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BREXIT: SCONFITTA PER L’EUROPA, NON PER LA GRAN BRETAGNA Featured

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Dopo quasi due anni dal “referendum “pro-Brexit”, si sono invertiti i termini della questione. La Gran Bretagna non ha subito grandi danni dalla fuoriuscita dall’Europa, mentre è esattamente vero il contrario. Anche come piazza finanziaria, si è scoperto che l’Inghilterra è più importante per l’Europa di quanto sia importante l’Europa per l’Inghilterra. L’Europa è morta ed i Paesi forti possono uscire da essa senza dazio. La conclusione è una sola: l’Europa non esiste ed ha valore vincolante solo per i Paesi deboli, che da un lato sono da essa vessati e dall’altro non possono uscirne a pena altrimenti di finire alla fame. La Gran Bretagna si è staccata dall’Europa in quanto, con Londra, capitale finanziaria che in quanto tale basa la propria forza sulla delocalizzazione e globalizzazione da un lato e dall’altro sulla violazione delle regole o meglio sulla loro disapplicazione quando sconvenienti al capitale finanziario. L’Europa è adatta ai Paesi forti solo se in grado di utilizzarla come parte assoggettata al proprio Impero (Germania) o se nell’orbita del centro dell’Impero (Francia, Belgio). Si è determinata una situazione originalissima di geo-politica. Le istituzioni sovra-nazionali hanno fallito e funzionano solo quelle imperiali. D’altro canto la globalizzazione e la caratterizzazione finanziaria dell’economia hanno creato una mobilità internazionale per cui si può scegliere una dislocazione non coerente con la geografia. Poi se l’Inghilterra sia autonoma o se faccia parte dell’Impero americano o se invece sia alleata alla pari con questa, in un’ottica di sinergia impero-capitale finanziaria, è una questione molto rilevante ma che non incide sulla nuova realtà geo-politica: la globalizzazione ha sconfitto gli Stati deboli ma non quelli forti, non necessariamente Imperi. Il nazionalismo non è incompatibile con l’imperialismo e nemmeno con la globalizzazione, contrariamente a quanto ci è stato forzatamente propinato. Le comunità sovranazionali, con l’eccezione degli Imperi, hanno fallito: il diritto internazionale è definitivamente morto, il che appare incongruo nell’epoca della globalizzazione. Lo Stato è in crisi ma non è stato sostituito da altre realtà. Venuta meno l’illusione delle comunità sovranazionali, l’Impero non si è affermato in modo universale e non vi è alcuna istituzione in grado di regolamentare la globalizzazione dominata dalla grande finanza e quindi dal capitale finanziario. L’anarchia del capitalismo, genialmente compresa da Marx, si è imposta definitivamente e dal campo economico ha invaso anche quello politico. La razionalità del capitalismo, d’altro canto, a suo tempo esattamente teorizzata da Max Weber, si è rivelata circoscritta alla fase concorrenziale e industriale, mentre è svanita nella fase monopolistica, globalizzata e finanziaria. Il dominio del capitale nella sua dimensione finanziaria è tale da essere trasversale agli Imperi e quindi in grado di comandare anche su questi. Ne consegue che la forza non economica, anche militare, è ormai secondaria. Qualche ulteriore conseguenza, la guerra non scompare, ma ha valore residuale , nel senso che non decide le grandi fasi, ma ha valore diffuso e capillare (in mancanza del diritto internazionale), senza peraltro sfuggire al ruolo ancillare di aggiustamento delle grandi fasi. E si torni a Brexit. Pur in mancanza di elementi precisi sul rapporto tra Inghilterra ed America, quello che è chiaro che la finanza occidentale non ha limiti: il capitale finanziario è un modello esportato dall’Occidente in tutto il mondo (i fondi di investimento arabi, per esempio) e nessuna potenza, compresi Cina e Russia e Paesi islamici, sono in grado di contrastare le grandi banche d’affari, le quali, all’esatto contrario, sono in grado di condizionare con gli strumenti derivati i prezzi di tutte le importanti materie prime, dal grano al petrolio. In definitiva, il modello occidentale è non solo quello perfezionato ma anche quello dominante: l’analisi di Marx viene così confermata. E’ un dominio economico incontrastato, mentre il dominio politico è frammentato, avendo un ruolo sempre minore, il tutto a conferma ulteriore dell’analisi di Marx. La delocalizzazione, la dematerializzazione e la caratterizzazione finanziaria hanno reso il dominio politico e militare residuale e secondario. Dell’analisi di Marx è smentito l’esito. Manca l’alternativa, in quanto la classe lavoratrice è invece stanziale e territoriale. La lotta di classe esiste sempre ma è ornai unilaterale. Se un approccio riformistico tradizionale è velleitario in quanto mancano le leve per correggere le tendenze distruttive del sistema, e così la riscoperta della socialdemocrazia tentata dallo scrivente si rivela velleitaria, occorre invece un approccio nuovo e puntare non sull’antagonismo economico-sociale, dove si è non solo perdenti ma nemmeno in grado di giocare la partita, ma sull’innesto di forme economiche in grado, almeno potenzialmente, di essere alternative al capitale ed al capitale finanziario, per es. finanza non speculativa, tecnologie guidate dal lavoro, e così via. Occorre avere il coraggio di riconoscere che il capitalismo non ammette soluzioni indolori e pertanto il riformismo si rivela addirittura inconsistente. Nel contempo l’ipotesi rivoluzionaria deve essere non antagonista ma alternativa, nella consapevolezza che occorre prepararsi allo sbocco finale, che dipenderà da una causa endogena al capitale finanziario, vale a dire da un’esplosione delle tendenze distruttive. Si tratta non di agevolare tali tendenze come invece secondo la teoria del c.d. “accelerazionismo”, ma all’esatto contrario di prepararsi per l’alternativa al momento dell’autodistruzione.

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