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GRAMSCI ED IL POPULISMO Featured

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Sul “Manifesto” si evidenzia in modo trionfale, ed anzi gioioso, che Gramsci si oppose al populismo. Il punto è interessante, visto che Gramsci pose il problema del ruolo determinante della società civile, appartenente al piano della sovrastruttura (a differenza di Marx che di converso la assegnava al piano della struttura; la differenza tra i due fu messa in evidenza con grande lucidità da Norberto Bobbio). Non a caso, pur non essendo nazionalista, pose il problema della questione nazionale. Perché la sinistra, radicale ed anche marxista, da Gramsci fino al “Manifesto” si oppone così ferocemente al populismo (ciò almeno nominalmente, in quanto, come mostrato dallo scrivente in altra sede, in Lenin, in Althusser ed in Ingrao, per citare solo alcuni nomi, vi fu un vero e proprio cedimento strutturale di fronte al populismo, adottato per aspetti non banali; ed il primo non si limitò a teorizzare, anzi da un punto di vista teorico si oppose ferocemente al populismo per realizzarlo poi in pratica con una rivoluzione basata non solo su operai e contadini ma anche su soldati -evidentemente trasversali alle varie classi- con la conseguenza che era non proletaria ma per l’appunto populista)? La ragione di tale opposizione è che nel populismo manca la capacità di unificare il popolo, capacità presente solo in chi si rivolge alla Nazione od al Partito. Ma la mancanza di un elemento unificante è una caratteristica positiva del populismo, quale suo segno anti-autoritario e libertario. In Gramsci non vi è il cedimento alla sublimazione, tipicamente leninista, del partito, ma in ogni caso l’elemento unificante vi è e consiste nella politica che è per l’appunto unificante ed anti-pluralista. Nel populismo vi è la protesta con annesso anti-autoritarismo ma non vi è politica, che comporta alla fine l’impossibilità di evitare la strumentalizzazione da parte delle “elite”, condannate e combattute, ma alla fine solo nominalmente. Nella critica di Gramsci si snoda il punto fondamentale della politica, quale nesso tra protesta e direzione. Vi la lucida critica del populismo quale sola protesta, ma la soluzione è del tutto non appagante. Il ricorso alla politica deriva dall’altrettanto lucida consapevolezza -mutuata da Lenin, ma qualche segno vi era già in Marx, addirittura nel “Manifesto del partito comunista”, dove evidenziava che la lotta di classe alla fine è lotta politica e la frase non va intesa, come invece lo fu dal successivo marxismo dominante, quale capacità della lotta di classe di conquistare la politica, ma al contrario essa si risolve nella necessità di un momento superiore rispetto alla stessa lotta di classe, come ben compreso da Karl Korsch- del ruolo non sufficiente e non autonomo della lotta di classe. La grande novità apportata al marxismo da Gramsci -soprattutto rispetto a Lenin- è costituita dell’altra lucida consapevolezza del rischio autoritario e dispotico, con la dittatura del proletariato, tale da trasformarsi nella dittatura del partito sul proletariato, ma il rischio totalitario non fu evitato. La crisi progressiva dell’antagonismo di classe non può essere elusa e neppure può trovare surrogati. Senza una nuova aggregazione di classe un approccio antagonista si rivela del tutto velleitaria. Ma il vizio teorico del leninismo ed anche di Gramsci -e a monte anche di Marx- è stato quello di pensare che la lotta e l’antagonismo non abbiano senso senza la direzione politica. Non solo così si apre la strada al totalitarismo, ma anche si fa un’opera del tutto scorretta financo teoricamente. Si svaluta la negazione e l’opposizione al sistema risolvendole nella sintesi finale. E’ una lettura idealistica -ed ancora provvista di incrostazioni del pensiero di Hegel- della dialettica: opposizione e sintesi devono invece essere rigorosamente separati. Norberto Bobbio, in un lontanissimo ma ancora splendido scritto sulla dialettica marxista, evidenziò che della stessa si possono dare due letture, non complementari come i più hanno creduto, ma alternative l’una all’altra: l’una quale scansione dei tre momenti 1) tesi, 2) antitesi) e 3) sintesi, l’altra quale suscettibile di confluire nella compenetrazione di opposti. Quest’ultima è idealistica ed antiscientifica e di fatto ha caratterizzato il marxismo, facendo passare in secondo piano la parte principale del pensiero scientifico e materialista storico di Marx. La dialettica materialista -che è cosa ben diversa dallo scolastico materialismo dialettico, imputabile soprattutto ad Engels e poi anche a Lenin- deve fare i conti con il pensiero hegeliano una volta per tutte, senza ovviamente dimenticare il debito a tale pensiero. Se si tiene ben presente la scansione dei tre elementi/momenti, con la differenza incolmabile tra di loro, è ben da comprendere, anche, per venire all’argomento delle presenti note, che -con particolare ma non esaustivo rilievo in una fase, quale quella attuale, di assenza di una nuova aggregazione di classe- il populismo -ovviamente non nazionalista e non di destra- con la sua pura protesta è insufficiente ma ha anche un contenuto vitale. La condanna del populismo da parte del marxismo dominante, anche di quello di Gramsci, è così del tutto parziale, e soprattutto è gravemente insufficiente.

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