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http://www.libreidee.org/2017/10/cangiani-odiano-la-democrazia-e-la-chiamano-socialismo/

Cangiani: odiano la democrazia, e la chiamano socialismo

Scritto il 17/10/17

Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse pubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisifinanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanzainternazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario». Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisisenza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia“usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa«per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio». I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisifinanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economiadell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato». Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politicaeconomica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi». Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa«strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio poteremonopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi». Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europeaquella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario». Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europaoggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza sociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione». E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa(sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre». Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potereeconomico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e crescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui». La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politicaeconomica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica, politica, egemonica: di fronte alla crisiiniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economiaimposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano». A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione». Rimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale». Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisisistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisistrutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società». Ma c’è un problema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il poteredi indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch». Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democraziaè “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili». O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia“mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potereeconomico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico». Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politicasegnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democraziapoliticaed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano». (Il libro: Michele Cangiani, “Stato sociale, politicaeconomica e democrazia. Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi”, Asterios editore, 288 pagine, 29 euro). Un italiano vide prima di ogni altro, in Europa, il pericolo del neoliberismo: si chiamava Federico Caffè, e scomparve nel nulla – come un altro grande connazionale, Ettore Majorana. Il professor Caffè, insigne economista keynesiano, sparì di colpo la mattina del 15 aprile 1987. L’ultimo a vederlo fu l’edicolante sotto casa, da cui era passato a prendere i quotidiani. Tra gli allevi di Caffè si segnalano l’economista progressista Nino Galloni, il professor Bruno Amoroso (a lungo impegnato in Danimarca) e un certo Mario Draghi, laureatosi con una tesi sorprendente: titolo, “l’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”. Poi, come sappiamo – e non solo per Draghi – le cose sono andate in modo diverso. Chi però aveva intuito su quale pericolosa china si stesse sporgendo, la nostra società occidentale, fu proprio Federico Caffè, scrive l’economista e sociologo Michele Cangiani, docente universitario a Bologna e Venezia, nel volume “Stato sociale, politica economica, democrazia”, appena uscito per Asterios. Trent’anni fa, riconosce Cangiani, proprio Caffè «individuò le tendenze della trasformazione neoliberale», anche se allora «non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata». Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse Federico Caffèpubblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario». Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisi senza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia “usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa «per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio». I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire Bill Clintonun cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economia dell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato». Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politica economica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi». Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa «strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio potere monopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto Friedrich Von Hayekridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi». Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europea quella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario». Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europa oggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza Ospedalesociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione». E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa (sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre». Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e Monti e Fornero, Fiscal Compact e pareggio di bilanciocrescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui». La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica, politica, egemonica: di fronte alla crisi iniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economia imposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano». A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione». Wolfram ElsnerRimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale». Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico. Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società». Ma c’è un Luciano Gallinoproblema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch». Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democrazia è “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili». O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia “mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potereeconomico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico». Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politica segnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano».

(Il libro: Michele Cangiani, Alberto Cammozzo, Francesca Gambarotto, Claudio Gnesutta, Roberto Lampa, Stefano Perri, Paolo Ramazzotti e Angelo Salento, ”Stato sociale, politica economica e democrazia. Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi”, Asterios editore, 288 pagine, 29 euro).
Renzi voleva, fino a pochi giorni fa, neutralizzare gli effetti elettorali della scissione a sinistra ricorrendo a meccanismi “ad hoc” , quale lo sbarramento del 5%, per impedire la presenza in Parlamento del nuovo soggetto. Contava, evidentemente, sul peso suggestivo del voto utile, molto forte in presenza di turno unico, ma non in presenza di doppio turno, il che dimostra la superiorità, per l’appunto, dello stesso doppio turno. Ma se si fa un partito unico, una grande sinistra alternativa al Pd è inevitabile ed addirittura rafforzata dal tentativo di abuso elettorale da parte del Pd. Tale ipotesi di riforma elettorale sembra venuta meno, ma è chiaro che ogni nuovo tentativo di riforma elettorale si indirizzerà sempre nel senso di neutralizzare gli effetti della scissione a sinistra. Ma ciò attiene al contorno: la questione vera è di natura politica, in quanto la scissione, per beneficare di effetti elettorali favorevoli e non falsati, deve basarsi su un progetto politico. Altrimenti, farebbe il gioco di Renzi di farla apparire un qualcosa di posticcio. In tale ottica, non è assolutamente sostenibile la rifondazione del centro-sinistra con la conseguente alleanza con un Pd senza Renzi (mentre un tentativo di condizionare da sinistra Renzi si rivela nient’altro che mera velleità), in quanto Renzi ha fondato il Partito della Nazione che corrisponde all’idea del Grande Centro consolidata nella maggioranza dell’apparato del Pd ma soprattutto tra i Grandi Elettorali, vale a dire all’interno di qui movimenti di opinione e di interesse che sostengono il Pd. Ma non solo, questo è il modello vincente ora in tutta Europa con Macron. Renzi non è Macron e gli mancano la serietà, la competenza e la compostezza di questi, ma il disegno è lo stesso ed è affermato. Addirittura Renzi è stato il primo a fissare il Grande Centro, ma non è stato in grado di farlo decollare per mancanza di statura politica e per mancanza di chiarezza e trasparenza: Macron si è presentato quale rappresentante del Grande Centro, in grado di attrarre le parti moderate della destra e della sinistra, senza velleità di voler essere il “leader” della sinistra per annichilirla e debellarla. Vede nella sinistra uno dei suoi avversari e non una propria parte riottosa se non addirittura traditrice. Ma il progetto è lo stesso: la pretesa di un centro-sinistra in cui la sinistra mantenga i punti centrali della propria identità e della propria progettualità è pura illusione. Di qui l’alternatività del nuovo soggetto politico al centro-sinistra: l’alternatività non esclude, ovviamente, che si possa anche –sulla base dei numeri- concordare accordi livello ed elettorale od anche “post-elettorale” con il centro ma solo alla luce di –e condizionatamente a- una rigorosa negoziazione dei programmi, ed in un’ottica non di alleanza ma di realismo politico tipico delle larghe intese: vale a dire accordo tra schieramenti alternativi. L’alternatività presenta un nodo importante da sciogliere: l’approccio di Renzi, favorito dalla posizione di chi propugna una futura alleanza con il centro-sinistra, porta a relegare il nuovo soggetto, auspicabilmente unitario, ove necessario al netto di chi per l’appunto persegue il discorso dell’alleanza con il Pd, nell’ambito della sinistra radicale, in termini movimentistici e con il rischio di estremismo. Si tratterebbe di un soggetto politico di lotta ma non di Governo, nemmeno in prospettiva. Ciò sulla base della suggestione, creata da Renzi e alimentata da alcuni qualificati esponenti dell’area a sinistra, che il Pd rappresenti il centro-sinistra da cui nessuna forza riformista di sinistra possa prescindere. L’unica alternativa potrebbe essere movimentista e di lotta. Se si scioglie l’equivoco, e si si relega il Pd nell’ambito Grande Centro fautore della globalizzazione di un liberismo appena appena temperato, ostile alla tutela incisiva dei lavoratori, ad uno stato sociale avanzato ed auna forte progressività fiscale, è ovvio che il nuovo soggetto deve rappresentare l’alternativa a tale globalizzazione ed a tale liberalismo, che vedono il ruolo centrale e dominante del capitale finanziario, il quale a propria volta determina le dinamiche di tutto il grande capitale e così di tutta l’economia. Il nuovo soggetto deve rendersi alfiere di un riformismo antiliberista, che non sia mera replica/fotocopia della socialdemocrazia del secondo dopoguerra, ma si ponga in un’ottica di correzione delle dinamiche del capitalismo, imbrigliando il capitale finanziario. Sono necessari due obiettivi a medio termine: a) controllare e regolamentare la finanza, nel senso di stabilità, e di controllo della correttezza, ma anche di inserimento organico in un complesso di programmazione economica pubblica; b) incidere sul debito pubblico, liberandolo dalla finanza – sono le grandi banche d’affari che ora gestiscono le aste dei titoli del debito pubblico- e vincolandolo in senso sociale ei sviluppo economico. L’uguaglianza sostanziale –art.3, 2° comma, Cost.- e dei punti di arrivo e non solo dei punti di partenza –l’eguaglianza dei punti di partenza, tanto cara ai liberisti di (pretesa) sinistra, come Giavazzi, Renzi ed Ichino, non è nient’altro che è “fictio” visto che con la trasmissione successoria delle ricchezze svanisce nel vuoto- e formale deve essere il faro del soggetto, ma quale risultante di un riformismo antiliberista, vale a dire di una politica della domanda non congiunturale ma sistemica. Una politica contro l’ineguaglianza fine a sé stessa, vale a dire quale punto di arrivo e non di partenza, si esaurirebbe in una dimensione sociale che alla fine rappresenterebbe una mera posizione redistributiva senza incidere sulle distorsioni del captale finanziario. Ed infatti, il punto centrale è che il trionfo della diseguaglianza si realizza in un sistema economico dall’alta speculazione distruttiva ed incontrollata, e pertanto inefficace e in perenne crisi economica, dai risultati spesso disastrosi: l’inefficienza crea ineguaglianza che poi perpetra e legittima la prima. Pertanto, lotta all’ineguaglianza sì (senza la quale la sinistra non è tale, sia ben chiaro ed una sinistra che si limiti solo a fornire protezione ai ceti deboli, come pretende Ricolfi, è del tutto illusoria) ma collegata ad una politica economica della domanda anticongiunturale e strategica. La dicotomia tra forza ed efficacia del sistema economico e del capitale finanziario richiede una nuova politica socialdemocratica, che si ricolleghi al nucleo vitale del socialismo di sinistra, e così che imbrigli il capitale finanziario e lo controlli e lo corregga ed anche lo diriga, senza pretese di sostituzione a breve, ma ne ridimensioni gli spiriti animali, creando un sistema veramente misto, misto non nella sola redistribuzione come nel periodo d’opera della socialdemocrazia ma anche delle decisioni di investimento ed economiche. Le nazionalizzazioni non sono il volano di una nuova politica economica. in quanto in quanto con la politica economica dominata dal capitale finanziario esse verrebbero a costituire la foglia di fico od addirittura ad essere strumentalizzate. Lo scrivente trema all’idea di banche in crisi che subito dopo la nazionalizzazione vengano ad essere oggetto di attacco speculativi. Diverso è il discorso relativo a nazionalizzazioni quali forme di interventi sostitutivi in imprese strategiche quali attori ed agenti della programmazione, e quindi in modo non avulso dalla stessa programmazione. Qui bisogna poi confrontarsi con il problema endemico delle imprese pubbliche, di un collegamento non virtuoso ma clientelare tra potere pubblico e vertici. Allora si dovrebbe pensare a svincolare i vertici delle nomine pubbliche, con nomine alternative, quale per la minoranza la nomina ad opera di cittadini (questa è la proposta estremamente interessante di Giorgio Galli, contenuta in un libro congiunto con lo scrivente, in termini più estremi, mentre invece occorre calarla all’interno delle regole proprie del diritto societario) e la scelta del Presidente e dell’Amministratore Delegato da un Comitato di garanti. La mano pubblica nell’economia, assolutamente necessaria e tale da dover essere protagonista, deve essere priva di responsabilità di gestione, altrimenti si avvita nei peggiori meandri possibili per presentarsi quale programmatoria e strategica in modo da condizionare il capitale finanziario e confrontarsi con esso alla pari. Un ultimo punto strategico: il rapporto con la protesta sociale, che una forza di sinistra antiliberista non può assolutamente rinunziare a rappresentare. Ma deve essere chiaro che occorre rinunziare a cavalcare spinte demagogiche che alla fine si porrebbero in termini di mero assistenzialismo non in grado di incidere sul capitale finanziario. Così misure punitive nei confronti delle banche e la rinunzia al salvataggio si porrebbero in controtendenza con una vera riforma del sistema finanziario, mentre misure quale quella del reddito minimo di cittadinanza, se incondizionata ed isolata da una politica della piena occupazione con tutele del posto di lavoro e di un congruo trattamento economico e normativo, corre il rischio di diventare alla fine un’accettazione della disoccupazione. In un momento in cui l’antagonismo sociale è stato debellato e la rappresentanza sociale con relativa aggregazione deve essere profondamente rielaborata, è evidente che la protesta popolare, quale unica forma di opposizione al capitale finanziario, porta necessariamente la sinistra liberista ad un dialogo con il populismo –non nazionalista e non xenofobo, sia ben chiaro-, sulla rivitalizzazione della democrazia, per la quale rivitalizzazione è essenziale la sintesi tra protesta e ruolo attivo del popolo (compito del populismo) da un lato e dall’altro risanamento delle istituzioni (compito della sinistra antiliberista).
Frequentemente, quotidiani, TG, spettacoli, interviste e dibattiti tra personalità importanti utilizzano nelle loro comunicazioni termini in inglese che prendono sempre più piede nel linguaggio corrente. In aggiunta al linguaggio politichese, l’uso di questi termini, per lo più sconosciuti alle masse popolari, serve per rendere incomprensibile ai diretti interessati la comunicazione e gli effetti che le scelte governative potranno avere sulla loro vita, escludendoli dalla discussione. Questo alimenta in molti individui un senso di inferiorità, di ignoranza e di vergogna. L’effetto “voluto” è quello di allontanarci sempre di più dalla politica in modo da delegare agli “esperti” le decisioni che incidono sulla nostra carne viva. A più riprese, mi propongo di illustrare quelli più utilizzati. Jobs Act: così definita la legge sulla riforma del lavoro, il cui titolo è “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”. Di fatto, la legge non riporta alcuna occorrenza del suddetto anglicismo, ma è ovvio che il doppio nome rende il rapporto con la legge ancora più confusionario e oscuro per il cittadino. Questa legge elimina l’art. 18 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), cancella ogni forma di contrattazione collettiva, istituzionalizza i voucher (buoni lavoro) come retribuzione per le prestazioni lavorative occasionali, ma soprattutto, fa sparire il lavoro di qualità e stabilizza la precarietà. Dopo aver fatto tabula rasa di tutti i diritti riconosciuti dal CCNL, questa legge introduce gli sgravi fiscali per le imprese, le tutele crescenti, la flessibilità, neutralizza la concertazione tra i sindacati e le imprese e favorisce i contratti individuali aziendali. Secondo la narrazione politica, il testo della legge sembrerebbe avere molto di positivo. Di fatto, però, distrugge l’impianto dei contratti di settore (metalmeccanico, chimico, tessile, agroalimentare, etc.) e, di conseguenza, sparisce l’operaio specializzato. Sempre secondo la narrazione, la riforma trasformerebbe i numerosi contratti temporanei, in contratti a tempo indeterminato, se non fosse che l’abrogazione dell’art. 18 ne rende “indeterminata” la durata, essendo possibile licenziare facilmente e non solo per motivi economici. Mentre la flessibilità consente un orario meno rigido, per esigenze familiari. Peccato che le classiche 8 ore giornaliere possono diventare anche 12, magari a parità di salario. Se otto ore vi sembran poche, andate voi a lavorar e proverete la differenza di lavorare e di comandar… (autore anonimo, inizio 20. secolo). Flexisecurity: flessibilità alle imprese di assumere o licenziare i lavoratori secondo le proprie esigenze, da un lato; precarietà senza tutele, dall’altro. Gig-economy: lavoro on demand, smart working: quando ci dicono che avremo un sacco di posti di lavoro in più, c’è da preoccuparsi perché siamo nell’era della gig-economy, i piccoli lavoretti, spesso poco qualificati, da svolgersi in qualsiasi momento, in qualsiasi giorno, part-time, a tempo pieno e spesso senza tutele. Sono i lavori offerti dalle piattaforme digitali (Uber, Deliveroo, Foodora, Glovo, etc.). Queste aziende, di solito, non hanno costi aggiuntivi e tutti i costi sono a carico del “lavoratore”. Con Uber, ad esempio, il lavoratore mette a disposizione la propria auto e si accolla tutti i costi di gestione, manutenzione e controllo, oltre alle perdite in caso di imprevisti. Lavoro on demand: tutti i lavoretti di cui sopra, sono on demand, cioè “a chiamata”. Il lavoratore, imprenditore di sé stesso, è sempre a disposizione non potendo prevedere la “chiamata”. Si usa anche il termine smart working, cioè lavoro “agile” (suona quasi positivo!). In questo caso non è il lavoro ad essere agile, ma il lavoratore costretto continuamente a riciclarsi. Il fatto è che con l'economia on-demand i posti di lavoro non stanno sparendo, sono diventati nuove categorie, magari lo stesso lavoratore ne svolge più d’uno contemporaneamente. A questo punto sarebbe d’obbligo porsi delle domande: quale rete di sicurezza avranno questi nuovi lavoratori? Come motivare i giovani sull’importanza dell’istruzione superiore per acquisire nuove competenze? Quale certezza per un futuro migliore? Quale sarà il loro posto in una società futura? Servirà a creare prosperità condivisa e ricchezza nella società o, piuttosto, aumenterà l’enorme divario tra chi ha e chi non ha? Questo sistema produce un’incertezza molto sottovalutata, che ha una risvolto psicologico negativo su chi si affaccia al mondo del lavoro. Il lavoratore della new economy (nuova economia) è improbabile che abbia i contributi per la vecchiaia, né avrà la possibilità di risparmiare a causa della precarietà e occasionalità della prestazione per far fronte all’incertezza del futuro. Non ha progetti per il suo futuro, potendo solo “vivere alla giornata”. Tutto ciò sopra scritto ha niente a che vedere con la crescita dell’occupazione narrata dai media per volere del governo, né con la redistribuzione della ricchezza, che rimane sempre in mano allo 0,1% degli individui sul pianeta, mentre il 99,0% vive nell’instabilità globale.
Nella seconda metà del 700, in Inghilterra, con la privatizzazione delle terre e le nuove tecniche di coltivazione, quali l’agricoltura mista, ebbe inizio la Rivoluzione industriale. I contadini si spostarono dalle campagne alle città. Si sviluppò il settore tessile-metallurgico, grazie alla macchina a vapore, e l’uomo si spostò dalla terra alla fabbrica. La rivoluzione industriale comportò una radicale trasformazione nel settore produttivo che modificò il sistema economico e sociale. Dalla seconda metà dell’800, con l’industria metallurgica, l’industria edile e il cemento armato, il sistema delle comunicazioni e dei trasporti, inizia la seconda Rivoluzione industriale che si caratterizzò per lo sfruttamento dei combustibili fossili, dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio. Dai contadini alla classe operaia, che ebbe il suo culmine dal fordismo fino agli anni’60-‘70, con l’intensificazione del lavoro e della produzione che ha stravolto in poco più di un secolo lo stile di vita dell’uomo. Le nuove macchine hanno permesso di aumentare la produzione di oltre il 10.000 volte, ma la tecnologia a favore dei lavoratori si è rivoltata contro di essi. Con l’avvento di internet siamo alla terza Rivoluzione industriale. Il Web 2.0, la libera circolazione dei capitali e la robotizzazione del lavoro ci ha portato un’ingiusta distribuzione della ricchezza, comportando una progressiva e importante diminuzione della forza lavoro salariata, il disconoscimento dei diritti dei lavoratori e la privatizzazione del welfare. Nasce il Digital user, l’utente digitale, i social networks come Google, facebook, whatsapp, skype, instagram, twitter, AirB&B, Uber, Foodora e quant’altro, attraverso l’uso di nuovi oggetti di produzione capitalistica, computer, smartphone, iPad, lettore e-book (con un importante impatto ambientale, sia per il consumo massiccio di materie prime che per lo smaltimento del prodotto finale). Si sviluppa il “consumo partecipativo” che cambia il rapporto tra produzione, consumo e partecipazione. Gli utenti digitali dedicano il tempo libero che si trasforma in tempo produttivo di informazioni e plusvalore che si aggiunge ai processi della produzione capitalistica del Web. L’utente produttivo contribuisce alla creazione di ricchezza, ma nella maggior parte dei casi non ne beneficerà. Infatti, il digital user non è riconosciuto come reale partecipante ai processi di produzione delle piattaforme online, di conseguenza la sua attività non viene vista come forza-lavoro e non percepisce alcuna retribuzione. Però è l’utente che fornisce dati utilizzati dal grande capitale economico e finanziario, è l’utente che produce i contenuti da condividere con altri utenti, crea delle comunità per raggiungere obiettivi o interessi comuni, ma non può accedere al valore prodotto da queste attività, che invece verrà concentrato nelle piattaforme digitali del capitale. Solo Google sposta parecchi miliardi all’anno di pubblicità on line, ma fino a quando l’utente non si approprierà di parte del valore prodotto rimarrà un semplice utente, forse disoccupato, ma non potrà decidere le forme di economia sviluppate da questo sistema. La sharing economy, solo in Italia, nel 2016 è cresciuta del 10%. Queste tecnologie digitali spingono inconsapevolmente gli utenti all’uso collettivo e partecipativo del tempo libero, ma esso viene assorbito e trasformato in tempo di lavoro non retribuito o super sfruttato, a discapito dell’integrazione sociale degli individui che vivono in una solitudine cibernetica, vittime di uno sfruttamento economico che disumanizza l’attore inconsapevole e creativo. L’utente incrementa le piattaforme con una serie di azioni, che vanno dalla creazione di informazioni alla semplice visualizzazione, like, commenti e condivisione, genera reddito e flussi di dati in ambiente cibernetico. Questi dati contribuiscono al miglioramento e all’incremento del valore della produzione capitalistica e la loro raccolta e utilizzazione determina le preferenze e le abitudini degli utenti/consumatori che servono al capitale per orientare gli investimenti e generare ulteriore profitto. Ma questa “attività lavorativa” è quasi totalmente gratuita. La quotazione in borsa di questi colossi virtuali sale o crolla di parecchi miliardi al giorno ma la ricchezza si redistribuisce sempre fra le stesse multinazionali. La finanziarizzazione dell’economia e la rivoluzione digitale, invece di migliorare il processo democratico, sottraggono democrazia e intensificano la concentrazione monopolistica di risorse e capitale nelle mani di pochi. La velocità con cui si eseguono attività di marketing sul web, informazioni e trasferimenti di dati e di denaro da una piattaforma all’altra è così rapida che in pochi nanosecondi si effettuano numerosissime transazioni che sfuggono ad ogni possibile controllo reale. Il nostro pensiero è lentissimo al confronto. Inoltre, se si calcola che il denaro virtuale in circolazione è oltre 12 volte il PIL mondiale, capiamo che l’economia reale è ben distante da questo volume miliardario di affari detenuto da circa 500 Corporations (molto meno di 10.000 individui, su 7 miliardi di persone viventi sul pianeta). Consideriamo anche la robotizzazione del lavoro e l’intelligenza artificiale che hanno sostituito milioni di lavoratori e di esperti nei vari settori dell’economia, perché la globalizzazione e i progressi nel settore delle telecomunicazioni hanno reso reale la prospettiva che il lavoro della conoscenza seguirà la produzione di lavoro in quei paesi del mondo con bassi salari, cattive condizioni di lavoro e sindacalizzazione inesistente. E’ probabile che crescano (anche se relativamente) i lavori ad alta qualificazione, ma diminuisce in modo significativo il lavoro manifatturiero e specialistico, soppiantato dall’automazione, e di conseguenza spariscono milioni di posti di lavoro. Oggi puoi avere una pizza o un piatto caldo, un trasporto, una locazione o effettuare un pagamento con un solo click. Con la gig-economy, l’economia on demand, su piattaforme come Uber, Foodora, Deliveroo, Glovo, ormai accessibili da un app direttamente dal tuo smartphone, sparisce ogni vincolo contrattuale tra l’azienda e il lavoratore, spesso sottoposto a stress anche per “piccoli lavoretti”, o che lavora in condizioni di schiavitù. E’ ovvio che l’orario di lavoro potrebbe essere ridotto a un terzo, ma egualmente retribuito, se ogni transazione finanziaria fosse tassata, anche dello “zero virgola”, perché si avrebbe a disposizione una quantità di denaro sufficiente a garantire la distribuzione del lavoro tramite la riduzione delle ore lavorative, anche fino a 1/3 delle attuali, si avrebbe tempo libero da dedicare a interessi culturali o di benessere e si potrebbero garantire diritti universali, servizi pubblici e sociali, che negli ultimi decenni ci sono stati sottratti. Andrea Fumagalli, economista dell’Università di Pavia sostiene che, essendo noi sottoposti ad un continuo processo di estrazione di valore in ogni momento della nostra vita, quando navighiamo su internet o guardiamo la pubblicità, quando paghiamo la spesa alle casse automatiche o il semplice rifornimento ai self-service garantiamo profitto a qualcuno, quantomeno i più poveri o disoccupati dovrebbero essere retribuiti con un reddito di base incondizionato (RBI), il cui importo deve essere sufficientemente elevato (almeno la metà se non il 60% del salario mediano). John Maynard Keynes scrisse che, nell'anno 2028, grazie al progredire della tecnologia e alla perfezione delle macchine, l'uomo moderno non avrà bisogno di lavorare più di 3 ore al giorno. Vedremo come andrà a finire da qui a 10 anni.
E la guerra scoppierà!!! Se ne dolgono i conservatori realisti politici finora favorevoli al ricorso alla forza per l’imposizione del modello occidentale (in via pretesa in quanto modello di democrazia, mentre invece nella realtà ci si è sempre disinteressati della democrazia dei Paesi esteri, come dimostrato dalla folle politica in SudAmerica ed in America Centrale, con la conseguenza indefettibile che l’imposizione riguardava solo l’instaurazione di un regime favorevole agli interessi occidentali) e che ora vedono la politica di Trump quale rottura della solidarietà occidentale. E’ una guerra diversa da quella in cui loro credevano. Trump ha rotto con la solidarietà occidentale ma ha anche dimostrato che il suo non è mero protezionismo, e nemmeno è mero atteggiamento difensivo, costituendo invece intervento attivo per imporre la propria forza. Trump dimostra che la globalizzazione non ha valore universalista ma ciò non comporta la tutela dei singoli Stati, concretizzandosi invece in un intervento imperialista. L’alternativa tra globalizzazione e protezionismo è del tutto fittizia. L’intervento in Asia crea tensioni, addirittura dalla natura esplosiva, con la Cina e così si fa emergere il vero problema, che è quello del rapporto tra Imperi. La globalizzazione, quale trionfo della forza economica, è il modello imperante, ma non in esclusiva, essendo affiancato dalla prevalenza della forza politica, che supporta quella economica. Il rapporto tra le due forze è complesso e che non può essere affrontato in modo succinto: quello che conta e che preme rimarcare quale punto fermo è che la forza politica non è incompatibile con il trionfo delle leggi economiche, ma le favorisce, essendo queste non oggettive ma soggettive ed arbitrarie. La guerra è funzionale all’Impero americano: in via più generale, è funzionale all’imperialismo “tout court”: è un’ottica imperialistica basata sull’unità interna, necessaria sia per suffragare i commerci esterni, non più ruotanti intorno a regole oggettive, ma abusivi ed arbitrari, sia per devitalizzare i conflitti sociali. Il conflitto dell’America con la Corea comporta il coinvolgimento della Cina, ma occorre tener conto anche della Russia. L’asimmetria tra Imperi è inevitabile, e non è detto che sia superabile, senza che ciò comporti la decadenza del capitalismo occidentale, che al contrario può sussistere con esternalizzazioni al di fuori. L’inserimento nel Sud-Est asiatico sembra fuori di ogni logica, ma invece ha ben una logica, perché “il reale è razionale”, come diceva Hegel, e perché non ci si può arrendere all’assurdo quale chiave di lettura: se non si riesce a comprendere la logica delle dinamiche sociali e storiche, occorre prendere atto che vi è una logica diversa ed addirittura alternativa rispetto a quella cui siamo abituati. Come detto, si tratta sia di creare una contrapposizione tra Stati per consentire di mascherare i conflitti sociali sia di dare supporto politico ai trasferimenti di capitali e merci, privo di basi economiche e che richiedono così l’arbitrio politico. E’ un sistema economicamente irrazionale che richiede la forza politica per dare la preminenza ai capitali e che vuole il ricorso alla forza politica per dare compattezza all’interno sopendo i conflitti sociali. Rispetto al passato vi è una duplice novità: in primo luogo, proprio perché il modello è in crisi, ed irrazionale, l’imperialismo può far beneficiare non più un’intera area, ma solo i settori forti. Da qui una duplice conseguenza. Da un lato, vi è una frammentazione di conflitti e di antagonismi senza più cornici unitarie. Dall’altro, l’Europa non ha più senso se vuole collocarsi armonicamente al di dentro del modello occidentale americano: può avere senso solo se incarna un modello occidentale del tutto alternativo. La crisi dell’Europa è tutta qui, e i profili istituzionali dell’Unione Economica sono solo una conseguenza. In secondo luogo, la Nazione ha esaurito il proprio ruolo di compattezza politica e locale, essendo trascinata via dalla globalizzazione che ha trovato sbocco istituzionale e politico in modo ben più coerente a livello politico nell’imperialismo. Il ricorso al nazionalismo protezionistico è solo fittizio e la destra radicale è non riesce ad essere alternativa all’imperialismo come dimostrato dalla convergenza tra la Le Pen e Trump. Il collegamento tra tutela degli stati deboli e tutela dei ceti deboli, da sempre il cavallo di battaglia del marxismo-leninismo meno compromesso con l’Unione Sovietica, ed ora oggetto di brillanti riaggiornamenti (tra cui quello pregevole di Losurdo per Laterza), sembra un modo per eludere i problemi. La globalizzazione non è solo frutto di inganno e di arbitrio, ha in effetti disintegrato la lotta di classe. L’unico ostacolo alla globalizzazione è la democrazia che in effetti si vuole rendere del tutto fittizia e svuotata e privo di senso sia a livello interno sia a livello estero (Hans Kelsen tentò invece di fondare il diritto internazionale proprio sulla democrazia e sul diritto). Chi lo ha capito è il populismo ed è sul populismo che la sinistra di classe e marxista si deve inserire se vuole avere un senso. In definitiva, la guerra scoppierà: e sarà il primo di un conflitto che vedrà gli Imperi contrapposti tra di loro, senza soluzione finale, ma in un’ottica tesa a lottare in modo serrato per contendersi il miglioramento di posizioni, sempre restando all’interno di una solidarietà di fondo per evitare l’esplosione di conflitti interni. Una resa di conto per arrivare ad unico imperialismo è da escludere in quanto vorrebbe dire favorire le problematiche di ricerca di universalità che in un unico impero inevitabilmente si creerebbero, mentre proprio l’universalità è un pericolo letale per il sistema.
Il Tribunale Penale di Trani ha assolto gli esponenti delle “Società di “rating”, che avevano declassificato il “rating” dei titoli del debito pubblico italiano, dal reato di manipolazione del mercato. L’indagine fu impiantata prima e poi tenuta in piedi da un coraggioso e validissimo P.M., che alla fine si è dovuto arrendere di fronte alla differenza di forze in campo rispetto alle Società di “rating” che hanno fatto ricorso ad un esercito di fuoriclasse, rappresentati da avvocati e consulenti tecnici di parte (esperti nel settore finanziario), mentre il PM ha dovuto fungere da “Oratio sol contro Etruria tutta”. Per pronunciarsi sul punto, occorre aspettare le motivazioni: al momento, sembra che il disvalore del comportamento delle società di “rating” non sia escluso, solo che non è stato ritenuto tale da assurgere al livello di reato. I liberali di casa nostra hanno esultato, anche in maniera non composta (del tutto fuori luogo, da un punto di vista sia formale sia sostanziale, le osservazioni di Alessandro De Nicola, estremista liberista, su “Repubblica”, un tempo autorevole testata di sinistra, o meglio, ancora autorevole testata ed ancora sedicente di sinistra, ma solo sedicente), accusando il PM di irresponsabilità e di commistione di piani tra economia e diritto penale. Il vero è che le società di “rating” erano collegate alle “investment bank” che hanno stipulato in massa operazioni di “credit default swap” speculativi sui titoli del debito pubblico greco e italiano, vale a dire operazioni di acquisto della garanzia del credito da parte di chi non era creditore, che pertanto a nient’altro puntava che alla speculazione: ma si trattava di una speculazione non fine a sé stessa, bensì dotata di un ulteriore elemento che l’ha caratterizzata in modo veramente diabolico, vale a dire l’essere a danno della tenuta di Stati sovrani (Grecia ed Italia), ponendo in essere dei veri e propri tentativi di colpo di Stato non cruento a danno degli stessi Stati sovrani. Le società di “rating”, abbassando il “rating” di tali Stati, hanno sostenuto attivamente il comportamento delle “investment bank”. Non a caso, subito dopo i fatti di causa, vale a dire a fine 2012, Draghi, nel ruolo appena assunto di Presidente della BCE, ha fatto sì che venisse approvata una normativa comunitaria in grado dl limitare fortemente questo tipo di operazioni. Ed in America, quando il bilancio non è stato approvato per un notevole lasso temporale a causa dello stallo tra Obama e il Congresso, ben ci si è guardati dal compiere operazioni analoghe, a conferma delle ragioni non tecniche a supporto delle stesse. Ma ciò detto, non ci si vuole sostituire alla sentenza e ritenere che gli estremi del reato vi fossero: quello che conta è che la sentenza ha escluso il reato e se ciò verrà confermato negli ulteriori gradi, questa –e non altra- sarà la verità legale. Per un’analisi seria, che rispetti la verità legale ma approfondisca la questione in termini globali, occorre partire dai dati di fatto, vale a dire dalla circostanza che le Società di “rating” hanno emesso il proprio verdetto non solo in conflitto di interessi, ma anche in appoggio ad una manovra tesa ad attentare alla sovranità di due popoli, utilizzando strumenti del mercato degli investimenti finanziari. Vi è stato –sembra ombra di dubbio- un abuso teso a soggiogare il mercato finanziario e la democrazia politica. Se non è reato nient’altro vuol dire che, nel nostro ordinamento, gli abusi più gravi finanziari sono legalizzati. “Tertium non datur”. La sentenza di Trani costituisce la resa del diritto di fronte al capitale finanziario: un PM coraggioso e abile non è sufficiente per evitare l’abdicazione. Ma perché vi è tale abdicazione? Per rispondere ala domanda, deve essere chiaro che il risultato vero di un’indagine spassionata è che Stato e mercato non esistono più, mere prede di un capitale finanziario illecito ed abusivo. Ed allora, l’abdicazione è tutta qui. Ed ancora, se non si impugna e non si ribalta la sentenza di assoluzione, l’abdicazione è senza limite. Poi,sia ben chiaro, la normativa può –“rectius”, deve- essere cambiata anche con l’introduzione di un reato di illecito finanziario ed economico in grado di colpire gli abusi più gravi, superando eventuali dubbi, e con controlli rigorosi e di commissariamento da parte delle Autorità, ma se non si abbandona l’idea, lucidamente espressa da De Nicola, che sia precluso all’Autorità Giudiziaria di entrare nel merito dell’operazione economica, si è disarmati di fronte ad un’economia palesemente ed irrimediabilmente illecita. Per concludere, un’osservazione sistematica: la dissoluzione dello Stato e del mercato conferma che siamo al di fuori della democrazia; ma non siamo semplicemente nella “post-democrazia” di Crouch, in quanto non viene ad essere incisa solo la capacità decisionale dei rappresentanti popolari, ma è lo stesso meccanismo istituzionale dello Stato ad essere privo di senso. Si è avverata la fine dello Stata preconizzata da Marx anche se non a favore di una società di liberi produttori associati. Ma non solo, non solo vi è la dipendenza dello Stato dal capitale finanziario, come previsto in Marx, ma si è andati ben oltre, realizzando una totale occupazione, in modo che lo Stato ha perso qualsivoglia autonomia, anche relativa come invece riteneva il compianto Poulantzas. Pertanto, la tutela dello Stato e del mercato rappresentano la prima base di partenza per la lotta al capitale finanziario. E’ una situazione paradossale per cui il liberalismo difende un sistema del tutto in violazione dei principi fondamentali della liberal-democrazia ed addirittura del liberismo, mentre gli stessi principi sono difesi dalla sinistra non moderata, che d’altro canto si discosta dalla distinzione tra democrazia sostanziale e democrazia formale –purtroppo- fondamentale nel marxismo, e poi recepita in modo degenerato dal marxismo-leninismo. L’anticapitalismo, non suscettibile di essere rivoluzionario a breve, deve rivedere dalle fondamenta il marxismo –anche per Marx vale il noto detto latino, “Quandoque bonus dormitat Homerus”, non bisogna farsi condizionare dal principio di autorità in capo a Marx, come giustamente sottolineavano Bobbio e Colletti, e questo vale anche per i marxisti, “quorum ego”-- sia pur partendo dalla lucida critica marxista del capitalismo e dello Stato. La sentenza di Trani si rivela un passaggio che può essere letale: non sarebbe male un’azione concertata, anche non priva di difesa del P.M. da attacchi e tentativi di ridicolizzarlo come in De Nicola –eh sì, i nostri liberisti non sono proprio liberali-. Il PM non è l’alfiere della nuova sinistra, ma è uno dei pochi tutori della democrazia e chi ama la democrazia deve difenderlo, senza affibbiargli etichettature politiche.

Ora e sempre Resistenza!

l 25 aprile, in molte città italiane, si svolgono numerose manifestazioni per celebrare la Resistenza dei partigiani contro l’oppressione nazifascista, dopo una seconda guerra mondiale che ha prodotto milioni di morti soprattutto giovani che, inconsapevolmente, si fecero uccidere per permettere ai potenti del mondo l’esercizio del potere imperialista. Dalla Resistenza ne conseguì una conquista di diritti sociali che hanno accompagnato la mia generazione negli anni che seguirono. Ma per la prima volta nella storia, noi, che fummo più fortunati dei nostri padri, saremmo più fortunati dei nostri figli! Un orrore! Oggi, 25 aprile, mi trovo temporaneamente in Calabria, una terra da sempre depredata, martoriata dalla disoccupazione, dalla mafia e da politici assenti o presenti solo in campagna elettorale, quindi, ci tenevo a partecipare alla celebrazione della Liberazione. Sapevo che Siderno, la città in cui io ho trascorso gli anni più belli della mia vita, non solo per la formazione scolastica, ma soprattutto per la mia formazione alla vita sociale, alla lotta per la conquista di diritti sociali e civili per le generazioni future, non poteva non organizzare una manifestazione. Ma grande è stata la mia delusione quando ai miei occhi si presentò una piazza semivuota, con una partecipazione simile alla commemorazione del milite ignoto. Non vedere la forza giovanile in piazza per celebrare la Liberazione dal nazifascismo come punto di forza per rivendicare quei diritti che oggi ci sono stati in larga parte nuovamente cancellati, non vedere l’impegno organizzativo di massa e di masse per una giornata madre di tutte le battaglie è stato un duro colpo! La Resistenza partorì la nostra Costituzione, più volte presa d’assalto da fascisti, massoni e lobbisti, largamente inattuata e sfregiata dall’art. 81 che ha introdotto il “fiscal compact” nella Costituzione. Una “regola incostituzionale” inserita nella nostra Carta dei principi fondamentali, dei diritti civili e sociali, delle regole economiche e politiche delle Istituzioni del nostro Paese, che dovrebbero essere al nostro servizio. L’art. 81 è invece una “regola” che impedisce allo Stato e agli Enti locali di investire risorse economiche per garantire il welfare e i servizi pubblici, quindi, è contro ogni regola democratica, perché non si potranno perseguire politiche sociali a favore dei cittadini. L’art. 81, quella regola partorita dal Meccanismo europeo di stabilità (MES) e per la quale ci viene imposto il regime di austerità, sta cancellando completamente quel che rimane del diritto universale alla salute, all’istruzione, al lavoro. Quella regola per cui non ci sono soldi per la manutenzione delle strade, del territorio e per la sua difesa dal dissesto idrogeologico, che fa chiudere gli ospedali pubblici e consente di aprire le cliniche private, che ha decretato l’aumento dell’età pensionabile, i continui tagli alla sanità e al welfare. Una regola infida che ci toglie la libertà, perché ci costringe a pagare un debito costruito ad arte per tenerci sotto scacco e svendere le aziende pubbliche e partecipate alle multinazionali e a “regalare” la gestione del demanio e dei nostri siti culturali a privati ed arraffoni anche stranieri, per consentire loro di trarne profitto. Mentre i cittadini (ma solo i soliti noti) sono costretti a pagare tasse sempre più esose. Le tasse servono per garantire i servizi pubblici ai cittadini, non per pagare un debito spropositato che serve a mantenere in vita la finanza internazionale parassita, le grandi banche e le società assicurative internazionali. Ma un numero sempre più consistente di cittadini neanche potrà pagarle le tasse, perché ha perso il lavoro, perché le aziende delocalizzano in Paesi dove la manodopera è quasi gratis. Perché ogni volta che viene venduta una grossa azienda italiana, o cedute quote sempre più consistenti di un’azienda pubblica al mercato internazionale, o un’infrastruttura viene concessa in gestione ai privati (autostrade, ferrovie dello Stato, monopoli o assets dell’energia e della comunicazione), i consumatori vengono sopraffatti, molti lavoratori vengono licenziati, la disoccupazione cresce e il disagio sociale aumenta. Il lavoro rende dignitosa la persona, per dirla con le parole di Papa Francesco: “Se togli il lavoro alle persone, hai tolto loro la dignità”, e oltre al lavoro ci vengono tolti anche i servizi pubblici e i diritti sociali. Il sangue versato nella Resistenza dai nostri padri fondatori della Costituzione Repubblicana chiede vendetta, perché l’attuale classe politica si è prestata ai giochi della finanza e delle lobbies di potere e persegue politiche neoliberiste e, attraverso leggi “istantanee”, attua il lavoro sporco a compiacimento degli interessi di investitori internazionali, affinché le multinazionali possano farla da padrone sul nostro territorio e sulla vita dei lavoratori, così come da anni si depredano le terre ai contadini di tutto il mondo per praticare agricoltura intensiva e diventare monopolisti del cibo mettendoci in condizioni di infinita dipendenza. Da diversi anni, sulle nostre coste approdano barconi stracolmi di immigrati e solo i più fortunati riescono a sbarcare, perché molti lasciano le loro vite in fondo al Mediterraneo. Noi oggi combattiamo una guerra tra poveri e non contro gli oppressori delle popolazioni. Rifiutiamo gli immigrati senza capire che da anni patiscono la fame e subiscono le guerre sui loro territori, a noi circostanti, per la spartizione delle risorse naturali e del potere sui popoli. A loro danno si sta praticando il “landgrabbing” e il “water grabbing”, cioè l’espropriazione di milioni di ettari di terreni e dell’acqua che furono a sostegno della vita di questi popoli, cacciati dalle loro terre per consentire ad investitori cinesi, indiani e a multinazionali di ogni parte del mondo di praticare l’agricoltura intensiva distruggendo la biodiversità, di “brevettare” sementi e vendere cibi avvelenati da pesticidi, che arrivano quotidianamente sulle nostre tavole, togliendo a noi il diritto di produrre individualmente o cooperativamente nella pratica tradizionale. Oggi queste espropriazioni vengono effettuate anche in quasi tutti i Paesi d’Europa a cominciare dalla Romania e dall’Ungheria per arrivare alla Francia ed ora anche in Italia! Perciò, oggi dobbiamo combattere più di allora! Il 25 aprile non deve essere il giorno del ricordo, deve essere il giorno in cui viene rilanciata la lotta contro un’oligarchia egemone nazifascista, contro i soprusi di una classe politica che si è prestata all’attuazione delle più becere politiche neoliberiste, non solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo intero. Quelle politiche che lasciano il deserto nella nostra vita e rendono precaria la vita dei nostri figli, costretti ad emigrare o a prostituirsi ad imprenditori che li sfruttano e rubano il loro futuro e la loro dignità per molte ore e per pochi spiccioli. O ancora li costringono a lasciare il proprio Paese per sperare in un avvenire più dignitoso. Oggi come allora, dobbiamo ricominciare a combattere per la riconquista dei nostri diritti. Dobbiamo ricostruire la Democrazia, quella vera! Dobbiamo riconquistare il diritto universale alla salute - Renzi, nel suo programma per le primarie ha inserito l’ultimo pezzo residuo di sanità pubblica nelle prossime privatizzazioni. Oggi più che mai occorre lottare per abbattere il “fiscal compact”, la legge sul “jobs act” e la “buona scuola”, che di buono ha solo l’aggettivo! Rialziamo la testa e non facciamoci sottomettere da infidi discorsi di “democrazia”, una parola abusata ormai da troppo tempo, lottiamo per il ripristino del Servizio Sanitario Nazionale, non confondiamo la globalizzazione della povertà con l’internazionalismo. Difendiamo la vera Democrazia, i diritti civili e sociali attuando la Costituzione. Difendiamo la nostra Libertà! Ora e sempre Resistenza!
Ho molto apprezzato il discorso del sindaco di Siderno, Fuda, alla festa del 1° maggio, nella parte in cui ha parlato di “imprenditore sociale”. Questa figura ci riporta all’art. 41 della Costituzione che recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Chi ha scritto questa norma aveva bene in mente lo Stato sociale e lo ha incastonato nella Costituzione, conservando il diritto alla proprietà privata, alla libertà di iniziativa economica privata, ma intervenendo nel settore dei rapporti economici. I padri Costituenti furono lungimiranti nel coordinamento dell’attività economica e il suo indirizzo verso il raggiungimento del benessere comune. Per questo non si può ragionare solo in termini di sterile profitto, perché se un’azienda funziona bene è perché spesso all’interno vi è anche la fedeltà e l’attività di chi presta la propria professionalità e questa deve essere riconosciuta tramite un salario congruo, sicurezza e tutela della salute e del posto di lavoro. Il lavoratore spende 8 ore della sua giornata, la propria forza e, in alcuni casi, anche le idee e il suo “savoir fare”. Per questo ha il diritto di garantire a sé e alla sua famiglia una vita dignitosa. Oggi, purtroppo, i mercati internazionali sono predominanti, si è quasi totalmente distrutta la piccola e media impresa. Quando una persona riesce a entrare nel “mondo del lavoro” non viene considerata per la qualità produttiva, ma per la velocità di produrre e generare profitto al suo datore di lavoro. Non a caso, ora viene usato il termine infelice “mercato del lavoro”, dove ciascuno diventa sostituibile, proprio per indicare che i lavoratori possono essere sostituiti come un pezzo meccanico qualsiasi di un ingranaggio. La “chicca” è il lavoro flessibile coronato dai voucher! Con il Jobs act, per agevolare le assunzioni, è stato proposto il contratto a tutele crescenti e gli sgravi contributivi per il datore di lavoro. Ma niente, non si muove una foglia. La precarietà e la disoccupazione i convitati di pietra del primo maggio! In Italia la disoccupazione generale è stimata al 14%, quella giovanile al 42% e al sud arriva al 60%. Ogni giorno un’azienda chiude o minaccia di chiudere per abbassare le garanzie sul lavoro. Alcune chiudono e aprono all’estero. Molte effettuano finte chiusure. Infatti, in diverse città, il lavoro c’è ma è molto nascosto in magazzini seminterrati affollatissimi di “lavoratori” e le condizioni sono da Bangladesh! Si può parlare di nuova schiavitù? Direi proprio di sì. Qualcuno ricorderà la gag di Massimo Troisi sul lavoro? Nella scenetta, Troisi lamenta che a Napoli non si trova lavoro che non sia affiancato da un’altra parola. Lavoro nero, lavoro a cottimo e lavoro minorile. Dalla legge Biagi in avanti se ne sono aggiunte altre: lavoro a progetto, a partita iva, a tempo parziale, intermittente, ripartito, co.co.co. e molti altri che il jobs act non è riuscito a cancellare, anzi, ha cancellato l’art. 18, una norma che garantiva diritti e umane condizioni di lavoro. Invece, ha prevalso la “Gig Economy” (o gigonomics=lavoretto), un termine anglofono e laccato per definire un modello economico sempre più diffuso dove i lavoratori sono tutti in proprio, non esistono più prestazioni lavorative continuative, ma si lavora “on demand”, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze. Qual è il problema? E’ veramente economico? No, il problema è la competitività! Oggi dobbiamo essere “competitivi”, perché ce lo chiedono i mercati. Le imprese artigianali, con l’originalità delle idee, non ci sono più perché per essere “competitivi” occorre produrre in serie e a basso costo. Così siamo vestiti tutti uguali, “griffati”, ma uguali, come i balilla! Anche il cibo deve essere “globale”, non secondo le locali esigenze, ma secondo le esigenze del mercato e, però, non tutti nel mondo hanno assicurato un pasto al giorno. Alcune vie delle grandi città non sono più illuminate, anche i negozi chiudono. Nelle vie più “battute” del centro ci sono ovunque le stesse insegne che si ripetono, tanto al Nord come nel resto d’Italia e del mondo: Zara, Intimissimi, McDonald, per citarne alcune, e poi le grandi firme. Tutti in serie! Costo di produzione 90 centesimi, prezzo di vendita 40 euro. E’ un esempio, ma è così per qualsiasi prodotto. Quantità, non qualità! Ma la quantità rischia di travolgerci perché senza reddito non si consuma. Senza reddito non ci si avventura a costruire una famiglia. Le nascite calano, arrivano i migranti, l’esercito industriale di riserva, per usare un’espressione di Marx, dove l’obiettivo è sostituire i lavoratori autoctoni con gli immigrati, i lavoratori specializzati con lavoratori occasionali, sostituendo la manodopera che ha diritti sociali e una coscienza di classe oppositiva (scioperi, ecc.) con una nuova manodopera che non ha né gli uni né l’altra, e che è disposta a tutto pur di sopravvivere. Questa è globalizzazione dello sfruttamento! Perciò, in attesa della completa robotizzazione, qualche lavoro si trova. Senza garanzie, limiti di orario e sottopagato. Nelle grandi catene di distribuzione si lavora anche più di 50 ore a settimana, senza straordinari, né festivi. A Castel San Giovanni (Piacenza), la multinazionale Amazon assume parecchi giovani, che lavorano fino a 10 ore al giorno. Lo smistamento delle merci per la consegna è cronometrato e i lavoratori non possono andare in bagno, fermarsi per un bicchiere d’acqua, o scambiare due parole con un collega mentre percorrono freneticamente i corridoi del grande deposito. Pare che i bagni di Amazon siano pulitissimi! In diverse occasioni, i nostri politici hanno incitato gli imprenditori stranieri a investire in Italia perché il costo del lavoro è conveniente. Non è un vanto, c’è da vergognarsi! Dicono che c’è crisi, che non ci sono soldi, mentre il gap della diseguaglianza cresce ogni giorno. Il 10% si arricchisce sempre di più, mentre l’altro 90% si impoverisce. I 20 miliardi di euro spesi dal governo Renzi in bonus e mancette per la campagna elettorale, tradotti in investimenti pubblici avrebbero portato alcune migliaia di posti di lavoro a tempo indeterminato. L’Italia è stata la terza potenza del mondo in diversi settori, la prima nel campo alimentare, della moda e della meccanica. Oggi siamo agli ultimi posti della classifica. Eppure le soluzioni ci sono: avremmo potuto vivere di rendita per i beni culturali che possediamo, le bellezze naturali e per i nostri prodotti caratteristici. Avremmo potuto creare nuovi posti di lavoro con la riclassificazione ecologica degli edifici pubblici, la manutenzione del territorio urbano e idrogeologico, utilizzare le idee dei nostri laureati per progetti innovativi, invece li mandiamo all’estero. Andando avanti così, il 1° maggio potremo festeggiare la precarietà.
Il populismo fa paura, è una minaccia reale e molto concreta. Lo sport nazionale, anzi internazionale, degli apologeti del sistema è così diventato quello di individuare a tutti i costi difetti all’interno dello stesso populismo: poiché i difetti non appaiono rilevanti agli occhi della maggioranza, indulgente nei suoi confronti alla luce della natura disastrosa e rovinosa del sistema, ecco tutti a cercare le contraddizioni, vale a dire derivanti da difetti interni ai pregi in modo da inficiare questi. In premessa, la presenza di contraddizioni all’interno del populismo è una vera e propria scoperta dell’America. Il populismo è protesta distruttiva e negativa, senza proposta, e ciò lo costringe continuamente a rivedere la propria natura visto che il proprio scopo non viene dal suo interno ma dal suo esterno, vale a dire proprio da quel sistema che esso combatte. Ma ciò non autorizza a trascurarne la forza, alimentata continuamente dalla natura sempre più disastrosa del sistema. Nel merito il populismo è sempre stato strumentalizzabile dai poteri economici che ne hanno cavalcato la natura antipolitica per spingerli a combattere parti politiche ad essi poteri economici invisi per sostituirle con parti più consone o comunque per ridurle a più miti consigli. Adesso che il sistema politico è appiattito su quello economico e questi è rovinoso, la strumentalizzazione non è più così scontata, e se può essere sempre attuata con il populismo di destra insuscettibile di rivelarsi sinceramente anticapitalistico, non può esserla con un populismo puro quale quello dei 5Stelle. Ora, addirittura, si scopre che la caratteristica del populismo è quello di privilegiare misure popolari a breve anche se alla lunga nocive. Così si taccia il populismo di irresponsabilità e lo si indentifica con la demagogia, mentre invece lo stesso populismo si caratterizza solo in negativo per la sua protesta e non in positivo, ed infatti se ogni populismo è demagogia non ogni demagogia è populismo ed è strano che i centristi dimentichino come la demagogia abbia caratterizzato due campioni dei moderati quali Berlusconi e Renzi. Il populismo è demagogia ma non solo, è anche qualcosa di più, mentre la demagogia non è solo di natura populista, è l’applicazione della retorica alla politica. Il vero problema, ma anche l’unico, del populismo è quello di rappresentare una mera protesta negativa e senza proposta. E’ il suo problema ma anche la sua grandezza in quanto gli consente di acquisire il consenso delle masse esasperate superando i problemi di differenziazione politica ed ideologica. Ma ora che il sistema è in una deriva inarrestabile e non è in grado di recepire le istanze della protesta, quest’ultima si trova in un vicolo cieco ed è costretta a trovare sbocco propositivo a pena di non restare impantanata in una frattura eterna ed insanabile. Il rischio che il populismo così si snaturi è ovvio, ma anche banale. Deve tradirsi per non condannarsi a non in una situazione di perenne disperazione globale, vale a dire senza possibilità di andare né avanti né indietro. L’unico sbocco è a sinistra, nella componente antiliberista, antimoderata e costituzionale, unica in grado di dare sbocco costruttivo ai ceti subalterni. Vi è lo spazio per un incontro virtuoso tra chi rappresenta la protesta e chi le fornisce (“rectius”, le può fornire) risposta. La sinistra ha perso il proprio riferimento sociale e pertanto per non sparire deve fornire ad altri il proprio contributo di ingegneria economica e sociale alternativa a quella fallimentare odierna liberista, rivelandosi in grado di soddisfare esigenze popolari. E’ un’alleanza in funzione di democrazia sostanziale, vale a dire di tutela del popolo nei confronti delle “élite” economico-politiche, con una sintesi tra rappresentanza della protesta e organizzazione delle risposte. Ma è una democrazia sostanziale che non sostituisce quella formale, bensì la sorregge e la integra, per cui le suggestioni del Movimento 5Stelle di una democrazia sostanziale che sostituisca o comunque superi quella formale in virtù del il ricorso alla rete devono essere del tutto abbandonate, così come va respinto l’ultimo sbocco della sinistra costituzionale –cui prima aderiva lo scrivente- di un approccio alla democrazia in termini solo di reiezione degli attacchi eversivi e comunque autoritari senza un’ottica propositiva di un’alternativa di governo, ovviamente non autoreferenziale ma di soddisfazione delle istanze della protesta. E’ ovviamente questo solo un primo passo per la sinistra antiliberista, che non può accontentarsi di una democrazia sostanziale a tutela del popolo ma deve organizzare una vera e propria nuova aggregazione sociale di classe: ma non si può arrivare alla seconda fase senza la prima, che è preliminare, visto che solo il popolo che ridiventi sovrano può restringere la libertà di manovra del capitale e creare così le condizioni –a medio-lungo termine- per una diversa incisiva azione di aggregazione di classe. D’altro canto il populismo può così rigenerarsi dotandosi finalmente di un valore intrinseco, visto che la sua forza verrebbe non più solo dall’esterno ma anche dall’interno.

Si parta da due elementi specifici. In primo luogo, come dimostra la recente misura della “Flat tax” (cento mila euro) per chi investe In Italia, provenendo o ritornando dall’estero, misura che è inevitabilmente destinata ad essere generalizzata, conformemente alle richieste programmatiche di Berlusconi, Salvini e, più in generale, della destra, l’idoneità del capitale e dei ricchi a sottrarsi alla tassazione (“rectius”, ai suoi effetti) costringe lo Stato ad eliminare la progressività, principio fondamentale di uguaglianza e socialità (art. 53 Cost.), per accontentarsi di un gettito modesto ma stabile e relativamente sicuro vista la convenienza degli interessati ad evitare problematiche legali e comunque ad investire in un Paese povero di capitali di rischio a costo fiscale contenuto. In secondo luogo, la pressione di precari sul mercato del lavoro, precari irrobustiti dalle schiere di emigrati, crea un irresistibile esercito industriale di riserva –come a suo tempo indicato da Karl Marx-, che indebolisce la posizione degli occupati stabili: conseguentemente, si è reso il contratto di lavoro di tutti privo di tutele, con l’abolizione del divieto di licenziamento ingiustificato di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. La divisione del mercato del lavoro in due, stabili e precari, ha avuto come soluzione una equiparazione verso il basso, come richiesto con grande enfasi dal liberista di sinistra Ichino –cui va tributata la più ampia ed incondizionata solidarietà per essere stato nel mirino delle nuove Br, e non è detto che non lo sia tuttora- : il capitale crea e mantiene una concorrenza, per lo più artificiosa, sul mercato del lavoro per abbassare le tutele e tenere saldamente e a briglie strette il lavoro nelle sue mani. In entrambi i casi, il diritto viene sacrificato all’arbitrio del capitale. Ma questi sono solo due punti specifici: ed infatti, più in generale, è il capitale che determina gli investimenti in via esclusiva e così l’andamento dell’economia, con la conseguenza che non si possono introdurre riforme ad esso contrarie. L’unico modo per risolvere tale problema consisterebbe nell’effettuare investimenti di natura pubblica per creare alternativa di investimenti e tenere così sotto pressione il capitale, ma il settore pubblico dell’economia è stato dismesso per ragioni di efficienza spesso fittizie: le banche pubbliche italiane erano sane ed in alcuni casi raggiungevano punte di eccellenza, mentre è stata la successiva privatizzazione a determinare una situazione, di ricerca di profitti a tutti i costi, anche con operazioni ultra-speculative, e di allentamento dei vincoli a collegamenti politici ed economici –i quali hanno portato nel credito ad erogazioni lassiste-, il che ha determinato poi il tracollo.

Il dominio del capitale vuol dire da un lato non solo indirizzo completo dell’economia ma anche impossibilità di utilizzare misure alternative e dall’altro addirittura manomissione totale del diritto. Sul secondo punto vi è l’abbandono dello stato di diritto e del costituzionalismo e financo, il che sembra paradossale ma non lo è, del liberalismo, che è il cavallo di battaglio del capitale, soprattutto in materia economica quale liberismo: ma adesso è lo stesso liberalismo ad essere pregiudicato dalla circostanza che la manipolazione del diritto dà mano libera ai ceti privilegiati nei confronti anche dei propri interlocutori i quali non sono garantiti più non solo nelle istanze sociali ma anche in quelle prettamente economiche ed a monte anche in quelle civili quando tali da impattare sulla sfera degli stessi ceti privilegiati, il che non rappresenta un’ipotesi di scuola, anche se non è (ancora) generalizzato: l’unico liberalismo tutelato è quello attinente ai diritti dei certi privilegiati. Sul primo punto, vi è l’abbandono della democrazia, impossibilitata ad assumere decisioni autonome. Panebianco rivendica con orgoglio che la modernità è rappresentata dall’unione tra mercato a livello economico e rappresentanza a livello istituzionale: ebbene è una rivendicazione orgogliosa degna di miglior causa. Ed infatti, il mercato è privo di meccanismi oggettivi ed impersonali, e la ripartizione delle risorse non solo è arbitraria e rimessa al dominio del grande capitale, altro che mano invisibile, ma anche si realizza nel modo più inefficiente possibile, come dimostrato dalle crisi inarrestabili e senza soluzione. D’altro canto, la rappresentanza è priva di poteri di controllo dei rappresentati sui rappresentanti: ma non solo, in quanto il potere dei rappresentanti è originario ed autonomo, quale quello di un vero sovrano, almeno da un punto di vista formale, mentre nella sostanza è un sovrano con poteri pieni sì ma solo in esecuzione delle direttive del capitale. La lotta tra le “élite” per la conquista del potere vede i rappresentati non più quali protagonisti di un’effettiva e consapevole scelta, bensì quale mera terra di conquista. Ma non solo: manca a monte la stessa possibilità di scelta in quanto i contenuti sono prefissati e non modificabili. Si è in una fase di potere cieco, pieno ed incondizionato di sostanziale assolutismo, con l’arbitrio erto a principio dalla natura sacrale e che ha sostituito del tutto l’oggettività del dominio del capitale di cui alla prima fase. Non vi sono alternative, né riformiste per le ragioni dette, mancando lo spazio per modifiche serie e sostanziali all’interno del sistema che le impedisce totalmente, né rivoluzionarie per la mancanza di un’aggregazione di classe che sia in grado di proporre antagonismo nei confronti del capitale in funzione di un’alternativa di sistema. Il capitale è fortissimo ma la sua forza si accompagna –“rectius”, è indissolubilmente collegato-ad una tendenza inarrestabile verso la rovina e verso il disastro. E’ probabile una prospettiva di soluzione apocalittica come a suo tempo con il Medio Evo o come nel secolo scorso con le guerre mondiali (questa volta con effetti ancora più spaventosi). All’interno del sistema si sta ora manifestando viva e reiterata preoccupazione per la minaccia populista, in grado di coagulare la protesta, sia pure cieca e senza contenuti positivi e propositivi. La protesta popolare ove lasciata a sé stessa può provocare tale apocalisse. Di qui il dilemma: il sistema è in grado di annullare e integrare al proprio interno e quindi neutralizzare il populismo come sembra (poter) fare con quello di destra, o questi gli sfuggirà? La risposta sembra nel primo senso ed è scontata se il populismo non si sgancia dall’abbraccio mortale con la destra, la quale, anche nella sua versione più estrema, è per antonomasia incapace di assumere posizione antagonistica nei confronti del captale, anche in via non rivoluzionaria. E cosa succede se si sgancia? Si determineranno tutti i presupposti per uno scontro frontale. In definitiva, quale che sia la soluzione, sembra che, per una via piuttosto che per l’altra, si vada incontro inesorabilmente all’apocalisse. Tale soluzione è sicura nel primo caso, vista l’incapacità totale del capitale di correggersi per le contraddizioni insanabili già viste da Marx. Ma non per il secondo visto che il populismo nella sua forza irresistibile può anche pensare ad una propria correzione mediante uno sbocco propositivo, che non può che essere a sinistra, in campo sì riformista ma antiliberista e antimoderato, in quanto solo l’unione tra tale progettualità e la forza del riformismo può in qualche modo spaventare il capitale costringendolo –in quanto, senza costrizione “ab externo”, questi è totalmente refrattario- a inversioni di rotta. Ma, per parafrasare Kypling, “That’s another story”.