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PROGETTO DI SOCIETA’, ANZI “PROGETTO PAESE” Featured

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Voci autorevoli stanno enfaticamente affermando che è necessario un progetto per l’Italia: un vero e proprio “Progetto Paese”. Di enfasi ve ne è molta, ma il contenuto è sacrosanto: la situazione in Italia è così critica che senza un grande “Progetto Paese” il salvataggio è impossibile. Il vero è che del “Progetto Paese” non solo vi è assoluto bisogno, ma anche mancano tutti i presupposti. Ed infatti, nessuno degli attori ha la minima idea di un Paese accettabile. Non la politica –tranne il Presidente del Consiglio Conte e pochi altri-, non l’economia, e nemmeno Banca d’Italia, che non ha il coraggio di abbandonare l’ortodossia pur avendo compreso con estrema lucidità la necessità dell’abbandono. Tutti annaspano, a volte in modo grottesco, come la politica e come la Confindustria. Ma non è qui il problema: il “Progetto Paese” è necessario proprio perché manca: e d’altro canto manca perché mancano gli attori ed i registi. Ben vengano qualche aspirante attore e qualche aspirante regista. Ebbene: qui, e proprio qui, sorge il problema. Il “Progetto Paese” di cui si parla è, come contenuti, frutto di un errore marchiano: si ragiona restando sempre ancorati al modello liberista, che invece si è dimostrato fallimentare. Nell’ambito del modello liberista, l’efficienza tedesca viene indicata –al pari di quella francese, sia pure questa con meno forza- come punto di riferimento, ma si trascura gravemente che anche ove più efficiente è il modello stesso che mostra crepe irrimediabili. Ed infatti, il coinvolgimento, assolutamente non isolato, delle più importanti banche inglesi, americani e della più importante banca tedesca nell’antiriciclaggio dimostra che è questione di lesione non solo della legalità ma anche della stabilità finanziaria, visto il ricorso sistemato ad operazioni destabilizzanti. Non è più sufficiente, per il capitale finanziario, la speculazione più sfrenata: ora si è raggiunta la vetta, che sembrava francamente irraggiungibile, dell’acquisizione di capitali illeciti e/o dell’utilizzo di capitali per operazioni illeciti. D’altro canto, in Italia vi è l’aggravante di una classe imprenditoriale del tutto irresponsabile, che chiede privilegi continui e pretende penalizzazioni del lavoro e dei bisogni sociali: con il “Covid” e con il “Recovery Fund” essa si è superata, dimostrando un’assoluta arroganza fine a sé stessa. Il superamento del modello liberista però è ben lungi dall’essere forza coagulante e le ragioni sono profonde, come si vedrà. Si cercano così modelli ibridi. Un economista milanese ha tentato di formulare il ricorso all’aggregazione tra imprese in via ordinaria, alle comunità di lavoratori per le imprese in crisi ed infine alle imprese pubbliche per soli monopoli naturali. E’ come mettere insieme l’ordo-liberalismo della scuola di Friburgo con Rosa Luxemburg, Luigi Einaudi con il Gramsci delle occupazioni di fabbriche. Sono sincretismi che, oltre ad essere intrinsecamente dubbi, mancano di una base forte per un vero e proprio “Progetto Paese”. Occorre evidentemente una visione unitaria che stia dietro al superamento del modello liberista. Ma la base unitaria non si costruisce dal nulla per istantanea creazione. All’esatto contrario, è assolutamente necessaria un’azione profonda che si articoli attraverso un processo graduale su più fronti. In primo luogo, occorre riconoscere che il superamento del modello liberista è assolutamente minoritario –per ragioni profonde, come si vedrà- ed anzi troverebbe un avversario compatto e fortissimo. Di conseguenza, è necessario rompere il fronte avversario dall’interno: le lesioni formidabili apportate dal capitale finanziario alla stabilità, non solo finanziaria, ma addirittura economica “tout court”, rendono non velleitario ottenere il contributo della finanza sana -quella del sostegno creditizio alle imprese e della finanza di investimenti attiva e propositiva- e delle Autorità di Vigilanza, per bloccare dall’interno il capitale finanziario. La prima misura da lanciare è un intervento a tutela del risparmio con rigoroso controllo della finanza e altrettanto rigorosa riforma dell’ordinamento della società per azioni. La politica economica da costruire intorno a tale misura sarà forzatamente di mediazione. In secondo luogo, occorre, sia per l’emersione della componente interna alla finanza, sia per passare a misure più incisive, riscoprire la politica forte -ma non autoritaria-, che abbia il coraggio di essere divisiva e radicale: occorre l’abbandono del moderatismo che è anche profondamente ed intrinsecamente antidemocratico essendo inidoneo a soddisfare le esigenze popolari, anche quando maggioritarie, in quanto per antonomasia vive di accordi con il potere economico: essa, per essere tale, deve assurgere, all’esatto contrario, al ruolo di forza della democrazia contro il potere economico. La pura radicalità, con portata divisiva, e così senza unificazione della società, è certamente distruttiva. Ma l’unificazione deve evitare Scilla e Cariddi, vale a dire da un lato non essere fittizia e quindi non autoritaria, e dall’altro non sostanziale e quindi non compromissoria: vale a dire che deve presentarsi quale forma di rispetto sia di regole sia della minoranza, in un’ottica di salvaguardia delle istituzioni, ma solo come mantenimento delle istituzioni con al centro una Costituzione in grado di indirizzare i poteri pubblici senza rinunziare ad un Progetto forte. Il punto di partenza non può non essere costituito dalla nostra Costituzione, che è la più bella del mondo, ma che è priva di “enforcement”: essa va riformata in via espansiva rispetto alla sua natura e non regressiva come invece hanno tentato tutte le ipotesi di riforma costituzionale, il tutto unito ad una legge elettorale maggioritaria a doppio turno. In terzo luogo, occorre, come risultato finale principale, sottrarre gli investimenti al ruolo decisivo delle grandi imprese, con una programmazione economica imperativa e globale e con una forte e capillare presenza di imprese pubbliche di sviluppo e con la riforma degli investitori professionali. Ma qual è l’elemento unitario del Progetto, in grado di diventare elemento di compattezza e di mobilitazione? Il superamento del modello liberista è l’essenza del Progetto ma ha un contenuto troppo tecnico per creare compattezza e mobilitazione: i suoi valori, vale a dire socialità, lavoro, salute, natura, equilibrio internazionale, sono al di fuori dell’orizzonte dei nostri tempi, e ciò vale anche per la salute, visto che il “Covid” ha trovato tutti impreparati senza grandi proteste. L’elemento unitario è –e non può essere altrimenti- la società civile, contro i liberisti che ipostatizzano l’individuo ed i nazionalisti che fanno lo stesso con lo Stato, autoritario all’interno ed aggressivo all’esterno. Ed il “Covid”, mettendo a nudo la fragilità dell’individuo e l’impotenza dello Stato, ha fatto riemergere l’assoluta necessità di riscoprire la società civile e di lottare per essa. Lo scrivente comunica che è stato nominato Consigliere di Amministrazione del Monte dei Paschi di Siena, che è una banca quotata in borsa e ed è partecipata in via di maggioranza dal Ministero dell’Economia e Finanze. Pertanto, lo scrivente ritiene, per correttezza e trasparenza, di non destinare più al pubblico sia articoli sia altri scritti a titolo di commento. Gli stessi possono essere letti da chi è interessato esclusivamente come componenti di futuri libri di natura dottrinale, in materia giuridica, filosofica, politica, economica e storica: non sono -e non saranno- in alcun modo riferiti all'attualità. FRANCESCO BOCHICCHIO
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  • Last modified on Tuesday, 29 September 2020 15:41