suo tramite, a tutto il Paese), ed infatti le vere responsabilità della vicenda sono di natura politica e la Commissione sembra una via per traslare le responsabilità su altri, in particolare su Banca d’Italia, autorità amministrativa indipendente, in un ambito così di vero e proprio travisamento della Costituzione. Se (tutto) ciò è chiaro, tre sono i nodi veri da dipanare: in primo luogo, vi è il problema delicatissimo delle obbligazioni subordinate. Le obbligazioni subordinate sono una forma ibrida tra azioni ed obbligazioni ed infatti sono contabilizzate come una forma secondaria del patrimonio netto. Che in caso di insolvenza seguano la sorte delle azioni –non suscettibili di rimborso nemmeno con la vecchia normativa, basti pensare al caso del Banco Ambrosiano- non è di per sé affatto scandaloso. Il problema non nasce nemmeno con la circostanza che sono state vendute come sicure in quanto la sicurezza non poteva estendersi al “default” ed in quanto anche profili di responsabilità non possono essere esenti dalle conseguenze del “default”.

Il vero problema è che il ricorso indiscriminato ad un titolo ibrido da parte delle banche risponde di sicuro all’interesse delle banche stesse di acquisire fondi da contabilizzare tra i fondi propri e non tra i debiti, ma certamente non risponde all’interesse dei risparmiatori che volevano un tasso di interesse maggiore ma senza fuoriuscire dal rischio obbligazionario. Che poi i risparmiatori siano (stati) negligenti e non avveduti è un discorso certo, ma è un altro discorso, in quanto il concorso di colpa non può certo essere applicato nel caso di colpa concorrente non con colpa ma con dolo –per fare un esempio lampante e diverso da quello in esame, se uno lascia la porta di casa aperta, ciò non giustifica i ladri-. E’ ovvio che l’interesse dei risparmiatori è stato violato anzi eluso con un’azione dolosa, vale a dire mediante il basarsi su un equivoco, equivoco consistente nella differenza tra realtà effettiva dell’operazione –forma di mezzi propri e quindi di partecipazione piena al rischio di impresa- da un lato e dall’altro interesse dei risparmiatori oggettivato in contratto: le banche hanno raccolto mezzi dei risparmiatori interessati ad obbligazioni, ma li hanno contabilizzati tra i mezzi propri.

Il mancato intervento delle autorità di controllo che non hanno bloccato le operazioni o comunque non hanno sanzionato le banche quando queste erano “in bonis” è dipeso da incertezze normative –create ad arte e comunque alimentate dalla politica-, ma non elimina, ed anzi rende più eclatante, l’illiceità. Se uscisse confermata un’azione sistematica tesa a presentare i titoli come sicuri, l’illiceità dell’operazione quale forma di inganno dei risparmiatori per la discrasia di cui sopra uscirebbe anche dall’ambito di prospettazione –quindi unilaterale- per entrare nella concretezza dei fatti verificatisi e di pronta ed immediata percezione –quindi oggettivo e pacifico-. Quello che conta è –sia ben chiaro- non la modalità della presentazione a rendere l’operazione illecita, ma la forma di raccolta non rispondente all’interesse obiettivo dei risparmiatori. Se ciò è chiaro, lo stato di buona fede dei risparmiatori non conta: l’illecito si realizza per la sola realizzazione dell’operazione. Tutti i risparmiatori privati coinvolti hanno diritto al risarcimento, tranne quelli obiettivamente interessati ad un’operazione azionaria. Non con la modulistica MIFID, che si attesta su un piano solo formale, ma con la concreta predisposizione al rischio quale derivante dagli investimenti precedenti (come prospettato dallo scrivente per i casi Parmalt, Cirio ed Argentina, e la tesi è stata accettata da parte dei Tribunali e delle Corti di Appello-. Se si prescinde da considerazioni –involontariamente- umoristiche, quali le scelte umanitarie, o la rispondenza alla modulistica MiFID, e si sceglie la concreta predisposizione al rischio, l’indennizzo dei riparatori diventa da un lato necessario giuridicamente e dall’altro tale da evitare dubbi. Poi, per inciso, anche gli azionisti privati sono stati ingannati, ma qui occorre dimostrare il concreto inganno, andando a verificare le caratteristiche anche soggettive. Chiuso l’inciso, come superare il problema della normativa comunitaria “bail-in”? Come si vede, è un contrasto di normativa, tra normativa comunitaria e normativa interna, sulla cui soluzione si rimanda ai punti successivi.

L’entrata in vigore, il 1° gennaio 2016, della normativa interna di attuazione della direttiva “bail-in”, da un lato, e dall’altro il salvataggio delle 4 banche, effettuato in fretta e furia il 22 novembre 2015 da Banca d’Italia sulla base di un decreto legislativo sollecitato dalla stessa Banca d’Italia, in modo di evitare l’applicazione della normativa stessa, con l’eccezione delle obbligazioni subordinate, per cui non vi è stato il salvataggio attuato per tutte le altre forme di debiti delle banche, impongono la necessità di riconsiderare l’assetto dei controlli pubblici, del tutto superato e caratterizzato da profonde antinomie.

Sui vizi endemici dell’assetto occorre incentrarsi prima di andare alla ricerca ossessiva di responsabilità: ammesso –e non concesso- che ci siano, è il problema secondario, in quanto quello primario è di individuare quelle caratteristiche funzionali e strutturali che rendono impossibile il regolare svolgimento del sistema e fanno esplodere un ruolo negativo –o comunque non del tutto positivo- delle Autorità a prescindere da responsabilità di queste. E di fronte ad obiezioni tese ad evidenziare che il sistema è lo stesso da decenni e solo adesso ha manifestato effetti negativi, è facile rispondere che la –devastante- crisi economica ha fatto esplodere vizi latenti. L’impianto del sistema, sia come struttura sia come funzione, è sballato. Si basa su presupposti giusti non sviluppati. Alle fondamenta vi è la distinzione tra i due grandi settori del sistema finanziario, quello bancario e quello degli investimenti in strumenti finanziari. Nel settore bancario il risparmio affluisce a mezzo depositi con la proprietà delle somme che viene trasferita alla banca, obbligata a restituire il “tantundem” maggiorato degli interessi ad un tasso predeterminato: il rischio e i vantaggi dei successivi impieghi a mezzo fidi od operazioni di tesoreria sono in capo alla banca, mentre il risparmiatore corre il solo rischio dell’insolvenza della banca.

Nel settore degli investimenti, le disponibilità finanziarie restano di disponibilità del risparmiatore, che corre il rischio ed usufruisce dei vantaggi degli investimenti, mentre l’intermediario non ha alcun interesse se non quello ad una commissione predeterminata. Di qui la differenza profonda dei controlli pubblici nei due settori: in quello bancario, i controlli sono (pressoché esclusivamente) di stabilità, in modo di assicurare la solidità della banca ed evitare l’insolvenza, unica in grado di ledere l’interesse dei risparmiatori, ferma restando la trasparenza sulle condizioni patrimoniali dei tassi di interessi e delle commissioni sui servizi (e salvo l’inibizione di abusi soggettivi, quale l‘usura nei finanziamenti). Nel settore degli investimenti, i controlli sono di stabilità, per evitare l’insolvenza, ma anche di correttezza e diligenza e di trasparenza piena non solo sulle condizioni economiche ma anche sulle modalità di impiego, al fine di assicurare l’effettività della titolarità del cliente sui titoli e, conseguentemente, che l’intermediario non abbia altro interesse oltre quello ad una commissione. Il sistema aveva ed ha una logica intrinseca: ma si basava su alcuni presupposti che sono man mano venuti meno. Ed infatti, la normativa ruotava intorno ad una rigorosissima disciplina in materia di conflitti di interessi che è stata applicata con pari rigore in un primo tempo a carico degli operatori marginali e di scarso “standing” non in grado di reggere elevati requisiti comportamentali, ma che in un secondo tempo è stata applicata in modo formale e parziale a carico dei grandi operatori bancari: e questo è stato il primo elemento che ha fatto saltare il banco; ciò non a caso ma alla luce della circostanza che la crisi finanziaria si è rivelata devastante non solo da un punto di vista quantitativo, ma anche da uno qualitativo, visto che gli illeciti e gli abusi ora sono realizzati anche -se non addirittura soprattutto- dalle grandi banche.

In definitiva sul punto, le banche, anche primarie, hanno visto la loro attività caratterizzata per la violazione costante della normativa del conflitto di interessi e per traslare sugli utenti rischi in effetti propri, sia all’interno delle attività nei servizi di investimento, sia tra queste e l’attività bancaria. Ciò ha comportato un conflitto tra il valore della stabilità bancaria e quelli della correttezza, trasparenza e diligenza, conflitto che autorevole dottrina (G. Minervini) aveva ritenuto endemico il che non è fondato. Secondo tale dottrina, la stabilità è in contrasto stabile con correttezza, diligenza e trasparenza, in quanto viene e ledere profili di convenienza delle banche, ma ciò è un equivoco in quanto presuppone che la stabilità possa essere assicurata solo violando gli altri valori e, così evidentemente, essendo tali valori recepiti in legge, solo se illecita. La stabilità è il valore base, in quanto senza di essa per antonomasia non vi possono essere correttezza, stabilità, e trasparenza, ma da qui sostenere il contrasto il passo è incolmabile: presuppone dei concetti di trasparenza, stabilità e correttezza un valore assoluto, anche in contrasto con criteri di economicità ed efficienza, mentre gli stessi vanno intesi come criteri comportamentali di un’impresa, che deve perseguire il profitto e non fare assistenzialismo a favore dei consumatori, come invece ritiene una corrente molto sviluppata di consumerismo, che non si accorge che la propria posizione, oltre ad essere infondata, fornisce l’alibi al mondo bancario per legittimare, anche per scopi ben comprensibili di autodifesa, le violazioni della normativa. Ma non solo, traslando rischi impropri sugli utenti e sui terzi, la violazioni degli altri valori, e così legittimando la banca al compimento di operazioni ultra-rischiose, alla fine lede l’efficienza e pregiudica la stessa stabilità.

Il secondo elemento negativo, speculare rispetto al primo, è che nel settore dei servizi di investimento si sono inclusi tra i prodotti e servizi in cui investire anche quelli manifestamente ed intensamente speculativi, come i derivati, e ciò sarebbe anche di per sé positivo in quanto frutto di realismo, ed infatti una componente limitata e circoscritta di speculazione è ineliminabile ai fini di una valorizzazione ottimale del portafoglio, ma poi non si è colta la necessità di una regolamentazione rigorosa anche della speculazione e, conseguentemente, di vincolare questa ai valori di cui sopra e così si è finito con il non distinguere tra speculazione e risparmio: la conclusione indefettibile è che il nesso tra intermediazione finanziaria e tutela del risparmio, che nell’art. 47 della Costituzione è strettissimo, ed anzi inderogabile ed essenziale, sfuma e diluisce. I due elementi negativi appena visti portano, nel loro insieme, ad un risultato aberrante e devastante: la disciplina dell’attività finanziaria diventa priva di finalizzazione alla tutela del risparmio. Così, nel momento in cui, in una prima fase (2008), la crisi finanziaria è esplosa per colpa della speculazione, l’ordinamento italiano si è rivelato del tutto inadeguato ad approntare rimedi efficaci ed a tutelare i risparmiatori da abusi. Ma non solo, nel momento in cui, in una seconda fase (a seguire, vale a dire negli ultimi anni), è entrata in crisi l’intera economia, i fidi alle imprese si sono trovati coinvolti in una fase di rischio in misura sempre maggiore, e così addirittura la stabilità si rivela esposta a pregiudizio. In tale ottica, il dosaggio tra controlli macro, sui “ratios”, e controlli di merito sulle singole pratiche è sempre difficile. Ma il vero punto è che l’economia e la politica hanno spinto, nella prima fase della crisi –con l’argomento, di per sé non sbagliato, ma che poi è diventato un mero “slogan”, che le banche invece della speculazione dovevano preoccuparsi di fornire crediti all’economia reale-, le banche a minore rigore nell’erogazione del credito disarmandole contro i debitori scorretti e insolventi.

Banca d’Italia, per completare l’opera, ha perso forza ed autorevolezza e così ne è uscita compromessa la tempestività di intervento, ma il problema è di sistema e non della singola Autorità e nemmeno di tutte e due. Il vero nodo è, in prima battuta, quello di responsabilizzare il mondo delle imprese nei confronti del sistema bancario, con controlli pubblici: per fare ciò è necessaria una politica industriale con programmazione pubblica. In seconda battuta, I controlli di Banca d’Italia sulle banche per ritrovare forza ed efficacia richiedono capillarità di controlli, con mezzi – materiali e di personale- rafforzati, con sanzioni estremamente rigorose, anche di natura penale, sulle violazioni rilevanti, ed anche con commissariamento preventivo e diffuso, ma ciò non basta e sono necessari anche poteri reali di intervento di ristrutturazione e di governo del credito, impossibili senza mezzi finanziari ingenti, e così il “bail-in” ed anche il divieto di aiuti di stato devono essere del tutto abbandonati nel settore creditizio: altro che correzione o dilazione nell’applicazione.

Dopo l’esatta enucleazione dei valori da tutelare e delle regole da introdurre, si può passare a verificare il ruolo delle Autorità di controllo. Nel settore dell’intermediazione finanziaria di investimento in strumenti finanziari, la distinzione attuale è tra controlli di stabilità, in capo a Banca d’Italia, e di trasparenza, correttezza e diligenza, in capo a Consob. Nel concreto, i secondi controlli sono stati sacrificati ai primi e la stessa Consob ha assunto un ruolo volutamente ed autonomamente dimesso, rendendo la trasparenza un valore sostitutivo della correttezza e di ogni profilo di controllo sostanziale. E pure della trasparenza si è fornita un’interpretazione estremamente restrittiva e riduttiva proprio in materia di strumenti derivati, che sono la forma di investimento più rischiosa. Ciò dipende non dalle norme, formulate correttamente, ma dalla loro concreta attuazione.

Le Autorità di controllo si sono fatte carico di profili di stabilità e di solidità del sistema, il che di per sé è anche intrinsecamente meritorio, ma arrivando all’estremo, in modo da frustrare gli stessi obiettivi perseguiti di stabilità e solidità, visto il nesso stretto ed indissolubile con gli altri valori. Ebbene, l’omissione, od anche solo l’insufficienza, di controlli, di trasparenza e di correttezza, non espone le Autorità a responsabilità, in quanto il sacrificio della correttezza e della trasparenza è andato a favore –pur solo preteso- di altri valori pubblici e così si è trattato non di devianza ma di cattivo funzionamento del sistema complessivo, a partire dalla politica, in modo che non è possibile imputare gli effetti alle Autorità od anche solo a qualcuna di esse. Occorre evidentemente un’inversione di tendenza che investa tutto il sistema. In tale ottica, il punto di partenza deve essere costituito da una rivalutazione del profilo oggettivo delle operazioni: ora l’impianto normativo è interpretato ed applicato nel senso dell’esaustività del profilo soggettivo, con ricerca ed enucleazione corretta del profilo di rischio effettivo del cliente. Ciò mentre invece occorre individuare a monte il vero profilo oggettivo e così individuare le operazioni intrinsecamente illecite e sancirne senza meno la nullità ed a monte impedirle. E’ una problematica che era già emersa negli anni ’80, con l’intervento meritorio della Consob grazie ad uno dei suoi Presidenti più discussi, Franco Piga, mentre la dottrina maggioritaria era attestata su posizioni contrarie, con poche eccezioni, tra cui lo scrivente. Tra le operazioni illecite degli ultimi tempi si notino l’emissione di obbligazioni bancarie con tasso minore di quello dei Titoli di Stato (caso “a), l’emissione di obbligazioni convertibili in azioni su scelta dell’emittente (caso “b”), l’emissioni di obbligazioni subordinate (caso “c), l’offerta di derivati rovinosi (caso “d), e così via.

L’operazione dominante ritiene, invece, che tali operazioni siano lecite a meno che non siano offerte in modo scorrette. Si deve replicare che in tal modo, si snatura l’essenza del risparmio nel momento in cui si perde il nesso tra rendimento atteso e rischio corso e questi prescinde totalmente dal primo, e ciò non può essere ammesso solo perché il risparmiatore lo ha accettato: nel caso “a” il risparmiatore sceglie un titolo obbligazionario con rischio superiore di quello dei titoli di stato al fine di ottenere un rendimento superiore ed invece si trova, per la configurazione abusiva del contratto, un tasso di interesse inferiore; nel caso “b” il risparmiatore sceglie un titolo dal rischio medio-basso e a scelta dell’emittente si trova esposto all’aumento fortissimo del rischio; nel caso “c” il risparmiatore sottoscrive titoli di un’operazione di massa simulata, con cui la banca emette titoli di partecipazione al (proprio) rischio di impresa facendo leva sull’equivoco della natura obbligazionaria; nel caso “d” si offrono operazioni e posizioni rovinose con rischio totalmente sproporzionato rispetto al rendimento. Si snatura così l’essenza del risparmio, che è un valore costituzionale fondamentale, consumando un gravissimo illecito. A questo punto, il problema del rapporto tra le due Autorità, se riunire tutti e due i tipi di controlli in Banca d’Italia, o rinforzare la Consob, od addirittura crearne una terza, vista la debolezza della stessa Consob, è irreale e irrilevante, in quanto il vero nodo è quello di esaltare e rendere i controlli di correttezza autonomi e di pari dignità rispetto ad altri, il che può essere realizzato solo svincolando la stabilità dal protezionismo e rendendo la prima quale tutela dell’efficienza bancaria abbandonando ogni altro criterio e così rimettendo la salvaguardia della forza del sistema bancario alla politica economica. Quale che sia l’assetto che sarà scelto, quello che è certo è che Banca d’Italia deve essere (“rectius”, rimanere) l’autorità se non unica comunque principale, eventualmente con l’altra di completamento e di verifica critica ma non sullo stesso piano.

La garanzia dell’autonomia dei controlli di trasparenza e di correttezza deve essere raggiunta sul piano reale ed effettivo dei contenuti. Ciò chiarito, occorre passare all’ambito dell’attività bancaria ordinaria, dove sono sorte le crisi che sono sfociate nel dissesto delle 4 banche: i controlli devono essere finalizzati, esclusivamente, alla salvaguardia della stabilità intesa come efficienza. Si può così arrivare ad un punto conclusivo sull’assetto istituzionale delle Autorità: il rapporto tra vigilanza bancaria, nelle forme diversificate viste, autorità monetaria e struttura di governo del credito è dialettico ma gli stessi devono essere esercitati unitariamente, vista la centralità della banca nel sistema economico, centralità che richiede un interlocutore pubblico (almeno a livello principale) unico: ed infatti, controlli di stabilità bancaria, funzioni monetarie e governo del credito sono tra di loro indissolubilmente legati, investendo i tre profili essenziali dell’essenza della banca. Necessario è che vi sia distinzione di funzioni, da coordinare tra di loro. Banca d’Italia è Autorità di controllo indipendente ma svolge anche attività di controllo monetario con profili di politica economica ed anche svolge funzioni di governo del credito che hanno una rilevanza di politica economica. Nelle prime due è Autorità amministrativa indipendente, con autonomia in senso assoluto, mentre nel caso di politica economica è sempre autonoma ma solo in via di esecuzione delle linee generali stabilite dal(titolare del)l’indirizzo politico generale. I compiti non possono essere separati, come detto, ma la garanzia di un corretto esercizio di ciascuno dei tre è fornita dall’imperatività della funzione, e da una ridefinizione dell’assetto del Governo dell’economia, in modo da rendere effettiva l’autonomia, salvaguardandola con maggiori guarentigie, ma assicurando nel contempo il contemperamento con le altre funzioni. E’ la necessità di elaborare una Costituzione economica, non di riforma della stessa ma di approntamento di un assetto istituzionale in grado di fornire attuazione dell’art. 47 e dell’art. 41 dell’attuale Costituzione. E’ un assetto istituzionale che si deve basare su alcuni principi: da un lato, la necessità di una politica economica nel cui ambito si deve inserire la tutela del risparmio, come componente non autonoma ma dotata di un nucleo centrale da non sacrificare (così come il lavoro); ciò abbandonando sia il liberismo sia –non necessariamente incompatibile con il liberismo stesso- un intervento dei pubblici poteri nell’economia improvvisato e frammentato; dall’altro, fissando i rapporti tra titolari dell’indirizzo politico ed Autorità di controllo, e nell’ambito di queste tra Autorità amministrative indipendenti ed Autorità Giudiziaria.

Non si può pensare ad un assetto corretto delle Autorità di controllo se non ci si sofferma sull’attuale fase di patologia. Banca d’Italia ha perso autorevolezza perché le condizioni della sua preminenza nel sistema italiano, anche di fronte alla politica, alle grandi imprese, al Vaticano ed addirittura alle potenze estere, sono cambiate; non vi è più la mano pubblica delle grandi banche, l’attività di investimento si è sviluppata ed addirittura esplosa, creando profonde commistioni con l’attività bancaria, commistioni diventate croniche, e poi con gli illeciti sono compiuti non solo dagli intermediari marginali ma anche e soprattutto dai grossi gruppi. Banca d’Italia ha così perso autorevolezza, il tutto aggravato da situazioni discutibili, estremamente limitate tranne che ai tempi di Fazio.

Con la globalizzazione, la crisi economica, e la perdita di autonomia dell’Italia in Europa, Banca d’Italia da un lato ha assunto una posizione di secondo piano rispetto alla BCE e dall’altro ha perso poteri di condizionamento sul mondo bancario ed addirittura economico “tout court”, estero ed interno. Per queste ragioni è improprio –e fuori luogo- parlare di responsabilità di Banca d’Italia: il rigore nella concessione dei crediti si è perduto anche per pressione dell’invito generalizzato, da parte della politica e dell’opinione pubblica, rivolto alle banche per sostenere il sistema industriale. Con questi in crisi e con il ruolo perverso del territorio, il sostegno si è trasformato in lassismo. E’ inoltre ingiusto dimenticare i meriti di Banca d’Italia, che, del resto, da tempo, ha individuato i punti di debolezza nel sistema e proposto, ed ottenuto, sia la riforma del mondo bancario cooperativo, riforma complessa che ha visto anche l’abbandono della forma cooperativa da parte delle grandi imprese, sia il ridimensionamento del ruolo delle fondazioni azioniste, clientelare e inefficace e caratterizzato dal cedimento alla politica deteriore. Da tempo ha inoltre evidenziato la necessità di aggregazioni e di rafforzamento delle banche. Certamente, le si potrebbe imputare di aver sempre difeso il livello di capitalizzazione e di patrimonialità delle banche, evidenziandolo quale adeguato, mentre invece vi è necessità di intervento in tal senso in quanto insufficiente: ma è facile obiettare che altrimenti avrebbe creato e creerebbe il panico con effetti deleteri.

Ora con il “bail-in” e con la (conseguente) possibilità di perdita in capo ai depositanti creditori della banca, la responsabilità civile di Banca d’Italia per lacune nei controlli non può essere esclusa in punto di diritto. Ciò fu già fissato, a livello giurisprudenziale massimo, in virtù di orientamento consolidato della Suprema Corte, nei confronti della Consob per l’attività di investimento in strumenti finanziari, fondatamente visto il collegamento tra controlli pubblici e valorizzazione delle facoltà soggettive degli investitori, ma vi è stata esasperazione, che corre il rischio di creare paralisi del’attività di controllo: a maggior ragione il discorso si porrebbe con Banca d’Italia. Pertanto, la responsabilità penale e civile in capo alle Autorità (quella civile) ed ai suoi esponenti (soprattutto quella penale) dovrebbe essere posta (vale a dire fissata per legge) solo in caso di dolo, in cui far rientrare la colpa cosciente –in cui l’evento è escluso dalla volontà ma ben presente a livello di rappresentazione-.

La Consob, come detto, ha volontariamente escluso la rilevanza del proprio ruolo, rendendosi da sola pressoché superflua, e senza i meriti di Banca d’Italia, ma ciò è dipeso sempre dal clima generale e dalla politica. E i controlli di correttezza devono ritornare ad avere un ruolo centrale. Perché lo hanno smarrito? La risposta è facile. La Consob ha avuto un grande rigore –financo eccessivo- nei confronti dei soggetti che effettuavano la sollecitazione al pubblico risparmio e poi nei confronti degli intermediari in strumenti finanziari per colpire l’abusivismo e le gravi irregolarità, il tutto compiuto dagli operatori marginali, mentre il rigore è sempre stato limitato nei confronti delle operazioni di borsa e dei grandi e stimati intermediari. Quando con l’esplodere del capitale finanziario gli illeciti sono diventati una prerogativa stabile anche degli intermediari di grande livello, il rigore dei controlli di stabilità è scomparso. La funzione ancillare di Consob rispetto a Banca d’Italia ha comunque avuto un senso quando i controlli di stabilità di quest’ultima erano efficaci ed il sistema complessivo basato sul credito era sano. Venuta progressivamente meno questa situazione, tutto il sistema dei controlli è saltato e la Consob si è trovata esposta senza protezione. Ma il venir meno del sistema dei controlli ha comportato una conseguenza ancora più grave: le Autorità amministrative indipendenti hanno smarrito la loro indipendenza, sia rispetto alla politica che sfrutta il momento di loro debolezza per portare avanti la propria politica clientelare senza strategia, sia rispetto all’economia che non sopporta più controlli oggettivi ed imparziali capillari ed efficaci. Ed allora l’eliminazione dei fattori di debolezza delle Autorità amministrative indipendenti deve essere finalizzata a salvaguardare l’indipendenza rendendola realistica ed effettiva, e non a completare l’indebolimento qui descritto, in quanto l’indipendenza è la condizione basilare per rendere il sistema dei controlli funzionale ad un Governo dell’economia in grado di unire programmazione economica, stabilità e correttezza di comportamenti (con inibizione dei conflitti di interesse).

Nella normativa sul “bail-in” (salvataggio con risorse reperite all’interno alle banche coinvolte e in particolare a sfavore dei suoi creditori) il salvataggio delle banche è consentito solo per i depositi bancari fino a 100 mila euro, per le obbligazioni garantite, con ricadute anche sulle imprese affidate e sul personale, soprattutto direttivo, e con esclusione delle obbligazioni subordinate, accomunate ai titoli di rischio come le azioni. La stessa entra in vigore il 1° gennaio 2016, con possibilità di un periodo transitorio per le obbligazioni non garantite (ma non subordinate) fino a 100 mila euro. Banca d‘Italia ha realizzato, sulla base di un decreto legislativo dalla stessa promosso, il salvataggio delle 4 banche prima dell’entrata in vigore per impedire ricadute su tutti quelli che non fossero titolari di obbligazioni subordinate: le categorie beneficiarie di tale anticipazione sono numerosissime (tutti i depositanti e gli obbligazionisti non garantiti, soprattutto se oltre i 100 mila euro, tutti gli affidati e tutti i lavoratori) con esclusione degli obbligazionisti subordinati. In pratica, con tale esclusione si è effettuato un vero e proprio salvataggio come da vecchio sistema, a carico delle banche private sane e non dello Stato, ma comunque di sistema. Né si può dire che altra esclusione riguarda gli azionisti, anche privati cittadini, in quanto anche nel vecchi sistema gli azionisti non erano suscettibili di salvataggio e nel salvataggio del Banco Ambrosiano (con azioni quotate in borsa) gli azionisti tutti furono esclusi. Banca d’Italia non è riuscita, pur volendo, ad estendere il salvataggio alle obbligazioni subordinate –perché di questo e solo di questo si parla- perché l’Europa, nel compromesso raggiunto, non lo ha consentito.

L’intransigenza europea non è priva di giustificazioni in quanto le obbligazioni subordinate sono un titolo ibrido, che rientra nel patrimonio netto di secondo livello –rimborsate in liquidazione prima delle azioni ma dopo tutti gli altri creditori-, e quindi nella mentalità anglosassone, di radici protestanti, che sta dominando in Europa su spinta della Germania, sono soggette al rischio di impresa. La vera obiezione da muovere è che le obbligazioni subordinate sono state vendute nell’ambito di un’operazione illecita, con la conseguenza indefettibile che il rimborso è doveroso. Altrimenti, le azioni di risarcimento creerebbero obblighi (di risarcimento), ed evitare il loro porsi in capo alle nuove banche potrebbe anche non essere automatico da un punto interpretativo. Pertanto, il rimborso totale dei titolari delle obbligazioni subordinate che non erano interessati a titoli azionari è obbligatorio per legge. E’ un profilo di responsabilità, del tutto indefettibile e pertanto senza profili di discrezionalità, ed anche in conformità a normativa diversa da quella bancaria, ed infatti si tratta della normativa sugli investimenti in strumenti finanziari, per cui vi è altra normativa che prevede profili di responsabilità analoghi, e si tratta di normativa sia interna sia europea, e nulla l’Europa può eccepire al riguardo. Ma una volta risolto il problema delle obbligazioni subordinate, resta il problema dei limiti ai salvataggi, in ottemperanza ad una logica di libero mercato e di libera concorrenza, la quale ultima è uno dei valori fondamentali dell’Europa, se non addirittura quello principale.

Ebbene, si tratta di una normativa del tutto frutto di ipocrisia, in quanto ai salvataggi bancari nessun Paese, di qualsivoglia periodo storico, di qualsivoglia latitudine e longitudine geografica, di qualsivoglia orientamento politico, può rinunziare, ed infatti occorre tener ben fermo in mente che le banche –per il nesso imprescindibile tra base monetaria e sviluppo industriale a fondamento della loro attività, e non a caso i loro debiti costituiscono mezzi di pagamento- sono la base imprescindibile essenziale per la tenuta del sistema, qualsivoglia sistema. Basti pensare all’America, patria del liberismo, nel 2008, seguita dall’Inghilterra, dalla Germania e da tutto l’Occidente (esclusa l’Italia): e la Germania sta continuando nei salvataggi. E così il problema è politico (banca d’Amburgo salvata poco prima delle nostre 4).

I Paesi forti occidentali possono effettuare i salvataggi con le loro risorse pubbliche, mentre l’Italia no essendo è in situazione di terribile dissesto. Così si comprende che il divieto di aiuti di Stato non trova la fonte nella normativa comunitaria, se non apparente e comunque derogabile, mentre è la tenuta dei conti pubblici il vero problema. Così aggirare il divieto di aiuti di Stato con interventi volontari delle banche, per il tramite del Fondo Interbancario di garanzie o in via diretta come con il salvataggio delle 4 banche, è una velleità, in quanto si tratta di intervento volontario, indiretto guidato da Banca d’Italia (che approva le modifiche all’atto costituivo del Fondo) o di diretto come nelle 4 banche, così in definitiva è un intervento che alla fine non può non incidere sulle casse pubbliche, come detto direttamente od anche solo indirettamente. L’unica soluzione era ed è quella di opporsi alla normativa “bail-in” in quanto in contrasto con l’art. 47 della Costituzione che tutela il risparmio in tutte le sue forme.

La normativa sul “bail-in” è in violazione dell’art. 47, in quanto costringe alla perdita forme di risparmio di natura tipicamente bancarie e prive di natura speculativa se non estremamente leggera (il tasso delle obbligazioni subordinate era di poco maggiore di quello delle obbligazioni ordinarie), e quindi di fatto e nella sostanza non colpevoli. Nel momento in cui il risparmio bancario non è più sicuro tali forme di risparmio non possono non essere finire con l’essere deviate verso forme molto più rischiose ma anche molto più redditizie, in un’ottica, veramente perversa, di messa a repentaglio dei risparmi privati da un lato e dall’altro di disintermediazione delle banche e degli altri intermediari finanziari regolari e corretti. Per un Paese povero di capitali di rischio e ricco di risparmi è la rovina, in quanto distrugge il sistema economico e gli leva ogni possibilità e velleità di ripresa. Il pregiudizio del risparmio viola l’art. 47 della Costituzione.

Il “bail-in” (“rectius” la relativa normativa) è quindi illecito (“rectius” illecita) costituzionalmente nel momento in cui impedisce il risarcimento a favore dei risparmiatori ingannati in operazioni di collocamento titoli, sia quando è retroattivo (e l’argomento che dal 2013, in cui è stata approvata la direttiva comunitaria, si doveva sapere ciò, e così l’irretroattività avrebbe un senso, non è condivisibile in quanto argomento da utilizzare per sanzionare lo Stato italiano, colpevole, ma non i risparmiatori), per crediti sorti prima dell’entrata in vigore della normativa, sia quando sacrifica, d’ora in avanti, forme di risparmio bancarie ed obbligazionarie (pure, non subordinate) bancarie. Le repliche contro il ricorso all’art. 47 vanno respinte: innanzitutto, la replica secondo cui così si fornisce della tutela del risparmio una valenza troppo estesa, in quanto è agevole rispondere che nel caso in questione si lede proprio l’aspetto fondamentale del risparmio, la sicurezza (in linea con la categoria di rischio). Poi la replica per cui la normativa comunitaria ha valore costituzionale a meno che non leda i principi fondamentali e questi non comprendono il risparmio, in quanto è agevole rispondere che la Costituzione economica (artt.35-47), nel suo cuore essenziale, integra gli art. 2-3 della Costituzione, che contengono principi fondamentali. E nella Costituzione economica il risparmio svolge un ruolo centrale. Ciò anche senza considerare i limiti della normativa comunitaria, insincera e che trova sempre più deroghe, su cui si è già detto. Ed infine la replica che l’anomalia italiana è costituita dalla grande ricchezza di risparmio privato a fronte di un altissimo debito pubblico. Sarebbe, secondo tale replica, un segno incoraggiante per il futuro il sacrificio, per la prima volta con il salvataggio delle 4 banche, del risparmio privato per non gravare sul debito pubblico.

E’ agevole rispondere che una cosa è riqualificare il risparmio privato (senza ovviamente indulgenza verso l’evasione fiscale e per le forme di speculazione) e il debito pubblico in un nesso armonico, altra distruggere il risparmio privato. Il liberismo (di Giavazzi, che ha utilizzato l’argomento) fa brutti scherzi. Così come quello di Alesina secondo cui il sacrificio degli obbligazionisti subordinati delle 4 banche è dovuto più che altro alla loro insipienza e mancanza di cultura finanziaria. Si ripete, come già detto, che la colpa dei risparmiatori non giustifica l’illecito doloso.

MESSE FUNEBRI A PARIGI

“Parigi val bene una messa” recita una celeberrima frase: anche questa volta, a distanza di meno di un anno, si tratta di tante messe funebri, ed ora il numero delle messe è aumentato vertiginosamente. Che Parigi sia colpita per la seconda volta da stragi terroriste islamiche (e questa volta le vittime sono ben oltre cento) non è un caso. Parigi non è il simbolo dell’Occidente cristiano, rappresentato da Roma, non è il simbolo della finanza e del grande capitalismo, rappresentato da New York e da Londra, non è il simbolo della potenza occidentale, rappresentata dalla città americana e dalle città tedesche. La risposta al quesito sarà individuata alla fine del presente scritto. Ora tocca capire come reagire: l’attacco è oltre ogni livello di guardia; è l’offensiva contro l’Occidente, è una vera e propria guerra, preannunziata a gennaio ed ora alla fine impiantata. L’Islam, nella sua versione più estremista, sfida l’Occidente a casa di questi, uccidendo in modo indiscriminato ed in massa innocenti. L’Occidente deve reagire, come chiunque attaccato a casa propria. Non è solo terrorismo, è guerra nel momento in cui l’attacco non è più limitato, come quantità e come obiettivi, ma investe del tutto il Paese aggredito. E’ una guerra peculiare, indirizzata non alla soluzione finale ma a tenere sotto scacco permanente il Paese (o più Paesi, come nel nostro caso). Una reazione è in questo caso del tutto doverosa ed inevitabile. Ma è una guerra, quella di reazione, che incontra due difficoltà. La prima è rappresentata dalla circostanza che con l’immigrazione in massa e l’integrazione degli islamici nel singolo Paese diventa difficile il controllo su di loro, in particolare su coloro che fanno da base ed aiutano gli autori materiali degli atti terroristici. L’altra è rappresentata dalla circostanza che questa è una guerra di religione e di civiltà, che non può non portare ad un conflitto tale da investire in modo generalizzato la totalità dei cristiani e degli islamici. Lo spezzare il blocco islamico trovando l’accordo con i settori islamici moderati è impossibile se il blocco aggredito non mantiene una differenza di civiltà vera, in modo che l’unica differenza sia quella di religione.

La differenza di civiltà e la conseguente guerra di civiltà potrebbero essere dimostrati solo se il Paese aggredito mostrasse un’universalità ed una mancanza di particolarità, il che non riesce al momento all’Occidente, la cui politica estera nel Medio-Oriente si è rivelata fallimentare, con continua alimentazione dei peggiori mostri, poi debellati a favore di mostri anche peggiori, il tutto per convenienze ed in un’ottica imperialista, in cui spicca la lesione dei diritti fondamentali dei Palestinesi. Chi critica la scelta di eliminare Gheddafi ed apprezza il realismo di Berlusconi che era contrario a tal eliminazione coglie un punto importante, ma resta all’interno di una logica di chi si accontenta dei mostri meno peggiori. Le due difficoltà danno il segno dell’inefficacia di una guerra all’estremismo islamico. La seconda difficoltà rende il blocco avversario inattaccabile, mentre la prima impedisce una vera integrazione nell’Occidente alla luce del permanere di una identità islamica ostativa alla fedeltà alla nuova comunità. E’ quindi evidente che la guerra è necessaria, e lo stato di guerra, senza rinunciare ai diritti e senza richiedere la tortura, comporta misure straordinarie e la caccia ai sospetti.

Per inciso, la modifica della Costituzione, richiesta da Hollande, non è necessaria in quanto qualsivoglia Costituzione democratica e garantista consente la dichiarazione dello stato di guerra anche all’interno (art. 78 Cost.), con tutte le misure necessarie, senza operare sospensioni di garanzie e di diritti di libertà non strettamente necessari. Una modifica “ad hoc” della Costituzione è evidentemente finalizzata a restrizioni ulteriori, il che è inammissibile. Chiuso l’inciso, la guerra non è sufficiente. E’ necessaria una linea politica sistematica e globale, coerente e complessiva, che non si risolva nella guerra. La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, ammoniva von Clausewitz, ma si può ben dire il reciproco, vale a dire che la politica è prosecuzione della guerra con altri mezzi. La teoria della politica assoluta vede in questa la conquista pura del potere, e così la divisione in due blocchi, contrapposto l’uno all’altro, non è nient’altro che la divisione amico-nemico di Schmitt. La guerra –in cui irrimediabilmente si risolve la politica assoluta- è evidentemente coerente ad una divisione irrimediabile in blocchi ed è del tutto inefficace nel momento in cui un blocco non può avere il sopravvento sull’altro ma entrambi devono convivere tra di loro.

La guerra santa che l’Islam vuole portare avanti mira non alla conquista del mondo, resa impossibile dalla superiore forza dell’Occidente, ma ad impedire a questi di avere il sopravvento nelle terre islamiche. L’Occidente, d’altro canto, vuole sì avere il sopravvento sull’Islam ma non totale, bensì stabilendo un vassallaggio. In altri termini, i settori dominanti dell’Occidente e dell’Islam puntano ad una guerra di reciproca legittimazione. La guerra non è solo guerra di difesa per l’Occidente, quindi doverosa e giusta, ma rientra in un’ottica bellicista, per ragioni di convenienza economica, tese al controllo del petrolio, od anche di natura prettamente politica, tese al controllo dell’area. L’aggressione o comunque l’ostilità nei confronti dell’Islam sono dell’Occidente che ha avviato l’opera e continua imperterrita in tal senso. Quella dei settori oltranzisti dell’Islam è una ritorsione anche se del tutto incivile. La difesa dell’Occidente dall’Islam è doverosa ma la contesa non è nata per ragioni nobili. Lo scontro di civiltà e i toni da crociata della compianta Oriana Fallaci, ora incredibilmente ripresi, sono del tutto fuori luogo. Il clima anti-occidentale nell’Islam non è privo di basi La superiorità di civiltà dell’Occidente è diventata un fattore di sopraffazione e non di emancipazione. La pretesa di alleanza con i settori islamici moderati è del tutto velleitaria nel momento in cui l’Occidente è mosso da ragioni di dominio, che non a caso portano ad un’obiettiva convergenza con i settori più radicali con cui instaurare una logica bellicista.

E’ bene ribadire che tale logica bellicista è funzionale ad entrambi i campi, guarda caso nelle “élite” al potere dominanti. La svolta politica, per rendere effettiva la difesa dell’Occidente, deve consistere nel rinunziare alla politica di potenza, condannando Israele ed imponendo il ritorno ai confini ante-‘67 con consacrazione di Gerusalemme quale zona franca e riconoscimento dello Stato Palestinese, ma contestualmente con ammonimento a questi di sanzioni pensanti in caso di avallo ad azioni terroristiche contro Israele, ed infine con impegno a non interferire sul petrolio e sulle altre fonti energetiche. E’ una politica nuova non più basata sulla contrapposizione nemico-amico, ma di lotta alle fazioni interne illecite, con la politica quale continuazione e realizzazione del diritto. Il diritto internazionale è la parte più affascinante del diritto, ma anche la più malferma, in quanto per realizzarsi deve eliminare o comunque ridurre al minimo il potere statale (lo comprese a suo tempo Kelsen, che evidenziò che il diritto internazionale è in conflitto con la sovranità statale ed alla lunga porta all’eliminazione o comunque al forte ridimensionamento di questa), ma ora è arrivato il suo momento. La guerra deve essere espunta dalla politica internazionale, con riflessi su quella interna, in quanto la guerra compatta il paese all’interno, eliminando i conflitti di classe. Per concludere, Parigi è stata scelta quale simbolo dell’illuminismo, del razionalismo, della tolleranza, del materialismo e del socialismo, per sotterrare definitivamente tali valori e ridurre l’Occidente alla pura potenza: per realizzare tale lucido disegno è necessario consegnare la Francia alla destra di Le Pen. Si può ribattere che, al contrario, Parigi è stata scelta per la politica di guerra della Francia alla Siria, per punizione e contestualmente invito a desistere, ma è facile disfarsi dell’obiezione, evidenziando che era immaginabile che non si sarebbe riusciti in tale intento, e si sarebbero compattati la Francia e l’Occidente nel senso della guerra.

I DERIVATI CON LO STATO

Il Ministero dell’Economia, di fronte alle pressanti richieste di settori dell’opinione pubblica, soprattutto di quelli legati al Movimento5Stelle ed a “Il Fratto Quotidiano”, ha negato la consegna e la diffusione di copia dei contratti derivati tra lo Stato italiano, in essere per il tramite di tale Ministero, e banche d’affari internazionali. Si tratta di diniego del tutto surreale ed in contrasto con la normativa. L’offerta al pubblico di strumenti derivati è un’attività di servizi di investimento in strumenti finanziari, riservata a banche e S.I.M. e soggetta a particolari e pregnanti controlli di stabilità, trasparenza e correttezza, affidati alla Consob. In tale ottica, il contratto deve rispondere a certi principi e criteri ed anche quando sviluppato con clienti esenti da alcune forme particolari esigenze di tutela, massime clienti istituzionali quale lo Stato italiano, deve sempre essere finalizzato all’interesse dei clienti. E ciò è inevitabile, quale una caratteristica essenziale degli investimenti in strumenti finanziari: basti pensare, al contrario, ai depositi bancari, dove la somma di denaro passa di proprietà alla banca, obbligata a restituire il “tantundem” maggiorato di interessi ad un tasso predeterminato. Il cliente è sicuro di avere indietro la somma oltre gli interessi tranne che in caso di dissesto della banca debitrice, la quale impiega le somme ricevute a proprio beneficio e rischio, in fidi ed in operazioni di tesoreria.

Oltre ai controlli di stabilità, non vi sono altri controlli a tutela dei risparmiatori, se non quelli di trasparenza sulle condizioni economiche praticate dalla banca. Controlli sui crediti, oltre ai profili di stabilità, non sono a tutela dei risparmiatori, in quanto i crediti incidono solo sull’interesse della banca. Nei servizi di investimento, al contrario, le somme investite restano di proprietà dei risparmiatori, che corrono il rischio e beneficiano degli utili, mentre l’intermediario che cura gli investimenti eseguendoli od addirittura scegliendoli ha l’unico interesse ad una commissione predeterminata e non può avere altro interesse che si ponga in contrasto, anche potenziale, con quello del cliente ad un mix ottimale del nesso rischio/beneficio. Negli investimenti in conto proprio –negoziazione in conto proprio, forma questa in cui sono conclusi i derivati, collocamento con preventiva sottoscrizione od acquisto a fermo-, dove l’intermediario è controparte del cliente, l’interesse dell’intermediario autonomo rispetto a quello del cliente ed addirittura in contrasto con esso è inevitabile, ma la circostanza che il cliente investe sempre per conto dell’intermediario obbliga questi a soddisfare il proprio interesse senza trascurare quello del cliente. Sono pertanto richieste una serie di condizioni circa la liquidabilità e l’oggettività del prezzo del titolo, ed in ogni caso l’intermediario deve contemperare tra di loro i due interessi in partenza contrapposti.

Proprio l’imperatività della tutela del cliente comporta il controllo della Consob sui contratti: il controllo della Consob è di natura pubblicistica ed è inderogabile. Una rinunzia del cliente a perseguire i propri interessi, configurabile in ambito ristretto -non potrebbe infatti essere esercitata in contratti illeciti, in cui l’interesse del cliente venisse leso in modo grave ed irreparabile, art. 1972 c.c.-, non avrebbe valore per i controlli pubblici. Pertanto, la Consob ha il potere di esercitare i controlli sui contratti dello Stato con le banche internazionali, anche in caso di remora dello stesso Stato a provvedere alla propria tutela. La sovranità statale non può concretizzarsi nella rinunzia alla propria tutela, poiché una rinunzia può investire i valori privatistici dello Stato, ma non i principi ed i valori essenziali, quale quello a (il controllo su) un corretto esercizio dell’attività dei servizi di investimento sul proprio territorio. La consegna del contratto dello Stato con le banche internazionali non può pertanto essere negata in seguito ad una richiesta della Consob: la richiesta della Consob, obbligatoria in presenza di seri dubbi quali quelli prospettati, ha come destinatarie le banche internazionali. Una volta ottenuta la copia, se emergono gravi dubbi di illecito, la Consob ha l’obbligo di avviare un procedimento sanzionatorio nei confronti delle banche, sottoposto ai profili di trasparenza propri dei procedimenti Consob. Nel caso di sanzione della Consob nei confronti delle banche estere, si porrebbe certamente un problema politico del perché lo Stato non abbia attivato autonomamente il procedimento Consob e non abbia provveduto alla propria tutela. Le risposte sarebbero imbarazzanti e getterebbero luci inquietanti sugli aspetti giuridici ed istituzionali del (la fase del dominio del) capitale finanziario. Ma di questo imbarazzo non si può evidentemente far carico la Consob, tenuta per legge ad attivare detti controlli.

UN PAESE IN SALDI

Pubblichiamo molto volentieri un’analisi sul triste fenomeno della vendita di aziende italiane a soggetti esteri realizzato da uno studenti del terzo anno di Economia e Commercio, Corso CLEC, dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara.

Ormai da anni sempre più aziende italiane finiscono per passare in mani straniere.

L’ultimo in ordine di tempo è Grom, il “gelato più buono del mondo” che dal 1° ottobre 2015 passa alla multinazionale olandese Unilever, quella di Algida per intenderci. Ma oltre al suo “Gelato più buono” l’Italia in questi anni è stata depredata dai colossi stranieri di molti dei suoi marchi più importanti e prestigiosi. Prima della Grom di fatti è lunghissima la lista di imprese italiane, molte delle quali rappresentano un vero pezzo di storia del nostro Paese, nel finire sotto il controllo di imprenditori stranieri. La lista del “Made in Italy” che ci ha abbandonato è infinita e sarebbe troppo lunga da elencare completamente al punto di poter amaramente constatare che lo Stivale sia ormai diventato un immenso outlet dove si viene a fare shopping a prezzi di saldo. Basti pensare che la quota di imprese italiane in mano agli stranieri corrisponde al 23% del totale, mentre ben il 43% delle società per azioni tricolori quotate in Borsa è posseduto da soggetti esteri. Ma la colpa di tutto ciò principalmente è imputabile a quali fattori? Iniziamo subito nell’affermare che, in linea di principio, una azienda viene venduta essenzialmente per due motivi: -perché viene offerto un prezzo estremamente elevato rispetto agli utili generati e alle aspettative d’incremento del valore, tanto da indurre chi ne detiene il controllo a cederla. -perché non genera sufficienti utili e le prospettive future, anche in termini di incremento di valore, inducono nel cederla. Inutile precisare che attualmente la stragrande maggioranza delle aziende italiane non genera soddisfacenti livelli di utili e che le prospettive future d’incremento del proprio valore sono pertanto estremamente basse. Questa situazione si è determinata a causa della recessione in atto da diversi anni che sta affliggendo in particolar modo il Vecchio Continente e che oltre ad aver creato le condizioni di contrarre i fatturati, compresso gli utili e ridotto drasticamente risorse destinate agli investimenti, ha sensibilmente diminuito l’accesso al credito da parte delle aziende italiane. Gli effetti della globalizzazione, che come effetto più evidente ha indotto alla delocalizzazione produttiva con tutto quello che ne consegue anche in termini di occupazione, ha fatto poi il resto. In questo desolante scenario molte aziende hanno gettato la spugna e sono passate di mano a favore di soggetti esteri che invece hanno la disponibilità di capitali idonei a ricapitalizzazioni che permettono il rafforzamento patrimoniale bypassando il sistema bancario e consentendo di intraprendere investimenti produttivi e innovativi. Naturalmente il rovescio della medaglia è rappresentato dagli effetti generati dalle riorganizzazioni societarie, anche profonde, che prevedono oltre a cessioni di rami d’azienda, riduzioni di personale e trasferimenti all’estero di produzioni, anche la scelta di sedi fiscali in paesi dove è possibile godere di trattamenti fiscali migliori rispetto all’Italia costretta invece sempre più ad effettuare prelievi fiscali penalizzanti per l’intero “Sistema Paese” nel tentativo di rincorrere i vincoli di bilancio europei pur di rimanere del “club dell’euro”. I Governi italiani invece di proteggere pertanto le aziende italiane dalla propria svendita, preferisce ostinarsi nell’intraprendere politiche di austerity necessarie al sostentamento della moneta unica che determinano contrazione della domanda interna, e quindi di fatturato delle aziende stesse, e una pressione fiscale al limite della sopravvivenza per qualsiasi attività produttiva. Insomma si vende, anzi si svende, per non cedere in prospettiva a prezzi ancora più inferiori degli attuali a soggetti esteri i quali sono ben contenti di venire in Italia a comprare tutto il possibile perché riescono ad accaparrarsi eccellenze in ogni campo a prezzi estremamente competitivi, coscienti che con la messa a disposizione di risorse finanziarie fresche riescono ad incrementare notevolmente l’investimento. Poi se si fanno “spezzatini” o si licenzia personale per ristrutturazioni e si chiudono siti produttivi per trasferirli anch’essi all’estero poco importa, tanto lo Stato italiano non alza un dito per evitare questo scempio.

Ormai il passo allo status di “Colonia del Nord Europa” è sempre più vicino!

Franco Cherubini

http://scenarieconomici.it/a-a-a-svendita-italia-con-la-complicita-dei-governi/

La spesa pubblica, da finanziare anche –ora soprattutto,- con il debito pubblico, quale elemento necessario per sostenere l’economia, è stata addotta per la prima volta in modo sistematico da Keynes: questi, profondamente consapevole dell’instabilità del capitalismo, era convinto, soprattutto come presentato nella sua versione di sinistra, portata a logico compimento da Minsky, che fossero necessari, da un lato, al fine di controllare e governare detta instabilità ed i suoi rovinosi effetti, un intervento di ri-equilibrio a mezzo della spesa pubblica, quale insostituibile fonte sostegno della domanda, e dall’altro la regolamentazione della speculazione finanziaria, fattore scatenante delle crisi, con l’intervento costante e stabile di un prestatore di ultima istanza. In tale ottica i punti forti erano da un lato il sostegno della domanda dei ceti bassi, con una presenza sostanziosa dello Stato nell’economia, e dall’altro il rigido controllo della finanza speculativa.

Ebbene, l’evoluzione delle dinamiche capitalistiche ha dimostrato che il cuore del pensiero keynesiano è stato recepito, addirittura nella sua versione di sinistra, ma in modo paradossale e tale da tradirne la natura: la spesa pubblica è diventato un elemento centrale del sistema, ma non in senso sociale, bensì per consentire lo sfogo finanziario del sistema, con la stessa spesa pubblica destinata a pagare gli interessi a favore dei detentori dei titoli del debito pubblico, costituiti per la maggior parte da investitori istituzionali. E’ così evidente che l’elemento centrale del keynesismo è stato strumentalizzato in senso affatto opposto e tale da essere utilizzato dalla speculazione finanziaria, che proprio il keynesismo voleva combattere con energia. Ciò perché il keynesismo ha accertato l’instabilità del capitalismo ma gli è sfuggita la (realistica presa d’atto della) possibilità di una regolazione che fosse strumentalizzata dal capitale. Ed infatti, l’accertamento, con denuncia, del dominio del capitale è estraneo al keynesismo, attestato su una logica di puro equilibrio economico. E’ questo invece il terreno proprio del marxismo: l’utilizzo del keynesismo in un’ottica marxista è non solo possibile ma rappresenta l’unica strada per rendere il primo protagonista effettivo ed anche consapevole e, in via affatto speculare, il secondo idoneo ad incidere sull’economia.

Certamente sterminata è la letteratura sul punto: rispetto ad essa, chi scrive si differenzia nel ritenere che il vero punto di incontro sia rappresentato non dalla denuncia dell’instabilità del capitalismo, elemento di per sé troppo generico, ma dai rispettivi punti deboli, che possono essere sanati solo da una loro sintesi. Il keynesismo trascura il dominio economico, mentre è estranea al marxismo la politica economica, ritenuta secondaria rispetto al rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione, rapporto decisivo nel marxismo stesso. Il punto del debito pubblico si rivela, in tale ottica, di estremo rilievo in quanto è la conferma che il capitalismo non si basa affatto, a differenza di quel che ritengono i liberisti, sul mercato, che non è autosufficiente: il debito pubblico mostra da un lato che è necessaria una forte presenza pubblica, ma che questa è strumentalizzata dal capitale.

Come corollario, l’unica forma di capitale possibile nel periodo di consolidamento del sistema è quella finanziaria, alla luce del ruolo subordinato del mercato e conseguentemente dello sbocco naturalmente non produttivo del “dominus” economico, che privo di limiti oggettivi si dirige verso settori dove si possono formare super-profitti. Ma non solo: il calcolo economico finalizzato alla parità di bilancio, elemento centrale del capitalismo nascente, è ora superato. Ed è superata anche la versione, di natura calvinista, che vede la centralità del risparmio e dell’investimento, sostituita da una versione del capitale finanziario, in cui il creditore opprime il debitore, ma si tratta di un creditore che presta soldi non solo non suoi- il che è inevitabile nell’intermediazione finanziaria-, ma anche utilizza in modo indifferenziato depositi ed investimenti trasferendo sui risparmiatori rischi invece esclusivamente propri. Il capitale finanziario è quindi evidentemente e necessariamente illecito.

Ma non solo ancora: la globalizzazione, irreversibile e dominante, non supera lo Stato ma lo strumentalizza. Lo Stato-nazione è evidentemente ancora centrale. Da questo mosaico, apparentemente inestricabile, emerge è lo spazio per una rielaborazione marxista del debito pubblico. Il debito pubblico è ineliminabile, ma deve essere liberato dal giogo verso il capitale finanziario. Per far ciò occorre tenere la spesa pubblica controllabile ed efficiente, vale a dire produttiva ed economica. Il nodo di una riqualificazione della spesa pubblica passa per une visione sociale dello Stato che non rinunzi all’economicità ma la renda strumentale rispetto alla socialità. La socialità deve inglobare al proprio interno l’economicità e quindi abbandonare ogni forma di assistenzialismo.

Ma ciò non basta ancora: il debito pubblico è l’elemento essenziale di un sistema economico costruito intorno al capitale finanziario. La vera sfida è quella di rendere il capitale finanziario strumento del debito pubblico, e questi dello Stato sociale e non viceversa. Non si può invece pensare ad un ridimensionamento del capitale finanziario con un rilancio di una logica di industrialismo puro, logica che si rivela frutto di puro velleitarismo. Il capitale finanziario è la guida del capitale industriale ed il fenomeno non è reversibile. Il problema vero è di porlo quale strumentale rispetto ad una logica di socializzazione. Si può ravvisare un’analogia tra quanto appena detto e le conclusioni cui giunse Rudolf Hilferding nella sua anticipatrice visione del fenomeno, elaborata nel 1910: tali conclusioni vedevano il capitale finanziario quale anticamera di una democratizzazione dell’economia, con nazionalizzazione delle poche grandi banche oligopolistiche od addirittura della grande banca monopolistica, nel segno di una trasformazione socialista dell’economia. Rispetto a tali conclusioni è da differenziarsi evidenziando che il capitale finanziario non è l’anticamera di nulla, ma è lo sbocco finale del capitale, senza che vi sia, di per sé, alcun presupposto di trasformazione socialista od anche di avanzamento democratico nell’economia. La democratizzazione socialista dell’economia non passa per il passaggio di proprietà dei grandi monopoli ed oligopoli finanziari dalla mano privata a quella pubblica come tuttora pensano, con profonda illusione, alcuni importanti e raffinati settori intellettuali della sinistra radicale-: Hilferding resta prigioniero di una logica tradizionale marxista, secondo cui fondamentale è strappare il potere alla borghesia e quindi conquistare il potere.

Il vero nodo è rappresentato dal ruolo dello Stato; ed infatti, il nesso tra Stato e capitale è diventato inestricabile, in quanto il capitale è non più autosufficiente. Come riqualificare lo Stato in economia e renderlo attore economico in senso sociale creando una contraddizione intrinseca all’interno del capitalismo e ponendo le condizioni per un superamento è un compito che appartiene strettamente, anzi squisitamente, al marxismo. Il debito pubblico è chiave di volta di una politica economia marxista in quanto mostra che la spesa pubblica non è più un limite all’iniziativa economica privata da subire per la pace sociale, ma è consustanziale al funzionamento economico del sistema. E nel contempo proprio qui si elabora il punto di attacco al capitale. Ed infatti, il nesso tra debito pubblico e capitale finanziario, nesso inestricabile, dimostra da un lato non solo che il mercato non è più autosufficiente ma anche che è sostituito da una programmazione economica, ora privatistica e che occorre far diventare democratica e sociale e, dall’altro, che il calcolo economico di bilancio su cui si basava il capitalismo è superato e sostituito da un calcolo economico globale e di sistema. Sono questi gli elementi preparatori del socialismo, da introdurre nel rispetto delle linee generali sopra viste.