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ECCO COS’E’ IL DOMINIO ARBITRARIO DEL CAPITALE Featured

  • Monday, 10 April 2017 20:32
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Si parta da due elementi specifici. In primo luogo, come dimostra la recente misura della “Flat tax” (cento mila euro) per chi investe In Italia, provenendo o ritornando dall’estero, misura che è inevitabilmente destinata ad essere generalizzata, conformemente alle richieste programmatiche di Berlusconi, Salvini e, più in generale, della destra, l’idoneità del capitale e dei ricchi a sottrarsi alla tassazione (“rectius”, ai suoi effetti) costringe lo Stato ad eliminare la progressività, principio fondamentale di uguaglianza e socialità (art. 53 Cost.), per accontentarsi di un gettito modesto ma stabile e relativamente sicuro vista la convenienza degli interessati ad evitare problematiche legali e comunque ad investire in un Paese povero di capitali di rischio a costo fiscale contenuto. In secondo luogo, la pressione di precari sul mercato del lavoro, precari irrobustiti dalle schiere di emigrati, crea un irresistibile esercito industriale di riserva –come a suo tempo indicato da Karl Marx-, che indebolisce la posizione degli occupati stabili: conseguentemente, si è reso il contratto di lavoro di tutti privo di tutele, con l’abolizione del divieto di licenziamento ingiustificato di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. La divisione del mercato del lavoro in due, stabili e precari, ha avuto come soluzione una equiparazione verso il basso, come richiesto con grande enfasi dal liberista di sinistra Ichino –cui va tributata la più ampia ed incondizionata solidarietà per essere stato nel mirino delle nuove Br, e non è detto che non lo sia tuttora- : il capitale crea e mantiene una concorrenza, per lo più artificiosa, sul mercato del lavoro per abbassare le tutele e tenere saldamente e a briglie strette il lavoro nelle sue mani. In entrambi i casi, il diritto viene sacrificato all’arbitrio del capitale. Ma questi sono solo due punti specifici: ed infatti, più in generale, è il capitale che determina gli investimenti in via esclusiva e così l’andamento dell’economia, con la conseguenza che non si possono introdurre riforme ad esso contrarie. L’unico modo per risolvere tale problema consisterebbe nell’effettuare investimenti di natura pubblica per creare alternativa di investimenti e tenere così sotto pressione il capitale, ma il settore pubblico dell’economia è stato dismesso per ragioni di efficienza spesso fittizie: le banche pubbliche italiane erano sane ed in alcuni casi raggiungevano punte di eccellenza, mentre è stata la successiva privatizzazione a determinare una situazione, di ricerca di profitti a tutti i costi, anche con operazioni ultra-speculative, e di allentamento dei vincoli a collegamenti politici ed economici –i quali hanno portato nel credito ad erogazioni lassiste-, il che ha determinato poi il tracollo.

Il dominio del capitale vuol dire da un lato non solo indirizzo completo dell’economia ma anche impossibilità di utilizzare misure alternative e dall’altro addirittura manomissione totale del diritto. Sul secondo punto vi è l’abbandono dello stato di diritto e del costituzionalismo e financo, il che sembra paradossale ma non lo è, del liberalismo, che è il cavallo di battaglio del capitale, soprattutto in materia economica quale liberismo: ma adesso è lo stesso liberalismo ad essere pregiudicato dalla circostanza che la manipolazione del diritto dà mano libera ai ceti privilegiati nei confronti anche dei propri interlocutori i quali non sono garantiti più non solo nelle istanze sociali ma anche in quelle prettamente economiche ed a monte anche in quelle civili quando tali da impattare sulla sfera degli stessi ceti privilegiati, il che non rappresenta un’ipotesi di scuola, anche se non è (ancora) generalizzato: l’unico liberalismo tutelato è quello attinente ai diritti dei certi privilegiati. Sul primo punto, vi è l’abbandono della democrazia, impossibilitata ad assumere decisioni autonome. Panebianco rivendica con orgoglio che la modernità è rappresentata dall’unione tra mercato a livello economico e rappresentanza a livello istituzionale: ebbene è una rivendicazione orgogliosa degna di miglior causa. Ed infatti, il mercato è privo di meccanismi oggettivi ed impersonali, e la ripartizione delle risorse non solo è arbitraria e rimessa al dominio del grande capitale, altro che mano invisibile, ma anche si realizza nel modo più inefficiente possibile, come dimostrato dalle crisi inarrestabili e senza soluzione. D’altro canto, la rappresentanza è priva di poteri di controllo dei rappresentati sui rappresentanti: ma non solo, in quanto il potere dei rappresentanti è originario ed autonomo, quale quello di un vero sovrano, almeno da un punto di vista formale, mentre nella sostanza è un sovrano con poteri pieni sì ma solo in esecuzione delle direttive del capitale. La lotta tra le “élite” per la conquista del potere vede i rappresentati non più quali protagonisti di un’effettiva e consapevole scelta, bensì quale mera terra di conquista. Ma non solo: manca a monte la stessa possibilità di scelta in quanto i contenuti sono prefissati e non modificabili. Si è in una fase di potere cieco, pieno ed incondizionato di sostanziale assolutismo, con l’arbitrio erto a principio dalla natura sacrale e che ha sostituito del tutto l’oggettività del dominio del capitale di cui alla prima fase. Non vi sono alternative, né riformiste per le ragioni dette, mancando lo spazio per modifiche serie e sostanziali all’interno del sistema che le impedisce totalmente, né rivoluzionarie per la mancanza di un’aggregazione di classe che sia in grado di proporre antagonismo nei confronti del capitale in funzione di un’alternativa di sistema. Il capitale è fortissimo ma la sua forza si accompagna –“rectius”, è indissolubilmente collegato-ad una tendenza inarrestabile verso la rovina e verso il disastro. E’ probabile una prospettiva di soluzione apocalittica come a suo tempo con il Medio Evo o come nel secolo scorso con le guerre mondiali (questa volta con effetti ancora più spaventosi). All’interno del sistema si sta ora manifestando viva e reiterata preoccupazione per la minaccia populista, in grado di coagulare la protesta, sia pure cieca e senza contenuti positivi e propositivi. La protesta popolare ove lasciata a sé stessa può provocare tale apocalisse. Di qui il dilemma: il sistema è in grado di annullare e integrare al proprio interno e quindi neutralizzare il populismo come sembra (poter) fare con quello di destra, o questi gli sfuggirà? La risposta sembra nel primo senso ed è scontata se il populismo non si sgancia dall’abbraccio mortale con la destra, la quale, anche nella sua versione più estrema, è per antonomasia incapace di assumere posizione antagonistica nei confronti del captale, anche in via non rivoluzionaria. E cosa succede se si sgancia? Si determineranno tutti i presupposti per uno scontro frontale. In definitiva, quale che sia la soluzione, sembra che, per una via piuttosto che per l’altra, si vada incontro inesorabilmente all’apocalisse. Tale soluzione è sicura nel primo caso, vista l’incapacità totale del capitale di correggersi per le contraddizioni insanabili già viste da Marx. Ma non per il secondo visto che il populismo nella sua forza irresistibile può anche pensare ad una propria correzione mediante uno sbocco propositivo, che non può che essere a sinistra, in campo sì riformista ma antiliberista e antimoderato, in quanto solo l’unione tra tale progettualità e la forza del riformismo può in qualche modo spaventare il capitale costringendolo –in quanto, senza costrizione “ab externo”, questi è totalmente refrattario- a inversioni di rotta. Ma, per parafrasare Kypling, “That’s another story”.