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LA RIFORMA COSTITUZIONALE NON AMPLIA I POTERI DEL “PREMIER”? NON E’ VERO!

LA RIFORMA COSTITUZIONALE NON LEDE I PRINCIPI FONDAMENTALI DI CUI AI PRIMI ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE? NON E’ VERO!

SOTTO (“RECTIUS”, DENTRO) LA RIFORMA LO SVUOTAMENTO DELLA COSTITUZIONE E L’ABOLIZIONE DEL COSTITUZIONALISMO

Si dice che la riforma Costituzionale non amplia i poteri del “Premier” e che non tocca in alcun modo i principi fondamentali di cui alla prima parte della Costituzione. Nessuna delle due affermazioni è rispondente al vero. L’art. 67 del vecchio testo così recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La nuova versione dell’art. 67 elimina la prima parte e mantiene la seconda: “I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato”. L’art. 55, nuova versione, ha introdotto alcuni commi non presenti nella vecchia versione: ai fini del presente scritto, rilevano il secondo ed il terzo comma, “Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione” “La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo”. E’ rimasto (apparentemente) invariato l’art. 95, che così recita: Il Presidente del consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri.” La vecchia versione dell’art. 67 era il caposaldo della democrazia parlamentare quale democrazia rappresentativa. Il parlamentare rappresenta la Nazione e non ha vincolo di mandato, vale a dire non è revocabile in quanto altrimenti vi sarebbe una democrazia diretta, ma la sua libertà di azione è tale (solo) nel rappresentare la Nazione. Il suo non è potere originario ma è derivato dalla Nazione. Il nuovo art. 67 mantiene la mancanza di vincolo di mandato, confermando la mancanza di una scelta per la democrazia diretta, utopica, ma elimina il riferimento alla circostanza che il parlamentare rappresenta la Nazione: si tratta di eliminazione non banale in quanto si tratta di elemento tale da contraddistinguere la democrazia rappresentativa e da statuire la mancanza di un potere originario dei parlamentari. Ma come visto l’elemento viene ripreso dall’art. 55 nella nuova versione per i soli componenti della Camera dei deputati: la modifica sarebbe di sola collocazione della previsione per tener conto del venir meno del bicameralismo perfetto e per non estenderla ai senatori. Si tratta di nuova collocazione incoerente. in quanto riferita non più allo “status” del parlamentare, ora del solo componente della Camera dei deputati, ma alla funzione delle Camere. Se quella parlamentare è una democrazia rappresentativa e non diretta, non ha senso spezzare tale circostanza in due norme. Ma l’incoerenza non è innocua. La rappresentanza della Nazione non è più elemento tale da contraddistinguere lo “status” di parlamentare, ma è l’elemento base delle funzioni della Camera, e così ha valore non illimitato ma solo nei limiti necessari per le funzioni, di titolarità della fiducia conferita al Governo, di esercizio delle funzioni di indirizzo politico e di controllo sull’operato del Governo stesso. Il primo (fiducia al Governo) ed il terzo elemento (controllo sull’operato del Governo) sono ovvii in quanto elementi necessari di ogni sistema parlamentare e senza elezione diretta del capo dello Stato e/o del “Premier”: il secondo elemento, invece, non è affatto ovvio, o meglio lo è solo apparentemente, in quanto l’indirizzo politico, che è il cuore dell’attività degli Organi Costituzionali perché in esso si identifica la linea politica impressa di volta in volta al Paese e vincolante per questi ed in cui si dovrebbe riconoscere il popolo nella sua maggioranza, è notoriamente di appartenenza plurima, in particolare Parlamento e Governo (T.MARTINES). Il riconoscimento della funzioni di indirizzo politico in capo alla Camera dei deputati è così da un lato ovvio ma dall’altro privo di significatività, in quanto non traccia la distinzione di ruoli tra Governo e Parlamento. Non si può dire sbrigativamente che Il Parlamento detta le linee generali che il Governo attua, in quanto è ormai pacifico che è riduttivo parlare del Governo come Organo esecutivo. Ebbene, mentre l’art. 55, nella nuova funzione, parla, dolcemente e soavemente con il tono da adorabile libellula proprio della Boschi, di esercizio della “funzione di indirizzo politico” da parte della Camera dei deputati, l’art. 95, non modificato, dispone che il “Premier” mantiene “l’unità di indirizzo politico”. E’ impressionante già a prima vista la pregnanza dell’espressione utilizzata, che si scontra con la plasticità di quella di cui all’art. 55. Né si può eludere il problema affermando che l’art. 95 si riferisce al Governo e così al rapporto del “Premier” con i Ministri, senza coinvolgere il Parlamento, le cui funzioni di indirizzo politico resterebbero superiori a quelle dello stesso “Premier” e non toccate da queste. E’ di palmare evidenza che, trattandosi di titolarità congiunta, il collegamento sussiste ed è profondo. Il Parlamento (nella sola Camera dei Deputati) esercita funzione di indirizzo politico, ma il coordinamento di tale esercizio spetta al “Premier” che così sovrasta e domina il Parlamento. Né vale replicare che con la fiducia e la sua revoca la parola ultima spetta al solo Parlamento: è fin troppo semplice respingere la replica, che sfuma come neve al sole ed addirittura nel vuoto, evidenziando che la revoca della fiducia creerebbe, nel nuovo sistema incentrato sul “Premier”, una vera crisi all’interno della maggioranza e così sarebbe solo eccezionale. Si possono, a questo punto, trarre le fila del complesso discorso, complesso in quanto tale da districarsi nel gioco ad intarsio disegnato da Renzi (con la soave collaborazione della Boschi). La rappresentanza della Nazione non è più elemento essenziale dello “status” di deputato, ma è una funzione prodromica a quelle concrete esercitate, che peraltro si snodano sotto l’egida del “Premier”. Ciò è coerente con le impostazioni presidenzialistiche ed affini (plastico e lucido in tal senso fu in particolare Miglio), che da tempo hanno evidenziato la dicotomia tra Organi Politici che hanno natura “corporata”, vale a dire di interessi particolari, e Organi Politici (Capo dello Stato, “Premier”) che rappresentano l’unità dello Stato (e la dissociazione tra esercizio della funzione di indirizzo politico da parte del Parlamento ed unità dell’indirizzo in capo al “Premier” diventa illuminante ed inquietante, l’unità di indirizzo politico che prima della aberrante riforma era riferita solo nei confronti del Governo ora si indirizza in modo sinistro nei confronti del Parlamento) e così devono avere un ruolo preminente. Checché ne dicano i gioiosi sostenitori della Riforma, si introduce un vero “Premierato”, in modo implicito ma non per questo meno inequivocabile: manca l’elezione diretta, ma tale mancanza è strumentale e subdola, non solo per non dare nell’occhio ma anche per non creare un dualismo tra “Premier” e maggioranza parlamentare, come invece negli ordinamenti ad elezione diretta (dello stesso “Premier” o del Capo dello Stato): in tali ordinamenti, il Parlamento si può ribellare dal Capo dello Stato/”Premier” rispetto a cui mantiene una ragguardevole indipendenza, mentre nel nostro caso il Parlamento è sottomesso, per espressa previsione costituzionale, al “Premier”, da cui si può ribellare solo in casi eccezionali. Per rendere scolastici tali casi eccezionali, vi è la legge elettorale “Italicum” che si sustanzia nel conferire la maggioranza relativa a chi ha la maggioranza relativa se qualificata del 40% ed addirittura alla maggioranza relativa della maggioranza relativa, con liste bloccate e premio di lista e non di schieramento: l’unico ostacolo è il ballottaggio se non si raggiunge al primo turno il 40%, e così Renzi lo sta gioiosamente eliminando, attribuendo con la sua diabolica astuzia la paternità a Cuperlo che così si potrà vantare della grande vittoria mentre ha solo “lavorato per il Re di Prussia” (Cuperlo è una brava persona, ma le leggi della politica gli sono del tutto estranee). Nel disegno di Renzi di conferire la maggioranza assoluta alla maggioranza relativa, anzi alla maggioranza relativa del partito di maggioranza relativa, rientra armonicamente il Senato dei nominati e non degli eletti che legifera o comunque delibera su materie fondamentali attinenti al piano alto dello Stato (modifiche costituzionali, Unione europea, elezione del Capo dello Stato, nomina dei Giudici costituzionali), che è un tassello prezioso per rendere più forte la maggioranza assoluta ed eliminare ostacoli e contrasti. Da un punto di vista politico, Renzi vuole eliminare il ricambio elettorale, creando il Partito della Nazione, vale a dire un grande centro sorretto da un lato dalla stampella della fiera (a parole) sinistra Pd, tra poco rinforzata da Pisapia (ah, che dolore sente lo scrivente in relazione a tale circostanza), e dall’altro dalla stampella del centro-destra moderato. Per queste ragioni occorre, per Renzi s’intende non per lo scrivente, disinnescare il pericolo 5Stelle, a partire da marchingegni (è bene non usare il termine “trucchi”) elettorali. Poiché la rabbia popolare aumenta a dismisura ed in modo esponenziale con la crisi economica, i marchingegni elettorali potranno non essere sufficienti, ed allora altri mezzi più inquietanti saranno utilizzati, ed in ogni caso se questi non basteranno, non ritenendo realistico il ricorso alla violenza –chi equipara Renzi al fascismo non merita la minima attenzione, quello di Renzi è un autoritarismo dolce- , vi sarà una turbolenza politica terrificante. Che la maggioranza relativa sia per Renzi degna di diventare per forza di decreto maggioranza assoluta è confermato dal ricorso surreale alla polemica contro il fronte del no, definendolo come un’accozzaglia: al di là dell’offesa, di cui si è scusato blandamente, merita attenzione l’incongruenza dell’argomento. Qui vi è una modifica costituzionale e quello che conta non è se vi sia un’alternativa di modifica ma se quella proposta sia una modifica migliore del testo da modificare –e la risposta è del tutto negativa nel nostro caso-. Che la maggioranza assoluta sia per il no anche se non d’accordo su altre modifiche è pertanto privo di anomalia. Quella di Renzi è non solo incongruenza ma anche deriva autoritaria, in quanto il valore centrale della maggioranza relativa esiste, non in democrazia dove conta la maggioranza assoluta, ma nelle imprese, la cui struttura decisionale è autoritaria: ed infatti le grandi società per azioni a capitale diffuso sono governate dalla maggioranza relativa. Nell’ introdurre un “Premierato” fortissimo e senza ostacoli, tale da dominare il Parlamento, non solo si conferiscono poteri straordinari al “Premier” contrariamente a quanto affermano i sostenitori della riforma, ma addirittura si toccano i principi fondamentali della Costituzione, sempre contrariamente a quanto affermano i sostenitori della riforma. Nel creare un Parlamento non rappresentativo del popolo (la democrazia che ha in mente Renzi è certamente parlamentare e non diretta, ma non è rappresentativa in quanto etero-diretta) soggiogato dal “Premier”, si conferisce alla maggioranza parlamentare ma in realtà, per il tramite di questa, al “Premier” un potere originario ed indipendente dal popolo, lo si rende sovrano. Si realizza un’abnorme concentrazione di poteri e si elimina la sovranità popolare (art. 1, 2° comma, Cost, C. MORTATI e N.BOBBIO vedevano in una vera rappresentatività della democrazia parlamentare la garanzia suprema della sovranità popolare, oltre alla mancata concentrazione di poteri): si abolisce la grandiosa costruzione della nostra Costituzione, la più bella del mondo veramente, che dissocia sovranità da sovrano, e riconosce la prima quale caratteristica del potere statale “Suprema auctoritas superiorem non recognescens”, titolare della forza legittima, ma non il secondo, identificato simbolicamente, ma non fittiziamente, nel popolo quale unica fonte dello stesso potere pubblico. Si svuota così la nostra grandiosa Costituzione di sostanza, rendendola un vuoto simulacro e si abolisce il costituzionalismo, basato sul divieto di concentrazione di poteri, tornando al potere assoluto. Ciò in conformità agli ordini della grande finanza internazionale, ordini emanati tre anni fa da JP Morgan che sta dirigendo ora il risanamento Monte Paschi con modalità quanto meno discutibili. La grande finanza internazionale vuole un potere assoluto ed unico per dirigerlo a propria volta. E’ un potere assoluto di seconda istanza, in quanto la prima è nel grande capitale.

Io Voto NO!

Io voto NO convinta, perché contesto questa "riforma" nel metodo e nel merito. In primo luogo, perché essa è stata imposta da una grossa banca d'affari internazionale come JP Morgan, che chiede di modificare le Costituzioni socialiste di quei paesi europei che nel secondo dopoguerra si sono dotate di costituzioni antifasciste e troppo garantiste dei diritti dei lavoratori. Una banca che ha contribuito, assieme ad altre big al disastro economico di portata globale.

Perché questa riforma è sostenuta fortemente da Giorgio Napolitano che è stata una delle peggiori figure della storia della Repubblica. Perché è stata disegnata dal governo che è il potere esecutivo (non legislativo), che ha costretto l'approvazione a colpi di maggioranza, come se si trattasse di una legge ordinaria. Perché piace ai più ricchi ed è ben vista da banchieri e Confindustria. Perché i mali che affliggono il Paese sono in principal modo la disoccupazione, la mancanza di investimenti pubblici e privati nell'economia, la corruzione, il dissesto idrogeologico del territorio e la presenza di una classe politica che pensa principalmente a risolvere i problemi di stabilità della propria poltrona, ma incapace di risolvere i problemi dei cittadini. Perché lo stesso PD che è al governo ha operato sulla riforma con una maggioranza posticcia escludendo il contributo delle minoranze. Perché è sgrammaticata e incomprensibile dai non addetti ai lavori, e si presta a interpretazioni diverse (vedi, ad esempio l'art. 70 vecchio e nuovo testo a confronto) e si ricorrerà molte volte alla Corte costituzionale che dovrà dirimere le controversie che sorgeranno sulla competenza distribuita tra lo Stato e le Regioni. Perché legittima le riforme strutturali di questo governo (jobs act, scuola, sanità, pubblica amministrazione, decreto sblocca Italia) che vanno contro i principi fondamentali della Carta e dei rapporti etico-civili, minando le basi più elementari della democrazia (artt. 1, 3, 4, 5, 9, 32, 33, 35, 36, 41), ragione per cui non è vero che la prima parte della Costituzione non viene toccata, essa viene ampiamente coinvolta a partire dalla sovranità popolare che viene ampiamente sminuita. I cittadini sono sempre più lontani dai palazzi del potere, in quanto il senato non sarà più eletto dai cittadini, ma nominato dal partito unico, così come la falsa abolizione delle province tramutate in città metropolitane, i cui consiglieri non saranno eletti dai cittadini. Con il combinato disposto dell’Italicum che prevede le liste bloccate, può vincere un partito che non ha la maggioranza effettiva (ma anche solo del 20%), e la costruisce con un esagerato premio di maggioranza. Perché il Paese non ha bisogno di governi stabili, ma di governi che facciano scelte politiche a beneficio di tutti i cittadini. Se un governo fa scelte sbagliate è meglio che venga sostituito al più presto.

Perché il PD ha "vinto" le elezioni del 2013 con un programma che non prevedeva la riforma della Costituzione, i cittadini non l'hanno richiesta, Renzi ce l’ha imposta. Perché, inoltre, non semplifica, non snellisce la burocrazia, mentre la riduzione dei costi, con la riforma del Senato/pasticcio, è irrisoria. Perché indebolisce gli organi di garanzia costituzionale [Corte Costituzionale e Consiglio superiore della Magistratura i cui membri saranno per la maggior parte nominati dal parlamento di maggioranza del partito unico (eletto con l’Italicum)]. Perché demolisce la divisione e l'autonomia dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che sono state alla base della democrazia fin dalla Rivoluzione francese e riporta il Paese e la sua civiltà indietro di oltre due secoli. Perché cambia di fatto la forma di governo da parlamentare a presidenziale, e sarà il governo a controllare l’operato del parlamento e non viceversa. Perché accentra nelle mani del presidente del consiglio il potere di decidere su tutte quelle materie in contrasto con gli interessi della popolazione degli enti territoriali, potendo imporre la realizzazione di grandi opere (ad esempio, potrebbe imporre una centrale nucleare o un inceneritore contro la volontà dei cittadini di quel territorio) anche in contrasto con i vincoli ambientali e potrà svendere ai privati, a suo piacimento, tutte le aziende partecipate dei comuni e delle regioni che gestiscono gas, energia, rifiuti e beni comuni (es. acqua), oltre ad accentrare la gestione e la destinazione dei porti e degli aeroporti. Perché questa riforma conserva l'attuale classe dirigente (o meglio, la casta) e si riempie la bocca indebitamente con la parola "cambiamento". Il cambiamento, se non è migliorativo, è meglio che non avvenga e, soprattutto, il cambiamento non può avvenire distruggendo una Costituzione -la più bella che ci sia- semmai la Nostra bella Costituzione si dovrebbe applicare e magari ritoccare in alcune imperfezioni create a posteriori da riforme capestro (vedi art. 81 sul pareggio di bilancio), ma anche riduzione del numero dei parlamentari di entrambe le camere o abolizione totale del senato. Perché non muterà la situazione economica del Paese e la disoccupazione, questi mutano con una buona programmazione economica e industriale, con investimenti pubblici e privati per iniziative economiche non in contrasto con l'utilità sociale. Perché io credo che la parola "riforma" sia da intendere come "miglioramento" e non peggioramento dello status quo, ed io il miglioramento non lo vedo. Per tutti questi motivi, IO VOTO NO!

Giuseppe Guarino, illustre giurista di diritto pubblico, splendido ultra-novantenne, ha mostrato che i limiti europei alla spesa pubblica interna violano la Costituzione ed i Trattati Europei (Id., Ciittadini europei e crisi dell’euro, Napoli 2014), e analoga analisi è stata effettuata, contestualmente a Guarino ed in autonomia da questi, dall’economista milanese Mario Noera, che ha mostrato la mancanza di fondamenti economici della politica del “Fiscal Compact”. Lo scrivente ritiene, ben più radicalmente dei due chiari aa, che l’adesione all’Europa e la continuazione dell’adesione violino la Costituzione italiana in tre norme fondamentali: si tratta dell’art. 1, 2° comma, secondo cui la sovranità spetta al popolo che la esercita secondo le forme ed i limiti di cui alla stessa Costituzione, e non di altra Costituzione anche se europea, l’art. 11, secondo cui le limitazioni alla sovranità interna sono ammissibili esclusivamente per finalità di pace e giustizia, e non in modo incondizionato come invece nell’Europa. Ma non solo: si è accettata l’adesione ad una comunità liberista, con riconoscimenti sociali solo di principio, in modo da arrivare “de plano” ad una vera e propria rinunzia alla politica economica pubblica, fondamentale nella nostra Costituzione, art. 41, 3° comma: la rinunzia alla politica economica è stata consacrata dall’apposizione di limiti stringenti alla spesa pubblica, in modo effettivo e secondo le reali esigenze della Germania (la cui economia, basata sull’esportazione, la porta lontana dall’Europa verso altri lidi, come adesso si sono finalmente accorti anche sul “Corriere della Sera” ).

In termini squisitamente giuridici, l’adesione all’Europa ha rappresentato una forma di abdicazione, da parte dell’Italia, alla propria sovranità a favore di una sovranità più ampia. E’ stata una scelta incostituzionale, in quanto non rientrante nei poteri di chi deve attuare la Costituzione, ma tale da rappresentare una nuova Costituzione. Non sarebbe stata sufficiente, sia ben chiaro, nemmeno una mera modifica alla Costituzione in quanto la sovranità nazionale appartiene agli elementi costituivi della Costituzione, che non possono essere oggetto di una semplice modifica, ma richiedono una nuova Costituzione, sulla base di un “referendum” o di una Assemblea costituente. La distinzione tra norme costitutive e norme secondarie della Costituzione –sostenuta strenuamente in modo convincente da un Giudice costituzionale di fresca nomina, Franco Modugno- e la conseguente presenza di limiti alla modifica della Costituzione ex art. 138 Cost. –oltre all’intangibilità della forma repubblicana, solennemente prevista, e che può essere elusa con una doppia modifica, la prima consistente nel divieto e la seconda di introduzione della monarchia, come pensava qualche giurista conservatore- non sono pacifici, e così l’insufficienza di una semplice modifica costituzionale, comunque anch’essa mancante, non sarebbe priva di dubbi. E’ da replicare che la Costituzione è il frutto del popolo sovrano, è la quintessenza della sovranità, in modo che la rinunzia della sovranità configura gli estremi della negazione della democrazia. La scelta di altra sovranità in tanto è ammissibile in quanto sia frutto di scelta costituzionale riconducibile al popolo sovrano. Altrimenti, la democrazia diventa meramente fittizia, con il popolo non più sovrano ma che subisce le scelte fondamentali di altri: qui si tratta di scelta relativa alla parte altissima dell’assetto statale ed all’individuazione di chi assume le scelte di indirizzo politico concreto, tra cui spiccano quelle di politica economica, scelte di politica economica di cui il nostro Stato si è spogliato a favore dell’Europa dominata della Germania e prima ancora a favore delle grandi banche d’affari internazionali che tengono saldamente in mano le aste dei titoli del debito pubblico con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia decisa nel 1981 dal Governatore di Banca d’Italia Ciampi e dal Ministro del Tesoro Andreatta. Né si possono interpretare estensivamente i principi di pace e giustizia di cui all’art. 11, ricollegandosi alla teoria di Kelsen, secondo cui comunità sovranazionali rispondenti al diritto internazionale costituirebbero forme di una nuova sovranità priva di soggettività ed autoritarietà.

E’ da replicare che ciò potrebbe essere ammesso solo se la sovranità popolare fosse salvaguardata. Sfugge a Kelsen che la sovranità nazionale non è un’ipostasi, non è la proiezione del sovrano, al pari della secolarizzazione dell’idea di Dio, come in Schmitt, ma all’esatto contrario è la forma genuina di manifestazione della sovranità popolare, è l’autorità –il monopolio della violenza legittima, secondo la famosa definizione di Max Weber- al servizio del popolo. La sovranità nazionale è strumentale alla sovranità popolare-. In mancanza di detta strumentalità, si arriva all’identificazione tra democrazia ed oligarchia, addirittura recentemente consacrata da Scalfari, e soprattutto ad attribuire la sovranità a un Organo, rendendo vana quella dissociazione tra sovranità e sovrano magistralmente realizzata dalla nostra Costituzione –veramente la più bella del mondo-, che ammette la prima e nega il secondo. Per inciso, la sovranità nazionale deve essere riscoperta a sinistra, e sembrerebbe che qui si trovi una convergenza con la destra, ma l’impressione svanisce proprio in quanto la sinistra considera, “rectius” deve considerare, la sovranità nazionale strumentale rispetto alla sovranità popolare e confuta ogni ipotesi di autoritarietà e di potenza che invece contraddistinguono la stessa destra. Chiuso l’inciso, una comunità sovranazionale in tanto è ammissibile in quanto salvaguardi la sovranità popolare: per salvaguardare quella della comunità più vasta occorre partire dalla salvaguardia delle comunità nazionali che devono essere coordinate e rafforzate e non annullate come invece in Europa. E la sovranità popolare non può sussistere senza programmazione democratica europea, vale a dire senza una politica economica in cui il popolo possa vedere realizzate le proprie esigenze fondamentali piegando le forze del mercato. La Costituzione europea liberista è incostituzionale anche sotto questo fondamentale aspetto. Ora, non si tratta di uscire dall’Euro -il che è un lusso che si possono permettere solo gli Stati forti come l’Inghilterra, ed è da vedere se anche loro restano vittime di contraccolpi-, che rientrerebbe in un protezionismo, anche se auspicato da autorevoli esponenti della sinistra radicale, che non uscirebbe dalle secche di una tradizionale manifestazione della sovranità nazionale, nella manifestazione più autoritaria possibile. E’ necessaria invece la costruzione delle basi per una programmazione economica pubblica europea, partendo da programmazioni nazionali in cui vengano recepite le istanze fondamentali popolari, coordinate grazie alla collaborazione tra Autorità di Vigilanza bancarie e finanziarie, che limitino e blocchino la speculazione, e nel contempo siano incardinate nella politica economica statale.

La verità sul referendum

di Raniero La Valle *

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-verita-sul-referendum/

Cari amici,

poiché ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi, vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo? Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo, davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni. E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato. E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra, in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si allestiscono stragi in nome di Dio. E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori. Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania. E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.

E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone. E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona. Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi stessi interessi vitali. Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così. La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere

E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova. Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kairos non è stato afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci. Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima con la Carta di San Francisco. Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America. Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla decadenza in cui è stata precipitata. Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo.

Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente. L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che configgono tra loro. Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità del referendum non viene fuori. Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum

La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo. Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo. Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente, aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non gradite del potere. Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti, Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali, tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO, gli investimenti se ne vanno. Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una, poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà - quale che sia la percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio - la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340 deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo segretario.

Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act, il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere. Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio. Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla riforma.

Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione, non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI. Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo totale dell’informazione. Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con la legge finanziaria. C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo. Lo spartiacque non è stato l’11 settembre

A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose. Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni. Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima. Nel 1991 con dieci anni di anticipo sulla sua fine fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo soprannominò “Il secolo breve” [1] e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista famoso lo definì come la “fine della storia” [2]. Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo un teatro di conquista. La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra. Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta? C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società dilaniata dalle lotte primordiali. Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà. Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre. Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari. Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991. La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale. E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in segreto.

Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa. Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello. Il modello di difesa che era scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria, intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di principio sulla disciplina militare dell’ 11 luglio 1978, definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi nucleari. Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve. Ma l’Occidente fa un'altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace. Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate, spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-Ovest si sostituisce quella Nord-Sud. Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo parte.

E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più “da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente (fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono opposto. I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO, quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di “Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a bassa probabilità di occorrenza”. A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi, camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e ben presto la leva sarà abolita. E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.

Il perché della nuova Costituzione E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire, perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato. Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci. E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa, di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto. [1] Eric Hobsbawm, Il Secolo breve (1914-1991: l'era dei grandi cataclismi), Rizzoli, Milano, 1995. [2] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992.

* Discorso tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici del NO e il 17/09/2016 a Siracusa in un dibattito con il prof. Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì.

(26 settembre 2016)

I poteri forti interni, dalla Confindustria al Gruppo Fiat ed a Bazoli si sono da tempo schierati a favore del sì nel “referendum”: anche la finanza internazionale è schierata, ed ancora da prima, e non a caso qualche anno fa JP Morgan lamentò la crisi dei Paesi mediterranei dovuta alla loro ingovernabilità per l’eccesso di pluralismo delle Costituzioni conformi a visioni socialiste originate dall’antifascismo; JP Morgan da tempo la sta facendo da padrona in Italia insieme alle altre grandi banche d’affari internazionali come dimostrato dai derivati rovinosi imposti allo Stato e dall’impossibilità di esaminare i relativi contratti al fin di denunziarne l’abusività; ed ora sta guidando l’operazione di salvataggio di Monte dei Paschi, operazione di sistema che richiede un intervento forte proprio quale quello di JP Morgan. In definitiva, questa assume il comando di Monte dei Paschi, terza banca italiana, dove ha ottenuto –dai compiacenti Renzi e Padoan- subito la sostituzione dell’Amministratore Delegato Viola, non gradito per eccesso di rigore. Ciò non bastava? Ora è proprio l’America come Stato che ha fatto l’intervento deciso a favore del “referendum” a mezzo del proprio Ambasciatore. L’economia interna, l’economia esterna in un ambito di mutuo scambio con l’Italia, non alla pari ma di sostegno per le nostre difficoltà in cambio del potere effettivo, ed ora gli alleati esterni con discesa in campo del più forte, e con appoggio meno esplicito dell’Europa intera, fanno campagna elettorale a favore del Sì. Non vi è da scandalizzarsi, si tratta, in astratto almeno, di una logica corretta di interesse ineliminabile in una democrazia pluralista. Certo, parlare di una logica di cooperazione internazionale che sarebbe anacronistico contrastare in una desueta logica di protezionismo, come fa l’ineffabile Angelo Panebianco su “Il Corriere della Sera”, si rivela dall’umorismo involontario irresistibile, in quanto il chiaro a. fa finta di dimenticarsi che si tratta di interferenza dei forti su un Paese debole, in un’ottica che sa di supremazia e di egemonia (e, per non scomodare Marx e Lenin, non si usa il termine ben più appropriato di “imperialismo”). Ma non è questo il punto principale, in quanto nessuno può negare in un’alleanza economica e politica al “partner” forte la legittimazione ad esprimere la sua sull’alleato debole. Il punto vero è che si tratta della scelta dell’assetto costituzionale, scelta fondamentale di democrazia interna, tale da incarnare l’essenza della sovranità popolare, e che tale scelta viene condizionata fortemente dai poteri forti ed addirittura dall’esterno. Ma non solo, l’appoggio fornito da un alleato forte, in un momento di crisi economica profonda dell’alleato debole che è costretto a chiedere aiuti e deroghe, nient’altro vuol dire nel concreto che condizionare gli aiuti economici ad un determinata configurazione costituzionale. E’ vera ingerenza. Ma non solo ancora: è una scelta di accentramento di poteri –Renzi nega, ma per favore si rivolga non a noi sostenitori del no ma a JP Morgan che di accentramento di poteri ha espressamente parlato e all’intera America che questo vuole- che comporta limitazione alla democrazia in cambio dei benefici di appartenenza al mondo occidentale. E’ una svolta autoritaria appoggiata dall’esterno: vi è così un doppio autoritarismo, da un lato consistente nella concentrazione di poteri all’interno e dall’altro di dipendenza del potere interno –non a caso accentrato, in quanto un pluralismo effettivo può essere sì controllato ma con grande fatica- dal potere esterno: la supremazia esterna si consolida perché richiede l’eliminazione di ogni ostacolo. Non si esagera se si evoca un vero e proprio colpo di Stato non violento, con l’instaurazione non di una dittatura ma di un regime autoritario. La concentrazione di potere elimina un effettivo pluralismo e rende istituzionale e non più di fatto il dominio esterno. Il risultato indefettibile è che si lede la sovranità popolare imponendo al popolo un assetto dello Stato scelto da altri, condizionando la scelta a ragioni non funzionali, vale a dire non legate all’effettivo funzionamento delle istituzioni, ma dipendenti da un’opzione politica. Non è più il popolo che pone in atto un’opzione politica alla luce di ragioni funzionali, ma è lo stesso che subisce le ragioni funzionali derivanti da un’opzione politica cui non si può sottrarre in quanto derivante da una situazione di egemonia esterna. Se l’opzione politica non lascia poi varianti e possibilità di assumere decisioni su punti fondamentali, quale l’assetto costituzionale, la sovranità popolare svanisce a favore di un’egemonia esterna. Né si può ribattere che la sovranità popolare è salvaguardata dall’adesione all’opzione politica, in quanto l’opzione politica non può assorbire le istituzioni: è questa l’essenza della democrazia costituzionale che inibisce al potere di stravolgere istituzioni e regole. E’ la violazione espressa ed eclatante dell’art. 1, 2° comma, della Costituzione, ai sensi del quale “La sovranità appartiene al popolo che al esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ora le scelte sono imposte al popolo. Il popolo può disattendere i consigli dell’America: certamente, ma trattandosi di indicazioni di chi esercita, l’egemonia si tratterebbe di scelta tale da creare uno sconquasso. Ma si ripete che se l’egemonia non rispetta le regole bensì le assorbe si passa ad una dittatura, in questo caso, morbida, e così è bene parlare di autoritarismo. Non bisogna scherzare con le parole, e l’assimilazione di Renzi a Pinochet fatta da Di Maio, a prescindere dall’errore di qualificare il dittatore come venezuelano invece che come cileno, è inammissibile, in quanto l’autoritarismo non mette a repentaglio la vita e la sicurezza degli oppositori, come modestamente chi scrive, a differenza della dittatura e quella di Pinochet fu una delle più sanguinarie.

Per concludere, la Corte Costituzione ha rinviato la propria decisione sulla costituzionalità dell’”Italicum” a dopo il “referendum”, all’evidente fine di evitare contraccolpi sul “referendum” stesso. E’ una decisione incredibile: essa ha il merito di certificare il collegamento tra “Italicum” e modifica della Costituzione, nonostante flebili dinieghi da parte di Renzi, dinieghi smentiti da mille atteggiamenti e da prese di posizione di renziani autorevoli come Abravanel. Proprio per il collegamento, una decisione sulla costituzionalità dell’”Italicum” che è il mezzo per scegliere chi beneficerà dell’accentramento di poteri, fornisce un’utile indicazione al popolo sulle ragioni tecniche e funzionali anche della modifica costituzionale. Molti costituzionalisti e giuristi, anche schierati a favore del “no”, hanno apprezzato la decisione della Corte. La Corte tradizionalmente è attentata agli equilibri politici ed a non turbarli, ma sempre nel rispetto della Costituzione e della sovranità popolare: qui mantenere il popolo all’oscuro di un punto fondamentale si rivela arbitrario e si inserisce nella tendenza qui denunziata. Se il custode della Costituzione abbandona, o comunque mantiene atteggiamenti deboli, è certificato che l’attacco al costituzionalismo ed alla sovranità popolare è micidiale. Chi come Pisapia o come Serra invitano a non porre la questione del “referendum” in termini radicali, scendano dalla nuvoletta in cui si sono comodamente adagiati. (a ritmo alternato, in quanto Pisapia ben si è guardato dall’invitare Renzi a non personalizzare lo scontro)-: qui non è in gioco Renzi -la cui sorte sarà decisa alle elezioni politiche-, ma è in gioco la Costituzione, anzi il Costituzionalismo, e con esso la sovranità popolare. Chi si defila, diserta e tradisce i valori fondamentali dell’Occidente e della democrazia costituzionale, su cui si fonda la stessa liberal-democrazia.

Unanimi sono stati i consensi a favore di Ciampi, al momento della morte, in un’ottica di vera e propria beatificazione: unica voce contraria è stata della Lega Nord che con Salvini ha additato Ciampi quale traditore per l’euro. Ciampi è stato Governatore di Banca d’Italia, Presidente del Consiglio, Ministro del Tesoro e Presidente della Repubblica. E’ stato, il suo, un percorso eccezionale, caratterizzato non solo da grande autorevolezza ed immenso prestigio, ma anche da grande efficacia e grande correttezza. Come Governatore di Banca d’Italia succeduto a Baffi vittima di un’indagine giudiziaria rivelatasi infondata e non priva di aspetti inquietanti ha gestito in modo impeccabile la crisi dell’Ambrosiano salvaguardando i depositanti senza gravare sull’erario pubblico ed ha promosso il rafforzamento del sistema bancario, tenendolo indenne da scandali ed insolvenze e da avventurieri e favorendo la sua evoluzione con le privatizzazioni, l’operatività in titoli e la competitività, il tutto coniugando stabilità e efficienza. In politica è stato uno degli attori dell’adesione all’Euro, anche con dure ed efficaci misure di politica economica. Come Presidente della Repubblica è stato impeccabile come arbitro di fronte alle iniziative più discutibili di Berlusconi, ed ha riscoperto l’opposizione al fascismo da parte di settori rilevanti dell’esercito (anche se l’episodio di Cefalonia da lui utilizzato come emblema viene ora ridimensionato dagli storici): si è opposto con successo a gruppi economici discutibili, alla criminalità organizzata ed a gruppi di pressione inquietanti, anche come poteri occulti e come settori deviati dello Stato. Una grandissima immensa figura, come Pertini, ma con maggiore concretezza ed efficacia: a differenza di Napolitano non ha mai piegato le istituzioni a convenienze di sistema.

Rimangono due punti centrali critici. Da un lato è stato protagonista, come Governatore di Banca d’Italia insieme ad Andreatta, quale Ministro del Tesoro, del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, facendo venir meno l’obbligo di Banca d’Italia di sottoscrivere le aste dei titoli del debito pubblico, al fine sia di costringere lo Stato ad avviare la strada del risanamento non avendo più la certezza della copertura sia di salvaguardare l’autonomia di Banca d’Italia e l’indipendenza del sistema bancario. Da allora, 1981, il debito pubblico, pari al 60% del Pil, è saltato al 140% proprio del Pil. Il debito pubblico è saltato alle stelle, vedendo peraltro diminuire la componente sociale a favore di quella degli interessi dei titoli pubblici, con il debito pubblico governato dalle grandi banche d’affari che assicurano la sottoscrizione dei titoli pubblici e impongono derivati rovinosi. In nome del rigore dei conti, si è in realtà perseguito il ridimensionamento dello Stato sociale che non ha portato effettivi benefici ai conti pubblici, spogliando nel contempo lo Stato della gestione dei conti pubblici, affidata alle grandi banche d’affari. Ciò si è realizzato gradualmente nel tempo ma la scelta del divorzio fu deflagrante e devastante in quanto privò il debito pubblico di ogni tutela esponendolo alle intemperie dei mercati, non retti dalla concorrenza ma dominati dalla grande finanza speculativa, i cui interessi sono proprio incompatibili con quelli dello Stato. La stessa indipendenza di Banca d’Italia e del settore bancario si è rivelata apparente, finendo entrambi succubi della finanza internazionale che alla fine ha debilitato il settore bancario ed ha privato Banca d’Italia della possibilità di proteggerlo effettivamente, come dimostrato dalla vicenda di Monte Paschi e delle 4 banche. Dall’altro Ciampi è stato protagonista dell’incondizionata adesione all’Europa ed all’Euro, il che, se è stato salutare per porre un limite al baratro dei conti pubblici e ci ha fornito una credibilità ed una salvaguardia internazionali, nel contempo ha comportato l’abdicazione alla sovranità nazionale a favore non di una comunità sovra-nazionale, in effetti fittizia, ma di una oppressiva egemonia tedesca –la cui economia basata sull’esportazione la porta lontano dall’Europa verso altri lidi, come adesso si sono finalmente accorti anche sul “Corriere della Sera”-. Non si è verificato se fossero rispettati gli artt. 1, 2° comma ed art. 11 Cost., secondo i quali rispettivamente la sovranità spetta al popolo che la esercita secondo le forme ed i limiti di cui alla stessa Costituzione, e le limitazioni alla sovranità sono ammissibili esclusivamente per finalità di pace e giustizia. Ma non solo: si è accettata l’adesione ad una comunità liberista, con riconoscimenti sociali solo di principio, in modo da arrivare “de plano” ad una vera e propria rinunzia alla politica economica pubblica fondamentale nella nostra Costituzione, art. 41, 3° comma: la rinunzia alla politica economica è stata consacrata dall’apposizione di limiti stringenti alla spesa pubblica, in modo acritico e secondo le effettive esigenze della Germania. Giuseppe Guarino, illustre giurista, ha mostrato che i limiti alla spesa pubblica violano la Costituzione ed i Trattati europei, e analoga analisi è stata effettuata, contestualmente a Guarino ed in autonomia da questi, dall’economista milanese Mario Noera, che ha mostrato la mancanza di fondamenti economici della politica del “Fiscal Compact”- Ma lo scrivente ritiene, più radicalmente dei due chiari aa., che le violazioni erano intrinseche ad un sistema normativo che ha violato la Costituzione interna senza garanzie di una effettiva salvaguardia nella nuova comunità.

Ciampi ha sempre esaltato la nascita dell’l’Europa quale nuova era, in grado di superare i nazionalismi che avevano determinato ben due guerre mondiali caratterizzando in termini negativi il Novecento: ha così trascurato che senza una politica sociale effettiva e senza omogeneità sociale l’Unione europea è fittizia. Senza una politica economica pubblica le grandi imprese impongono una visione di speculazione e di scambi ineguali che scatenano il nazionalismo e portano diritto all’imperialismo. Ciampi ha trascurato che l’Europa non aveva senso senza una profonda iniezione di elementi di socialismo: in tal senso era il Programma di Ventotene di Altiero Spinelli, che trova il suo antecedente storico negli Stati uniti socialisti d’Europa di cui all’elaborazione del 1906-1910 di Otto Bauer, padre dell’austro-marxismo. In definitiva, Ciampi è stato un vero Padre della Patria, dal rigore economico ed istituzionale enorme, in grado di impedire il baratro e ha posto limiti precisi alle degenerazioni, ma il suo limite è stato nella direzione politica che, sia direttamente sia indirettamente ma univocamente visto il suo ruolo indiscusso, ha impresso al Paese, direzione politica consistente nell’alleanza tra sinistra ed imprenditoria consolidata, collocando tale alleanza in un’ottica di conciliazione e non di conflitto sociale senza accorgersi che era l’imprenditoria che guidava la sinistra ed ha disarmato questa rendendola docile e sottomessa, in modo che senza ostacoli si è comportata in modo abusivo ed arbitrario. Di qui il cedimento della sinistra di fronte a Berlusconi, o meglio un’opposizione senza contenuti, diversi da quelli di lealtà istituzionale, se non quelli di fatto centristi: caduto Berlusconi, si è dissolta la sinistra trovando il suo faro in Renzi, un vero clone di Berlusconi, senza compromissioni personali e veramente più centrista, senza cedimenti a destra. Ciampi da Governatore di Banca d’Italia ha puntato al rafforzamento dei gruppi bancari, anche basandosi sulla circostanza che gli illeciti erano compiuti dai finanziari di assalto e non da quelli consolidati, mentre invece proprio i grandi gruppi sono stati protagonisti nel tempo di illeciti gravissimi e ripetuti, privi di limiti e contrappesi. Ciampi ha formato economisti e banchieri di sinistra, che hanno consolidato tale tendenza. L’allievo prediletto di Ciampi, Padoa Schioppa, da Ministro dell’Economia ha predisposto una normativa tale da legittimare senza limiti i “credit default swap”, derivati di credito in grado di mettere in ginocchio debitori non graditi, e quando è scoppiata la crisi da speculazione finanziaria ha invitato a non usare il termine “capitale finanziario” in quanto troppo marxista (ed infatti dovuto nel 1910 a Rudolf Hilferding, economista marxista socialdemocratico di sinistra poi, anche Ministro delle Finanze a Weimar, caratterizzatosi in senso antibolscevico, ma sempre marxista e rivoluzionario). Ciampi è stato il protagonista di una svolta riformista non antagonista e non conflittuale che ha consentito, al di là delle intenzioni si intende -intenzioni in perfetta buona fede e basate sulla convinzione che senza il comunismo il capitalismo potesse sviluppare il proprio miglior volto-, il predominio del peggiore capitalismo, senza limiti e controlli. Ma la responsabilità è sua solo in parte: la sinistra, abbandonata la prospettiva rivoluzionaria a breve, non si è posta nemmeno il problema di un riformismo conflittuale e antagonista, capace di imporre correzioni e limiti effettivi ed indirizzi rigorosi al capitale. Le contraddizioni interne ed ineliminabili del capitale, che sono sfociate in una crisi endogena e non esogena, erano tutte scritte ne “Il Capitale”, ma la sinistra italiana istituzionale si è frettolosamente sbarazzata di Marx andando a trovare referenti ideologici discutibili ed errati –addirittura, finita irresponsabilmente in campo liberale, è andata oltre Croce e la distinzione tra liberalismo e liberismo, presso Einaudi e la scuola dell’ordo-liberalismo tedesco, vale a dire l’economia sociale di mercato-: la responsabilità vera è di questa e non di Ciampi che marxista non è mai stato. Ma se è profondamente sbagliato porre la responsabilità di Ciampi in maniera personale, evocando addirittura il tradimento come fa la Lega Nord, non è meno sbagliato tacciarlo di subalternità al capitale, evidenziando le fallimentari privatizzazioni di cui è stato protagonista: si è trattato infatti di una mera ed indefettibile conseguenza dell’impostazione generale già vista, con la sinistra incapace di proporre un diverso assetto del settore pubblico dell’economia alternativo a quello clientelare che aveva preso il sopravvento, trascurando il ruolo propulsivo delle partecipazioni statali e la circostanza che le banche pubbliche italiane erano un modello di efficienza in Europa, con lo sfacelo verificatosi non a caso dopo le privatizzazioni.

Adesso occorre fare un salto in avanti: anche il riformismo conflittuale ed antagonistico su cui insiste da un decennio lo scrivente si è dissolto, stritolato come è tra spirito meramente identitario, e quindi estremista ed utopista, da un lato, ed opportunismo con corsa al centro e adesione acritica al liberismo dall’altro. Ora si apre una nuova fase: il sistema è in disfacimento e l’unica opposizione è antipolitica e a-classista, è il populismo. Ci si può incuneare tra i due? O meglio, si può utilizzare il populismo per una sfida correttiva radicale al sistema? E’ questa la sfida che ci coinvolge ora, e su cui lo scrivente sta dialogando con Giorgio Galli. Ciampi appartiene al passato, in cui ha svolto il ruolo di un grandissima figura, che ha vinto ma solo apparentemente, in realtà ha vinto come Pirro. La realtà vera è che è uno sconfitto di grandissimo rango, a cui va reso sincero ed incondizionato onore, non disgiunto da una serrata ed implacabile critica non personale ma di indirizzo.

Molti elementi depongono nel senso della vittoria dei 5Stelle alle prossime elezioni, che si terranno nel 2018 (e comunque non oltre): due in particolare sembrano decisivi. Da un lato, la gravissima crisi economica e sociale con un grande centro immobile privilegia l’unica forma di populismo puro senza sbandamenti a destra e sinistra, per merito di Casaleggio, che fece sì che il Movimento resistesse alle lusinghe del Pd di un’alleanza di Governo nel 2013. Dall’altro il Pd di Renzi sta mostrando un volto di arroganza e di autoritarismo che possono essergli fatali. E’ pertanto ovvio che i 5Stelle siano diventati oggetto di una campagna politica, istituzionale, mediatica e di stampa spaventosa. Hanno cominciato Napolitano, Violante, e compagnia cantante, a chiedere, mentre Renzi si defila fingendosi indifferente, la modifica dell’”Italicum”, non nel senso di eliminare i numerosi aspetti di incostituzionalità, ma in quello di eliminare l’unica parte accettabile, il doppio turno, peraltro non incondizionato ma solo se la prima lista non raggiunge al 1° turno il 40% -e tale condizione è incostituzionale-. La motivazione dell’incredibile richiesta -cui si è accodata anche la sinistra Pd, ormai ridotta alla parodia di sé stessa, tale da richiedere a Renzi una modifica a questi gradita, e pretende di fare così opposizione- consiste nella pretesa che sarebbero cambiate le condizioni: francamente, non si comprende quali condizioni siano cambiate se non la circostanza che si è scoperto –e la tardività della scoperta è dovuta all’insipienza degli apprendisti stregoni che pretendono di fare i costituzionalisti, Boschi, D’Alimonte (a dir la verità quella di D’Alimonte è non insipienza ma alterigia) e compagnia cantante, che hanno realizzato modifiche elettorali e costituzionali contro-producenti- che il meccanismo elettorale favorisce i 5Stelle, i quali potranno vincere con grande probabilità alle prossime elezioni nazionali. E’ una modifica elettorale che si richiede per impedire ad uno dei tre attori politici di vincere: in pratica il meccanismo elettorale va bene solo se vince uno dei due schieramenti di centro, preferibilmente il centro-sinistra, con tolleranza verso il centro-destra, ma non se vincono i 5Stelle.

E’ vero che l’opportunismo nella redazione di leggi elettorali è insito nel disegno perseguito dalla Costituzione, che con saggezza e lungimiranza ha rimesso il meccanismo elettorale alla legge ordinaria per impedire situazioni ingessate e rigidità consentendo l’adattamento alle situazioni cambiate pur nel rispetto di principi fondamentali e di ragionevolezza nella rappresentazione del voto popolare, con la conseguenza che la maggioranza del momento può far passare proprie esigenze di parte, ma un meccanismo diretto proprio contro uno dei tre contendenti è non solo abusivo ma un vero e proprio colpo di stato, con cui si priva il popolo sovrano di una possibilità di scelta. Violante replica affermando che pure i 5Stelle sono mossi da opportunismo in quanto prima hanno votato contro l’”Italicum”, ed ora si oppongono alle modifiche in quanto anche loro hanno scoperto che è una legge che li favorisce. Violante si crogiola nell’umorismo involontario irresistibile: i 5Stelle sono tuttora contro la legge, ma non si vede perché debbano accettare una modifica ulteriormente peggiorativa. In ogni caso, l’atteggiamento diretto solo contro un attore politico è solo della maggioranza. Nel merito, l’unico meccanismo maggioritario razionale è a doppio turno in quanto fornisce alla maggioranza dei votanti la scelta del vincitore: ciò mediante un meccanismo di doppio grado e quindi si tratta di scelta relativa, ma la relatività della scelta è propria di tutte le realtà democratiche e pluraliste, mentre l’assoluto è proprio del totalitarismo. Ciò in via radicale ed anzi estrema in un sistema politico con tre poli. In tale ottica, anche se il secondo schieramento al primo turno è molto staccato dal primo schieramento che è quindi maggioranza relativa ma non ancora maggioranza assoluta, solo il secondo turno può attribuire con razionalità la maggioranza assoluta (anche D’Alimonte ha recentemente espresso su “Il Sole 24 Ore” una posizione analoga, basandola peraltro sull’empiria, cui dovrebbe essere riconosciuto valore maggiore rispetto ai concetti ed ai principi, ma è da ribattere che l’empiria si dimostra non decisiva di fronte alla preferenza per la maggioranza relativa, che va combattuta solo con il ricorso ai principi).

Ma l’attacco ai 5Stelle non è solo sul meccanismo elettorale, importantissimo, ma non decisivo. Se si fa un “blitz” sull’”Italicum”, è facile la reazione popolare che voterebbe al primo turno i 5Stelle. Quindi, occorre attaccare i 5Stelle sul loro punto debole, l’essere di protesta e non di proposta. I 5Stelle hanno capito ciò, vale a dire hanno capito che finora hanno fallito quando hanno governato a livello locale, dalla Sicilia a Livorno e Parma in quanto non preparati ed hanno altresì capito che il banco di prova di Torino e Roma non può essere fallito. Se in due delle quattro più importanti città italiane i cittadini li hanno scelti, essi devono dimostrare non solo di essere onesti ma anche di essere capaci di governare. Mentre a Torino, dove Fassino non ha dato cattiva prova amministrativa, per l’Appendino circondarsi di una squadra valida ed efficace e dimostrare idoneità al Governo non è improbo, ben diverso è il discorso a Roma, dove i 5Stelle con la Raggi sono stati chiamati ad una vera e propria “mission impossible”. I 5Stelle, di ciò consapevoli, hanno fatto assistere la Raggi da due personaggi eccellenti, Marcello Minenna, al Bilancio ed alle Partecipate, Carla Raineri quale Capo Gabinetto. Il primo è Dirigente Consob contraddistintosi per capacità e rigore e per essere stato messo ai margini per aver perseguito con rigore, apparso eccessivo a molti ma in realtà solo massimo e senza cedimenti, la tutela del risparmio, proprio sui titoli pericolosi quali le obbligazioni subordinate (ed altri). Chi meglio di lui per risanare le casse dissestate di Roma? La Raineri è uno dei migliori Giudici di Milano, prima al Tribunale e poi in Appello, anch’essa di estremo rigore. Chi meglio di lei quale “alter ego” del Sindaco? Sono due personaggi di eccellente competenza ed al si sopra di ogni critica comportamentale. Non è un caso che -oltre ad attaccare la Raggi su presunte sue lentezze (il problema dei rifiuti, ed altri), e si tratta di critiche risibili, in quanto nessuno è in grado di realizzare un impianto idrico di eccellenza in tempi brevi se trova l’acqua dei pozzi avvelenata-, si sia aperto un fuoco concentrico su Minenna e Raineri. Sul primo, che non voleva chiedere l’aspettativa alla Consob, si è profilata una presunta incompatibilità tra le due cariche, che è di tutta fantasia, in quanto è normale che un dipendente pubblico quando riceva incarico politico locale possa mantenere entrambi, eventualmente con limitazione del compenso al mantenimento del maggiore dei due, e poi in una sorta di crescendo rossiniano, si è evidenziato che la Consob controlla alcune delle partecipate romane, quotate in Borsa e quindi vi sarebbe conflitto di interessi. Tale ultima contestazione non solo è surreale ma è anche da “cabaret”: il conflitto di interessi viene visto tra funzioni pubbliche di alto livello, mentre si è molto elastici nei conflitti di interesse tra funzione pubblica e funzione privata (da ultimo, l’Assessore al Bilancio di Milano è socio di affari del sindaco, e non è scoppiato alcun pandemonio): è vero che vi può essere conflitto tra funzioni pubbliche ed a monte tra interessi pubblici (l’aspetto fu messo a fuoco tanti anni da Massimo S. Giannini), ma tale conflitto non è necessario. Che un controllore della finanza pubblica e privata assuma la responsabilità di una particolare forma di finanza pubblica non è affatto indice di conflitto almeno in astratto salvo verifiche nel concreto, assicurando anzi quel rigore che spesso manca: in ogni caso, bastava che alla Consob si statuisse che Minenna non potesse occuparsi delle emissioni obbligazionarie delle partecipate del Comune di Roma e di tutto ciò che riguardasse tali partecipate ed il Comune stesso. Ed invece no, si è costretto Minenna a chiedere l’aspettativa alla Consob. Non contenti di ciò, ci si è scatenati sulla Raineri, lamentando l’eccesso di compenso attribuitole dal Comune, un po’ meno di 200 mila euro, eccesso di compenso s cui la stessa non ha ceduto visto che era lo stipendio di cui beneficiava come magistrato ed avendo chiesto l’aspettativa. La polemica questa volta non è surreale, ma è frutto di mala fede. Va bene che uno deve fare politica senza interesse, ma pretendere che si riducano i compensi è tale da sfavorire l’accesso alla politica dalle persone eccellenti, con un eccesso di compenso in questo caso limitato visto che la persona veniva sempre dallo Stato. La destra ed il Pd si sono scatenati: Mucchetti, della sinistra Pd, che lo scrivente stima molto ma che ogni tanto assume posizioni discutibili (tipo qualche anno fa la difesa strenua dell’ex Governatore di Banca d’Italia Fazio) si è contraddistinto stato in prima fila. La Raggi ha allora chiesto il parere a Cantone dell’Anti-Corruzione e questi ha fornito parere sfavorevole al compenso della Raineri. La Raggi ha quindi, in esecuzione del parere, pur non vincolante per stessa dichiarazione di chi lo emesso, revocato l’incarico della Raineri che comunque, appena appreso del parere, si era autonomamente dimessa in via non confessoria ma di totale polemica. Da autorevoli commentatori si è evidenziato che l’Anti-Corruzione non è competente in materia di rilascio di pareri in merito e che occorreva rivolgersi al Consiglio di Stato. Senza polemica su Cantone, persona encomiabile ma che a volte si fa condizionare da profili di opportunità, anche legati ad esigenze di sistema, il problema è di merito: il parere è intrinsecamente erroneo per le ragioni sopra viste, che rendono doveroso ed opportuno il comportamento della Raineri che non vuole trarre profitto dall’importante incarico ma non ci vuole nemmeno rimettere. Minenna, in chiave ancora più polemica della Raineri, si è dimesso, ed è stato seguito da persone ai vertici delle partecipate, uno dei quali, commercialista di grande valore a Milano, da lui scelto. La Raggi ha fatto una vera e propria sciocchezza (termine eufemistico) a conformarsi al parere. In primo luogo, ha accettato la linea degli oppositori esterni, che vogliono far cadere la Giunta proprio sul piano della capacità di Governo e mostrare l’inadeguatezza dei 5Stelli al Governo. In secondo luogo hanno pesato i contrasti tra il duo Minenna-Raineri (i due avevano proficuamente lavorato insieme con il prefetto Tronca proprio a Roma) ed il cerchio magico della Raggi, cerchio magico composto di persone compromesse con le precedenti Giunte, in particolare con quella Alemanno. In terzo luogo, il carattere rigoroso di entrambi i componenti del due, per nulla propensi al compromesso ed anche fermi sulle loro posizioni tecniche, li rendeva ingombranti per la Raggi, timorosa di farsi schiacciare. Il secondo ed il terzo argomento meritano una breve analisi congiunta. In via generale, la Raggi non va giudicata con eccesso di rigore e non le si possono impedire mediazioni con gruppi di potere e non le va negato il diritto-dovere di esercitare il proprio ruolo sovrano pur in presenza di due collaboratori di assoluta eccellenza (entrambi hanno il titolo per assumere posizioni di Governo di primo livello nell’auspicato prossimo Governo 5Stelle a guida Di Maio, Minenna al Ministero dell’Economia e Raineri al Ministero di Grazia e Giustizia, di Minenna in tal senso si è già parlato, di Raineri no, ma anche per essa vi sono i presupposti), senza farsi schiacciare da essi, ma ciò non può avvenire se non abbracciando in pieno la loro linea tecnica, salvo motivati dissensi, in questo caso assenti. Il contributo del Sindaco deve essere politico di direzione e non di commistione con l’aspetto tecnico. In definitiva, la Raggi ha preso una scivolata che compromette la propria Giunta e compromette il futuro politico del Movimento. Non si può essere “buonisti” sul punto: ha ragione Travaglio quando lamenta che con la Raggi si è molto più spietati che con il centro-sinistra ed il centro-destra, ma non si può trascurare che questa diversa severità, quando non strumentale, è doverosa in quanto i 5Stelle si vogliono caratterizzare proprio sul punto. E’ comprensibile l’atteggiamento di Di Maio, ed anche di Di Battista, che pur non volendo sconfessare la Raggi l’hanno invitata a non fare più errori ed a cambiare passo, ma non è condivisibile, in quanto la situazione è così grave che non è sufficiente un medicamento, risultando necessario un intervento chirurgico radicale. Non è sufficiente che i sostituti siano all’altezza, come assicura la Raggi, e che si cambi la gestione, limitando lo strapotere del cerchio magico. Occorrono tre misure radicali: a) tutti gli esponenti del cerchio magico devono essere messi alla porta; b) la Raggi deve essere sottoposto al controllo capillare e costante di un esponente di primo piano del Movimento; 3) Minenna e Raineri devono essere riabilitati espressamente dal Movimento, con scuse ufficiali. La Raineri così viene commissariata, ma ciò è inevitabile, avendo essa fatto un errore madornale e, quello che è ancora più grave, di natura sistemica: sta a lei ammetterlo e cambiare radicalmente atteggiamento. Minenna e Raineri devono mantenere il rapporto con il Movimento, che non può fare a meno di loro a livello nazionale, e in via ulteriore occorre rassicurare i super-tecnici vicini al Movimento (a scanso di equivoci, non è il caso dello scrivente, che guarda con profondo interesse al Movimento quale unica opposizione ad un sistema in decomposizione, ma ne è molto lontano, essendo marxista, di sinistra e difensore ad oltranza della democrazia rappresentativa, da aprire al popolo ma senza inficiarla) che la scivolata della Raggi non è indice di un “trend”. Sia ben chiaro, è normale che un Movimento politico quando vince attiri gli opportunisti (categoria questa non minoritaria nel nostro Paese): e non si può essere talebani, in quanto anche gli opportunisti possono servire a cause sacrosante. Condizione necessaria è però che gli stessi siano destinatari di ruoli di secondo piano e che siano posti in condizione di non fare danni: i ruoli primari devono esser riservati, in affiancamento ai vertici politici, ai Minenna ed alle Raineri. Entrambi vengono criticati per eccesso di protagonismo: la Raineri è stata oggetto, anche sul “Fatto Quotidiano”, di critiche per eccesso di puntiglio espositivo nel difendere la propria posizione; a nessuno è andato giù che Minenna non abbia ceduto sui poteri da attribuirli, che egli pretendeva pieni. E’ evidentemente strano che in un Paese dominato da una cultura liberista non si accetti la logica meritocratica quando ad assumerla non sono esponenti del sistema o vicini ad essi (senza peraltro che si tratti di radicali od estremisti, né Minenna né Raineri vengono dalla sinistra marxista e radicale)

1)Propongono di tassare tutti e tagliare il welfare per contrarre le imposte sui ceti possidenti e rimborsare debito pubblico, quando gli unici sacrifici non recessivi sono proprio quelli gravati sui ceti possidenti e la recessione così provocata ha aggravato in un solo anno dal 120% al 130% quel rapporto debito/PIL che dicono di volere così alleviare?

2)Idem, per fare calare uno spread “pompato” dalla speculazione e che si elimina semplicemente collocando i btp allo stesso 0,75% praticato dalla BCE o presso la BdI, o, meglio, presso una banca pubblica (come consente il trattato di Lisbona e come fanno i tedeschi), o, ancora, “alla giapponese”, ossia forzosamente presso le banche commerciali che intendono operare in territorio italiano, quale “prezzo” della licenza?

3)Propongono sacrifici inenarrabili per restituire parte del debito pubblico, quando nessun paese nel mondo, dal ’45 ad oggi, ha mai rimborsato nemmeno in parte il suo debito pubblico?

4)Propongono di comprimere retribuzioni e welfare per battere la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate in aree del terzo mondo dove producono sottocosto supersfruttando la natura e l’uomo, anziché bloccarle con adeguati dazi compensativi da welfare ed ecologia?

5)Idem, per sostenere un euro che così renderebbe meno care le nostre importazioni necessarie, quando nel contempo rende meno care anche quelle non necessarie e rincara tutte le nostre esportazioni?

6)Propongono di incentivare l’assunzione di donne, giovani o al sud, quando, in un contesto recessivo, le imprese ovviamente reagiscono licenziando uomini, non giovani e al nord e rivolgendosi agli impieghi speculativi della ricchezza?

7)Propongono di maggiorare il tempo effettivo di lavoro a parità di retribuzione, di precarizzare ulteriormente e di licenziare pubblici impiegati per … promuovere l’occupazione?

8)Sostengono di detassare i ceti possidenti e tagliare il welfare per attrarre capitali dall’esterno che, in un contesto recessivo, disdegnano gli investimenti produttivi rivolgendosi alla sola speculazione e laddove, dati alla mano, già solo i risparmi che residuano in sede distributiva sono ogni anno 4 volte gli investimenti produttivi (20% contro 5% circa del PIL) e le banche creano elettronicamente dal nulla capitali decine di volte maggiori degli assets bancari grazie al sistema della “riserva frazionaria”?

9)Sostengono che uscendo dall’euro la nostra nuova lira nascerebbe svalutata del 30% e che, di conseguenza, scoppierebbe un’inflazione del 30% che rincarerebbe del 30% il made in Italy, quando materie prime ed energia costituiscono solo il 10% dei prezzi finali, per cui questi, invece, calerebbero all’estero del … 27% circa?

10)Propongono ricette seguendo le quali in 25 anni si è triplicata la ricchezza dell’1% più ricco mentre si è dimezzata quella del 99% restante, e, al suo interno, si è ridotta di 2/3 quella del 50% più povero e, in definitiva, come quei medici medievali che per ogni male proponevano i salassi, inclusa l’anemia, propongono sempre e soltanto di ridistribuire la ricchezza dal 99% all’1% più ricco, sia per il “risanamento” che per lo “sviluppo”, come per contenere l’inflazione o le importazioni, e per qualsiasi cosa, proponendo in definitiva la recessione sempre più regressiva per contenere … la recessione?

1)Non è pensabile un sistema-mondo nel quale alcuni paesi esportano sempre più di quanto importano e viceversa, ma solo sull’equilibrio tendenziale del reciproco export-import.

2)Volere esportare più di quanto si importa vuol dire pretendere di esportare nei paesi “fratelli”, insieme ai propri beni e servizi, anche tanta disoccupazione e tanti fallimenti quanti ne comporta la mancata produzione nazionale che si va a soppiantare con queste esportazioni.

3)il cambio della moneta non deve essere né “forte” né “debole”, ma semplicemente “vero”, ossia in linea con i propri “fondamentali”, concordando la periodica svalutazione delle valute delle aree a maggiore inflazione in misura pari all’eventuale differenziale di inflazione rispetto alle altre aree valutarie.

4)Lo sviluppo di ogni economia va poggiato sul proprio mercato interno in regime di pareggio tendenziale dell’export-import e cambi concordati.

5)Nessuno investe o assume di più solo perché costa di meno farlo se nel contempo non aumentano gli sbocchi di mercato, poiché non sarebbe profittevolmente collocabile quella maggiore produzione che si andasse a conseguire con quei pur meno cari investimenti e occupati aggiuntivi.

6)Se la domanda interna al saldo dell’export-import resta invariata, non serve a nulla favorire le imprese che assumono donne, giovani o al sud, perché non faranno altro che licenziare corrispondente gli uomini, i non giovani e al nord.

7)tagliare retribuzioni e welfare per conseguire una maggiore competitività (in realtà solo “stracciona” perché conseguita sul fronte dei costi e non della qualità del prodotto) funziona necessariamente come un boomerang perché comprime il mercato interno senza potere realisticamente contrastare la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate in aree dove producono sottocosto nel massimo dispregio della natura e dell’uomo (che andrebbero invece gravate di adeguati dazi compensativi da welfare ed ecologia) ed ha dunque la stessa logica demenziale di segare il ramo su cui si è seduti!

8)Per sostenere investimenti e occupazione occorre espandere la domanda interna stornando risorse dai risparmi inutilmente tesaurizzati verso i consumi privati e pubblici con: una riforma fiscale progressiva e patrimoniale, il calmiere sui canoni della grande proprietà immobiliare, sugli interessi bancari, sui premi assicurativi e sulle tariffe telefoniche, un politica retributiva meno sperequata e altro deficit-spending.

9)Il nostro debito pubblico (circa 2.000 mld, -ndr: oggi fine 1 semestre 2016, oltre 2.300mld) viene da una politica di alti tassi sui btp, di detassazione dei ceti possidenti, dalla tolleranza suicida verso la evasione, la elusione fiscale e i paradisi fiscali.

10)Gli “sprechi” della casta politico-amministrativa pesano sui 25-50 mld annui, laddove gli interessi sui btp quasi 90 mld, almeno 100 l’evasione fiscale e altri 150 la elusione fiscale e i trasferimenti verso i paradisi fiscali.

11)Lo spread si giustifica ufficialmente come sconto per consentire agli acquirenti di btp di assicurarsi contro il nostro default acquistando dei Credit Default Swap, ma, essendo in realtà impossibile il fallimento di uno stato sovrano, nessuno compra CDS a copertura di btp, intascando la differenza a nostro danno, speculando per giunta sul nostro spread per fare crescere questo sconto.

12)E’ folle fare sacrifici popolari pesantemente recessivi per fare calare lo spread, quando ogni 100 punti (ossia 1%) di spread pesano 20 mld l’anno solo “a regime”, mentre, dato che ogni anno di btp ne scade solo la decima parte circa, la contrazione dello spread da 500 a 300 punti ha fatto risparmiare appena 4 mld su base annua a fronte di 40 mld di sacrifici pesantemente recessivi.

13)Dopo un anno di sacrifici popolari inflitti da Monti, il nostro PIL è calato recessivamente di oltre il 3%, facendo calare corrispondentemente le nostre entrate tributarie e quindi facendo aumentare ulteriormente il nostro indebitamento pubblico (+2% circa), per cui il nostro rapporto debito/PIL, anziché migliorare, è passato dal 120% al 130%.

14)E’ assurdo regalare 90 mld l’anno per insistere a collocare tra il 5,00% (oggi) e il 7,00% (l’anno scorso) i nostri btp sui mercati finanziari internazionali, notoriamente speculativi, anziché risparmiarne oltre 70 collocandoli allo 0,75% (il tasso praticato dalla BCE) presso banche pubbliche (com’è consentito dal trattato di Lisbona), presso la BdI o anche “alla giapponese”, ossia forzosamente presso le banche commerciali che intendono operare in Italia. Ma non è assurdo per chi intasca questi interessi maggiorati!

15)Nel giro di 25 anni, le ricette liberiste hanno consentito all’1% più ricco di triplicare la propria ricchezza mentre si dimezzava quella del restante 99%, e, al suo interno, si riduceva di 2/3 quella del 50% più povero. Non è questo sufficiente per cogliere la vera natura del pensiero liberista?

16)Al fine di fare aumentare la dimensione della “fetta” che va ai ceti possidenti si contrae il diametro della “torta” comune da dividere usando la deflazione recessiva e regressiva come mezzo e la deregulation borsistico-valutaria come “alibi”!

17)Monti, ebbro di liberismo, promette impossibili quadrature di bilancio e fantasiose riprese economiche praticando anche in appresso le stesse ricette recessive, come quel pompiere che crede che gli incendi si spengono con la benzina, e, di fronte al divampare delle fiamme, si rammarica di non avere usato abbastanza benzina!

18)Le ricette liberiste “dello sviluppo”, purtroppo, sono le stesse ricette recessive e regressive del “risanamento”, in quanto si basano sulla iper-remunerazione e detassazione dei ceti possidenti, con contemporanea contrazione indefinita di retribuzioni e welfare, aumento del tempo effettivo di lavoro a parità di retribuzione e precarizzazione.

19)I liberisti credono erroneamente che bisogna comprimere retribuzioni e welfare e precarizzare di più per tenere bassa l’inflazione e acquisire una sempre maggiore competitività (“stracciona”, perché conseguita sul fronte dei costi e non della qualità del prodotto), che però rincara troppo l’euro e non è comunque in grado di battere la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate, aggravando inutilmente i conti pubblici e ridistribuendo in modo sempre più regressivo un PIL in continua contrazione recessiva, nel solo interesse dei ceti possidenti.

20)Investimenti, occupazione e PIL non dipendono dai risparmi disponibili e meno che mai ce n’è una tale carenza endemica che bisogna fare sacrifici inenarrabili per attrarne dall’esterno quanti più è possibile detassando i ceti possidenti e perseguendo con la deflazione recessiva la più bassa inflazione possibile e il cambio “forte”.

21)Dati ISTAT alla mano, mentre i risparmi che residuano ogni anno una volta distribuito socialmente l’equivalente monetario che viene ricavato dalla vendita di quanto è stato prodotto sono il 20% circa del PIL, ammontano ad appena il 5% circa del PIL gli investimenti produttivi che vengono effettuati per produrre l’offerta che soddisfa la domanda per consumi restante (80%) al saldo dell’export-import. Altro che “fame” endemica di capitali, dunque!

22)I risparmi disponibili sono circa 4 volte debordanti le necessità produttive, mentre le banche creano elettronicamente dal nulla, grazie alla “riserva frazionaria”, una moneta creditizia decine di volte maggiore rispetto agli assets bancari.

23)L’inflazione dipende dallo “strozzo” della offerta che viene praticato sistematicamente dei trust sulla base dei responsi del marketing per fare salire il prezzo di equilibrio sino al più alto valore che consente loro gli extraprofitti “da oligopolio”, per cui non si contrasta comprimendo la domanda interna (deflazione) ma con il calmiere all’ingrosso e l’anti-trust.

24)Dire che la scala mobile è “fattore” di inflazione è come dire che sia l’apertura degli ombrelli la vera causa della pioggia!

25)L’euro “forte” è un boomerang perché se anche favorisce le nostre importazioni necessarie, favorisce anche quelle non necessarie penalizzando nel contempo tutte le nostre esportazioni.

26)La deregulation borsistica e valutaria ci fa rischiare inutilmente il crack sistemico costringendoci per giunta a sistematiche scelte deflattivo-recessive quale unico modo per contenere la speculazione.

27)Dalla crisi si esce solo rinnegando il liberismo e abbandonando la deflazione recessiva e regressiva in regime di deregulation borsistico-valutaria ed euro “forte”.

28)Occorre diffondere la critica al liberismo e unire tatticamente l’intero mondo del lavoro intorno al sostegno keynesiano della domanda interna in regime di inflazione “controllata”, vincoli borsistico-valutari anti-speculazione ed euro “vero”.

29)Le ricette post-keynesiane possono essere applicate a livello UE, se si riesce a fare convergere su di esse tutti i popoli preunitari, o, in alternativa, dai soli paesi secessionari, plausibilmente i PIIGS più la Francia, che farebbero così nascere l’Europa “a due velocità”, lasciando l’euro “forte” ai paesi del nord e a quelli che comunque volessero insistere nelle attuali suicide politiche liberiste, recessive e regressive, o, in ulteriore subordine, dai singoli paesi secessionari.

30)Uscendo dall’euro, se anche la nuova lira quotasse il 30% in meno, poiché materie prime ed energia pesano circa il 10% sui prezzi finali, il nostro export-import ne ricaverebbe comunque un vantaggio del 27% circa.

POPULISMO E SINISTRA

La vittoria dei 5Stelle al ballottaggio delle comunali ha posto la sinistra radicale, in crisi sembra più profonda, di fronte al problema se trovare negli stessi un interlocutore politico. Ed il problema diventa più complesso in quanto si traduce nel rapporto tra sinistra e populismo. Sul “Manifesto”, la maggioranza si colloca nel senso del rifiuto del fenomeno, di mera antipolitica, e solo una minoranza vede in esso un movimento di protesta da utilizzare in senso anticapitalistico. Il dibattito, posto in tali termini, è veramente sterile. Il populismo è di per sé estraneo alla sinistra, in quanto da un lato incarna proteste indifferenziate da un punto di vista sociale e dall’altro respinge il potere politico in quanto tale. Non è vero quel che dice un filosofo-giurista di grande livello come Natalino Irti che l’antipolitica non è nient’altro che una forma di politica alternativa nei contenuti: è infatti da ribattere che il populismo, nel contrapporre il popolo al potere, esercita un ruolo puramente negativo senza progetto alternativo. Il governo del popolo è un qualcosa di vago e generico, che acquista valore solo come rifiuto del potere delle “élite” ed adesso, in un’“escalation” giunta al massimo con Brexit, anche del ruolo delle istituzioni, per cui è il popolo che si deve esprimere in autonomia, senza “élite” autonome e nemmeno senza istituzioni autonome: le “élite” e le istituzioni devono essere sempre controllate strettamente dal popolo senza mai rendersi autonome da questo. La sinistra non moderata è di classe e di natura politica, mira alla conquista del potere a favore di un blocco di classe alternativo. Ma ciò è riduttivo, in quanto trascura e dimentica che la rivoluzione russa fu realizzata da Lenin abbracciando nei fatti il populismo –prima ripudiato- e portando avanti l’alleanza non classista tra operai, contadini e soldati: la presenza dei terzi rendeva l’alleanza non di classe ma di popolo. E parimenti negli anni ’60 e ’70 le prime vacillazioni della politica di classe spinsero a porre al centro il popolo e le masse –ci dimentichiamo di Ingrao, sulla base delle riflessioni della Suola di Francoforte?-. Ma ciò era sempre in via funzionalizzata ad una politica di classe, almeno nelle intenzioni mentre il vero elemento collettore era poi il partito. Ed il discorso non cambia ora con la moltitudine di Toni Negri. Il popolo dei 5Stelle non ha ambizioni di alternativa: contesta il potere arbitrario e pretende più equità e giustizia. Ma ciò come elemento puramente negativo, che evidentemente si esalta nel momento in cui il capitale domina in modo cieco ed inefficace.

I 5Stelle non hanno tentazioni a destra come la Lega Nord, Le Pen e Trump. Hanno resistito anche a tentazioni a sinistra e nel 2013 si rifiutarono sagacemente di allearsi con il Pd di Bersani genuinamente a sinistra anche se con le incertezze dell’alleanza con Monti. Lo scrivente sperava nell’alleanza tra i 5Stelle ed il Pd, ma Casaleggio fu geniale nell’impedire tale alleanza, mantenendo il Movimento in una posizione di populismo puro. E’ sterile criticare il Movimento per incertezze sui migranti e sul diritto civile, come fa la sinistra radicale, in quanto finisce con l’accusare il Movimento di non essere di sinistra e di mantenere posizioni tradizionaliste, il che esorcizza il problema solo evocato e non affrontato in quanto ben più complesso delle ormai logore chiavi di lettura della sinistra. Il punto d’interesse è un altro: il Movimento è sinceramente democratico in politica interna e per il diritto in politica internazionale come su Israele dove si è espresso per la Patria palestinese condannando nel contempo ogni forma di terrorismo. E ciò non è banale in quanto il Movimento non si schiera con le posizioni nazionaliste del populismo come Brexit e Trump. I 5Stelle sono per il popolo ma non per lo Stato-nazione di cui vedono i limiti: non sono affatto riconducibili alla destra, come invece settori della sinistra istituzionale e radicale stancamente ripetono. La loro mancanza di universalismo sui diritti civili e sui migranti che evoca posizioni tradizionaliste non li accomuna alla destra, in quanto è natura completamente diversa: è dovuta alla mancanza di visione generale, nell’ottica del più puro e genuino populismo; il popolo oppresso non crede alla fine dell’oppressione, la vuole solo mitigare. La sinistra ha visto la classe svanire e con essa ogni possibilità di alternativa, ed ora è divisa tra cedimento al liberismo moderato (socialismo francese, socialdemocrazia tedesca, partito democratico italiano) e visione meramente identitaria e sterile (sinistra radicale) (mentre Sel, ora Sinistra italiana, ondeggia tra le due posizioni, cullandosi dolcemente sulle onde di un mare inesistente) : In mancanza di una costruzione di alternativa vede con ostilità i 5Stelle in quanto non riesce a capire l’importanza di rappresentare il popolo quale alternativa su cui fondare una vera democrazia.

La democrazia politica può essere l’antidoto al potere schiacciante del capitale finanziario ma si tratta di una prospettiva estranea alla sinistra in quanto manca un’aggregazione sociale alternativa, resa impossibile dalla frantumazione del proletariato operata a sua volta dalla de-materializzazione, dalla delocalizzazione e dalla caratterizzazione finanziaria. Ma se la democrazia politica arresta il capitale finanziario, si crea una prospettiva nuova che la sinistra deve quanto meno analizzare. In definitiva, l’alleanza tra sinistra non moderata e populismo, pur ben lungi dall’essere dietro l’angolo, è possibile, ma a precise condizioni. In primo luogo, il populismo puro ha senso se difende la democrazia dal capitale finanziario e dalla sua deriva autoritaria inarrestabile e quindi deve dotarsi di una politica istituzionale alternativa e propositiva che fuoriesca dall’utopia della democrazia diretta ed immetta il popolo nelle sedi rappresentative, senza alterarle. Queste sedi rappresentative sono al momento solo nazionali ma lo Stato-nazione è in crisi inarrestabile, annullato dalla globalizzazione. Pertanto, in secondo luogo, il populismo puro deve scegliere tra l’alleanza con la destra non moderata e con il populismo di destra, nazionalista, oppure rendersi autonomo come i 5Stelle hanno mostrato di fare non cavalcando Brexit: in tale ottica, occorre non opporsi alla globalizzazione ed alla caratterizzazione finanziaria ma governarle utilizzando le uniche istituzioni transazionali, le banche centrali (come intuito da Hilferding e poi sviluppato, in via autonoma, dallo scrivente e dal Emiliano Brancaccio, questi peraltro ancorato ad una logica neo-protezionistica opposta a quella qui tratteggiata). Le banche centrali costituiscono la coscienza critica del capitale finanziario, ma disancorate dallo Stato-nazione si sono appiattire su di esso perdendo ogni autonomia. Bisogna ridar loro autonomia, minacciandole con la protesta popolare e costringendole ad intervenire incisivamente sul sistema. Qui, il populismo ha bisogno della sinistra non moderata per un vero antagonismo al capitale finanziario. La destra populista e non moderata non è all’uopo idonea in quanto alla fine sempre strumentalizzata e dominata dal capitale finanziario, come mostrato in Brexit, funzionale ad una maestosa opera di delocalizzazione del grande capitale britannico. Ove si alleasse con la destra populista e non moderata, il populismo puro finirebbe con lo scegliere o comunque con l’essere costretto a scegliere, quale esito finale, la strada della rivolta, che a sua volta fungerebbe da alibi per la definizione ed anzi il perfezionamento del processo autoritario del capitalismo – mentre quei settori della sinistra radicale che vedono nella rivolta l’anticamera della rivoluzione, sulla base dell’analisi fine ma del tutto disancorata dalla realtà di Toni Negri, farebbero bene a non illudersi ed a continuare a dondolarsi dolcemente sulle onde di una mare inesistente-. In terzo luogo, la sinistra non moderata deve riscoprire la logica di classe ricollegandola alla democrazia e quindi rinunziando per sempre a leninismo, estremismo e impostazione socialdemocratica tradizionale, tutti e tre strettamente ancorati, nonostante le differenze, allo statalismo puro con cui il movimento operaio è rimasto vittima dello Stato-nazione, a sua volta finito in braccio al nazionalismo, vero grande ostacolo della lotta di classe –il tutto prese avvio con la grande guerra del 1914, come compreso dalla sola Rosa Luxemburg-.