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Non si può pensare ad un assetto corretto delle Autorità di controllo se non ci si sofferma sull’attuale fase di patologia. Banca d’Italia ha perso autorevolezza perché le condizioni della sua preminenza nel sistema italiano, anche di fronte alla politica, alle grandi imprese, al Vaticano ed addirittura alle potenze estere, sono cambiate; non vi è più la mano pubblica delle grandi banche, l’attività di investimento si è sviluppata ed addirittura esplosa, creando profonde commistioni con l’attività bancaria, commistioni diventate croniche, e poi con gli illeciti sono compiuti non solo dagli intermediari marginali ma anche e soprattutto dai grossi gruppi. Banca d’Italia ha così perso autorevolezza, il tutto aggravato da situazioni discutibili, estremamente limitate tranne che ai tempi di Fazio.

Con la globalizzazione, la crisi economica, e la perdita di autonomia dell’Italia in Europa, Banca d’Italia da un lato ha assunto una posizione di secondo piano rispetto alla BCE e dall’altro ha perso poteri di condizionamento sul mondo bancario ed addirittura economico “tout court”, estero ed interno. Per queste ragioni è improprio –e fuori luogo- parlare di responsabilità di Banca d’Italia: il rigore nella concessione dei crediti si è perduto anche per pressione dell’invito generalizzato, da parte della politica e dell’opinione pubblica, rivolto alle banche per sostenere il sistema industriale. Con questi in crisi e con il ruolo perverso del territorio, il sostegno si è trasformato in lassismo. E’ inoltre ingiusto dimenticare i meriti di Banca d’Italia, che, del resto, da tempo, ha individuato i punti di debolezza nel sistema e proposto, ed ottenuto, sia la riforma del mondo bancario cooperativo, riforma complessa che ha visto anche l’abbandono della forma cooperativa da parte delle grandi imprese, sia il ridimensionamento del ruolo delle fondazioni azioniste, clientelare e inefficace e caratterizzato dal cedimento alla politica deteriore. Da tempo ha inoltre evidenziato la necessità di aggregazioni e di rafforzamento delle banche. Certamente, le si potrebbe imputare di aver sempre difeso il livello di capitalizzazione e di patrimonialità delle banche, evidenziandolo quale adeguato, mentre invece vi è necessità di intervento in tal senso in quanto insufficiente: ma è facile obiettare che altrimenti avrebbe creato e creerebbe il panico con effetti deleteri.

Ora con il “bail-in” e con la (conseguente) possibilità di perdita in capo ai depositanti creditori della banca, la responsabilità civile di Banca d’Italia per lacune nei controlli non può essere esclusa in punto di diritto. Ciò fu già fissato, a livello giurisprudenziale massimo, in virtù di orientamento consolidato della Suprema Corte, nei confronti della Consob per l’attività di investimento in strumenti finanziari, fondatamente visto il collegamento tra controlli pubblici e valorizzazione delle facoltà soggettive degli investitori, ma vi è stata esasperazione, che corre il rischio di creare paralisi del’attività di controllo: a maggior ragione il discorso si porrebbe con Banca d’Italia. Pertanto, la responsabilità penale e civile in capo alle Autorità (quella civile) ed ai suoi esponenti (soprattutto quella penale) dovrebbe essere posta (vale a dire fissata per legge) solo in caso di dolo, in cui far rientrare la colpa cosciente –in cui l’evento è escluso dalla volontà ma ben presente a livello di rappresentazione-.

La Consob, come detto, ha volontariamente escluso la rilevanza del proprio ruolo, rendendosi da sola pressoché superflua, e senza i meriti di Banca d’Italia, ma ciò è dipeso sempre dal clima generale e dalla politica. E i controlli di correttezza devono ritornare ad avere un ruolo centrale. Perché lo hanno smarrito? La risposta è facile. La Consob ha avuto un grande rigore –financo eccessivo- nei confronti dei soggetti che effettuavano la sollecitazione al pubblico risparmio e poi nei confronti degli intermediari in strumenti finanziari per colpire l’abusivismo e le gravi irregolarità, il tutto compiuto dagli operatori marginali, mentre il rigore è sempre stato limitato nei confronti delle operazioni di borsa e dei grandi e stimati intermediari. Quando con l’esplodere del capitale finanziario gli illeciti sono diventati una prerogativa stabile anche degli intermediari di grande livello, il rigore dei controlli di stabilità è scomparso. La funzione ancillare di Consob rispetto a Banca d’Italia ha comunque avuto un senso quando i controlli di stabilità di quest’ultima erano efficaci ed il sistema complessivo basato sul credito era sano. Venuta progressivamente meno questa situazione, tutto il sistema dei controlli è saltato e la Consob si è trovata esposta senza protezione. Ma il venir meno del sistema dei controlli ha comportato una conseguenza ancora più grave: le Autorità amministrative indipendenti hanno smarrito la loro indipendenza, sia rispetto alla politica che sfrutta il momento di loro debolezza per portare avanti la propria politica clientelare senza strategia, sia rispetto all’economia che non sopporta più controlli oggettivi ed imparziali capillari ed efficaci. Ed allora l’eliminazione dei fattori di debolezza delle Autorità amministrative indipendenti deve essere finalizzata a salvaguardare l’indipendenza rendendola realistica ed effettiva, e non a completare l’indebolimento qui descritto, in quanto l’indipendenza è la condizione basilare per rendere il sistema dei controlli funzionale ad un Governo dell’economia in grado di unire programmazione economica, stabilità e correttezza di comportamenti (con inibizione dei conflitti di interesse).

Nella normativa sul “bail-in” (salvataggio con risorse reperite all’interno alle banche coinvolte e in particolare a sfavore dei suoi creditori) il salvataggio delle banche è consentito solo per i depositi bancari fino a 100 mila euro, per le obbligazioni garantite, con ricadute anche sulle imprese affidate e sul personale, soprattutto direttivo, e con esclusione delle obbligazioni subordinate, accomunate ai titoli di rischio come le azioni. La stessa entra in vigore il 1° gennaio 2016, con possibilità di un periodo transitorio per le obbligazioni non garantite (ma non subordinate) fino a 100 mila euro. Banca d‘Italia ha realizzato, sulla base di un decreto legislativo dalla stessa promosso, il salvataggio delle 4 banche prima dell’entrata in vigore per impedire ricadute su tutti quelli che non fossero titolari di obbligazioni subordinate: le categorie beneficiarie di tale anticipazione sono numerosissime (tutti i depositanti e gli obbligazionisti non garantiti, soprattutto se oltre i 100 mila euro, tutti gli affidati e tutti i lavoratori) con esclusione degli obbligazionisti subordinati. In pratica, con tale esclusione si è effettuato un vero e proprio salvataggio come da vecchio sistema, a carico delle banche private sane e non dello Stato, ma comunque di sistema. Né si può dire che altra esclusione riguarda gli azionisti, anche privati cittadini, in quanto anche nel vecchi sistema gli azionisti non erano suscettibili di salvataggio e nel salvataggio del Banco Ambrosiano (con azioni quotate in borsa) gli azionisti tutti furono esclusi. Banca d’Italia non è riuscita, pur volendo, ad estendere il salvataggio alle obbligazioni subordinate –perché di questo e solo di questo si parla- perché l’Europa, nel compromesso raggiunto, non lo ha consentito.

L’intransigenza europea non è priva di giustificazioni in quanto le obbligazioni subordinate sono un titolo ibrido, che rientra nel patrimonio netto di secondo livello –rimborsate in liquidazione prima delle azioni ma dopo tutti gli altri creditori-, e quindi nella mentalità anglosassone, di radici protestanti, che sta dominando in Europa su spinta della Germania, sono soggette al rischio di impresa. La vera obiezione da muovere è che le obbligazioni subordinate sono state vendute nell’ambito di un’operazione illecita, con la conseguenza indefettibile che il rimborso è doveroso. Altrimenti, le azioni di risarcimento creerebbero obblighi (di risarcimento), ed evitare il loro porsi in capo alle nuove banche potrebbe anche non essere automatico da un punto interpretativo. Pertanto, il rimborso totale dei titolari delle obbligazioni subordinate che non erano interessati a titoli azionari è obbligatorio per legge. E’ un profilo di responsabilità, del tutto indefettibile e pertanto senza profili di discrezionalità, ed anche in conformità a normativa diversa da quella bancaria, ed infatti si tratta della normativa sugli investimenti in strumenti finanziari, per cui vi è altra normativa che prevede profili di responsabilità analoghi, e si tratta di normativa sia interna sia europea, e nulla l’Europa può eccepire al riguardo. Ma una volta risolto il problema delle obbligazioni subordinate, resta il problema dei limiti ai salvataggi, in ottemperanza ad una logica di libero mercato e di libera concorrenza, la quale ultima è uno dei valori fondamentali dell’Europa, se non addirittura quello principale.

Ebbene, si tratta di una normativa del tutto frutto di ipocrisia, in quanto ai salvataggi bancari nessun Paese, di qualsivoglia periodo storico, di qualsivoglia latitudine e longitudine geografica, di qualsivoglia orientamento politico, può rinunziare, ed infatti occorre tener ben fermo in mente che le banche –per il nesso imprescindibile tra base monetaria e sviluppo industriale a fondamento della loro attività, e non a caso i loro debiti costituiscono mezzi di pagamento- sono la base imprescindibile essenziale per la tenuta del sistema, qualsivoglia sistema. Basti pensare all’America, patria del liberismo, nel 2008, seguita dall’Inghilterra, dalla Germania e da tutto l’Occidente (esclusa l’Italia): e la Germania sta continuando nei salvataggi. E così il problema è politico (banca d’Amburgo salvata poco prima delle nostre 4).

I Paesi forti occidentali possono effettuare i salvataggi con le loro risorse pubbliche, mentre l’Italia no essendo è in situazione di terribile dissesto. Così si comprende che il divieto di aiuti di Stato non trova la fonte nella normativa comunitaria, se non apparente e comunque derogabile, mentre è la tenuta dei conti pubblici il vero problema. Così aggirare il divieto di aiuti di Stato con interventi volontari delle banche, per il tramite del Fondo Interbancario di garanzie o in via diretta come con il salvataggio delle 4 banche, è una velleità, in quanto si tratta di intervento volontario, indiretto guidato da Banca d’Italia (che approva le modifiche all’atto costituivo del Fondo) o di diretto come nelle 4 banche, così in definitiva è un intervento che alla fine non può non incidere sulle casse pubbliche, come detto direttamente od anche solo indirettamente. L’unica soluzione era ed è quella di opporsi alla normativa “bail-in” in quanto in contrasto con l’art. 47 della Costituzione che tutela il risparmio in tutte le sue forme.

La normativa sul “bail-in” è in violazione dell’art. 47, in quanto costringe alla perdita forme di risparmio di natura tipicamente bancarie e prive di natura speculativa se non estremamente leggera (il tasso delle obbligazioni subordinate era di poco maggiore di quello delle obbligazioni ordinarie), e quindi di fatto e nella sostanza non colpevoli. Nel momento in cui il risparmio bancario non è più sicuro tali forme di risparmio non possono non essere finire con l’essere deviate verso forme molto più rischiose ma anche molto più redditizie, in un’ottica, veramente perversa, di messa a repentaglio dei risparmi privati da un lato e dall’altro di disintermediazione delle banche e degli altri intermediari finanziari regolari e corretti. Per un Paese povero di capitali di rischio e ricco di risparmi è la rovina, in quanto distrugge il sistema economico e gli leva ogni possibilità e velleità di ripresa. Il pregiudizio del risparmio viola l’art. 47 della Costituzione.

Il “bail-in” (“rectius” la relativa normativa) è quindi illecito (“rectius” illecita) costituzionalmente nel momento in cui impedisce il risarcimento a favore dei risparmiatori ingannati in operazioni di collocamento titoli, sia quando è retroattivo (e l’argomento che dal 2013, in cui è stata approvata la direttiva comunitaria, si doveva sapere ciò, e così l’irretroattività avrebbe un senso, non è condivisibile in quanto argomento da utilizzare per sanzionare lo Stato italiano, colpevole, ma non i risparmiatori), per crediti sorti prima dell’entrata in vigore della normativa, sia quando sacrifica, d’ora in avanti, forme di risparmio bancarie ed obbligazionarie (pure, non subordinate) bancarie. Le repliche contro il ricorso all’art. 47 vanno respinte: innanzitutto, la replica secondo cui così si fornisce della tutela del risparmio una valenza troppo estesa, in quanto è agevole rispondere che nel caso in questione si lede proprio l’aspetto fondamentale del risparmio, la sicurezza (in linea con la categoria di rischio). Poi la replica per cui la normativa comunitaria ha valore costituzionale a meno che non leda i principi fondamentali e questi non comprendono il risparmio, in quanto è agevole rispondere che la Costituzione economica (artt.35-47), nel suo cuore essenziale, integra gli art. 2-3 della Costituzione, che contengono principi fondamentali. E nella Costituzione economica il risparmio svolge un ruolo centrale. Ciò anche senza considerare i limiti della normativa comunitaria, insincera e che trova sempre più deroghe, su cui si è già detto. Ed infine la replica che l’anomalia italiana è costituita dalla grande ricchezza di risparmio privato a fronte di un altissimo debito pubblico. Sarebbe, secondo tale replica, un segno incoraggiante per il futuro il sacrificio, per la prima volta con il salvataggio delle 4 banche, del risparmio privato per non gravare sul debito pubblico.

E’ agevole rispondere che una cosa è riqualificare il risparmio privato (senza ovviamente indulgenza verso l’evasione fiscale e per le forme di speculazione) e il debito pubblico in un nesso armonico, altra distruggere il risparmio privato. Il liberismo (di Giavazzi, che ha utilizzato l’argomento) fa brutti scherzi. Così come quello di Alesina secondo cui il sacrificio degli obbligazionisti subordinati delle 4 banche è dovuto più che altro alla loro insipienza e mancanza di cultura finanziaria. Si ripete, come già detto, che la colpa dei risparmiatori non giustifica l’illecito doloso.

MESSE FUNEBRI A PARIGI

“Parigi val bene una messa” recita una celeberrima frase: anche questa volta, a distanza di meno di un anno, si tratta di tante messe funebri, ed ora il numero delle messe è aumentato vertiginosamente. Che Parigi sia colpita per la seconda volta da stragi terroriste islamiche (e questa volta le vittime sono ben oltre cento) non è un caso. Parigi non è il simbolo dell’Occidente cristiano, rappresentato da Roma, non è il simbolo della finanza e del grande capitalismo, rappresentato da New York e da Londra, non è il simbolo della potenza occidentale, rappresentata dalla città americana e dalle città tedesche. La risposta al quesito sarà individuata alla fine del presente scritto. Ora tocca capire come reagire: l’attacco è oltre ogni livello di guardia; è l’offensiva contro l’Occidente, è una vera e propria guerra, preannunziata a gennaio ed ora alla fine impiantata. L’Islam, nella sua versione più estremista, sfida l’Occidente a casa di questi, uccidendo in modo indiscriminato ed in massa innocenti. L’Occidente deve reagire, come chiunque attaccato a casa propria. Non è solo terrorismo, è guerra nel momento in cui l’attacco non è più limitato, come quantità e come obiettivi, ma investe del tutto il Paese aggredito. E’ una guerra peculiare, indirizzata non alla soluzione finale ma a tenere sotto scacco permanente il Paese (o più Paesi, come nel nostro caso). Una reazione è in questo caso del tutto doverosa ed inevitabile. Ma è una guerra, quella di reazione, che incontra due difficoltà. La prima è rappresentata dalla circostanza che con l’immigrazione in massa e l’integrazione degli islamici nel singolo Paese diventa difficile il controllo su di loro, in particolare su coloro che fanno da base ed aiutano gli autori materiali degli atti terroristici. L’altra è rappresentata dalla circostanza che questa è una guerra di religione e di civiltà, che non può non portare ad un conflitto tale da investire in modo generalizzato la totalità dei cristiani e degli islamici. Lo spezzare il blocco islamico trovando l’accordo con i settori islamici moderati è impossibile se il blocco aggredito non mantiene una differenza di civiltà vera, in modo che l’unica differenza sia quella di religione.

La differenza di civiltà e la conseguente guerra di civiltà potrebbero essere dimostrati solo se il Paese aggredito mostrasse un’universalità ed una mancanza di particolarità, il che non riesce al momento all’Occidente, la cui politica estera nel Medio-Oriente si è rivelata fallimentare, con continua alimentazione dei peggiori mostri, poi debellati a favore di mostri anche peggiori, il tutto per convenienze ed in un’ottica imperialista, in cui spicca la lesione dei diritti fondamentali dei Palestinesi. Chi critica la scelta di eliminare Gheddafi ed apprezza il realismo di Berlusconi che era contrario a tal eliminazione coglie un punto importante, ma resta all’interno di una logica di chi si accontenta dei mostri meno peggiori. Le due difficoltà danno il segno dell’inefficacia di una guerra all’estremismo islamico. La seconda difficoltà rende il blocco avversario inattaccabile, mentre la prima impedisce una vera integrazione nell’Occidente alla luce del permanere di una identità islamica ostativa alla fedeltà alla nuova comunità. E’ quindi evidente che la guerra è necessaria, e lo stato di guerra, senza rinunciare ai diritti e senza richiedere la tortura, comporta misure straordinarie e la caccia ai sospetti.

Per inciso, la modifica della Costituzione, richiesta da Hollande, non è necessaria in quanto qualsivoglia Costituzione democratica e garantista consente la dichiarazione dello stato di guerra anche all’interno (art. 78 Cost.), con tutte le misure necessarie, senza operare sospensioni di garanzie e di diritti di libertà non strettamente necessari. Una modifica “ad hoc” della Costituzione è evidentemente finalizzata a restrizioni ulteriori, il che è inammissibile. Chiuso l’inciso, la guerra non è sufficiente. E’ necessaria una linea politica sistematica e globale, coerente e complessiva, che non si risolva nella guerra. La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi, ammoniva von Clausewitz, ma si può ben dire il reciproco, vale a dire che la politica è prosecuzione della guerra con altri mezzi. La teoria della politica assoluta vede in questa la conquista pura del potere, e così la divisione in due blocchi, contrapposto l’uno all’altro, non è nient’altro che la divisione amico-nemico di Schmitt. La guerra –in cui irrimediabilmente si risolve la politica assoluta- è evidentemente coerente ad una divisione irrimediabile in blocchi ed è del tutto inefficace nel momento in cui un blocco non può avere il sopravvento sull’altro ma entrambi devono convivere tra di loro.

La guerra santa che l’Islam vuole portare avanti mira non alla conquista del mondo, resa impossibile dalla superiore forza dell’Occidente, ma ad impedire a questi di avere il sopravvento nelle terre islamiche. L’Occidente, d’altro canto, vuole sì avere il sopravvento sull’Islam ma non totale, bensì stabilendo un vassallaggio. In altri termini, i settori dominanti dell’Occidente e dell’Islam puntano ad una guerra di reciproca legittimazione. La guerra non è solo guerra di difesa per l’Occidente, quindi doverosa e giusta, ma rientra in un’ottica bellicista, per ragioni di convenienza economica, tese al controllo del petrolio, od anche di natura prettamente politica, tese al controllo dell’area. L’aggressione o comunque l’ostilità nei confronti dell’Islam sono dell’Occidente che ha avviato l’opera e continua imperterrita in tal senso. Quella dei settori oltranzisti dell’Islam è una ritorsione anche se del tutto incivile. La difesa dell’Occidente dall’Islam è doverosa ma la contesa non è nata per ragioni nobili. Lo scontro di civiltà e i toni da crociata della compianta Oriana Fallaci, ora incredibilmente ripresi, sono del tutto fuori luogo. Il clima anti-occidentale nell’Islam non è privo di basi La superiorità di civiltà dell’Occidente è diventata un fattore di sopraffazione e non di emancipazione. La pretesa di alleanza con i settori islamici moderati è del tutto velleitaria nel momento in cui l’Occidente è mosso da ragioni di dominio, che non a caso portano ad un’obiettiva convergenza con i settori più radicali con cui instaurare una logica bellicista.

E’ bene ribadire che tale logica bellicista è funzionale ad entrambi i campi, guarda caso nelle “élite” al potere dominanti. La svolta politica, per rendere effettiva la difesa dell’Occidente, deve consistere nel rinunziare alla politica di potenza, condannando Israele ed imponendo il ritorno ai confini ante-‘67 con consacrazione di Gerusalemme quale zona franca e riconoscimento dello Stato Palestinese, ma contestualmente con ammonimento a questi di sanzioni pensanti in caso di avallo ad azioni terroristiche contro Israele, ed infine con impegno a non interferire sul petrolio e sulle altre fonti energetiche. E’ una politica nuova non più basata sulla contrapposizione nemico-amico, ma di lotta alle fazioni interne illecite, con la politica quale continuazione e realizzazione del diritto. Il diritto internazionale è la parte più affascinante del diritto, ma anche la più malferma, in quanto per realizzarsi deve eliminare o comunque ridurre al minimo il potere statale (lo comprese a suo tempo Kelsen, che evidenziò che il diritto internazionale è in conflitto con la sovranità statale ed alla lunga porta all’eliminazione o comunque al forte ridimensionamento di questa), ma ora è arrivato il suo momento. La guerra deve essere espunta dalla politica internazionale, con riflessi su quella interna, in quanto la guerra compatta il paese all’interno, eliminando i conflitti di classe. Per concludere, Parigi è stata scelta quale simbolo dell’illuminismo, del razionalismo, della tolleranza, del materialismo e del socialismo, per sotterrare definitivamente tali valori e ridurre l’Occidente alla pura potenza: per realizzare tale lucido disegno è necessario consegnare la Francia alla destra di Le Pen. Si può ribattere che, al contrario, Parigi è stata scelta per la politica di guerra della Francia alla Siria, per punizione e contestualmente invito a desistere, ma è facile disfarsi dell’obiezione, evidenziando che era immaginabile che non si sarebbe riusciti in tale intento, e si sarebbero compattati la Francia e l’Occidente nel senso della guerra.

I DERIVATI CON LO STATO

Il Ministero dell’Economia, di fronte alle pressanti richieste di settori dell’opinione pubblica, soprattutto di quelli legati al Movimento5Stelle ed a “Il Fratto Quotidiano”, ha negato la consegna e la diffusione di copia dei contratti derivati tra lo Stato italiano, in essere per il tramite di tale Ministero, e banche d’affari internazionali. Si tratta di diniego del tutto surreale ed in contrasto con la normativa. L’offerta al pubblico di strumenti derivati è un’attività di servizi di investimento in strumenti finanziari, riservata a banche e S.I.M. e soggetta a particolari e pregnanti controlli di stabilità, trasparenza e correttezza, affidati alla Consob. In tale ottica, il contratto deve rispondere a certi principi e criteri ed anche quando sviluppato con clienti esenti da alcune forme particolari esigenze di tutela, massime clienti istituzionali quale lo Stato italiano, deve sempre essere finalizzato all’interesse dei clienti. E ciò è inevitabile, quale una caratteristica essenziale degli investimenti in strumenti finanziari: basti pensare, al contrario, ai depositi bancari, dove la somma di denaro passa di proprietà alla banca, obbligata a restituire il “tantundem” maggiorato di interessi ad un tasso predeterminato. Il cliente è sicuro di avere indietro la somma oltre gli interessi tranne che in caso di dissesto della banca debitrice, la quale impiega le somme ricevute a proprio beneficio e rischio, in fidi ed in operazioni di tesoreria.

Oltre ai controlli di stabilità, non vi sono altri controlli a tutela dei risparmiatori, se non quelli di trasparenza sulle condizioni economiche praticate dalla banca. Controlli sui crediti, oltre ai profili di stabilità, non sono a tutela dei risparmiatori, in quanto i crediti incidono solo sull’interesse della banca. Nei servizi di investimento, al contrario, le somme investite restano di proprietà dei risparmiatori, che corrono il rischio e beneficiano degli utili, mentre l’intermediario che cura gli investimenti eseguendoli od addirittura scegliendoli ha l’unico interesse ad una commissione predeterminata e non può avere altro interesse che si ponga in contrasto, anche potenziale, con quello del cliente ad un mix ottimale del nesso rischio/beneficio. Negli investimenti in conto proprio –negoziazione in conto proprio, forma questa in cui sono conclusi i derivati, collocamento con preventiva sottoscrizione od acquisto a fermo-, dove l’intermediario è controparte del cliente, l’interesse dell’intermediario autonomo rispetto a quello del cliente ed addirittura in contrasto con esso è inevitabile, ma la circostanza che il cliente investe sempre per conto dell’intermediario obbliga questi a soddisfare il proprio interesse senza trascurare quello del cliente. Sono pertanto richieste una serie di condizioni circa la liquidabilità e l’oggettività del prezzo del titolo, ed in ogni caso l’intermediario deve contemperare tra di loro i due interessi in partenza contrapposti.

Proprio l’imperatività della tutela del cliente comporta il controllo della Consob sui contratti: il controllo della Consob è di natura pubblicistica ed è inderogabile. Una rinunzia del cliente a perseguire i propri interessi, configurabile in ambito ristretto -non potrebbe infatti essere esercitata in contratti illeciti, in cui l’interesse del cliente venisse leso in modo grave ed irreparabile, art. 1972 c.c.-, non avrebbe valore per i controlli pubblici. Pertanto, la Consob ha il potere di esercitare i controlli sui contratti dello Stato con le banche internazionali, anche in caso di remora dello stesso Stato a provvedere alla propria tutela. La sovranità statale non può concretizzarsi nella rinunzia alla propria tutela, poiché una rinunzia può investire i valori privatistici dello Stato, ma non i principi ed i valori essenziali, quale quello a (il controllo su) un corretto esercizio dell’attività dei servizi di investimento sul proprio territorio. La consegna del contratto dello Stato con le banche internazionali non può pertanto essere negata in seguito ad una richiesta della Consob: la richiesta della Consob, obbligatoria in presenza di seri dubbi quali quelli prospettati, ha come destinatarie le banche internazionali. Una volta ottenuta la copia, se emergono gravi dubbi di illecito, la Consob ha l’obbligo di avviare un procedimento sanzionatorio nei confronti delle banche, sottoposto ai profili di trasparenza propri dei procedimenti Consob. Nel caso di sanzione della Consob nei confronti delle banche estere, si porrebbe certamente un problema politico del perché lo Stato non abbia attivato autonomamente il procedimento Consob e non abbia provveduto alla propria tutela. Le risposte sarebbero imbarazzanti e getterebbero luci inquietanti sugli aspetti giuridici ed istituzionali del (la fase del dominio del) capitale finanziario. Ma di questo imbarazzo non si può evidentemente far carico la Consob, tenuta per legge ad attivare detti controlli.

UN PAESE IN SALDI

Pubblichiamo molto volentieri un’analisi sul triste fenomeno della vendita di aziende italiane a soggetti esteri realizzato da uno studenti del terzo anno di Economia e Commercio, Corso CLEC, dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara.

Ormai da anni sempre più aziende italiane finiscono per passare in mani straniere.

L’ultimo in ordine di tempo è Grom, il “gelato più buono del mondo” che dal 1° ottobre 2015 passa alla multinazionale olandese Unilever, quella di Algida per intenderci. Ma oltre al suo “Gelato più buono” l’Italia in questi anni è stata depredata dai colossi stranieri di molti dei suoi marchi più importanti e prestigiosi. Prima della Grom di fatti è lunghissima la lista di imprese italiane, molte delle quali rappresentano un vero pezzo di storia del nostro Paese, nel finire sotto il controllo di imprenditori stranieri. La lista del “Made in Italy” che ci ha abbandonato è infinita e sarebbe troppo lunga da elencare completamente al punto di poter amaramente constatare che lo Stivale sia ormai diventato un immenso outlet dove si viene a fare shopping a prezzi di saldo. Basti pensare che la quota di imprese italiane in mano agli stranieri corrisponde al 23% del totale, mentre ben il 43% delle società per azioni tricolori quotate in Borsa è posseduto da soggetti esteri. Ma la colpa di tutto ciò principalmente è imputabile a quali fattori? Iniziamo subito nell’affermare che, in linea di principio, una azienda viene venduta essenzialmente per due motivi: -perché viene offerto un prezzo estremamente elevato rispetto agli utili generati e alle aspettative d’incremento del valore, tanto da indurre chi ne detiene il controllo a cederla. -perché non genera sufficienti utili e le prospettive future, anche in termini di incremento di valore, inducono nel cederla. Inutile precisare che attualmente la stragrande maggioranza delle aziende italiane non genera soddisfacenti livelli di utili e che le prospettive future d’incremento del proprio valore sono pertanto estremamente basse. Questa situazione si è determinata a causa della recessione in atto da diversi anni che sta affliggendo in particolar modo il Vecchio Continente e che oltre ad aver creato le condizioni di contrarre i fatturati, compresso gli utili e ridotto drasticamente risorse destinate agli investimenti, ha sensibilmente diminuito l’accesso al credito da parte delle aziende italiane. Gli effetti della globalizzazione, che come effetto più evidente ha indotto alla delocalizzazione produttiva con tutto quello che ne consegue anche in termini di occupazione, ha fatto poi il resto. In questo desolante scenario molte aziende hanno gettato la spugna e sono passate di mano a favore di soggetti esteri che invece hanno la disponibilità di capitali idonei a ricapitalizzazioni che permettono il rafforzamento patrimoniale bypassando il sistema bancario e consentendo di intraprendere investimenti produttivi e innovativi. Naturalmente il rovescio della medaglia è rappresentato dagli effetti generati dalle riorganizzazioni societarie, anche profonde, che prevedono oltre a cessioni di rami d’azienda, riduzioni di personale e trasferimenti all’estero di produzioni, anche la scelta di sedi fiscali in paesi dove è possibile godere di trattamenti fiscali migliori rispetto all’Italia costretta invece sempre più ad effettuare prelievi fiscali penalizzanti per l’intero “Sistema Paese” nel tentativo di rincorrere i vincoli di bilancio europei pur di rimanere del “club dell’euro”. I Governi italiani invece di proteggere pertanto le aziende italiane dalla propria svendita, preferisce ostinarsi nell’intraprendere politiche di austerity necessarie al sostentamento della moneta unica che determinano contrazione della domanda interna, e quindi di fatturato delle aziende stesse, e una pressione fiscale al limite della sopravvivenza per qualsiasi attività produttiva. Insomma si vende, anzi si svende, per non cedere in prospettiva a prezzi ancora più inferiori degli attuali a soggetti esteri i quali sono ben contenti di venire in Italia a comprare tutto il possibile perché riescono ad accaparrarsi eccellenze in ogni campo a prezzi estremamente competitivi, coscienti che con la messa a disposizione di risorse finanziarie fresche riescono ad incrementare notevolmente l’investimento. Poi se si fanno “spezzatini” o si licenzia personale per ristrutturazioni e si chiudono siti produttivi per trasferirli anch’essi all’estero poco importa, tanto lo Stato italiano non alza un dito per evitare questo scempio.

Ormai il passo allo status di “Colonia del Nord Europa” è sempre più vicino!

Franco Cherubini

http://scenarieconomici.it/a-a-a-svendita-italia-con-la-complicita-dei-governi/

La spesa pubblica, da finanziare anche –ora soprattutto,- con il debito pubblico, quale elemento necessario per sostenere l’economia, è stata addotta per la prima volta in modo sistematico da Keynes: questi, profondamente consapevole dell’instabilità del capitalismo, era convinto, soprattutto come presentato nella sua versione di sinistra, portata a logico compimento da Minsky, che fossero necessari, da un lato, al fine di controllare e governare detta instabilità ed i suoi rovinosi effetti, un intervento di ri-equilibrio a mezzo della spesa pubblica, quale insostituibile fonte sostegno della domanda, e dall’altro la regolamentazione della speculazione finanziaria, fattore scatenante delle crisi, con l’intervento costante e stabile di un prestatore di ultima istanza. In tale ottica i punti forti erano da un lato il sostegno della domanda dei ceti bassi, con una presenza sostanziosa dello Stato nell’economia, e dall’altro il rigido controllo della finanza speculativa.

Ebbene, l’evoluzione delle dinamiche capitalistiche ha dimostrato che il cuore del pensiero keynesiano è stato recepito, addirittura nella sua versione di sinistra, ma in modo paradossale e tale da tradirne la natura: la spesa pubblica è diventato un elemento centrale del sistema, ma non in senso sociale, bensì per consentire lo sfogo finanziario del sistema, con la stessa spesa pubblica destinata a pagare gli interessi a favore dei detentori dei titoli del debito pubblico, costituiti per la maggior parte da investitori istituzionali. E’ così evidente che l’elemento centrale del keynesismo è stato strumentalizzato in senso affatto opposto e tale da essere utilizzato dalla speculazione finanziaria, che proprio il keynesismo voleva combattere con energia. Ciò perché il keynesismo ha accertato l’instabilità del capitalismo ma gli è sfuggita la (realistica presa d’atto della) possibilità di una regolazione che fosse strumentalizzata dal capitale. Ed infatti, l’accertamento, con denuncia, del dominio del capitale è estraneo al keynesismo, attestato su una logica di puro equilibrio economico. E’ questo invece il terreno proprio del marxismo: l’utilizzo del keynesismo in un’ottica marxista è non solo possibile ma rappresenta l’unica strada per rendere il primo protagonista effettivo ed anche consapevole e, in via affatto speculare, il secondo idoneo ad incidere sull’economia.

Certamente sterminata è la letteratura sul punto: rispetto ad essa, chi scrive si differenzia nel ritenere che il vero punto di incontro sia rappresentato non dalla denuncia dell’instabilità del capitalismo, elemento di per sé troppo generico, ma dai rispettivi punti deboli, che possono essere sanati solo da una loro sintesi. Il keynesismo trascura il dominio economico, mentre è estranea al marxismo la politica economica, ritenuta secondaria rispetto al rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione, rapporto decisivo nel marxismo stesso. Il punto del debito pubblico si rivela, in tale ottica, di estremo rilievo in quanto è la conferma che il capitalismo non si basa affatto, a differenza di quel che ritengono i liberisti, sul mercato, che non è autosufficiente: il debito pubblico mostra da un lato che è necessaria una forte presenza pubblica, ma che questa è strumentalizzata dal capitale.

Come corollario, l’unica forma di capitale possibile nel periodo di consolidamento del sistema è quella finanziaria, alla luce del ruolo subordinato del mercato e conseguentemente dello sbocco naturalmente non produttivo del “dominus” economico, che privo di limiti oggettivi si dirige verso settori dove si possono formare super-profitti. Ma non solo: il calcolo economico finalizzato alla parità di bilancio, elemento centrale del capitalismo nascente, è ora superato. Ed è superata anche la versione, di natura calvinista, che vede la centralità del risparmio e dell’investimento, sostituita da una versione del capitale finanziario, in cui il creditore opprime il debitore, ma si tratta di un creditore che presta soldi non solo non suoi- il che è inevitabile nell’intermediazione finanziaria-, ma anche utilizza in modo indifferenziato depositi ed investimenti trasferendo sui risparmiatori rischi invece esclusivamente propri. Il capitale finanziario è quindi evidentemente e necessariamente illecito.

Ma non solo ancora: la globalizzazione, irreversibile e dominante, non supera lo Stato ma lo strumentalizza. Lo Stato-nazione è evidentemente ancora centrale. Da questo mosaico, apparentemente inestricabile, emerge è lo spazio per una rielaborazione marxista del debito pubblico. Il debito pubblico è ineliminabile, ma deve essere liberato dal giogo verso il capitale finanziario. Per far ciò occorre tenere la spesa pubblica controllabile ed efficiente, vale a dire produttiva ed economica. Il nodo di una riqualificazione della spesa pubblica passa per une visione sociale dello Stato che non rinunzi all’economicità ma la renda strumentale rispetto alla socialità. La socialità deve inglobare al proprio interno l’economicità e quindi abbandonare ogni forma di assistenzialismo.

Ma ciò non basta ancora: il debito pubblico è l’elemento essenziale di un sistema economico costruito intorno al capitale finanziario. La vera sfida è quella di rendere il capitale finanziario strumento del debito pubblico, e questi dello Stato sociale e non viceversa. Non si può invece pensare ad un ridimensionamento del capitale finanziario con un rilancio di una logica di industrialismo puro, logica che si rivela frutto di puro velleitarismo. Il capitale finanziario è la guida del capitale industriale ed il fenomeno non è reversibile. Il problema vero è di porlo quale strumentale rispetto ad una logica di socializzazione. Si può ravvisare un’analogia tra quanto appena detto e le conclusioni cui giunse Rudolf Hilferding nella sua anticipatrice visione del fenomeno, elaborata nel 1910: tali conclusioni vedevano il capitale finanziario quale anticamera di una democratizzazione dell’economia, con nazionalizzazione delle poche grandi banche oligopolistiche od addirittura della grande banca monopolistica, nel segno di una trasformazione socialista dell’economia. Rispetto a tali conclusioni è da differenziarsi evidenziando che il capitale finanziario non è l’anticamera di nulla, ma è lo sbocco finale del capitale, senza che vi sia, di per sé, alcun presupposto di trasformazione socialista od anche di avanzamento democratico nell’economia. La democratizzazione socialista dell’economia non passa per il passaggio di proprietà dei grandi monopoli ed oligopoli finanziari dalla mano privata a quella pubblica come tuttora pensano, con profonda illusione, alcuni importanti e raffinati settori intellettuali della sinistra radicale-: Hilferding resta prigioniero di una logica tradizionale marxista, secondo cui fondamentale è strappare il potere alla borghesia e quindi conquistare il potere.

Il vero nodo è rappresentato dal ruolo dello Stato; ed infatti, il nesso tra Stato e capitale è diventato inestricabile, in quanto il capitale è non più autosufficiente. Come riqualificare lo Stato in economia e renderlo attore economico in senso sociale creando una contraddizione intrinseca all’interno del capitalismo e ponendo le condizioni per un superamento è un compito che appartiene strettamente, anzi squisitamente, al marxismo. Il debito pubblico è chiave di volta di una politica economia marxista in quanto mostra che la spesa pubblica non è più un limite all’iniziativa economica privata da subire per la pace sociale, ma è consustanziale al funzionamento economico del sistema. E nel contempo proprio qui si elabora il punto di attacco al capitale. Ed infatti, il nesso tra debito pubblico e capitale finanziario, nesso inestricabile, dimostra da un lato non solo che il mercato non è più autosufficiente ma anche che è sostituito da una programmazione economica, ora privatistica e che occorre far diventare democratica e sociale e, dall’altro, che il calcolo economico di bilancio su cui si basava il capitalismo è superato e sostituito da un calcolo economico globale e di sistema. Sono questi gli elementi preparatori del socialismo, da introdurre nel rispetto delle linee generali sopra viste.

LO SCANDALO VOLKSWAGEN

Lo scandalo Volkswagen è il più grande scandalo economico non finanziario della storia e forse addirittura economico “tout court”: è tale da lasciare attoniti. Una delle più grandi imprese del più grande Paese europeo, nel settore di maggiore importanza, quello automobilistico, ha falsificato i dati relativi alle emissioni ed ha quindi alterato le emissioni stesse, non solo con un impatto devastante sull’ambiente ma soprattutto con produzioni automobilistiche dalle modalità e dai volumi non consentiti. E’ una produzione industriale del tutto illecita per danni all’ambiente e per violazione delle norme, e si tratta di norme fondamentali, di ordine pubblico. E’ un illecito sostanziale ma nel contempo formale per falsificazione di dati ed elementi industriali. E’ la violazione del diritto non solo per i valori tutelati ma anche per la struttura formale delle norme.

La grande impresa non solo utilizza il proprio potere per utilizzare le norme a proprio vantaggio ritorcendole contro i valori tutelati ma mantenendole nella propria struttura. Qui vengono violate proprio le norme. Non è in gioco la giustizia metagiuridica e meta-normativa ma è in gioco il diritto nella propria struttura essenziale, nelle singole disposizioni. Non è più l’impresa, che come parte forte utilizza tutte le possibilità che il diritto formale fornisce per arrivare a forme di vessazione sostanziale, ma è l’impresa che viola lo stesso diritto formale. Non è più il diritto formalmente eguale per una diseguaglianza di fatto, ma è lo stesso diritto eguale ad essere insopportabile per l’impresa. I fondamenti dello stato di diritto costituzionale, a base del sistema capitalistico, si dissolvono ad opera dello stesso sistema, che non tollera più regole “tout court”.

L’arbitrio trionfa sovrano. Tutto ciò si è determinato a partire dalla crisi finanziaria del 2008, endogena vale a dire causata da fattori interni al sistema capitalistico e non esogena e quindi non causata dalla lotta di classe e da elementi anticapitalistici: si tratta di crisi rovinosa da cui non si è usciti più. E sono passati ben sette anni. Ciò ha dimostrato che il capitalismo, proprio nel momento in cui ha annullato e disintegrato il nemico di classe, è arrivato alla più rovinosa delle crisi per proprie contraddizioni inestricabili ed insuperabili. Nel momento di maggior forza è arrivato alla fase economicamente peggiore. Forza e razionalità economica sono nel capitalismo del tutto disgiunte. Il capitale, più è forte, più distrugge ricchezza. La perdita di razionalità economica non per forza del nemico di classe ma per proprie contraddizioni porta il sistema ad avvilupparsi in una circolo vizioso. La distruzione di ricchezza conseguente alla perdita di razionalità economica nel periodo di maggior forza lo porta a infierire sull’avversario e quindi a perdere razionalità politica e giuridica, annullando la portata rivoluzionaria della democrazia, delle libertà individuali e dello stato di diritto costituzionale pur da sé creati e comunque stabilizzati. Di qui le continue violazioni della legge formale, con illeciti sempre più gravi e forme di criminalità economica e finanziaria, consistenti in derivati di importo abnorme e totalmente irrazionale, anche con forme di complotto a danno di debiti pubblici sovrani, con manipolazioni di cambi, tassi e altre forme ufficiali, nonché in terrificanti illeciti societari. Ed il paradosso è che manipolazioni di dati ufficiali, proprie del settore finanziario, basato sull’immaterialità e sulla volatilità, si siano trasferite di sana pianta nella produzione materiale.

Ormai il capitale si è dissolto distruggendo, dopo la finanza e la distribuzione, anche la produzione. Che ciò avvenga nel Paese europeo più forte e capitalista ed occidentale più serio quale la Germania dimostra che il capitale è arrivato al culmine sia della potenza sia della rovinosità. Che la Merkel, statista senza scrupoli ma di grande serietà, sapesse dell’illecito è la conferma del venir meno di ogni autonomia dello Stato rispetto al capitale –che poi sia dall’irresistibile umorismo involontario che a criminalizzare la Merkel siano i politici italiani, che hanno difeso in modo incredibile, le peggiori nefandezze è altro discorso, come acutamente sollevato da Travaglio-. Ma senza diritto siamo ancora in una democrazia? Se non si riparte da qui, e la sinistra radicale deve vergognarsi a pensare a certi suoi attacchi nei confronti della democrazia, della libertà e dell’eguaglianza formale, che purtroppo partono dalla parte meno vitale del pensiero di Marx, ogni ripresa economica e sociale è del tutto impossibile.

Giovanni Lenghini, Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha posto il problema della magistratura che deve valutare le conseguenze dei propri provvedimenti, ed in particolare deve improntarsi a grande prudenza quando incide sull’impresa, per non porla in condizioni dannose irreparabili. Il primo punto riprende quanto già affermato da Napolitano da Capo dello Stato e si tratta di affermazione del tutto impropria, in quanto la valutazione delle conseguenze spetta al legislatore ed all’autore del fatto in esame, mentre la magistratura deve applicare la decisione sottostante alla legge –certamente i rapporti tra legge e attività giudiziaria sono tutt’altro che semplici e presentano una grande complessità, che richiede un approfondimento apposito in altra sede, peraltro che la magistratura non possa disattendere la decisione fondamentale sottostante alla legge è punto da non mettere in discussione-.

L’impostazione di Napolitano, seguita da Lenghini, si traduce in un’impunità degli esponenti dei poteri forti, in quanto sono proprio loro che, se oggetto di indagini penali e di provvedimenti, subirebbero conseguenze più profonde per sé e per le realtà che rappresentano, di rilevanza nazionale. Non è un caso che il dibattito aperto da Lenghini abbia dato la stura per lamentele contro (pretesi) atteggiamenti anti-imprenditoriali vigenti in Italia alla luce di ideologie marxiste e cattoliche. Un approccio sereno è venuto da Luigi Ferrarella su “Il Corriere della Sera” che ha evidenziato che il rispetto per le imprese condurrebbe ad una sorte di impunità: diverso il discorso (della necessità) di prudenza nell’assunzione di provvedimenti, discorso che vale per tutti i provvedimenti. Dal sereno approccio di Ferrarella si deve partire per un approfondimento sistematico: la soggezione dell’impresa alla legge comporta necessariamente, in caso di violazione, l’assunzione di gravi provvedimenti, proprio perché l’impresa è il cuore dell’economia, l’aggregatore dei diversi fattori dell’offerta in vista delle esigenze della domanda, il punto di incontro tra domanda ed offerta. Se vi sono gravi elementi di sospetto, proprio perché le conseguenze di persistenza nella violazione sarebbero devastanti, diventa assolutamente giustificata l’assunzione di provvedimenti cautelari dagli effetti gravi: meglio effetti gravi adesso che effetti devastanti poi.

Ed allora, cosa vuol dire prudenza? Vuol dire non ponderazione degli effetti, già effettuata dalla legge, ma semplicemente ragionevolezza del provvedimento da assumere, ma semplicemente ragionevolezza nel valutare la sussistenza dei requisiti e dei presupposti previsti dalla legge per l’emanazione del provvedimento. In caso di provvedimento definitivo, si tratta di ragionevolezza priva di autonomia rispetto all’esatta applicazione della legge: nei provvedimenti provvisori, la ragionevolezza ha evidente ed autonoma pregnanza consistente nella previsione anticipata, sulla base di elementi parziali, della sussistenza dei requisiti. Ma è una pregnanza di ragionevolezza che si risolve in una grande prudenza, senza che la situazione cambi se il destinatario del provvedimento è l’impresa: che l’impresa abbia diritto ad una maggiore prudenza rispetto ad un ordinario cittadino è l’evidente segno di una giustizia di classe, all’esatto contrario di una valutazione classista a favore del soggetti più deboli, imposta questa, come obiettivo generale della Repubblica, dall’art 3,2° comma, Costituzione. Se il danno dell’impresa ha conseguenze dirompenti per l’economia tutta, il danno a carico del cittadino lacera il tessuto sociale e mette in crisi le fondamenta della convivenza sociale. Occorre non dimenticare che la responsabilizzazione rigorosa dell’impresa, in ottemperanza al riconoscimento del rischio d’impresa ed alla necessità che il rischio vada a carico del soggetto che lo governa e lo gestisce, non solo ha valenza sociale ma anche risponde a principi di civiltà giuridica del riconoscimento dell’esigibilità della prestazione. Il tentativo, qui criticato, di creare una sfera di protezione a favore dell’impresa, non solo è un fenomeno di lotta di classe a favore dei privilegiati, in un’ottica anticostituzionale, ma anche sovverte i principi di responsabilità e di nesso tra potere e responsabilità, rendendo l’istituto della responsabilità un mero simulacro e facendo così saltare l’intero diritto privato. Resta sacrosanto il richiamo alla prudenza, ma per tutti: prudenza che nient’altro vuol dire che rigore nell’accertare i fatti costitutivi delle situazioni di fatto; è il rigore della scienza giuridica e non il suo affievolimento, come vuole invece l’orientamento qui criticato.

Quanto sta accadendo in Grecia è per certi versi un paradigma di tutte le contraddizioni che ci attraversano in questo periodo.

Tsipras torna a dare la parola agli elettori per la terza volta in meno di un anno: a febbraio, negando la possibilità di un accordo con Tsamaras per eleggere il nuovo presidente della repubblica; a luglio proponendo un referendum sulle proposte dei creditori; a settembre per verificare se l’accordo da lui sottoscritto sarà confermato con un nuovo mandato di governo. Nelle due prove sinora sostenute ha sempre vinto; nella terza è assai probabile che vinca ancora. Ma di questo si parlerà in seguito.

Il primo elemento, e basilare, è il ricorso reale alla volontà dei cittadini, ai quali, va sottolineato, sono state e saranno proposte piattaforme dai contenuti assai diversi, quasi in apparente contraddizione. Nelle prime due tornate si chiedeva un mandato per dire no alle richieste dei creditori, nella terza per dire si a richieste ancora più dure e gestirle. Pur nell’apparente contraddizione, ogni volta si chiede ai cittadini di dire la loro e dunque si tenta di riaffermare il primato della democrazia contro gli accordi e le imposizioni dei soggetti finanziari non elettivi. Su questo terreno Tsipras ha già vinto, qualunque sia l’esito delle elezioni, contro l’ostinata determinazione con cui la Merkel e le cosiddette istituzioni finanziarie chiedevano l’azzeramento del programma elettorale e degli esiti del referendum oppure si proponevano semplicemente di cambiare la maggioranza in Grecia. In sostanza di vanificare il processo democratico

Qualcuno, tanti, obietteranno che sul piano dei contenuti hanno vinto la Merkel e le istituzioni finanziarie e che Tsipras, invaghitosi del potere, vuole gestire comunque piattaforme programmatiche contraddittorie. Ma essi non tengono conto della sproporzione delle forze in campo, dei ricatti messi in atto, dell’uso strumentale delle istituzioni europee, della scomparsa del PSE come soggetto politico e parlamentare. I creditori hanno gestito la questione greca nella veste di un soggetto finanziario e bancario e non di uno stato federale. La politica è scomparsa e con essa l’idea di un progetto europeo che non può che essere politico e sociale. Si tratta di una vittoria della forza ricattatoria del potere finanziario, non di una strategia politica. E questo comportamento è ancor più miope se confrontato con lo economico che si sta producendo in Cina con perdite decine di volte più grandi di quelle che sarebbero derivati da una gestione diversa del caso greco.

L’Europa potrebbe uscire distrutta due volte da questi fenomeni diversi e concomitanti. Non solo come soggetto politico, ma anche come soggetto economico, quel soggetto che sta tanto caro alla Merkel & company. Si deve tenere presente, infatti, che la Germania, dominus in Europa, ha impostato la sua strategia di crescita sull’export sia verso gli altri stati europei (a volte i messaggi pubblicitari sono più espliciti di qualsiasi documento ufficiale) sia agganciando la fase espansiva dell’accordo USA-Cina (il suo surplus commerciale verso la Cina è rilevante all’incontrario degli altri paesi europei, 153 MD € contro 79 nel 2014; e lo stesso vale per gli USA). In questo modo si ha un export europeo importante, come se l’Europa fosse una zona fortemente competitiva a livello mondiale mentre ad esportare è un solo paese (si vedano gli studi di Nomisma a tal proposito). E questo paese non utilizza il surplus commerciale (per inciso supera di diversi punti quello pattuito dalla comunità europea e chissà perché di questo parametro nessuno tiene conto) per rilanciare i consumi e dare chances agli altri paesi europei, ma all’incontrario mantiene livelli salariali e di welfare sottodimensionati. Ma questa politica univoca, come sempre in economia, rischia di diventare la causa di problemi gravissimi oggi che la Cina riduce il suo trend di crescita e le sue importazioni; che l’asse USA-Cina che ha governato finanza e produzione mondiale sembra essere in crisi, che il modello cinese di sviluppo rischia di implodere e perdere il consenso interno necessario. Per non parlare degli strani ed ormai frequenti incidenti che accadono alle infrastrutture ed alle aziende cinesi.

Dopo questa, forse, non inutile divagazione, torniamo al tema principale, vale a dire alle scelte di Tsipras ed al ruolo della democrazia. Tutti sappiamo che la causa del ritorno alle urne è dovuta formalmente alla perdita della maggioranza parlamentare per la scissione a sinistra di qualche decina di parlamentari, che hanno finito col creare un nuovo partito, ma politicamente perché verrà richiesto un mandato parlamentare diverso dalla piattaforma presentata alle ultime elezioni. È molto interessante rilevare che il maggiore oppositore agli accordi sul piano teorico l’ex ministro delle finanze Varoufakis non farà parte del nuovo partito ma rimarrà in Syriza, confermando in questo modo che una dialettica formale e sostanziale può essere mantenuta nella stessa organizzazione.

Tsipras dunque presenterà una proposta diversa da quella con cui è stato eletto e, se, come gli attuali sondaggi lasciano prevedere, dovesse ottenere un consenso assai simile se non maggiore di quello conseguito nelle elezioni di febbraio le conseguenze da trarre sono assai interessanti. Tralasciando per l’ovvia inutilità la tesi del trasformismo di Tsipras, resta da spiegare come mai tanta parte dell’elettorato che la volta precedente lo ha votato tornerebbe a farlo su una proposta del tutto diversa. Le spiegazioni psicologiche sul carisma di un leader non sono sufficienti perché si tratta di un leader non vincente. La motivazione più convincente è che i cittadini greci riconoscono a Tsipras di aver combattuto apertamente l’arroganza dei creditori e della Germania, di averlo fatto da solo perché né la Francia del socialista Hollande né l’Italia di Renzi e tanto meno il gruppo parlamentare del PSE (si vedano le incredibili dichiarazione di Shultz a proposito) lo hanno sostenuto. Tsipras ha perso in apparenza; in realtà ha dato dignità alla sinistra ed alla dialettica democratica. Di questo sembra essersi accorto il popolo greco, ma non la sinistra che, per comodità definisco minoritaria, tanto nella stessa Grecia quanto in Italia ed in qualsiasi altro posto. La dignità e per questa via l’esistenza stessa della sinistra come protagonista politico e non come soggetto di testimonianza passa anche attraverso queste maglie strette ed amare del contesto complessivo in cui opera. Rifugiarsi nella certezza che questo mondo non ci piace è una posizione solipsistica e non utile, a meno che non si dica apertamente che non è utile partecipare al gioco elettorale.

IL RITORNO DEL CLASSICISMO?

Il grande evento del “referendum” greco, in cui il popolo è stato chiamato a votare su un programma economico imposto dall’Europa e dai grandi ed inammissibili sacrifici e si è espresso contro tale programma (confermando quindi il programma con cui Tsipras aveva vinto le elezioni), cambierà forse la Storia dell’Europa, dell’Occidente e della Grecia, anche se Tsipras è stato costretto poi dall’arroganza della Merkel a cedere: ma quello che è certo è che ha costituito un’occasione di democrazia eclatante e formidabile, e così oltre agli scenari futuri si ritorna alla democrazia ateniese ed al suo modello, unico ed irripetibile. In definitiva, si è riaperto il dibattito sul concetto di democrazia, sulla democrazia classica con forti elementi di democrazia diretta, e a monte sul classicismo e sullo spirito dei classici. Così, esemplare è la posizione della sinistra radicale e comunque non moderata che acclama il trionfo della democrazia (addirittura della democrazia sul capitale, come ha scritto non senza enfasi lo scrivente), sia come democrazia diretta, con il richiamo al popolo su questioni fondamentali sia come democrazia intesa quale valore assoluto e fondamentale che ha il sopravvento su qualsiasi altro (in questo caso il potere economico): Luciano Canfora, illustre classicista questa volta ha esaltato la democrazia ricollegandosi al quella ateniese (di cui nel passato aveva sempre evidenziato con estrema ed eccessiva severità i limiti). Così, il fronte unico moderato e liberale, rafforzato da esponenti di sinistra (?), ha reagito in modo virulento, evidenziando che quella dei greci è mera retorica, in sintonia con la peggior tradizione del mondo ateniese (Pierluigi Battista), che la democrazia non è nata in Atene, che quella ateniese non era in effetti tale, che il miglior pensiero ateniese, rappresentato da Platone e da Aristotele, era antidemocratico (Umberto Curi, marxista, che addirittura arriva a sostenere, sulla base di etimologia, che “cratos” significa forza e non solo potere, e che “demos” rappresenta la parte peggiore del popolo, su posizioni non dissimili Claudio Magris), mentre in un crescendo rossiniano si evidenzia che democrazia non significa solo fiducia del popolo verso il Governo, ma anche fiducia tra Governi europei (l’ex Giudice Costituzionale Sabino Cassese), perché gli Stai Uniti d’Europa stanno diventando realtà, anche più importante di quella americana (Michele Salvati). E’ evidente che passato, presente e futuro così si intrecciano, correndo il rischio di commistioni. Occorre essere chiari: ad Atene vi fu la prima forma di democrazia, con l’introduzione della centralità del popolo e delle sue determinazioni a mezzo di deliberazioni e di confronto. Si tratta, come è evidente, della democrazia come metodo e come decisione. Certamente, era una forma incompleta e parziale, mancando l’uguaglianza e mancando la tutela delle libertà. Più in generale, la forza non conosceva il limite del diritto: ma democrazia e ragione erano fondate e facevano il loro ingresso prepotente nella Storia.

Democrazia e classicismo costituiscono un binomio inscindibile. Perché essi si sviluppassero è stato necessario l’affermarsi della democrazia rappresentativa, dello stato di diritto e del costituzionalismo, ma questi sono stati introdotti con il capitalismo e la sua necessità di rompere gli schemi feudali e dello Stato assoluto. Una vola entrato in crisi il capitalismo, lo stesso deve liberarsi di ogni vincolo e limite all’arbitrio, di qui la necessità di devitalizzare la democrazia rappresentativa, lo stato di diritto ed il costituzionalismo e di renderli minimali e fittizi. Il classicismo e la democrazia assoluta proprio per la loro natura rigida rappresentano degli ostacoli insuperabili: da loro può nascere una tutela della democrazia rappresentativa, dello stato di diritto e del costituzionalismo, questi di grandissimo valore ma disarmati di fronte all’arroganza ed all’arbitrio del capitale, e che necessitano quindi di un puntello assoluto e vigoroso rappresentato dall’unione tra centralità del popolo e razionalità. La circostanza che si tratta di valori ritornati centrali dopo due millenni conferma che sono valori assoluti e cogenti ma astratti e così privi di concretezza. E qui che il marxismo mostra la sua grandezza ed il suo insuperabile (al momento) limite: da un lato ha mostrato la divaricazione tra capitalismo e democrazia e l’inconciliabilità tra di loro, ma dall’altro non ha saputo valorizzare la democrazia e salvaguardarla in modo intrinseco e non strumentale. E da qui si deve ripartire.

P.S. In tale ottica, non è superfluo fare un parallelo tra i protagonisti attuali a e i classici. Tsipras non può essere paragonato ad Achille, invincibile e spietato, in quanto è il capo di un piccolo Stato. Ricorda piuttosto Ettore, grandissimo eroe sconfitto che si spinse fino al supremo sacrificio per adempiere al suo dovere. Ed il sacrificio non fu inutile: da Troia, che resistette fino all’ultimo sulle orme di Ettore e cadde solo per un inganno, nacque, grazie ad un personaggio di minore spessore rispetto allo stesso Ettore, vale a dire Enea (oggi Varoufakis?), l’esempio luminoso ed immortale di Roma. Gli avversari di Tsipras non hanno certo la grandezza degli eroi, anche negativi, greci: la Merkel, con la sua sanguinaria volontà di ritorsione ai danni della Grecia, ricorda piuttosto Lady Machbet, e Hollande e Renzi, più moderati, ma che non hanno il coraggio di mettere in discussione il modello vetusto dell’Europa tedesca, ricordano piuttosto gli ignavi di Dante. Solo Draghi, con la sua sagacia, priva peraltro di un disegno strategico sottostante –non per colpa, ma per vincoli della propria carica- ricorda Ulisse.