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Il caso Carige è emblematico e devastante allo stesso tempo: è l’ennesima crisi bancaria, con un commissariamento avviato di fronte ad una situazione di tentativo di risanamento dopo i disastri della vecchia gestione (Berneschi ed associati) ed approvato da Banca d’Italia: con il socio di maggioranza che si è rifiutato di sottoscrivere l’aumento di capitale. Banca ad’Italia ha quindi doverosamente disposto il commissariamento (con commissari individuati nei due precedenti personaggi di vertice ed in un illustre giurista). Malacalza ha poi cambiato il passo ma intanto il grande disastro era già combinato. Dal 2015, anno della risoluzione delle quattro banche, non si è riusciti ad effettuare un solo salvataggio normale, riuscendo ad operare solo in via straordinaria ed estemporanea. Il risanamento delle banche è impossibile, almeno nelle condizioni attuali: è questa l’amara verità. Allora, va in tali termini condotto il dibattito che è sorto ora in Italia sulla crisi delle banche: vale a dire che il dibattito deve essere collocato in un ambito completamente nuovo e diverso. Si parta dal dibattito attuale: c’è chi sul “Fatto Quotidiano” lamenta la mancanza di regia, ed è una lamentela surreale, visto che il suo ruolo è stato ridimensionato sia in relazione alla BCE sia in relazione alla normativa “bail-in” che ha impedito il salvataggio delle banche del 2015, minando la credibilità del sistema bancario, sia infine con la crisi profonda delle banche di deposito. Ci si è ribellati a Banca d’Italia e così la “moral suasion” di questa si è dimostrata velleitaria. Ecco il caso Malacalza, che sarebbe stato inconcepibile nel passato. In tanto hanno, nel passato, lamentato lo strapotere di Banca d’Italia: eccoli accontentati, ma non si comprende ora di cosa ci si lamenti. Sono le classiche lacrime da coccodrillo: anzi, viene in mente il grandissimo, e mai abbastanza compianto, Fabrizio “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel Tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”. Problema diverso era ed è quello di aprire i controlli di Banca d’Italia a profili diversi ulteriori rispetto a quelli di stabilità, come la correttezza ed il divieto di abusi. In generale, limiti ascrivibili a Banca d’Italia ci sono stati sì ma dipendenti soprattutto dal mutato contesto storico e dall’incapacità della politica di agire e di intervenire efficacemente in materia. L’eccesso di timidezza di Banca d’Italia, certamente sussistente, va letto esclusivamente in tale contesto. Tentativi di coinvolgimento di Banca d’Italia e di suoi massimi esponenti in scandali e dissesti bancari sono miseramente naufragati: fa eccezione l’episodio del 2005 dei c.d. “furbetti del quartierino” e di eccesso di supporto alla Banca Popolare di Lodi, che si è risolto con le dimissioni dell’allora Governatore Fazio e con la sua condanna penale (evitata nel caso parallelo di Unipol-Bnl), eccesso che sconfinò nella partigianeria non per deviazione della persona e dell’Istituto ma per una mala intesa logica protezionistica di mercato interno: si è trattato di comportamento che ha gravemente leso l’immagine dell’Istituto, ma non è stato un comportamento soggettivamente illecito: è stato piuttosto un mero effetto della situazione di disorientamento generale del settore bancario. Sul versante opposto, si è sostenuto da parte di Angelo De Mattia che Banca d’Italia non può essere il canale dirigistico quale quello a suo tempo individuato nella visione della sinistra degli anni 60-70 Ebbene, la posizione di De Mattia è scarsamente comprensibile, prima ancora che del tutto non condivisibile, anche tenendo conto che lo stesso De Mattia, all’epoca della vicenda dei “furbetti del quartierino” braccio destro di Fazio, lo difese a spada tratta e continua così ancora oggi. La regia è necessaria, in quanto l’instabilità tipica dei mercati finanziari diventa esplosiva con il dilagare della speculazione e con la crisi delle banche di deposito: senza una regia dotata di poteri coercitivi, le crisi non possono essere risolte. Pertanto il vero nodo è quello di ricostituire l’effettività dei poteri coercitivi di Banca d’Italia e di effettuare tale ricostituzione anche in ottica di direzione del settore. Occorre ricostruire la problematica procedendo per gradi. Il primo punto fermo è la necessità dei salvataggi che una normativa -in recepimento di direttiva europea attuata solo con l’Italia e con la Grecia!!!!- demenziale (c.d. “bail-in”) ha reso sempre più difficili da praticare. Il secondo punto è che, per evitare che i salvataggi rendano conveniente la realizzazione di comportamenti temerari e dissennati, alla luce della convinzione ragionevole di poter trovare un rimedio, occorre il massimo rigore nei confronti dei responsabili del dissesto e dei beneficiari delle operazioni dissennate. Il terzo punto fermo è che la sanzione degli abusi dei gruppi di comando non è sufficiente vista la grande crisi delle imprese industriali, con la conseguenza precipua che la mancanza di patologie nell’esercizio dell’attività non è più sufficiente per il rilancio dell’attività di deposito. E’ quindi necessaria una programmazione pubblica che limiti in modo stringente e pervasivo la speculazione spingendo le banche a rafforzare il settore di erogazione, ed anche quello dei servizi di investimento non speculativi, e poi coordini tra di loro il settore bancario e quello industriale per evitare conflitti, i quali, nell’esorbitare da una fisiologica contrapposizione di interesse quale quella propria dei rapporti contrattuali di scambio, impediscono sia una leale collaborazione per il recupero dei crediti da parte della banca, anche con interventi di garanzia sempre più estesi e non limitati ai componenti del gruppo di comando, sia che le banche provvedano al risanamento delle imprese invece di vessarle in un’ottica di dominio speculativo. E’ necessario, in conclusione, ricorrere ad un regista, individuato in Banca d’Italia, con il rafforzamento dei controlli di correttezza di Consob, e deve trattarsi di regia propria di un collegamento tra controlli bancari e programmazione pubblica economica, come osteggiato da De Mattia, Ma ciò senza cadere in un dirigismo velleitario, bensì individuando nella programmazione coercitiva la condizione per salvare il settore bancario, con una politica economica pubblica unica in grado di contrastare le tendenze distruttive del grande capitale. E’ questa sì una programmazione anticapitalistica ma nei termini necessari per salvare il sistema liberandolo dalle sue tendenze autodistruttive e così che si colloca in un’ottica riformistica. E’ la grande ripresa della programmazione di Riccardo Lombardi, contestata vittoriosamente da Guido Carli (tra i cui principali allievi spiccava Paolo Savona, che sembra abbia ora cambiato posizione), che si opponeva ad ogni anticapitalismo, ritenendo necessari esclusivamente gli interventi confronti di Luigi Einaudi e dell’economia sociale di mercato della scuola di Friburgo, rivelatisi invece del tutto velleitari. Tale programmazione fu non appoggiata dai partito socialista, avventuratosi in un’impervia ed improba ottica di improba sintesi tra riformismo -anche anticapitalistico, s’intende- atomistico e logica spartitoria, ma fu anche contrastata dal partito comunista, che pensava alla programmazione soprattutto in un’ottica di conquista del potere. Ora la programmazione economica pubblica coercitiva anticapitalistica di natura riformista è l’unica misura necessaria per salvare la finanza -cade così l’obiezione di Carlo, ora seguito da De Mattia, di una programmazione che, utilizzando Banca d’Italia ed i controlli bancari, svilisce il settore bancario e finanziario- e con essa l’economia. L’obiezione che questa è velleitaria di fronte alla globalizzazione ed alla de-materialità del capitale finanziario cade di fronte alla pacifica circostanza che tale ostacolo è invincibile solo fino a quando il governo della globalizzazione è fittizio come quello da parte dell’Europa, ma che invece è facilmente superabile nel momento in cui il governo diventa efficace se costretto da concomitanti rivolte popolari diffuse. Il populismo va quindi visto con profonda attenzione, anche se è ancora ancora acerbo ed immaturo, come dimostrato dalla scriteriata guerra dei 5 Stelle (aiutati dalla Lega) contro Banca d’Italia, ponendosi sulle orme non meritorie di Renzi/Boschi. Tra sostegno acritico al capitale finanziario ed ai dissesti da un lato e dall’altro populismo demagogico vi è una contrapposizione sterile. Banca d’Italia può costituire l’ultimo focolaio di resistenza veramente alternativo: finora ha inteso il suo ruolo meritorio in un’ottica di ancoramento al liberalismo ed all’europeismo. Il suo ruolo, che va ribadito ed addirittura ripetuto fino alla noia essere del tutto meritorio, va mantenuto sì in un’ottica però ribaltata.
Il populismo, caratterizzato com’è dal richiamo diretto al popolo, senza intermediari e senza mediazione alcuna, viene imputato di distruggere i corpi intermedi come partiti e sindacati. Si trascura, così, con siffatta contestazione, che detti enti, fungendo da forme di organizzazione del popolo, perdono ogni valore nel momento in cui l’organizzazione ha ad oggetto solo l’“immateriale”. Il partito si è dissolto nel rapporto tra “leader” e gruppi di pressione da un lato e “leader” e popolo dall’altro, mentre i sindacati hanno perso il proprio punto di riferimento con la scomparsa della fabbrica. Lelio Basso costruì la teoria dei contropoteri da contrapporre al potere del capitale, basandosi, oltre che su partiti e sindacati, sui consigli di fabbrica e sui comitati di quartiere, di scuola, di strutture sanitarie, etc., anch’essi inattuali: era una teoria la sua che prospettava una rete diffusa di opposizione sociale e popolare che fosse in grado di articolare un’alternativa provvista di grande consenso anche attivo e propositivo, ed addirittura partecipativo. Al momento attuale, non ci possono evidentemente essere contropoteri, se non rari e marginali. Costruire il popolo come contropotere, come pretende il populismo, prescinde dall’organizzazione ed entra evidentemente in un vicolo cieco. Il problema vero è come costituire l’organizzazione del popolo, ma si entra anche qui in un vicolo cieco. Ed infatti, l’unica organizzazione ad oggi possibile è quella del capitale, quale realtà immateriale. Nel portare all’estremo la teoria di Marx, l’unica realtà è quella del capitale, in quanto l’unica dal valore economico. Sarà pure una realtà a testa in giù -come sottolineato da Marx, e ripreso da Colletti, già quando era marxista e che poi usci dal marxismo evidenziando che tale punto fermo del pensiero di Marx, al pari di altri, era in contrasto con un approccio scientifico, e qui Colletti aveva torto, in quanto in campo sociale tra reale ed artificiale non vi è alternativa rigida, essendo il tutto frutto di rapporti sociali e quindi dell’attività dell’uomo-, ma in ogni caso ma è l’unica realtà effettiva, mentre le altre sono solo virtuali. Conseguentemente, occorre, non de-economizzare i rapporti sociali, ma all’esatto contrario costruire, gradualmente, forme economiche alternative, vale a dire forme sociali in grado di prefigurare un’economia alternativa, non un’economia che si sciolga nella società, come secondo un certo sbocco utopistico del marxismo che compromette la sua scientificità, ma un’economia basata sul valore centrale ed esaustivo del lavoro. I corpi intermedi sono quelli funzionali a tale impostazione: al momento si tratta di controllare il capitale a mezzo della programmazione pubblica. Per la precisione, i corpi intermedi sono quelli di operatori economici penalizzati dalla speculazione e dal grande capitale, come risparmiatori, piccoli concorrenti non in grado di diventare grandi che possono essere interessati ad uno sviluppo equilibrato, il tutto compreso da Riccardo Lombardi il quale, all’epoca del primo centro-sinistra nel 62-63, tentò di assistere la programmazione con la penalizzazione dei grandi gruppi speculatori e abusivi e con leggi sulla concorrenza e sulla riforma della società per azioni e con l’abolizione del segreto bancario. Resta in ogni caso, con tale impostazione, non risolto il problema generale e sistemico dei corpi intermedi sociali e politici, vale a dire il ruolo attuale dei grandi corpi intermedi, partiti e sindacati, senza i quali si mantiene resta fermo il rapporto diretto tra popolo e “leader” che porta, diritto, al cesarismo ed alla democrazia autoritaria, con i quali, d’altro canto, l’emancipazione economica è del tutto illusoria. Il nodo è quello dell’organizzazione dei bisogni antitetici al capitale. Dalla democrazia economica si può almeno partire: la democrazia politica deve essere costruita come vincolo dei rappresentanti ai rappresentanti proprio in un ambito di programmazione economica. Il partito ed il sindacato non hanno più senso se non riescono, ciascuno nel proprio ambito, ad aggregare intorno al lavoro ed ai lavoratori i citati soggetti economici.
Il nazionalismo viene ferocemente attaccato per i collegamenti con il fascismo e pertanto la sinistra dovrebbe allearsi con i moderati antinazionalisti per scongiurare ogni pericolo antidemocratico. Già si è visto in altre note che il moderatismo antinazionalista è fittizio. Ma il vero nodo è un altro: il nazionalismo attuale ha un atteggiamento di non ostilità nei confronti del fascismo ed ha una tendenza naturale ad un’alleanza con esso, ma, a ben vedere, non risulta che ciò registri un cambiamento rispetto al moderatismo di Berlusconi, che aveva lo stesso atteggiamento. La differenza tra le due situazioni viene vista nella circostanza che il fascismo è nazionalista, mentre il moderatismo no. Ciò come sé visto non è fondato. E’ ovvio che il nazionalismo ha più punti in contatto con il fascismo di quanti ne abbia il moderatismo visto che il fascismo è un nazionalismo antidemocratico mentre il moderatismo utilizza il nazionalismo ma non lo è. Utilizza il nazionalismo per bloccare la lotta di classe ed i conflitti sociali. Allora, il nazionalismo ha punti in contatto con il fascismo ma non è necessariamente antidemocratico: lo diventa se vi è una minaccia esterna come il comunismo o se comunque fenomeni esterni mettano in pregiudizio l’ordine interno. I fenomeni esterni possono essere gestiti in modo democratico all’interno se restano per l’appunto esterni: i problemi interni no nel momento in cui intaccano il sistema. Ed allora il nazionalismo è necessariamente antidemocratico all’esterno, in quanto deve bloccare in tutti i modi i pericoli esterni e diventare a sua volta un pericolo per gli altri Stati se ciò si rivela necessario per la propria sopravvivenza.ma non necessariamente all’interno. La conseguenza, indefettibile, è che il nazionalismo della Lega può limitare le punte razzistiche ed autoritarie fino a quando tali punte non si rivelano necessarie per bloccare i conflitti sociali, vale a dire vino a quando questi ultimi non diventano a loro volta minacciosi. Una sinergia tra conflitti sociali e pericoli esterni non è realistica, in quanto la globalizzazione è solo del capitale e non del lavoro. L’utilizzo strumentale di tale argomento da parte del nazionalismo è ben possibile come fu fatto con esito positivo in Germania ed in Italia dopo la prima guerra mondiale, ma devr essere scongiurato dalla sinistra unendo conflitti sociali e difesa dell’interno da pericoli esterni, a fronte del divieto di arrecare poi pericoli all’esterno. La sinistra deve essere antinazionalista e nel contempo tutelare l’interesse interno, purché non ipostatizzato, e quindi purché sia sempre collegato al popolo ed ai conflitti sociali. Il nazionalismo è intrinsecamente antidemocratico, sia all’interno sia all’esterno, ma tale antidemocraticità emerge solo in situazioni estreme. Per il momento si è lontani da siffatte situazioni estreme. L’antidemocraticità del nazionalismo emerge all’interno per bloccare i conflitti sociali ed all’esterno quando vuol minacciare altri Stati per risolvere i propri problemi interni. La sinistra deve vigilare affinché i migranti non minaccino l’ordine interno ma non deve rinunziare ai conflitti sociali, se del caso anche utilizzando i migranti: se ciò sarà intollerabile per il nazionalismo, allora la sinistra potrà e -dovrà- essere pronta allo scontro. All’esterno, la sinistra deve battersi per un ordine internazionale che impedisca a chiunque di minacciare l’ordine interno degli altri (come invece fa l’USA sistematicamente, ora con il Venezuela): tale atteggiamento da impedire è il vero imperialismo, che così si dimostra essere il logico ed inevitabile sviluppo del nazionalismo. La sinistra deve combattere l’imperialismo difendendo tutti gli ordini interni, per puntare poi a collegare questi. Essa sinistra non deve sostenere un ordine interno nazionalista ed imperialista (come fu fatto invece, sia pure in embrione, da Lenin e poi, in misura esasperata ed incontrollata ed illimitata, da Stalin), ma nemmeno rinunziare a difendere i singoli ordini interni, come fece in modo utopistico Rosa Luxemburg, che pur capì -e fu quella, in campo marxista, a capirlo con maggiore lucidità di tutti gli altri messi insieme- essere l’imperialismo lo sbocco inevitabile del capitale per risolvere i propri problemi interni.

LA CONSULENZA TOTALE

La consulenza totale o globale ( ) è quella forma di consulenza che, partendo dall’ambito finanziario, investe tutti i bisogni del cliente, e tutte le forme di valorizzazione del cliente, anche quelle di natura non finanziaria, come gli investimenti in beni rifugio o la programmazione del futuro assistenziale e di benessere del cliente o l’assistenza nei rapporti ereditari e così via. Consulenza globale o totale vuol per l’appunto che il consulente è l’interlocutore unico e si rivolge lui, per conto del cliente, allo specialista di turno, coordinando, sempre lui, le varie attività. In tal modo il cliente usufruisce di un’assistenza professionale il cui contenuto è la programmazione delle esigenze del cliente stesso. La consulenza finanziaria cessa di essere solo finanziaria non perché diventa di altra natura ma perché, all’esatto contrario, non si limita a curare l’investimento sui mercati, bensì investe tutta la finanza della clientela in tutti i momenti, anche interno ed anche nella fase di programmazione generale nel procacciamento e nell’utilizzo di mezzi finanziari e così nei risvolti sulle attività non finanziarie. In altri termini, si tratta di offrire al cliente una assistenza totale sul patrimonio e sei risvolti patrimoniali della sua vita nella parte “no business”: è una prestazione che fornisce al cliente dalle esigenze sofisticate e dalle possibilità economiche una sicurezza totale sulla propria gestione personale nella parte patrimoniale. Dalla consulenza finanziaria si passa alla consulenza patrimoniale complessiva, tranne che nella parte “business” e relativa all’attività lavorativa del cliente, offrendo una pianificazione che di norma hanno le aziende medie e grandi, con un “CFO”, capo finanza, e che adesso possono avere anche le persone fisiche. La finanza investe tutta la gestione patrimoniale delle persone fisiche, assicurando a chi non ha la struttura una prestazione altamente professionale. Tre sono gli effetti precipui della consulenza totale. In primo luogo, il rapporto dell’intermediario, e, per il tramite di questi, del Consulente Finanziario “fuori sede” con il cliente è trasparente con chiara ed univoca individuazione del loro ruolo e così della loro responsabilità. Essi svolgono il ruolo unico ed insostituibile di consulenza generale e, nell’ambito di questa, di consulenza finanziaria agli investimenti: in esecuzione di ciò, essi, ulteriormente, indirizzano il cliente ad uno specialista -che per i campi non finanziari è di solito esterno all’intermediario mentre nei campi finanziari può esserlo come no-, da essi scelto per compiti al di fuori della consulenza finanziaria, e così, in via esemplificativa, il gestore, il negoziatore, l’investment banker, l’operatore immobiliare, l’operatore in beni rifugio, il “trust”, e coì via. Nella parte estranea alla consulenza finanziaria rispondono per “culpa in eligendo”(vale a dire nella scelta) e per la mancata spiegazione al cliente delle regole di operatività di questi: per i beni rifugio, il caso dei diamanti dimostra che si deve dire al cliente cosa chiedere all’operatore e come farsi un’idea del prezzo di mercato, vale a dire quali e quanti listini consultare e così via. La Banca ed il Consulente Finanziario non possono mai fare sola segnalazione ma devono prestare la loro consulenza al cliente anche in materia non finanziaria nei limiti sopra visti. Il cliente è tutelato da una adeguata consulenza, relativa sia alla migliore destinazione dei suoi flussi finanziari sia al come operare in materia finanziaria, consulenza il cui contenuto ed i cui confini sono predeterminati nel contratto quadro, senza peraltro pretendere di traslare sull’intermediario e sul Consulente il rischio di mercato e di diligenza dell’operatore terzo. In secondo luogo una consulenza così capillare consente al cliente di muoversi come “homo oeconomicus” come fosse un’impresa, con la conseguenza che la razionalità economica diventa non più unilaterale ma tale da contraddistinguere anche l’operato dei risparmiatori e dei consumatori. Il ruolo dell’impresa da un lato diventa a tutto a campo ed invade ogni momento della vita di tutti ma dall’altro si pone proprio in funzione di tali esigenze con un’autonomia che è solo di mezzi e non di fini (l’impresa funzione e non più diritto soggettivo del titolare, diritto soggettivo che sussiste, ma relativa al solo pungolo e sostegno dell’iniziativa vivificatrice dell’impresa che poi ha un’autonomia completa dal titolare). Ma non solo: nel momento in cui la Consulenza Finanziaria ha l’obiettivo dell’incremento di valore economico generale per tutti, e non solo per le imprese, si pongono le basi per un modello di sviluppo economico che taglia l’erba sotto il terreno della speculazione finanziaria rovinosa. In terzo luogo, il ruolo del Consulente Finanziario è quello di realizzare, nell’ambito delle istruzioni dell’intermediario, la guida ottimale del cliente. E’ non un agente se non in via non autonoma, ma un professionista intellettuale, inserito nell’ambito della struttura organizzativa d’impresa che deve muoversi secondo le linee proprie di tale struttura organizzativa, nei soli limiti in cui questa esalta e valorizza la prestazione professionale e non se la lede. L’attività promozionale propria dell’agenzia è solo un momento dell’attività professionale e viene in questa inglobata. In tale ottica, del tutto imperativa e non derogabile, a seguire, i patti di non concorrenza per il periodo successivo allo scioglimento del rapporto tra intermediario e Consulente Finanziario possono impedire a questi, non di svolgere la Consulenza, ma solo di disinvestire verso i prodotti del nuovo intermediario. La Consulenza non è suscettibile di limitazione, che può colpire solo l’individuazione dell’intermediario dove sono espletati gli investimenti. Ma nell’ambito dei prodotti e servizi di questi l’intermediario precedente e deve eseguire le indicazioni dell’ex Consulente. Nel caso in cui attività professionale -del Consulente passato ad altro intermediario- ed investimenti deli precedente intermediario non sono tra di loro compatibili, la prevalenza va attribuita in ogni caso alla prima.

LE GRANDI OPERE

I 5Stelle sono contrari alle grandi opere, e così il mondo politico, economico e di opinione di orientamento moderato non ha alcun problema ad allearsi con la Lega, vituperata per il suo razzismo, nel difendere le stesse grandi opere. Il punto è considerato chiave in quanto coinvolge il rapporto tra sviluppo economico e natura: ma, in realtà, tale approccio è troppo angusto e riduttivo, ed il problema a è ben più complesso e vitale. Le grandi opere danno un segno di sviluppo e creano le infrastrutture necessarie sia per lo stesso sviluppo sia per condizioni adeguate di vita sociale. Ma le stesse sono rovinose, distruggono la natura ed alla fine non si dimostrano funzionali ad una logica di pubblica utilità. Ed infatti, provocano vantaggi smisurati ai privati: incrementano in maniera esagerata i profitti dei titolari delle imprese nei settori interessati. La critica si sposta sul piano economico, in quanto le grandi opere vengono commissionate ed effettuate a prescindere, non solo dal loro impatto ambientale e sociale, ma anche dalla loro efficienza intrinseca, intesa come resistenza strutturale ed idoneità tecnica -vista la loro facile deperibilità e scarsa consistenza-, e da un punto di vista tecnico più generale di scelta dei mezzi più idonei in termini di progettazione, materiale e di localizzazione. La delega alle imprese appaltatrici è totale e senza controlli effettivi. Dalla stazione appaltante pubblica che guida ed indirizza le imprese appaltatrici si è passati a queste come traduttrici ed interpreti di un approccio imprenditoriale che diventa il faro dell’opera pubblica ed in cui l’interesse pubblico è dato per scontato. La grande opera diventa così di interesse pubblico per antonomasia in quanto grande opera, senza una valutazione effettiva ed intrinseca. La grande opera diventa così utile per l’interesse pubblico proprio in quanto tale, mentre sarebbe necessaria una valutazione di utilità e di sua razionalità intrinseca, che invece viene obliterata ed evitata. Diventa questo un discorso veramente generale, di un’economia che esalta il valore di scambio, non solo disinteressandosi del valore di uso, ma addirittura deprimendolo e svilendolo. La difesa della natura ed anche di condizioni di sicurezza e di vita sociale non è quindi fine a sé stessa, ma è collegata ad una valutazione economica di idoneità della grande opera, che non sia scontata solo in quanto grande opera: non è un discorso contro l’economia come vogliono artatamente sostenere i liberisti, ma è una difesa dell’economia da uno sviluppo economico inefficiente e distruttivo. La tutela della natura è dal carattere sociale ed economico. Le grandi opere sono necessarie, ma solo se non rimesse alle imprese private, bensì esclusivamente se inserite in un’ottica di compatibilità di natura, sociale ed economica. Devono, in altri termini, rientrare nella programmazione economica. Non si può aderire all’ecologia in modo incondizionato, in quanto questa diventa anti-industriale, ma nemmeno si può accettare il “favor” nei confronti di una logica privatistica delle grandi opere, che diventa fattore di inefficienza. Il pubblico è al servizio dei privati, ma in un’ottica di inefficienza. Al contrario, il valore di scambio deve essere salvaguardato ed incentivato esclusivamente se favorisce quello di uso, mentre la risposta diventa assolutamente negativa se lo deprime. La TAV è necessaria, ma si sono tenute in debito conto le obiezioni di esperti, che proponevano altro tragitto? Sembra proprio che la sia voluta realizzare a tutti i costi senza alcuna valutazione di ordine naturale e sociale. E’ una distruzione di ordine naturale e sociale, in quanto si vuole favorire la grande opera, anche se inefficiente, con l’idea recondita di aggiustarla con altra grande opera e così via, in un’ottica di autoreferenzialità che porta alla massimizzazione dei profitti, a prescindere dalla propria utilità e razionalità intrinseca. E’ un’ottica analoga a quella del consumismo, in cui i consumi vengono alimentati con beni deteriorabili e sostituibili, in modo da sostituire l’utilità con l’alimentazione forzata. E’ così un elemento distorsivo degli investimenti e di una corretta allocazione delle risorse, in termini macroscopici visti gli alti importi coinvolti. E’ una distorsione non di natura pubblica, come ammoniscono in modo del tutto inconsistente i liberisti, ma di natura privatistica imprenditoriale. Facile è l’obiezione che la grande opera è di interesse pubblico di per sé in quanto provoca investimenti e consumi, anche di natura indotta, secondo una certa ottica keynesiana: questo è un punto centrale, in quanto è proprio qui che si snoda il crinale tra una politica di investimenti e della domanda mediante un supporto all’impresa (politica dell’offerta che ingloba ed indirizza anche gli elementi di politica della domanda) ed una autonoma rispetto alle convenienze delle imprese private ed in funzione di un coordinamento dell’economia secondo equilibrio (vera e propria politica della domanda effettiva). E’ quest’ultimo è l’unico assetto economico ammissibile. Il nodo delle opere pubbliche è decisivo per l’economia, e mostra che gli squilibri sono propri, non dell’intervento pubblico dell’economia -se rientrante in un’ottica di programmazione effettiva senza restare invischiato in un dirigismo fine a sé stesso-, ma dell’azione incontrollato del grande capitale privato.

GRAMSCI ED IL POPULISMO

Sul “Manifesto” si evidenzia in modo trionfale, ed anzi gioioso, che Gramsci si oppose al populismo. Il punto è interessante, visto che Gramsci pose il problema del ruolo determinante della società civile, appartenente al piano della sovrastruttura (a differenza di Marx che di converso la assegnava al piano della struttura; la differenza tra i due fu messa in evidenza con grande lucidità da Norberto Bobbio). Non a caso, pur non essendo nazionalista, pose il problema della questione nazionale. Perché la sinistra, radicale ed anche marxista, da Gramsci fino al “Manifesto” si oppone così ferocemente al populismo (ciò almeno nominalmente, in quanto, come mostrato dallo scrivente in altra sede, in Lenin, in Althusser ed in Ingrao, per citare solo alcuni nomi, vi fu un vero e proprio cedimento strutturale di fronte al populismo, adottato per aspetti non banali; ed il primo non si limitò a teorizzare, anzi da un punto di vista teorico si oppose ferocemente al populismo per realizzarlo poi in pratica con una rivoluzione basata non solo su operai e contadini ma anche su soldati -evidentemente trasversali alle varie classi- con la conseguenza che era non proletaria ma per l’appunto populista)? La ragione di tale opposizione è che nel populismo manca la capacità di unificare il popolo, capacità presente solo in chi si rivolge alla Nazione od al Partito. Ma la mancanza di un elemento unificante è una caratteristica positiva del populismo, quale suo segno anti-autoritario e libertario. In Gramsci non vi è il cedimento alla sublimazione, tipicamente leninista, del partito, ma in ogni caso l’elemento unificante vi è e consiste nella politica che è per l’appunto unificante ed anti-pluralista. Nel populismo vi è la protesta con annesso anti-autoritarismo ma non vi è politica, che comporta alla fine l’impossibilità di evitare la strumentalizzazione da parte delle “elite”, condannate e combattute, ma alla fine solo nominalmente. Nella critica di Gramsci si snoda il punto fondamentale della politica, quale nesso tra protesta e direzione. Vi la lucida critica del populismo quale sola protesta, ma la soluzione è del tutto non appagante. Il ricorso alla politica deriva dall’altrettanto lucida consapevolezza -mutuata da Lenin, ma qualche segno vi era già in Marx, addirittura nel “Manifesto del partito comunista”, dove evidenziava che la lotta di classe alla fine è lotta politica e la frase non va intesa, come invece lo fu dal successivo marxismo dominante, quale capacità della lotta di classe di conquistare la politica, ma al contrario essa si risolve nella necessità di un momento superiore rispetto alla stessa lotta di classe, come ben compreso da Karl Korsch- del ruolo non sufficiente e non autonomo della lotta di classe. La grande novità apportata al marxismo da Gramsci -soprattutto rispetto a Lenin- è costituita dell’altra lucida consapevolezza del rischio autoritario e dispotico, con la dittatura del proletariato, tale da trasformarsi nella dittatura del partito sul proletariato, ma il rischio totalitario non fu evitato. La crisi progressiva dell’antagonismo di classe non può essere elusa e neppure può trovare surrogati. Senza una nuova aggregazione di classe un approccio antagonista si rivela del tutto velleitaria. Ma il vizio teorico del leninismo ed anche di Gramsci -e a monte anche di Marx- è stato quello di pensare che la lotta e l’antagonismo non abbiano senso senza la direzione politica. Non solo così si apre la strada al totalitarismo, ma anche si fa un’opera del tutto scorretta financo teoricamente. Si svaluta la negazione e l’opposizione al sistema risolvendole nella sintesi finale. E’ una lettura idealistica -ed ancora provvista di incrostazioni del pensiero di Hegel- della dialettica: opposizione e sintesi devono invece essere rigorosamente separati. Norberto Bobbio, in un lontanissimo ma ancora splendido scritto sulla dialettica marxista, evidenziò che della stessa si possono dare due letture, non complementari come i più hanno creduto, ma alternative l’una all’altra: l’una quale scansione dei tre momenti 1) tesi, 2) antitesi) e 3) sintesi, l’altra quale suscettibile di confluire nella compenetrazione di opposti. Quest’ultima è idealistica ed antiscientifica e di fatto ha caratterizzato il marxismo, facendo passare in secondo piano la parte principale del pensiero scientifico e materialista storico di Marx. La dialettica materialista -che è cosa ben diversa dallo scolastico materialismo dialettico, imputabile soprattutto ad Engels e poi anche a Lenin- deve fare i conti con il pensiero hegeliano una volta per tutte, senza ovviamente dimenticare il debito a tale pensiero. Se si tiene ben presente la scansione dei tre elementi/momenti, con la differenza incolmabile tra di loro, è ben da comprendere, anche, per venire all’argomento delle presenti note, che -con particolare ma non esaustivo rilievo in una fase, quale quella attuale, di assenza di una nuova aggregazione di classe- il populismo -ovviamente non nazionalista e non di destra- con la sua pura protesta è insufficiente ma ha anche un contenuto vitale. La condanna del populismo da parte del marxismo dominante, anche di quello di Gramsci, è così del tutto parziale, e soprattutto è gravemente insufficiente.
Mario Draghi, con la consueta lucidità, ha osservato, in provocazione, più che in polemica, con populisti e/o sovranisti, che l’eccessivo livello del debito pubblico è una lesione arrecata alla sovranità nazionale, non effettiva per i limiti che tale eccesso di livello le arreca, ed in particolare non in grado di dotarsi di una politica autonoma indipendente. Polemica e provocazione possono esser ribaltati, osservando come sia strano che proprio gli europeisti anti-sovranisti ricorrano alla sovranità nazionale per combattere politiche espansioniste degli anti-europeisti. Ma provocazione e polemica corrono il rischio di impedire un approccio obiettivo. Pertanto, si accantoni, almeno all’avvio, tale atteggiamento di retorica, sia da una parte sia dell’altra, e si parta dall’oggettività della problematica. Certamente, l’osservazione di Draghi è ineccepibile: un debito estremamente elevato lede la politica economica statale. Ma l’osservazione, ineccepibile, è anche parziale. Il debito pubblico è dovuto ad una politica economica che lo ha rimesso nelle mani della finanza internazionale, visto che le aste del debito non hanno più la garanzia di copertura da parte di di Banca d’Italia e delle banche italiane, garanzia di copertura abolita con lo scellerato divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, dovuto a Andreatta Ministro del Tesoro e Ciampi Governatore di Banca d’Italia (1981). Le aste del debito pubblico sono in mano così alle grandi banche internazionali d’affari che dettano la linea economica al povero Stato italiano. Conseguentemente, il debito pubblico è lievitato essenzialmente per interessi, visto che l’avanzo netto (, vale a dire al netto al netto degli interessi) è positivo. Si può così raggiungere un risultato di grande rilievo che porta a ribaltare completamente il punto di partenza di Draghi: il problema è non che la sovranità nazionale non esiste perché il debito pubblico è alto, ma al contrario che il debito pubblico è alto perché la sovranità nazionale non esiste. La finanza speculativa domina e tratta con gli Stati forti e impone le proprie assurde -assurde in quanto rovinose- leggi agli Stati deboli. Il keynesismo, anche di sinistra, di fronte a tale discussione risponde con sussiego, ritenendo che lo Stato con alta spesa pubblica possa guidare l’economia, svilupparla mediante il sostegno della domanda effettiva e così controllare il debito, che è un problema relativo e non assoluto, vale a dire si pone solo in termini percentuali rispetto al PIL. Il problema è che la spesa pubblica è diretta dalla finanza speculativa, che non è più circoscritta, come riteneva Keynes -che, detto per inciso, in modo per l’appunto circoscritto, la applicava anche per il proprio patrimonio personale e con grande successo-, ma è l’elemento motore dell’economia, che non è più produttiva. Si è ribaltato lo schema keynesiano e lo Stato è succube del capitale finanziario che dirige così la politica economica. Il nodo del debito pubblico è evidentemente centrale come ritenne giustamente Draghi e non come ritengono i keynesiani: però Draghi cade in profondo errore, creando una commistione di piani tra causa ed effetto. Lo Stato deve riprendere il controllo del proprio debito anche in termini di efficienza ma guidando l’economia interna, in modo da controllare le imprese con la programmazione da un lsto e dall’altro ridimensionando il capitale finanziario. Ciò non è affatto escluso dalla globalizzazione, in quanto le integrazioni sovranazionali sono sussistenti ma senza effettività in quanto non affrontano il duplice nodo, collegato indissolubilmente, tra programmazione economica pubblica vincolante e ridimensionamento del capitale finanziario. Draghi, oramai collocato su una nuvola rosa di totale mancanza di realismo, evidenzia che l’Europa è uno strumento di ausilio della sovranità nazionale: ma si tratta di approccio del tutto irrealista, anzi surreale. In Europa quanto conclamato da Draghi non si verifica per alcun Paese tranne che per Germania e Francia, e quindi più che di parlare di integrazione sovra-nazionale, vale piuttosto la pena di ricorrere al concetto di imperialismo. A differenza dello schema di Lenin, non è il capitale finanziario lo strumento dell’imperialismo, quale essenza del capitale industriale sovra-nazionale, ma si verifica l’esatto contrario: ed allora, l’unica alternativa è quella della sovranità popolare. Il concetto di sovranità è imprescindibile, quale essenza di una “suprema auctoritas, superiorem non recognescens”: ma può essere intesa sia come autonomia di una realtà sociale sia come strumento di sopraffazione. Occorre partire dalle sovranità come autonomia, e solo allora integrare i singoli Stati. L’internazionalismo come alternativa alla globalizzazione del capitale diventa una formula vuota ed illusoria fino a quando non risolve il problema della sovranità popolare.
I 5Stelle hanno ceduto: la Presidenza Consob va a Paolo Savona invece che a Marcello Minenna. E’ un errore doppio e tragico: Savona, è un fantastico Ministro, e solo l’intervento costituzionalmente illegittimo di Mattarella gli ha impedito di diventare Ministro dell’Economia, dove avrebbe guidato sia i provvedimenti sociali del Governo in un’ottica di sviluppo che è mancata del tutto, sia la resistenza all’Europa in un’ottica costruttiva e non distruttiva come invece verificatosi; a tal ultimo riguardo, il Ministero di Savona, delle Politiche Comunitarie, è formalmente quello competente, ma nella sostanza si rivela una posizione secondaria. La Presidenza Consob, pur autorevolissima, attiene a poteri di controllo e non di somma guida economica. E’ un ruolo di ripiego per Savona come fu a suo tempo per Padoa Schioppa in posizione di parcheggio prima di andare ai massimi livelli (fu nel secondo Governo Prodi Ministro dell’Economia). Ma non solo. Savona, che viene dalla scuola, magistrale sia ben chiaro ma tradizionale, di Guido Carli che vedeva i controlli bancari in un’ottica di stabilità, trascurando quelli di correttezza, obiettivamente minimale prima dello sviluppo vorticoso dell’attività in titoli da parte delle banche, in un fondamentale libro sugli strumenti derivati del 2010 ha lucidamente visto i rischi di questi per la stabilità, ma non per la correttezza. Savona corre così il rischio di non essere particolarmente attento agli abusi della grande finanza, non per compiacenza o sudditanza, visto che di tali illeciti è ora irreprensibile e lucido fustigatore, ma per la propria tendenza a governare i processi economici piuttosto che a reprimere. E se la direzione è necessaria, ora la repressione non lo è da meno. Che Savona sia così abile e retto che eviterà di sicuro di rinunciare a riconvertire il proprio profilo, non è dubbio, ma la Consob deve costituire il veicolo di affiancamento critico a Banca d’Italia, apportando profili alternativi, senza alcuna ottica di guida e direzione. Minenna invece ha dimostrato di essere attento su entrambi i profili ed è in un momento in cui la Presidenza Consob può essere il giusto trampolino di lancio per una carriera anche per lui molto fulgida (è anche Professore di economia in Italia ed all’Estero, circondato di grande prestigio). Finora si è imbattuto in ostacoli, sembra anche nel Presidente Mattarella, perché Dirigente Consob e quindi suscettibile di creare problemi di opportunità con il salto alla Presidenza, il che è stupefacente visto che Fazio passò da Vice Direttore Generale a Governatore Banca d’Italia senza incontrare resistenza. Il vero è che è stato oggetto di valutazioni negative sotto la Presidenza Consob e dagli alti vertici per il suo rigore nel tentare di individuare abusi finanziari, passando da controlli di sola trasparenza a controlli di doverosa penetrante correttezza: rigore giudicato eccessivo in maniera infondata a parere dello scrivente, ma il parere dello scrivente evita di sfociare in letture maliziose, imputando piuttosto la valutazione infondata ad un clima, quale quello creatosi nel 2008, di maggiore attenzione alla stabilità anche in sede Consob. Minenna è persona integerrima, che non ha avuto dubbi a sbattere immediatamente la porta alla Giunta Raggi, dove era assessore di punta. Carattere spigoloso, come confermato da una battuta non felicissima nel motivare il rifiuto –di per sé tutt’altro che ingiustificato- di accettare ruolo di ripiego, deve evidentemente i veri ostacoli al suo rigore, con il quale peraltro ha incontrato simpatie in ambienti populisti che creano una commistione e di piani -del tutto indebita- tra il rigore e la demagogia. Ma vedere pericoli di demagogia nella –purtroppo impedita- Presidenza Minenna è una forzatura: il vero è che il rigore è alternativo alla demagogia, ma si vuole fare in modo che esso venga a snaturarsi trasformandosi in demagogia. Si vuole annegare nella demagogia i 5Stelle, impedendo loro di fare il salto per diventare forza di Governo. Due considerazioni finali. In primo luogo, Mattarella, impedendo la nomina a Ministro dell’Economia di Savona e favorendo la sua nomina a Presidente Consob, facendolo fuori dal Governo, e così bloccando quella di Minenna (secondo qualcuno con il consenso del Presidente del Consiglio Conte, legato ad ambienti da questo qualcuno visti quali ostili ai controlli di Minenna), ha dimostrato di effettuare interventi inammissibili e non di garanzia e di voler addirittura bloccare l’evoluzione del populismo non di destra. E’ la logica della sinistra Dc, che con Moro (poi seguito da Andreatta) pretendeva di guidare l’apertura a sinistra senza cedere sulla sostanza dell’essenza del potere democristiano (è stato recentemente ricordato, anche dallo scrivente, il famoso intervento alle Camere di Moro per impedire il rinvio di Gui e Tanassi alla Corte Costituzionale nel ’77 per il caso Lockeed). La sinistra ha perso la partita quando ha rinunziato alla propria autonomia politica, seguendo i segnali di sedicenti sirene che hanno bloccato il Paese tarpando le ali proprio alla stessa sinistra. In secondo luogo, le critiche alla Presidenza Savona sono venute, in senso affatto opposto a quello dello scrivente, anche dagli ambienti moderati liberali, che vedono profili di incompatibilità e di conflitto di interessi: quelli sui conflitti di interesse furono già confutati dallo scrivente ai tempi della nomina a Ministro; sull’incompatibilità nella stessa situazione versava a suo tempo Vegas, su cui i “sacerdoti del tempio” delle virtù (molto presunte) nulla ebbero da eccepire. Quello che ha colpito lo scrivente è stato il tentativo di distruggere l’uomo, che ha raggiunto il suo culmine nell’affermazione dell’ineffabile Giavazzi, oramai privo di limiti nella ripetitività -nell’elogiare un liberismo caduco e rovinoso-, alimentata con il rancore: secondo Giavazzi, Savona non è un insigne economista. I liberali italiani non sanno distinguere tra critica, doverosa, delle idee, da critica distruttiva della persona: ma loro hanno letto Voltaire?
L’ironia, implicita, del titolo non può essere compresa dai giovani ed anche da chi, pur non essendo proprio giovane, è nato dopo gli anni ‘50. Ebbene, si sveli l’arcano: nell’immediato dopoguerra e fino alla caduta dei primi miti, all’originaria versione di “Bandiera Rossa” si erano aggiunte alcune strofe, una delle quali recitava “E se la Cina ci dà il fucile……, guerra civile” e lo stesso “leit-motiv” riempiva altra strofa relativa al cannone (assonante con “rivoluzione”) ed alla Russia. Poi dopo, caduti o comunque appannatisi i primi miti delle rivoluzioni realizzate, la prima parte della strofa fu prudentemente sostituita con una meno compromettente “Avanti o popolo, dov’è il fucile ………………..”, e stesso discorso riguardava la strofa relativa al cannone. Questa ultima versione era molto in voga a partire dal ’68 e per tutti gli anni ’70, quando lo spirito antagonistico, sovversivo e rivoluzionario si era finalmente liberato di ogni mito autoritario e di ogni relativa incrostazione. Tanti decenni dopo, con uno di quei meravigliosi paradossi che solo la Storia ci può dare, la Cina è in grado di fornirci un aiuto economico formidabile, fornendo centralità, per la via della seta, ai porti di Genova e Trieste. In tal modo, vi sarà una propulsione economica di tutto l’indotto dei due porti e di tutte le aree ruotanti intorno ad essi: non è azzardato pensare che lo sviluppo riguardi tutto il mondo del Nord ed anche Emilia-Romagna e Toscana), entrambe strettamente collegate ai due porti, la seconda almeno nella parte fino a Firenze). Vi saranno apporti di capitale cinesi ed altri apporti indotti ed ingenti vi sarà uno sviluppo di affari e commerci, con i due profili (apporti di capitale ed incremento di affari e commerci) che, per quanto ovvio, si sosterranno a vicenda. La Cina può ricostituire il capitale italiano, inteso il termine “capitale” nel senso squisitamente marxiano (1), in modo ponderoso e di grande efficienza. Ovviamente è una ricostituzione questa che comporta indefettibilmente il dominio della Cina sull’Italia e su ciò si tornerà “infra” In un vero e proprio crescendo rossiniano, addirittura, tra i 5Stelle vi è chi, anche ad altissimo livello, pensa all’idea, solo apparentemente balzana, di ricorrere alla Cina per il sostegno del debito pubblico. Sul primo punto, l’America è contraria in un’ottica di contrapposizione con la Cina: a dire, il vero, anche l’Europa (intesa come Germania e Francia) è contraria, ma l’impostazione sottostante alle due contrarietà è profondamente diversa. Quella dell’America rivela l’opposizione politica alla Cina, la quale porta affari e cointeressenze, mentre l’America esercita un’egemonia affatto unilaterale. D’altro canto, l’Europa si dissocia dall’America sì, e vuole mantenere il rapporto privilegiato con la Cina ed accettare la via della seta, ma solo al di sopra delle Alpi. E pertanto vuole mantenere l’Italia in posizione di soggezione ed anzi di soggiogamento. E’ l’Europa, quale non comunità sovranazionale, come ci vogliono contrabbandare, ma quale imperialismo tedesco supportato dalla Francia. La Cina sta sostituendo l’America e quindi potrà man mano sostituire l’America nel comando in Europa. L’Impero tedesco resterà tale solo in via nominale: la sua natura soltanto nominale è evidente già adesso. La Germania ha costruito l’Europa pensando di conquistarla e finalmente di dominarla, ma è riuscita in tale obiettivo perseguito dalla Prussia prima e da Hitler poi (sia ben chiaro non si vogliono accomunare le due fasi storiche, ma un approfondimento storico non può che essere realizzato solo nel momento in cui si affronta il nodo della Repubblica di Weimar) solo quando l’Europa si è disfatta: grande disegno e grande forza nei tedeschi, ma zero intelligenza politica. Per inciso, nel passare al secondo punto, e così è realistico l’appoggio della Cina al nostro debito pubblico, in un’ottica non solidaristica ma imperialistica di sostegno di un Paese suddito. Chiuso l’inciso, sia pur temporaneamente ad anzi solo nominalmente, in quanto il problema del debito pubblico è indissolubilmente legato a quello dello sviluppo economico, è evidente per il primo punto che così il problema è politico, di scelta (“rectius”, tra) di Imperi: nessun rimpianto a lasciare l’Europa, che anche sulla problematica della via della seta ha dimostrato che essa si esplica esclusivamente in termini di violazione costituzionale e di lezione della parità, almeno a livello costituzionale, all’interno del Trattato. La Cina, nel momento in cui ha l’unico sviluppo non oppressivo dell’esterno ed in tale ottica vuole risollevare l’Italia, mostra la fallacia dell’Europa e dell’Occidente e comunque la loro caducità: ammesso che abbiano avuto un senso, ora sono entrambi al capolinea. Non è priva di imperialismo come invece riteneva Giovanni Arrighi. E’ un imperialismo suadente e non oppressivo, vale a dire è un imperialismo che tutela i propri Stati sudditi, ma è sempre imperialismo, in quanto rispondente sempre ad una logica di decisione unitaria: in termini marxiani, si sarebbe tentati di definire il modello cinese quale forma di accentramento formidabile di capitali in chiave anche politica: fino al momento in cui si riuscirà, se si riuscirà, a riformulare le categorie del “Capitale” (inteso come opera eterna ed imperitura di Marx, anche se bisognosa di profondi aggiornamenti), è bene rifugiarsi al di dentro del concetto di imperialismo, sempre utile, anche se non esaustivo. L’Occidente è finito e sta nascendo una nuova epoca. L’Italia deve calarsi entro tale fase -e così si conferma in termini entusiastici anche il secondo punto- e viverla in pieno, cogliendone gli aspetti profondi di convenienza: la rinunzia alla sovranità che ne consegue -e così i due punti di cui sopra si uniscono tra di loro in modo inestricabile- è certamente inevitabile ma è anche solo nominale, “rectius” è tale da tradursi in un mero cambio di soggetto esterno dominante, essendo l’Italia stessa da tempo priva di sovranità. Che la Cina sia molto più arretrata dell’Europa e dell’Occidente in termini di civiltà e di conquiste sociali non rileva affatto per due ragioni. Da un lato la civiltà e le conquiste sociali si stanno dileguando anche in Occidente. Dall’altro, si sta creando una nuova fase di dislocazione del potere e dei rapporti internazionali, in diretta e pedissequa applicazione delle tendenze del capitale finanziario. Con “Brexit”, secondo la lettura che viene sostenuta anche dallo scrivente, vale a dire che la stessa Brexit non è un mero errore, ma è il frutto di una scelta precisa e lucidissima, il capitale britannico si sta separando drasticamente da quello europeo e da quello americano, per porsi in termini sinergici con quello cinese. Tale nuova dislocazione, se non consente ancora di affermare che si sta andando oltre Oriente ed Occidente, è ciò nondimeno suscettibile di creare situazioni in cui al capitale finanziario si potranno apporre limiti attualmente non possibili, in quanto il capitale finanziario ha creato meccanismi ed istituzioni che ha occupato completamente: con un rapporto più armonico tra Oriente ed Occidente, anche se sempre capitalista, si apre una fase così nuova che l’idea di forti limiti non è più da trascurare: ciò rimandando a successiva fase un rivolgimento totale delle strutture, con passaggio ad altro superiore sistema. (1). Il termine “capitale” viene inteso nel testo nel senso squisitamente marxiano, non quindi di beni strumentali e di mezzi finanziari posseduti, ma di rapporto di produzione. In Italia vi è ora un rapporto di produzione capitalistico vittima dell’imperialismo ed in via di totale disfacimento, mentre la Cina può dotarci di un sistema capitalistico efficiente e robusto, sia pure dominato “ab externo”, vale a dire dalla stessa Cina.
I beni comuni rappresentano il vero frutto dell’ideologia comunista di prevalenza della titolarità comune/pubblica (sul rapporto tra le due forme di titolarità non privata si tornerà “infra”) su quello privata dei beni. I beni comuni rispetto ai beni pubblici sono una forma sociale, propria della componente libertaria del marxismo (più socialismo di sinistra che comunismo vero e proprio), ma qui attengono ai soli profili di piano distributivo, in modo da porre le basi per sostituire alla legge del valore una legge sociale. E’ meritoria ed avanzata ma non ha natura correttiva del sistema fungendo, invece, in via del tutto radicale, da impronta alternativa al sistema. Ed allora vale piuttosto -invece di percorrere la strada radicale, la pena di salvaguardare il sistema, fornendo allo stesso un’impronta controllata e di programmazione e di forte indirizzo sociale e di correzione. La socializzazione è l’obiettivo finale, mentre quello intermedio è di controllare e stabilizzare l’economia. Ma anche la socializzazione è un obiettivo non univoco. Innanzitutto, in prima battuta, vii è la natura pubblica dei mezzi di produzione in un’ottica privatistica e di pienezza dello statuto imprenditoriale restando salvi solo profili di grande attenzione e di capillarità nella verifica, in alternativa, in seconda battura, vi è una statalizzazione anti-privatistica e comunque con profonde correzioni dello statuto imprenditoriale, ed in ulteriore alternativa, in ultima battuta, vi è addirittura una socializzazione, con ruolo determinante dei lavoratori e di altre continuità sociali ed in ogni caso con riduzione del ruolo imprenditoriale a quello di mero impulso dell’iniziativa, la quale quindi, anche se e parziale ma comunque se relativa ad imprese o addirittura a -tutte le imprese appartenenti a- settori vitali si pone sulla via dell’alternativa finale al sistema. La pubblicizzazione privatistica già vi è stata con alterne vicende e lo stesso discorso riguarda la forma di nazionalizzazione intermedia: non sono state esperienze negative, salvo patologie non estese, ed hanno comportato un grande irrobustimento dell’apparato industriale e di quello bancario. Eccessiva ed ingiustificata e priva di ponderazione è stata la sollecitudine nel dismettere la mano pubblica imprenditoriale. Nell’attuale momento storico, nazionalizzare le imprese comporta un grosso costo non facilmente sopportabile, e poi il mercato globalizzato può neutralizzare la stessa globalizzazione, con particolare riferimento all’utilizzo spregiudicato di strumenti derivati. Con la programmazione vi è uno spostamento di potere sempre all’interno del sistema sì, ma in un’ottica fortemente correttiva e con strumenti tali da poter far fronte alla globalizzazione ed al capitale finanziario. Invece con la socializzazione vi è uno scenario di superamento del sistema che è al momento del tutto velleitario, mancando sia gli strumenti per forme di organizzazione sociale, sia una logica sociale lavoristica e non consumistica, la quale alla fine è subordinata al capitale. Inoltre, nella fase attuale dell’elaborazione dei beni comuni, quella che viene proposta è una socializzazione che attiene al consumo, il che si rivela una forzatura, in quanto pretende di anticipare la socializzazione dei mezzi di produzione, mentre invece deve seguire a questa, mantenendo salvo un nucleo di consumo privato quale spazio indefettibile di libertà individuale. La legge del valore del capitale può essere superata mediante non la socializzazione del consumo, che presuppone l’abolizione del profitto a favore del consumo, la quale diventa alla fine un’abolizione fittizia ma la socializzazione della produzione, che identifichi il valore nel lavoro. Non va abolita la legge del valore “tout court” ma la legge del valore del capitale (do qui un ringraziamento eterno alla memoria di Lucio Colletti). In tale ottica, la programmazione in un’ottica non indicativa ma imperativa coregge le distorsioni del capitale e pone così le condizioni per eliminare l’arbitrio di questi ed ulteriormente per spostare il valore dal capitale al lavoro. La programmazione può -e deve- essere aiutata da una crescente mano pubblica delle imprese strategiche, mano pubblica crescente non autonoma ma come detto di supporto alla programmazione stessa, e solo dopo può -e deve- sfociare nella socializzazione.