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SOVRANITA’POPOLARE, NAZIONE, INTERNAZIONALISMO, LOTTA DI CLASSE Featured

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La sinistra radicale contrasta vivacemente il sovranismo, ritenuto contrario ai principi fondamentali dell’internazionalismo. Ciò tranne una piccola frazione, che è invece sovranista. La situazione è molto complessa ed occorre quindi realizzare chiarezza concettuale. L’internazionalismo è un elemento essenziale del marxismo e dell’emancipazione di classe, per eliminare contrapposizioni nazionali quali elementi impeditivi o comunque tali da ostacolare la lotta di classe. Ma l’internazionalismo si è dimostrato dalle idee non chiare ed è caduto in situazioni di profonde commistioni di piani su nazione e su sovranità. Il concetto di nazione e soprattutto quello di tutela della nazione hanno due significati non omogenei tra di loro ed anzi in profonda contraddizione tra di loro. Da un lato si concretizza nella tutela dell’identità e dell’autonomia nazionale da ingerenze e sopraffazioni esterne, mentre dall’altro si concretizza in una posizione offensiva, nella sopraffazione a danno di nazioni ed entità esterne. E’ questo, vale a dire il secondo dei significati, quello che diventa nazionalismo. Il Risorgimento nato, come tutte le rivoluzioni democratiche, soprattutto del ’48, in conformità rigorosa al primo significato, non mantenne chiara la distinzione e sfociò, anche se non addirittura soprattutto, nel secondo, come dimostrato dalle guerre coloniali e dal “continuum” tra vittoria tradita nella prima guerra mondiale e fascismo. Ma nemmeno in campo marxista ed internazionalista vi fu chiarezza, come già anticipato: Rosa Luxemburg, pur una delle stelle comete dello scrivente, prese un clamoroso abbaglio contro il primo significato opponendosi all’indipendenza della Polonia in quanto elemento contrario all’internazionalismo. Errore non minore, ed addirittura ben maggiore come si vedrà tra poco, fu realizzato da Lenin, quando, per dare attuazione alla sua teoria dell’attacco al capitalismo negli anelli deboli, invece che in quelli forti come sostenuto da Marx, realizzò la rivoluzione in Russia e diede ad essa un’impronta di “rivoluzione in un solo Paese”, pur in senso tattico e non strategico come invece successivamente in Stalin, che realizzò un vero e rapporto imperialismo: l’ultima affermazione costituisce conferma ulteriore della circostanza che dal nazionalismo all’internazionalismo il passo è brevissimo, contrariamente a quel che sostiene la retorica, nazionalistica, di destra). I due errori non sono tra di loro comparabili ed il secondo fu dalle conseguenze funeste, in quanto tale da inquinare l’intero internazionalismo: Lenin appoggiò il grande significato della prima guerra mondiale che rese trionfale, generalizzato e trasversale il nazionalismo, così in grado di indebolire la lotta di classe ed in prospettiva addirittura di sostituirla, come genialmente compreso dalla stessa Rosa Luxemburg. L’errore di questa fu comunque non banale in quanto si inserì nel filone dominante dell’internazionalismo che abbandonò il primo significato e consegnò tutto il concetto al nazionalismo di destra. Si sviluppò nei primi tre decenni del Novecento un filone di grandissimo spessore in Italia (Cesare Battisti), in Austria (l’austromarxismo soprattutto di otto Bauer ma anche di Karl Renner) ed in Germania (il grandissimo costituzionalista Hermann Heller), che sostenne un socialismo nazionale, con integrazione sovranazionale in Europa nell’austro-marxismo (il quale anticipò così il Manifesto di Ventotene, poi tradito dall’Europa, quale nata nel ’56 e poi diventata Unione con Maastricht, liberista e violatrice delle sovranità interne): si trattò di un socialismo nazionale ma non per questo meno antinazionalista, ma purtroppo si trattò di filone totalmente minoritario. Il concetto di sovranità è ben complesso: esso è essenziale a qualsivoglia comunità, anche internazionalista, in quanto elemento costitutivo dell’entità suprema, sia essa statale sia essa sovranazionale: “Suprema auctoritas, superiorem non recognescens”. Errò gravemente il massimo costituzionalista del Novecento ed anzi di tutti i tempi, Hans Kelsen, socialista non marxista, ma certamente non moderato e non liberale, quando vaticinò con il progredire del diritto internazionale si sarebbe arrivati ad un diritto sovranazionale, in grado di limitare se non addirittura di eliminare il soggettivismo della sovranità statale. Il monopolio della violenza legittima individua necessariamente un detentore della sovranità: necessario e sufficiente è che il detentore, per conto del popolo, unico veramente sovrano, non acquisti la titolarità e non diventi insindacabile (così il citato Heller, anch’egli socialista non marxista). Di qui la necessità di distinguere tra sovranità popolare e sovranità nazionale, vale a dire tra sovranità come indipendenza e autonomia decisoria del popolo, senza nessuna interferenza esterna, e sovranità che invece unifica il popolo nella nazione, facendo perdere al primo ogni significato autonomo, rendendo anche la tutela della nazione quale tale da delinearsi soprattutto nel secondo senso: ciò come dimostra l’atteggiamento di Salvini nei confronti di Trump, tale da aiutare questi e gli USA contro la Cina anche a scapito degli interessi nazionali, e tale da mantenere un atteggiamento fortemente aggressivo nei confronti dello straniero. La sovranità popolare è autogoverno e chi attacca la sovranità anche in questo significato finisce per essere autoritario e per negare ogni valore all’emancipazione di classe, impossibile in presenza di un potere autoritario: che poi l’autogoverno non possa essere assoluto è un discorso fermo, ma il vincolo funzionale dei rappresentanti ai rappresentati è essenziale: Sabino Cassese, insigne giurista e politologo moderato, consapevole di ciò, cerca di creare commistione di piani ritenendo la sovranità popolare un mito e tale da sfociare nel populismo, proprio per la paura nei confronti del suo significato, fatto proprio dalla Costituzione italiana, dell’inammissibilità di un potere autonomo ed assoluto. La sovranità intesa nel primo senso, unita alla tutela della nazione nel primo senso -elementi indispensabili l’uno all’altro-, pur mantenendo una certa distinzione, nel senso di una impossibilità di sovrapposizione totale, verificandosi solo uno stretto ed indissolubile collegamento, sono essenziali per qualsivoglia emancipazione: e non a caso Marx e Lenin erano per l’autogoverno, anche se utopistico in quanto assoluto. L’internazionalismo errò profondamente e regalò entrambi al nazionalismo sulla base del ferreo presupposto che l’unico elemento decisivo fosse la lotta di classe, la quale avrebbe così trascinato con sé tutto il resto. La lotta di classe si è invece arenata, in virtù della grandezza (sia pur distruttiva, ma sempre grandezza) del capitale che ha disintegrato ogni elemento ostativo con la dematerializzazione e con il predominio finanziario. Il collegamento tra lotta di classe da un lato e dall’altro indipendenza nazionale e sovranità nazionale si rivela così del tutto indispensabile. Soia ben chiaro, i problemi sottostanti sono formidabili e dalla soluzione estremamente difficoltosa: qui ci è limitati solo a farli emergere, realizzando peraltro una chiarezza -“rectius”, una vera e propria bonifica- concettuale necessaria per impostare il discorso, sia generale sia relativo a ciascuno dei vari punti, su basi corrette, da un punto di vista tanto teorico quanto politico-pratico.
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