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Ho molto apprezzato il discorso del sindaco di Siderno, Fuda, alla festa del 1° maggio, nella parte in cui ha parlato di “imprenditore sociale”. Questa figura ci riporta all’art. 41 della Costituzione che recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Chi ha scritto questa norma aveva bene in mente lo Stato sociale e lo ha incastonato nella Costituzione, conservando il diritto alla proprietà privata, alla libertà di iniziativa economica privata, ma intervenendo nel settore dei rapporti economici. I padri Costituenti furono lungimiranti nel coordinamento dell’attività economica e il suo indirizzo verso il raggiungimento del benessere comune. Per questo non si può ragionare solo in termini di sterile profitto, perché se un’azienda funziona bene è perché spesso all’interno vi è anche la fedeltà e l’attività di chi presta la propria professionalità e questa deve essere riconosciuta tramite un salario congruo, sicurezza e tutela della salute e del posto di lavoro. Il lavoratore spende 8 ore della sua giornata, la propria forza e, in alcuni casi, anche le idee e il suo “savoir fare”. Per questo ha il diritto di garantire a sé e alla sua famiglia una vita dignitosa. Oggi, purtroppo, i mercati internazionali sono predominanti, si è quasi totalmente distrutta la piccola e media impresa. Quando una persona riesce a entrare nel “mondo del lavoro” non viene considerata per la qualità produttiva, ma per la velocità di produrre e generare profitto al suo datore di lavoro. Non a caso, ora viene usato il termine infelice “mercato del lavoro”, dove ciascuno diventa sostituibile, proprio per indicare che i lavoratori possono essere sostituiti come un pezzo meccanico qualsiasi di un ingranaggio. La “chicca” è il lavoro flessibile coronato dai voucher! Con il Jobs act, per agevolare le assunzioni, è stato proposto il contratto a tutele crescenti e gli sgravi contributivi per il datore di lavoro. Ma niente, non si muove una foglia. La precarietà e la disoccupazione i convitati di pietra del primo maggio! In Italia la disoccupazione generale è stimata al 14%, quella giovanile al 42% e al sud arriva al 60%. Ogni giorno un’azienda chiude o minaccia di chiudere per abbassare le garanzie sul lavoro. Alcune chiudono e aprono all’estero. Molte effettuano finte chiusure. Infatti, in diverse città, il lavoro c’è ma è molto nascosto in magazzini seminterrati affollatissimi di “lavoratori” e le condizioni sono da Bangladesh! Si può parlare di nuova schiavitù? Direi proprio di sì. Qualcuno ricorderà la gag di Massimo Troisi sul lavoro? Nella scenetta, Troisi lamenta che a Napoli non si trova lavoro che non sia affiancato da un’altra parola. Lavoro nero, lavoro a cottimo e lavoro minorile. Dalla legge Biagi in avanti se ne sono aggiunte altre: lavoro a progetto, a partita iva, a tempo parziale, intermittente, ripartito, co.co.co. e molti altri che il jobs act non è riuscito a cancellare, anzi, ha cancellato l’art. 18, una norma che garantiva diritti e umane condizioni di lavoro. Invece, ha prevalso la “Gig Economy” (o gigonomics=lavoretto), un termine anglofono e laccato per definire un modello economico sempre più diffuso dove i lavoratori sono tutti in proprio, non esistono più prestazioni lavorative continuative, ma si lavora “on demand”, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze. Qual è il problema? E’ veramente economico? No, il problema è la competitività! Oggi dobbiamo essere “competitivi”, perché ce lo chiedono i mercati. Le imprese artigianali, con l’originalità delle idee, non ci sono più perché per essere “competitivi” occorre produrre in serie e a basso costo. Così siamo vestiti tutti uguali, “griffati”, ma uguali, come i balilla! Anche il cibo deve essere “globale”, non secondo le locali esigenze, ma secondo le esigenze del mercato e, però, non tutti nel mondo hanno assicurato un pasto al giorno. Alcune vie delle grandi città non sono più illuminate, anche i negozi chiudono. Nelle vie più “battute” del centro ci sono ovunque le stesse insegne che si ripetono, tanto al Nord come nel resto d’Italia e del mondo: Zara, Intimissimi, McDonald, per citarne alcune, e poi le grandi firme. Tutti in serie! Costo di produzione 90 centesimi, prezzo di vendita 40 euro. E’ un esempio, ma è così per qualsiasi prodotto. Quantità, non qualità! Ma la quantità rischia di travolgerci perché senza reddito non si consuma. Senza reddito non ci si avventura a costruire una famiglia. Le nascite calano, arrivano i migranti, l’esercito industriale di riserva, per usare un’espressione di Marx, dove l’obiettivo è sostituire i lavoratori autoctoni con gli immigrati, i lavoratori specializzati con lavoratori occasionali, sostituendo la manodopera che ha diritti sociali e una coscienza di classe oppositiva (scioperi, ecc.) con una nuova manodopera che non ha né gli uni né l’altra, e che è disposta a tutto pur di sopravvivere. Questa è globalizzazione dello sfruttamento! Perciò, in attesa della completa robotizzazione, qualche lavoro si trova. Senza garanzie, limiti di orario e sottopagato. Nelle grandi catene di distribuzione si lavora anche più di 50 ore a settimana, senza straordinari, né festivi. A Castel San Giovanni (Piacenza), la multinazionale Amazon assume parecchi giovani, che lavorano fino a 10 ore al giorno. Lo smistamento delle merci per la consegna è cronometrato e i lavoratori non possono andare in bagno, fermarsi per un bicchiere d’acqua, o scambiare due parole con un collega mentre percorrono freneticamente i corridoi del grande deposito. Pare che i bagni di Amazon siano pulitissimi! In diverse occasioni, i nostri politici hanno incitato gli imprenditori stranieri a investire in Italia perché il costo del lavoro è conveniente. Non è un vanto, c’è da vergognarsi! Dicono che c’è crisi, che non ci sono soldi, mentre il gap della diseguaglianza cresce ogni giorno. Il 10% si arricchisce sempre di più, mentre l’altro 90% si impoverisce. I 20 miliardi di euro spesi dal governo Renzi in bonus e mancette per la campagna elettorale, tradotti in investimenti pubblici avrebbero portato alcune migliaia di posti di lavoro a tempo indeterminato. L’Italia è stata la terza potenza del mondo in diversi settori, la prima nel campo alimentare, della moda e della meccanica. Oggi siamo agli ultimi posti della classifica. Eppure le soluzioni ci sono: avremmo potuto vivere di rendita per i beni culturali che possediamo, le bellezze naturali e per i nostri prodotti caratteristici. Avremmo potuto creare nuovi posti di lavoro con la riclassificazione ecologica degli edifici pubblici, la manutenzione del territorio urbano e idrogeologico, utilizzare le idee dei nostri laureati per progetti innovativi, invece li mandiamo all’estero. Andando avanti così, il 1° maggio potremo festeggiare la precarietà.
Il populismo fa paura, è una minaccia reale e molto concreta. Lo sport nazionale, anzi internazionale, degli apologeti del sistema è così diventato quello di individuare a tutti i costi difetti all’interno dello stesso populismo: poiché i difetti non appaiono rilevanti agli occhi della maggioranza, indulgente nei suoi confronti alla luce della natura disastrosa e rovinosa del sistema, ecco tutti a cercare le contraddizioni, vale a dire derivanti da difetti interni ai pregi in modo da inficiare questi. In premessa, la presenza di contraddizioni all’interno del populismo è una vera e propria scoperta dell’America. Il populismo è protesta distruttiva e negativa, senza proposta, e ciò lo costringe continuamente a rivedere la propria natura visto che il proprio scopo non viene dal suo interno ma dal suo esterno, vale a dire proprio da quel sistema che esso combatte. Ma ciò non autorizza a trascurarne la forza, alimentata continuamente dalla natura sempre più disastrosa del sistema. Nel merito il populismo è sempre stato strumentalizzabile dai poteri economici che ne hanno cavalcato la natura antipolitica per spingerli a combattere parti politiche ad essi poteri economici invisi per sostituirle con parti più consone o comunque per ridurle a più miti consigli. Adesso che il sistema politico è appiattito su quello economico e questi è rovinoso, la strumentalizzazione non è più così scontata, e se può essere sempre attuata con il populismo di destra insuscettibile di rivelarsi sinceramente anticapitalistico, non può esserla con un populismo puro quale quello dei 5Stelle. Ora, addirittura, si scopre che la caratteristica del populismo è quello di privilegiare misure popolari a breve anche se alla lunga nocive. Così si taccia il populismo di irresponsabilità e lo si indentifica con la demagogia, mentre invece lo stesso populismo si caratterizza solo in negativo per la sua protesta e non in positivo, ed infatti se ogni populismo è demagogia non ogni demagogia è populismo ed è strano che i centristi dimentichino come la demagogia abbia caratterizzato due campioni dei moderati quali Berlusconi e Renzi. Il populismo è demagogia ma non solo, è anche qualcosa di più, mentre la demagogia non è solo di natura populista, è l’applicazione della retorica alla politica. Il vero problema, ma anche l’unico, del populismo è quello di rappresentare una mera protesta negativa e senza proposta. E’ il suo problema ma anche la sua grandezza in quanto gli consente di acquisire il consenso delle masse esasperate superando i problemi di differenziazione politica ed ideologica. Ma ora che il sistema è in una deriva inarrestabile e non è in grado di recepire le istanze della protesta, quest’ultima si trova in un vicolo cieco ed è costretta a trovare sbocco propositivo a pena di non restare impantanata in una frattura eterna ed insanabile. Il rischio che il populismo così si snaturi è ovvio, ma anche banale. Deve tradirsi per non condannarsi a non in una situazione di perenne disperazione globale, vale a dire senza possibilità di andare né avanti né indietro. L’unico sbocco è a sinistra, nella componente antiliberista, antimoderata e costituzionale, unica in grado di dare sbocco costruttivo ai ceti subalterni. Vi è lo spazio per un incontro virtuoso tra chi rappresenta la protesta e chi le fornisce (“rectius”, le può fornire) risposta. La sinistra ha perso il proprio riferimento sociale e pertanto per non sparire deve fornire ad altri il proprio contributo di ingegneria economica e sociale alternativa a quella fallimentare odierna liberista, rivelandosi in grado di soddisfare esigenze popolari. E’ un’alleanza in funzione di democrazia sostanziale, vale a dire di tutela del popolo nei confronti delle “élite” economico-politiche, con una sintesi tra rappresentanza della protesta e organizzazione delle risposte. Ma è una democrazia sostanziale che non sostituisce quella formale, bensì la sorregge e la integra, per cui le suggestioni del Movimento 5Stelle di una democrazia sostanziale che sostituisca o comunque superi quella formale in virtù del il ricorso alla rete devono essere del tutto abbandonate, così come va respinto l’ultimo sbocco della sinistra costituzionale –cui prima aderiva lo scrivente- di un approccio alla democrazia in termini solo di reiezione degli attacchi eversivi e comunque autoritari senza un’ottica propositiva di un’alternativa di governo, ovviamente non autoreferenziale ma di soddisfazione delle istanze della protesta. E’ ovviamente questo solo un primo passo per la sinistra antiliberista, che non può accontentarsi di una democrazia sostanziale a tutela del popolo ma deve organizzare una vera e propria nuova aggregazione sociale di classe: ma non si può arrivare alla seconda fase senza la prima, che è preliminare, visto che solo il popolo che ridiventi sovrano può restringere la libertà di manovra del capitale e creare così le condizioni –a medio-lungo termine- per una diversa incisiva azione di aggregazione di classe. D’altro canto il populismo può così rigenerarsi dotandosi finalmente di un valore intrinseco, visto che la sua forza verrebbe non più solo dall’esterno ma anche dall’interno.

Si parta da due elementi specifici. In primo luogo, come dimostra la recente misura della “Flat tax” (cento mila euro) per chi investe In Italia, provenendo o ritornando dall’estero, misura che è inevitabilmente destinata ad essere generalizzata, conformemente alle richieste programmatiche di Berlusconi, Salvini e, più in generale, della destra, l’idoneità del capitale e dei ricchi a sottrarsi alla tassazione (“rectius”, ai suoi effetti) costringe lo Stato ad eliminare la progressività, principio fondamentale di uguaglianza e socialità (art. 53 Cost.), per accontentarsi di un gettito modesto ma stabile e relativamente sicuro vista la convenienza degli interessati ad evitare problematiche legali e comunque ad investire in un Paese povero di capitali di rischio a costo fiscale contenuto. In secondo luogo, la pressione di precari sul mercato del lavoro, precari irrobustiti dalle schiere di emigrati, crea un irresistibile esercito industriale di riserva –come a suo tempo indicato da Karl Marx-, che indebolisce la posizione degli occupati stabili: conseguentemente, si è reso il contratto di lavoro di tutti privo di tutele, con l’abolizione del divieto di licenziamento ingiustificato di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. La divisione del mercato del lavoro in due, stabili e precari, ha avuto come soluzione una equiparazione verso il basso, come richiesto con grande enfasi dal liberista di sinistra Ichino –cui va tributata la più ampia ed incondizionata solidarietà per essere stato nel mirino delle nuove Br, e non è detto che non lo sia tuttora- : il capitale crea e mantiene una concorrenza, per lo più artificiosa, sul mercato del lavoro per abbassare le tutele e tenere saldamente e a briglie strette il lavoro nelle sue mani. In entrambi i casi, il diritto viene sacrificato all’arbitrio del capitale. Ma questi sono solo due punti specifici: ed infatti, più in generale, è il capitale che determina gli investimenti in via esclusiva e così l’andamento dell’economia, con la conseguenza che non si possono introdurre riforme ad esso contrarie. L’unico modo per risolvere tale problema consisterebbe nell’effettuare investimenti di natura pubblica per creare alternativa di investimenti e tenere così sotto pressione il capitale, ma il settore pubblico dell’economia è stato dismesso per ragioni di efficienza spesso fittizie: le banche pubbliche italiane erano sane ed in alcuni casi raggiungevano punte di eccellenza, mentre è stata la successiva privatizzazione a determinare una situazione, di ricerca di profitti a tutti i costi, anche con operazioni ultra-speculative, e di allentamento dei vincoli a collegamenti politici ed economici –i quali hanno portato nel credito ad erogazioni lassiste-, il che ha determinato poi il tracollo.

Il dominio del capitale vuol dire da un lato non solo indirizzo completo dell’economia ma anche impossibilità di utilizzare misure alternative e dall’altro addirittura manomissione totale del diritto. Sul secondo punto vi è l’abbandono dello stato di diritto e del costituzionalismo e financo, il che sembra paradossale ma non lo è, del liberalismo, che è il cavallo di battaglio del capitale, soprattutto in materia economica quale liberismo: ma adesso è lo stesso liberalismo ad essere pregiudicato dalla circostanza che la manipolazione del diritto dà mano libera ai ceti privilegiati nei confronti anche dei propri interlocutori i quali non sono garantiti più non solo nelle istanze sociali ma anche in quelle prettamente economiche ed a monte anche in quelle civili quando tali da impattare sulla sfera degli stessi ceti privilegiati, il che non rappresenta un’ipotesi di scuola, anche se non è (ancora) generalizzato: l’unico liberalismo tutelato è quello attinente ai diritti dei certi privilegiati. Sul primo punto, vi è l’abbandono della democrazia, impossibilitata ad assumere decisioni autonome. Panebianco rivendica con orgoglio che la modernità è rappresentata dall’unione tra mercato a livello economico e rappresentanza a livello istituzionale: ebbene è una rivendicazione orgogliosa degna di miglior causa. Ed infatti, il mercato è privo di meccanismi oggettivi ed impersonali, e la ripartizione delle risorse non solo è arbitraria e rimessa al dominio del grande capitale, altro che mano invisibile, ma anche si realizza nel modo più inefficiente possibile, come dimostrato dalle crisi inarrestabili e senza soluzione. D’altro canto, la rappresentanza è priva di poteri di controllo dei rappresentati sui rappresentanti: ma non solo, in quanto il potere dei rappresentanti è originario ed autonomo, quale quello di un vero sovrano, almeno da un punto di vista formale, mentre nella sostanza è un sovrano con poteri pieni sì ma solo in esecuzione delle direttive del capitale. La lotta tra le “élite” per la conquista del potere vede i rappresentati non più quali protagonisti di un’effettiva e consapevole scelta, bensì quale mera terra di conquista. Ma non solo: manca a monte la stessa possibilità di scelta in quanto i contenuti sono prefissati e non modificabili. Si è in una fase di potere cieco, pieno ed incondizionato di sostanziale assolutismo, con l’arbitrio erto a principio dalla natura sacrale e che ha sostituito del tutto l’oggettività del dominio del capitale di cui alla prima fase. Non vi sono alternative, né riformiste per le ragioni dette, mancando lo spazio per modifiche serie e sostanziali all’interno del sistema che le impedisce totalmente, né rivoluzionarie per la mancanza di un’aggregazione di classe che sia in grado di proporre antagonismo nei confronti del capitale in funzione di un’alternativa di sistema. Il capitale è fortissimo ma la sua forza si accompagna –“rectius”, è indissolubilmente collegato-ad una tendenza inarrestabile verso la rovina e verso il disastro. E’ probabile una prospettiva di soluzione apocalittica come a suo tempo con il Medio Evo o come nel secolo scorso con le guerre mondiali (questa volta con effetti ancora più spaventosi). All’interno del sistema si sta ora manifestando viva e reiterata preoccupazione per la minaccia populista, in grado di coagulare la protesta, sia pure cieca e senza contenuti positivi e propositivi. La protesta popolare ove lasciata a sé stessa può provocare tale apocalisse. Di qui il dilemma: il sistema è in grado di annullare e integrare al proprio interno e quindi neutralizzare il populismo come sembra (poter) fare con quello di destra, o questi gli sfuggirà? La risposta sembra nel primo senso ed è scontata se il populismo non si sgancia dall’abbraccio mortale con la destra, la quale, anche nella sua versione più estrema, è per antonomasia incapace di assumere posizione antagonistica nei confronti del captale, anche in via non rivoluzionaria. E cosa succede se si sgancia? Si determineranno tutti i presupposti per uno scontro frontale. In definitiva, quale che sia la soluzione, sembra che, per una via piuttosto che per l’altra, si vada incontro inesorabilmente all’apocalisse. Tale soluzione è sicura nel primo caso, vista l’incapacità totale del capitale di correggersi per le contraddizioni insanabili già viste da Marx. Ma non per il secondo visto che il populismo nella sua forza irresistibile può anche pensare ad una propria correzione mediante uno sbocco propositivo, che non può che essere a sinistra, in campo sì riformista ma antiliberista e antimoderato, in quanto solo l’unione tra tale progettualità e la forza del riformismo può in qualche modo spaventare il capitale costringendolo –in quanto, senza costrizione “ab externo”, questi è totalmente refrattario- a inversioni di rotta. Ma, per parafrasare Kypling, “That’s another story”.

DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE SUL “REFERENDUM” RELATIVO ALL’ART. 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI, ANDIAMO AVANTI CON IL VERO RIFORMISMO ALLA RENZI/NAPOLITANO

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha magnificamente disposto l’inammissibilità del “referendum” sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono in cantiere modifiche importantissime per andare avanti con un grande riformismo. Lo scrivente, venutone abilmente in possesso, intende comunicarle ai disattenti lettori. In primo luogo, si tratta di sospendere l’efficacia della Costituzione con reviviscenza dello Statuto Albertino e nomina di Napolitano come Re, il quale, alla luce dell’età, nomina luogotenente Renzi. Il titolo di Re si trasmette per disposizione dell’ultimo Re (con eccezione del primo caso, in quanto Renzi subentra automaticamente a Napolitano). Di fronte alla stupida obiezione che siffatta sospensione non è prevista nel nostro ordinamento, il Giudice Costituzionale Amato, grazie al quale è stata disposta l’inammissibilità del referendum” sull’art. 18, ha magistralmente risposto che si rientra nei poteri di urgenza attribuiti al Presidente della Repubblica dalla superba tesi di Carl Schmitt, secondo cui il sovrano è “chi decide in stato di eccezione”. Amato ha anche precisato di ben essere consapevole che Schmitt ha simpatizzato con il nazismo, ma ciò è irrilevante in quanto la sua tesi è stata elaborata durante la Costituzione di Weimar, che ha fornito molti spunti alla Costituzione italiana e pertanto è suscettibile di interpretazione analogica. A chi ha ribattuto che i poteri di urgenza a Weimar spettavano al Presidente della Repubblica e che Mattarella mai firmerebbe un provvedimento del genere, Amato ha risposto che, con altra interpretazione analogica, così profonda che lo scrivente non la ha compresa, il Provvedimento può essere emanato dal Presidente del Consiglio Renzi. A chi, veramente limitato, ha obiettato che Renzi non è più Presidente del Consiglio, Amato, giustamente infastidito, ha replicato che Renzi si è dimesso alla luce del risultato del “referendum” sulla modifica costituzionale. Basta dichiarare nullo il “no” al referendum” ed ogni problema svanisce. In secondo luogo, la Corte Costituzionale ha dichiarato a maggioranza assoluta (voto favorevole di Amato ed astenuti tutti gli altri), nullo il voto del “referendum”, in quanto i voti contrari sono conteggiabili, essendo dettati da ragioni tra di loro profondamente divergenti e pertanto non validi. La modifica costituzionale Renzi/Boschi è così approvata, e Renzi, avendo vinto il “referendum”, ridiventa così Presidente del Consiglio ed emana il Provvedimenti cui al punto 1. Re Giorgio ha subito firmato due altri Provvedimenti: da un lato ha disposto di cambiare il regime tributario inserendo un meccanismo progressivo al contrario, con le aliquote più alte a carico di disoccupati e nullatenenti e così via, e dall’altro di disporre che i dissesti delle banche vengono sanati con le somme delle pensioni e delle liquidazioni dei ceti medi e bassi. E’ in corso di esame un terzo provvedimento che applichi ai lavoratori subordinati ed ai lavoratori autonomi (per entrambe le categorie) medi e bassi alcune norme della Virginia sulla schiavitù prima della guerra civile (ovviamente escluse quelle sulle punizioni corporali): Napolitano ha trovato questo Provvedimento un po’ forte, e, quando Amato ha cominciato a snocciolare tre-quattro interpretazioni analogiche, lo stesso Napolitano si è strappato i capelli (non avendoli più, se li è strappati anche qui in via analogica) ed ha detto che è meglio aspettare un po’. P.S. Nel commento ironico di cui sopra si sono attribuite tesi ridicole ad Amato, Napolitano e Renzi, che certamente mai le sosterrebbero: non si vuol mancare di rispetto a nessuno, né, in particolare disconoscere la sapienza giuridica di Amato, quella politica di Napolitano, e l’astuzia di Renzi. Semplicemente, è un’ironia che vuole colpire le forzature giuridiche e costituzionali perpetrate dal sistema cui i tre augusti personaggi appartengono quali esponenti di primo piano. Ma sono forzature –non più isolate ma- che vanno a costituire tasselli di un disegno teso a scardinare gli equilibri costituzionali eliminando gli ostacoli al potere. In una sorta di crescendo rossiniano, la decisione della Corte Costituzionale di inammissibilità del “referendum” sull’art. 18, dalle ragioni inconsistenti –almeno quelle prospettate, anche se un esame più articolato si farà non appena le motivazioni verranno depositate-, nell’impedire al popolo sovrano di intervenire sulla tutela del lavoro –relativa ad un articolo fondamentale della Costituzione, l’art. 4, che a propria volta si colloca nella scia dell’art. 1-, cavalca l’onda lunga tesa a stigmatizzare le decisioni dello stesso popolo sovrano contrarie al sistema, tentando di limitarle “ex ante” ed addirittura di frustrarle “ex post”: “Brexit”, l’elezione di “Trump” ed il “referendum” sulla modifica costituzionale Renzi/Boschi, nonché il testo di questa che conteneva la figura abnorme dei Senatori, pur non eletti, legittimati a votare su questioni di altissima organizzazione dello Stato. Ciò anche in materia economica e di lavoro. E’ una tendenza pericolosa ed inammissibile destinata a crescere ed a espandersi: certamente non arriverà con le modalità ridicole di cui al commento ironico né raggiungerà la gravità qui descritta. Ma il disegno autoritario ed eversivo è appena cominciato e diventerà implacabile ed irresistibile. Occorre difendersi, con mezzi costituzionali e leciti, si intende, subito. Lo scrivente si augura di non aver mancato di rispetto a nessuno, con l’ironia spinta di cui al commento, ma, come dicevano i latini, “Oportet ut scandala eveniant”.
La Corte Costituzionale, sentendo le sirene da tempo in azione, ha dichiarato l’inammissibilità del “referendum” abrogativo delle norme del “job act” (e della legge Fornero) nella parti in cui si abolisce il divieto di cui all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori di licenziamenti ingiustificati con sanzione della reintegra, e nel contempo si aumenta lo spazio di operatività dell’art. 18 dalle aziende con più di quindici dipendenti a quelle con più di cinque. In attesa delle motivazioni, per comprendere l’abnorme decisione, non si può, per il momento, che analizzare le ragioni addotte dalle “sirene”. Si sostiene che, con il “referendum”, investendo anche altre norme e parti di norme (legge Fornero, stesso art. 18), si verrebbe ad estendere la tutela reale (vale a dire con la sanzione della reintegra) del posto di lavoro e l’inammissibilità del licenziamento ingiustificato anche ad aziende al di sotto dei quindici dipendenti: sarebbe così, nel concreto, un “referendum” propositivo, il che è vietato dall’art. 75 della Costituzione. La tesi è del tutto inconsistente: è infatti da confermare che il “referendum” è abrogativo in quanto propone non una nuova norma ma l’eliminazione di parti del “Job Act” e dell’art. 18, ed infatti l’art. 27 l. n. 352/70 –e successive modifiche ed integrazioni-, in attuazione dell’art. 75 della Costituzione, prevede che il “referendum” possa riguardare anche singoli articoli o parti di articoli o commi. Che l’abrogazione parziale porti un’estensione della portata della norma è ben altro discorso, che non ha rilievo giuridico, in quanto il “referendum” ha la funzione di abrogare una norma, che può essere a sua volta estensiva o restrittiva. La natura abrogativa consiste nell’abolire una norma od anche una sua parte e non nel restringere la portata di una disposizione. Ogni norma si traduce in una o più diposizioni, ma la portata della disposizione, vale a dire la sostanza del suo impatto sulla realtà, può essere sia positiva sia negativa, vale a dire relativa sia all’introduzione di diritti, doveri e poteri, sia all’apposizione di limiti ad essi, sia addirittura alla loro eliminazione. Si abroga, con il “referendum”, una norma che può essere a propria volta di pura eliminazione di realtà oggettive e di situazioni soggettive. Con l’abrogazione referendaria si estende la portata di tali situazioni oggettive e facoltà soggettive, anche sfavorevoli come obblighi e doveri ed divieti, ed addirittura le si può introdurre “ex novo”, e così non ha senso nemmeno prospettare la suggestione che con il “referendum” non si possono introdurre od ampliare obblighi privati e interventi o carichi pubblici. Una norma può benissimo comportare esclusivamente una limitazione alla portata di un’altra norma, od addirittura la sua drastica eliminazione. Ai sensi dell’art. 27 della l. n. 352/70, lo stesso discorso vale per parti di norme, ed è un’identità perfetta visto che una norma può contenere più disposizioni. Ai sensi dell’art. 75, il “referendum” può prevedere benissimo l’abrogazione di parti di norme limitative di altra norma (od anche di altre norme): la norma di cui vengono eliminate parti –“rectius”, norme- limitative viene come norma limitata e privata di sue parti e vede estesa solo la sua portata, il che come detto è del tutto influente. Non si può dire che la norma, con la abrogazione referendaria, viene estesa in quanto siffatta affermazione verrebbe ad effettuare un’indebita commistione di piani tra aspetto giuridico ed aspetto economico-sociale. I limiti di cui all’art. 75 attengono esclusivamente al primo piano. E’ da ribadire che la situazione è affatto identica all’abrogazione di una norma che direttamente –vale a dire senza incidere su altre norme- vieta alcune realtà e/o situazioni. Anche qui si creano realtà e si rendono ammissibili situazioni prima non possibili. In altri termini, l’art. 75 non pone limiti di compatibilità con i diritti, doveri e poteri regolamentati, su cui il “referendum” ha lo stesso ambito di ammissibilità delle leggi, ma li pone solo in termini di divieto di introdurre nuove norme. E’ evidentemente pacifico che tale argomento è palesemente inconsistente: ed infatti, quando era in vigore l’art. 18 limitato alle aziende con più di quindici dipendenti, e fu proposto un “referendum” abrogativo del limite quantitativo dei dipendenti per aziende, nessun dubbio vi fu sull’ammissibilità, e lo stesso fu regolarmente tenuto. Conseguentemente, si è individuato altro argomento, consistente nella circostanza –invero, solo pretesa- che un “referendum” manipolativo, nel senso che elimina alcune parti di norme estendendo la portata –come detto solo sostanziale, e non normativa- sarebbe inammissibile in caso di eccesso di manipolazione. Ma tale limite da non violare non esiste nell’art. 75 e non è in alcun modo ricavabile, né da esso, né “aliunde”. La manipolazione è vietata solo quando in virtù di essa si crea una normativa organica alternativa (per tutte, Corte Cost., sentenza n. 37/2000), vale a dire si crea in modo indiretto, con utilizzi surrettizi di più spezzoni, una nuova norma, nuova norma prima non sussistente, unica fattispecie vietata dall’art. 75: ed è bene ribadire che ciò non coincide con l’abolizione di una vecchia norma con estensione della sua portata, che è come detto del tutto irrilevante. Il caso della creazione surrettizia di una nuova norma certamente non si verifica nell’abolizione solo di uno o più limiti ad un divieto che deriva dall’abolizione della norma che ha a monte abolito il divieto stesso. Il “referendum” punta a riportare in vita il divieto di licenziamenti ingiustificati con la sanzione dalla reintegra e di conseguenza con la tutela reale del posto di lavoro. Tale risultato si ottiene eliminando la norma che ha eliminato il divieto: l’eliminazione dei vincoli al divieti non ha nulla di organico ma serve a completare il divieto. Proprio perché la così detta manipolazione è del tutto secondaria ed accessoria rispetto all’obiettivo proprio del “referendum”, l’eliminazione della norma che elimina il divieto con ripristino del divieto stesso, non si determina nulla di organico, in quanto la disciplina organica è già nel divieto, completato in modo per l’appunto secondario ed accessorio. La visione organica è nel divieto di licenziamenti: che lo stesso valga in aziende con più di quindici o con più di cinque dipendenti è del tutto marginale. Con questa tesi, si vuole in definitiva ottenere qualcosa di semplicemente surreale: non potendo ottenere di impedire espressamente il rispristino del divieto, semplicemente fuori dal mondo, si vuole ottenere in modo surrettizio detto risultato, impedendo di ampliare il divieto, ed invece l’ampliamento è del tutto ammissibile, in quanto realizzato mediante l’abrogazione anche di parti di norme che limitavano il divieto, abrogazione quest’ultima del tutto ammissibile come visto esaminando la prima tesi. Anche la seconda tesi è tutto inconsistente: o meglio essendo intrinsecamente inammissibile come la prima, il loro utilizzo combinato è del pari inammissibile, così come è vero che due ubriachi non possono pretendere di sorreggersi l’un l’altro, in quanto invece hanno necessità di trovare un lampione. Sia ben chiaro: qui il lampione manca. Purtroppo la Corte ha accolto le inconsistenti tesi avversarie ed ha impedito lo svolgimento del “referendum”: ciò perché ha sentito le “sirene”. Al contrario di quelle di Ulisse, quelle ora in azione non hanno nulla di affascinante: si è fatto pressione sulla Corte, prospettando due scenari. Da un lato, si è evocato il rischio che le aziende, spaventate dal “referendum”, bloccassero le assunzioni, dimenticando che le assunzioni sono bloccate da tempo e che il “Job act”, dopo un breve periodo di utilizzo di vantaggi fiscali, ha fatto, pacificamente, “flop”. Dall’altro, si è evidenziato (e sembra che sia stato Renzi a proporre tale scenario, ebbene Renzi è inconsistente come statista, ma è dall’astuzia diabolica) che, per scongiurare il “referendum” (ove ammesso), ritardandolo di un anno, si sarebbe dovuti andare alle elezioni anticipate, spauracchio di molti ed anche (di per sé fondatamente) di Mattarella. Le imprese, toccate nei loto privilegi, ed il potere politico di sistema che, smentendo sé stesso e la sua ricerca di un impianto costituzionale ed elettorale che il giorno delle elezioni fosse in grado di indicare il vincitore, sta andando vero le larghe intese, più o meno mascherate, ed addirittura palesi, impediscono al popolo sovrano di intervenire su una materia fondamentale quale quella del lavoro. E’ un attacco alla democrazia: è una forma di eversione costituzionale non sanguinaria ma dolce, il che è già un progresso, sia ben chiaro. Quello che è certo è che la democrazia, anche formale, viene smantellata. Perché la Corte ha accettato tale abominio? La giustificazione nobile è che la Corte è una forma di Autorità Giudiziaria “sui generis”, vale a dire che giudica non solo secondo diritti e norme (qui della Costituzione), ma anche secondo opportunità, vale a dire in modo da salvaguardare gli equilibri politici. Il che è certamente inevitabile ma purché l’opportunità non sostituisca il diritto bensì lo affianchi. Tale nuovo scenario, vale a dire che la Corte smetta di essere il vero ed unico garante della Costituzione addirittura assurgendo al ruolo di agevolatore di chi la affossa, richiede un approfondimento sulla giustizia costituzionale, non da indebolire ma da rafforzare ed emendare di siffatta colossale tara rappresentata dal peso esorbitante della valutazione di opportunità. Su ciò si ritornerà in altra sede: al momento, occorre prendere atto con sgomento della decisione e trovare immediatamente altre forme di lotta per la tutela del lavoro. Occorre anche ricordare che “l’ottimo è il nemico del bene”: se ci fosse si accontentati di ripristinare l’art. 18 nella sua versione originaria senza l’estensione, pur del tutto legittima, si sarebbe eliminato l’alibi. E quest’alibi rappresentato da valutazioni esorbitanti di opportunità poteva essere ben noto. Ma oramai, è inutile piangere sul latte versato. Ora occorre prepararsi ad una vera e propria grande offensiva, sul piano della Costituzione: sì, non più solo difensiva ma offensiva, in termini politici, sociali e giuridici; e nella parte sia dell’assetto dello Stato sia dei rapporti economici e sociali, a partire dal lavoro e dal risparmio. (11 gennaio 2017)
Oramai si sta diffondendo, in termini pressoché dominanti, in prossimità del pronunciamento della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del “referendum” abrogativo del “Job Act” nella parti in cui questi abolisce il divieto di cui all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori di licenziamenti ingiustificati con sanzione della reintegra, l’opinione dell’inammissibilità. Ciò perché, con il “referendum”, investendo anche altre norme e parti di norme (legge Fornero, stesso art. 18), si verrebbe ad estendere la tutela reale (vale a dire con la sanzione della reintegra) del posto di lavoro e l’inammissibilità del licenziamento ingiustificato anche ad aziende al di sotto dei quindici dipendenti: sarebbe così, nel concreto, un “referendum” propositivo, il che è vietato dall’art. 75 della Costituzione. La tesi è del tutto inconsistente: è infatti da confermare che il “referendum” è abrogativo in quanto propone non una nuova norma ma l’eliminazione di parti del “Job Act” e dell’art. 18, ed infatti l’art. 27 l. n. 352/70 –e successive modifiche ed integrazioni-, in attuazione dell’art. 75 della Costituzione, prevede che il “referendum” possa riguardare anche singoli articoli o parti di articoli o commi. Se l’abrogazione parziale porti un’estensione della portata della norma è ben altro discorso, che non ha rilievo giuridico, in quanto il “referendum” ha la funzione di abrogare una norma, che può essere a sua volta estensiva o restrittiva. La natura abrogativa consiste nell’abolire una norma od anche una sua parte e non nel restringere la portata di una disposizione. Ogni norma si traduce in una o più diposizioni, ma la portata della disposizione, vale a dire la sostanza del suo impatto sulla realtà, può essere sia positiva sia negativa, vale a dire relativa sia all’introduzione di diritti, doveri e poteri, sia all’apposizione di limiti ad essi, sia addirittura alla loro eliminazione. Si abroga, con il “referendum”, una norma che può essere a propria volta di pura eliminazione di realtà oggettive e di situazioni soggettive. Con l’abrogazione referendaria si estende la portata di tali situazioni oggettive e facoltà soggettive, anche sfavorevoli come obblighi e doveri ed divieti, ed addirittura le si può introdurre “ex novo”, e così non ha senso nemmeno prospettare la suggestione che con il “referendum” non si possono introdurre od ampliare obblighi privati e interventi o carichi pubblici. Una norma può benissimo comportare esclusivamente una limitazione alla portata di un’altra norma, od addirittura la sua drastica eliminazione. Ai sensi dell’art. 27 della l. n. 352/70, lo stesso discorso vale per parti di norme, ed è un’identità perfetta visto che una norma può contenere più disposizioni. Ai sensi dell’art. 75, il “referendum” può prevedere benissimo l’abrogazione di parti di norme limitative di altra norma (od anche di altre norme): la norma di cui vengono eliminate parti –“rectius”, norme- limitative viene come norma limitata e privata di sue parti e vede estesa solo la sua portata, il che come detto è del tutto influente. Non si può dire che la norma, con la abrogazione referendaria, viene estesa in quanto siffatta affermazione verrebbe ad effettuare un’indebita commistione di paini tra aspetto giuridico ed aspetto economico-sociale. I limiti di cui all’art. 75 attengono esclusivamente al primo piano. E’ da ribadire che la situazione è affatto identica all’abrogazione di una norma che direttamente –vale a dire senza incidere su altre norme- vieta alcune realtà e/o situazioni. Anche qui si creano realtà e si rendono ammissibili situazioni prima non possibili. In altri termini, l’art. 75 non pone limiti di compatibilità con i diritti, doveri e poteri regolamentati, su cui il “referendum” ha lo stesso ambito di ammissibilità delle leggi, ma li pone solo in termini di divieto di introdurre nuove norme. E’ evidentemente pacifico che tale argomento è palesemente inconsistente: ed infatti, quando era in vigore l’art. 18 limitato alle aziende con più di quindi dipendenti, e fu proposto un “referendum” abrogativo del limite quantitativo dei dipendenti per aziende, nessun dubbio vi fu sull’ammissibilità, e lo stesso fu regolarmente tenuto. Conseguentemente, si è individuato altro argomento, consistente nella circostanza –invero, solo pretesa- che un “referendum” manipolativo, nel senso che elimina alcune parti di norme estendendo la portata –come detto solo sostanziale, e non normativa- sarebbe inammissibile in caso di eccesso di manipolazione. Ma tale limite da non violare non esiste nell’art. 75 e non è in alcun modo ricavabile, né da esso, né “aliunde”. La manipolazione è vietata solo quando in virtù di essa si crea una normativa organica alternativa (per tutte, Corte Cost., sentenza n. 37/2000), vale a dire si crea in modo indiretto, con utilizzi surrettizi di più spezzoni, una nuova norma, nuova norma prima non sussistente, unica fattispecie vietata dall’art. 75: ed è bene ribadire che ciò non coincide con l’abolizione di una vecchia norma con estensione della sua portata, che è come detto del tutto irrilevante. Il caso della creazione surrettizia di una nuova norma certamente non si verifica nell’abolizione solo di uno o più limiti ad un divieto che deriva dall’abolizione della norma che ha a monte abolito il divieto stesso. Il “referendum” punta a riportare in vita il divieto di licenziamenti ingiustificati con la sanzione dalla reintegra e di conseguenza con la tutela reale del posto di lavoro. Tale risultato si ottiene eliminando la norma che ha eliminato il divieto: l’eliminazione dei vincoli al divieti non ha nulla di organico ma serve a completare il divieto. Proprio perché la così detta manipolazione è del tutto secondaria ed accessoria rispetto all’obiettivo proprio del “referendum”, l’eliminazione della norma che elimina il divieto con ripristino del divieto stesso, non si determina nulla di organico, in quanto la disciplina organica è già nel divieto, completato in modo per l’appunto secondario ed accessorio. La visione organica è nel divieto di licenziamenti: che lo stesso valga in aziende con più di quindici o con più di cinque dipendenti è del tutto marginale. Con questa tesi, qui respinta, si vuole in definitiva ottenere qualcosa di semplicemente surreale: non potendo ottenere di impedire espressamente il rispristino del divieto, semplicemente fuori dal mondo, si vuole ottenere in modo surrettizio detto risultato, impedendo di ampliare il divieto, ed invece l’ampliamento è del tutto ammissibile, in quanto realizzato mediante l’abrogazione anche di parti di norme che limitavano il divieto, abrogazione quest’ultima del tutto ammissibile come visto esaminando la prima tesi. Anche la seconda tesi è tutto inconsistente: o meglio essendo intrinsecamente inammissibile come la prima, il loro utilizzo combinato è del pari inammissibile, così come è vero che due ubriachi non possono pretendere di sorreggersi l’un l’altro, in quanto invece hanno necessità di trovare un lampione. Sia ben chiaro: qui il lampione manca. Ed allora prepariamoci al grande “referendum” che può essere impedito o mediante un declaratoria di inammissibilità da parte della Corte, il che sarebbe del tutto indecente da un punto di vista costituzionale, o mediante il ricorso alle elezioni anticipate, realizzato per scongiurare la bocciatura da parte del popolo sovrano della politica liberista del lavoro realizzata da Renzi. Ebbene, il “referendum” potrà essere rinviato dalle elezioni anticipate, ma non scongiurato: ed allora, la resa dei conti sarà inevitabile. (9 gennaio 2017)
Il “referendum”, con la grandiosa vittoria del no, ha provocato uno sconquasso, vale a dire non solo le dimissioni di Renzi, già preannunziate, ma anche una crisi politica. Per prima cosa occorre respingere l’addebito di tale sconquasso al fronte del no, che si è limitato a respingere una modifica costituzionale sbagliata e autoritaria, o meglio così ritenuta, a torto o ragione (e lo scrivente si è impegnato per dimostrare la ragione della tesi), e il popolo sovrano si è schierato a favore di detta tesi: Renzi, già prima del voto, aveva deciso di legare il suo destino a quello del “referendum”, con una scelta anomala e dalla dubbia ammissibilità, in quanto il Governo deve operare su fiducia del Parlamento e nell’ambito della Costituzione mentre una sfida plebiscitaria sulla Costituzione sembra prospettare un cambio di sistema, con il “Premier” che si appella al popolo legando tutto, e pertanto anche l’’indirizzo politico, alla Costituzione e che pertanto pone gli equilibri politici, ed anche il proprio indirizzo politico, al di sopra della Costituzione stessa e non al di sotto. Per inciso, nell’Occidente vi è un solo caso di condizionamento ad un “referendum” costituzionale delle intere sorti politiche e si tratta di De Gaulle nel ’70, ma nell’ambito di ben altra situazione, con il ’68 appena scoppiato a sinistra e con tossine a destra non ancora smaltite dopo la fine della Guerra d’Algeria. E poi Renzi non è de Gaulle, che fece identificare in sé la Francia, avendola comandata dall’estero durante la seconda guerra mondiale e riuscendo dopo ad imporre la fine della Guerra d’Algeria anche a costo di farsi odiare dagli ambienti di destra e militari a lui vicini: Renzi invece è diventato Capo del Governo dopo aver vinto le sole primarie del Pd, ha poi ottenuto un grande successo alle elezioni europee e una cocente sconfitta alle elezioni comunali, e da Capo del Governo ha impresso una guida dinamica ma dalla portata complessiva modesta: è semplicemente un giovane politico dalle grandi speranze, negli ultimi tempi ridimensionate, ed un atteggiamento alla De Gaulle o comunque da Padre della Patria sembra fuori luogo ed a metà tra il ridicolo ed il patetico. L’Italia è in crisi in conseguenza della scelta sciagurata di Renzi. “Chi è causa del suo mal……….”. Che il popolo sovrano non possa scegliere in libertà la propria Costituzione che spetta poi alla maggioranza attuare è un’idea frutto di una mente che non si vuole qualificare per non cadere in ipotesi di diffamazione: se la maggioranza si sfalda solo perché non le è gradita la scelta popolare, è evidente che è una maggioranza inconsistente o irresponsabile. Od addirittura un misto di entrambi gli aspetti. Renzi fa lo spiritoso con la componente di sinistra del fronte del no evidenziando che questa ha fatto cadere il Governo Renzi creando le condizioni per un governo di larghe intese con il centro –destra, ma è uno spirito che si scontra con un dato insuperabile, vale a dire che non vi è niente da ridere. Renzi, una volta che ha scelto che la sua maggioranza non ha ragione politica, e deve andare alle elezioni, per tentare di conquistare la maggioranza ha un’alternativa: o insiste su una legge maggioritaria ed allora deve tentare un accordo con la componente moderata del centro destra, per poter puntare ragionevolmente sulla maggioranza relativa quale condizione necessaria e sufficiente per ottenere la maggioranza assoluta, oppure deve virare a 180 gradi sul proporzionalismo e così allearsi con il centro-destra nel suo complesso, privato della Lega e di Fratelli d’Italia, con risultati non dissimili dalla prima opzione, con la differenza rappresentata da un predominio netto del centro-sinistra o da una pari dignità. Per inciso, l’unico elemento certo è che il ballottaggio con il doppio turno va abbandonato in quanto il rischio della vittoria dei 5Stelle al doppio turno è troppo forte. E ciò perché la componente radicale di destra e quella radicale di sinistra al secondo turno Renzi non lo voteranno mai. Il 40% a favore del sì al “referendum”, ammesso che si travasi automaticamente in un voto politico favorevole, ed al riguardo molti dubbi possono essere nutriti, non avrebbero alcun valore in un doppio turno: d’altro canto, con una legge maggioritaria a turno unico il 40% sarebbe utile, ma senza un’alleanza almeno con la componente moderata del centro-destra le alee sarebbero eccessive. Ed addirittura, si può azzardare che la situazione non sarebbe cambiata in caso di vittoria del sì, in quanto il ballottaggio con doppio turno come con l’”Italicum” sarebbe dovuto essere abbandonato in ogni caso: Il trascinamento di una vittoria del sì non sarebbe andato oltre il 40% ed i rischi di un mancato raggiungimento di tale soglia –oltre al quale si evita il doppio turno con l’”Italicum”- sarebbero stati in ogni caso troppo alti. Chiuso l’inciso, Renzi non faccia troppo il furbo e non addebiti alla componente di sinistra del fronte del no una scelta centrista a favore del grande blocco che costituisce lo sbocco inevitabile della sua politica. L’atteggiamento del bambino bizzoso che non accetta lo sconfitta e vuole mostrarsi più abile degli avversari, mettendoli alle strette con il ricatto, istituzionale sulla riforma elettorale, e politico, sulla fine della legislatura, facendo pagare al Paese gli effetti della sua cocente sconfitta, con punte degne di un comportamento alla Coriolano che suscita non rabbia ma profonda tenerezza, appartiene di certo al profilo dell’uomo ed alla sua pochezza politica, ma è anche una sceneggiata per coprire le ragioni della svolta di inciucio con il centro-destra già scelta e da tempo inevitabile – e la situazione non sarebbe stata diversa in caso di vittoria del sì-. Il vero ed unico avversario di tale grande blocco è costituito dai 5Stelle. Da un punto di vista politico, il “referendum” ha legittimato definitivamente i 5Stelle quale unica forza alternativa al grande centro in cui confluiranno il centro-sinistra e la parte dominante del centro-destra. E’ qui si snoda la portata di merito del no, portata di merito che si tenta goffamente di nascondere ed esorcizzare. La scelta inequivocabile del popolo italiano per il costituzionalismo, per una democrazia piena ed effettiva, e per il pluralismo, è una smentita del populismo. I 5Stelle che incarnano in modo genuino la protesta popolare, devono comprendere che perché il loro successo –inevitabile salvo forzature istituzionali ed autoritarie- non sia effimero occorre un forte radicamento nel popolo italiano e pertanto collegare la protesta popolare al rinnovamento ed al potenziamento delle istituzioni di democrazia parlamentare, rappresentativa e pluralista, e così (devono) abbandonare aspetti ciechi ed indifferenziati della protesta, ed anche su un piano squisitamente istituzionale abbandonare l’utopismo della democrazia diretta da accogliere solo quale integrazione di una democrazia rappresentativa, vale a dire (devono) svincolarsi dal populismo per assumere una veste di popolarismo costruttivo e non meramente protestatario. Lo spazio per un accostamento con la sinistra antiliberista, che ha abbracciato pienamente e con entusiasmo non più reversibili la bandiera del costituzionalismo, vi è ed è veramente ampio. Non vi è un percorso lineare in quanto il Movimento 5Stelle ha una caratterizzazione populistica non facilmente suscettibile di riconversione ed inoltre non è riconducibile alla sinistra essendo a-politica: anzi, vi è anche uno spazio per sinergie con la Lega Nord, movimento populista di destra con forte ancoramento popolare per la tutela del localismo e del territorio dalla globalizzazione, dalla grande finanza e dalla fallimentare Europa; i 5Stelle sono finora riusciti d resistere ad ogni tentazione di svolta a destra come invece nel resto dell’Europa ed in America e ciò costituisce la ragione della grandezza del Movimento e la migliore garanzia della più completa anestesia nei confronti di qualsivoglia pericolo di svolta autoritaria. Ma da qui ad una convergenza con la sinistra il passo è lungo, forse troppo. Ed infatti, la grandezza del Movimento è stata anche quella di rifiutare ogni supporto a Bersani nel 2013, ed il rifiuto fu molto criticato a sinistra –anche dallo scrivente- ma fu la migliore garanzia di un populismo puro del Movimento. Ma se si passa dalla protesta alla proposta, e ciò è necessario se si vuole presentare una vera alternativa al grande centro informe, occorrerà introdurre dei contenuti, e sul piano del costituzionalismo ove di natura squisitamente e genuinamente popolare l’incontro con la sinistra antiliberista è inevitabile. E’ un incontro e non un abbraccio e la profonda distinzione di impostazione, posizioni e contenuti resta ferma, ma è anche un avvio di collaborazione che può diventare proficua e stabile se la sinistra antiliberista comprende la necessità di un profondo cambiamento nel senso di raccogliere le istanze popolari in modo meno preconcetto, restando peraltro di sinistra, egualitaria, sociale e socialista s’intende, e se il popolarismo puro dei 5Stelle si caratterizza in senso sociale, vale a dire se sotto il popolo cerca la natura sociale incontrando così inevitabilmente la classe. Già alle prossime elezioni il discorso diventa importante, ma anche molto delicato, in quanto i 5Stelle possono aggregare a sé sia il populismo di destra sia la sinistra antiliberista e costituzionale, e la ricerca di un terreno comune presenta dei nodi che è bene affrontare da subito (come lo scrivente tenterà di fare nei prossimi giorni fino alle elezioni). La sinistra antiliberista può presentarsi in un’ottica non minoritaria se riesce a comprendere le ragioni del profondo disagio sociale ed a farsene interprete, il che è nelle sue corde. I commentatori vicini al renzismo hanno identificato nel disagio sociale la vera ragione della sconfitta di Renzi, mentre la difesa della Costituzione sarebbe irrilevante -per tutti l’ineffabile D’Alimonte che adduce a conforto la maggioranza del sì in alcune grandi città e soprattutto nei quartieri del centro-. E’ un argomento meschino di chi non vuol accettare la sconfitta sul piano del merito dove ha sostenuto la riforma, ed è bene invece che si metta l’anima in pace di fronte alla reiezione della stessa da parte del popolo. Altre ragioni, pur presenti, sono aggiuntive in quanto Renzi ha posto la questione su un ammodernamento delle istituzioni contro chi lamentava una tendenza autoritaria dietro (“rectius”, dentro) l’ammodernamento. Ritenere ora priva di rilievo tale posta appare l’auto-giustificazione meschina di chi ha perso e non accetta la sconfitta. Ma la discussione non è irrilevante sul punto: il disagio sociale pone in risalto la natura fallimentare della politica economica del Governo ma a seguire a stretto giro evidenzia che il costituzionalismo di sinistra, “rectius” della sinistra antiliberista, può collegarsi con la protesta sociale e, se non è ancora in grado di dirigerla, può peraltro già fornirle dei profili non banali di indirizzo.

LA RIFORMA COSTITUZIONALE NON AMPLIA I POTERI DEL “PREMIER”? NON E’ VERO!

LA RIFORMA COSTITUZIONALE NON LEDE I PRINCIPI FONDAMENTALI DI CUI AI PRIMI ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE? NON E’ VERO!

SOTTO (“RECTIUS”, DENTRO) LA RIFORMA LO SVUOTAMENTO DELLA COSTITUZIONE E L’ABOLIZIONE DEL COSTITUZIONALISMO

Si dice che la riforma Costituzionale non amplia i poteri del “Premier” e che non tocca in alcun modo i principi fondamentali di cui alla prima parte della Costituzione. Nessuna delle due affermazioni è rispondente al vero. L’art. 67 del vecchio testo così recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La nuova versione dell’art. 67 elimina la prima parte e mantiene la seconda: “I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato”. L’art. 55, nuova versione, ha introdotto alcuni commi non presenti nella vecchia versione: ai fini del presente scritto, rilevano il secondo ed il terzo comma, “Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione” “La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo”. E’ rimasto (apparentemente) invariato l’art. 95, che così recita: Il Presidente del consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri.” La vecchia versione dell’art. 67 era il caposaldo della democrazia parlamentare quale democrazia rappresentativa. Il parlamentare rappresenta la Nazione e non ha vincolo di mandato, vale a dire non è revocabile in quanto altrimenti vi sarebbe una democrazia diretta, ma la sua libertà di azione è tale (solo) nel rappresentare la Nazione. Il suo non è potere originario ma è derivato dalla Nazione. Il nuovo art. 67 mantiene la mancanza di vincolo di mandato, confermando la mancanza di una scelta per la democrazia diretta, utopica, ma elimina il riferimento alla circostanza che il parlamentare rappresenta la Nazione: si tratta di eliminazione non banale in quanto si tratta di elemento tale da contraddistinguere la democrazia rappresentativa e da statuire la mancanza di un potere originario dei parlamentari. Ma come visto l’elemento viene ripreso dall’art. 55 nella nuova versione per i soli componenti della Camera dei deputati: la modifica sarebbe di sola collocazione della previsione per tener conto del venir meno del bicameralismo perfetto e per non estenderla ai senatori. Si tratta di nuova collocazione incoerente. in quanto riferita non più allo “status” del parlamentare, ora del solo componente della Camera dei deputati, ma alla funzione delle Camere. Se quella parlamentare è una democrazia rappresentativa e non diretta, non ha senso spezzare tale circostanza in due norme. Ma l’incoerenza non è innocua. La rappresentanza della Nazione non è più elemento tale da contraddistinguere lo “status” di parlamentare, ma è l’elemento base delle funzioni della Camera, e così ha valore non illimitato ma solo nei limiti necessari per le funzioni, di titolarità della fiducia conferita al Governo, di esercizio delle funzioni di indirizzo politico e di controllo sull’operato del Governo stesso. Il primo (fiducia al Governo) ed il terzo elemento (controllo sull’operato del Governo) sono ovvii in quanto elementi necessari di ogni sistema parlamentare e senza elezione diretta del capo dello Stato e/o del “Premier”: il secondo elemento, invece, non è affatto ovvio, o meglio lo è solo apparentemente, in quanto l’indirizzo politico, che è il cuore dell’attività degli Organi Costituzionali perché in esso si identifica la linea politica impressa di volta in volta al Paese e vincolante per questi ed in cui si dovrebbe riconoscere il popolo nella sua maggioranza, è notoriamente di appartenenza plurima, in particolare Parlamento e Governo (T.MARTINES). Il riconoscimento della funzioni di indirizzo politico in capo alla Camera dei deputati è così da un lato ovvio ma dall’altro privo di significatività, in quanto non traccia la distinzione di ruoli tra Governo e Parlamento. Non si può dire sbrigativamente che Il Parlamento detta le linee generali che il Governo attua, in quanto è ormai pacifico che è riduttivo parlare del Governo come Organo esecutivo. Ebbene, mentre l’art. 55, nella nuova funzione, parla, dolcemente e soavemente con il tono da adorabile libellula proprio della Boschi, di esercizio della “funzione di indirizzo politico” da parte della Camera dei deputati, l’art. 95, non modificato, dispone che il “Premier” mantiene “l’unità di indirizzo politico”. E’ impressionante già a prima vista la pregnanza dell’espressione utilizzata, che si scontra con la plasticità di quella di cui all’art. 55. Né si può eludere il problema affermando che l’art. 95 si riferisce al Governo e così al rapporto del “Premier” con i Ministri, senza coinvolgere il Parlamento, le cui funzioni di indirizzo politico resterebbero superiori a quelle dello stesso “Premier” e non toccate da queste. E’ di palmare evidenza che, trattandosi di titolarità congiunta, il collegamento sussiste ed è profondo. Il Parlamento (nella sola Camera dei Deputati) esercita funzione di indirizzo politico, ma il coordinamento di tale esercizio spetta al “Premier” che così sovrasta e domina il Parlamento. Né vale replicare che con la fiducia e la sua revoca la parola ultima spetta al solo Parlamento: è fin troppo semplice respingere la replica, che sfuma come neve al sole ed addirittura nel vuoto, evidenziando che la revoca della fiducia creerebbe, nel nuovo sistema incentrato sul “Premier”, una vera crisi all’interno della maggioranza e così sarebbe solo eccezionale. Si possono, a questo punto, trarre le fila del complesso discorso, complesso in quanto tale da districarsi nel gioco ad intarsio disegnato da Renzi (con la soave collaborazione della Boschi). La rappresentanza della Nazione non è più elemento essenziale dello “status” di deputato, ma è una funzione prodromica a quelle concrete esercitate, che peraltro si snodano sotto l’egida del “Premier”. Ciò è coerente con le impostazioni presidenzialistiche ed affini (plastico e lucido in tal senso fu in particolare Miglio), che da tempo hanno evidenziato la dicotomia tra Organi Politici che hanno natura “corporata”, vale a dire di interessi particolari, e Organi Politici (Capo dello Stato, “Premier”) che rappresentano l’unità dello Stato (e la dissociazione tra esercizio della funzione di indirizzo politico da parte del Parlamento ed unità dell’indirizzo in capo al “Premier” diventa illuminante ed inquietante, l’unità di indirizzo politico che prima della aberrante riforma era riferita solo nei confronti del Governo ora si indirizza in modo sinistro nei confronti del Parlamento) e così devono avere un ruolo preminente. Checché ne dicano i gioiosi sostenitori della Riforma, si introduce un vero “Premierato”, in modo implicito ma non per questo meno inequivocabile: manca l’elezione diretta, ma tale mancanza è strumentale e subdola, non solo per non dare nell’occhio ma anche per non creare un dualismo tra “Premier” e maggioranza parlamentare, come invece negli ordinamenti ad elezione diretta (dello stesso “Premier” o del Capo dello Stato): in tali ordinamenti, il Parlamento si può ribellare dal Capo dello Stato/”Premier” rispetto a cui mantiene una ragguardevole indipendenza, mentre nel nostro caso il Parlamento è sottomesso, per espressa previsione costituzionale, al “Premier”, da cui si può ribellare solo in casi eccezionali. Per rendere scolastici tali casi eccezionali, vi è la legge elettorale “Italicum” che si sustanzia nel conferire la maggioranza relativa a chi ha la maggioranza relativa se qualificata del 40% ed addirittura alla maggioranza relativa della maggioranza relativa, con liste bloccate e premio di lista e non di schieramento: l’unico ostacolo è il ballottaggio se non si raggiunge al primo turno il 40%, e così Renzi lo sta gioiosamente eliminando, attribuendo con la sua diabolica astuzia la paternità a Cuperlo che così si potrà vantare della grande vittoria mentre ha solo “lavorato per il Re di Prussia” (Cuperlo è una brava persona, ma le leggi della politica gli sono del tutto estranee). Nel disegno di Renzi di conferire la maggioranza assoluta alla maggioranza relativa, anzi alla maggioranza relativa del partito di maggioranza relativa, rientra armonicamente il Senato dei nominati e non degli eletti che legifera o comunque delibera su materie fondamentali attinenti al piano alto dello Stato (modifiche costituzionali, Unione europea, elezione del Capo dello Stato, nomina dei Giudici costituzionali), che è un tassello prezioso per rendere più forte la maggioranza assoluta ed eliminare ostacoli e contrasti. Da un punto di vista politico, Renzi vuole eliminare il ricambio elettorale, creando il Partito della Nazione, vale a dire un grande centro sorretto da un lato dalla stampella della fiera (a parole) sinistra Pd, tra poco rinforzata da Pisapia (ah, che dolore sente lo scrivente in relazione a tale circostanza), e dall’altro dalla stampella del centro-destra moderato. Per queste ragioni occorre, per Renzi s’intende non per lo scrivente, disinnescare il pericolo 5Stelle, a partire da marchingegni (è bene non usare il termine “trucchi”) elettorali. Poiché la rabbia popolare aumenta a dismisura ed in modo esponenziale con la crisi economica, i marchingegni elettorali potranno non essere sufficienti, ed allora altri mezzi più inquietanti saranno utilizzati, ed in ogni caso se questi non basteranno, non ritenendo realistico il ricorso alla violenza –chi equipara Renzi al fascismo non merita la minima attenzione, quello di Renzi è un autoritarismo dolce- , vi sarà una turbolenza politica terrificante. Che la maggioranza relativa sia per Renzi degna di diventare per forza di decreto maggioranza assoluta è confermato dal ricorso surreale alla polemica contro il fronte del no, definendolo come un’accozzaglia: al di là dell’offesa, di cui si è scusato blandamente, merita attenzione l’incongruenza dell’argomento. Qui vi è una modifica costituzionale e quello che conta non è se vi sia un’alternativa di modifica ma se quella proposta sia una modifica migliore del testo da modificare –e la risposta è del tutto negativa nel nostro caso-. Che la maggioranza assoluta sia per il no anche se non d’accordo su altre modifiche è pertanto privo di anomalia. Quella di Renzi è non solo incongruenza ma anche deriva autoritaria, in quanto il valore centrale della maggioranza relativa esiste, non in democrazia dove conta la maggioranza assoluta, ma nelle imprese, la cui struttura decisionale è autoritaria: ed infatti le grandi società per azioni a capitale diffuso sono governate dalla maggioranza relativa. Nell’ introdurre un “Premierato” fortissimo e senza ostacoli, tale da dominare il Parlamento, non solo si conferiscono poteri straordinari al “Premier” contrariamente a quanto affermano i sostenitori della riforma, ma addirittura si toccano i principi fondamentali della Costituzione, sempre contrariamente a quanto affermano i sostenitori della riforma. Nel creare un Parlamento non rappresentativo del popolo (la democrazia che ha in mente Renzi è certamente parlamentare e non diretta, ma non è rappresentativa in quanto etero-diretta) soggiogato dal “Premier”, si conferisce alla maggioranza parlamentare ma in realtà, per il tramite di questa, al “Premier” un potere originario ed indipendente dal popolo, lo si rende sovrano. Si realizza un’abnorme concentrazione di poteri e si elimina la sovranità popolare (art. 1, 2° comma, Cost, C. MORTATI e N.BOBBIO vedevano in una vera rappresentatività della democrazia parlamentare la garanzia suprema della sovranità popolare, oltre alla mancata concentrazione di poteri): si abolisce la grandiosa costruzione della nostra Costituzione, la più bella del mondo veramente, che dissocia sovranità da sovrano, e riconosce la prima quale caratteristica del potere statale “Suprema auctoritas superiorem non recognescens”, titolare della forza legittima, ma non il secondo, identificato simbolicamente, ma non fittiziamente, nel popolo quale unica fonte dello stesso potere pubblico. Si svuota così la nostra grandiosa Costituzione di sostanza, rendendola un vuoto simulacro e si abolisce il costituzionalismo, basato sul divieto di concentrazione di poteri, tornando al potere assoluto. Ciò in conformità agli ordini della grande finanza internazionale, ordini emanati tre anni fa da JP Morgan che sta dirigendo ora il risanamento Monte Paschi con modalità quanto meno discutibili. La grande finanza internazionale vuole un potere assoluto ed unico per dirigerlo a propria volta. E’ un potere assoluto di seconda istanza, in quanto la prima è nel grande capitale.

Io Voto NO!

Io voto NO convinta, perché contesto questa "riforma" nel metodo e nel merito. In primo luogo, perché essa è stata imposta da una grossa banca d'affari internazionale come JP Morgan, che chiede di modificare le Costituzioni socialiste di quei paesi europei che nel secondo dopoguerra si sono dotate di costituzioni antifasciste e troppo garantiste dei diritti dei lavoratori. Una banca che ha contribuito, assieme ad altre big al disastro economico di portata globale.

Perché questa riforma è sostenuta fortemente da Giorgio Napolitano che è stata una delle peggiori figure della storia della Repubblica. Perché è stata disegnata dal governo che è il potere esecutivo (non legislativo), che ha costretto l'approvazione a colpi di maggioranza, come se si trattasse di una legge ordinaria. Perché piace ai più ricchi ed è ben vista da banchieri e Confindustria. Perché i mali che affliggono il Paese sono in principal modo la disoccupazione, la mancanza di investimenti pubblici e privati nell'economia, la corruzione, il dissesto idrogeologico del territorio e la presenza di una classe politica che pensa principalmente a risolvere i problemi di stabilità della propria poltrona, ma incapace di risolvere i problemi dei cittadini. Perché lo stesso PD che è al governo ha operato sulla riforma con una maggioranza posticcia escludendo il contributo delle minoranze. Perché è sgrammaticata e incomprensibile dai non addetti ai lavori, e si presta a interpretazioni diverse (vedi, ad esempio l'art. 70 vecchio e nuovo testo a confronto) e si ricorrerà molte volte alla Corte costituzionale che dovrà dirimere le controversie che sorgeranno sulla competenza distribuita tra lo Stato e le Regioni. Perché legittima le riforme strutturali di questo governo (jobs act, scuola, sanità, pubblica amministrazione, decreto sblocca Italia) che vanno contro i principi fondamentali della Carta e dei rapporti etico-civili, minando le basi più elementari della democrazia (artt. 1, 3, 4, 5, 9, 32, 33, 35, 36, 41), ragione per cui non è vero che la prima parte della Costituzione non viene toccata, essa viene ampiamente coinvolta a partire dalla sovranità popolare che viene ampiamente sminuita. I cittadini sono sempre più lontani dai palazzi del potere, in quanto il senato non sarà più eletto dai cittadini, ma nominato dal partito unico, così come la falsa abolizione delle province tramutate in città metropolitane, i cui consiglieri non saranno eletti dai cittadini. Con il combinato disposto dell’Italicum che prevede le liste bloccate, può vincere un partito che non ha la maggioranza effettiva (ma anche solo del 20%), e la costruisce con un esagerato premio di maggioranza. Perché il Paese non ha bisogno di governi stabili, ma di governi che facciano scelte politiche a beneficio di tutti i cittadini. Se un governo fa scelte sbagliate è meglio che venga sostituito al più presto.

Perché il PD ha "vinto" le elezioni del 2013 con un programma che non prevedeva la riforma della Costituzione, i cittadini non l'hanno richiesta, Renzi ce l’ha imposta. Perché, inoltre, non semplifica, non snellisce la burocrazia, mentre la riduzione dei costi, con la riforma del Senato/pasticcio, è irrisoria. Perché indebolisce gli organi di garanzia costituzionale [Corte Costituzionale e Consiglio superiore della Magistratura i cui membri saranno per la maggior parte nominati dal parlamento di maggioranza del partito unico (eletto con l’Italicum)]. Perché demolisce la divisione e l'autonomia dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che sono state alla base della democrazia fin dalla Rivoluzione francese e riporta il Paese e la sua civiltà indietro di oltre due secoli. Perché cambia di fatto la forma di governo da parlamentare a presidenziale, e sarà il governo a controllare l’operato del parlamento e non viceversa. Perché accentra nelle mani del presidente del consiglio il potere di decidere su tutte quelle materie in contrasto con gli interessi della popolazione degli enti territoriali, potendo imporre la realizzazione di grandi opere (ad esempio, potrebbe imporre una centrale nucleare o un inceneritore contro la volontà dei cittadini di quel territorio) anche in contrasto con i vincoli ambientali e potrà svendere ai privati, a suo piacimento, tutte le aziende partecipate dei comuni e delle regioni che gestiscono gas, energia, rifiuti e beni comuni (es. acqua), oltre ad accentrare la gestione e la destinazione dei porti e degli aeroporti. Perché questa riforma conserva l'attuale classe dirigente (o meglio, la casta) e si riempie la bocca indebitamente con la parola "cambiamento". Il cambiamento, se non è migliorativo, è meglio che non avvenga e, soprattutto, il cambiamento non può avvenire distruggendo una Costituzione -la più bella che ci sia- semmai la Nostra bella Costituzione si dovrebbe applicare e magari ritoccare in alcune imperfezioni create a posteriori da riforme capestro (vedi art. 81 sul pareggio di bilancio), ma anche riduzione del numero dei parlamentari di entrambe le camere o abolizione totale del senato. Perché non muterà la situazione economica del Paese e la disoccupazione, questi mutano con una buona programmazione economica e industriale, con investimenti pubblici e privati per iniziative economiche non in contrasto con l'utilità sociale. Perché io credo che la parola "riforma" sia da intendere come "miglioramento" e non peggioramento dello status quo, ed io il miglioramento non lo vedo. Per tutti questi motivi, IO VOTO NO!

Giuseppe Guarino, illustre giurista di diritto pubblico, splendido ultra-novantenne, ha mostrato che i limiti europei alla spesa pubblica interna violano la Costituzione ed i Trattati Europei (Id., Ciittadini europei e crisi dell’euro, Napoli 2014), e analoga analisi è stata effettuata, contestualmente a Guarino ed in autonomia da questi, dall’economista milanese Mario Noera, che ha mostrato la mancanza di fondamenti economici della politica del “Fiscal Compact”. Lo scrivente ritiene, ben più radicalmente dei due chiari aa, che l’adesione all’Europa e la continuazione dell’adesione violino la Costituzione italiana in tre norme fondamentali: si tratta dell’art. 1, 2° comma, secondo cui la sovranità spetta al popolo che la esercita secondo le forme ed i limiti di cui alla stessa Costituzione, e non di altra Costituzione anche se europea, l’art. 11, secondo cui le limitazioni alla sovranità interna sono ammissibili esclusivamente per finalità di pace e giustizia, e non in modo incondizionato come invece nell’Europa. Ma non solo: si è accettata l’adesione ad una comunità liberista, con riconoscimenti sociali solo di principio, in modo da arrivare “de plano” ad una vera e propria rinunzia alla politica economica pubblica, fondamentale nella nostra Costituzione, art. 41, 3° comma: la rinunzia alla politica economica è stata consacrata dall’apposizione di limiti stringenti alla spesa pubblica, in modo effettivo e secondo le reali esigenze della Germania (la cui economia, basata sull’esportazione, la porta lontana dall’Europa verso altri lidi, come adesso si sono finalmente accorti anche sul “Corriere della Sera” ).

In termini squisitamente giuridici, l’adesione all’Europa ha rappresentato una forma di abdicazione, da parte dell’Italia, alla propria sovranità a favore di una sovranità più ampia. E’ stata una scelta incostituzionale, in quanto non rientrante nei poteri di chi deve attuare la Costituzione, ma tale da rappresentare una nuova Costituzione. Non sarebbe stata sufficiente, sia ben chiaro, nemmeno una mera modifica alla Costituzione in quanto la sovranità nazionale appartiene agli elementi costituivi della Costituzione, che non possono essere oggetto di una semplice modifica, ma richiedono una nuova Costituzione, sulla base di un “referendum” o di una Assemblea costituente. La distinzione tra norme costitutive e norme secondarie della Costituzione –sostenuta strenuamente in modo convincente da un Giudice costituzionale di fresca nomina, Franco Modugno- e la conseguente presenza di limiti alla modifica della Costituzione ex art. 138 Cost. –oltre all’intangibilità della forma repubblicana, solennemente prevista, e che può essere elusa con una doppia modifica, la prima consistente nel divieto e la seconda di introduzione della monarchia, come pensava qualche giurista conservatore- non sono pacifici, e così l’insufficienza di una semplice modifica costituzionale, comunque anch’essa mancante, non sarebbe priva di dubbi. E’ da replicare che la Costituzione è il frutto del popolo sovrano, è la quintessenza della sovranità, in modo che la rinunzia della sovranità configura gli estremi della negazione della democrazia. La scelta di altra sovranità in tanto è ammissibile in quanto sia frutto di scelta costituzionale riconducibile al popolo sovrano. Altrimenti, la democrazia diventa meramente fittizia, con il popolo non più sovrano ma che subisce le scelte fondamentali di altri: qui si tratta di scelta relativa alla parte altissima dell’assetto statale ed all’individuazione di chi assume le scelte di indirizzo politico concreto, tra cui spiccano quelle di politica economica, scelte di politica economica di cui il nostro Stato si è spogliato a favore dell’Europa dominata della Germania e prima ancora a favore delle grandi banche d’affari internazionali che tengono saldamente in mano le aste dei titoli del debito pubblico con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia decisa nel 1981 dal Governatore di Banca d’Italia Ciampi e dal Ministro del Tesoro Andreatta. Né si possono interpretare estensivamente i principi di pace e giustizia di cui all’art. 11, ricollegandosi alla teoria di Kelsen, secondo cui comunità sovranazionali rispondenti al diritto internazionale costituirebbero forme di una nuova sovranità priva di soggettività ed autoritarietà.

E’ da replicare che ciò potrebbe essere ammesso solo se la sovranità popolare fosse salvaguardata. Sfugge a Kelsen che la sovranità nazionale non è un’ipostasi, non è la proiezione del sovrano, al pari della secolarizzazione dell’idea di Dio, come in Schmitt, ma all’esatto contrario è la forma genuina di manifestazione della sovranità popolare, è l’autorità –il monopolio della violenza legittima, secondo la famosa definizione di Max Weber- al servizio del popolo. La sovranità nazionale è strumentale alla sovranità popolare-. In mancanza di detta strumentalità, si arriva all’identificazione tra democrazia ed oligarchia, addirittura recentemente consacrata da Scalfari, e soprattutto ad attribuire la sovranità a un Organo, rendendo vana quella dissociazione tra sovranità e sovrano magistralmente realizzata dalla nostra Costituzione –veramente la più bella del mondo-, che ammette la prima e nega il secondo. Per inciso, la sovranità nazionale deve essere riscoperta a sinistra, e sembrerebbe che qui si trovi una convergenza con la destra, ma l’impressione svanisce proprio in quanto la sinistra considera, “rectius” deve considerare, la sovranità nazionale strumentale rispetto alla sovranità popolare e confuta ogni ipotesi di autoritarietà e di potenza che invece contraddistinguono la stessa destra. Chiuso l’inciso, una comunità sovranazionale in tanto è ammissibile in quanto salvaguardi la sovranità popolare: per salvaguardare quella della comunità più vasta occorre partire dalla salvaguardia delle comunità nazionali che devono essere coordinate e rafforzate e non annullate come invece in Europa. E la sovranità popolare non può sussistere senza programmazione democratica europea, vale a dire senza una politica economica in cui il popolo possa vedere realizzate le proprie esigenze fondamentali piegando le forze del mercato. La Costituzione europea liberista è incostituzionale anche sotto questo fondamentale aspetto. Ora, non si tratta di uscire dall’Euro -il che è un lusso che si possono permettere solo gli Stati forti come l’Inghilterra, ed è da vedere se anche loro restano vittime di contraccolpi-, che rientrerebbe in un protezionismo, anche se auspicato da autorevoli esponenti della sinistra radicale, che non uscirebbe dalle secche di una tradizionale manifestazione della sovranità nazionale, nella manifestazione più autoritaria possibile. E’ necessaria invece la costruzione delle basi per una programmazione economica pubblica europea, partendo da programmazioni nazionali in cui vengano recepite le istanze fondamentali popolari, coordinate grazie alla collaborazione tra Autorità di Vigilanza bancarie e finanziarie, che limitino e blocchino la speculazione, e nel contempo siano incardinate nella politica economica statale.