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SPUNTI PER UN APPROCCIO MARXISTA AL DEBITO PUBBLICO Featured

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La spesa pubblica, da finanziare anche –ora soprattutto,- con il debito pubblico, quale elemento necessario per sostenere l’economia, è stata addotta per la prima volta in modo sistematico da Keynes: questi, profondamente consapevole dell’instabilità del capitalismo, era convinto, soprattutto come presentato nella sua versione di sinistra, portata a logico compimento da Minsky, che fossero necessari, da un lato, al fine di controllare e governare detta instabilità ed i suoi rovinosi effetti, un intervento di ri-equilibrio a mezzo della spesa pubblica, quale insostituibile fonte sostegno della domanda, e dall’altro la regolamentazione della speculazione finanziaria, fattore scatenante delle crisi, con l’intervento costante e stabile di un prestatore di ultima istanza. In tale ottica i punti forti erano da un lato il sostegno della domanda dei ceti bassi, con una presenza sostanziosa dello Stato nell’economia, e dall’altro il rigido controllo della finanza speculativa.

Ebbene, l’evoluzione delle dinamiche capitalistiche ha dimostrato che il cuore del pensiero keynesiano è stato recepito, addirittura nella sua versione di sinistra, ma in modo paradossale e tale da tradirne la natura: la spesa pubblica è diventato un elemento centrale del sistema, ma non in senso sociale, bensì per consentire lo sfogo finanziario del sistema, con la stessa spesa pubblica destinata a pagare gli interessi a favore dei detentori dei titoli del debito pubblico, costituiti per la maggior parte da investitori istituzionali. E’ così evidente che l’elemento centrale del keynesismo è stato strumentalizzato in senso affatto opposto e tale da essere utilizzato dalla speculazione finanziaria, che proprio il keynesismo voleva combattere con energia. Ciò perché il keynesismo ha accertato l’instabilità del capitalismo ma gli è sfuggita la (realistica presa d’atto della) possibilità di una regolazione che fosse strumentalizzata dal capitale. Ed infatti, l’accertamento, con denuncia, del dominio del capitale è estraneo al keynesismo, attestato su una logica di puro equilibrio economico. E’ questo invece il terreno proprio del marxismo: l’utilizzo del keynesismo in un’ottica marxista è non solo possibile ma rappresenta l’unica strada per rendere il primo protagonista effettivo ed anche consapevole e, in via affatto speculare, il secondo idoneo ad incidere sull’economia.

Certamente sterminata è la letteratura sul punto: rispetto ad essa, chi scrive si differenzia nel ritenere che il vero punto di incontro sia rappresentato non dalla denuncia dell’instabilità del capitalismo, elemento di per sé troppo generico, ma dai rispettivi punti deboli, che possono essere sanati solo da una loro sintesi. Il keynesismo trascura il dominio economico, mentre è estranea al marxismo la politica economica, ritenuta secondaria rispetto al rapporto tra forze produttive e rapporti di produzione, rapporto decisivo nel marxismo stesso. Il punto del debito pubblico si rivela, in tale ottica, di estremo rilievo in quanto è la conferma che il capitalismo non si basa affatto, a differenza di quel che ritengono i liberisti, sul mercato, che non è autosufficiente: il debito pubblico mostra da un lato che è necessaria una forte presenza pubblica, ma che questa è strumentalizzata dal capitale.

Come corollario, l’unica forma di capitale possibile nel periodo di consolidamento del sistema è quella finanziaria, alla luce del ruolo subordinato del mercato e conseguentemente dello sbocco naturalmente non produttivo del “dominus” economico, che privo di limiti oggettivi si dirige verso settori dove si possono formare super-profitti. Ma non solo: il calcolo economico finalizzato alla parità di bilancio, elemento centrale del capitalismo nascente, è ora superato. Ed è superata anche la versione, di natura calvinista, che vede la centralità del risparmio e dell’investimento, sostituita da una versione del capitale finanziario, in cui il creditore opprime il debitore, ma si tratta di un creditore che presta soldi non solo non suoi- il che è inevitabile nell’intermediazione finanziaria-, ma anche utilizza in modo indifferenziato depositi ed investimenti trasferendo sui risparmiatori rischi invece esclusivamente propri. Il capitale finanziario è quindi evidentemente e necessariamente illecito.

Ma non solo ancora: la globalizzazione, irreversibile e dominante, non supera lo Stato ma lo strumentalizza. Lo Stato-nazione è evidentemente ancora centrale. Da questo mosaico, apparentemente inestricabile, emerge è lo spazio per una rielaborazione marxista del debito pubblico. Il debito pubblico è ineliminabile, ma deve essere liberato dal giogo verso il capitale finanziario. Per far ciò occorre tenere la spesa pubblica controllabile ed efficiente, vale a dire produttiva ed economica. Il nodo di una riqualificazione della spesa pubblica passa per une visione sociale dello Stato che non rinunzi all’economicità ma la renda strumentale rispetto alla socialità. La socialità deve inglobare al proprio interno l’economicità e quindi abbandonare ogni forma di assistenzialismo.

Ma ciò non basta ancora: il debito pubblico è l’elemento essenziale di un sistema economico costruito intorno al capitale finanziario. La vera sfida è quella di rendere il capitale finanziario strumento del debito pubblico, e questi dello Stato sociale e non viceversa. Non si può invece pensare ad un ridimensionamento del capitale finanziario con un rilancio di una logica di industrialismo puro, logica che si rivela frutto di puro velleitarismo. Il capitale finanziario è la guida del capitale industriale ed il fenomeno non è reversibile. Il problema vero è di porlo quale strumentale rispetto ad una logica di socializzazione. Si può ravvisare un’analogia tra quanto appena detto e le conclusioni cui giunse Rudolf Hilferding nella sua anticipatrice visione del fenomeno, elaborata nel 1910: tali conclusioni vedevano il capitale finanziario quale anticamera di una democratizzazione dell’economia, con nazionalizzazione delle poche grandi banche oligopolistiche od addirittura della grande banca monopolistica, nel segno di una trasformazione socialista dell’economia. Rispetto a tali conclusioni è da differenziarsi evidenziando che il capitale finanziario non è l’anticamera di nulla, ma è lo sbocco finale del capitale, senza che vi sia, di per sé, alcun presupposto di trasformazione socialista od anche di avanzamento democratico nell’economia. La democratizzazione socialista dell’economia non passa per il passaggio di proprietà dei grandi monopoli ed oligopoli finanziari dalla mano privata a quella pubblica come tuttora pensano, con profonda illusione, alcuni importanti e raffinati settori intellettuali della sinistra radicale-: Hilferding resta prigioniero di una logica tradizionale marxista, secondo cui fondamentale è strappare il potere alla borghesia e quindi conquistare il potere.

Il vero nodo è rappresentato dal ruolo dello Stato; ed infatti, il nesso tra Stato e capitale è diventato inestricabile, in quanto il capitale è non più autosufficiente. Come riqualificare lo Stato in economia e renderlo attore economico in senso sociale creando una contraddizione intrinseca all’interno del capitalismo e ponendo le condizioni per un superamento è un compito che appartiene strettamente, anzi squisitamente, al marxismo. Il debito pubblico è chiave di volta di una politica economia marxista in quanto mostra che la spesa pubblica non è più un limite all’iniziativa economica privata da subire per la pace sociale, ma è consustanziale al funzionamento economico del sistema. E nel contempo proprio qui si elabora il punto di attacco al capitale. Ed infatti, il nesso tra debito pubblico e capitale finanziario, nesso inestricabile, dimostra da un lato non solo che il mercato non è più autosufficiente ma anche che è sostituito da una programmazione economica, ora privatistica e che occorre far diventare democratica e sociale e, dall’altro, che il calcolo economico di bilancio su cui si basava il capitalismo è superato e sostituito da un calcolo economico globale e di sistema. Sono questi gli elementi preparatori del socialismo, da introdurre nel rispetto delle linee generali sopra viste.

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