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LA RELAZIONE DEL GOVERNATORE DI BANCA D’ITALIA: ECONOMIA E FINANZA. LA RIFORMA DELL’IMPRESA BANCARIA Featured

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) LA RELAZIONE DEL GOVERNATORE La Relazione (nelle Considerazioni finali) di quest’anno (2017 per il 2016) del Governatore di Banca d’Italia è stata di grande livello nell’analisi e poi nella ricostruzione del sistema ma nel contempo debole sul piano propositivo e delle soluzioni. Si incentra sui due grandi problemi, la rilevanza abnorme del debito e l’esplosione dei crediti deteriorati, elaborando intorno a loro un’ampia analisi sistematica. Sul primo punto, si riconosce che il rapporto debito pubblico/Pil è aumentato notevolmente e rapidamente dall’avvio della crisi fino a superare il 130%, il che è un elemento di vulnerabilità e di freno per l’economia. Di qui la necessità di politiche tese non solo a ridurre il disavanzo ma anche a rivedere la composizione delle spese e delle entrate. Il Governatore invita ad un sempre maggiore avanzamento del debito primario ed a un sempre maggiore controllo dei debito pubblico. Qui il Governatore omette di mettere in evidenza che il rapporto debito pubblico/PIL è esploso in Italia dopo la separazione tra Banca e d’Italia e Ministero del Tesoro e il conseguente venir meno dell’obbligo della prima di sottoscrivere titoli del debito pubblico. Tale svolta, dell’81, con Ciampi Governatore ed Andreatta Ministro, avrebbe dovuto comportare la riduzione del debito pubblico visto che lo Stato, senza più certezza di copertura, sarebbe stato costretto a contenere la spesa pubblica, acquistando efficienza. E’ accaduto l’esatto contrario, con la spesa pubblica che è esplosa, solo che ha visto ridotta drasticamente la propria componente di spesa sociale a favore di spesa per interessi, con le aste pubbliche dominate dalle grandi banche d’affari che in effetti dirigono la spesa pubblica e lo Stato e si possono permettere di propinargli derivati rovinosissimi senza incorrere in forme di responsabilità. Per sostenere gli Stati deboli, è stato realizzato il “Quantitative easing”, vale a dire l’acquisto in massa di titoli pubblici da parte della BCE di Draghi, sulla cui reversibilità ci si illude. Il documento di Banca d’Italia è notevole da un punto teorico nel momento in cui elogia il “Quantitative” easing” e quindi rinnega, implicitamente ma non per questo meno inequivocabilmente, la propria (“rectius”, della propria Istituzione) posizione che ha portato alla separazione ed al suo sostegno illimitato. Non lo fa esplicitamente perché non può, ma evidentemente riconosce che il problema del debito pubblico, se non è certamente un falso problema (come invece affermano troppo sbrigativamente teorici della sinistra radicale) , è altrettanto certamente un problema di politica economica “tout court”, che va oltre la questione dello stesso debito pubblico, pur di per sé non trascurabile, vale a dire che esplode se lo Stato non ha il controllo della politica economica e viene controllato se invece lo ha. Il debito pubblico è imputabile al capitale finanziario, che ha smantellato prima ogni ipotesi di politica economica e poi lo Stato “tout court”, Stato che ha senso solo se in grado di trasformarsi in Impero. La ricostruzione generale, con punte notevoli, come il riconoscimento che la compressione del costo del lavoro (e stesso discorso vale per la sua completa penalizzazione) non ha prodotto risultati apprezzabili in tema di produttività, o come il tono contenuto nella difesa, necessaria, dell’Europa. Sul secondo punto, si evidenzia l’elevato importo dei crediti deteriorati che vanno gestiti con meccanismi di alienazione a terzi e che manifestano uno stato non felice del mondo bancario. Dimentica il Governatore di avere, nella prima sua relazione, 2013 su 2012, evidenziato la solidità del sistema bancario da un alto e dall’altro una contrazione dell’attività in crediti. Pertanto, il conto economico delle banche veniva a dipendere non più dall’attività istituzionale ma da attività straordinarie quali i derivati e le altre forme di speculazione. I segni della crisi della banca vi erano tutti, crisi irreversibile per le banche piccole e medie non in grado di svolgere attività extra-istituzionale e ultra-speculativa. Il Governatore è stato in questo aspetto meritorio in quanto ha tentato di favorire aggregazioni ma senza rendersi conto che il legittimare l’attività extra-istituzionale era come salvare L’anima seguendo l’esempio del “……… Dottor Faust”. La normativa che impone alla banche popolari medio –grandi e grandi di trasformarsi sin S.p.A. è meritoria per l’insincerità del ricorso allo schema cooperativo da parte di tali imprese, ma il ricorrere a tale misura quando vi è una crisi profonda delle banche, con la trasformazione che favorisce il recesso dei soci dissenzienti con gravi rischi per la stabilità della banca, si è dimostrato non felice nella scelta dei tempi. Misure prodromiche a questa normativa, meritoria (anche se con profili di incertezza proprio sul recesso dei soci dissenzienti, dove si aspetta la decisione della Corte Costituzionale), erano la riforma della borsa (per evitare che si ripartiscano tra il pubblico risparmio solo i debiti, e comunque le situazioni negative) e la riforma della struttura organizzativa della banca e più in generale della grande impresa. Ma ciò avrebbe richiesta un intervento penetrante sulla riforma della banca e della grande impresa che rientri in un controllo pubblico globale sull’economia e sulla impresa con profonde interventi correttivi, il che è fuori dallo scenario politico. Visco ha individuato con lucidità i problemi, evitando di vedere nella cessione dei crediti deteriorati a “bad bank”, pur necessaria, la panacea di tutti mali, ma non ha brillato in proposte, in quanto ciò è un compito ai di fuori dei compiti dell’autorità di vigilanza: è un compito della politica. La campagna contro Visco, anche da ambienti cui lo scrivente si sente molto vicino (“Il Fatto Quotidiano”) è fuori luogo: si individuano ad ogni piè sospinto, elementi presunti di favoritismo nei confronti di banche grandi o comunque importanti: salvo accertamenti giudiziali, il tutto nasce da esagerazioni e da ingrandimenti di elementi irrilevanti: quello che è certo è che mancano del tutto segni macroscopici ed inequivocabili, come invece a suo tempo presenti per Fazio. Completamente diverso è il discorso che investe la linea generale di Banca d’Italia, di evidenziazione della necessità di aggregazioni, su cui si può discutere ma nel merito e senza censure di legittimità, il tutto senza dimenticarsi che le vere carenze sono dipendenti dalla politica. L’accanimento nei confronti di Ispettori Banca d’Italia va abbandonato non per indulgenza ma per necessità di contestualizzare le situazioni. Per trasparenza nei confronti dei lettori, lo scrivente ammette “rectius, ricorda” di essere stato Commissario Straordinario (affiancando altro Collega) a Chieti, presso una delle 4 banche poi interessate all’intervento di salvataggio a novembre 2015, con “bail-in” ridotto ed a carico solo degli obbligazionisti subordinati, ora destinatari di un salvataggio non totale. Per tale incarico è iscritto nel registro degli indagati insieme all’altro Collega Ma è evidente che vi è un clima generale di sospetto nei confronti di Banca d’Italia e degli Ispettori nonché dei commissari straordinari, che dipendono da Banca d’Italia: i profili di legittimità sono da verificare in sede giudiziale, ma è la politica che vuole scaricare sui tecnici le proprie responsabilità. E da chiarire che per politica si intende non solo quella dei vari Governi (di centro-destra e di centro sinistra, entrambi irresponsabili nell’approvare la Commissione d’inchiesta sul sistema bancario quale forma di accusa al Governatore) ma anche delle opposizioni, spesso non dotate di senso della realtà, e a monte della società civile con imprese (come lucidamente evidenziato da Ferruccio de Bortoli) e sindacati che hanno attivamente partecipato al saccheggio a danno delle banche, saccheggio non imputabile solo ai vari cerchi magici di comando delle banche stesse, primi ma non unici responsabili del disastro. Troppo timide sono state le critiche nei confronti della (demenziale, oltre che incostituzionale) normativa “bail-in”, anche se in Italia la responsabilità vera della sua acritica recezione è della politica. Il Governatore ha messo in evidenza le misure meritorie proposte senza evidenziare i limiti, come detto non derivanti da Banca d’Italia, e così il Governatore mostra il proprio spirito, autentico e meritorio, di “civil servant”. Lo stesso evidenzia i limiti della propria azione, limiti in parte rimossi con le recenti misure che hanno rafforzato i poteri di Banca d’Italia. Ma così è evidente che si ritaglia il ruolo del Notaio e non di Alto Magistrato dell’Economia, come invece pensato a suo tempo da Guido Carli, che ovviava ai limiti giuridici con la “moral suasion” (per cui si potevano rimuovere gli Amministratori di Banche non idonei, pur in assenza della recente normativa). In tal modo il Governatore prende atto con consapevolezza del ruolo ormai purtroppo limitato di Banca d’Italia e non denunzia il problema, comportandosi da ineccepibile “civil servant”. Ma quello che non può fare il Governatore lo deve fare la politica di sinistra antiliberista, ahimè troppo distratta sulla problematica. La perdita di rilevanza della Banca Centrale è frutto delle perverse tendenze del capitale finanziario, con le grandi banche d’affari al di fuori di ogni controlli, e va combattuta, almeno a sinistra. Chi vuole penalizzare Banca d’Italia, ieri Berlusconi con Tremonti, oggi Renzi con il cerchio magico, tra cui la soave Boschi, dimostra totale irresponsabilità, ma purtroppo è solo la punta di un “iceberg”. Chi, nella sinistra antiliberista, è troppo critico nei confronti del Governatore, dovrebbe prima ammettere che la stessa sinistra antiliberista non può propendere che le proprie carenze siano colmate dal Governatore di Banca d’Italia, che non può mai cessare di essere il custode del sistema. Più in generale, nei confronti di Banca d’Italia, il Paese ha dimostrato il peggio di sé: ha ribaltato il celebre motto “Né servo encomio, né vile oltraggio!”, ed è passato con totale disinvoltura dalla prima posizione alla seconda, nel momento in cui Banca d’Italia non si è rivelata più in grado, per colpe non sue, di assicurare la mancanza di elementi negativi di rilievo nelle crisi bancarie. -------------------------------------------------- B) POSTILLA SULLA RIFORMA DELL’IMPRESA BANCARIA Uno dei due punti fondamentali sollevati dal Governatore riguarda lo statuto dell’impresa bancaria. La sua posizione, nella grande lucidità e nelle debolezza di soluzioni, è di grande rilievo in un momento in cui la banca è sotto l’attacco generalizzato, non solo della politica “governista” che tenta così di sottrarsi alle proprie responsabilità, e di quella populista-mentre quella di sinistra sembra tanto ma tanto distratta-, ma anche di ambienti di grande libello dottrinario. In un recente intervento, Vincenzo Comito (rispetto al cui approccio al mondo bancario lo scrivente è molto distante), insigne economista della sinistra antiliberista, ha evidenziato, con condivisione, la presenza di proposte del mondo accademico anglosassone (e che addirittura avranno sbocco in Svizzera con un “referendum”) tese a separare la moneta (“rectius” la creazione di moneta) dall’attività d intermediazione creditizia e finanziaria. Queste proposte sono state introdotte in Italia un po’ di tempo fa dall’insigne economista liberista critico Paolo Savona. In Comito vi è un taglio ulteriore, vale a dire non solo di tutela della stabilità ma anche di controllo delle banche e di spostamento di compiti economici fondamentali verso la politica economica. Con il rispetto e la stima e l’affetto che lo scrivente nutre nei confronti di Comito, si tratta di illusioni: la presenza di settori in avanzo finanziario e di settori in disavanzo è insuperabile; l’indebolimento delle banche, la cui essenza, nel tradizionale settore dei depositi e dei fidi, è rappresentata dal nesso tra creazione di moneta e concessione di crediti, è innaturale e tende a favorire, anche al di là delle migliori intenzioni, la nascita ed il consolidamento di strutture finanziarie occulte o comunque non trasparenti. Il vero nodo è nella direzione pubblica delle banche, con particolare riferimento alla limitazione quantitativa e qualitativa dell’attività speculativa e con la valorizzazione dell’attività produttiva (crediti e gestione di patrimoni) emendata di conflitti di interessi e di distorsioni e nel rispetto di criteri, generali ma effettivi e stringenti, di politica economica pubblica. Per inciso, è un nodo non solo politico ma anche scientifico, visto che l’impulso alle concentrazioni in materia bancaria, con sbocco necessariamente oligopolistico e con correlata ineluttabilità della mancanza di un regime concorrenziale, pone la necessità di profondi correttivi, anche tenendo conto che proprio le banche più importanti, che per l’appunto beneficiano delle aggregazioni, sono quelle che effettuano i salvataggi (ed una conferma immediata viene proprio dall’esperienza delle banche venete, non priva di discussioni). Certo, chiuso l’inciso, tale linea si è rivelata impraticabile, ma l’indebolimento delle banche, ed addirittura con l’aspettativa di un loto totale superamento, sembra una fuga in avanti. La sinistra è in crisi, ma, se non supera la crisi, i problemi non saranno risolti con atteggiamenti contrari ai poteri forti (tra cui le banche). L’antagonismo totale se non trova sbocco in un progetto antiliberista non solo è inefficace ma addirittura corre il rischio di rivelarsi controproducente. Ci si permetto di ricordare a Comito che la punta più avanzata di teoria economica marxista è rappresentata da “Il capitale finanziario” di Rudolf Hilferding (alto esponente, prima dell’austro-marxismo, poi della socialdemocrazia tedesca e Ministro delle Finanze a Weimar, pian piano scivolato verso posizione di socialdemocrazia anticomunista ma che mai rinunciò alla fuoriuscita dal capitalismo) , del 1906-1910, dove mostrò l’irreversibilità della caratterizzazione finanziaria del capitalismo da sottoporre a controllo pubblico democratico che poi sarebbe diventato inevitabilmente socialista: se l’autore peccò di ingenuità nella fiducia verso sbocchi automatici, quasi evoluzionistici (ma con un ben altro livello tecnico rispetto al troppo celebrato Kautski, rispetto a cui si è sempre caratterizzato per un’impostazione genuinamente classista) (ed a una certa ingenuità non si è sottratto nessun esponente marxista a partire dallo stesso Marx con il grande entusiasmo verso la Comune di Parigi, esperienza stupenda ma minore, nemmeno Rosa Luxemburg ed addirittura nemmeno Lenin, quello di “Stato e rivoluzione”, almeno), dalla necessità di riprendere e rinforzare la sua analisi, ovviamente aggiornandola, non si può prescindere. A Comito non si può, assolutamente, addebitare populismo e nemmeno posizione di antagonismo fine a sé stesso: ma anche per lui resta ferma la necessità di riprendere un grande progetto antiliberista.
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