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I BENI COMUNI: IDEOLOGIA E PRASSI Featured

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I beni comuni rappresentano il vero frutto dell’ideologia comunista di prevalenza della titolarità comune/pubblica (sul rapporto tra le due forme di titolarità non privata si tornerà “infra”) su quello privata dei beni. I beni comuni rispetto ai beni pubblici sono una forma sociale, propria della componente libertaria del marxismo (più socialismo di sinistra che comunismo vero e proprio), ma qui attengono ai soli profili di piano distributivo, in modo da porre le basi per sostituire alla legge del valore una legge sociale. E’ meritoria ed avanzata ma non ha natura correttiva del sistema fungendo, invece, in via del tutto radicale, da impronta alternativa al sistema. Ed allora vale piuttosto -invece di percorrere la strada radicale, la pena di salvaguardare il sistema, fornendo allo stesso un’impronta controllata e di programmazione e di forte indirizzo sociale e di correzione. La socializzazione è l’obiettivo finale, mentre quello intermedio è di controllare e stabilizzare l’economia. Ma anche la socializzazione è un obiettivo non univoco. Innanzitutto, in prima battuta, vii è la natura pubblica dei mezzi di produzione in un’ottica privatistica e di pienezza dello statuto imprenditoriale restando salvi solo profili di grande attenzione e di capillarità nella verifica, in alternativa, in seconda battura, vi è una statalizzazione anti-privatistica e comunque con profonde correzioni dello statuto imprenditoriale, ed in ulteriore alternativa, in ultima battuta, vi è addirittura una socializzazione, con ruolo determinante dei lavoratori e di altre continuità sociali ed in ogni caso con riduzione del ruolo imprenditoriale a quello di mero impulso dell’iniziativa, la quale quindi, anche se e parziale ma comunque se relativa ad imprese o addirittura a -tutte le imprese appartenenti a- settori vitali si pone sulla via dell’alternativa finale al sistema. La pubblicizzazione privatistica già vi è stata con alterne vicende e lo stesso discorso riguarda la forma di nazionalizzazione intermedia: non sono state esperienze negative, salvo patologie non estese, ed hanno comportato un grande irrobustimento dell’apparato industriale e di quello bancario. Eccessiva ed ingiustificata e priva di ponderazione è stata la sollecitudine nel dismettere la mano pubblica imprenditoriale. Nell’attuale momento storico, nazionalizzare le imprese comporta un grosso costo non facilmente sopportabile, e poi il mercato globalizzato può neutralizzare la stessa globalizzazione, con particolare riferimento all’utilizzo spregiudicato di strumenti derivati. Con la programmazione vi è uno spostamento di potere sempre all’interno del sistema sì, ma in un’ottica fortemente correttiva e con strumenti tali da poter far fronte alla globalizzazione ed al capitale finanziario. Invece con la socializzazione vi è uno scenario di superamento del sistema che è al momento del tutto velleitario, mancando sia gli strumenti per forme di organizzazione sociale, sia una logica sociale lavoristica e non consumistica, la quale alla fine è subordinata al capitale. Inoltre, nella fase attuale dell’elaborazione dei beni comuni, quella che viene proposta è una socializzazione che attiene al consumo, il che si rivela una forzatura, in quanto pretende di anticipare la socializzazione dei mezzi di produzione, mentre invece deve seguire a questa, mantenendo salvo un nucleo di consumo privato quale spazio indefettibile di libertà individuale. La legge del valore del capitale può essere superata mediante non la socializzazione del consumo, che presuppone l’abolizione del profitto a favore del consumo, la quale diventa alla fine un’abolizione fittizia ma la socializzazione della produzione, che identifichi il valore nel lavoro. Non va abolita la legge del valore “tout court” ma la legge del valore del capitale (do qui un ringraziamento eterno alla memoria di Lucio Colletti). In tale ottica, la programmazione in un’ottica non indicativa ma imperativa coregge le distorsioni del capitale e pone così le condizioni per eliminare l’arbitrio di questi ed ulteriormente per spostare il valore dal capitale al lavoro. La programmazione può -e deve- essere aiutata da una crescente mano pubblica delle imprese strategiche, mano pubblica crescente non autonoma ma come detto di supporto alla programmazione stessa, e solo dopo può -e deve- sfociare nella socializzazione.
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