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II) DIVORZIO TRA TESORO E BANKITALIA NELL’81

Nell’81, con il debito pubblico che era il 60% del Pil., l’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e l’allora Governatore di Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi disposero il divorzio di Banca d’Italia dal Tesoro, vale a dire il venir meno dell’obbligo di Banca d’Italia di sottoscrivere le aste del debito pubblico. Così Banca d’Italia e le banche –presso cui venivano poi collocati molti titoli delle aste- sarebbero state liberate di oneri impropri: ma non solo, lo Stato,privo della sicurezza di copertura, avrebbe ridotto il suo debito pubblico. Era l’attuazione di quel principio, espresso rozzamente da uno dei Ministri di Reagan ed anche da questi, “Bisogna affamare la bestia” per ridurne la bramosia. Fatto sta che trentasette anni dopo, il debito pubblico è diventato il 140% del Pil. E’ diminuita la spesa pubblica sociale, è aumentata a dismisura quella per interessi, saliti alle stesse visto il venir meno della copertura. Le aste pubbliche sono dominate dalle grandi banche d’affari internazionali che dominano anche il debito pubblico, propinando allo Stato derivati rovinosi, che lo Stato stesso non può rifiutare vista la posizione di sua totale dipendenza da queste. Con questo, non si vuol sottolineare che la questione del debito pubblico sia fittizia e priva di sostanza, come sostengono in molti nella sinistra radicale. Un debito pubblico altissimo quale quello italiano costituisce un problema delicatissimo per l’intera economia, posta al servizio del pagamento degli interessi del debito. Semplicemente si vuol collocare il problema nella ottica corretta. Recentemente Alesina e Giavazzi hanno impostato il problema nei consueti termini liberisti, arrivando, sulla base di un’analisi raffinata, ad un clamoroso travisamento globale. I due chiari aa. evidenziano che vi sono tre modi per risolvere il problema: il primo è quello di operare una sostanziosa inflazione per far perdere valore al debito, ma ciò comporta un aumento dei tassi che riporta alla stessa situazione. Il secondo è quello di non onorare il debito ma ciò è realizzabile solo nei confronti dei creditori interni, non certo nei confronti dei creditori esteri operatori istituzionali. Il terzo è quello di ridurre il debito pubblico riducendo la spesa e nel contempo aumentando il PIL. La ricetta è due autori è chiara: aumento della crescita e della produttività con spesa pubblica ridotta all’essenziale ed in ogni caso non idonea ad incidere sulla crescita. Nel contempo, l’inflazione come alternativa al debito pubblico indica chiaramente che la redistribuzione del reddito mediante spesa sociale non va a carico delle classi abbiente ma direttamente od indirettamente a carico dello Stato, facendo diventare la redistribuzione del tutto effimera ed apparente. Il che significa che lo Stato non ha le leve della politica economica e sociale. Infine, la necessità di onorare i propri debiti non deve trascurare il ruolo decisivo e negativo dei creditori istituzionali nei confronti della nascita e della gestione dello stesso debito. La posizione di Alesina e Giavazzi riprende la nota polemica liberista contro la spesa pubblica, collocandola peraltro in contesto in cui essa si rivela vuota e periva di senso. Ciò chiarito,si può ben comprendere la portata del divorzio. Lo stesso ha voluto rendere fisso ed istituzionale il venir meno di un ruolo attivo dello Stato nella gestione del debito pubblica e nella politica economica a favore del mercato senza rendersi conto che ciò nient’altro voleva dire il cedimento di fronte alla grande banca d’affari internazionale. Si è rinunziato alla spesa sociale ed alla politica economica pubblica in un’ottica di mercato inesistente. In quel periodo Guido Carli, appena lasciata la Presidenza di Confindustria, mentre stava preparando la sua discesa in politica, evidenziava la necessità di dare piena libertà di movimento di capitale, per consentire la risparmiatore l’ottimale realizzazione dei propri mezzi finanziari . Ciò senza rendersi conto che i singoli risparmiatori sono dominati dal capitale finanziario e dagli intermediari che lo guidano a proprio piacimento. In tale errore è incorso il divorzio. Sottostante al divorzio vi è anche il clamoroso errore del mondo bancario di rendersi indipendente dal proprio Stato senza immaginare che con uno Stato debole anche il sistema bancario sarebbe diventato debole. Il capitale finanziario domina lo Stato e la politica e quindi riesce a disfarsi di ogni politica economica: il settore creditizio invece va in crisi parallela allo Stato. Necessita di una politica economica. Il settore creditizio non si può disinteressare della spesa sociale. Il settore creditizio non può abbracciare la globalizzazione in quanto la sua fortuna è legata indissolubilmente al territorio ed al tessuto produttivo nazionale. Non può supplire a carenze di questo con una vocazione internazionale, la quale può riguardare, al limite, solo la ristretta parte più avanzata di detto settore. In definitiva, il divorzio dell’81 si basò su una sciagurata valutazione di politica economica: a ciò è da aggiungere che lo stesso si basò su una parimenti clamorosa svista del settore creditizio –con il suo vertice-, che scelse di diventare agente della nascente globalizzazione e del nascente capitale finanziario, invece ad esso entrambi letali.

CONCLUSIONI: POLITICA E TECNICA NELL’ORDINAMENTO BANCARIO

Nella prima repubblica, soprattutto grazie a Guido Carli, Governatore di Banca d’Italia dal ’60 al ’75 e poi, in sequenza temporale, Presidente di Confindustria, parlamentare Dc e Ministro del Tesoro, preoccupazione principale era di evitare che la politica contaminasse il sistema bancario: preoccupazione fatta propria dall’allora partito comunista un cui brillante economista, Gianni Manghetti, fu esplicito in un suo libro: “Giù le mani dalle banche”. Era la preoccupazione sulle degenerazioni della partitocrazia con il suo spirito spartitorio e clientelare: ma a monte vi era la preoccupazione che la politica incidesse sui criteri di corretta selezione delle aziende beneficiarie del credito, alterandoli. Qui vi è il punto decisivo: alla giusta ed orgogliosa rivendicazione dell’autonomia del credito si è unito indissolubilmente il rifiuto dell’ingresso della politica economica nel settore. Il Pci negli anni ’80 si è così opposto ai tentativi, goffi e spesso strumentali ma almeno abbozzati, di Craxi di politica economica nel credito, gettando insieme all’acqua sporca delle degenerazioni, acqua sporca preponderante, anche il bambino, minoritario, della politica economica. A questo errore clamoroso ne ha fatto seguito altro parimenti clamoroso: la distinzione tra imprenditoria corretta ed imprenditoria scorretta, tra settore bancario serio e settore bancario avventuroso, distinzione fatta saltare dal capitale finanziario e dalla globalizzazione.. In definitiva, si è risolto il ruolo l’ordinamento bancario con le Autorità di vigilanza in quello di regolatore e di garante: di qui la neutralità dei poteri che giuridicamente è un non senso. Si è eliminato l’aspetto politico, e tale eliminazione poteva al limite avere un senso quando il mercato veniva ritenuto funzionante e il problema di un pianificazione semi-socialista era solo politico, se non addirittura ideologico. Si è smantellato l’ordinamento proprio nel momento in cui il mercato si è rivelato del tutto inadeguato. Con questo non si deve far l’errore opposto e trascurare l’aspetto tecnico che al contrario deve essere salvaguardato: semplicemente è un aspetto non è autosufficiente e che deve essere diretto “ab externo”. Ed invece l’aspetto tecnico, lasciato a sé stesso, si è dimostrato del tutto inadeguato a fronteggiare la crisi: più precisamente, i controlli bancari si sono rivelati inidonei a gestire i fattori di crisi in un momento in cui l’economia industriale non tirava più. Così Il mondo bancario si è diretto verso la speculazione abnorme con prodotti rovinosi ed inefficienti, abbandonando nell’effettività l’aspetto della tecnica bancari. La dottrina Carli si è risolta, da sola e per propria scelta, nella sua negazione e nel suo abbandono. E’ mancata, alla fine, la ristrutturazione del credito e del mondo bancario. Nel settore dell’intermediazione degli investimenti in titoli si è persa la tecnicità della gestione dinamica e del supporto ai mercati per restare avvinghiati in un’ottica di pura speculazione In definitiva, la separazione tra attività bancaria ordinaria con risparmi in deposito da un lato e dall’altro attività di banca d’affari è una falsa risposta, mentre all’esatto contrario vi deve essere coordinamento ed anche unificazione di indirizzo, con ripresa dell’aspetto tecnico e con la gestione di investimenti finanziari che si riveli di completamento di quella creditizia, che è il vero cuore della finanza. L’unica Banca vera è quella universale, con la conseguenza che la struttura dell’ordinamento banco-centrica è necessaria contrariamente a quel che ammoniva e lamentava Gustavo Minervini al momento dell’entrata in vigore della regolamentazione delle attività dei servizi di investimento. Ma vi è una conclusione politica che deve essere rimarcata: il mondo bancario e quello delle imprese produttive, sono sinergici tra di loro, contrariamente a quel che pensa il populismo di destra, e sono entrambi in contrasto con il capitale finanziario. Sì, è questo l’elemento di novità clamorosa: il capitale finanziario annulla ed umilia il mondo bancario. Ma non solo: il mondo bancario è in sintonia con lo Stato e con la spesa pubblica da riqualificare ma non da abbattere: al contrario l’intervento pubblico nell’economia, non di sola erogazione, ma anche di investimento e di indirizzo, deve essere il volano degli investimenti.. Uno Stato inefficiente lascia il mondo bancario allo sbaraglio. In termini marxisti, al cui interno la presente ricerca si colloca armonicamente, ciò comporta non l’irrilevanza delle classi, ma all’esatto contrario, in un’ottica di gradualismo, la possibilità di un’aggregazione di classe da parte del lavoro.

Mario Draghi, Presidente della Bce, è stato l’artefice –non solo principale, ma addirittura unico, in quanto agendo anche in contrasto con la Germania ed i falchi europei- del “Quantitative easing” vale a dire l’acquisto in massa, da parte della stessa Bce, di titoli del debito pubblico degli Stati deboli, che oramai è alla fine. Alla luce dell’importanza del provvedimento in esame, decisivo per le sorti dell’Europa, e del sorgere di un dibattito acceso ed esteso sulle conseguenze, lo stesso Draghi ha opportunamente, se non addirittura doverosamente, ritenuto di assicurare che non vi saranno conseguenze negative e che non vi sarà deflazione. Draghi è una persona saggia ed accorta ed ha le buone ragioni per affermare ciò: ma è doveroso constatare che mancano le basi per le sue affermazioni, “rectius” manca qualsivoglia base di natura oggettiva. A scanso di equivoci, è da precisare subito che il punto è delicato, ma non decisivo: il “Quantitative easing”è stato uno strumento essenziale per puntellare il debito pubblico degli Stati deboli e per sottrarli alle speculazioni delle grandi banche d’affari internazionali, altrimenti in grado di gestire ed anzi governare tali debiti pubblici mediante il dominio esercitato alle aste di collocamento di tali titoli. Venuto meno il puntello, vi devono essere altri strumenti di salvaguardia ed altri rimedi. Qui scatta la saggezza di Draghi e pertanto lo scrivente è al riguardo sufficientemente –il che non è una presa di distanza, in materia economica e finanziaria una certezza, anche solo di massima, non vi è ed impossibile andare oltre la ragionevolezza- tranquillo. Il vero punto è un altro: il “Quantitative easing” è una misura caratterizzata da contingenza di mero salvataggio; non si è trasformato in un rilancio dell’economia in quanto si è limitato al sostegno del debito pubblico senza riqualificarlo e senza farlo diventare fattore decisivo del’economia, vale a dire senza utilizzare la spesa pubblica per una politica economica e per il “welfare”. Il debito pubblico è esploso in Italia, dall’81, vale a dire dalla sciagurata separazione tra Tesoro e Bankitalia, a fronte di una riduzione della spesa sociale, diventata tra le più basse in Europa. La spesa pubblica si è trasformata da spesa sociale in spesa per interessi. La politica economica è così finita in mano alla grandi banche d’affari internazionali arbitre della sottoscrizione dei titoli pubblici. Il “Quantitative easing” è una misura contingente di rimedio, senza che si rimuovano –ed anzi senza che si tenti di rimuovere- le cause. Il problema vero non è pertanto quello che succederà con la sua fine, visto che da un lato esso non risolve la problematica e che dall’altro misure alternative di rimedio contingente potranno essere individuate. Il punto vero è che il “Quantitative easing”, nonostante le generalizzate contrarie affermazioni, non è una forma di politica della domanda ma lo è dell’offerta in quanto non si pone in autonomia rispetto al mercato ed alla linea delle imprese, le quali dettano l’offerta. Draghi sembra essere consapevole di ciò, ma evidenzia che con il “Quantitative easing” ed anche la riforma liberista del mercato del lavoro (“job act”) si sono creati tantissimi posti di lavoro Si crea così un’indebita commistioni di piani tra effetti positivi per l’economia e loro stabilità ed effettività: la riforma liberista del mercato del lavoro (“Job act”), intrinsecamente esiziale, è stata fallimentare e non ha creato alcun posto di lavoro se non di mera regolarizzazione di precari e solo per ragioni contingenti di benefici fiscali, mentre il “Quantitative easing” ha iniettato nell’economia mezzi finanziari importanti senza finalizzazione e soprattutto senza incisione sulla ragione dei fattori negativi, che non vengono rimossi. E’ una misura non solo congiunturale ma anche di mera copertura di buchi. Il vero nodo è perché non si fa una effettiva politica della domanda in Italia (ma stesso discorso riguarda l’Europa ed anzi l’Occidente “tout court”: la risposta è piana ed univoca ed anzi elementare, il nodo è non di tecnica economica, ma di economia politica, in quanto il liberismo ed il capitale finanziario si oppongono a ciò. Ma una politica della domanda richiede un progetto unitario e sistematico che la sinistra riformista antiliberista ben si guarda dal prospettare: vi sono, evidentemente, nodi tecnici non facilmente risolvibili. Occorre gestire il debito pubblico, dagli importi abnormi –non ci si può dondolare dolcemente sull’illusione che una politica di sviluppo risolva il problema-, ma proprio alla luce di tali importi abnormi occorre una strategia basata su misure eccezionali ed espropriative a carico dei ceti ricchi, in particolare di quelli legati al capitale finanziario e che hanno formato le loro abnormi ricchezze in modo palesemente illecito. Ma il capitale finanziario, che domina economia, società e politica, non accetterà mai tali misure e pertanto una corretta strategia basata su un insieme coordinato e sistematico di misure, con un progetto completo, deve avere la forza di imporsi e di basarsi su una autorità e così sulla sovranità interna piena, non autoreferenziale come per i c.d “sovranisti”, ma incentrata sull’emancipazione sociale e sulla democratizzazione totale a propria volta ruotante intorno al costituzionalismo ed alla sovranità popolare. Per inciso, si dimostra così che il problema dell’autorità non può essere trascurato dal pensiero socialista. M si dimostra altresì, sempre per inciso, che la critica di Lucio Colletti a Marx di ambiguità sul piano dell’economia politica non è fondata o meglio è del tutto parziale: la costruzione di Marx si basava a propria volta sulla critica non tanto dell’economia politica borghese, quanto piuttosto dell’economia politica “tout court”, in un’ottica che Colletti valutava quale non scientifica sul piano economico. Ebbene è da replicare che è stato proprio il capitale a rendere l’economia politica priva di basi tecniche effettive: la soluzione non può essere trovata pertanto esclusivamente sul piano proprio dell’economia politica. D’altro canto aveva torto lo stesso Marx quando pensava che con la fuoruscita dal capitale non vi sarebbe più stata necessità di un’economia politica, in quanto vi era e vi è tuttora la necessità di elaborare un’economia politica alternativa, senza la quale tale fuoriuscita è meramente illusoria. Chiusi gli incisi, Draghi è il personaggio di maggior spessore oggi in Europa e non si discute: in molti vedono in lui l’unica persona capace di salvare l’Italia come futuro “Premier”: ma se non mette in discussione il liberismo ed il capitale finanziario, egli sarà ricordato, non tanto per i grandi risultati comunque ottenuti, quanto piuttosto solo per la geniale interpretazione, da lui offerta in uno scenario serio, delle celebre canzone di Lucio Battisti “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”.

IL CAVALLO DI BRUXELLES

PREMESSA L’OTTOBRE CON GLI OCCHI DI IERI E DI OGGI E, SOPRATTUTTO, TRA IDEA E REALTA’

La Rivoluzione d’Ottobre ha un significato diverso a seconda che lo si veda nell’ottica di quando è stata realizzata e nell’ottica di oggi. Allora fu una grande rivolta contro un regime dispotico e sanguinario e non poteva essere messa in discussione: la differenza tra i bolscevichi e i riformisti era di maggior forza, dei primi, nell’abbattere lo zarismo. Nella differenza di posizioni, la preferenza non poteva non essere conferita ai primi. Non è nata come modello rivoluzionario e Lenin non si è mai stancato di rimarcare le particolarità della rivoluzione, non pienamente riconducibile agli schemi marxisti, a causa della realtà specifica russa. Solo dopo è diventata il modello della rivoluzione marxista, in ogni caso l’unico realizzato: quelle che le hanno fatto seguito, pur con particolarità, come la rivoluzione cinese, si sono sempre collocate sulla sua scia. Molte critiche di oggi non sono quindi giuste in quanto non solo avanzate con il senno del poi ma soprattutto tali da rivelarsi palesemente ingiuste in quanto non in grado di considerare la positività della rivoluzione, come fatto storico, e l’inevitabilità, allora, dei suoi limiti. Ma tale differenza, indubbia, non è quella decisiva: i limiti, infatti, fecero sì che i suoi protagonisti, ivi compreso chi non la considerava tale come Lenin, la imposero come modello, sottraendosi ad ogni confronto. Gli occhi di oggi derivano da quelli di ieri. La vera differenza è un’altra: quella tra idea e realtà. La realtà è quella che è e quella che era, come si poteva vedere ben subito e comunque irrimediabilmente dopo la morte di Lenin, mentre l’idea è sempre stata esaltata ed esaltante fino alla caduta. Per i marxisti tale differenza è paradossale, in quanto il marxismo si basa proprio sulla prevalenza della realtà sull’ideologia Ma un approccio storico e politico serio, soprattutto per un marxista quale lo scrivente, richiede di valutare se la stessa differenza sia veramente negativa, tanto come approccio tanto in relazione al caso in questione e se -nel caso in cui si raggiunga il risultato che la differenza sia proprio negativo, come nelle presenti note- vi possa ed addirittura vi debba essere una rielaborazione.

1. LA VALUTAZIONE NEGATIVA DELLA RIVOLUZIONE OGGI.

Nell’89 con la caduta del mero di Berlino e nel ’91 con la caduta del regime sovietico il comunismo dell’Est si è dissolto. Sono cadute tutte le realtà ad esso riconducibili, tranne Cuba, che rappresenta una situazione particolare, la Cina, che in economia ha imposto il più ferreo capitalismo. e la Corea del Nord, che rappresenta una situazione inquietante. E’ fallito in chiave economica, non essendo in grado di costituire un’alternativa al capitalismo, rispetto a cui ha registrato un netto peggioramento, ma anche politica, realizzando un regime oppressivo e che ha trattato in modo deteriore proprio quei ceti deboli e lavorativi che voleva proteggere, a fronte di un’”elite” di privilegiati oppressiva e senza contrasti, se non interni per ragioni di potere. E’ un fallimento che va oltre la singola esperienza storica: è il fallimento di un modello se non addirittura di un’idea. L’unico comunismo tuttora in forza è, come detto, quello cinese che tutto è tranne che comunista. Ed allora occorre andare alla rivoluzione d’ottobre, alla sua grandezza, unica al mondo, ed anche al suo fallimento. Della rivoluzione d’ottobre va riconosciuta la caratteristica principale, di un grande e geniale atto volontaristico, che ha realizzato l’utopia con l’autoritarismo e la tirannia. La sinistra marxista aveva smesso da tempo, prima del crollo di fine Novecento, di credere nella stessa come modello. Per spiegare razionalmente la circostanza -per un marxista la Storia non ha mai torto, e Marx disse, pressappoco, “Noi consociamo una sola scienza, quella della Storia”-, si è attribuita la responsabilità (prima al solo Stalin, ma ciò è durato poco, senza per questo sostenere la continuità tra i due, come si vedrà “infra”,. poi) a Lenin per preservare Marx e il marxismo, in un’ottica, scientificamente inammissibile se non addirittura deleteria, di creare una zona sacra intorno a Marx (Lucio Colletti) o indietreggiare di fronte all’autorità di Marx (Norberto Bobbio). Lo scrivente, mai leninista ma “luxemburghiano” e della sinistra socialista, aveva sempre creduto in tale versione, volendo sostenere la possibilità di un marxismo diverso, ma ora deve fare autocritica e riconoscere che i vizi erano già tutti presenti in Marx, privo di una teoria politica seria e sostenitore di una teoria della rivoluzione volontaristica, in contrasto con il suo materialismo storico e con la sua scienza dell’economia e con la sua scienza sociale. Lenin si è posto così in termini di assoluta continuità rispetto alla parte meno vitale di Marx, quella politica, ma non rispetto a quella più vitale, sociale ed economica. Lo scrivente deve così, ad estremo malincuore, riconoscere che è riduttivo considerare Rosa come la vera erede del marxismo escludendo Lenin dall’eredità. Il rapporto è più complesso, anche se è da respingere il tentativo di Lelio Basso, di trovare un contemperamento tra i due, con Rosa per la rivoluzione nel capitalismo avanzato e Lenin negli anelli deboli. Ma su ciò si rimanda ad “infra”. Lenin, per realizzare la rivoluzione in anticipo rispetto a quanto emergente dalla realtà economico-sociale, rinnega i principi fondamentali del marxismo, in primo luogo realizzando la rivoluzione negli anelli più deboli del sistema e non nella parte quelli più avanzata, tanto è vero che Gramsci definisce la rivoluzione d’ottobre quale “una rivoluzione contro il Capitale”, per essere chiari non contro il capitale quale entità rappresentativa dei rapporti di produzione e così del capitalismo come nella concezione di Marx –secondo cui , come è noto, il capitale non va identificato con i mezzi di produzione-, ma contro il Capitale scritto da Marx, vale a dire contro l’ipotesi di transizione al socialismo ivi emergente, Gramsci riconobbe la non riconducibilità della rivoluzione d’ottobre al marxismo ma la sostenne quale correzione coraggiosa del marxismo. In secondo luogo, ha realizzato la rivoluzione non dei soli operai, ma anche dei contadini e dei soldati un‘ottica chiaramente non classista: del resto nel suo capolavoro sull’imperialismo Lenin aveva evidenziato la mancanza di natura rivoluzionaria della classe operaia nei Paesi capitalistici maturi, soprattutto per quanto riguarda l’aristocrazia operaia in grado di usufruire del beneficio da sfruttamento dei Paesi deboli. Infine, realizzò le premesse per la rivoluzione in un solo Paese, a danno dell’internazionalismo: ciò non solo per ragioni contingenti, dovute all’accerchiamento dell’Unione Sovietica da parte dei Paesi capitalistici; ma anche perché Lenin, per attaccare il sistema negli anelli più deboli, sfruttò la prima guerra mondiale e la sua ottica di divisioni nazionali che avrebbero preso il posto delle divisioni di classe, come notò con grande acume Rosa Luxemburg, che, in polemica con Bernstein –il quale fu il vero artefice del voto favorevole della socialdemocrazia al finanziamento dei crediti di guerra-, gli eccepì che da allora l’operaio tedesco non avrebbe più combattuto il padrone tedesco ma l’operaio francese, in virtù dei diverso colore della divisa (il concetto fu poi immortalato da Fabrizio De Andrè in “La guerra di Piero”). Con la prima guerra mondiale furono poste le condizioni per sostituire la lotta tra nazioni alla lotta di classe. Lenin diede impulso così ad una socialismo nazionalista che avrebbe smentito la sua funzione: non fu solo realismo, per smussare gli estremi dell’internazionalismo come quello di Rosa che si oppose all’autonomia della Polonia proprio per la sua ortodossia internazionalista, ma fu tale da arrivare ad un’ottica completamente opposta, senza un correttivo, compatibile con l’internazionalismo, come quello degli “Stati uniti socialisti d’Europa” di Otto Bauer e dell’austro-marxismo. Il socialismo in un solo Paese fu poi realizzato definitivamente da Stalin ma anticipato da Lenin. Questo non è un aspetto banale: E’ noto l’atteggiamento di Lenin conciliante con il Kaiser e con il prussianesimo:, da cui derivò la mancanza di solidarietà con Rosa Luxemburg, lasciata sola (da Radek emissario bolscevico a Berlino): non è condivisibile in alcun modo il sospetto lanciato da Pietro Melograni, storico ex marxista e poi liberal-conservatore, sul consenso fornito da Lenin al massacro di Rosa, consenso del tutto fantasioso, in quanto Lenin è sempre stato solidale con Rosa e viceversa, al di là dei dissensi politici che non portarono mai alla rottura a differenza dei rapporti di entrambi con Bernstein e Kautski. Vi era certo l’accerchiamento delle potenze capitalistiche a danno della Russia bolscevica, ma la caratterizzazione nazionale della rivoluzione resta indubitabile ed elemento essenziale del leninismo. E così l’Italia fascista fu all’avvio molto benevola nei confronti della Russia rivoluzionaria: l’aspetto nazionalista costituì un punto di contatto, almeno fino all’avvento del nazismo. Il nesso con Stalin è complesso ed occorre respingere ogni lettura di continuità tra i due, lettura ormai purtroppo consolidata (esempio emblematico è rappresentato dalla ricostruzione storica del comunismo di Lenin e di Stalin ad opera di Andrea Graziosi), ma sono in molti –basti pensare, in via solo esemplificativa, agli scritti sul centenario apparsi sul “Corriere della Sera” e sul “Sole 24 Ore”- ad accedere a tale ricostruzione, con l’eccezione di chi è ancora leninista. Lenin era un sincero marxista che puntava alla rivoluzione proletaria, ma a causa della sua tendenza verso l’ineluttabilità rivoluzionaria e della sua scelta di seguire il dettato politico marxista non esitò a bruciare le tappe. Si sarebbe certamente accorto, se non fosse morto nel ’24, delle disfunzioni e delle degenerazioni del sistema e del fallimento del modello, ed avrebbe tentato correttivi, come prima di morire fece con Buchairin introducendo la Nep, ed anche inversioni di tendenza. Stalin, invece esaltò le disfunzioni senza distinguerle dalle atrocità e realizzando un socialismo nazionale ed imperialistico rispondente alla sua vera indole. Lenin, come magistralmente compreso da Lucio Coletti (e, non senza indecisioni, da Louis Althusser), non considerò mai la violenza come centrale: l’esaltazione dannunziana della violenza che condizionò settori non banali dell’estrema sinistra italiana e che sfociò –sia ben chiaro in autonomia rispetto a tali settori, nonostante tutti i “teoremi” giudiziali fatti gioiosamente propri dal Pci- terribilmente nl terrorismo, non appartiene a Marx ed alla sinistra socialista, ma non appartiene nemmeno a Lenin.

2. FALLIMENTO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA E FALLIMENTO DEL COMUNISMO

La rivoluzione russa ha fallito in quanto il movimento operaio scelse la strada propria del capitale, il nazionalismo, di natura imperialista (sul nesso tra nazionalismo o ed imperialismo si rimanda ad altri scritti, che saranno a presto inseriti in un lavoro sistematico). Fallito il modello e con esso fallita la rivoluzione, in quanto il modello russo spinse a non tentare soluzioni operaiste e gradualiste, il capitale ha vinto la sfida e, crollato il sistema sovietico ,ha tirato fuori il proprio volto vero ed ha reso impossibile anche ogni ipotesi riformista: addirittura ha smantellato quelle conquiste sociali importanti che la socialdemocrazia pur non più marxista gli strappò sulla base dello spauracchio dell’URSS, addirittura fino a quando questi era ancora in piedi, sia pur come gigante di sola argilla. La rivoluzione bolscevica, ruotante intorno al tentativo fallito di Lenin, pur nella realistica presa d’atto del fallimento del tentativo, dimostra che Lenin è stato l’unico, in campo marxista, ad impostare il problema dell’autorità, irrinunciabile e non superabile con i soli rivolgimenti economico-sociali: se la tirannia è rovinosa e non porterà mai al socialismo, non per questo occorre dimenticare e trascurare che il capitale non consentirà mai soluzioni democratiche conflittuali e resisterà, anche con violenza o comunque in modo illecito, nonostante la sua natura rovinosa. L’autorità è necessaria per incidere sugli aspetti sociali e può –ed anzi deve- essere compatibile con la democrazia. Di Lenin rimangono la grandezza e la comprensione dell’autorità, essenziale per il socialismo ma anche per la democrazia. Essenziale per costruire –il socialismo- ed essenziale per difendere la democrazia. In Lenin l’autorità è diventata ipostatica, fine a sé se stessa, in quanto l’obbligatorietà del fine e la sua assolutezza comportavano necessariamente la su imposizione. E’ qui la grandezza di Lenin ed è qui anche la sua tragedia con il suo fallimento: comprese , e fu l’unico in campo marxista, il valore dell’autorità ma proprio l’essenzialità del fine lo ha portato a disancorare l’autorità dal fine. Contro le su intenzioni è diventato il teorico della politica assoluta: la decisione fine a sé stessa, fondata sulla sovranità libera ed arbitraria di Carl Schmitt, base teorica della disintegrazione del costituzionalismo e del parlamentarismo e grimaldello per smantellare la repubblica di Weimar. è opera di Lenin. Lenin è il precursore di Schmitt come compreso da Kirkheimer, da Carlo Galli, e come sviluppato dallo scribente.

3. COMPRENDERE LA RIVOLUZIONE RUSSA E RI-ELABORARE IL MARXISMO QUALE FONDAMENTO DELLA CONFLITTUALITA’ DI CLASSE E POI DEL SUPERAMENTO DEL CAPITALISMO: DIFENDERE LENIN ED ABBANDONARE IL LENINISMO.

Nell’avviarsi alla fase ricostruttiva, in modo di tracciare un bilancio finale dell’esperienza bolscevica ma che sia anche un bilancio di apertura della rielaborazione del marxismo conflittuale prima e rivoluzionario dopo, la rivoluzione bolscevica, nonostante le tante disfunzioni, che la portarono diritto ed inesorabilmente al fallimento, rappresentò un tentativo grandioso ed andava, almeno all’inizio, appoggiato dai sinceri democratici ed in ogni caso dai sinceri democratici socialisti –come Rosa, e come, nonostante forme di “distinguo”, anche l’austro-marxismo, l’unica eccezione rilevante fu quella di Rudolf Hiilerding-. Non solo per l’abolizione di un regime sanguinario e di dispotismo assoluto quale lo zarismo, ma anche per l’abolizione dei privilegi e per il tentativo, per la prima volta incondizionato senza i limiti propri della rivoluzione francese, di fondare l’eguaglianza Ma, parafrasando Battisti, c’è “qualcosa che non scordo”, Kronstadt, vale a dire un tentativo consiliare e pertanto di natura classista e rivoluzionaria di ribellione al bolscevismo, stroncato, nel sangue, da Lenin e Trotskij, per la precisione dal secondo con il beneplacito –e su ordini- del primo: Kronstadt dimostra che il fallimento del comunismo non è stato casuale ma è derivato in via indefettibile dalla pretesa di imporre il comunismo stesso anche contro i comunisti sinceri. Una recente lettura originale di Gramsci, fuori dall’asse con Togliatti ed anche da quello con Croce e tale da leggere Gramsci come critico e non come integratore del leninismo e come critico da “sinistra”, ad opera di Noemi Ghetti, acuta storica di origini padovane, segna una differenza profonda tra Gramsci e Lenin sul piano privato e del personale: il primo fu sincero nei suoi amori, anche in modo anticonformista, in un’ottica di continuità tra privato e pubblico, mentre Lenin si trincerò dietro al perbenismo, creando una censura tra i due momenti. Dall’impostazione della Ghetti, ancorata come detto al piano privato, emerge evidente la conseguenza politica. Ma prima di arrivare a tale conseguenza, occorre un approfondimento sempre sul piano innovativo e lucido fissato dalla Ghetti: evidente il confronto di Gramsci con Rosa che rifiutò di rifugiarsi a Zurigo nei moti di Berlino del ’19, pur da essa stessa considerati prematuri, votandosi alla morte per mano dei “Frei-korps”, gruppi di ex militari di estrema destra al servizio della socialdemocrazia. Arthur Rosenberg, grande storico di Weimar, e grande ammiratore di Rosa, criticò tale scelta, in quanto un “leader”, secondo la sua concezione, deve avere il coraggio di salvaguardarsi e di non sacrificarsi: ed infatti, la sua scomparsa può avere conseguenze nefaste, come l’ebbe a Weimar, dove senza Rosa, unico grande personaggio politico della sinistra, il disastro fu inevitabile. Per arrivare alla conseguenza del discorso impostato dalla Ghetti, viene da concludere in modo amaro: con il modello di Lenin e seguendo le regole ferree della politica -qui acquisisce nuova linfa l’analogia fissata dallo scrivente di Lenin con Schmitt, è qui che nasce la politica assoluta, incentrata sulla conquista del potere-, si realizza una rivoluzione degenerata, seguendo il modello di Rosa e Gramsci non si fa la rivoluzione. Per sfuggire a tale conseguenza, non è sufficiente una sintesi, prendendo il meglio dell’uno e dell’altro modello. Il modello migliore è quello di Rosa non disposta, per fare la rivoluzione pur da lei perseguita fino in fondo, a quei grandi cedimenti fatti propri da Lenin, e che a differenza di Gramsci ha sempre mantenuto fermo il marxismo come scienza, con profonda diffidenza verso ogni lettura umanista. Ma un dato parziale va evidenziato quale primo risultato: se si pone il confronto tra Lenin e Rosa a partire dal dato personale si resta ad una visione parziale, e non si raggiunge il risultato ricostruttivo perseguito dallo scrivente nelle presenti note. La differenza è sul piano del modello: il leninismo va abbandonato ma Lenin è ancora una figura gigantesca che molti insegnamenti può dare, anche se di completamento al modello di Rosa e dell’austro-marxismo. Ma è un completamento senza il quale il modello testé descritto rimane sola splendida teoria.

4. ABBANDONARE IL LENINISMO MA ANCHE LA SOCIALDEMOCRAZIA RITORNARE AL SOCIALISMO DI SINISTRA PER FONDARE SCIENTIFICAMENTE IL MARXISMO.

Il vero nodo è rappresentato dal vedere la rivoluzione non come atto od anche come azione ma come processo, e di non fondarla sulla conquista del potere, che al contrario deve venire esclusivamente come conseguenza di una trasformazione economico-sociale. Le forze produttive devono essere in grado di scrollarsi di dosso gli obsoleti rapporti di produzione. Non vi è così meccanicismo come ritengono i leninisti, ma la classe operaia deve essere in grado di sostituire la centralità del lavoro al capitale. Fin quando la classe operaia si accontenta di miglioramento delle condizioni di vita anche nella fase di consumo, non è in grado di guidare l’economia Il rifiuto del lavoro e la liberazione dal lavoro sono effetti di tale impostazione: assolutamente non riconducibile a ciò è la liberazione del lavoro, che pone la classe operaia in grado di sostituirsi al capitale. Su tale aspetto, che è quello fondamentale, la scelta, univoca e senza condizioni, è per il modello di Rosa, in cui è profonda ed anzi incolmabile la differenza anche con Gramsci: in questi il blocco storico e l’egemonia economico-sociale restano ricondotti ad una logica volontaristica e soggettiva, mentre in Rosa nessun cedimento vi è su tale punto, in quanto la scienza di classe è sempre legata all’idoneità delle forze produttive a sostituire i rapporti sociali esistenti con altri che si pongano in termini di maggiore razionalità. Il momento soggettivo in Rosa è fondamentale ma sempre in funzione di quello oggettivo. Ovviamente inconciliabile è il modello di Rosa rispetto alla socialdemocrazia di Bernstein e Kautski, ll primo che rinunzio non solò alla rivoluzione ma anche alla lotta di classe, il secondo che non rinunziò mai alla rivoluzione ma solo in termini nominali, rimettendola ad un evoluzionismo senza rotture, in virtù della sola democrazia parlamentare. Poi, è sul modello di Rosa, integrato, tra gli altri (non si possono dimenticare Bucharin, geniale correttore di Lenin, e i socialisti di sinistra italiani Riccardo Lombardi e Lelio Basso) dall’austromarxismo e da Hilferding -al momento in un’ottica gradualista per la verità non molto congeniale a Rosa- che si può e si deve inserire il realismo di Lenin, con la autonomia della rottura rivoluzionaria e dell’autorità rispetto al momento economico-sociale, ovviamente in un’ottica democratica e non totalitaria. Di Lenin rimane la geniale comprensione che le forze produttive con la loro crescita e la loro idoneità a fondare nuovi rapporti produttivi non possono fare a meno della forza e dell’autorità. Al contrario dell’ortodossia del leninismo, non si tratta di ricorrere al partito per organizzare la classe e per esaltare il momento soggettivo: ed infatti, nel leninisno, la coscienza di classe viene imposta dall’esterno in un’ottica solo illusoria, in quanto il partito può ridare alla classe la forza ma non l’idoneità a cambiare i rapporti di produzione. Non si deve creare una commistione di piani, come fatto da Lenin ma anche, in direzione affatto opposta, da Rosa. Tutti conosciamo ed amiamo la frase di Rosa, ebbene ricordiamola nella sua interezza .

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Così si trascura il momento della forza, che non deve esser impiantato dall’esterno ma non può essere trascurato. Ma va chiarito, contro Lenin ed anche sul punto specifico contro Marx, he la forza deve essere democratica. Se Rosa, prendendo la parte vitale di Marx, si incentra sula dialettica tra forza produttive e rapporti di produzione, ponendo la libertà solo come momento di esplicazione della classe, Lenin valorizza la forza ma si illude di imporre la liberta, comprende la sovrastruttura ma la funzionalizza all’obiettivo e ne trascura la valenza intrinseca, sostituendola con l’autorità. Rosa trascura di sostenere e difendere la libertà con l’autorità, mentre Lenin sostituisce la libertà con l’autorità. Rosa rinuncia a vincere, ma Lenin persegue una vittoria destinata inesorabilmente alla degenerazione. La soluzione è nell’assetto costituzionale trascurato da entrambi, sia pur con una profonda differenza, in quanto combattuto da Lenin e dato per presupposto da Rosa. Non per questo si deve accettare l’impostazione della socialdemocrazia che ha valorizzato l’assetto costituzionale rinunziando alla lotta di classe.

CONCLUSIONI: SI PUO’ RESPINGERE LA REALTA’ E SALVARE L’IDEA? IN ALTERNATIVA, COME PUO’ L’IDEA DIVENTARE REALTA’?

Per fondare il marxismo di classe occorre abbandonare una volta per tutte liberarsi del leninismo (ma non di Lenin). Ma la via rivoluzionaria del socialismo di sinistra di Rosa, unica strada, non è in questo momento meno inattuale con la disgregazione della classe realizzata dal capitale finanziario. E’ solo un’idea. Occorre rinunziare alla tentazione di sostituire un’idea con un'altra. Il marxismo come scienza svanirebbe nel vuoto. E’ questo il nodo vero che il centenario della Rivoluzione d’ottobre ci offre. E’ stata una grande idea realizzata in modo fallimentare. E’ la sovrastruttura che violenta la struttura, ma questa, proprio “marxianamente”, si vendica. La condanna della realtà fallimentare può non portare alla rinunzia all’idea solo se questa è in grado di diventare, “marxianamente”, realtà, secondo le leggi della Storia e non alterandole. La rivoluzione è tale solo se è scienza, “rectius” se è frutto di scienza. La teoria della prassi di Marx (e di Lenin e poi di Gramsci) pretese invece di fondare in via autonoma la prassi. Ed è scienza solo se si basa sul nesso di causalità e non sul finalismo teologico che, all’esatto opposto, è indice di idealismo. La rivoluzione non è necessaria e soprattutto non è inevitabile, ma, all’esatto contrario, è la forma di una transizione ad una realtà più razionale che sostituisce il lavoro al capitale, la produzione rispetto all’accumulazione fine a sé stessa e pertanto intrinsecamente improduttiva e solo speculativa. La realtà di cui al capitalismo va sostituita gradualmente rendendo il lavoro fattore dominante. La sostituzione non è inevitabile in quanto il capitale è non inganno ma razionalità limitata, è una forma di manifestazione di una produzione dominata ed indirizzata dallo scambio, mentre la produzione deve essere intrinseca (la differenza tra manifestazione e apparenza è fondamentale nel “Capitale”, come mostrato da Riccardo Bellofiore). La rivoluzione non è frutto di un disegno immanente alla Storia, disegno immanente che non è nient’altro che la secolarizzazione del divino: essa è il frutto di una costruzione paziente e gradualistica. Marx, in “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, ammette il gradualismo e la lunga opera di scavo, indimenticabile è l’espressione esemplare dello scritto, “ben scavato vecchia talpa”), ma quale prodromica ad un ordinamento cesarista, a conferma della propria debolezza in materia politica. Certamente, il gradualismo non è sufficiente ma è necessaria una rottura rivoluzionaria e qui il gradualismo di Otto Bauer e di Riccardo Lombardi deve sfociare nella rivoluzione anche come atto e come evento. E Rosa, (con Lelio Basso) vera sintesi di questa concezione rivoluzionaria, deve essere, integrata da Lenin sul piano dell’autorità La scienza rivoluzionaria richiede la dialettica, ma materialista. Le contraddizioni quali elementi non autonomi ma singoli momenti di un sistema, non cessano di essre reali.. La dialettica deve essere liberata dell’idealismo hegeliano che pone tutto in funzione di un disegno dello Spirito. Feuerbach rovescia la dialettica hegeliana rendendo l’uomo manifestazione intrinseca dell’assoluto, immanente e non spirituale. In Marx questa incrostazione idealistica resta con la novità dell’uomo sociale sostituito a quello individualistico. Questa impostazione, che non è riuscita a rovesciare la dialettica hegeliana per farla diventare materialista, ha avuto il culmine nel leninismo (Anton Pannaloek ha criticato la filosofia leninista quale intrisa di idealismo, con ripercussioni sulla parte politica) nella rivoluzione bolscevica. Ora che il capitalismo si è dimostrato potente ma rovinoso e non riformabile, la ripresa del marxismo antagonistico prima e rivoluzionario dopo (senza poter quantificare il tempo necessario) è inevitabile: ed occorre fare i conti con la rivoluzione bolscevica. Questi i passi della ricerca: a) il materialismo storico come filosofia materialistica e fondamento di una scienza sociale, seguendo l’impostazione di Galvano della Volpe., con spunti di Lucio Colletti, Claudio napoleoni, Karl Korsch e Alfred Sdhmidt, nonché con intuizioni di Louis Althusser; non il materialismo non aleatorio attribuito a quest’ultimo, il che è un modo elegante di eludere il problema, ma razionale e logico; b) la scienza critica del capitale incentrata sul valore-lavoro, vale a dire sull’individuazione di un valore assoluto e non relativo dell’economia, rappresentato per l’appunto dal lavoro, ma con una profonda rielaborazione dell’analisi marxista, profonda rielaborazione che veda come la rivoluzione industriale abbia completato l’essenza del capitalismo rappresentata dalla civiltà degli scambi (Filippe Braudel, seguito in campo marxista da Paul M. Sweezy in contrasto con l’analisi ortodossa di Maurice H. Dobb), in quanto lo sfruttamento del lavoro è solo un momento della moltiplicazione degli scambi (Schumpeter non a caso scrisse che Marx nel “Capitale” cercava il socialismo ma trovò il capitalismo), moltiplicazione degli scambi che non è più sufficiente e quindi sfocia nella caratterizzazione finanziaria dell’ultra-speculazione, come risultante dalla più importante opera marxista dopo Marx, “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding”; il capitale diventa il Capitale in quanto non è certamente (solo) l’insieme dei mezzi di produzione ma non è solo un rapporto di produzione, è la personificazione e l’identificazione del Denaro, in grado di prescindere anche dalla Merce; da M-D- si è passati in Marx a D-M-D ed ora a D-D; l’alienazione e d il feticismo della merce sono momenti idealistici e superati dell’analisi marxiana (non me ne vorrà l’amico Riccardo Bellofiore); c) il rifiuto del nazionalismo e della soluzione nazionale e della sovranità statale, ma non della sovranità popolare, e quindi la rielaborazione dell’internazionalismo quale mirante a comunità sovra-nazionali fondate sulle federazioni e sulle autonomie; d) la centralità del costituzionalismo non solo quale tutela, ma acneh quale forma di realizzazione di nuovi assetti sociali, rispetto a cui deve essere subordinata la forza con l’autorità, in ogni caso essenziali; e) la consapevolezza che per il momento, alla luce della disgregazione della classe, l’unica conflittualità antagonistica consentita non è a breve termine rivoluzionaria ma si deve limitare ad un riformismo gradualista in grado di correggere fortemente il capitale finanziario, deviandolo dalla sua natura distruttiva ed alterandolo e snaturandolo, in chiave solo riformista. La rivoluzione dialettica e scientifica che verrà fuori dall’enucleazione e dalla realizzazione di tali passi dovrà fare costantemente i conti con la Rivoluzione russa, ma tenendo, altrettanto costantemente, ben presente che, a differenza di questa, sarà una rivoluzione che non farà l’assalto la cielo ma si fermerà alla terra, anzi si asseterà saldamente su di questa per renderla razionale.

Conoscere le regole UE

L'ultima lettera di Moscovici e Dombrovskis per un’ulteriore manovra di 3,5 mld, è un preludio al futuro memorandum previsto per la prossima primavera. Il PDS, poi, DS e PD ha attuato negli ultimi 25 anni le peggiori politiche neoliberiste: privatizzazioni massicce e molte norme restrittive dei diritti sociali, per adeguarsi totalmente alle linee dettate dall’Europa. In malafede o senza consapevolezza che i Trattati UE girassero a danno dei cittadini, specie i meno abbienti, i nostri politici hanno firmato ai tavoli dell’UE qualsiasi documento, a volte, senza comprenderne il contenuto. L’unione Europea è nata come Mercato comune (MEC) e le libertà professate non riguardano gli individui, ma i movimenti transnazionali del capitale finanziario, i trasferimenti delle imprese e l’elusione delle regole fiscali. La legislazione dell’UE favorisce il Mercato, lo si vede nei dettami alle agende dei governi sulle privatizzazioni, taglio della spesa pubblica e riduzione dei diritti sociali. Già negli anni ’90, il centrosinistra ha sposato la Terza via blairiana e il Pensiero Unico, l’adesione irresponsabile all’euro, il trattato di Lisbona e l’art. 126 del TFUE che ribadisce e rafforza i parametri di Maastricht e, dal 2011, ha votato le peggiori riforme strutturali di Monti, prima, e del PD renziano, poi. Presumo che la costituenda sinistra non abbia ancora l’idea sulla linea da tenere per contrastare le politiche di austerity, perché col prossimo memorandum rasenteremo la stessa disperazione in cui si è trovato il popolo greco dopo la resa di Tsipras. Le proposte programmatiche rischiano di diventare le solite promesse elettorali se non si prevedono gli strumenti necessari per contrastare le regole UE che ne impediscono la realizzazione e affinché il memorandum non si abbatta irrimediabilmente sul popolo italiano. La Sinistra, purtroppo, non sarà il partito di maggioranza, ma è necessario che abbia chiaro come ribaltare la Governance europea del two pack (sorveglianza rafforzata e monitoraggio delle politiche di bilancio degli stati in difficoltà) e del six pack (regolamenti su sanzioni e ammende, meccanismi di allerta e regolazioni di bilancio sul fiscal compact). Con le regole europee sul Patto di stabilità e crescita con il recepimento della direttiva 2011/85/UE sul fiscal compact, l’Italia è finita nella recessione, quindi l’art. 81 della Costituzione è tra le prime cose da smantellare. Ora vi è la certezza che quella crescita non riguarda l’economia italiana e di altri Stati europei, ma la sua distruzione, a favore della crescita dell’economia finanziaria internazionale e del profitto delle Corporation e quelle regole rafforzano la garanzia che ci impegneremo a pagare il debito pubblico, giusto o odioso che sia, per gli anni a venire. E’ necessaria un’alfabetizzazione a sinistra sulle politiche macroeconomiche e sulle regole internazionali scaturite dai Trattati per acquisire un piano di contrasto ai dettami neoliberisti affinché i punti programmatici che recitiamo a garanzia dei diritti possano trovare applicazione.

(Pubblicata su "Il Manifesto", sezione lettere, del 28/11/2017)

)LA POSIZIONE DEL GOVERNATORE DI BANCA D’ITALIA Il Governatore di Banca d’Italia ha evidenziato l’elevato importo dei crediti deteriorati che vanno gestiti con meccanismi di alienazione a terzi e che manifestano uno stato non felice del mondo bancario. Trascura il Governatore di avere, nella prima sua Relazione, 2013 su 2012, evidenziato la solidità del sistema bancario da un lato e dall’altro una contrazione dell’attività in crediti, senza evidentemente rendersi conto dell’effetto dirompente e preverso del collegamento tra i due elementi. Pertanto, il conto economico delle banche viene a dipendere non più dall’attività istituzionale ma da attività straordinarie quali i derivati e le altre forme di speculazione (ciò è stato confermato, nei giorni scorsi, dalle analisi sul rilancio del settore bancario in America, dove l’attività di “trading” in titoli ha svolto un ruolo fondamentale). I segni della crisi della banca vi erano tutti, crisi irreversibile per le banche piccole e medie non in grado di svolgere attività extra-istituzionale e ultra-speculativa. Il Governatore è stato sotto questo aspetto meritorio in quanto ha tentato di favorire aggregazioni ma senza rendersi conto che il legittimare l’attività extra-istituzionale era come salvare l’anima seguendo l’esempio del “……… Dottor Faust”. La normativa che impone alla banche popolari medio –grandi e grandi di trasformarsi in S.p.A. è meritoria per l’insincerità del ricorso allo schema cooperativo da parte di tali imprese, ma l’utilizzo di siffatta misura quando vi è una crisi profonda delle banche, con la trasformazione che favorisce il recesso dei soci dissenzienti con gravi rischi per la stabilità della banca, si è dimostrato non felice nella scelta dei tempi. Misure prodromiche a questa normativa, meritoria (anche se con profili di incertezza proprio sul recesso dei soci dissenzienti, dove si aspetta a breve la decisione della Corte Costituzionale), erano la riforma della borsa (per evitare che si ripartiscano tra il pubblico risparmio solo i debiti, e comunque solo le situazioni negative) e la riforma della struttura organizzativa della banca e più in generale della grande impresa. Ma ciò avrebbe richiesto un intervento penetrante di riforma della banca e della grande impresa che rientrasse (ed ancora rientri) in un controllo pubblico globale sull’economia e sulla impresa con profondi interventi correttivi, il che è fuori dallo scenario politico. Visco ha individuato con lucidità i problemi, evitando di vedere nella cessione dei crediti deteriorati a “bad bank”, pur necessaria, la panacea di tutti mali, ma non ha brillato in proposte, in quanto ciò è un compito ai di fuori –massime in questa fase, come si vedrà- dei compiti dell’Autorità di vigilanza: è un compito della politica. Troppo timide sono state le critiche (di Visco) nei confronti della (demenziale, oltre che incostituzionale) normativa “bail-in”, anche se in Italia la responsabilità vera della sua acritica recezione è, anche qui, della politica, che doveva sbattere i pugni in Europa: i pugni vanno sbattuti su profili strategici, quale per l’appunto il sistema finanziario, e non su profili generali, se non addirittura generici, e su profili pittoreschi. Lo stesso evidenzia i limiti della propria azione, limiti in parte rimossi con le recenti misure che hanno rafforzato i poteri di Banca d’Italia. Ma così è evidente che si ritaglia il ruolo dil Notaio e non di Alto Magistrato dell’Economia, come invece pensato a suo tempo da Guido Carli, che ovviava ai limiti giuridici con la “moral suasion” (per cui si potevano rimuovere gli Amministratori di Banche non idonei, pur in assenza della recente normativa). In tal modo il Governatore prende atto con consapevolezza del ruolo ormai purtroppo limitato di Banca d’Italia e non denunzia il problema, comportandosi da ineccepibile “civil servant”. Ma quello che non può fare il Governatore lo deve fare la politica di sinistra antiliberista, ahimè troppo distratta sulla problematica. La perdita di rilevanza della Banca Centrale è frutto delle perverse tendenze del capitale finanziario, con le grandi banche d’affari al di fuori di ogni controlli, e va combattuta, almeno a sinistra. Chi vuole penalizzare Banca d’Italia, ieri Berlusconi con Tremonti, oggi Renzi con il cerchio magico, tra cui la soave Boschi, e la sinistra populista, purtroppo appoggiata dal “Fatto Quotidiano”, dimostra totale irresponsabilità, ma purtroppo costituisce solo la punta di un “iceberg”. Chi, nella sinistra antiliberista, è troppo critico nei confronti del Governatore, dovrebbe prima ammettere che la stessa sinistra antiliberista non può pretendere che le proprie carenze siano colmate dal Governatore di Banca d’Italia, che non può mai cessare di essere il custode del sistema. II)LE PROPOSTE DI RIFORMA In un recente intervento, Vincenzo Comito (rispetto al cui approccio al mondo bancario lo scrivente è molto distante), insigne economista della sinistra antiliberista, ha evidenziato, con propria condivisione, la presenza di proposte del mondo accademico anglosassone (e che addirittura avranno sbocco in Svizzera con un “referendum”) tese a separare la moneta (“rectius” la creazione di moneta) dall’attività d intermediazione creditizia e finanziaria. Queste proposte sono state fatte proprie in Italia un po’ di tempo fa dall’insigne economista liberista critico Paolo Savona. In Comito vi è un taglio ulteriore, vale a dire non solo di tutela della stabilità ma anche di controllo delle banche e di spostamento di compiti economici fondamentali verso la politica economica. Con il rispetto e la stima e l’affetto che lo scrivente nutre nei confronti di Comito, si tratta di illusioni: la presenza di settori in avanzo finanziario e di settori in disavanzo è insuperabile; l’indebolimento delle banche, la cui essenza, nel tradizionale settore dei depositi e dei fidi, è rappresentata dal nesso tra creazione di moneta e concessione di crediti, è innaturale e tende a favorire, anche al di là delle migliori intenzioni, la nascita ed il consolidamento di strutture finanziarie occulte o comunque non trasparenti. Il vero nodo è nella direzione pubblica delle banche, con particolare riferimento alla limitazione quantitativa e qualitativa dell’attività speculativa e con la valorizzazione dell’attività produttiva (crediti e gestione di patrimoni) emendata di conflitti di interessi e di distorsioni e nel rispetto di criteri, generali ma effettivi e stringenti, di politica economica pubblica. Certo, tale linea si è rivelata impraticabile, ma l’indebolimento delle banche, ed addirittura con l’aspettativa di un loto totale superamento, sembra una fuga in avanti. La sinistra è in crisi, ma, se non supera la crisi, i problemi non saranno risolti con atteggiamenti contrari ai poteri forti (tra cui le banche). L’antagonismo totale se non trova sbocco in un progetto antiliberista non solo è inefficace ma addirittura corre il rischio di rivelarsi controproducente. Ci si permette di ricordare a Comito che la punta più avanzata di teoria economica marxista “psot-Marx” è rappresentata da “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding (alto esponente, prima dell’austro-marxismo, poi della socialdemocrazia tedesca e Ministro delle Finanze a Weimar, pian piano scivolato verso posizione di socialdemocrazia anticomunista ma che mai rinunciò alla fuoriuscita dal capitalismo) , del 1906-1910, dove mostrò l’irreversibilità della caratterizzazione finanziaria del capitalismo da sottoporre a controllo pubblico democratico che poi sarebbe diventato inevitabilmente socialista: se l’autore peccò di ingenuità nella fiducia verso sbocchi socialisti di natura automatica, quasi evoluzionistica (ma con un ben altro livello tecnico rispetto al troppo celebrato Kautski, rispetto a cui si è sempre caratterizzato per un’impostazione genuinamente classista) (ed a una certa ingenuità non si è sottratto nessun esponente marxista a partire dallo stesso Marx con il grande entusiasmo verso la Comune di Parigi, esperienza stupenda ma minore, nemmeno Rosa Luxemburg ed addirittura nemmeno Lenin, quello di “Stato e rivoluzione”, almeno), dalla necessità di riprendere e rinforzare la sua analisi, ovviamente aggiornandola, non si può prescindere. A Comito non si può, assolutamente, addebitare populismo e nemmeno posizione di antagonismo fine a sé stesso: ma anche per lui resta ferma la necessità di riprendere un grande progetto antiliberista. III)UNA NUOVA IPOTESI DI RIFORMA DELLA BANCA ED UNA RIELABORAZIONE DEL SUO STATUTO Per fissare su solide basi lo statuto dell’impresa bancaria occorre partire dai seguenti punti fermi: a) essa opera con mezzi dei terzi, e questi devono ricevere particolare, pregnante tutela; b) i suoi debiti sono mezzi di pagamento e pertanto la tutela dei suoi creditori è necessaria per anche la stabilità dell’intera economia; c) con l’erogazione dei crediti essa sostiene e sviluppa l’imprenditoria e l’economia, con la conseguente esaltazione della necessità della sua stabilità e solidità; d) negli investimenti finanziari dei risparmiatori essa opera a beneficio e rischio dei clienti (per l’appunto risparmiatori), e pertanto qui sorge la necessità ulteriore di correttezza con divieto di commistioni e di conflitti di interesse; e) nell’operare con la propria tesoreria ed in contropartita con i clienti realizza operazioni speculative, e qui sorge la necessità, ancora ulteriore, di evitare che la speculazione superi limiti contenuti, ciò per tutte le esigenze di cui sopra. La Banca è una realtà complessa che rivela la propria forza ed efficacia proprio nella sua complessità: di cui il rifiuto di ogni proposta tesa a ridurre la complessità impedendo l’esercizio congiunto delle varie attività (ieri vi era l’ossessione tra banca ordinaria e banca di investimenti, in particolare banca d’affari, ora tra crediti e servizi di pagamento), il che si rivela superficiale e tale da voler in modo innaturale privare la finanza di elementi essenziali. Ma nel contempo tale complessità, necessaria, è foriera di rischi troppo forti per risparmiatori, imprese e l’intera economia aziendale. Di qui la necessità di controlli di stabilità e solidità e di correttezza, ma con la consapevolezza che questi, un tempo sufficienti ed esaustivi, non lo sono più in quanto la complessità è così lievitata, con la globalizzazione ed il trionfo del capitale finanziario, che la Banca è diventata incontrollabile. Di qui la necessità di una riforma che parta dalla rielaborazione dello statuto dell’impresa operante nel settore finanziario, in modo da configurare l’impresa funzione che svolge la propria attività sì nel proprio interesse lucrativo, ma la cui liceità sia condizionata alla mancata lesione degli interessi dei terzi tra cui la Banca intermedia con investimento di capitali propri per l’appunto scarso rispetto al fatturato. Le conseguente sono quattro: a) la necessità di una struttura organizzativa e corporativa complessa ed efficace atta a separare l’impresa dai propri titolari e consentire alla prima di essere un effettivo soggetto economico; b) la pervasività e non più la natura circoscritta dei controlli di stabilità e di correttezza; c) infine controlli di merito di natura pubblica in un’ottica di pianificazione non solo per contenere la speculazione, ma anche con indirizzo in positivo per sostenere e rafforzare le attività produttive (crediti e gestione di patrimoni), senza il rilancio delle quali il ricorso massiccio alla speculazione è necessaria per il conto economico, almeno delle grandi banche; d) le attività produttive (gestione e crediti) sono di rilevanza centrale per l’economia nazionale e devono essere sostenute, in modo che nei crediti l’interesse delle banche sia superiore a quello dei debitori –eccetto ovviamente abusi delle banche a danno dei debitori-, e nelle gestioni la necessità di uno svolgimento corretto richieda l’assenza sia di di abusi sia di pretese dei clienti di manleva dai rischi. Una riforma che parta da un uovo Statuto della banca si differenzia sia dall’approccio liberale –non necessariamente liberista, ma anche liberale “tout court” e financo di sinistra moderata non liberista- alla Banca, sia da quello populista e di sinistra antagonista. Sotto l’un aspetto, viene messa in discussione la neutralità della banca, con i suoi profili peculiari che non dovrebbero metterne in discussione la natura di impresa. Al riguardo, la Banca non è solo un’impresa, per cui sarebbero sufficienti controlli di stabilità e di correttezza, ma è anche l’impresa a base del sistema e che domina il sistema: se il sistema precipita in un vortice di abusi e di disastri, “rectius” di disastro “tout court”, sulla Banca occorre un intervento che drastico che la metta in posizione in controtendenza rispetto allo stesso capitale finanziario. Se questi si riforma da solo, allora si potrà verificare se si possa tornare alla logica tradizionale liberale: si rimanda ad apposite indagini dello scrivente sul capitale finanziario, dove si è mostrata l’illusorietà di una riforma spontanea, con la conseguente necessità di una riforma, etero-introdotta e così impossta “ab externo”, drastica e anti-sistemica, anche se non rivoluzionaria in quanto tale da realizzare in modo coatto quella riforma impossibile a livello spontaneo. Sotto l’altro aspetto: lo statuto dell’impresa bancaria alternativo a quello tradizionale e liberale non comporta l’accettazione di un approccio populista e nemmeno di uno antagonistico, che vanno di converso rifiutati, in quanto senza solidità ed efficienza della banca, ogni sistema, anche socialista, è privo è provvisorio ed incerto. Per concludere, lo statuto dell’impresa-funzione nel settore bancario è di natura scientifica, ma nel contempo richiede l’abbandono del liberismo –ed anche dello stesso liberalismo-, anzi proprio perché di natura scientifica richiede tale abbandono, vista l’irreversibilità del degrado del liberismo ed anzi del liberalismo “tout court” nel trionfo del capitale finanziario: si pone il problema di come far convivere l’impresa bancaria funzionalizzata e l’impresa industriale non funzionalizzata, vale a dire un sistema di pianificazione ina materia finanziaria ed uno liberista in materia industriale. La correzione dello statuto dell’impresa “tout court”, sia pure meno pronunciata in materia industriale rispetto a quello finanziaria, è inevitabile, sia per il dominio della Banca su tutta l’economia sia perché anche in materia industriale il concetto di impresa-funzione è necessario vista l’aggregazione di fattori esterni –tra cui anche imprese piccole e lavoratori apparentemente autonomi-, che l’impresa realizza, dal che consegue la necessità di mancata penalizzazione di tali fattori.
) LA RELAZIONE DEL GOVERNATORE La Relazione (nelle Considerazioni finali) di quest’anno (2017 per il 2016) del Governatore di Banca d’Italia è stata di grande livello nell’analisi e poi nella ricostruzione del sistema ma nel contempo debole sul piano propositivo e delle soluzioni. Si incentra sui due grandi problemi, la rilevanza abnorme del debito e l’esplosione dei crediti deteriorati, elaborando intorno a loro un’ampia analisi sistematica. Sul primo punto, si riconosce che il rapporto debito pubblico/Pil è aumentato notevolmente e rapidamente dall’avvio della crisi fino a superare il 130%, il che è un elemento di vulnerabilità e di freno per l’economia. Di qui la necessità di politiche tese non solo a ridurre il disavanzo ma anche a rivedere la composizione delle spese e delle entrate. Il Governatore invita ad un sempre maggiore avanzamento del debito primario ed a un sempre maggiore controllo dei debito pubblico. Qui il Governatore omette di mettere in evidenza che il rapporto debito pubblico/PIL è esploso in Italia dopo la separazione tra Banca e d’Italia e Ministero del Tesoro e il conseguente venir meno dell’obbligo della prima di sottoscrivere titoli del debito pubblico. Tale svolta, dell’81, con Ciampi Governatore ed Andreatta Ministro, avrebbe dovuto comportare la riduzione del debito pubblico visto che lo Stato, senza più certezza di copertura, sarebbe stato costretto a contenere la spesa pubblica, acquistando efficienza. E’ accaduto l’esatto contrario, con la spesa pubblica che è esplosa, solo che ha visto ridotta drasticamente la propria componente di spesa sociale a favore di spesa per interessi, con le aste pubbliche dominate dalle grandi banche d’affari che in effetti dirigono la spesa pubblica e lo Stato e si possono permettere di propinargli derivati rovinosissimi senza incorrere in forme di responsabilità. Per sostenere gli Stati deboli, è stato realizzato il “Quantitative easing”, vale a dire l’acquisto in massa di titoli pubblici da parte della BCE di Draghi, sulla cui reversibilità ci si illude. Il documento di Banca d’Italia è notevole da un punto teorico nel momento in cui elogia il “Quantitative” easing” e quindi rinnega, implicitamente ma non per questo meno inequivocabilmente, la propria (“rectius”, della propria Istituzione) posizione che ha portato alla separazione ed al suo sostegno illimitato. Non lo fa esplicitamente perché non può, ma evidentemente riconosce che il problema del debito pubblico, se non è certamente un falso problema (come invece affermano troppo sbrigativamente teorici della sinistra radicale) , è altrettanto certamente un problema di politica economica “tout court”, che va oltre la questione dello stesso debito pubblico, pur di per sé non trascurabile, vale a dire che esplode se lo Stato non ha il controllo della politica economica e viene controllato se invece lo ha. Il debito pubblico è imputabile al capitale finanziario, che ha smantellato prima ogni ipotesi di politica economica e poi lo Stato “tout court”, Stato che ha senso solo se in grado di trasformarsi in Impero. La ricostruzione generale, con punte notevoli, come il riconoscimento che la compressione del costo del lavoro (e stesso discorso vale per la sua completa penalizzazione) non ha prodotto risultati apprezzabili in tema di produttività, o come il tono contenuto nella difesa, necessaria, dell’Europa. Sul secondo punto, si evidenzia l’elevato importo dei crediti deteriorati che vanno gestiti con meccanismi di alienazione a terzi e che manifestano uno stato non felice del mondo bancario. Dimentica il Governatore di avere, nella prima sua relazione, 2013 su 2012, evidenziato la solidità del sistema bancario da un alto e dall’altro una contrazione dell’attività in crediti. Pertanto, il conto economico delle banche veniva a dipendere non più dall’attività istituzionale ma da attività straordinarie quali i derivati e le altre forme di speculazione. I segni della crisi della banca vi erano tutti, crisi irreversibile per le banche piccole e medie non in grado di svolgere attività extra-istituzionale e ultra-speculativa. Il Governatore è stato in questo aspetto meritorio in quanto ha tentato di favorire aggregazioni ma senza rendersi conto che il legittimare l’attività extra-istituzionale era come salvare L’anima seguendo l’esempio del “……… Dottor Faust”. La normativa che impone alla banche popolari medio –grandi e grandi di trasformarsi sin S.p.A. è meritoria per l’insincerità del ricorso allo schema cooperativo da parte di tali imprese, ma il ricorrere a tale misura quando vi è una crisi profonda delle banche, con la trasformazione che favorisce il recesso dei soci dissenzienti con gravi rischi per la stabilità della banca, si è dimostrato non felice nella scelta dei tempi. Misure prodromiche a questa normativa, meritoria (anche se con profili di incertezza proprio sul recesso dei soci dissenzienti, dove si aspetta la decisione della Corte Costituzionale), erano la riforma della borsa (per evitare che si ripartiscano tra il pubblico risparmio solo i debiti, e comunque le situazioni negative) e la riforma della struttura organizzativa della banca e più in generale della grande impresa. Ma ciò avrebbe richiesta un intervento penetrante sulla riforma della banca e della grande impresa che rientri in un controllo pubblico globale sull’economia e sulla impresa con profonde interventi correttivi, il che è fuori dallo scenario politico. Visco ha individuato con lucidità i problemi, evitando di vedere nella cessione dei crediti deteriorati a “bad bank”, pur necessaria, la panacea di tutti mali, ma non ha brillato in proposte, in quanto ciò è un compito ai di fuori dei compiti dell’autorità di vigilanza: è un compito della politica. La campagna contro Visco, anche da ambienti cui lo scrivente si sente molto vicino (“Il Fatto Quotidiano”) è fuori luogo: si individuano ad ogni piè sospinto, elementi presunti di favoritismo nei confronti di banche grandi o comunque importanti: salvo accertamenti giudiziali, il tutto nasce da esagerazioni e da ingrandimenti di elementi irrilevanti: quello che è certo è che mancano del tutto segni macroscopici ed inequivocabili, come invece a suo tempo presenti per Fazio. Completamente diverso è il discorso che investe la linea generale di Banca d’Italia, di evidenziazione della necessità di aggregazioni, su cui si può discutere ma nel merito e senza censure di legittimità, il tutto senza dimenticarsi che le vere carenze sono dipendenti dalla politica. L’accanimento nei confronti di Ispettori Banca d’Italia va abbandonato non per indulgenza ma per necessità di contestualizzare le situazioni. Per trasparenza nei confronti dei lettori, lo scrivente ammette “rectius, ricorda” di essere stato Commissario Straordinario (affiancando altro Collega) a Chieti, presso una delle 4 banche poi interessate all’intervento di salvataggio a novembre 2015, con “bail-in” ridotto ed a carico solo degli obbligazionisti subordinati, ora destinatari di un salvataggio non totale. Per tale incarico è iscritto nel registro degli indagati insieme all’altro Collega Ma è evidente che vi è un clima generale di sospetto nei confronti di Banca d’Italia e degli Ispettori nonché dei commissari straordinari, che dipendono da Banca d’Italia: i profili di legittimità sono da verificare in sede giudiziale, ma è la politica che vuole scaricare sui tecnici le proprie responsabilità. E da chiarire che per politica si intende non solo quella dei vari Governi (di centro-destra e di centro sinistra, entrambi irresponsabili nell’approvare la Commissione d’inchiesta sul sistema bancario quale forma di accusa al Governatore) ma anche delle opposizioni, spesso non dotate di senso della realtà, e a monte della società civile con imprese (come lucidamente evidenziato da Ferruccio de Bortoli) e sindacati che hanno attivamente partecipato al saccheggio a danno delle banche, saccheggio non imputabile solo ai vari cerchi magici di comando delle banche stesse, primi ma non unici responsabili del disastro. Troppo timide sono state le critiche nei confronti della (demenziale, oltre che incostituzionale) normativa “bail-in”, anche se in Italia la responsabilità vera della sua acritica recezione è della politica. Il Governatore ha messo in evidenza le misure meritorie proposte senza evidenziare i limiti, come detto non derivanti da Banca d’Italia, e così il Governatore mostra il proprio spirito, autentico e meritorio, di “civil servant”. Lo stesso evidenzia i limiti della propria azione, limiti in parte rimossi con le recenti misure che hanno rafforzato i poteri di Banca d’Italia. Ma così è evidente che si ritaglia il ruolo del Notaio e non di Alto Magistrato dell’Economia, come invece pensato a suo tempo da Guido Carli, che ovviava ai limiti giuridici con la “moral suasion” (per cui si potevano rimuovere gli Amministratori di Banche non idonei, pur in assenza della recente normativa). In tal modo il Governatore prende atto con consapevolezza del ruolo ormai purtroppo limitato di Banca d’Italia e non denunzia il problema, comportandosi da ineccepibile “civil servant”. Ma quello che non può fare il Governatore lo deve fare la politica di sinistra antiliberista, ahimè troppo distratta sulla problematica. La perdita di rilevanza della Banca Centrale è frutto delle perverse tendenze del capitale finanziario, con le grandi banche d’affari al di fuori di ogni controlli, e va combattuta, almeno a sinistra. Chi vuole penalizzare Banca d’Italia, ieri Berlusconi con Tremonti, oggi Renzi con il cerchio magico, tra cui la soave Boschi, dimostra totale irresponsabilità, ma purtroppo è solo la punta di un “iceberg”. Chi, nella sinistra antiliberista, è troppo critico nei confronti del Governatore, dovrebbe prima ammettere che la stessa sinistra antiliberista non può propendere che le proprie carenze siano colmate dal Governatore di Banca d’Italia, che non può mai cessare di essere il custode del sistema. Più in generale, nei confronti di Banca d’Italia, il Paese ha dimostrato il peggio di sé: ha ribaltato il celebre motto “Né servo encomio, né vile oltraggio!”, ed è passato con totale disinvoltura dalla prima posizione alla seconda, nel momento in cui Banca d’Italia non si è rivelata più in grado, per colpe non sue, di assicurare la mancanza di elementi negativi di rilievo nelle crisi bancarie. -------------------------------------------------- B) POSTILLA SULLA RIFORMA DELL’IMPRESA BANCARIA Uno dei due punti fondamentali sollevati dal Governatore riguarda lo statuto dell’impresa bancaria. La sua posizione, nella grande lucidità e nelle debolezza di soluzioni, è di grande rilievo in un momento in cui la banca è sotto l’attacco generalizzato, non solo della politica “governista” che tenta così di sottrarsi alle proprie responsabilità, e di quella populista-mentre quella di sinistra sembra tanto ma tanto distratta-, ma anche di ambienti di grande libello dottrinario. In un recente intervento, Vincenzo Comito (rispetto al cui approccio al mondo bancario lo scrivente è molto distante), insigne economista della sinistra antiliberista, ha evidenziato, con condivisione, la presenza di proposte del mondo accademico anglosassone (e che addirittura avranno sbocco in Svizzera con un “referendum”) tese a separare la moneta (“rectius” la creazione di moneta) dall’attività d intermediazione creditizia e finanziaria. Queste proposte sono state introdotte in Italia un po’ di tempo fa dall’insigne economista liberista critico Paolo Savona. In Comito vi è un taglio ulteriore, vale a dire non solo di tutela della stabilità ma anche di controllo delle banche e di spostamento di compiti economici fondamentali verso la politica economica. Con il rispetto e la stima e l’affetto che lo scrivente nutre nei confronti di Comito, si tratta di illusioni: la presenza di settori in avanzo finanziario e di settori in disavanzo è insuperabile; l’indebolimento delle banche, la cui essenza, nel tradizionale settore dei depositi e dei fidi, è rappresentata dal nesso tra creazione di moneta e concessione di crediti, è innaturale e tende a favorire, anche al di là delle migliori intenzioni, la nascita ed il consolidamento di strutture finanziarie occulte o comunque non trasparenti. Il vero nodo è nella direzione pubblica delle banche, con particolare riferimento alla limitazione quantitativa e qualitativa dell’attività speculativa e con la valorizzazione dell’attività produttiva (crediti e gestione di patrimoni) emendata di conflitti di interessi e di distorsioni e nel rispetto di criteri, generali ma effettivi e stringenti, di politica economica pubblica. Per inciso, è un nodo non solo politico ma anche scientifico, visto che l’impulso alle concentrazioni in materia bancaria, con sbocco necessariamente oligopolistico e con correlata ineluttabilità della mancanza di un regime concorrenziale, pone la necessità di profondi correttivi, anche tenendo conto che proprio le banche più importanti, che per l’appunto beneficiano delle aggregazioni, sono quelle che effettuano i salvataggi (ed una conferma immediata viene proprio dall’esperienza delle banche venete, non priva di discussioni). Certo, chiuso l’inciso, tale linea si è rivelata impraticabile, ma l’indebolimento delle banche, ed addirittura con l’aspettativa di un loto totale superamento, sembra una fuga in avanti. La sinistra è in crisi, ma, se non supera la crisi, i problemi non saranno risolti con atteggiamenti contrari ai poteri forti (tra cui le banche). L’antagonismo totale se non trova sbocco in un progetto antiliberista non solo è inefficace ma addirittura corre il rischio di rivelarsi controproducente. Ci si permetto di ricordare a Comito che la punta più avanzata di teoria economica marxista è rappresentata da “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding (alto esponente, prima dell’austro-marxismo, poi della socialdemocrazia tedesca e Ministro delle Finanze a Weimar, pian piano scivolato verso posizione di socialdemocrazia anticomunista ma che mai rinunciò alla fuoriuscita dal capitalismo) , del 1906-1910, dove mostrò l’irreversibilità della caratterizzazione finanziaria del capitalismo da sottoporre a controllo pubblico democratico che poi sarebbe diventato inevitabilmente socialista: se l’autore peccò di ingenuità nella fiducia verso sbocchi automatici, quasi evoluzionistici (ma con un ben altro livello tecnico rispetto al troppo celebrato Kautski, rispetto a cui si è sempre caratterizzato per un’impostazione genuinamente classista) (ed a una certa ingenuità non si è sottratto nessun esponente marxista a partire dallo stesso Marx con il grande entusiasmo verso la Comune di Parigi, esperienza stupenda ma minore, nemmeno Rosa Luxemburg ed addirittura nemmeno Lenin, quello di “Stato e rivoluzione”, almeno), dalla necessità di riprendere e rinforzare la sua analisi, ovviamente aggiornandola, non si può prescindere. A Comito non si può, assolutamente, addebitare populismo e nemmeno posizione di antagonismo fine a sé stesso: ma anche per lui resta ferma la necessità di riprendere un grande progetto antiliberista.
La politica della domanda rappresenta una forma di intervento pubblico nell’economia tale da immettere mezzi finanziari pubblici nell’economia in modo da sostenere i ceti deboli e dare loro i mezzi per alimentare la domanda e così anche, indirettamente ma inesorabilmente, la produzione delle imprese. L’intervento pubblico di sostegno all’economica è il punto di partenza imprescindibile della politica della domanda. Ma quello che deve essere chiarito, in modo inequivocabile, per evitare dubbi ed incertezze alimentati ad arte, è che non vale il reciproco: non ogni sostegno pubblico all’economia rientra nella politica della domanda. Ed assolutamente non riconducibile a la politica della domanda è la politica dell’offerta, vale a dire il sostegno alle imprese senza passare per l’aiuto ai ceti deboli. “In limine”, per inciso, ciò dimostra inesorabilmente la fallacia dell’affermazione di chiara marca liberista, fatta propria da settori, anche importanti, della sinistra radicale, che l’intervento pubblico nell’economia è la negazione dello stesso liberismo. Il sostegno pubblico all’economia che va diretto alle imprese senza passare per la domanda è funzionalizzato a tutelare e salvaguardare un assetto liberista nel mercato del lavoro. Il liberismo non è affatto a favore della concorrenza “tout court” ma solo a favore della concorrenza a danno del lavoro ed a danno di ogni logica sociale: non è a favore della concorrenza “tout court”, in quanto evidenzia che gli oligopoli ed addirittura i monopoli nascono dalla concorrenza stessa, con la conseguenza indefettibile che i monopoli ed oligopoli stessi vengono combattuti solo se eccessivi, il che dimostra non solò la mancanza di logica teorica e sistematica ma anche la discrezionalità e la parzialità negli interventi, spesso dettati da esigenze di comodo (come in Italia con Berlusconi ma anche con altri). Chiuso l’inciso, che le imprese, aumentando gli investimenti, forniscono lavoro, sembra tale da rientrare in situazione analoga alla politica della domanda. E’ da replicare che quello che aumenta con la politica dell’offerta è rappresentato non necessariamente dagli investimenti ma dai ricavi. Le imprese possono infatti effettuare, con i maggiori ricavi, operazioni finanziarie e speculative senza in nessun modo far beneficiare ceti deboli. E’ che ciò avviene con il capitale finanziario. Il taglio del tasse, anche a favore dei ceti deboli (come il taglio dei famosi 80 euro di Renzi) non costituisce una forma di politica della domanda in quanto finanziato con altre voci sempre a carico dei ceti deboli: è una mera partita di giro. Inoltre è meramente strumentale ad un taglio impositivo a favore dei ceti forti. Il “Quantitative easing”, vale a dire l’acquisto in massa di titoli pubblici degli Stati deboli da parte della BCE, rientra armonicamente in tale ottica e costituisce un forma di politica dell’offerta in quanto il sostegno dei conti pubblici ha favorito non la spesa sociale ma il sostegno del debito pubblico orientato verso l’offerta in quanto condizionato dalle grandi banche d’affari internazionali che gestiscono le aste dei titoli pubblici. Il “Quantitative easing” modera solo gli eccessi speculativi di tali grandi banche d’affari internazionali a danno degli Stati deboli. La politica della domanda è un qualcosa di veramente complesso: come notò Minsky, grande economista keynesiano di sinistra, la politica della domanda, per essere veramente tale, e per non consentire mascheramenti a favore della politica dell’offerta, si deve presentare nella versione più di sinistra e così basarsi su tre elementi sostanziali fondamentali: 1) il ruolo centrale degli investimenti pubblici con una grande componente rappresentata dalla spesa sociale, 2) la piena occupazione, e 3) il controllo della finanza per impedirne deviazioni speculative. E’ una versione che, pur derivando strettamente da quella originaria keynesiana, presenta rispetto ad essa dei profili di originalità del tutto irriducibili. E’ ovvio che detta versione introduce un aspetto qualitativo nella visione quantitativa keynesiana: in questa, conta che aumentino i consumi, il che può derivare solo da un aumento di reddito dei ceti deboli, che costituiscono la maggioranza della popolazione. Nessuna correzione della politica degli investimenti delle imprese private e nemmeno un controllo della speculazione se non di ordine macro-economico e per l’appunto quantitativo. La versione di sinistra di Minsky introduce un aspetto qualitativo per cui la massima efficienza non si realizza solo se l’aumento degli investimenti produce vantaggi sociali ma esclusivamente se si corregge la politica degli investimenti, alla luce dell’incompatibilità totale tra politica sociale e speculazione finanziaria. Questa, alla lunga, deprime anche gli investimenti produttivi e pertanto non consente un collegamento tra profitti privati e benefici sociali. Ogni versione moderata della politica della domanda che sfoci nella politica dell’offerta, o comunque, pur senza sfociarvi, ne sia contigua, con la strategia dei due tempi, consistente nel favorire prima i profitti che poi apportino benefici sociali, è pertanto del tutto inconsistente prima ancora che manifestamente infondata, in quanto i profitti, senza controlli –non più solo quantitativi ma soprattutto qualitativi- si dirigono verso la speculazione. La versione di sinistra di Minsky comporta la funzionalizzazione sociale dell’iniziativa economico privata, vale a dire in virtù di un cambio di approccio a 180 gradi, non vi più è libertà di fare profitto con la speranza di destinazioni produttive e quindi anche sociali, ma libertà di profitto condizionata indefettibilmente, in virtù di un vincolo funzionale interno, all’utilità sociale. E qui vi è il punto delicato: la politica della domanda keynesiana, nella versione tradizionale è ora del tutto inutilizzabile: essa è venuta meno in quanto il capitale finanziario ha distrutto lo Stato sostituendolo con una globalizzazione anarchica, e quindi ha levato il terreno sotto i piedi di qualsivoglia politica economica pubblica, ha distrutto la Società, sembrando i blocchi sociali ed ha distrutto l’economia, eliminando il calcolo economico e sostituendolo con speculazioni che si alimentano da sole, protette in virtù di sopraffazioni ed abusi. La politica economica, nella versione tradizionale keynesiana, è stata facile da smontare in quanto non antagonistica rispetto alla logica del capitale. Ed il lavoro, visto solo come consumo vale a dire come protagonista della domanda è stato privato, di ruolo autonomo. La versione di sinistra di Minsky è invece utilizzabile in quanto ha un profondo nucleo antagonistico rispetto alla logica del capitale, anche se in un’ottica solo genuinamente e realisticamente riformista. Essa va integrata con la teoria marxista del capitale finanziario di Rudolf Hilferding (quale in via di aggiornamento da parte di Emiliano Brancaccio e di chi scrive, entrambi in via autonoma l’uno dall’altro). Entrambe vanno corrette su un punto fondamentale: una pianificazione democratica (che Hilferding vide quale prodromica alla transizione al socialismo) è impossibile nel capitalismo, la cui natura anarchica è ineliminabile. Una politica economica rigorosa, quale proposta da Minsky, trova in ciò il punto invalicabile. Se il vero elemento indispensabile per minacciare prima e scardinare poi il capitalismo è rappresentato dalla pianificazione, è ovvio che la stessa va elaborata in termini compiuti in un’ottica sociale, e quindi deve essere resa compatibile con il controllo operaio prima e con l’autogestione poi, in un’ottica politica, e quindi deve essere resa compatibile con la democrazia rappresentativa costituzionale, ed in un’ottica economica, e quindi la legge del valore non può essere eliminata in un’ottica socialista (come compreso dal solo Galvano della Volpe, sulle cui orme si sta collocando chi scrive), dovendo semplicemente essere svincolata dall’accumulazione capitalistica che pur la ha generata. Per concludere sul riformismo di sinistra liberista di Renzi, e che sia riformismo e che sia di sinistra sembrano allo scrivente due azzardi, la “flat tax”, con l’aliquota unica e la conseguente eliminazione della progressività, rientra pacificamente, alla luce di quanto detto prima, nella politica dell’offerta. L’argomento secondo cui essa incentiva l’offerta e quindi aumenta la torta e la distribuzione complessiva si scontra con quanto detto sopra ed in particolare con la circostanza che la politica dell’offerta non favorisce né gli investimenti né tanto meno le loro destinazioni sociali. Angelo Panebianco che lamenta come i populismi, in via pretesa eredi spuri dell’anticapitalismo di sinistra, siano la negazione del liberalismo e dell’efficienza economica, dimentica due cose, oltre ad essere contraddistinto da pressapochismo dell’enucleazione della natura anticapitalistica del populismo: in primo luogo la negazione del liberalismo e dell’efficienza economica viene dall’interno del capitalistico e non dall’esterno; in secondo luogo, la libertà economica è del tutto incompatibile con ogni altra libertà (Benedetto Croce riteneva, in polemica con Luigi Einaudi, che il liberalismo può essere compatibile con il liberismo, mentre, in senso radicalmente più estremo, al contrario il liberalismo è impossibile se non si elimina il liberismo, vale a dire se non diventa socialista).
Il sistema politico italiano è ingessato con due forze europeiste e liberali, una di centro-destra ed una di centro-sinistra, minoritarie e non in grado di diventare maggioranza, nemmeno alleate tra di loro. In alternativa vi sono forze populiste ancora più minoritarie, i 5Stelle a tutto campo, con tendenza a sinistra sempre controllata ed anzi tenuta a livello inespresso ma di sicuro senza scivolamenti a destra, e la Lega Nord a destra. E’ un sistema in stallo. Il centro-destra vuole associare a sé la destra estremista e xenofoba, ma è un’alleanza impossibile, in quanto altera almeno una delle due anime, essendo l’una incompatibile all’altra. Berlusconi riuscì, sin dalla discesa in campo e fino all’ultimo voto del 2013, a fondere le due anime ma solo quando il populismo era indirizzato genericamente contro il potere e non specificatamente contro quello economico e quando vi era una parvenza di dialettica tra poteri economici emergenti e quelli forti consolidati, il che consentiva alla destra di tenere uniti populismo ed anima di Governo, mentre adesso ciò non è più possibile, essendo il populismo indirizzato contro il potere economico, al cui interno non vi è più dialettica.. Pertanto, Berlusconi si deve alleare con Renzi: alternative non ve ne sono. Per inciso che Berlusconi, condannato con sentenza passata in giudicato per frode fiscale, voglia essere ripescato è surreale, ma su ciò si tornerà “infra” sul conflitto tra politica e magistratura. Si chiuda quindi l’inciso. In tale direzione conduce anche l’analisi dell’altra metà del cielo. La sinistra (quella al di fuori del Pd, ovviamente) non si può alleare con il Pd in quanto alternativa ad esso ma senza alleanze non ha prospettive elettorali, soprattutto in caso di modifiche elettorali mirate come quelle in cantiere. Il Pd vuole essere al centro come un Re Sole intorno a cui girono gli altri: non si rende conto di essere relegato al centro, e che non ha né può avere alcuna forza di attrazione nei confronti della sinistra, soprattutto porta avanti un modello in cui esso assolva al ruolo di maggioranza relativa della maggioranza relativa, senza alcun spazio alla sinistra. In altri termini si sta lavorando per il grande centro, ma manca un “leader” all’altezza, manca una Merkel, e poi vi è l’equivoco con Renzi che vorrebbe essere esponente della sinistra mentre non lo è in alcun modo. L’alternativa tra sinistra riformista di Renzi ed alternativa di sinistra estremista fissata da Renzi stesso è non tanto riduttiva quanto piuttosto mistificatrice e tale da travisare i fatti. Renzi incarna la sinistra liberalista, con sola liberalizzazione del mercato del lavoro ed abbandono della progressività fiscale, cui opporre un riformismo vero antiliberista. Renzi, presentandosi di sinistra mentre è solo liberista, non solo fa opera di mistificazione politica ma intende a mettere ai margini la vera sinistra antiliberista, il tutto con l’aiuto di riforme istituzionali “ad hoc”. Renzi propone un vero e proprio totalitarismo liberista. Chi dall’alto dell’opinione dominante, “Il Sole 24 Ore” ma soprattutto, come al solito, “Il Corriere della Sera”, taccia la sinistra fuori dal Pd di irresponsabilità e spirito divisivo realizza non solo una mistificazione politica ma soprattutto un vero e proprio tentativo di autoritarismo istituzionale. In tale ambito brilla, come al solito, Angelo Panebianco, che sancisce che tra destra e sinistra non vi è più distinzione. Le opinioni di Panebianco sono rispettabili ma non si può tacciare di irresponsabilità, di estremismo e di spirito divisivo, evocando anche la psicanalisi, chi la pensa diversamente. La sinistra è, per strategia, alternativa al Pd: la politica si basa sulla distinzione tra strategia e tattica e quindi per tattica potrebbe dialogare con Renzi, ma ciò è reso impossibile da questi che non solo vuole dominare ma soprattutto nemmeno ammette (la sola ipotesi di) una strategia a sinistra. Pisapia si ostina a non comprendere questa verità elementare e vuole l’alleanza con il Pd che invece è disposto d offrire solo una forma di subalternità e sudditanza. Pisapia, come Berlinguer a suo tempo, effettua un’indebita commistione tra strategia e tattica e vuole un’alleanza strategica con chi è incompatibile. Una struttura unica a sinistra in tanto sarebbe possibile, e tale da comporre le diverse anime, solo in quanto fosse in grado di realizzare una netta separazione di piani tra strategia e tattica, ed accettare alleanze con il Pd solo in chiave tattica. Renzi non accetterà mai ciò, e quindi se Pisapia non accetta a propria volta una struttura unica a sinistra è solo perché è su una lunghezza d’onde diversa. La struttura unica a sinistra, riformista ed antiliberista, non deve farsi risucchiare nell’estremismo e deve fondare una strategia, come progetto e programma dall’estrema articolazione, che lo renda alternativo al Pd. Ma il riformismo antiliberista è spuntato in quanto il capitalismo con il suo totalitarismo non lo consente: la sinistra nel momento in cui si presenta come l’erede del vero riformismo tradito dal Pd sembra vagare tra le nuvole. Il Pd non ha tradito alcun riformismo: ha solo accettato l’unico ruolo che il capitale finanziario gli è disposto a lasciare. La struttura unica a sinistra deve essere il protagonista della protesta sociale, ma con la frantumazione delle classi l’unica forma di protesta viene dal populismo. Questi cavalca la protesta, mentre la sinistra antiliberista deve dirigerla. In tale ottica, con un populismo che diventi costruttivo e ritrovi il senso delle istituzioni da un alto e dall’altro con la sinistra liberista che guidi la protesta, inserendo la sua ottica classista in una visione di democrazia completa, atta ad assicurare la direzione del capitale finanziario, vi è lo spazio effettivo di un’alleanza innovativa in grado di assicurare una profonda svolta. La democrazia completa presuppone il ruolo centrale del popolo, senza poteri originari ad esso ma con suo controllo su ogni delegato. Una volta individuato ed elaborato l’antagonismo del popolo rispetto al capitale finanziario, si può pensare di ricostituire la classe. Il carattere antipolitico e negativo del populismo può essere abbandonato: se la vera alternativa è tra sovranità nazionale, da un lato, con la nazione che unifica in modo arbitrario e fittizio i vari gruppi, per creare conflitti all’esterno in grado di occultare quelli all’interno, e dall’altro la sovranità popolare, in grado di eliminare ogni potere originario, anche di natura economica, proprio dal populismo la sinistra di classe deve partire, ed i limiti propri del populismo non sono più necessari ed eterni. Tali limiti erano indefettibili nel momento in cui il populismo si opponeva al potere politico “tout court”, e quindi al potere eterno ed immutabile, non ora che si oppone al potere politico in mano al capitale finanziario. In una situazione così complessa, è assolutamente necessario il meccanismo elettorale maggioritario a doppio turno per consentire in prima battuta la rappresentanza di tutti i movimenti ed in seconda la governabilità costringendo gli stessi movimenti ad una selezione delle loro opzioni per stringere alleanze strategiche. Ma il maggioritario vero è quello che premia gli schieramenti intrinsecamente minoritari in grado di conquistare la maggioranza assoluta, non la maggioranza relativa che in realtà complesse non ha alcun senso. Ma non solo: del tutto abusiva è la concezione del maggioritario di Berlusconi e Renzi in grado di assicurare alla maggioranza relativa della maggioranza relativa la possibilità di asservire a sé le parti minoritarie del proprio schieramento. Così si blocca la dialettica politica, travisando l’essenza del maggioritario che invece premia gli schieramenti potenzialmente vincenti e non la parte prevalente dello schieramento potenzialmente vincente. Ma è parimenti chiaro che occorre opporsi ad ogni Presidenzialismo, anche di fatto, ed anzi occorre introdurre garanzie contro l’autoritarismo, che Berlusconi prima e Renzi poi volevano introdurre con le loro surreali proposte di riforma costituzionale. Ora centro-destra e centro-sinistra sono d’accordo per limitare e mortificare la magistratura a favore dei poteri forti, politici ed economici: un potere unico, con concentrazione formidabile ed illimitata e senza limiti e controlli, è il vero volto del totalitarismo liberista. La magistratura quale garante dei limiti e dei diritti è la chiave di volta di ogni sistema costituzionale. Le inefficienze e le mortificazioni del garantismo devono essere combattute e rimosse ma non come impunità bensì come perfezionamento dell’azione della magistratura e come esaltazione del suo ruolo di garante, eliminando ogni sua referenzialità.