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Considerazioni sui dati economici

Altre “interpretazioni” dei dati economici

Sinora si è affrontato il racconto “ufficiale” dell’economia, cercando di metterne in evidenza sia gli aspetti di drammatizzazione sia le molte riserve sugli indicatori utilizzati per misurarla. In ogni caso, però, gli indicatori, a cominciare dal più usato, il PIL, se analizzati con più attenzione raccontano anche altre storie. Si può iniziare con una prima considerazione sui valori costitutivi del PIL e sulla moneta con cui lo si misura.

Valori costitutivi del PIL

IL PIL, come abbiamo visto, è un indicatore sviluppato nel maggiore paese economico del mondo, gli Stati Uniti, per soddisfare l’esigenza dell’amministrazione Roosvelt di misurarare oggettivamente l’impatto delle sue riforme sull’economia. Si sono già presentati i limiti o almeno i dubbi scientifici di questa tipologia di misurazione, ma non si è ancora messo in evidenza che essa in qualche modo rappresenta anche l’universo valoriale di quel paese. Universo che assegna alla ricchezza monetaria la misurazione del successo/insuccesso e trascura di assumere come riferimento altre tipologie di valori. Sebbene i dubbi in merito alla capacità del PIL di misurare il benessere sociale serpeggiassero persino nella commissione che l’ha ideato, tuttavia è prevalsa e si è rafforzata nel tempo la convinzione che solo la ricchezza monetaria dovesse costituire il parametro di riferimento. Dunque la crescita della ricchezza misurata col denaro è diventato l’obiettivo di fondo, senza porsi il problema di cosa produrrà quella crescita (cosa può essere tanto soggetto quanto complemento oggetto del periodo perché per la crescita è indiffferente tanto cosa la determina quanto cosa modifica in termini sociali), ma la crescita in sé. La finalità dell’azione degli uomini, così come quella degli stati è di accrescere il più possibile la ricchezza per assicurare benessere alla propria famiglia o ai propri cittadini. In verità mentre è possibile, anche se non certo, che tutti i membri di una famiglia godano della maggiore ricchezza conseguita, altrettanto non può dirsi dei cittadini di uno stato in assenza di criteri e modalità certi di redistribuzione. L’universo valoriale del paese più importante al mondo sotto l’aspetto militare ed economico si è imposto, come è logico che fosse, a livello internazionale e la sua emanazione normativa, il PIL, per misurare la ricchezza è divenuto l’indicatore universale di riferimento. Il PIL è diventato dunque lo strumento di riferimento comunemente utilizzato dalla comunità economica e dalle organizzazioni finanziarie internazionali. È superfluo ricordare ancora una volta che le raccomandazioni e le condizioni da loro poste per concedere finanziamenti o prestiti agli stati sono giustificate con l’andamento storico e previsionale del PIL. Dal PIL deriva anche il concetto di rating, vale a dire un indicatore di affidabilità di qualsiasi soggetto economico coinvolto in una transazione di denaro, sia che si tratti di stati sia che si tratti di aziende o di clienti privati delle banche. Peccato che il rating viene espresso da agenzie controllate da capitale privato e non da organismi pubblici e/o comunque neutri, cioè non portatori di interessi specifici. È tanto evidente da non meritare ulteriori spiegazioni che l’assegnazione di un valore di rating determina condizioni esiziali di favore o di sfavore per i soggetti interessati. Se il rating è alto, triple a, e l’outlook previsionale è positivo si avrà/dovrebbe avere un accesso facile al credito a condizioni molto favorevoli in termini di oneri finanziari, vedi tasso d’interesse; naturalmente accade/accadrebbe l’incontrario in caso di rating bassi e/o di outlook negativi. Che l’assegnazione di un valore di rating non sia così “neutra” come dovrebbe essere lo confermano numerosi casi di errori giganteschi a cominciare da quello della Lhemann Brothers, alla quale veniva assegnata la triple a un giorno prima del suo fallimento. Il meccanismo che porta alla valutazione del rating è stato spiegato in maniera esemplare nel film “La grande scommessa”. Le agenzie di rating, poiché vendono i loro prodotti soprattutto alle banche e ad altri soggetti economici, nel redigerli tengono conto degli interessi della loro platea di clienti. Nel caso trattato dal film, avendo le banche investito in subprime e sottoscritto i relativi contratti di assicurazione, era necessario assegnare a questi titoli cartolarizzati rating positivi, con gli effeti che abbiamo visto. Però l’evidenza degli errori non ha comportato un rifacimento delle modalità di rilevazione o una regolarizzazione normativa delle agenzie e dei prodotti finanziari speculativi. Anzi le stesse agenzie continuano ad emettere i loro verdetti ed il concetto di rating è divenuto così pervasivo da essere esteso persino ai privati. Il che vuol dire assumere come concetto base per la relazione con i loro clienti da parte delle banche l’”homo oeconomicus” teorizzato da J.S.Mill: “individuo astratto del cui agire nella complessa realtà sociale si colgono solo le motivazioni economiche, legate alla massimizzazione della ricchezza”. Secondo la Treccani “nella teoria economica attuale, il concetto di h. o. si identifica semplicemente con il principio di razionalità dell’agente economico, nel senso che il suo comportamento, volto a raggiungere dati obiettivi sotto determinati vincoli, rispetta criteri di coerenza interna a partire da certi assiomi. Questa ipotesi è posta a fondamento della teoria microeconomica delle decisioni individuali, in un modello del tutto astratto. In esso, l’operatore sceglie tra un insieme di alternative possibili in base ai propri gusti, sintetizzati da una relazione di preferenza, la quale costituisce la caratteristica primitiva degli individui e rispetta gli assiomi di razionalità. In particolare, una relazione di preferenza si dice completa se essa è ben definita per ogni possibile coppia di alternative; è, inoltre, transitiva, se non può accadere, per es., che l’individuo preferisca una mela a una banana e una banana a un’arancia, ma anche un’arancia a una mela. Queste ipotesi, per quanto intuitive, sono piuttosto forti e possono non essere verificate in casi pratici. Un esempio in questo senso è dato dall’effetto di framing proposto da D. Kahneman e A. Tversky, secondo cui le scelte degli agenti possono cambiare al variare del modo di formulare un problema. È possibile, tuttavia, fare a meno degli assiomi sulle preferenze individuali, definendo direttamente il comportamento di scelta degli agenti come la caratteristica primitiva individuale. L’ipotesi base di questo approccio è data dal cosiddetto assioma debole delle preferenze rivelate, che impone una proprietà di coerenza al comportamento decisionale che ricalca i precedenti assiomi di razionalità, ma lascia anche spazio, in linea di principio, a forme più generali del comportamento individuale e, soprattutto, evidenzia che una teoria delle scelte degli agenti può essere fondata su basi unicamente comportamentali, e non necessariamente su un processo di introspezione”. Dunque sia che si tratti di stati sia che si tratti di privati, con in mezzo tutte le articolazioni possibili, l’approccio da parte dei soggetti finanziari (banche d’affari, organismi internazionali, sportelli retail, etc.) dovrebbe essere improntato a quei principi riassumibili con la capacità di onorare il debito e la prevedibilità dei comportamenti. Naturalmente è legittimo che questi soggetti finanziari utilizzino un approccio metodico per orientare la loro azione, ma se derogano volontariamente da esso allora lo fanno per una loro scelta di convenienza, sia che essa attenga alla sfera politica sia che essa attenga alla sfera speculativa. Naturalmente fanno eccezione tanto la comparsa di fattori che sconvolgono improvvisamente il quadro informativo quanto la devianza comportamentale dell’homo oeconomicus o la semplice truffa. Ma non è di queste eccezioni che qui si vuole parlare. Si vuole parlare invece delle deroghe volontarie e delle responsabilità che esse comportano; e lo si fa con esempi concreti. La concessione di prestiti così elevati ad un piccolo paese come la Grecia è stata una mossa improvvida, se si tiene conto della capacità economica di quel paese. Quei prestiti, funzionali all’acquisto di beni militari e no, sono stati erogati soprattutto da banche dei paesi fornitori di quei beni. In sostanza esse hanno finanziato le vendite delle imprese del loro paese alla Grecia ed allorchè hanno dubitato di riscuotere i prestiti erogati li hanno resi per così dire pubblici. E così sono intervenuti la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la stessa Comunità europea, insomma la famosa triade, per commissariare di fatto il paese, ignorando le proteste sociali e rendendo l’esercizio della democrazia superfluo. I mutui immobiliari, che hanno portato alla crisi dei subprime, sono stati erogati anche a soggetti poco solvibili attribuendo alti valori, non di mercato, agli immobili. Anzi molto spesso l’erogazione è stata sollecitata dalle banche ai propri clienti. Una pratica così rischiosa, rischi accresciuti dal fatto che il valore di quei mutui è stato fatto lievitare artificialmente attraverso il meccanismo della cartolirizzazione, ha avuto effetti disastrosi sull’economia non solo americana ma mondiale, ed ha portato alla crisi del 2008. Per venire a fatti di casa nostra, basti ricordare il caso delle obbligazioni subordinate. È accaduto che le banche hanno convinto molti piccoli risparmiatori a sottoscrivere titoli a forte rischio, essendo l’obbligazione subordinata un prodotto speculativo non garantito dallo stato in caso di fallimento dell’ente erogante. Allorchè si sottoscrive un prestito o un investimento presso una banca si è costretti a firmare documenti così complessi che quasi nessuno legge con attenzione ed anche quando li si legge non sono di facile comprensione. Quei documenti servono per definire il profilo del sottoscrittore, che, come abbiamo ricordato, è quello dell’homo oeconomicus, dunque di un soggetto consapevole del funzionamento e delle finalità del prodotto acquisito. In questo modo la banca scarica sul sottoscrittore la responsabilità della sottoscrizione. In tutti questi casi il soggetto erogante o promotore ha agito in maniera incoerente o addirittura truffaldina verso i “clienti”, rispetto al concetto tanto sbandierato di rating. In sostanza ha concesso, o proposto, l’adesione a finanziamenti o investimenti a stati o persone di cui era chiara l’incapacità di onorarli o di coglierne la portata. Delle due l’una: o i criteri per la definizione dell’homo oeconomicus sono insufficienti ed allora bisognerebbe cambiarli; oppure i concedenti seguono proprie strategie che poco hanno a che vedere con le condizioni dei riceventi, ed in questo caso la loro responsabilità è addirittura maggiore. La pratica concreta degli enti eroganti, sia che si tratti di banche sia che si tratti di istituzioni internazionali è stata dunque diversa rispetto a quella dettata dai criteri che loro stessi hanno tracciato per identificare le caratteristiche dei contraenti. Il risultato è che si è dovuti ricorrere all’intervento degli stati, quegli stati che il pensiero liberista mal sopporta, per evitare una serie impressionanti di fallimenti ed una crisi catastrofica. Interventi che sono costati svariati punti di PIL agli stati coinvolti ed un monte risparmi considerevole ai privati. Il discorso rischia di scivolare su temi complessi, come il ruolo delle banche o delle istituzioni finanziarie internazionali, che andrebbero affrontati in profondità, ma che sono altri rispetto alle finalità di questo scritto. Si vuole, però, sottolineare con forza che la responsabilità di chi concede prestiti o propone finanziamenti è senza dubbio maggiore, almeno in questi casi, di quella che hanno i soggetti che non riescono ad onorarli. Tuttavia nei discorsi correnti e ricorrenti è su questi ultimi che viene fatta pesare la responsabilità, spesso sconfinando in valutazioni estranee all’economia ed attinenti ai comportamenti, quali “hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità”, “hanno chiesto prestiti che sapevano di non poter restituire”, “dovevano leggere e capire bene i documenti sottoscritti”, e così via.

La moneta

La seconda considerazione riguarda il ruolo della moneta.

È ovvio che la misurazione del PIL negli Stati Uniti venisse computato in $. Ma perché vengono convertiti in $ anche i PIL degli altri paesi? La risposta ovvia è che usando una sola moneta di riferimento la misurazione risulta omogenea e raffrontabile. Vero, peccato che il tasso di cambio delle monete è soggetto non solo allo stato reale dell’economia dei paesi coinvolti ma anche alle speculazioni finanziarie, particolarmente pesanti per quei paesi che hanno monete più volatili. Ne sappiamo qualcosa direttamente noi italiani, allorchè la speculazione finanziaria guidata da Soros si abbattè sulla lira e determinò la perdita di svariati miliardi di lire da parte della Banca d’Italia per tentare di difenderne il valore di cambio. Nel nostro caso si è trattato di un attacco alla moneta di uno dei paesi componenti il G7, dunque importante, figuriamoci in altri casi. Misurare in $ il PIL di paesi diversi permette si di avere una base omogenea, ma determina un evidente svantaggio per la gran parte dei paesi in cui il $ non è moneta corrente per la vita quotidiana dei cittadini. Vediamo di esplicare il concetto con un esempio pratico: se un cittadino statunitense con 10 $ riesce a comprare un chilo di pesce, un cittadino dell’Ecuador o della Bolivia o del Camerun riesce a comprare lo stesso bene in moneta locale ad un valore decisamente minore qualora si confrontassero le due monete al tasso di cambio ufficiale. In questo caso al cittadino statunitense occorre più denaro per acquistare lo stesso prodotto. Occorerebbe dunque immettere dei correttivi efficaci per misurare il potere di acquisto reale ed è quello che si propone il PPA, ritenuto da molti studiosi un indicatore più attendibile del PIL. Se il potere di acquisto reale riesce in qualche modo a dare una rappresentazione più aderente alla realtà economica dei paesi, tuttavia non viene considerato l’indicatore principale sul quale costruire la misurazione della ricchezza dei singoli paesi: in sostanza il PIL rimane basilare nella determinazione del posizionamento degli stati. Lo svantaggio evidente per quasi tutti i paesi è che rilevandolo in $, il loro PIL pesa meno rispetto a quello degli Stati Uniti, attribuendo cos’ a questo paese un vantaggio nella quantificazione della ricchezza mondiale prodotta. Lo stesso, in qualche misura, vale per gli stati europei che utilizzano l’euro perché il suo valore si avvicina molto a quello del £ e dunque la rilevazione della ricchezza prodotta è simile a quella degli Stati Uniti. Sommando la ricchezza prodotta nei paesi atlantici, non a caso alleati anche nella Nato, si ha che essi detengono una quota assai importante, circa il 40%, della ricchezza mondiale. Per conseguenza le organizzazioni mondiali finanziarie stabili (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Ocse, etc.) sono tutte dirette da persone indicate da questi stati. Ed anche gli incontri tra capi di stato del G7, G8 sono dominati dai paesi occidentali. Di fatto, dunque, le scelte strategiche e la capacità di indirizzo di questi organismi sono state dettate sinora dal cosiddetto capitale atlantico, grazie anche alle modalità di rilevazione della ricchezza prodotta.

I dati economici del PIL e del PIL PPA e conseguenze Tuttavia questa situazione, che è rimasta stabile dalla fine della seconda guerra mondiale, potrebbe modificarsi a breve. Nelle seguenti tabelle sono utilizzati come base dati le rielaborazioni da parte di Statics Times delle rilevazioni e previsioni del Fondo Monetario Internazionale. Le precedenti rielaborazioni hanno registrato uno scostamento massimo ±3%, per cui le si può ritenere attendibili. Ovviamente la sostanziale correttezza delle rielaborazioni per il passato non comporta necessariamente che lo siano per il futuro. Come detto le rielaborazioni sono svolte sugli indicatori rilevati dal Fondo Monetario Internazionale, ma questi potrebbero cambiare in ragione, ad esempio, dello scontro commerciale in atto e delle sue possibili ricadute sui volumi degli scambi e sui PIl dei paesi coinvolti. Di là di queste riserve, vediamo ora i dati tendenziali rispetto al PIL atteso nel 2018 e nel 2022. Si prenderanno in considerazione i primi trenta paesi sui 192 rilevati, che nell’insime concentrano l’86% della ricchezza mondiale nel 20018 e l’84,6% nel 2022. La quota rimanente è quasi tutta appannaggio dei paesi definiti emergenti, con l’eccezione di qualche stato particolare come il principato di Monte Carlo o San Marino per restare in Europa. Nelle prime trenta economie sono presenti, ovviamente, tutti i paesi sviluppati ed una parte consistente di quelli emergenti.

PIL nei primi trenta paesi: 2018 e 2022

2018 2022 Varia. % Paesi 'ooo billion $ % 'ooo billion $ % 2022/2018 USA 20.200 23,9 23.505 22,4 16,4 Cina 13.119 15,5 18.383 17,5 40,1 Giappone 5.063 6,0 5.482 5,2 8,3 Germania 3.935 4,7 4.452 4,2 13,1 India 2.654 3,1 3.924 3,7 47,9 Francia 2.776 3,3 3.162 3,0 13,9 Regno Unito 2.661 3,2 2.961 2,8 11,3 Brasile 2.200 2,6 2.629 2,5 19,5 Italia 2.048 2,4 2.244 2,1 9,6 Canada 1.763 2,1 2.052 2,0 16,4 Corea del sud 1.597 1,9 1.878 1,8 17,6 Russia 1.523 1,8 1.805 1,7 18,5 Australia 1.482 1,8 1.786 1,7 20,5 Spagna 1.420 1,7 1.628 1,6 14,6 Indonesia 1.092 1,3 1.580 1,5 44,7 Messico 1.250 1,5 1.551 1,5 24,1 Turchia 906 1,1 1.132 1,1 24,9 Olanda 891 1,1 1.003 1,0 12,6 Argentina 639 0,8 870 0,8 36,2 Arabia Saudita 708 0,8 814 0,8 15,0 Svezia 595 0,7 710 0,7 19,3 Polonia 461 0,5 698 0,7 51,4 Taiwan 588 0,7 662 0,6 12,6 Nigeria 461 0,5 633 0,6 37,3 Belgio 529 0,6 605 0,6 14,4 Tailandia 467 0,6 586 0,6 25,5 Filippine 358 0,4 543 0,5 51,7 Iran 398 0,5 521 0,5 30,9 Malesia 341 0,4 500 0,5 46,6 Emirati Arabi 401 0,5 494 0,5 23,2

Altri 11.854 14,0 16.193 15,4 36,6

Totale 84.380 100,0 104.986 100,0 24,4

Fonte: elaborazione su dati Statics Times

Pochi commenti ai dati:

a- Gli Stati Uniti sono il maggiore paese per PIL con quasi il 24% di quota nel 2018. Le previsioni per il 2022 confermano la sua leadership, ma ci dovrebbe essere una riduzione di quota. b- La Cina, secondo paese per PIL con una quota del 15,5% nel 2018, dovrebbe ridurre sensibilmente il distacco dagli Usa nel 2022 grazie ad una crescita del 40,1% in valore assoluto, che gli farà guadagnare due punti in più di quota. c- Tra i primi dieci paesi, hanno maggiore prospettive di crescita quelli che fanno parte del blocco dei paesi emergenti. Non solo la Cina, di cui si è detto, ma anche l’India, che incrementerà nel 2022 del 47,9% il PIL prodotto e la quota, dal 3,1% al 3,7%. Il Brasile conserverà sostanzialmente la sua quota con una crescita in linea con quella generale. d- Tutti i paesi avanzati seguiranno la parabola degli Stati Uniti, registrando una crescita in valore assoluto del PIl non sufficiente a garantire loro la stessa quota conseguita nel 2018: il Giappone la vede scemare dal 6% al 5,2%; la Germania dal 4,7% al 4,2%; la Francia dal 3,3% al 3,0%; il Regno Unito dal 3,2% al 2,8%; l’Italia dal 2,4% al 2,1%; il Canada dal 2,1% al 2,0%. e- Il gruppo dei paesi compresi tra l’undicesima e la ventesima posizione oscilla tra una riduzione di quota dello 0,1 ed il mantenimento. Fa eccezione l’indonesia, altro paese emergente, che passerà dall’1,3% all’1,5%. f- La quota degli altri 162 paesi crescerà in misura significativa passando dal 14% al 15,4%. Se ne desume, tenendo conto della loro composizione, che la maggior parte debba essere ascritta ai cosiddetti paesi emergenti. Seguendo la ripartizione “ufficiale” del Fondo Monetario Internazionale, proviamo ora a verificare il rapporto tra i paesi avanzati ed i paesi emergenti. Lo facciamo attraverso due grafici molto semplici perchè si sono solo sommati i valori del PIL dei paesi avanzati e quelli del PIL dei paesi in via di sviluppo.

PIL dei paesi avanzati e PIL dei paesi emergenti, 2018 e 2022

Fonte: rielaborazione su dati Statics Times

Nel 2022 la somma dei PIL dei paesi emergenti o altri supererà per la prima volta, seppur di poco, quella dei PIL dei paesi avanzati. Il sorpasso, seppure assai modesto, ha una valenza simbolica di grande portata. È chiaro che si tratta di una semplificazione perché non esiste uno schieramento dei paesi emergenti organizzato e coerente che si contrappone organicamente ad uno schieramento avverso, così come il fronte dei paesi avanzati non è più così unitario come prima. A conferma di ciò basti ricordare gli scontri in atto sul commercio internazionale. Ed ha anche una valenza pratica: tutti gli organismi finanziari internazionali sono stati e sono diretti da responsabili indicati solo dai paesi avanzati, Stati Uniti ed Europa soprattutto. Sarà così anche nel futuro oppure i cosiddetti paesi emergenti porranno la questione della guida e della composizione del board di questi organismi? Ed i paesi occidentali come reagiranno? Ed ancora, i paesi avanzati dell’area asiatica (Giappone e Corea per primi) continueranno ad appoggiare la leadership degli Stati Uniti oppure individueranno nella Cina e nel summit dei paesi aderenti alla Shangai Cooperation Organisation un nuovo punto di riferimento? Sono interrogativi ai quali non è facile dare risposte, ma è già certo che la sunnominata Shangai Cooperation Organisation è un organismo importante in considerazione dei paesi aderenti. Utilizzando l’altro indicatore economico sinora citato, il PPA, del quale si è già presentata la natura e le motivazioni, il quadro d’assieme muta in maniera significativa. La seguente tabella, compilata con le stesse modalità ed utilizzando le medesime fonti, la esprime in maniera chiara. PIL PPA nei primi trenta paesi: 2018 e 2022

2018 2022 Paesi 'ooo billion $ % 'ooo billion $ % 2022/2018 Cina 25.103 18,8 34.465 20,5 37,3 USA 20.200 15,1 23.505 14,0 16,4 India 10.340 7,7 15.362 9,1 48,6 Giappone 5.546 4,1 6.163 3,7 11,1 Germania 4.308 3,2 4.932 2,9 14,5 Russia 4.143 3,1 4.771 2,8 15,2 Indonesia 3.481 2,6 4.679 2,8 34,4 Brasile 3.331 2,5 3.915 2,3 17,5 Regno Unito 2.980 2,2 3.456 2,1 16,0 Francia 2.937 2,2 3.427 2,0 16,7 Messico 2.450 1,8 3.003 1,8 22,6 Turchia 2.250 1,7 2.806 1,7 24,7 Italia 2.378 1,8 2.677 1,6 12,6 Corea del sud 2.127 1,6 2.591 1,5 21,8 Iran 1.725 1,3 2.193 1,3 27,1 Arabia Saudita 1.845 1,4 2.155 1,3 16,8 Spagna 1.848 1,4 2.154 1,3 16,6 Canada 1.836 1,4 2.133 1,3 16,2 Egitto 1.277 1,0 1.732 1,0 35,6 Tailandia 1.296 1,0 1.591 0,9 22,8 Australia 1.296 1,0 1.570 0,9 21,1 Pakistan 1.137 0,8 1.550 0,9 36,3 Taiwan 1.220 0,9 1.445 0,9 18,4 Polonia 1.170 0,9 1.416 0,8 21,0 Nigeria 1.161 0,9 1.349 0,8 16,2 Filippine 951 0,7 1.343 0,8 41,2 Malesia 989 0,7 1.298 0,8 31,2 Argentina 952 0,7 1.165 0,7 22,4 Olanda 957 0,7 1.116 0,7 16,6 Bangladesh 749 0,6 1.065 0,6 42,2

Altri 21.827 16,3 27038 16,1 23,9

Totale 133.810 100,0 168.065 100,0 25,6

Fonte: elaborazione su dati Statics Times

Anche in questo caso ci si limita a poche considerazioni di base: a- Il valore totale del PIL PPA è decisamente più elevato di quello del solo PIL per via delle modalità di rilevazione: il PIL PPA misura il potere di acquisto reale a parità di condizione, correggendo le distorsione dei tassi di cambio tra le varie monete locali ed il $. Questa problematica, il corso ed il valore delle monete, andrebbe affrontata in uno studio a parte. b- Quasi tutto l’incremento del valore del PIl PPA è appannaggio dei cosiddetti paesi emergenti perché hanno tutti monete locali più deboli del $ per cui il valore nominale del loro PIL in $ è basso mentre il valore reale della capacità di acquisto è più alto. Nei seguenti casi portati ad esempio, si indicheranno il valore in trillion $ del PIL conseguito nel 2018 e nel 2022 ed il corrispettivo valore, sempre in trillion $, del PIL PPA: India, PIL 2.654 nel 2018 e 3.924 nel 2022, PIL PPA 10.340 e 15.362; Russia, PIL 1.523 e 1.825 e PIL PPA 4.143 e 4.771, Indonesia, PIL 1.092 e 1.580 e PIL PPA 3.481 e 4.679; Brasile, PIL 2.200 e 2.629, PIL PPA 3.331 e 3.915; Turchia, PIL 906 e 1.132, PIL PPA 2.250 e 2806; Nigeria, PIL 461 e 633, PIL PPA 1.161 e 1.349. c- I paesi avanzati registrano oscillazioni più contenute perché la loro moneta ha valori di cambio molti vicini al $. Per gli stati Uniti i due indicatori, naturalmente, coincidono. Per altri compaiono variazioni modeste. Qualche caso costruito con le stesse modalità: Giappone, PIL 5.063 nel 2018 e 5.482 nel 2022, PIL PPA 5.546 e 6.163; Germania, PIL 3.935 e 4.442, PIL PPA 4.308 e 4.932; Regno Unito, PIL 2.661 e 2.961, PIL PPA 2.980 e 3.456; Italia, PIL 25.048 e 2.224, PIL PPA 2.378 e 2.677. d- In prima posizione in entrambi gli anni considerati si trova la Cina. Nel 2022 il differenziale di quota sull’immediato inseguitore, gli Stati Uniti, crescerà a seguito dell’andamento delle due rispettive economie. e- Tra i primi dieci paesi figurano ben 5 tra quelli che non appartengono al club dei paesi avanzati: oltre alla Cina, l’India, la Russia, l’Indonesia ed il Brasile. f- In questa rilevazione il posizionamento dei paesi emergenti è complessivamente migliore rispetto a quella relativa al solo PIL. g- Tra i primi trenta nella graduatoria del PIL PPA compaiono paesi come Egitto, Pakistan e Bangladesh, assenti in quella del PIL, che prendono il posto della Svezia, dell’Olanda e del Belgio.   PIL PPA dei paesi avanzati e PIL dei paesi emergenti, 2018 e 2022 Fonte: elaborazione su dati Statics Times Fonte: elaborazione su dati Statics Times Se si prendono in considerazione i valori del PIL PPA di tutti i paesi emergenti e di tutti i paesi avanzati nei due anni ci si trova davanti ad un cambiamento radicale: se i valori del PIL dei due aggregati tende a ripartirsi quasi equamente tra i due blocchi di paesi indicati, quelli del PIL PPA assegnano ai paesi emergenti all’incirca il 60% del valore totale. Le domande che si erano già materializzate leggendo i dati del PIL assumono maggiore forza a fronte dei dati del PIL PPA. La gestione degli organismi finanziari internazionali non è decisiva solo per le scelte immediate e di medio periodo, ma anche e soprattutto per il sistema valoriale economico di riferimento ed i conseguenti indirizzi economici. Per valori di riferimento intendiamo non solo quelli concernenti il PIl, dei quali si è detto in precedenza, ma anche quelli relativi all’importanza attribuita al debito pubblico, al rating, alla gestione delle controversie internazionali, all’analisi dei bisogni sociali. Il debito pubblico è sempre concepito come un male perché in qualche modo equiparato ad uno stile di vita “leggero”, condotto al di sopra dei propri mezzi. Naturalmente ciò vale per molti paesi, ma non, ad esempio, per gli Stati Uniti ed il Giappone. Ed, ovviamente, nessuno si sogna di attribuire un premio alla Nigeria per il fatto che il suo debito pubblico è appena il 18% del PIL. Gli economisti da talk show spiegano con sussiego la necessità di equiparare l’economia di uno stato a quella di una famiglia. Il buon padre di famiglia, altra figura retorica, deve gestire con prudenza l’economia familiare, mantenere l’equilibrio, evitare l’indebitamento, etc. Se così non agisse, non troverebbe più nessuno disposto a imprestargli del denaro. In questa narrazione si evita di prendere in considerazione la domanda basica per analizzare il debito, anche quello familiare. Se, ad esempio, esso serve a comprare una casa, che, parafrasando questo approccio economico da talk show, equivale alle infrastrutture di uno stato, è giusto o no indebitarsi? E se esso serve a curare la malattia di un componente della famiglia o a permettergli gli studi, è giusto o no indebitarsi? Ed ancora, se la famiglia vuole intraprendere un’attività produttiva aggiungendo altre risorse, tecnicamente di terzi, alle sue, è giusto o no indebitarsi? Sarebbe difficile rispondere che non è giusto. Si potrebbe obiettare che comunque l’entità del debito dovrebbe essere commisurata alla capacità reale di onorarlo, ma, appunto, la sua entità dovrebbe essere il frutto di una trattativa non pregiudizievole tra le parti. In ogni caso è difficile che l’erogatore chieda al richiedente di ridurre le spese mediche o alimentari o per gli studi perché, giustamente, queste sono scelte di chi riceve il finanziamento. Nel caso, invece, dell’erogazione o concessione di un finanziamento da parte di un organismo finanziario internazionale proprio questo viene richiesto agli stati: ridurre le spese sociali (salute, studi, etc.), evitare di realizzare infrastrutture e destinare le risorse certe, che poi sarebbero gli introiti fiscali, a pagare i debiti. E siccome le risorse proprio certe non sono per ovvi motivi, ecco che l’attenzione si sposta unicamente o quasi sulle spese sociali. Difficilmente al debito pubblico si attribuisce la funzione positiva di trainare l’economia, sebbene esistano numerosi studi che confermano ciò e distinguono con puntualità i ruoli e gli ambiti complementari degli investimenti pubblici e privati. E che anzi gli investimenti pubblici stimolano quelli privati. Si è diffusa, invece, l’idea che gli stati dovessero ridurre gli ambiti di intervento persino nelle infrastrutture perché se necessarie e redditizie esse sarebbero state realizzate da investitori privati. In verità si fa fatica a trovare esempi concreti che confermino questa tesi; esempi contrari, invece, se ne trovano diffusamente. I privati si candidano a gestire le infrastrutture realizzate con denaro pubblico, vedi le autostrade a pedaggio, o ad utilizzarle pagando dei canoni di affitto, vedi le reti ferroviarie e telefoniche, ma non realizzano le infrastrutture; o quando lo fanno, come nel caso Brebemi, richiedono poi l’intervento pubblico. Nonostante ciò, il debito pubblico continua ad essere considerato un male perché, come si diceva all’inizio di questo paragrafo, permette uno stile di vita “leggero” , vale a dire una corruzione diffusa tra le classi dirigenti, soprattutto quelle politiche, in quanto la disponibilità di risorse aumenta la loro propensione alla corruzzione. L’uso e l’abuso delle inchieste sulla corruzione non hanno risolto il problema della corruzione ma sono stati utili, forse, per altre finalità, qui in Italia e nel mondo: rimuovere le classi politiche dirigenti ed addirittura gli stessi partiti storici di massa perché, consapevolmente o meno, essi erano un ostacolo alla libera espansione del capitale, non fosse altro che per la loro origine. È necessario chiarire con forza che chi scrive non ha alcuna simpatia per la corruzione ed i corrotti e ritiene che si debba combatterli aspramente. Ma la corruzione è un’azione che normalmente infrange la legge ed è su questo piano che va combattuta. Semmai vanno rafforzate le disposizioni in proposito e sostenuta l’azione delle forza dell’ordine e della magistratura. Suscitare l’indignazione è sempre una scelta regressiva, la cui unica posta in campo è la crisi della politica. È sintomatico che l’attacco alla casta politica quasi sempre sia stato portato da altre caste di potere. Da noi, ad esempio, il promotore dell’attacco è stato l’illuminato, insospettabile e moderato Corriere della Sera, house organ filogovernativo dell’alta borghesia italiana, attraverso le inchieste, gli articoli ed i libri di Stella e di Rizzo. Naturalmente al Corriere si sono aggiunti molti altri media, cartacei ed elettronici, tanto che la platea di censori si è fatta molto ampia. E, restando in Italia, non è la prima volta che accade: lo stesso Corriere della Sera negli anni venti del ‘900 aveva svolto duri attacchi, usando sempre la leva della corruzione, verso il governo Giolitti ed i partiti che lo sostenevano. La crisi che sopraggiunse portò all’ascesa del fascismo. Oggi ha portato all’affermazione di movimenti come i Cinque Stelle e di partiti come la Lega, che sinora si sono mantenuti all’interno di un quadro democratico e parlamentare. E, vogliamo sperare, che questa caratteristica si mantenga anche nel futuro. Di certo, guardando a quanto succede nell’Europa centrale ed orientale, qualche preoccupazione è lecita. Se è comprensibile il motivo per cui una parte della classe dirigente, quella più diretta espressione degli interessi del capitale, attacchi i partiti popolari e di massa, tuttavia non sempre gli effetti ottenuti sono quelli desiderati. Il vuoto politico determinato è sempre riempito da movimenti forti e radicali. Ripulire le incrostazioni, vere o presunte, della corruzione, è un’operazione quasi chirurgica non da salotto economico o intellettuale. Utilizzare la categoria moralistica e sollevare una forte indignazione verso i dirigenti politici comporta non solo la loro crisi ma anche tout cout quella della politica. Crisi gestita o da gruppi di gestione e di potere senza legami sociali tanto che in molti casi i ruoli pubblici sono stati e sono assunti da tecnici delle istituzioni finanziarie, oppure da partiti e movimenti capaci di cavalcare quell’indignazione. Insomma, è come decidere di allevare ragni velenosi: a volte ti mordono. Quando si verifica che la crisi susciti movimenti popolari, gli stessi ambienti che avevano mosso l’attacco parlano di populismo, attribuendo a questo termine un valore del tutto negativo. Populista è nel migliore dei casi equivalente a sempliciotto, vale a dire colui che propone soluzioni semplici a problemi assai difficili; in altri contesti è addirittura equiparato a reazionario, razzista, cultore delle piccole patrie, etc. In ogni caso è un termine spregiativo usato comunemente sia da politici moderati sia da politici di sinistra. E se per i primi non ci può dichiarare sorpresi data la loro formazione culturale per i secondi la situazione è più complessa perché del tutto lontana da un’analisi feconda svolta da illustri studiosi del fenomeno tra cui Gramsci. Se si abbandona la strada maestra dell’analisi dei fenomeni e dei bisogni materiali in nome di una falsa complessità, ci si comporta e si diviene uno dei gruppi che si candidano alla gestione ed al rafforzamento dell’esistente senza proporsi di cambiarlo. Gruppi che vivono con fastidio le manifestazioni dello scontento popolare e le tacciano di populismo, pensando così di rimuoverle. Sul rating e sul ruolo delle agenzie private che emettono i loro verdetti si è ampiamente trattato in precedenza. Qui ci si limita semplicemente ad una considerazione. Spesso gli economisti cantori dell’attuale assetto capitalistico sostengono che coloro che prestano i soldi agli stati non sono solo gli speculatori (ma su questi non si sviluppa una riflessione), ma anche i gestori di capitali sociali, come i fondi pensione. Sarebbe interessante che ci dicessero anche quanto pesa questa tipologia di investitori e perché i lavoratori devono affidare il loro futuro da anziani a fondi che, agendo sui mercati finanziari, possono commettere errori o possono essere a loro volta oggetto di speculazioni. Perché, insomma, i lavoratori non debbano affidare alle istituzioni pubbliche, con le quali hanno un contratto di cittadinanza, il loro futuro piuttosto che a gestori privati, la cui azione è nel migliore dei casi è assimilabile a quella dei gestori di fondi chiusi o di fondi speculativi. Insomma, perché, loro malgrado, anche i pensionati devono essere homo oeconomicus? Anche sui tribunali internazionali cui affidare gli arbitrati in caso di controversie si è detto ampiamente. Qui ci si limita solo a ricordare che essi sono composti in prevalenza da giudici occidentali e che i loro pronunciamenti hanno quasi sempre favorito le multinazionali occidentali. Conclusioni Gli ambiti, compresi gli istituti internazionali, in cui i nuovi equilibri economici possono comportare modifiche formali e fattuali sono molti e molto importanti. In qualche modo il confronto è già aperto. La manifestazione più evidente e quasi plastica è costituita dalla Shangai Cooperation Organition, promosso e guidato dalla Cina, che vede la partecipazione di economie importanti ed in forte crescita: oltre alla Cina, India, Russia, Brasile, Pakistan e le repubbliche asiatiche ex sovietiche del Kazakistan, l'Uzbekistan, il Kirghizistan e il Tagikistan. A queste sta per aggiungersi l’Iran, che ha partecipato come osservatore all’ultimo vertice. Come si vede l’insieme economico dei partecipanti equivale il summit, finito per altro male, del G 7, vale a dire le maggiori sei economie occidentali più il Giappone. Se si prende come indicatore di riferimento il PIL PPA emerge che nel 2022 i paesi che compongono il gruppo dei Brics sommano un risultato economico maggiore di quelli del G7. Nell’insieme essi realizzaranno un PIL PPA di 59.331 miliardi $, pari al 35,4% del PIL mondo stimato in 167.782 md$, contro 46.293 md$, pari al 27,6%, dei paesi componenti il G7. Un altro dato assai interessante è che, non considerando i due paesi guida dei rispettivi gruppi, vale a dire gli Stati Uniti per il G7 e la Cina per i Brics, il PIL PPA dei paesi emergenti, 24,866 miliardi Usd, supererà quello dei paesi avanzati, 22,788, miliardi Usd. PIL PPA 2022 dei paesi del G7 e dei Brics Fonte: elaborazione Statics Times su dati del Fondo Monetario Internazionale.

Nel duecentesimo anniversario della nascita di Marx (5 maggio) è sorto un vivace dibattito sulla possibilità storica ed anche attuale di un comunismo libertario, dei consigli (l’analisi più compiuta è dei francesi Pierre Dardot e Christian Laval, “Il potere ai soviet”, Derive Approdi, 2017). Una premessa. Il libertarismo attiene ai diritti individuali: i diritti collettivi attengono alla democrazia economica e sociale non solo assistenziale e redistributiva. In pratica, nel tempo il pensiero libertario si è arricchito e si è affinato. Ma la gestione complessiva richiede accentramento di decisione, accentramento discendente della necessità di decisioni immediate, a loro volta inevitabili in una società tecnologica e complessa. Il libertarismo social-comunista e marxista ha valore e senso solo se non cade nell’utopia e non pretenda un socializzazione assoluta del potere, caratterizzata da coincidenza, ed anzi identificazione, tra governati e governanti. La distinzione tra chi comanda e chi viene comandato è indefettibile. Il vero nodo è quello di vincolare il comportamento di chi esercita il potere al’interesse di chi ne è destinatario. Non è solo un problema giuridico e costituzionale, ma soprattutto è problema politico. Il problema politico è quello di abolire forme di potere originarie, facendo sussistere solo forme derivate, in cui l’esercizio del potere non sia di spettanza intrinseca dei governanti, ma sia concesso a questi dai governati, che devono essere i veri beneficiari di tale esercizio. Solo il socialismo rivoluzionario (termine che lo scrivente preferisce a quello di comunismo non solo per le sua formazione di socialista di sinistra ma anche perché il comunismo è intrinsecamente non libertario alla luce della figura centrale di guida da esso assegnata al partito e della pretesa di superare con la politica la frammentazione di classe) può realizzare ciò, in quanto è l’unico che mette in discussione il potere economico, negando la natura originaria anche di questo potere e pertanto negando la sua supremazia sui soggetti economici non provvisti di potere. La messa in discussione esclusivamente di tutte le altre forme di governo –il che rientra anche nelle corde vocali dei movimenti democratici radicali non marxisti- sarebbe priva di efficacia non solo perché il potere economico è la forma di potere veramente decisiva e fondamentale, ma anche perché una disomogeneità di fronte ai poteri renderebbe alla fine illusoria una contestazione, tale da non affrontare il potere nella sua effettiva natura, limitandosi ad alcune forme, tra l’altro quelle secondarie. Di fronte ad una profonda crisi economica, la manifestazione di un volto autoritario del potere politico per salvare le sorti del potere economico renderebbe inefficace qualsivoglia contestazione. Pertanto, la versione libertaria del marxismo è meritoria nel momento in cui vuole sostituire democrazia e libertà ad oppressione, ma è insufficiente in quanto occorre un approccio più ampio in grado di affrontare il problema dei rapporti tra consigli e piano economico pubblico (e qui si tratta di fare i conti nel profondo con la teoria marxiana del valore, che elude il problema) ed in via più globale di abbandonare l’approccio alla trasformazione sociale in termini di presa del potere, da sostituire con il cambiamento del potere e della sua natura. Il volto libertario, con il ruolo centrale dei consigli, deve essere inserito in un’ottica di gradualismo non rinunciatario ma antagonistico. Ottica questa che richiede una profonda rielaborazione del marxismo in termini economici, sociali e politici, e fianco filosofici. Ciò premesso, è da evidenziare che la riscoperta del volto libertario non prematura e non è nemmeno effimera in mancanza di soluzione della problematica più generale. E’ una riscoperta che consente infatti di inficiare alla radice la deriva politicista della sinistra, con l’ipostatizzazione del potere politico, esiziale anche in un’ottica solo riformista. E proprio adesso la criminalizzazione del populismo non di destra , che riscopre il popolo contro le “elite”, conferma che per la sinistra istituzionale le “elite” sono oramai un dato acquisito ed in nessun modo da ridimensionare. D’altro canto, il populismo deve fare chiarezza sulla propria natura, con particolare riferimento alla circostanza se il suo bersaglio siano solo le “elite” politiche” od anche quelle economiche. La supina accettazione della “flat tax” chiesta dalla Lega conferma come i 5Stelle non siano in grado di liberare dell’illusione che vi sia un potere economico sano e da incoraggiare in quanto fondato sulla linfa vitale delle imprese produttive, in particolare medio-piccole. E’ da replicare che tale potere economico sano è ancillare rispetto al capitale finanziario oppressivo, con la conseguenza che la sua valorizzazione elude il problema e non lo risolve.
L’attenzione spasmodica sul nuovo Governo ed in particolare sulla sua politica economica sembra concedersi una pausa sulla parte della politica che verte in materia di finanza, non particolarmente evidenziata. Eppure proprio in materia finanziaria il Governo si è espresso in modo particolarmente significativo. Il Presidente Conte ha promesso il risarcimento ai risparmiatori truffati. Inoltre, il Governo ha promesso la modifica della legge in materia di trasformazione di banche popolari in società per azioni, per dare valore al territorio, ed anche di quella sull’obbligo di concentrazioni nel mondo cooperativo, nonché l’introduzione, per legge, della separazione tra banca ordinaria e banca di investimento. Questo è il populismo antibancario, che si basa su una totale incomprensione delle regole di funzionamento tecnico-economico del settore bancario. Il collegamento tra banca e territorio, in un momento di crisi economica e in particolare dell’edilizia, crea le basi per i dissesti bancari: il ruolo nefasto dei circoli magici idei gruppi di potere locale ha dato l’ultimo colpo ma non è stato esaustivo. La legge di trasformazione delle grandi società cooperative bancarie in società per azioni è stata intempestiva, in quanto in un momento di crisi del settore bancario su è concretizzata, nel concreto, nel far esplodere i fattori di criticità e la Corte di Costituzionale si è dovuta far carico del pericolo di dissesti ritenendo costituzionale la limitazione del diritto di recesso dei soci dissenzienti rispetto alla trasformazione, diritto di recesso previsto dal codice civile: il che è stato doveroso, ma la sentenza non è stata particolarmente rigorosa nell’individuazione delle condizioni essenziali di tale limitazione. Ma la legge era inevitabile in quanto il principio capitario “una testa-un voto è anacronistico in realtà imprenditoriali non piccole, massime bancarie, soprattutto in un momento di debolezza che richiede ingenti capitalizzazioni. Le concentrazioni nel credito cooperativo costituiscono una necessità improrogabile ed assoluta e nel contempo si rivelano il frutto di pragmatismo e di trasparenza: le innumerevoli crisi in tale ambito hanno sempre comportato l’intervento di salvataggio delle realtà più grandi; una ristrutturazione in tal senso “ex ante” è così meritoria. La separazione tra banca ordinaria di deposito e banca d’investimento è il frutto di versioni formalistiche del tutto inidonee a cogliere la realtà bancaria, unitaria e quindi tale da superare la separazione, o in via di diritto, con aggregazioni, o in via di fatto, con accordi e sinergie, e si rimanda a numerosi interventi dello scrivente in merito. La separazione tra moneta e credito, che recenti correnti economiche, anche di autori insigni ed anche a sinistra, propugnano e che la Svizzera ha bocciato in un “referendum”, vuol dire negare la natura della moneta bancaria che è una componente essenziale nella circolazione monetaria “tout court”. La risposta della grande finanza ed anche delle istituzioni che si snodano a sua protezione è stata massiccia: Mattarella ha legato alla tutela del risparmio la mancanza accettazione della nomina quale Ministro dell’Economia di Paolo Savona in quanto in via pretesa contrario all’Euro. Così la tutela del risparmio è utilizzata per dare rilevo allo “spread” ed alla speculazione finanziaria contro la democrazia interna. Lo stesso Mattarella si è ricollegato ad una frase significativa di Einaudi sulla stabilità monetaria: In definitiva: non la moneta al servizio della società, ma l’esatto contrario. Il neo-Presidente della Consob Nava, dopo aver pragmaticamente rivendicato la necessità di interventi preventivi piuttosto che sanzionatori, sostanziali piuttosto che formali, ha esaltato la distinzione tra risparmio e di investimento, senza accorgersi così di infirmare la tutela costituzionale del risparmio in tutte le sue forme, anche in quella di investimento, di cui all’art. 47 della Costituzione. Ed invece, dall’investimento, perché sia rispettato l’art. 47, bisogna differenziare in modo netto la speculazione. La giurisprudenza in materia di derivati, che fino a poco tempo fa si stava formando in modo molto rigoroso, ora si è annacquata fortemente, come da recenti sentenze della Corte di Appello di Milano, che ha registrato un cambio di orientamento rispetto ad importante sentenza di qualche anno fa, e della Corte dei Conti. . Tra populismo e tutela del sistema bancario incondizionata vi è una soluzione alternativa tesa a tutelarlo ma anche a dirigerlo? Nei fatti ciò si è dimostrato impossibile, in quanto la finanza domina e dirige, e non tollera il contrario. Un punto fondamentale che può rappresentare la leva per un grande intervento è rappresentato dalla crisi dell’attività bancaria ordinaria, ormai fagocitata dalla finanza speculativa. Se si vuole risanare effettivamente il settore bancario, occorre individuare prima e realizzare poi l’alternativa sopra fissata. Il Governatore Visco, lucidamente consapevole della situazione, si è fermato ad una ricostruzione di razionalizzazione del sistema senza andare in direzione di un suo cambiamento graduale ma radicale. Per concludere: un populismo quale quello del Governo va di sicuro bene alla Lega, ma i 5Stelle se lo possono permettere nel momento in cui la crisi del settore bancario lede i bisogni di quel popolo che essi intendono in buona fede incarnare? Ma non solo, un Ministro economista vicino alla Lega ma di spessore e valore immensi e lucidissimo lettore ed interprete delle dinamiche economiche come Savona (e stesso discorso riguarda Giulio Sapelli, ancorché non componente del Governo) nulla ha da dire al riguardo?.
La “flat tax” di Salvini attua un sogno di Berlusconi prima e di Renzi poi, e più in generale accoglie una proposta fondamentale della destra economica, vale a dire una aliquota univoca, secondo quanto dichiarato ora delle imprese domani anche delle famiglie, E’ l’abolizione della progressività fiscale, pur rigorosamente conclamata dall’art. 53 Cost, 2° comma. E’ vero che tale norma si riferisce al sistema tributario nel complesso, ma la fissazione dell’’aliquota della tassazione sui redditi è l’architrave del sistema tributario e pertanto la non progressività della prima si traduce automaticamente nella non progressività del secondo Per inciso non è chiaro se essa si applichi alle imprese per le quali vi è già qualcosa di analogo, come pur affermato da Salvini, e/o alle famiglie, per le quali non dovrebbe essere applicata subito sempre secondo le dichiarazioni di Salvini. La progressività può essere recuperata a livello di detrazioni, ma l’uso della leva fiscale per un sistema di “welfare” viene meno. Evidentemente, la redistribuzione delle risorse viene definitivamente accantonata. Il pragmatismo della proposta finalizzata ad ottenere un pagamento fiscale complessivo uniforme e certo, sulla base dell’assunto ragionevole che in molti, una volta che il prelievo fiscale sia contenuto, preferiscano evitare di sottrarsi ai propri doveri fiscali e di correre i relativi rischi sanzionatori, è encomiabile ma a prezzo di consacrare la sottrazione dei ricchi all’assoggettamento all’obbligo di solidarietà sociale e pertanto di considerare la stessa solidarietà sociale del tutto priva di valore. Non è solo a favore dei piccoli imprenditori e delle partita IVA per acquistare un macchinario ed occupare più personale, come secondo la retorica di Salvini e del populismo di destra. All’esatto contrario, è a favore di tutti i ricchi e prescindere da ragioni di investimento, in quanto abolisce ogni tassazione progressiva. La detrazione è considerata una forma di recupero della progressività, ma lo può essere a livello equitativo, non a livello redistributivo di ricchezza. E’ la rivincita della ricchezza che non sopporta più oneri a proprio carico, oneri che siano propri della sola ricchezza. Gli oneri, secondo tale posizione, devono essere eguali per tutti, a prescindere dal reddito. Prima, con il welfare” non si penalizzava la ricchezza –contrariamente a quanto affermato da parte liberista- ma la si costringeva a farsi carico della società. Ora, all’esatto contrario, la stessa non ha più obblighi e diventa emulativa, nel senso di perseguire i propri interessi non solo danneggiando ma anche distruggendo le altre categorie. Per fare questo, deve annichilire gli avversari e così assurgere a prototipo di un modello imperativo, in quanto l’unico valido ed efficace. Il “welfare” non è fallito per eccesso di pressione fiscale, come insegna la destra. Si è esaurito per la mancanza di autosufficienza della propria pretesa di imporre vincoli al capitale che li accettò a suo tempo solo, strumentalmente, per paura del comunismo, per poi disfarsene immediatamente dopo il crollo dello stesso comunismo. Con la “flat tax” il liberismo presenta un progetto caratterizzato da totalità e da omni-comprensività: più che un progetto è addirittura un modello autoreferenziale e autosufficiente. Per il liberismo che ha sempre affermato di aderire ad un’impostazione di pragmatismo e di forte attenzione nei confronti dell’empirismo, si tratta al contrario di impostare una visione basata sulla totalità in modo da far impallidire l’hegelo-marxismo. E’ la totalità di sistema: “rectius”: è il sistema che da sintesi è diventato ipostasi, tale da inglobare ed annullare ogni elemento. E’ necessario, proprio da parte del marxismo inteso come dialettica materialista, privo di ogni visione idealistica e palingenetica, un sistema alternativo –in senso non rivoluzionario ma di riformismo estremamente intenso-: la totalità è necessaria ma come sintesi dei vari elementi e pensando sempre al sistema in via dinamica e soggetto a trasformazioni a correzioni, non come l’attuale capitale finanziario che rifiuta ogni correzione. Tale sistema alternativo deve essere basato sull’inserimento dell’impresa nel sistema, dove venga coordinata ed etero-diretta. Ciò sostituendo del tuto l’attuale situazione Invece che si sustanzia nel porre il sistema al servizio dell’impresa. Se si rinunzia alla progressività, si esalta la disgregazione sociale. Ma la progressività è solo di facciata se non si controllano e non si rendono ufficiali i capitali. La “flat tax” non è a favore delle piccola impresa contro il capitale finanziario ma al contrario si basa sulla globalizzazione e sulla delocalizzazione e sulla dematerializzazione con cui il capitale finanziario sposta i capitali dove più conviene. E’ una forma di tassazione che vuole perpetrare l’immortalità del capitale finanziario.

SOVRANISMO

Il Governo 5Stelle-Lega si basa sul sovranismo contro europeismo e globalizzazione. Sovranismo che viene condannato quale nazionalismo e protezionismo. E’ una versione riduttiva che appiattisce la sovranità sulla nazione ed inoltre sembra considerare che il mercato sia senza sovranità quale comando oggettivo. Si parta dal secondo punto: Il capitale finanziario domina violando leggi, democrazia, tecnica e mercato. Il mercato non è più –ammesso che lo sia stato in passato-, un meccanismo oggettivo e la “mano invisibile” è un miraggio. Sul primo, la suprema autorità, elemento in cui si racchiude la sovranità (“suprema autoritas, superiorem non recognescens”) richiede una specificazione di località che si pone: o -in chiave di negazione dei diritti altrui e quindi cade nel nazionalismo che è compatibile con la globalizzazione e con il capitale finanziario; oppure - in chiave di sola difesa sia dal nazionalismo sia dal capitale finanziario e dalla globalizzazione, e si rientra nella sovranità popolare. In definitiva, il sovranismo è ambiguo e ha due volti, opposto l’uno all’altro. Con l’unire i due profili senza invece separarli. si nasconde il punto vero che il nazionalismo è in realtà al servizio del capitale finanziario e non è affatto autonomo da esso. Angelo Panebianco attacca il sovranismo evidenziando che esso porta al nazionalismo ed alla guerra, trascurando che è il capitale finanziario che dirige il nazionalismo e, a monte, che lo stesso capitale finanziario, con la globalizzazione e con forme di enti sovra-nazionali, non ha affatto limitato i conflitti bellici. Lo stesso Panebianco comprende che è differente, come peso e rilevanza, il sovranismo dell’Italia da quello dell’America e conferma quanto da tempo sostenuto da chi scrive, vale a dire che il nazionalismo è l’anticamera dell’imperialismo, da cui differisce per grado ma non per qualità: possono coesistere con il nazionalismo vassallo dell’imperialismo, od oppositore limntiato, salvo alleanza con altri nazionalismi, ma il tutto senza compromettere l’equilibrio geopolitico, fragile ma non sostituibile, a base del dominio del capitale finanziario. Molto acutamente Sergio Romano evidenzia che la supremazia a livello europeo del razzismo e del nazionalismo è impossibile in quanto i vari rappresentanti a livello nazionale sono in contrasto con quelli delle altre nazioni: è da replicare che la crisi dell’Occidente si sta traducendo nella definitiva scissione tra Europa ed America, il che comporta la fine dell’Europa e la nascita di nuovi assetti geo-politici, sempre in funzione dell’equilibrio a base del dominio del capitale finanziario. La sovranità popolare è l’unica alternativa al nazionalismo, all’imperialismo ed al capitale finanziario. La sovranità popolare comporta il diniego del dominio, inteso come potere assoluto e pertanto abusivo del capitale finanziario e di autorità estere od anche sovranazionali I punti fondamentali sono il rifiuto del iberismo –ed addirittura del liberalismo- e dell’autoritarismo (interno ed esterno), tutt’altro che incompatibili l’uno con l’altro. Costituzionalismo e opposizione popolare si uniscono, ma in funzione di cosa? Cosa è nel concreto la sovranità popolare? Il populismo presenta l’aspetto positivo della contestazione delle “elite”, ma poi non riesce a differenziare tra sovranità nazionale e sovranità popolare e quindi finisce inevitabilmente a destra. Quando vi è un populismo genuinamente non di destra come i 5Stelle, è inevitabile che lo stesso venga fagocitato dal populismo di destra nazionalista e razzista quale quello della Lega. Ma il vero problema non è il populismo, che è un orientamento politico incompleto e fino ad ora aperto alle strumentalizzazioni: il vero problema è la sinistra che alla luce delle difficoltà di un’aggregazione di classe ha ritenuto di supplire a ciò con il politicismo e quindi con il ruolo centrale di ”elite” politiche tradendo la sovranità popolare. L’unico tentativo vero di attuare la sovranità nazionale pur in presenza di una stratificazione di classe complessa ed irriducibile rispetto al bipolarismo, vale a dire la creazione di contropoteri a livello diffuso, economico, sociale e territoriale (tentativo dovuto a Lelio Basso), fu snaturato dal Pci in un’ottica politicista di presa del potere, da parte del partito, vale dire di ”elite”. Qui nasce l’esigenza per la sinistra di trarre dal populismo il nucleo importante e fondamentale della lotta alle “elite”: lo scrivente non è populista e non vuole una trasformazione populista della sinistra. Sa bene che il populismo cade nel momento in cui fonda la lotta alle ”elite” sulla negazione della rappresentanza la quale porta ineluttabilmente ad un plebiscitarismo esiziale. Al contrario, è necessaria la rivitalizzazione e la trasformazione in senso popolare della rappresentanza , nata elitaria e tale rimasta. Ma la sinistra, nel momento in cui la lotta dei classe ha visto il trionfo del capitale finanziario, vale a dire del volto più potente, accentratore ed arbitrario del capitale, è rimasta inerme. Non a caso, essa sinistra ha avuto della lotta per la Costituzione una concezione solo difensiva, come visto nella battaglia fondamentale per la bocciatura al “referendum” dell’autoritaria riforma Renzi/Boschi, rinunziando peraltro ad un’ottica propositiva ed attiva di rendere la stessa Costituzione veramente attuata e vivente e garanzia dell’effettività della sovranità popolare. Lo scrivente propone alla sinistra, che non comprende il Pd, sia chiaro, non un’alleanza con i 5Stelle, ma un’attenzione verso di loro per unire protesta popolare e costituzionale antiliberista in funzione della sovranità popolare. E sia ben chiaro, non può che essere così: una effettiva alleanza con i 5Stelle è impossibile in quanto questi, da veri populisti, si concentrano sull’opposizione alle “elite” politiche, ponendo in secondo piano l’opposizione alle “elite” economiche, che invece, dominano le prime. Ma la sinistra , invece di sorridere con poco acume (”Quid rides, “de te fabula narratur”) deve cambiare passo totalmente e capire che appoggiare le “elite” politiche contro quelle economiche è velleitario in quanto le prime saranno sempre succubi delle seconde, ed anche quando le sostituiscono come nel comunismo realizzato, ciò è solo per rafforzare il dominio economico.
Macron è diventato una stella politica di prima grandezza, anche in campo internazionale, dopo la visita a Trump, che ha rappresentato un suo vero e proprio trionfo. A dir la verità, il suo discorso celebrato al Congresso americano si si è risolto in due banalità, l’invito a Trump ad abbandonare l’unilateralismo e la condanna dei dazi: banalità sia perché scontate sia perché enunciate senza indicare le contromisure che l’Europa adottererebbe in mancanza di abbandono da parte di Trump. Niente che assomigli ad uno straccio di politica. La conclusione vera è che Macron è stato ben accolto da Trump perché lo ha appoggiato nell’attacco irresponsabile alla Siria a differenza della Merkel: d’altro canto le due condanne di cui sopra hanno lasciato indifferente Trump in quanto prive di vero contenuto e di indicazione, nemmeno a livello prospettico, di misure sanzionatorie.. Macron è un politico mediocre e non è riuscito a dare una politica all’Europa e nemmeno è riuscito a mostrarsi autonomo da Trump. L’Europa non esiste e solo la sapiente sintesi della Merkel tra dominio e mediazione riesce a tenerla in piedi con affanno e non rius8cendo ad impedire che traballi ad ogni occasione, con rischio di schianto al primo scossone. Il dinamismo di Macron. che avrebbe dovuto imprimere una svolta di sostanza, è all’esatto contrario privo di qualsivoglia consistenza. In Italia vi è chi vuole fare un partito alla Macron, unendo i poli moderati del centro destra (in pratica, i berlusconiani) e del Pd (n pratica i renziani), senza rendersi conto che il moderatismo è fuori gioco. Ma il vero punto è un altro: vi è che esalta il regime istituzionale francese con una legge elettorale maggioritaria a doppio turno per nominare, in via separata, sia il Parlamento sia il Capo dello Stato. Ebbene, in altra sede si è mostrato che la legge elettorale maggioritaria a doppio turno è necessaria, ma è da evitare il Presidenzialismo: va quindi spezzettato il sistema istituzionale francese, per prendere solo uno dei due pezzi. Qui è da mostrare che Presidenzialismo da un lato e dall’altro mancanza di maggioranza sono tra di loro succedanei come forme di cedimento al dominio del capitale finanziario con conseguente mancanza di autonomia della politica, il primo come autoritarismo ed il secondo come assenza di governo. Macron incarna la prima forma mentre Renzi e Berlusconi oscillano tra le due. Salvini e Di Maio sono per la politica ma l’uno solo apparentemente in quanto è anch’esso succube del capitale finanziario, incarnando la sua vocazione protezionista –lo scrivente non si stancherà mai di ripetere che protezionismo e liberismo non sono affatto tra di loro incompatibili- a differenza di quella globalizzata di Macron, mentre il secondo non è ancora alternativo. Quello che è chiaro è che l’Europa non ha politica: ma non solo, non è assolutamente possibile una politica moderata, mentre a d’altro canto una radicale è priva di basi solo in quanto non sufficientemente e non veramente radicale. Ciò perché manca una vera politica e si oscilla tra spirito identitario e approccio rinunciatario. La riscoperta dell’autonomia della politica non conduce al leninismo ed alle sue forme analoghe –tanto meno a Schmitt che è stato il vero teorico sistematico della questione ed il cui tributo a Lenin è stato chiarito da Carlo Galli e dal sottoscritto- La politica di cui si vuol scoprire l’autonomia non è un mezzo surrettizio per eludere la crisi della lotta di classe in discussione, come Lenin invece fece comprendendo tale crisi in “L’imperialismo”: ma a ben vedere, nonostante che non in pochi ci siamo illusi sulla crasi tra Marx e Lenin e sull’assunto che il vero erede di Marx fosse Rosa L., occorre ammettere che Lenin ha solo sviluppato con maggiore esplicitazione elementi già “in nuce” in Marx, ed una frase del “Manifesto” in cui la lotta di classe si risolve nella politica è ben eloquente. Il vero erede politico di Marx è Lenin ed occorre disfarsi dell’intera teoria politica di Marx, che non è semplicemente insufficiente in modo grave, come ammonirono a metà degli anni ’70 Bobbio e Colletti, ma è del tutto errata e da abbondonare. All’esatto contrario, l’autonomia della politica qui propugnata è quella in grado di fondare nell’effettività la sovranità popolare –che nulla ha a che vedere con la sovranità nazionale, e quindi quanto qui sostenuto nulla ha a che fare con nazionalismo, protezionismo e “sovranismo”-, che è l’unica base della democrazia e nel contempo la necessaria pre-condizione per rifondare la lotta di classe, ponendola su ben più robuste basi di quelle marxiane, superate dalle dinamiche del capitale finanziario.
La questione palestinese è terribile e si trascina dall’immediato secondo dopoguerra: in violazione di qualsivoglia risoluzione Onu, non vi è uno Stato palestinese, i territori post ’67 sono occupati da Israele in maniera non legittima e Gerusalemme è parte integrante dello Stato israeliano invece di essere zona franca per tutte le religioni dell’area. Il problema è serio: il sionismo è nato come socialista ma di fronte all’accerchiamento arabo ha reagito in termini militari ed ha fatto prevalere la propria ragione militare ed a monte in via ancora più generale la propria ragione nazionale. Di fronte all’accerchiamento arabo vi è stata più di una giustificazione nella reazione, in quanto la questione palestinese non sussisterebbe se Israele fosse stato sconfitto nelle varie guerre, ed infatti vi sarebbe stato un massacro di massa a danno degli ebrei. La critica nei confronti di Israele deve essere ferma ma non unilaterale. Essa deve indirizzarsi non tanto contro specifici errori e specifiche atrocità, anche se non mancanti, come per esempio clamoroso Sabra e Shatila, ed anche se non episodici. Deve collocarsi ed indirizzarsi ai piani più alti, in modo da avere come bersaglio la ragione politica che si esalta nell’amico-nemico, e trova un collettore nella Nazione per unificare le componenti interne e devitalizzare così i conflitti sociali e presentarsi all’esterno in modo unificato senza alcuna pietà e mediazione verso i nemici. Per Israele, dalla propria difesa, sacrosanta, alla criminalizzazione dei palestinesi ed alla loro umiliazione e al loro soggiogamento, il passo è stato breve ed inevitabile. L’originario spirito socialista è rimasto soffocato e sostituito da un nazionalista estremo e profondo, di estrema destra. Italia, alle manifestazioni del 25 aprile le colonne ebraiche hanno contestato la presenza di bandiere filopalestinesi. Ma perché adesso che la politica è alla fine ed è dominata dal capitale finanziario, si persiste nel non risolvere, da parte dell’Occidente, la questione palestinese? Una prima risposta è rappresentata dalla tutela delle ragioni occidentali nell’area. Ciò in un’ottica di disordine visto che così si pongono le basi per non staccare gli arabi moderati dagli oltranzisti. Il mondo islamico fa comodo come nemico dell’Occidente senza distinzione tra forti e deboli, tra aggressori ed aggrediti. E’’ la fine della politica che peraltro si basa su una forma di identità religiosa quale surrogato del nazionalismo. E non a caso la destra occidentale ha sostituito al proprio tradizionale antiebraismo un anti-islamismo. E’ la tutela dell’Occidente nell’area in un’ottica di abuso e di arbitrio. Ma non è una ragione non ancora sufficiente. Il vero punto è che non più solo la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi (von Clausewitz), e nemmeno solo la politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi, ma in termini ben peggiori la politica è oramai priva di senso. Mentre prima era solo la fine del diritto internazionale, ora è anche la fine della politica internazionale. La soluzione della questione palestinese vorrebbe evidentemente significare una profonda vittoria della politica, ed anzi una sua rinascita che il capitale finanziario non può tollerare. In tale ottica, la questione dei coloni che invadono i territori occupati e costituiscono i più oltranzisti antipalestinesi conferma ed anzi consacra la vittoria del nazionalismo, con il contrasto tra ceti deboli israeliani e ceti deboli palestinesi. Un’unificazione di classe lì non è possibile, perché è proprio l’interesse materiale che divide tra di loro in modo insanabile i due ceti deboli. Di qui la necessità di alleanze tra il popolo ebraico e quello palestinese contro le rispettive Nazioni per superare un conflitto assurdo tra i due popoli , conflitto assurdo che può essere invece risolto con il riconoscimento dei diritti di entrambi i popoli con due Stati. In definitiva, la ripresa della sovranità popolare contro la sovranità nazionale acquista così efficacia e valore anche a livello internazionale. A favore di un nuovo ed originale populismo orientato a sinistra e domani da qualificare in senso sociale si forma una grande e solida base.
Dopo quasi due anni dal “referendum “pro-Brexit”, si sono invertiti i termini della questione. La Gran Bretagna non ha subito grandi danni dalla fuoriuscita dall’Europa, mentre è esattamente vero il contrario. Anche come piazza finanziaria, si è scoperto che l’Inghilterra è più importante per l’Europa di quanto sia importante l’Europa per l’Inghilterra. L’Europa è morta ed i Paesi forti possono uscire da essa senza dazio. La conclusione è una sola: l’Europa non esiste ed ha valore vincolante solo per i Paesi deboli, che da un lato sono da essa vessati e dall’altro non possono uscirne a pena altrimenti di finire alla fame. La Gran Bretagna si è staccata dall’Europa in quanto, con Londra, capitale finanziaria che in quanto tale basa la propria forza sulla delocalizzazione e globalizzazione da un lato e dall’altro sulla violazione delle regole o meglio sulla loro disapplicazione quando sconvenienti al capitale finanziario. L’Europa è adatta ai Paesi forti solo se in grado di utilizzarla come parte assoggettata al proprio Impero (Germania) o se nell’orbita del centro dell’Impero (Francia, Belgio). Si è determinata una situazione originalissima di geo-politica. Le istituzioni sovra-nazionali hanno fallito e funzionano solo quelle imperiali. D’altro canto la globalizzazione e la caratterizzazione finanziaria dell’economia hanno creato una mobilità internazionale per cui si può scegliere una dislocazione non coerente con la geografia. Poi se l’Inghilterra sia autonoma o se faccia parte dell’Impero americano o se invece sia alleata alla pari con questa, in un’ottica di sinergia impero-capitale finanziaria, è una questione molto rilevante ma che non incide sulla nuova realtà geo-politica: la globalizzazione ha sconfitto gli Stati deboli ma non quelli forti, non necessariamente Imperi. Il nazionalismo non è incompatibile con l’imperialismo e nemmeno con la globalizzazione, contrariamente a quanto ci è stato forzatamente propinato. Le comunità sovranazionali, con l’eccezione degli Imperi, hanno fallito: il diritto internazionale è definitivamente morto, il che appare incongruo nell’epoca della globalizzazione. Lo Stato è in crisi ma non è stato sostituito da altre realtà. Venuta meno l’illusione delle comunità sovranazionali, l’Impero non si è affermato in modo universale e non vi è alcuna istituzione in grado di regolamentare la globalizzazione dominata dalla grande finanza e quindi dal capitale finanziario. L’anarchia del capitalismo, genialmente compresa da Marx, si è imposta definitivamente e dal campo economico ha invaso anche quello politico. La razionalità del capitalismo, d’altro canto, a suo tempo esattamente teorizzata da Max Weber, si è rivelata circoscritta alla fase concorrenziale e industriale, mentre è svanita nella fase monopolistica, globalizzata e finanziaria. Il dominio del capitale nella sua dimensione finanziaria è tale da essere trasversale agli Imperi e quindi in grado di comandare anche su questi. Ne consegue che la forza non economica, anche militare, è ormai secondaria. Qualche ulteriore conseguenza, la guerra non scompare, ma ha valore residuale , nel senso che non decide le grandi fasi, ma ha valore diffuso e capillare (in mancanza del diritto internazionale), senza peraltro sfuggire al ruolo ancillare di aggiustamento delle grandi fasi. E si torni a Brexit. Pur in mancanza di elementi precisi sul rapporto tra Inghilterra ed America, quello che è chiaro che la finanza occidentale non ha limiti: il capitale finanziario è un modello esportato dall’Occidente in tutto il mondo (i fondi di investimento arabi, per esempio) e nessuna potenza, compresi Cina e Russia e Paesi islamici, sono in grado di contrastare le grandi banche d’affari, le quali, all’esatto contrario, sono in grado di condizionare con gli strumenti derivati i prezzi di tutte le importanti materie prime, dal grano al petrolio. In definitiva, il modello occidentale è non solo quello perfezionato ma anche quello dominante: l’analisi di Marx viene così confermata. E’ un dominio economico incontrastato, mentre il dominio politico è frammentato, avendo un ruolo sempre minore, il tutto a conferma ulteriore dell’analisi di Marx. La delocalizzazione, la dematerializzazione e la caratterizzazione finanziaria hanno reso il dominio politico e militare residuale e secondario. Dell’analisi di Marx è smentito l’esito. Manca l’alternativa, in quanto la classe lavoratrice è invece stanziale e territoriale. La lotta di classe esiste sempre ma è ornai unilaterale. Se un approccio riformistico tradizionale è velleitario in quanto mancano le leve per correggere le tendenze distruttive del sistema, e così la riscoperta della socialdemocrazia tentata dallo scrivente si rivela velleitaria, occorre invece un approccio nuovo e puntare non sull’antagonismo economico-sociale, dove si è non solo perdenti ma nemmeno in grado di giocare la partita, ma sull’innesto di forme economiche in grado, almeno potenzialmente, di essere alternative al capitale ed al capitale finanziario, per es. finanza non speculativa, tecnologie guidate dal lavoro, e così via. Occorre avere il coraggio di riconoscere che il capitalismo non ammette soluzioni indolori e pertanto il riformismo si rivela addirittura inconsistente. Nel contempo l’ipotesi rivoluzionaria deve essere non antagonista ma alternativa, nella consapevolezza che occorre prepararsi allo sbocco finale, che dipenderà da una causa endogena al capitale finanziario, vale a dire da un’esplosione delle tendenze distruttive. Si tratta non di agevolare tali tendenze come invece secondo la teoria del c.d. “accelerazionismo”, ma all’esatto contrario di prepararsi per l’alternativa al momento dell’autodistruzione.
Il 5 maggio di quest’anno ricorre il bicentenario della nascita di Marx. Il primo centenario cadde appena scoppiata la rivoluzione russa: non poteva esserci ricorrenza più felice. Il primo centenario della morte, nel 1983, cadde quando si era avviato da poco il vento liberista di Reagan e della Thatcher che aveva posto le basi per spazzare, a breve, sia il comunismo sia la socialdemocrazia. Il bicentenario della nascita cade in un momento paradigmatico. La prospettiva comunista è scomparsa trascinando con sé anche la socialdemocrazia. E’ il trionfo del liberismo selvaggio, che è in crisi economica perenne confermando l’analisi di Marx sulla contraddittorietà intrinseca del sistema capitalistico. Ed è una crisi economica che è diventata anche sociale, con la disgregazione sociale e con l’intensificazione delle diseguaglianze arrivate a livello stratosferico, ed addirittura financo politica con lo Stato preda del capitale finanziario , questo privo di limiti con la globalizzazione, con la de-materializzazione e con la delocalizzazione: le multinazionali, anche in campo non finanziario, hanno acquisito una caratterizzazione di “holding” in cui l’aspetto finanziario è quello prevalente., come dimostra, nel piccolo dell’Italia, il caso FCA. E’ il capitale nel momento più rovinoso e distruttivo, e così in crisi irresolubile derivante non da fattori esterni ma da fattori interni. Ciò con i suoi avversari sgominati e con la classe lavoratrice polverizzata. Viene confermata l’analisi scientifica del capitale da parte e viene confermato anche l’impianto del materialismo storico con la critica dello Stato e con la conferma della sua crisi irreversibile. A fronte di ciò, vi è la smentita della teoria del comunismo. Sembrerebbe confermata la dissociazione in Marx tra scienza e ideologia (per tutti Colletti, dal ’74 in poi). Ma il discorso è ben più complesso: tale dissociazione è frutto di una totale semplificazione, non solo riduttiva ma addirittura fuorviante e tale da creare un vero e proprio travisamento, anzi, con tutto il rispetto per Lucio Colletti, una vera e propria mistificazione. La fondatezza della critica del capitale dimostra che l’anticapitalismo politico ha una base scientifica, che viene smarrita esclusivamente quando ci si abbandona al volontarismo come in Lenin, che peraltro si ispirò alla parte politica del pensiero di Marx. Pertanto, non si tratta di creare una zona sacra intorno a Marx, dando la colpa degli errori sui suoi continuatori, ma la contrario è necessario circoscrivere la portata degli errori, indubitabili e non raramente riconducibili a lui.. In altri termini, da abbandonare è la non teoria del comunismo ma la sua versione volontaristica. Sembrerebbe che Il problema vero sia quello di fondare su base scientifica anche la politica, come emerse nel 75-76 sulla base degli interventi illuminanti dello stesso Colletti (ancora marxista) e di Bobbio. Ma anche qui si tratta di una soluzione del tutto riduttiva, semplificatrice e fuorviante (recentemente un eminente costituzionalista, Giovanni Ferrara, ha tentato una ricerca in tal senso, collocandosi all’interno della tradizione comunista italiana di Gramsci, Togliatti e Berlinguer, si tratta un tentativo egregio ma dai piedi di argilla, se si vuole essere buoni, essendo tale tradizione nient’altro che un mero sincretismo tra leninismo e socialdemocrazia., ferma restando la grande originalità di Gramsci, dai risultati estremamente povera, peraltro, sul piano politico). Il vero nodo è che il marxismo è una teoria critica, ma non ha fondato le teorie positiva, teoria positiva mai elaborata, in campo:
Nel vuoto di politica economica della sinistra, l’unico punto di riferimento sembra essere la politica della domanda keynesiana, con il ruolo centrale degli investimenti pubblici. Sul “Manifesto” si è recentemente evidenziato che la politica della domanda richiede il sostegno del reddito dei ceti bassi, che sono, per condizioni materiali, quelli maggiormente propensi al consumo. Di qui la necessità della tutela del reddito e del posto di lavoro di tali ceti, con l’eliminazione del precariato ed il ripristino del divieto ingiustificato di licenziamento di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. E’ una lettura di Keynes corretta ma parziale. Trascura che in Keynes, quale terzo corno della politica della domanda, oltre agli investimenti pubblici ed al sostegno del reddito dei ceti bassi, vi è il controllo penetrante della finanza con il fortissimo ridimensionamento della speculazione. La centralità ed illimitatezza della speculazione finanziaria, di cui al capitale finanziario, elimina o comunque riduce al minimo gli investimenti pubblici, perché elimina il sostegno del debito pubblico e rende la spesa pubblica quale pressoché solo per interessi, e guidando l’economia rende il lavoro privo di capacità di negoziazione e di capacità di condizionamento, poiché il profitto non ha più fonte prevalentemente produttiva. Keynes è superato –nonostante il tentativo di Minsky di qualche decennio fa di farne l’architrave di una nuova dimensione sociale del capitalismo-, perché l’instabilità del capitalismo da lui stesso intuita si è trasformata in mancanza totale di equilibrio dovuta allo svincolo del profitto dall’industria e dalla produzione. La speculazione finanziaria è diventata non solo la componente principale della finanza ma la sua essenza e così addirittura l’essenza dell’economia. essendo la finanza stessa il vero centro del capitale Dall’instabilità si è passati alla crisi permanente ed addirittura allo squilibrio totale. Ma non solo: dalla creazione di valore e dalla sua distribuzione si è passati alla creazione di valore esclusivamente mediante distruzione di altro valore. Il controllo della finanza non è più sufficiente ma è necessario ripristinare la legge del valore, e trovare un valore economico intrinseco di natura assoluta, diverso così dall’incontro tra domanda ed offerta. La finanza e la speculazione, pur necessaria, devono essere ricondotte nella legge del valore. L’individuazione del valore assoluto nel lavoro non è anch’essa più sufficiente, in quanto il valore assoluto nella fase del capitale finanziario riceve modifiche radicali rispetto alla fase industriale. In definitiva, la teoria di Keynes rappresenta la risposta a Marx in direzione di un tentativo di razionalizzazione del sistema nella sua fase industriale, di cui vanno corrette le punte estreme irrazionali. Keynes non è più utilizzabile nella fase del capitale finanziario se non come indicazione della possibilità di un capitalismo in cui il peso si sposti dalla finanza all’‘industria e in tale ambito vi sia una mediazione tra capitale e lavoro. Ma è una prospettiva anch’essa non più sufficiente ed addirittura fuorviante perché da un lato il capitale non è in grado di reggere mediazioni e dall’altro perché la sua caratterizzazione finanziaria è irreversibile. Occorre in conclusione un’ipotesi riformista più radicale in cui il peso si sposti dal capitale al lavoro ed in cui la finanza sia diretta “ab externo”, e così, quale forza economica dominante, trovi una direzione pubblica coercitiva. Ma il capitale concederà mai ciò? E’ necessario al riguardo un elemento devastante esogeno, intorno a cui articolare un progetto, ma al momento non facilmente individuabile, nemmeno in prospettiva (la c.d. teoria degli economisti radicali americani dell’“accelerazione” della crisi fa emergere solo il problema ma non la soluzione). Ma non solo: in fase di delocalizzazione, dematerializzazione e globalizzazione, dove si trova lo spazio per una direzione pubblica?. I risultati di un’analisi marxista che si prospetta sono evidentemente insufficienti. Ma è bene, al momento, accontentarsi di una diagnosi, rinviando la terapia ad una fase