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LA TEORIA DEL VALORE NEL CAPITALE FINANZIARIO: ALLA RICERCA DEL VALORE ASSOLUTO Featured

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La teoria del valore In Marx -sviluppata ben oltre Ricardo ed in replica ai tentativi di confutazione di Bailey- è il tentativo più complesso e articolato di una teoria del valore assoluto, oggettivo e non soggettivo e non riducibile alle propensioni individuali ed all’incontro soggettivo tra domanda ed offerta. E’ l’unica alternativa teorica alla teoria liberista, anche nella versione temperata di questi tesa a ravvisare nel mercato un meccanismo oggettivo e razionale di allocazione di mezzi, risorse e beni, la “mano invisibile” di Adam Smith. Il meccanismo oggettivo è in contraddizione con la tesi delle preferenze soggettive e dell’utilità marginale, ma la contraddizione è stata superata intendendo il mercato quale idoneo ad evitare le distorsioni alle valutazioni soggettive, esse centrali. Il valore oggettivo viene da Marx individuato nel lavoro. La teoria del valore-lavoro è caduta nella trasformazione in prezzi, in quanto è pacifico che i prezzi non sono corrispondenti al lavoro incorporato. La soluzione arrecata al problema della trasformazione da Sraffa è incompatibile con la teoria del valore-lavoro in quanto la merce-tipo in quanto i prezzi sono indipendenti dal lavoro incorporato e, addirittura più radicalmente, individua una merce tipo, con le caratteristiche merceologiche suscettibili di essere generalizzate a tutte le altre merci, mentre il valore è una categoria totalizzante che trascende le caratteristiche tipologiche (come è reso pacifico dal ruolo determinante del valore di scambio, di cui appena “infra”). Ma lo stesso Marx non ha mai creduto fino in fondo alla sua tesi del valore assoluto riconducibile solo al lavoro: l’elemento caratterizzante del sistema non è il plusvalore a danno del lavoro ma la presenza del valore di scambio che si manifesta come valore d’uso, ma non è questi a determinarne il contenuto. E’ lo scambio che caratterizza il sistema sin “ab origine”, in un’ottica tesa a massimizzare il profitto. L’eliminazione del plusvalore non comporterebbe il cambiamento del sistema. Ma, in via più generale, lo scambio a valori eguali se non sul mercato del lavoro, con questi che genera un plusvalore, quale presupposto essenziale del valore assoluto, non è mai stato, nella realtà storica ed effettuale, generalizzato: il capitale si è basato sempre sugli scambi ineguali, come mostrato impareggiabilmente da Braudel e confermato in chiave marxista da Sweezy nella celeberrima politica sulle origini del capitalismo con Dobb, questi attestato su posizioni ortodosse. Il valore non industriale del sistema non è frutto di evoluzione ma è una caratteristica essenziale del capitalismo. Il valore assoluto vi è ma è non il lavoro, bensì il capitale, che è non solo un rapporto di produzione ma anche fattore di produzione. Il capitale è produttivo nel sistema, come Napoleoni comprese in quegli anni: non a caso, Schumpeter economista conservatore non marxista ma grande ammiratore di Marx, notò argutamente che nel “Capitale” Marx cercò il comunismo ma trovò il capitalismo. E che la teoria del valore-lavoro di Marx mostri crepe è evidente se si tiene conto che è arbitrario ritenere che il profitto nasca solo dal capitale variabile, vale a dire dal lavoro, e non dal capitale fisso, vale a dire dai macchinari e dalla tecnologia che consentono sia risparmi di costi sia aumenti di produttività. E lo stesso Marx ha sempre compreso il valore decisivo delle macchine e della tecnologia tanto è vero che a questi -e solo a questi- conferiva l’idoneità a superare la scissione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, con il lavoro in grado di guidare macchine e tecnologia: “General Intellect” (ciò nei Grundisse). In definitiva, la teoria del valore assoluto è giusta, ma è arbitrario ritenere che nel sistema capitalistico la fonte del valore sia il lavoro. Ciò vorrebbe dire che il capitalismo si caratterizzi in termini di mero arbitrio, con il valore conferito dal fattore economico oggetto di sfruttamento. E’ da replicare che lo sfruttamento vi è ma non in termini di arbitrio, bensì come capacità del fattore che sfrutta di aggregare il fattore oggetto di sfruttamento, rendendolo suscettibile di sfruttamento, anche con il concorso fondamentale di mezzi e tecnologia. Il problema sorge con il capitale finanziario dove il valore si determina a prescindere da ogni profilo produttivo, anche distruggendo valore, rendendo lo sfruttamento arbitrario e disaggregando il lavoro. Ciò costituisce la conferma la conferma dell’acutezza dell’analisi di Marx, che comprese che il capitale, smarrendo la componente produttiva, si sarebbe alterato. Il lavoro si deve sostituire al capitale. E’ un problema non solo dipendente dai rapporti di forza, ma anche dalla intrinseca natura tecnico-economica. La trasformazione dei valori in prezzi e è impossibile in quanto la massimizzazione del profitto porta a divaricarsi dal valore e dalla produzione per concentrarsi sul profitto a tutti i costi. Il ruolo produttivo del capitale è parziale ed anche deformante. La trasformazione dei valori in prezzi può realizzarsi solo abolendo il capitale a cura del lavoro. L’analisi di Marx è dalla natura logica ma non storica. Egli pensa ad un valore imperniato sulla produzione, mentre il produttivismo può realizzarsi solo con il lavoro. Pensa che la distorsione provocata dal capitale possa essere legata solo al plusvalore, mentre invece essa è più generale, in funzione del capitale di scambio. Ma, in uno sbocco idealistico, pensa addirittura che il valore di scambio venga meno con il socialismo -tranne che in una pagina famosa del III libro del Capitale, valorizzata solo da Galvano della Volpe-, mentre invece si tratta di sostituire il valore assoluto alla base. Compito della scienza economica è di individuare come il lavoro possa sostituirsi al capitale, avvalendosi di macchine e di tecnologia e quindi come possa procedere ad investimenti senza la molla del profitto. La teoria del valore di Marx è essenziale, pur se emendare in punti non banali: solo se si parte dalla concezione di un valore assoluto e, nel contempo, senza incrostazioni idealistiche, si riconosce che il capitale è produttivo, ma con elementi distorsivi, esaltati nel capitale finanziario, allora e solo allora si può depurare il valore assoluto di ogni distorsione, sostituendo il capitale con il lavoro.
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