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1)Non è pensabile un sistema-mondo nel quale alcuni paesi esportano sempre più di quanto importano e viceversa, ma solo sull’equilibrio tendenziale del reciproco export-import.

2)Volere esportare più di quanto si importa vuol dire pretendere di esportare nei paesi “fratelli”, insieme ai propri beni e servizi, anche tanta disoccupazione e tanti fallimenti quanti ne comporta la mancata produzione nazionale che si va a soppiantare con queste esportazioni.

3)il cambio della moneta non deve essere né “forte” né “debole”, ma semplicemente “vero”, ossia in linea con i propri “fondamentali”, concordando la periodica svalutazione delle valute delle aree a maggiore inflazione in misura pari all’eventuale differenziale di inflazione rispetto alle altre aree valutarie.

4)Lo sviluppo di ogni economia va poggiato sul proprio mercato interno in regime di pareggio tendenziale dell’export-import e cambi concordati.

5)Nessuno investe o assume di più solo perché costa di meno farlo se nel contempo non aumentano gli sbocchi di mercato, poiché non sarebbe profittevolmente collocabile quella maggiore produzione che si andasse a conseguire con quei pur meno cari investimenti e occupati aggiuntivi.

6)Se la domanda interna al saldo dell’export-import resta invariata, non serve a nulla favorire le imprese che assumono donne, giovani o al sud, perché non faranno altro che licenziare corrispondente gli uomini, i non giovani e al nord.

7)tagliare retribuzioni e welfare per conseguire una maggiore competitività (in realtà solo “stracciona” perché conseguita sul fronte dei costi e non della qualità del prodotto) funziona necessariamente come un boomerang perché comprime il mercato interno senza potere realisticamente contrastare la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate in aree dove producono sottocosto nel massimo dispregio della natura e dell’uomo (che andrebbero invece gravate di adeguati dazi compensativi da welfare ed ecologia) ed ha dunque la stessa logica demenziale di segare il ramo su cui si è seduti!

8)Per sostenere investimenti e occupazione occorre espandere la domanda interna stornando risorse dai risparmi inutilmente tesaurizzati verso i consumi privati e pubblici con: una riforma fiscale progressiva e patrimoniale, il calmiere sui canoni della grande proprietà immobiliare, sugli interessi bancari, sui premi assicurativi e sulle tariffe telefoniche, un politica retributiva meno sperequata e altro deficit-spending.

9)Il nostro debito pubblico (circa 2.000 mld, -ndr: oggi fine 1 semestre 2016, oltre 2.300mld) viene da una politica di alti tassi sui btp, di detassazione dei ceti possidenti, dalla tolleranza suicida verso la evasione, la elusione fiscale e i paradisi fiscali.

10)Gli “sprechi” della casta politico-amministrativa pesano sui 25-50 mld annui, laddove gli interessi sui btp quasi 90 mld, almeno 100 l’evasione fiscale e altri 150 la elusione fiscale e i trasferimenti verso i paradisi fiscali.

11)Lo spread si giustifica ufficialmente come sconto per consentire agli acquirenti di btp di assicurarsi contro il nostro default acquistando dei Credit Default Swap, ma, essendo in realtà impossibile il fallimento di uno stato sovrano, nessuno compra CDS a copertura di btp, intascando la differenza a nostro danno, speculando per giunta sul nostro spread per fare crescere questo sconto.

12)E’ folle fare sacrifici popolari pesantemente recessivi per fare calare lo spread, quando ogni 100 punti (ossia 1%) di spread pesano 20 mld l’anno solo “a regime”, mentre, dato che ogni anno di btp ne scade solo la decima parte circa, la contrazione dello spread da 500 a 300 punti ha fatto risparmiare appena 4 mld su base annua a fronte di 40 mld di sacrifici pesantemente recessivi.

13)Dopo un anno di sacrifici popolari inflitti da Monti, il nostro PIL è calato recessivamente di oltre il 3%, facendo calare corrispondentemente le nostre entrate tributarie e quindi facendo aumentare ulteriormente il nostro indebitamento pubblico (+2% circa), per cui il nostro rapporto debito/PIL, anziché migliorare, è passato dal 120% al 130%.

14)E’ assurdo regalare 90 mld l’anno per insistere a collocare tra il 5,00% (oggi) e il 7,00% (l’anno scorso) i nostri btp sui mercati finanziari internazionali, notoriamente speculativi, anziché risparmiarne oltre 70 collocandoli allo 0,75% (il tasso praticato dalla BCE) presso banche pubbliche (com’è consentito dal trattato di Lisbona), presso la BdI o anche “alla giapponese”, ossia forzosamente presso le banche commerciali che intendono operare in Italia. Ma non è assurdo per chi intasca questi interessi maggiorati!

15)Nel giro di 25 anni, le ricette liberiste hanno consentito all’1% più ricco di triplicare la propria ricchezza mentre si dimezzava quella del restante 99%, e, al suo interno, si riduceva di 2/3 quella del 50% più povero. Non è questo sufficiente per cogliere la vera natura del pensiero liberista?

16)Al fine di fare aumentare la dimensione della “fetta” che va ai ceti possidenti si contrae il diametro della “torta” comune da dividere usando la deflazione recessiva e regressiva come mezzo e la deregulation borsistico-valutaria come “alibi”!

17)Monti, ebbro di liberismo, promette impossibili quadrature di bilancio e fantasiose riprese economiche praticando anche in appresso le stesse ricette recessive, come quel pompiere che crede che gli incendi si spengono con la benzina, e, di fronte al divampare delle fiamme, si rammarica di non avere usato abbastanza benzina!

18)Le ricette liberiste “dello sviluppo”, purtroppo, sono le stesse ricette recessive e regressive del “risanamento”, in quanto si basano sulla iper-remunerazione e detassazione dei ceti possidenti, con contemporanea contrazione indefinita di retribuzioni e welfare, aumento del tempo effettivo di lavoro a parità di retribuzione e precarizzazione.

19)I liberisti credono erroneamente che bisogna comprimere retribuzioni e welfare e precarizzare di più per tenere bassa l’inflazione e acquisire una sempre maggiore competitività (“stracciona”, perché conseguita sul fronte dei costi e non della qualità del prodotto), che però rincara troppo l’euro e non è comunque in grado di battere la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate, aggravando inutilmente i conti pubblici e ridistribuendo in modo sempre più regressivo un PIL in continua contrazione recessiva, nel solo interesse dei ceti possidenti.

20)Investimenti, occupazione e PIL non dipendono dai risparmi disponibili e meno che mai ce n’è una tale carenza endemica che bisogna fare sacrifici inenarrabili per attrarne dall’esterno quanti più è possibile detassando i ceti possidenti e perseguendo con la deflazione recessiva la più bassa inflazione possibile e il cambio “forte”.

21)Dati ISTAT alla mano, mentre i risparmi che residuano ogni anno una volta distribuito socialmente l’equivalente monetario che viene ricavato dalla vendita di quanto è stato prodotto sono il 20% circa del PIL, ammontano ad appena il 5% circa del PIL gli investimenti produttivi che vengono effettuati per produrre l’offerta che soddisfa la domanda per consumi restante (80%) al saldo dell’export-import. Altro che “fame” endemica di capitali, dunque!

22)I risparmi disponibili sono circa 4 volte debordanti le necessità produttive, mentre le banche creano elettronicamente dal nulla, grazie alla “riserva frazionaria”, una moneta creditizia decine di volte maggiore rispetto agli assets bancari.

23)L’inflazione dipende dallo “strozzo” della offerta che viene praticato sistematicamente dei trust sulla base dei responsi del marketing per fare salire il prezzo di equilibrio sino al più alto valore che consente loro gli extraprofitti “da oligopolio”, per cui non si contrasta comprimendo la domanda interna (deflazione) ma con il calmiere all’ingrosso e l’anti-trust.

24)Dire che la scala mobile è “fattore” di inflazione è come dire che sia l’apertura degli ombrelli la vera causa della pioggia!

25)L’euro “forte” è un boomerang perché se anche favorisce le nostre importazioni necessarie, favorisce anche quelle non necessarie penalizzando nel contempo tutte le nostre esportazioni.

26)La deregulation borsistica e valutaria ci fa rischiare inutilmente il crack sistemico costringendoci per giunta a sistematiche scelte deflattivo-recessive quale unico modo per contenere la speculazione.

27)Dalla crisi si esce solo rinnegando il liberismo e abbandonando la deflazione recessiva e regressiva in regime di deregulation borsistico-valutaria ed euro “forte”.

28)Occorre diffondere la critica al liberismo e unire tatticamente l’intero mondo del lavoro intorno al sostegno keynesiano della domanda interna in regime di inflazione “controllata”, vincoli borsistico-valutari anti-speculazione ed euro “vero”.

29)Le ricette post-keynesiane possono essere applicate a livello UE, se si riesce a fare convergere su di esse tutti i popoli preunitari, o, in alternativa, dai soli paesi secessionari, plausibilmente i PIIGS più la Francia, che farebbero così nascere l’Europa “a due velocità”, lasciando l’euro “forte” ai paesi del nord e a quelli che comunque volessero insistere nelle attuali suicide politiche liberiste, recessive e regressive, o, in ulteriore subordine, dai singoli paesi secessionari.

30)Uscendo dall’euro, se anche la nuova lira quotasse il 30% in meno, poiché materie prime ed energia pesano circa il 10% sui prezzi finali, il nostro export-import ne ricaverebbe comunque un vantaggio del 27% circa.

POPULISMO E SINISTRA

La vittoria dei 5Stelle al ballottaggio delle comunali ha posto la sinistra radicale, in crisi sembra più profonda, di fronte al problema se trovare negli stessi un interlocutore politico. Ed il problema diventa più complesso in quanto si traduce nel rapporto tra sinistra e populismo. Sul “Manifesto”, la maggioranza si colloca nel senso del rifiuto del fenomeno, di mera antipolitica, e solo una minoranza vede in esso un movimento di protesta da utilizzare in senso anticapitalistico. Il dibattito, posto in tali termini, è veramente sterile. Il populismo è di per sé estraneo alla sinistra, in quanto da un lato incarna proteste indifferenziate da un punto di vista sociale e dall’altro respinge il potere politico in quanto tale. Non è vero quel che dice un filosofo-giurista di grande livello come Natalino Irti che l’antipolitica non è nient’altro che una forma di politica alternativa nei contenuti: è infatti da ribattere che il populismo, nel contrapporre il popolo al potere, esercita un ruolo puramente negativo senza progetto alternativo. Il governo del popolo è un qualcosa di vago e generico, che acquista valore solo come rifiuto del potere delle “élite” ed adesso, in un’“escalation” giunta al massimo con Brexit, anche del ruolo delle istituzioni, per cui è il popolo che si deve esprimere in autonomia, senza “élite” autonome e nemmeno senza istituzioni autonome: le “élite” e le istituzioni devono essere sempre controllate strettamente dal popolo senza mai rendersi autonome da questo. La sinistra non moderata è di classe e di natura politica, mira alla conquista del potere a favore di un blocco di classe alternativo. Ma ciò è riduttivo, in quanto trascura e dimentica che la rivoluzione russa fu realizzata da Lenin abbracciando nei fatti il populismo –prima ripudiato- e portando avanti l’alleanza non classista tra operai, contadini e soldati: la presenza dei terzi rendeva l’alleanza non di classe ma di popolo. E parimenti negli anni ’60 e ’70 le prime vacillazioni della politica di classe spinsero a porre al centro il popolo e le masse –ci dimentichiamo di Ingrao, sulla base delle riflessioni della Suola di Francoforte?-. Ma ciò era sempre in via funzionalizzata ad una politica di classe, almeno nelle intenzioni mentre il vero elemento collettore era poi il partito. Ed il discorso non cambia ora con la moltitudine di Toni Negri. Il popolo dei 5Stelle non ha ambizioni di alternativa: contesta il potere arbitrario e pretende più equità e giustizia. Ma ciò come elemento puramente negativo, che evidentemente si esalta nel momento in cui il capitale domina in modo cieco ed inefficace.

I 5Stelle non hanno tentazioni a destra come la Lega Nord, Le Pen e Trump. Hanno resistito anche a tentazioni a sinistra e nel 2013 si rifiutarono sagacemente di allearsi con il Pd di Bersani genuinamente a sinistra anche se con le incertezze dell’alleanza con Monti. Lo scrivente sperava nell’alleanza tra i 5Stelle ed il Pd, ma Casaleggio fu geniale nell’impedire tale alleanza, mantenendo il Movimento in una posizione di populismo puro. E’ sterile criticare il Movimento per incertezze sui migranti e sul diritto civile, come fa la sinistra radicale, in quanto finisce con l’accusare il Movimento di non essere di sinistra e di mantenere posizioni tradizionaliste, il che esorcizza il problema solo evocato e non affrontato in quanto ben più complesso delle ormai logore chiavi di lettura della sinistra. Il punto d’interesse è un altro: il Movimento è sinceramente democratico in politica interna e per il diritto in politica internazionale come su Israele dove si è espresso per la Patria palestinese condannando nel contempo ogni forma di terrorismo. E ciò non è banale in quanto il Movimento non si schiera con le posizioni nazionaliste del populismo come Brexit e Trump. I 5Stelle sono per il popolo ma non per lo Stato-nazione di cui vedono i limiti: non sono affatto riconducibili alla destra, come invece settori della sinistra istituzionale e radicale stancamente ripetono. La loro mancanza di universalismo sui diritti civili e sui migranti che evoca posizioni tradizionaliste non li accomuna alla destra, in quanto è natura completamente diversa: è dovuta alla mancanza di visione generale, nell’ottica del più puro e genuino populismo; il popolo oppresso non crede alla fine dell’oppressione, la vuole solo mitigare. La sinistra ha visto la classe svanire e con essa ogni possibilità di alternativa, ed ora è divisa tra cedimento al liberismo moderato (socialismo francese, socialdemocrazia tedesca, partito democratico italiano) e visione meramente identitaria e sterile (sinistra radicale) (mentre Sel, ora Sinistra italiana, ondeggia tra le due posizioni, cullandosi dolcemente sulle onde di un mare inesistente) : In mancanza di una costruzione di alternativa vede con ostilità i 5Stelle in quanto non riesce a capire l’importanza di rappresentare il popolo quale alternativa su cui fondare una vera democrazia.

La democrazia politica può essere l’antidoto al potere schiacciante del capitale finanziario ma si tratta di una prospettiva estranea alla sinistra in quanto manca un’aggregazione sociale alternativa, resa impossibile dalla frantumazione del proletariato operata a sua volta dalla de-materializzazione, dalla delocalizzazione e dalla caratterizzazione finanziaria. Ma se la democrazia politica arresta il capitale finanziario, si crea una prospettiva nuova che la sinistra deve quanto meno analizzare. In definitiva, l’alleanza tra sinistra non moderata e populismo, pur ben lungi dall’essere dietro l’angolo, è possibile, ma a precise condizioni. In primo luogo, il populismo puro ha senso se difende la democrazia dal capitale finanziario e dalla sua deriva autoritaria inarrestabile e quindi deve dotarsi di una politica istituzionale alternativa e propositiva che fuoriesca dall’utopia della democrazia diretta ed immetta il popolo nelle sedi rappresentative, senza alterarle. Queste sedi rappresentative sono al momento solo nazionali ma lo Stato-nazione è in crisi inarrestabile, annullato dalla globalizzazione. Pertanto, in secondo luogo, il populismo puro deve scegliere tra l’alleanza con la destra non moderata e con il populismo di destra, nazionalista, oppure rendersi autonomo come i 5Stelle hanno mostrato di fare non cavalcando Brexit: in tale ottica, occorre non opporsi alla globalizzazione ed alla caratterizzazione finanziaria ma governarle utilizzando le uniche istituzioni transazionali, le banche centrali (come intuito da Hilferding e poi sviluppato, in via autonoma, dallo scrivente e dal Emiliano Brancaccio, questi peraltro ancorato ad una logica neo-protezionistica opposta a quella qui tratteggiata). Le banche centrali costituiscono la coscienza critica del capitale finanziario, ma disancorate dallo Stato-nazione si sono appiattire su di esso perdendo ogni autonomia. Bisogna ridar loro autonomia, minacciandole con la protesta popolare e costringendole ad intervenire incisivamente sul sistema. Qui, il populismo ha bisogno della sinistra non moderata per un vero antagonismo al capitale finanziario. La destra populista e non moderata non è all’uopo idonea in quanto alla fine sempre strumentalizzata e dominata dal capitale finanziario, come mostrato in Brexit, funzionale ad una maestosa opera di delocalizzazione del grande capitale britannico. Ove si alleasse con la destra populista e non moderata, il populismo puro finirebbe con lo scegliere o comunque con l’essere costretto a scegliere, quale esito finale, la strada della rivolta, che a sua volta fungerebbe da alibi per la definizione ed anzi il perfezionamento del processo autoritario del capitalismo – mentre quei settori della sinistra radicale che vedono nella rivolta l’anticamera della rivoluzione, sulla base dell’analisi fine ma del tutto disancorata dalla realtà di Toni Negri, farebbero bene a non illudersi ed a continuare a dondolarsi dolcemente sulle onde di una mare inesistente-. In terzo luogo, la sinistra non moderata deve riscoprire la logica di classe ricollegandola alla democrazia e quindi rinunziando per sempre a leninismo, estremismo e impostazione socialdemocratica tradizionale, tutti e tre strettamente ancorati, nonostante le differenze, allo statalismo puro con cui il movimento operaio è rimasto vittima dello Stato-nazione, a sua volta finito in braccio al nazionalismo, vero grande ostacolo della lotta di classe –il tutto prese avvio con la grande guerra del 1914, come compreso dalla sola Rosa Luxemburg-.

La soluzione più temuta ed addirittura esorcizzata si è alla fine realizzata: il popolo britannico ha votato a favore dall’uscita dall’Europa; lo scarto è stato esiguo, ma in democrazia quello che conta è la scelta, da parte del popolo sovrano, a maggioranza (tra l’altro a volte anche relativa, qui si tratta di maggioranza assoluta), di rappresentanti o di decisioni, quale che sia lo scarto. L’esiguità dello scarto è l’argomento di chi vuole ridimensionare un risultato elettorale, e così, se utilizzata insistentemente, oltre la retorica della polemica, nasconde una vocazione antidemocratica. Negli ultimi gironi prima del voto, si era manifestato il convincimento –accettato problematicamente anche dallo scrivente- che alla fine l’uscita sarebbe stata respinta sulla base di una valutazione di razionalità. Ed invece no, la decisione, quasi unitariamente giudicata irrazionale, che getta una lapide sull’Europa e danneggia la stessa Gran Bretagna, è passata, con tutta l’Europa ed addirittura tutto il mondo increduli ed addirittura proprio l’Inghilterra (Scozia ed Irlanda hanno votato contro l’uscita) per quanto fatto, con molti votanti per il sì che si sono già pentiti. Ma, quello che conta è il risultato: uno dei Paesi europei e mondali più importanti, colonna dell’Europa -che ha difeso strenuamente durante le due guerre mondiali-, anche se con integrazione solo parziale, e non a caso non aderente all’euro, e con molte e rilevanti esenzioni, esce dall’Europa. Non è un Paese mediterraneo debole che fa tale scelta ma uno forte. L’effetto di trascinamento nei confronti dei Paesi deboli è inevitabile. La fine dell’Europa è segnata. L’Inghilterra viene ad essere spinta fuori dall’Europa, nell’ambito di un fenomeno più ampio che vede il capitale inglese de-occidentalizzarsi. Forse tale fenomeno è ancora all’avvio e l’uscita adesso è prematura, e così si spiega la opposizione della “City” all’uscita, ma quello che è chiaro è che il fenomeno è irreversibile: e si rientra in una lotta per l’egemonia tra il capitale tedesco e quello inglese, il primo dominante sull’Europa ed il secondo che si muove a più ampio raggio. Il popolo inglese si trova penalizzato dall’isolamento in quanto la delocalizzazione fuori dell’Occidente va a favore solo del capitale, ma si ripete che il discorso va inquadrato in una cornice più ampia di scontro per l’egemonia. La scelta è certamente irrazionale sia dal punto di vista dell’Europa, avviata verso la disgregazione, sia da quello dell’Inghilterra, ora penalizzata e che potrebbe addirittura essere trascinata in un altro contesto, irriducibile all’attuale. Ma nel condannare il voto si trascura che lo stesso è un voto di protesta (in cui l’opposizione ad accogliere i migranti non è l’elemento decisivo), in quanto l’Europa è non solo in crisi ma anche priva di identità senza limiti al dominio tedesco e con gli altri Paesi in posizione di sudditanza schiacciati dal debito pubblico e privi di autonomia sostanziale. Anche l’Inghilterra, Paese privilegiato, sente l’oppressione di un dominio brutale ed inefficiente.

Brexit è stato sì un voto disperato ed irrazionale ma contro una realtà in disfacimento. E’ stato un grido sia di dolore sia di allarme ed anche un rifiuto immediato di una realtà oppressiva ed inefficace. Certamente, la risposta che esce fuori non è adeguata in quanto non presenta un’alternativa, ed il ritorno allo Stato-Nazione non si rivela realistico in un’economia globalizzata: ma la potata solo negativa e distruttiva del voto nulla toglie alla radicalità del rifiuto e della bocciatura, cui non si può rispondere come se nulla fosse successo. In tale ottica, è quanto meno sgradevole l’arroganza delle Autorità europee e dei tedeschi che assumono atteggiamenti arroganti ed ultimativi nei confronti degli inglesi in modo da non dare loro né alternative né gradualismo, atteggiamenti che ricordano quelli assunti nei confronti dei greci: è una posizione di comando ed unilaterale fuori luogo per chi ha fallito nel proprio compito, come le istituzioni europee e tedesche; ma è anche una posizione insensata in quanto rivolta nei confronti di un Paese forte –in senso critico nei confronti di detti atteggiamenti si è addirittura manifestato Henry Kissinger-. Le istituzioni tedesche e ed europee dimostrano di aver perso la testa, in una corsa inarrestabile verso il baratro. Parlare di occasione di rilancio che tragga lezione dagli errori è illogico in quanto occorre mettere in discussione l’intero modello, e non sono sufficienti piccoli aggiustamenti. Ed è un modello che è inidoneo a correggersi in quanto basato sulla supremazia dell’economia mentre è del tutto inefficiente proprio economicamente.

La crisi del settore bancario, sempre più grave, dimostra l’inefficienza del sistema economico, con le banche da anni chiamate a sorreggere in modo incisivo il settore produttivo, il che ha prodotto tale risultato disastroso. Il sostegno fallimentare all’economia industriale a mezzo crediti si è accompagnato ad un’accentuazione dell’ipertrofia della finanza speculativa, come dimostrato dall’esplosione dell’esposizione in strumenti derivati (Deutsche Bank è esposta in derivati per decine di multipli del Pil tedesco). Lo scoppio di una crisi finanziaria quale quella del 2008, se non ancora più grave, è vicino. Non è uno scoppio inevitabile, ma l’eventuale successo di un’opera di prevenzione comporterebbe un costo abnorme. Non è l’Europa dei tecnocrati (come invece ritiene il sociologo tedesco Offe), in quanto vengono violate le più elementari regole tecniche, con derivati rovinosi ed arbitrari. E’ il dominio cieco del capitale, senza limiti tecnici, democratici e nemmeno economici. Le istituzioni sono crollate, dopo lo Stato-Nazione crolla l’Europa. Le masse sono divaricate non solo dalle “élite”, ma addirittura dalle istituzioni. Chi critica –ed è questa una posizione maggioritaria, con l’avallo addirittura di Napolitano- il ricorso al “referendum” ed evidenzia l’impossibilità di risolvere questioni così complesse con il ricorso al popolo, non solo si dimostra antidemocratico ma è anche privo di buon senso in quanto vuol precludere al popolo di esprimersi proprio quando questi non ha più fiducia nella politica. Non ci rende conto della frattura tra istituzioni, preda del capitale, da un lato e dall’altro popolo a metà tra la protesta e la ribellione. Contrapporre il popolo ai tecnocratici come fa Offe invece che al capitale alimenta l’illusione di una svolta democratica possibile quando il nemico, pur forte, non ha il dominio totale. Riconoscere invece che il vero nemico è sempre e soltanto il grande capitale vuol dire fare “tabula rasa” di quarant’anni di analisi irrealistiche che hanno rinunziato ad ogni visione di classe. A prescindere dalla problematica se sia ammissibile conferire al popolo il potere di intervenire direttamente sui Trattati internazionali (Il che non è consentito dalla Costituzione italiana, art. 75, comma 2°), non occorre dimenticare che la cessione di sovranità realizzata con l’adesione all’Europa è un vero e proprio cambio di assetto dello Stato che richiede un nuovo processo costituente (in Italia è una cessione ben oltre i limiti di cui l’art.11) ed inoltre si è consumata con modalità giuridicamente discutibili con abusi della Germania e violazione di norme costituzionali interne fondamentali (per es. art. 47 della Costituzione italiana, in occasione del “bail-in”). In definitiva il ricorso al popolo sovrano interno per la conferma dell’adesione all’Europa è del tutto legittimo. Che il popolo britannico abbia assunto una scelta irrazionale non è conferente in quanto il vero punto è che di fronte all’impossibilità di una vera alternativa, che è quella della riforma democratica dell’Europa, impossibilità dovuta ad un modello autoritario a tutela degli abusi del capitale, il popolo disperato risponde con il rifiuto. Si crea una situazione esplosiva. Che il populismo incontri limiti e freni, come dimostrato dal caso della Spagna dove vi è stato un voto a favore dei Partiti tradizionali, o dal rifiuto della Scozia e dell’Irlanda di accettare il rifiuto, staccandosi quindi dall’Inghilterra in chiave europeista, non è decisivo: il processo è complesso ma non toglie che sia inarrestabile. Il populismo può essere sconfitto solo da un completamento del processo autoritario in grado di eliminare gli ultimi elementi di democrazia formale ancora in piedi: soluzione a questo punto non più da escludere viste le reazioni scomposte al voto britannico. Altrimenti si crea una dialettica nel senso di tensione dagli esiti imprevedibili.

Una rivolta vera a questo punto non può essere esclusa. La sinistra è ai margini e il comportamento di Corbyn, contrario all’uscita ma che si è defilato durante la campagna elettorale per il voto conferma la mancanza di alternativa e l’incapacità della sinistra di appassionarsi per la scelta meno cattiva, non essendo possibile una veramente buona: è un incapacità che dimostra la mancanza di politica. Poi l’attacco a Corbyn all’interno ed all’esterno del partito laburista è irresponsabile. Si pretendeva un appiattimento su un falso europeismo, senza dialettica. Il populismo è il vero avversario di un potere in decomposizione. Poiché è non in grado di proporre un’alternativa, esso costituisce un incentivo ad attutire le posizioni radicali del modello: può costituire un incentivo anche ad abbandonare il modello? La risposta è negativa, con la prospettiva di un’alternativa tra rivolta cieca e svolta autoritaria totale, a meno di un’alleanza tra settori del capitile consapevoli dell’inevitabilità dell’esito rovinoso delle dinamiche del capitale finanziario lasciate a sé stesse, e una sinistra riformista antiliberista, ammesso che riesca ad emergere –e sembra proprio di no, purtroppo-. Il capitalismo è non riformabile come insegnato da Marx, ma alcune volte nella Storia il capitale ha percepito acutamente la necessità di un riformismo incisivo tattico. Una spinta in tal senso può venire da un rafforzamento dell’ipotetica sinistra sopra accennata grazie all’alleanza anche con la componente non di destra del populismo- in Italia, 5Stelle-, interessata all’alleanza con chi può fornirle un progetto non effimero. E tale rafforzamento potrebbe consentire alla sinistra anche di resistere alla marcia indietro in senso liberista dei settori consapevoli del capitale una volta passata la buriana.

E’ difficile trovare nella Storia uno scandalo così perfetto, idoneo a intersecare economia, politica e magistratura, quale quello recente sul petrolio in Basilicata. Quando una questione è troppo complicata l’unico modo corretto di approccio è renderla semplice, che non vuol dire semplificare ma significa porre in chiaro i punti univoci per poi affrontare quelli controversi. E’ evidente che la questione penale ancora non è sorta in quanto la famosa registrazione tra l’ex Ministro Guidi ed il suo compagno non configura ancora gli estremi del potenziale reato, ed infatti le interferenze dell’ex compagno non sono stati determinanti sull’emendamento, ancora non passato, per sbloccare appalti pubblici a favore alle compagnie petroliere, favore che rientra nella politica economica del Governo e della maggioranza, come pacifico e rivendicato con orgoglio da Renzi. L’ex Ministro Guidi si è dimostrata del tutto inadeguata nel momento in cui collega strettamente i suoi compiti istituzionali alla vita privata e parla con l’ex compagno degli equilibri interni al Governo (in termini postivi del Ministro Boschi, in termini negativi del sottosegretario De Vincentis): ha fatto bene a dimettersi, e si è trattato di atto politicamente doveroso, ma non merita alcun complimento, in quanto si è dimessa quando il suo atteggiamento è stato scoperto e non prima, così come non merita accanimento, in quanto un Ministro che è prigioniero dei suoi affetti amorosi e vittima del suo partner richiede tenerezza e comprensione umana: non è degno di fare il Ministro, ma è da un punto di vista privato una persona in profonde difficoltà. Non vi sono gli estremi del reato, ma vi è una situazione generale di interferenze dell’industria del petrolio sulla politica, e quindi le indagini della magistratura sono doverose, e non è giustificabile il nervosismo di Renzi. Questi, quando evidenzia che la magistratura non può intervenire sul processo legislativo, in quanto la separazione dei poteri agisce in senso bilaterale e non unilaterale, esprime un concetto efficace ma grossolano: Il processo legislativo, come tutti i poteri statali, è soggetto ad interferenze e pressioni e il problema di distinguere tra lecito ed illecito non può essere escluso. Il potere legislativo è libero e non può essere vincolato e pertanto il cedimento a pressioni esterne è indifferente, ma quando le pressioni sono illecite (corruzione, anche indiretta, come a una persona collegata al parlamentare, associazioni illecite e segrete) l’indifferenza viene meno. Ma non è solo un problema di abuso, in quanto il nodo è di fondo: poiché la sovranità è del popolo e i rappresentanti la esercitano per conto del popolo stesso, senza un’attribuzione originaria, scatta la conseguenza indefettibile che vi deve essere trasparenza completa sul meccanismo di formazione delle decisioni legislative e sugli interessi, pubblici e privati, dei parlamentari e dei ministri, e deve essere emanata una normativa che sanzioni penalmente la violazione della trasparenza, altrimenti la sovranità popolare, principio fondamentale di democrazia, art. 1° Cost., è solo fittizia. In tale ottica, la limitazione delle registrazioni telefoniche, prospettata da Renzi, è del tutto illecita ed inammissibile, salvo specifici abusi, in quanto chi detiene il potere deve muoversi in un’ottica di pubblicità, ed è l’opacità ad essere inammissibile: Renzi ha rinunziato ad intervenire in materia ma ha precisato che agli aspetti privati le intercettazioni devono essere estranee.

È difficile ritenere che abbia rilevanza solo privata un’intercettazione relativa ad una conversazione tra la l’ex Ministro Guidi ed il suo compagno dalla quale si evince che la prima era in balia del secondo su aspetti fondamentali relativi al Ministero. Chiariti i punti univoci, ci si può concentrare sui nodi effettivi. Lo sbloccare appalti pubblici è un fatto di dinamismo ed il favore nei confronti di imprese petrolifere non è elemento negativo, ma diventa inaccettabile nel momento in cui non si prende posizione circostanziata e chiara su ipotesi di disastro ambientale (che possono anche avere rilevanza penale, come è bene non dimenticare) sollevate ed in genere sull’equilibrio tra impresa petrolifera ed ambiente. Il “referendum” sulle trivelle solleva punti delicati sul rispetto dell’ambiente da parte delle imprese petrolifere e non può essere trattato con sussiego come fa Renzi che invita all’astensione senza chiarire quali garanzie vi siano di mancanza di saccheggio ambientale e di devastazione delle spiagge e delle coste. Ma non solo: da molti anni in Basilicata vi è stato uno sviluppo forte ed impetuoso dell’industria petrolifera, ma lo stesso è stato realizzato a vantaggio esclusivo di imprese estere e di un cerchio magico locale (tra cui il compagno dell’ex Ministro, e tale persona non merita alcuna benevolenza visto che si permette di rilasciare frasi minacciose ed offensive a danno della sorella di Borsellino), come nei Paesi arabi, ma non a favore della popolazione e della Regione. E’ evidente che in Renzi vi è la mancanza di una politica industriale, in modo che ed il favore nei confronti delle imprese prescinde totalmente da una logica di sviluppo industriale complessivo. Emblematica è l’indicazione di preferire Marchionne a molti sindacalisti, in quanto il primo avrebbe fatto molte più cose per l’Italia di quanto fatto dai secondi: Marchionne ha ripetutamente leso i diritti dei lavoratori ed ha risanato i conti aziendali con trasferimento all’estero di sede legale e fiscale, e quindi mediante una profonda e preponderante delocalizzazione e mediante sinergie, anche geniali e con assunzione di un ruolo preponderante, con gruppi esteri, in un’ottica più finanziaria che industriale. Conferma che Renzi favorisce i gruppi forti di imprese senza preoccuparsi dell’interesse generale: rispetto a Berlusconi vi è più attenzione per quanto riguarda i profili istituzionali e minore compromissione soggettiva con gruppi inqualificabili, ma l’ottica è la stessa di un liberismo anche protettivo nei confronti dei grandi gruppi, senza una visione né competitiva né di direzione qualificata. L’opposizione non si dovrebbe concentrare sugli aspetti scandalistici, alcuni dei quali strumentali come la richiesta delle dimissioni della Boschi, questa volta estranea ad ogni profilo discutibile, in quanto l’assicurazione alla Guidi di far approvare l’emendamento rientrava nella linea economica del Governo. E la sua azione dovrebbe essere quella di ferma opposizione sugli aspetti istituzionali e sugli aspetti di politica economica e in questo caso industriale, ma con proposte costruttive che dovrebbero configurare gli estremi di un’alternativa. Lo scandalismo non è rigore ma è un succedaneo improprio del rigore, che al contrario richiede non moralismo o atteggiamenti ad effetto ma una grande forza a livello istituzionale e di politica economica ed industriale. Altrimenti, la critica distruttiva, anche giustificata, diventa sterile, propria di un’opposizione che tale vuole restare nell’eternità. L’accusa al Movimento 5Stelle di antipolitica non è strumentale ad una posizione di favore nei confronti del Pd, ma al contrario è una denunzia di una reciproca legittimazione (così come di un reciproco alibi) distruttiva a danno del Paese.

Il provvedimento di salvataggio è stato criticato, anche da autorevoli commentatori molto acuti e raffinati, che hanno sollevato il dubbio di una sottovalutazione degli attivi delle banche, in particolare con una forte decurtazione del valore dei crediti in sofferenza, vale a dire deteriorati, in modo da renderle appetibili per la futura vendita a terzi. Da qui a parlare di scippo a danno degli obbligazionisti subordinati ed anche degli azionisti il passo è breve. Qui gli studi effettuati sono elaborati e meritano la massima riflessione. Ma non sembra che colgano nel segno. Ed infatti, una volta che le vecchie banche in amministrazione straordinaria sono state poste in risoluzione in quanto in dissesto –il che viene per l’appunto contestato, o comunque non dato per scontato, dai commentatori in questione- subito l’azienda bancaria è stata trasferita ad una nuova banca costituita “ad hoc” – una nuova banca per ciascuna delle 4 banche- senza le obbligazioni subordinate e con le sofferenze. Poi le sofferenze sono state trasferite ad un’apposita “bad bank” questa volta una sola per le 4 banche. Pertanto, due considerazioni possono essere effettuate già in via preliminare e di metodo e senza entrare nel merito: in primo luogo le banche cui saranno cedute le aziende bancarie sono indifferenti alla sorte delle sofferenze, che non vengono loro cedute, mentre la “bad bank” è del tutto estranea alla futura cessione dell’azienda bancaria, ed il suo intervento è stato finanziato dall’esterno per consentire la futura cessione a terzi. In secondo luogo, è stato necessario liberare l’azienda bancaria delle obbligazioni subordinate e delle sofferenze in quanto se ciò non fosse avvenuto non sarebbe stato possibile pensare nemmeno lontanamente trovare un acquirente. Ed in effetti, prima della risoluzione per nessuna delle 4 banche è stato possibile trovare un acquirente nell’ambito del procedura di amministrazione straordinaria proprio a causa della presenza delle obbligazioni subordinate e delle sofferenze, evidentemente indigeste a chiunque. Già tali considerazioni servono a ridimensionare la portata della polemica. Le sofferenze erano crediti balordi, e così la prudenza che ha portato alla decurtazione elevatissima del loro valore non è stata fuori luogo. Poi si potrà valutare con verifica stringente se le decurtazioni siano state eccessive, e ogni accertamento di legittimità non è certo precluso nel nostro ordinamento, ed è in ogni caso previsto specificatamente dalla normativa proprio per casi come il nostro, ma quello che è certo è che la decurtazione è stata effettuata solo perché doverosa ed addirittura inevitabile.

Nel merito, la storia della cessione delle sofferenze dimostra che i prezzi sono sempre stati assolutamente stracciati. E non a caso uno dei più acuti commentatori qui criticati, nel formulare una proposta molto interessante sulle “bad bank” in generale, nel criticare la timidezza dell’intervento legislativo recentemente effettuato sulle “bad bank” sempre in generale, non relativamente alle 4 banche, timidezza consistente nel far rimanere le sofferenze all’interno del gruppo, senza effetto sui bilanci, ha proposto che la cessione avvenga avendo ad oggetto sia sofferenze sia di crediti “in bonis”, nella consapevolezza, evidentemente, dell’impossibilità di una proficua cessione delle sole sofferenze. Ma il discorso è surreale: ci si dimentica che siamo in un sistema capitalistico e che tale sistema prevede, quale proprio elemento costituivo essenziale, che i prezzi siano determinati dal mercato, vale a dire dall’incontro tra domanda ed offerta senza alcun elemento intrinseco (ah, povero Marx, con la sua teoria del valore-lavoro e del valore assoluto sottostante). Ebbene, è notorio che gli attivi delle imprese decotte siano venduti a prezzi irrisori: è il capitale, signori. L’avete voluto voi (certamente, non noi, poveri marxisti illusi), e le conseguenze sono queste, che piacciano o no.

Si entra così nel cuore della questione. La polemica è strumentale, non per quanto riguarda i commentatori in questione, in evidente buona fede, ma per il retroterra che alimenta il fuoco. Ebbene, il problema è che le 4 banche erano decotte e nessuno, NESSUNO!!!!, le voleva acquistare. Poi è giusto, anzi doveroso, sottoporre al setaccio il salvataggio, e cercare il difetto nascosto, ma senza dimenticare che è stato un salvataggio necessario di imprese bancarie decotte, realizzato in quattro e quattr’otto per limitare i danni di una normativa, impostaci dall’esterno, del tutto demenziale. Per tutte le banche decotte, si è sempre ventilata la presenza di potenziali acquirenti, ma è stata una presenza fantomatica, mai supportata da elementi concreti, ed infatti si è sempre trattato di gruppi non in possesso dei requisiti richiesti dalla normativa. Ma allora, perché la polemica? in alcuni settori –si ripete, a scanso di equivoci, che non ci si riferisce agli illustri commentatori- è evidente la simpatia per le vecchie gestioni e si utilizza la rabbia dei titolari delle obbligazioni subordinate per attaccare il salvataggio ultimo anello di un intervento pubblico che ha interrotto una gestione rovinosa ed illecita. Non a caso, tra i soggetti che hanno prospettato iniziative giudiziali contro i provvedimenti di salvataggio vi sono le fondazioni titolari delle vecchie partecipazioni nelle banche, che nulla hanno fatto per anni per arrestare il disastro, ed anzi lo hanno favorito.

Quello che non emerge adeguatamente dalle superficiali e prevenute analisi della crisi delle 4 banche e dei relativi salvataggi è che questa volta la crisi, differenza di quella del 2008, non è dipesa da eccesso di speculazione e di finanza ma è stata determinata da fidi sbagliati a imprese decotte e concessi senza garanzie adeguate ed in modo avventato. Le 4 banche hanno fatto quello che tutta l’economia, la società e la politica chiedeva loro, dare fidi per sostenere le imprese produttive: lo hanno fatto male ma il fine era quello che tutti attribuivano loro. E’ fuorviante anche dare la colpa solo a profili clientelari e di appoggio a gruppi economici collegati ai vertici in modo illecito: è fuorviante non in quanto non rispondente al vero ma in quanto riduttivo e parziale. I fidi sono stati concessi a pioggia non solo agli amici ma a vasti settori del territorio per acquisire il consenso ed assicurare la pace sociale e politica. In altri termini, è difficile trovare nei 4 territori settori non coinvolti nel disastro. Il vero è che la crisi economica aveva portato tutto il territorio e non solo poche imprese nel disastro e quindi per non far abbassare il tenore di vita della provincia la banca ha alimentato l’economia in modo artificioso ed abusivo.

In tale ottica, non è mancato il ruolo negativo del sindacato che ha favorito assunzioni clientelari e il mantenimento di condizioni economiche e normative non giustificate dalle situazioni aziendali e non commisurate al merito. In effetti, il sindacato ha instaurato una perversa cogestione con la direzione aziendale rovinosa, non opponendosi a nessuna misura disastrosa ed ottenendo in cambio sia vantaggi indebiti per i dipendenti sia un terribile ruolo condizionante a favore degli esponenti sindacali aziendali. Fa letteralmente sorridere, in tale situazione, l’atteggiamento del capo della più importante sigla sindacale bancaria, il quale ha rimproverato i commissari straordinari che non avrebbero impresso una soluzione (nel senso di rottura) di continuità alla gestione aziendale ed avrebbero mantenuto al loro posto tutti i dirigenti (e i funzionari responsabili di funzione). L’accusa, infamante, è non rispondente al vero: come regola generale, i commissari hanno posto le basi per azioni di responsabilità contro i veri responsabili del disastro, vale a dire gli alti dirigenti.

In un’ottica garantistica e realistica hanno mantenuto alcuni dei dirigenti non apicali e dei funzionari responsabili di funzione in quanto esecutori di ordini e non responsabili diretti, e l’illiceità degli ordini poteva anche non essere sempre di agevole individuazione. Si è trattato di atteggiamento non solo garantista ma anche realista in quanto tale da tener conto di come funziona l’azienda e dell’esigenza di non lasciare scoperti, ove possibile, i ruoli chiave. Ma l’accusa del capo sindacale merita un esame ulteriore, in quanto è non solo infondata, ma anche tale da voler riscrivere forzatamente la storia della crisi, e voler imputare la crisi stessa a gruppi ristretti (dirigenti e poche imprese) senza voler riconoscere la diffusione della responsabilità: è ovvio che non si deve disconoscere quella principale dell’alto vertice delle imprese e degli enti loro collegati, ma non per questo è corretto trascurare l’esigenza di rendersi realisticamente conto che ve ne era una diffusa ed a macchia d’olio. Ma non solo: imputando ai commissari una mancanza di soluzione di continuità nella gestione aziendale, ci si è voluti accodare a quel vento populistico (anche alimentato da un giornale molto stimato dallo scrivente quale “Il Fatto Quotidiano”) che vuole imputare la crisi alla mancanza di rigore di Banca d’Italia nei confronti delle banche con i commissari che persisterebbero in tale atteggiamento. Ebbene, tale continuità globale tra vecchia gestione, ispezioni Banca d’Italia e gestione commissariale non solo è sballata ma è frutto di fantasia. I disastri appartengono alla vecchia gestione ed ai suoi comportamenti dolosi, con la complicità o comunque l’indulgenza della società civile, ivi compreso il sindacato, le ispezioni Banca d’Italia hanno fatto il possibile tenendo conto del “favor” generalizzato per le vecchie strutture, ed i commissari hanno individuato i responsabili dei disastri ponendo le basi per le azioni legali contro di loro ed hanno elaborato le misure per uscire dalla crisi.

Vista l’estensione del disastro, qui era necessario un acquisto esterno, resosi impossibile alla luce della diffusione delle sofferenze e della mina vagante rappresentata dalle obbligazioni subordinate. Banca d’Italia ha dovuto, in quattro e quattr’otto, fare il salvataggio, per limitare l’applicazione della assurda normativa comunitaria del “ball-in”. Il salvataggio è riuscito al novanta per cento, senza potersi estendere alle obbligazioni subordinate per l’opposizione, irremovibile e irragionevole dell’Europa: è stato un peccato, ma resta il salvataggio al 90%. Banca d’Italia ha visto ridurre molto il suo potere e la sua credibilità: al limite, ma proprio al limite, le si può imputare di essersi fatta trovare impreparata nella nuova situazione, ma le sue responsabilità ammesso, ed assolutamente non concesso, che siano effettive, e di natura politica e non giuridica, sono minime. Il comportamento del capo sindacale è gravissimo, non solo per la ricostruzione inattendibile e sballata, ma anche per il tentativo di annacquare le responsabilità, diffuse, del passato. Inammissibile ed ingiustificata è stata la mancanza di collaborazione con la gestione commissariale. Il sindacato ha perso una grande occasione per contribuire al risanamento aziendale delle banche e per opporsi a gestioni illecite. Il sindacato ha perso natura sociale e di classe per accontentarsi di cogestioni di fatto e di copertura a vertici illeciti, per far beneficiare i lavoratori di vantaggi non solo ingiustificati, ma anche effimeri e che quindi si ritorcono contro gli stessi lavoratori. In conclusione: l’economia e la finanza sono nel disastro, la politica è solo clientelare ed inefficace, e la società civile è inquinata. Sinistra se ci sei –e speriamo che ciò non sia un’illusione- batti un colpo –se necessario, anche in testa, in senso figurato s’intende, a qualcuno, anzi a più di qualcuno-. P.S. Per onestà verso i lettori, lo scrivente deve rivelare che il capo sindacale ha fatto espresso riferimento a quella delle 4 banche dove lo stesso scrivente è stato commissario insieme ad un altro: il capo sindacale si è riferito ad ex commissari, ora amministratori delegati e quindi ciò riguarda l’altro ex commissario e non lo scrivente, e qui il capo sindacale ha commesso l’ennesimo errore, in quanto l’imputazione, investendo profili giuridici, riguarda nell’effettività lo scrivente e non l’altra persona. Al riguardo, lo scrivente si limita alle osservazioni generali già fatte, nulla avendo da aggiungere a livello personale. Come insegnava Hegel, “Die WeltGeschichte ist Die WeltGericht”, la Storia del Mondo è il Tribunale del Mondo. La Storia farà giustizia, e certe critiche non meritano alcuna risposta, a livello personale s’intende.

Il contrasto sorto tra Monti e Renzi non può essere banalizzato e neppure può essere risolto con facili dietrologie: al contrario è un momento di svolta nella politica italiana ed europea e può essere illuminante per comprendere le dinamiche mondiali. Monti ha criticato Renzi in Parlamento per le critiche al rigore europeo ed alla rigidità della linea della Merkel, affermando che sono uscite “spot”, mentre un’alternativa di politica economica, di per sé non preclusa, deve caratterizzarsi per ben altra sistematicità. L’intervento di Monti, clamoroso, per il rilievo dei personaggi e per l’oggetto della discussione e quindi per la posta in gioco, è stato letto quale manifestazione di un’alternativa, di natura personale, quindi quale “leadership” di Governo, a Renzi, con il consenso della Merkel. La lettura è riduttiva. Certamente, l’atteggiamento di Renzi non è costruttivo e si basa su battute inidonee ad affrontare i nodi essenziali, ma come dice un proverbio, quando il saggio indica la luna con il dito, lo sciocco guarda il dito e non la luna. Renzi non sarà saggio, anzi non lo è affatto, ma indica un vero problema, la totale carenza di una linea dell’Europa. L’unica politica economica di un certo livello è stata affidata alla politica monetaria di Draghi con il “Quantitative Easing”, vale a dire con il sostegno alle banche mediante acquisto titoli: ebbene, in contemporanea o comunque subito dopo la crisi delle banche è stata regolamentata con il “bail-in”, vale a dire con il far ricadere parte degli effetti della crisi sui risparmiatori, creando un panico estremo, come realizzatosi in modo ancora più estremo in Italia con la crisi delle 4 banche. Pertanto, il “Quantitative Easing” è stato gettato in fumo. Come a dire, una mancanza totale di linea in materia economica. Ma non solo: adesso, la crisi profonda della banca principale europea, la Deutsche Bank, provocherà deroghe profonde al “bail-in”. Pertanto, Monti, accurato e preciso nel lamentare un’organicità di posizione di Renzi, dovrebbe in primo luogo prendere atto che tale organicità manca nella stessa Europa. Non si tratta solo di punti negativi dell’Europa: al contrario, è una vera e propria inesistenza totale della stessa Europa, se non in funzione della volontà di potenza tedesca.

Renzi, che attacca l’Europa, sia pure in modo scombinato, almeno solleva il problema. È l’unico “leader” di governo di area istituzionale e non estremistica o populista che lo fa. Queste osservazioni, del tutto banali, non possono sfuggire allo stesso Monti. In altri termini, il contrasto tra Renzi e Monti è del tutto insincero, è un pretesto o meglio è un indice rivelatore di un qualcosa di ben più profondo. Per capirlo, occorre porre l’attenzione sui tre aspetti fondamentali dell’attuale economia mondiale. Si tratta, in primo luogo, della profonda crisi della Cina, che resta comunque l’economia mondiale più forte. Si tratta in secondo luogo della Brexit, che determinando l’uscita dell’Inghilterra stravolgerebbe l’Europa, ed in terzo luogo della fusione tra la Borsa inglese e quella tedesca. I tre aspetti possono essere così letti: la Cina è un gigante d’argilla che soffre di eccesso di industria pensante e di espansione e deve fare tagli pesanti all’occupazione ma è l’unica economia solida, e pertanto la Brexit rappresenta una tendenza dell’Occidente, in crisi economica endemica ed insanabile, a dislocarsi al di fuori di sé stesso con molte banche ed imprese inglesi pronte ad andare a Shangai o luoghi similari ed a abbandonare l’Europa, ormai in discesa. La fusione tra borsa tedesca e borsa inglese, d’altro canto, è una forma di unione tra capitali tedeschi e capitali anglosassoni, atta a rafforzare ulteriormente la parte più forte d’Europa ed addirittura dell’Occidente intero se dietro l’Inghilterra si vede correttamente la mano dell’America, superando così la scissione tra mondo anglosassone e mondo e tedesco. Inserita in tale ottica, di dialettica tra imperialismo economico e dislocazione dell’Occidente al di fuori di sé stesso, il contrasto tra Monti e Renzi non si rivela una manifestazione di una discordanza di vedute su tale dialettica, ma piuttosto fa emergere una situazione di profondo, anzi estremo, disagio all’interno di un Paese suddito sul come godere di una posizione privilegiata all’interno dell’Impero, tra chi vuole abbracciare la posizione del centro dell’Impero (Monti) e chi furbescamente vuole sfruttare i momenti di incertezza e di divisione tra i centri forti dell’Impero (Renzi). Non è un contrasto appassionante e nemmeno dignitoso perché si colloca armonicamente all’interno di un’ottica di sudditi. Nessuno dei due contendenti manifesta una posizione effettiva di rinforzamento dell’Europa: ciò perché occorrerebbe un’alternativa troppo forte tesa ad impedire sia dislocazioni arbitrarie all’esterno sia l’imperialismo, fenomeni questi che già presi singolarmente e soprattutto considerati in modo unitario rappresentano la vera essenza del capitalismo.

Quasi due mesi dopo il salvataggio delle 4 banche, chiarezza non viene fatta e cortine fumogene, interessate od anche dovute a mancata conoscenza dei fatti e/o a vera e propria irresponsabilità, continuano ad essere sollevate. Eppure i punti fermi dovrebbero essere fissati una volta per tutte, per incentrarsi sui veri nodi aperti, nodi aperti che gettano una luce sinistra –ben poco meritata- sul futuro del sistema bancario e finanziario italiano. Si è trattato di un salvataggio miracoloso e meritorio, fatto in quattro e quattr’otto da Banca d’Italia per evitare almeno in parte –e si è trattato della parte preponderante- l’applicazione dell’infausta normativa comunitaria nota come “bail-in”, entrata in vigore il 1° gennaio del nuovo anno. Se non si fosse evitata tale applicazione, le obbligazioni non garantite e i depositi oltre i 100 mila euro sarebbero stati pregiudicati, con conseguenze dure che sarebbero derivate ai dipendenti ed alle imprese finanziate. Il salvataggio effettuato, costato all’insieme delle banche circa 4 miliardi di euro (8 mila miliardi delle vecchie lire) è stato strepitoso e benefico. E’ stato, putroppo, anche parziale e non completo in quanto non si è potuta evitare l’applicazione di parte della normativa comunitaria e quindi non ha investito le obbligazioni subordinate, pari a circa 700 milioni di oro, ma le obbligazioni subordinate in capo ai cittadini privati –per le quali solo cui si pone il problema di intervenire- sono di circa 300 milioni. Il salvataggio mancato è di circa il 10% di quello effettuato: è un vero peccato, ma non si può minimizzare il grande successo solo perché non è stato totale. Non è stato totale non per scelta volontaria ma perché vi è stato il netto rifiuto dell’Europa. Vi può essere stata debolezza, certamente, ma è un problema che riguarda tutta la politica economica italiana ed era noto da tempo. Per completezza, è una debolezza più che altro imputabile al Governo- per l’esattezza a tutti i Governi dal 2008 in poi-, ma senza dimenticare le opposizioni, silenti se non su aspetti scandalistici e quindi disinteressate alla vera essenza del problema, e così in modo tale da investire tutta la politica italiana, e solo marginalmente a Banca d’Italia. L’altro addebito mosso a Banca d’Italia, quello di scarsa vigilanza sulle banche poi salvate, è surreale.

A favore delle banche vi era un vero e proprio sistema di territorio compatto, dalla politica a tutti i corpi intermedi: ma anche, i controlli di Banca d’Italia sulle banche sono generali e di organizzazione e solo limitatamente di merito, con eccezione dei controlli ispettivi, che, contrariamente a quel che si pensi, non sono capillari visti gli scarsi mezzi quantitativi di cui (Banca d’Italia) dispone, ma soprattutto tenendo conto che l’impianto normativo esclude controlli di merito sui fidi se non in caso di patologie. La preannunziata Commissione d’inchiesta parlamentare si rivela del tutto inopportuna se non addirittura inammissibile (in quanto l’istituto di fatto, contrariamente all’impianto della nostra Costituzione, è diventato un controllo solo della maggioranza, senza un vero dibattito pubblico aperto a tutto il Parlamento e, per suo tramite, a tutto il Paese), ed infatti le vere responsabilità della vicenda sono di natura politica e la Commissione sembra una via per traslare le responsabilità su altri, in particolare su Banca d’Italia, autorità amministrativa indipendente, in un ambito così di vero e proprio travisamento della Costituzione. Se (tutto) ciò è chiaro, tre sono i nodi veri da dipanare: in primo luogo, vi è il problema delicatissimo delle obbligazioni subordinate. Le obbligazioni subordinate sono una forma ibrida tra azioni ed obbligazioni ed infatti sono contabilizzate come una forma secondaria del patrimonio netto. Che in caso di insolvenza seguano la sorte delle azioni –non suscettibili di rimborso nemmeno con la vecchia normativa, basti pensare al caso del Banco Ambrosiano- non è di per sé affatto scandaloso. Il problema non nasce nemmeno con la circostanza che sono state vendute come sicure in quanto la sicurezza non poteva estendersi al “default” ed in quanto anche profili di responsabilità non possono essere esenti dalle conseguenze del “default”.

Il vero problema è che il ricorso indiscriminato ad un titolo ibrido da parte delle banche risponde di sicuro all’interesse delle banche stesse di acquisire fondi da contabilizzare tra i fondi propri e non tra i debiti, ma certamente non risponde all’interesse dei risparmiatori che volevano un tasso di interesse maggiore ma senza fuoriuscire dal rischio obbligazionario. Che poi i risparmiatori siano (stati) negligenti e non avveduti è un discorso certo, ma è un altro discorso, in quanto il concorso di colpa non può certo essere applicato nel caso di colpa concorrente non con colpa ma con dolo –per fare un esempio lampante e diverso da quello in esame, se uno lascia la porta di casa aperta, ciò non giustifica i ladri-. E’ ovvio che l’interesse dei risparmiatori è stato violato anzi eluso con un’azione dolosa, vale a dire mediante il basarsi su un equivoco, equivoco consistente nella differenza tra realtà effettiva dell’operazione –forma di mezzi propri e quindi di partecipazione piena al rischio di impresa- da un lato e dall’altro interesse dei risparmiatori oggettivato in contratto: le banche hanno raccolto mezzi dei risparmiatori interessati ad obbligazioni, ma li hanno contabilizzati tra i mezzi propri.

Il mancato intervento delle autorità di controllo che non hanno bloccato le operazioni o comunque non hanno sanzionato le banche quando queste erano “in bonis” è dipeso da incertezze normative –create ad arte e comunque alimentate dalla politica-, ma non elimina, ed anzi rende più eclatante, l’illiceità. Se uscisse confermata un’azione sistematica tesa a presentare i titoli come sicuri, l’illiceità dell’operazione quale forma di inganno dei risparmiatori per la discrasia di cui sopra uscirebbe anche dall’ambito di prospettazione –quindi unilaterale- per entrare nella concretezza dei fatti verificatisi e di pronta ed immediata percezione –quindi oggettivo e pacifico-. Quello che conta è –sia ben chiaro- non la modalità della presentazione a rendere l’operazione illecita, ma la forma di raccolta non rispondente all’interesse obiettivo dei risparmiatori. Se ciò è chiaro, lo stato di buona fede dei risparmiatori non conta: l’illecito si realizza per la sola realizzazione dell’operazione. Tutti i risparmiatori privati coinvolti hanno diritto al risarcimento, tranne quelli obiettivamente interessati ad un’operazione azionaria. Non con la modulistica MIFID, che si attesta su un piano solo formale, ma con la concreta predisposizione al rischio quale derivante dagli investimenti precedenti (come prospettato dallo scrivente per i casi Parmalt, Cirio ed Argentina, e la tesi è stata accettata da parte dei Tribunali e delle Corti di Appello-. Se si prescinde da considerazioni –involontariamente- umoristiche, quali le scelte umanitarie, o la rispondenza alla modulistica MiFID, e si sceglie la concreta predisposizione al rischio, l’indennizzo dei riparatori diventa da un lato necessario giuridicamente e dall’altro tale da evitare dubbi. Poi, per inciso, anche gli azionisti privati sono stati ingannati, ma qui occorre dimostrare il concreto inganno, andando a verificare le caratteristiche anche soggettive. Chiuso l’inciso, come superare il problema della normativa comunitaria “bail-in”? Come si vede, è un contrasto di normativa, tra normativa comunitaria e normativa interna, sulla cui soluzione si rimanda ai punti successivi.

L’entrata in vigore, il 1° gennaio 2016, della normativa interna di attuazione della direttiva “bail-in”, da un lato, e dall’altro il salvataggio delle 4 banche, effettuato in fretta e furia il 22 novembre 2015 da Banca d’Italia sulla base di un decreto legislativo sollecitato dalla stessa Banca d’Italia, in modo di evitare l’applicazione della normativa stessa, con l’eccezione delle obbligazioni subordinate, per cui non vi è stato il salvataggio attuato per tutte le altre forme di debiti delle banche, impongono la necessità di riconsiderare l’assetto dei controlli pubblici, del tutto superato e caratterizzato da profonde antinomie.

Sui vizi endemici dell’assetto occorre incentrarsi prima di andare alla ricerca ossessiva di responsabilità: ammesso –e non concesso- che ci siano, è il problema secondario, in quanto quello primario è di individuare quelle caratteristiche funzionali e strutturali che rendono impossibile il regolare svolgimento del sistema e fanno esplodere un ruolo negativo –o comunque non del tutto positivo- delle Autorità a prescindere da responsabilità di queste. E di fronte ad obiezioni tese ad evidenziare che il sistema è lo stesso da decenni e solo adesso ha manifestato effetti negativi, è facile rispondere che la –devastante- crisi economica ha fatto esplodere vizi latenti. L’impianto del sistema, sia come struttura sia come funzione, è sballato. Si basa su presupposti giusti non sviluppati. Alle fondamenta vi è la distinzione tra i due grandi settori del sistema finanziario, quello bancario e quello degli investimenti in strumenti finanziari. Nel settore bancario il risparmio affluisce a mezzo depositi con la proprietà delle somme che viene trasferita alla banca, obbligata a restituire il “tantundem” maggiorato degli interessi ad un tasso predeterminato: il rischio e i vantaggi dei successivi impieghi a mezzo fidi od operazioni di tesoreria sono in capo alla banca, mentre il risparmiatore corre il solo rischio dell’insolvenza della banca.

Nel settore degli investimenti, le disponibilità finanziarie restano di disponibilità del risparmiatore, che corre il rischio ed usufruisce dei vantaggi degli investimenti, mentre l’intermediario non ha alcun interesse se non quello ad una commissione predeterminata. Di qui la differenza profonda dei controlli pubblici nei due settori: in quello bancario, i controlli sono (pressoché esclusivamente) di stabilità, in modo di assicurare la solidità della banca ed evitare l’insolvenza, unica in grado di ledere l’interesse dei risparmiatori, ferma restando la trasparenza sulle condizioni patrimoniali dei tassi di interessi e delle commissioni sui servizi (e salvo l’inibizione di abusi soggettivi, quale l‘usura nei finanziamenti). Nel settore degli investimenti, i controlli sono di stabilità, per evitare l’insolvenza, ma anche di correttezza e diligenza e di trasparenza piena non solo sulle condizioni economiche ma anche sulle modalità di impiego, al fine di assicurare l’effettività della titolarità del cliente sui titoli e, conseguentemente, che l’intermediario non abbia altro interesse oltre quello ad una commissione. Il sistema aveva ed ha una logica intrinseca: ma si basava su alcuni presupposti che sono man mano venuti meno. Ed infatti, la normativa ruotava intorno ad una rigorosissima disciplina in materia di conflitti di interessi che è stata applicata con pari rigore in un primo tempo a carico degli operatori marginali e di scarso “standing” non in grado di reggere elevati requisiti comportamentali, ma che in un secondo tempo è stata applicata in modo formale e parziale a carico dei grandi operatori bancari: e questo è stato il primo elemento che ha fatto saltare il banco; ciò non a caso ma alla luce della circostanza che la crisi finanziaria si è rivelata devastante non solo da un punto di vista quantitativo, ma anche da uno qualitativo, visto che gli illeciti e gli abusi ora sono realizzati anche -se non addirittura soprattutto- dalle grandi banche.

In definitiva sul punto, le banche, anche primarie, hanno visto la loro attività caratterizzata per la violazione costante della normativa del conflitto di interessi e per traslare sugli utenti rischi in effetti propri, sia all’interno delle attività nei servizi di investimento, sia tra queste e l’attività bancaria. Ciò ha comportato un conflitto tra il valore della stabilità bancaria e quelli della correttezza, trasparenza e diligenza, conflitto che autorevole dottrina (G. Minervini) aveva ritenuto endemico il che non è fondato. Secondo tale dottrina, la stabilità è in contrasto stabile con correttezza, diligenza e trasparenza, in quanto viene e ledere profili di convenienza delle banche, ma ciò è un equivoco in quanto presuppone che la stabilità possa essere assicurata solo violando gli altri valori e, così evidentemente, essendo tali valori recepiti in legge, solo se illecita. La stabilità è il valore base, in quanto senza di essa per antonomasia non vi possono essere correttezza, stabilità, e trasparenza, ma da qui sostenere il contrasto il passo è incolmabile: presuppone dei concetti di trasparenza, stabilità e correttezza un valore assoluto, anche in contrasto con criteri di economicità ed efficienza, mentre gli stessi vanno intesi come criteri comportamentali di un’impresa, che deve perseguire il profitto e non fare assistenzialismo a favore dei consumatori, come invece ritiene una corrente molto sviluppata di consumerismo, che non si accorge che la propria posizione, oltre ad essere infondata, fornisce l’alibi al mondo bancario per legittimare, anche per scopi ben comprensibili di autodifesa, le violazioni della normativa. Ma non solo, traslando rischi impropri sugli utenti e sui terzi, la violazioni degli altri valori, e così legittimando la banca al compimento di operazioni ultra-rischiose, alla fine lede l’efficienza e pregiudica la stessa stabilità.

Il secondo elemento negativo, speculare rispetto al primo, è che nel settore dei servizi di investimento si sono inclusi tra i prodotti e servizi in cui investire anche quelli manifestamente ed intensamente speculativi, come i derivati, e ciò sarebbe anche di per sé positivo in quanto frutto di realismo, ed infatti una componente limitata e circoscritta di speculazione è ineliminabile ai fini di una valorizzazione ottimale del portafoglio, ma poi non si è colta la necessità di una regolamentazione rigorosa anche della speculazione e, conseguentemente, di vincolare questa ai valori di cui sopra e così si è finito con il non distinguere tra speculazione e risparmio: la conclusione indefettibile è che il nesso tra intermediazione finanziaria e tutela del risparmio, che nell’art. 47 della Costituzione è strettissimo, ed anzi inderogabile ed essenziale, sfuma e diluisce. I due elementi negativi appena visti portano, nel loro insieme, ad un risultato aberrante e devastante: la disciplina dell’attività finanziaria diventa priva di finalizzazione alla tutela del risparmio. Così, nel momento in cui, in una prima fase (2008), la crisi finanziaria è esplosa per colpa della speculazione, l’ordinamento italiano si è rivelato del tutto inadeguato ad approntare rimedi efficaci ed a tutelare i risparmiatori da abusi. Ma non solo, nel momento in cui, in una seconda fase (a seguire, vale a dire negli ultimi anni), è entrata in crisi l’intera economia, i fidi alle imprese si sono trovati coinvolti in una fase di rischio in misura sempre maggiore, e così addirittura la stabilità si rivela esposta a pregiudizio. In tale ottica, il dosaggio tra controlli macro, sui “ratios”, e controlli di merito sulle singole pratiche è sempre difficile. Ma il vero punto è che l’economia e la politica hanno spinto, nella prima fase della crisi –con l’argomento, di per sé non sbagliato, ma che poi è diventato un mero “slogan”, che le banche invece della speculazione dovevano preoccuparsi di fornire crediti all’economia reale-, le banche a minore rigore nell’erogazione del credito disarmandole contro i debitori scorretti e insolventi.

Banca d’Italia, per completare l’opera, ha perso forza ed autorevolezza e così ne è uscita compromessa la tempestività di intervento, ma il problema è di sistema e non della singola Autorità e nemmeno di tutte e due. Il vero nodo è, in prima battuta, quello di responsabilizzare il mondo delle imprese nei confronti del sistema bancario, con controlli pubblici: per fare ciò è necessaria una politica industriale con programmazione pubblica. In seconda battuta, I controlli di Banca d’Italia sulle banche per ritrovare forza ed efficacia richiedono capillarità di controlli, con mezzi – materiali e di personale- rafforzati, con sanzioni estremamente rigorose, anche di natura penale, sulle violazioni rilevanti, ed anche con commissariamento preventivo e diffuso, ma ciò non basta e sono necessari anche poteri reali di intervento di ristrutturazione e di governo del credito, impossibili senza mezzi finanziari ingenti, e così il “bail-in” ed anche il divieto di aiuti di stato devono essere del tutto abbandonati nel settore creditizio: altro che correzione o dilazione nell’applicazione.

Dopo l’esatta enucleazione dei valori da tutelare e delle regole da introdurre, si può passare a verificare il ruolo delle Autorità di controllo. Nel settore dell’intermediazione finanziaria di investimento in strumenti finanziari, la distinzione attuale è tra controlli di stabilità, in capo a Banca d’Italia, e di trasparenza, correttezza e diligenza, in capo a Consob. Nel concreto, i secondi controlli sono stati sacrificati ai primi e la stessa Consob ha assunto un ruolo volutamente ed autonomamente dimesso, rendendo la trasparenza un valore sostitutivo della correttezza e di ogni profilo di controllo sostanziale. E pure della trasparenza si è fornita un’interpretazione estremamente restrittiva e riduttiva proprio in materia di strumenti derivati, che sono la forma di investimento più rischiosa. Ciò dipende non dalle norme, formulate correttamente, ma dalla loro concreta attuazione.

Le Autorità di controllo si sono fatte carico di profili di stabilità e di solidità del sistema, il che di per sé è anche intrinsecamente meritorio, ma arrivando all’estremo, in modo da frustrare gli stessi obiettivi perseguiti di stabilità e solidità, visto il nesso stretto ed indissolubile con gli altri valori. Ebbene, l’omissione, od anche solo l’insufficienza, di controlli, di trasparenza e di correttezza, non espone le Autorità a responsabilità, in quanto il sacrificio della correttezza e della trasparenza è andato a favore –pur solo preteso- di altri valori pubblici e così si è trattato non di devianza ma di cattivo funzionamento del sistema complessivo, a partire dalla politica, in modo che non è possibile imputare gli effetti alle Autorità od anche solo a qualcuna di esse. Occorre evidentemente un’inversione di tendenza che investa tutto il sistema. In tale ottica, il punto di partenza deve essere costituito da una rivalutazione del profilo oggettivo delle operazioni: ora l’impianto normativo è interpretato ed applicato nel senso dell’esaustività del profilo soggettivo, con ricerca ed enucleazione corretta del profilo di rischio effettivo del cliente. Ciò mentre invece occorre individuare a monte il vero profilo oggettivo e così individuare le operazioni intrinsecamente illecite e sancirne senza meno la nullità ed a monte impedirle. E’ una problematica che era già emersa negli anni ’80, con l’intervento meritorio della Consob grazie ad uno dei suoi Presidenti più discussi, Franco Piga, mentre la dottrina maggioritaria era attestata su posizioni contrarie, con poche eccezioni, tra cui lo scrivente. Tra le operazioni illecite degli ultimi tempi si notino l’emissione di obbligazioni bancarie con tasso minore di quello dei Titoli di Stato (caso “a), l’emissione di obbligazioni convertibili in azioni su scelta dell’emittente (caso “b”), l’emissioni di obbligazioni subordinate (caso “c), l’offerta di derivati rovinosi (caso “d), e così via.

L’operazione dominante ritiene, invece, che tali operazioni siano lecite a meno che non siano offerte in modo scorrette. Si deve replicare che in tal modo, si snatura l’essenza del risparmio nel momento in cui si perde il nesso tra rendimento atteso e rischio corso e questi prescinde totalmente dal primo, e ciò non può essere ammesso solo perché il risparmiatore lo ha accettato: nel caso “a” il risparmiatore sceglie un titolo obbligazionario con rischio superiore di quello dei titoli di stato al fine di ottenere un rendimento superiore ed invece si trova, per la configurazione abusiva del contratto, un tasso di interesse inferiore; nel caso “b” il risparmiatore sceglie un titolo dal rischio medio-basso e a scelta dell’emittente si trova esposto all’aumento fortissimo del rischio; nel caso “c” il risparmiatore sottoscrive titoli di un’operazione di massa simulata, con cui la banca emette titoli di partecipazione al (proprio) rischio di impresa facendo leva sull’equivoco della natura obbligazionaria; nel caso “d” si offrono operazioni e posizioni rovinose con rischio totalmente sproporzionato rispetto al rendimento. Si snatura così l’essenza del risparmio, che è un valore costituzionale fondamentale, consumando un gravissimo illecito. A questo punto, il problema del rapporto tra le due Autorità, se riunire tutti e due i tipi di controlli in Banca d’Italia, o rinforzare la Consob, od addirittura crearne una terza, vista la debolezza della stessa Consob, è irreale e irrilevante, in quanto il vero nodo è quello di esaltare e rendere i controlli di correttezza autonomi e di pari dignità rispetto ad altri, il che può essere realizzato solo svincolando la stabilità dal protezionismo e rendendo la prima quale tutela dell’efficienza bancaria abbandonando ogni altro criterio e così rimettendo la salvaguardia della forza del sistema bancario alla politica economica. Quale che sia l’assetto che sarà scelto, quello che è certo è che Banca d’Italia deve essere (“rectius”, rimanere) l’autorità se non unica comunque principale, eventualmente con l’altra di completamento e di verifica critica ma non sullo stesso piano.

La garanzia dell’autonomia dei controlli di trasparenza e di correttezza deve essere raggiunta sul piano reale ed effettivo dei contenuti. Ciò chiarito, occorre passare all’ambito dell’attività bancaria ordinaria, dove sono sorte le crisi che sono sfociate nel dissesto delle 4 banche: i controlli devono essere finalizzati, esclusivamente, alla salvaguardia della stabilità intesa come efficienza. Si può così arrivare ad un punto conclusivo sull’assetto istituzionale delle Autorità: il rapporto tra vigilanza bancaria, nelle forme diversificate viste, autorità monetaria e struttura di governo del credito è dialettico ma gli stessi devono essere esercitati unitariamente, vista la centralità della banca nel sistema economico, centralità che richiede un interlocutore pubblico (almeno a livello principale) unico: ed infatti, controlli di stabilità bancaria, funzioni monetarie e governo del credito sono tra di loro indissolubilmente legati, investendo i tre profili essenziali dell’essenza della banca. Necessario è che vi sia distinzione di funzioni, da coordinare tra di loro. Banca d’Italia è Autorità di controllo indipendente ma svolge anche attività di controllo monetario con profili di politica economica ed anche svolge funzioni di governo del credito che hanno una rilevanza di politica economica. Nelle prime due è Autorità amministrativa indipendente, con autonomia in senso assoluto, mentre nel caso di politica economica è sempre autonoma ma solo in via di esecuzione delle linee generali stabilite dal(titolare del)l’indirizzo politico generale. I compiti non possono essere separati, come detto, ma la garanzia di un corretto esercizio di ciascuno dei tre è fornita dall’imperatività della funzione, e da una ridefinizione dell’assetto del Governo dell’economia, in modo da rendere effettiva l’autonomia, salvaguardandola con maggiori guarentigie, ma assicurando nel contempo il contemperamento con le altre funzioni. E’ la necessità di elaborare una Costituzione economica, non di riforma della stessa ma di approntamento di un assetto istituzionale in grado di fornire attuazione dell’art. 47 e dell’art. 41 dell’attuale Costituzione. E’ un assetto istituzionale che si deve basare su alcuni principi: da un lato, la necessità di una politica economica nel cui ambito si deve inserire la tutela del risparmio, come componente non autonoma ma dotata di un nucleo centrale da non sacrificare (così come il lavoro); ciò abbandonando sia il liberismo sia –non necessariamente incompatibile con il liberismo stesso- un intervento dei pubblici poteri nell’economia improvvisato e frammentato; dall’altro, fissando i rapporti tra titolari dell’indirizzo politico ed Autorità di controllo, e nell’ambito di queste tra Autorità amministrative indipendenti ed Autorità Giudiziaria.