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I poteri forti interni, dalla Confindustria al Gruppo Fiat ed a Bazoli si sono da tempo schierati a favore del sì nel “referendum”: anche la finanza internazionale è schierata, ed ancora da prima, e non a caso qualche anno fa JP Morgan lamentò la crisi dei Paesi mediterranei dovuta alla loro ingovernabilità per l’eccesso di pluralismo delle Costituzioni conformi a visioni socialiste originate dall’antifascismo; JP Morgan da tempo la sta facendo da padrona in Italia insieme alle altre grandi banche d’affari internazionali come dimostrato dai derivati rovinosi imposti allo Stato e dall’impossibilità di esaminare i relativi contratti al fin di denunziarne l’abusività; ed ora sta guidando l’operazione di salvataggio di Monte dei Paschi, operazione di sistema che richiede un intervento forte proprio quale quello di JP Morgan. In definitiva, questa assume il comando di Monte dei Paschi, terza banca italiana, dove ha ottenuto –dai compiacenti Renzi e Padoan- subito la sostituzione dell’Amministratore Delegato Viola, non gradito per eccesso di rigore. Ciò non bastava? Ora è proprio l’America come Stato che ha fatto l’intervento deciso a favore del “referendum” a mezzo del proprio Ambasciatore. L’economia interna, l’economia esterna in un ambito di mutuo scambio con l’Italia, non alla pari ma di sostegno per le nostre difficoltà in cambio del potere effettivo, ed ora gli alleati esterni con discesa in campo del più forte, e con appoggio meno esplicito dell’Europa intera, fanno campagna elettorale a favore del Sì. Non vi è da scandalizzarsi, si tratta, in astratto almeno, di una logica corretta di interesse ineliminabile in una democrazia pluralista. Certo, parlare di una logica di cooperazione internazionale che sarebbe anacronistico contrastare in una desueta logica di protezionismo, come fa l’ineffabile Angelo Panebianco su “Il Corriere della Sera”, si rivela dall’umorismo involontario irresistibile, in quanto il chiaro a. fa finta di dimenticarsi che si tratta di interferenza dei forti su un Paese debole, in un’ottica che sa di supremazia e di egemonia (e, per non scomodare Marx e Lenin, non si usa il termine ben più appropriato di “imperialismo”). Ma non è questo il punto principale, in quanto nessuno può negare in un’alleanza economica e politica al “partner” forte la legittimazione ad esprimere la sua sull’alleato debole. Il punto vero è che si tratta della scelta dell’assetto costituzionale, scelta fondamentale di democrazia interna, tale da incarnare l’essenza della sovranità popolare, e che tale scelta viene condizionata fortemente dai poteri forti ed addirittura dall’esterno. Ma non solo, l’appoggio fornito da un alleato forte, in un momento di crisi economica profonda dell’alleato debole che è costretto a chiedere aiuti e deroghe, nient’altro vuol dire nel concreto che condizionare gli aiuti economici ad un determinata configurazione costituzionale. E’ vera ingerenza. Ma non solo ancora: è una scelta di accentramento di poteri –Renzi nega, ma per favore si rivolga non a noi sostenitori del no ma a JP Morgan che di accentramento di poteri ha espressamente parlato e all’intera America che questo vuole- che comporta limitazione alla democrazia in cambio dei benefici di appartenenza al mondo occidentale. E’ una svolta autoritaria appoggiata dall’esterno: vi è così un doppio autoritarismo, da un lato consistente nella concentrazione di poteri all’interno e dall’altro di dipendenza del potere interno –non a caso accentrato, in quanto un pluralismo effettivo può essere sì controllato ma con grande fatica- dal potere esterno: la supremazia esterna si consolida perché richiede l’eliminazione di ogni ostacolo. Non si esagera se si evoca un vero e proprio colpo di Stato non violento, con l’instaurazione non di una dittatura ma di un regime autoritario. La concentrazione di potere elimina un effettivo pluralismo e rende istituzionale e non più di fatto il dominio esterno. Il risultato indefettibile è che si lede la sovranità popolare imponendo al popolo un assetto dello Stato scelto da altri, condizionando la scelta a ragioni non funzionali, vale a dire non legate all’effettivo funzionamento delle istituzioni, ma dipendenti da un’opzione politica. Non è più il popolo che pone in atto un’opzione politica alla luce di ragioni funzionali, ma è lo stesso che subisce le ragioni funzionali derivanti da un’opzione politica cui non si può sottrarre in quanto derivante da una situazione di egemonia esterna. Se l’opzione politica non lascia poi varianti e possibilità di assumere decisioni su punti fondamentali, quale l’assetto costituzionale, la sovranità popolare svanisce a favore di un’egemonia esterna. Né si può ribattere che la sovranità popolare è salvaguardata dall’adesione all’opzione politica, in quanto l’opzione politica non può assorbire le istituzioni: è questa l’essenza della democrazia costituzionale che inibisce al potere di stravolgere istituzioni e regole. E’ la violazione espressa ed eclatante dell’art. 1, 2° comma, della Costituzione, ai sensi del quale “La sovranità appartiene al popolo che al esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ora le scelte sono imposte al popolo. Il popolo può disattendere i consigli dell’America: certamente, ma trattandosi di indicazioni di chi esercita, l’egemonia si tratterebbe di scelta tale da creare uno sconquasso. Ma si ripete che se l’egemonia non rispetta le regole bensì le assorbe si passa ad una dittatura, in questo caso, morbida, e così è bene parlare di autoritarismo. Non bisogna scherzare con le parole, e l’assimilazione di Renzi a Pinochet fatta da Di Maio, a prescindere dall’errore di qualificare il dittatore come venezuelano invece che come cileno, è inammissibile, in quanto l’autoritarismo non mette a repentaglio la vita e la sicurezza degli oppositori, come modestamente chi scrive, a differenza della dittatura e quella di Pinochet fu una delle più sanguinarie.

Per concludere, la Corte Costituzione ha rinviato la propria decisione sulla costituzionalità dell’”Italicum” a dopo il “referendum”, all’evidente fine di evitare contraccolpi sul “referendum” stesso. E’ una decisione incredibile: essa ha il merito di certificare il collegamento tra “Italicum” e modifica della Costituzione, nonostante flebili dinieghi da parte di Renzi, dinieghi smentiti da mille atteggiamenti e da prese di posizione di renziani autorevoli come Abravanel. Proprio per il collegamento, una decisione sulla costituzionalità dell’”Italicum” che è il mezzo per scegliere chi beneficerà dell’accentramento di poteri, fornisce un’utile indicazione al popolo sulle ragioni tecniche e funzionali anche della modifica costituzionale. Molti costituzionalisti e giuristi, anche schierati a favore del “no”, hanno apprezzato la decisione della Corte. La Corte tradizionalmente è attentata agli equilibri politici ed a non turbarli, ma sempre nel rispetto della Costituzione e della sovranità popolare: qui mantenere il popolo all’oscuro di un punto fondamentale si rivela arbitrario e si inserisce nella tendenza qui denunziata. Se il custode della Costituzione abbandona, o comunque mantiene atteggiamenti deboli, è certificato che l’attacco al costituzionalismo ed alla sovranità popolare è micidiale. Chi come Pisapia o come Serra invitano a non porre la questione del “referendum” in termini radicali, scendano dalla nuvoletta in cui si sono comodamente adagiati. (a ritmo alternato, in quanto Pisapia ben si è guardato dall’invitare Renzi a non personalizzare lo scontro)-: qui non è in gioco Renzi -la cui sorte sarà decisa alle elezioni politiche-, ma è in gioco la Costituzione, anzi il Costituzionalismo, e con esso la sovranità popolare. Chi si defila, diserta e tradisce i valori fondamentali dell’Occidente e della democrazia costituzionale, su cui si fonda la stessa liberal-democrazia.

Unanimi sono stati i consensi a favore di Ciampi, al momento della morte, in un’ottica di vera e propria beatificazione: unica voce contraria è stata della Lega Nord che con Salvini ha additato Ciampi quale traditore per l’euro. Ciampi è stato Governatore di Banca d’Italia, Presidente del Consiglio, Ministro del Tesoro e Presidente della Repubblica. E’ stato, il suo, un percorso eccezionale, caratterizzato non solo da grande autorevolezza ed immenso prestigio, ma anche da grande efficacia e grande correttezza. Come Governatore di Banca d’Italia succeduto a Baffi vittima di un’indagine giudiziaria rivelatasi infondata e non priva di aspetti inquietanti ha gestito in modo impeccabile la crisi dell’Ambrosiano salvaguardando i depositanti senza gravare sull’erario pubblico ed ha promosso il rafforzamento del sistema bancario, tenendolo indenne da scandali ed insolvenze e da avventurieri e favorendo la sua evoluzione con le privatizzazioni, l’operatività in titoli e la competitività, il tutto coniugando stabilità e efficienza. In politica è stato uno degli attori dell’adesione all’Euro, anche con dure ed efficaci misure di politica economica. Come Presidente della Repubblica è stato impeccabile come arbitro di fronte alle iniziative più discutibili di Berlusconi, ed ha riscoperto l’opposizione al fascismo da parte di settori rilevanti dell’esercito (anche se l’episodio di Cefalonia da lui utilizzato come emblema viene ora ridimensionato dagli storici): si è opposto con successo a gruppi economici discutibili, alla criminalità organizzata ed a gruppi di pressione inquietanti, anche come poteri occulti e come settori deviati dello Stato. Una grandissima immensa figura, come Pertini, ma con maggiore concretezza ed efficacia: a differenza di Napolitano non ha mai piegato le istituzioni a convenienze di sistema.

Rimangono due punti centrali critici. Da un lato è stato protagonista, come Governatore di Banca d’Italia insieme ad Andreatta, quale Ministro del Tesoro, del divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, facendo venir meno l’obbligo di Banca d’Italia di sottoscrivere le aste dei titoli del debito pubblico, al fine sia di costringere lo Stato ad avviare la strada del risanamento non avendo più la certezza della copertura sia di salvaguardare l’autonomia di Banca d’Italia e l’indipendenza del sistema bancario. Da allora, 1981, il debito pubblico, pari al 60% del Pil, è saltato al 140% proprio del Pil. Il debito pubblico è saltato alle stelle, vedendo peraltro diminuire la componente sociale a favore di quella degli interessi dei titoli pubblici, con il debito pubblico governato dalle grandi banche d’affari che assicurano la sottoscrizione dei titoli pubblici e impongono derivati rovinosi. In nome del rigore dei conti, si è in realtà perseguito il ridimensionamento dello Stato sociale che non ha portato effettivi benefici ai conti pubblici, spogliando nel contempo lo Stato della gestione dei conti pubblici, affidata alle grandi banche d’affari. Ciò si è realizzato gradualmente nel tempo ma la scelta del divorzio fu deflagrante e devastante in quanto privò il debito pubblico di ogni tutela esponendolo alle intemperie dei mercati, non retti dalla concorrenza ma dominati dalla grande finanza speculativa, i cui interessi sono proprio incompatibili con quelli dello Stato. La stessa indipendenza di Banca d’Italia e del settore bancario si è rivelata apparente, finendo entrambi succubi della finanza internazionale che alla fine ha debilitato il settore bancario ed ha privato Banca d’Italia della possibilità di proteggerlo effettivamente, come dimostrato dalla vicenda di Monte Paschi e delle 4 banche. Dall’altro Ciampi è stato protagonista dell’incondizionata adesione all’Europa ed all’Euro, il che, se è stato salutare per porre un limite al baratro dei conti pubblici e ci ha fornito una credibilità ed una salvaguardia internazionali, nel contempo ha comportato l’abdicazione alla sovranità nazionale a favore non di una comunità sovra-nazionale, in effetti fittizia, ma di una oppressiva egemonia tedesca –la cui economia basata sull’esportazione la porta lontano dall’Europa verso altri lidi, come adesso si sono finalmente accorti anche sul “Corriere della Sera”-. Non si è verificato se fossero rispettati gli artt. 1, 2° comma ed art. 11 Cost., secondo i quali rispettivamente la sovranità spetta al popolo che la esercita secondo le forme ed i limiti di cui alla stessa Costituzione, e le limitazioni alla sovranità sono ammissibili esclusivamente per finalità di pace e giustizia. Ma non solo: si è accettata l’adesione ad una comunità liberista, con riconoscimenti sociali solo di principio, in modo da arrivare “de plano” ad una vera e propria rinunzia alla politica economica pubblica fondamentale nella nostra Costituzione, art. 41, 3° comma: la rinunzia alla politica economica è stata consacrata dall’apposizione di limiti stringenti alla spesa pubblica, in modo acritico e secondo le effettive esigenze della Germania. Giuseppe Guarino, illustre giurista, ha mostrato che i limiti alla spesa pubblica violano la Costituzione ed i Trattati europei, e analoga analisi è stata effettuata, contestualmente a Guarino ed in autonomia da questi, dall’economista milanese Mario Noera, che ha mostrato la mancanza di fondamenti economici della politica del “Fiscal Compact”- Ma lo scrivente ritiene, più radicalmente dei due chiari aa., che le violazioni erano intrinseche ad un sistema normativo che ha violato la Costituzione interna senza garanzie di una effettiva salvaguardia nella nuova comunità.

Ciampi ha sempre esaltato la nascita dell’l’Europa quale nuova era, in grado di superare i nazionalismi che avevano determinato ben due guerre mondiali caratterizzando in termini negativi il Novecento: ha così trascurato che senza una politica sociale effettiva e senza omogeneità sociale l’Unione europea è fittizia. Senza una politica economica pubblica le grandi imprese impongono una visione di speculazione e di scambi ineguali che scatenano il nazionalismo e portano diritto all’imperialismo. Ciampi ha trascurato che l’Europa non aveva senso senza una profonda iniezione di elementi di socialismo: in tal senso era il Programma di Ventotene di Altiero Spinelli, che trova il suo antecedente storico negli Stati uniti socialisti d’Europa di cui all’elaborazione del 1906-1910 di Otto Bauer, padre dell’austro-marxismo. In definitiva, Ciampi è stato un vero Padre della Patria, dal rigore economico ed istituzionale enorme, in grado di impedire il baratro e ha posto limiti precisi alle degenerazioni, ma il suo limite è stato nella direzione politica che, sia direttamente sia indirettamente ma univocamente visto il suo ruolo indiscusso, ha impresso al Paese, direzione politica consistente nell’alleanza tra sinistra ed imprenditoria consolidata, collocando tale alleanza in un’ottica di conciliazione e non di conflitto sociale senza accorgersi che era l’imprenditoria che guidava la sinistra ed ha disarmato questa rendendola docile e sottomessa, in modo che senza ostacoli si è comportata in modo abusivo ed arbitrario. Di qui il cedimento della sinistra di fronte a Berlusconi, o meglio un’opposizione senza contenuti, diversi da quelli di lealtà istituzionale, se non quelli di fatto centristi: caduto Berlusconi, si è dissolta la sinistra trovando il suo faro in Renzi, un vero clone di Berlusconi, senza compromissioni personali e veramente più centrista, senza cedimenti a destra. Ciampi da Governatore di Banca d’Italia ha puntato al rafforzamento dei gruppi bancari, anche basandosi sulla circostanza che gli illeciti erano compiuti dai finanziari di assalto e non da quelli consolidati, mentre invece proprio i grandi gruppi sono stati protagonisti nel tempo di illeciti gravissimi e ripetuti, privi di limiti e contrappesi. Ciampi ha formato economisti e banchieri di sinistra, che hanno consolidato tale tendenza. L’allievo prediletto di Ciampi, Padoa Schioppa, da Ministro dell’Economia ha predisposto una normativa tale da legittimare senza limiti i “credit default swap”, derivati di credito in grado di mettere in ginocchio debitori non graditi, e quando è scoppiata la crisi da speculazione finanziaria ha invitato a non usare il termine “capitale finanziario” in quanto troppo marxista (ed infatti dovuto nel 1910 a Rudolf Hilferding, economista marxista socialdemocratico di sinistra poi, anche Ministro delle Finanze a Weimar, caratterizzatosi in senso antibolscevico, ma sempre marxista e rivoluzionario). Ciampi è stato il protagonista di una svolta riformista non antagonista e non conflittuale che ha consentito, al di là delle intenzioni si intende -intenzioni in perfetta buona fede e basate sulla convinzione che senza il comunismo il capitalismo potesse sviluppare il proprio miglior volto-, il predominio del peggiore capitalismo, senza limiti e controlli. Ma la responsabilità è sua solo in parte: la sinistra, abbandonata la prospettiva rivoluzionaria a breve, non si è posta nemmeno il problema di un riformismo conflittuale e antagonista, capace di imporre correzioni e limiti effettivi ed indirizzi rigorosi al capitale. Le contraddizioni interne ed ineliminabili del capitale, che sono sfociate in una crisi endogena e non esogena, erano tutte scritte ne “Il Capitale”, ma la sinistra italiana istituzionale si è frettolosamente sbarazzata di Marx andando a trovare referenti ideologici discutibili ed errati –addirittura, finita irresponsabilmente in campo liberale, è andata oltre Croce e la distinzione tra liberalismo e liberismo, presso Einaudi e la scuola dell’ordo-liberalismo tedesco, vale a dire l’economia sociale di mercato-: la responsabilità vera è di questa e non di Ciampi che marxista non è mai stato. Ma se è profondamente sbagliato porre la responsabilità di Ciampi in maniera personale, evocando addirittura il tradimento come fa la Lega Nord, non è meno sbagliato tacciarlo di subalternità al capitale, evidenziando le fallimentari privatizzazioni di cui è stato protagonista: si è trattato infatti di una mera ed indefettibile conseguenza dell’impostazione generale già vista, con la sinistra incapace di proporre un diverso assetto del settore pubblico dell’economia alternativo a quello clientelare che aveva preso il sopravvento, trascurando il ruolo propulsivo delle partecipazioni statali e la circostanza che le banche pubbliche italiane erano un modello di efficienza in Europa, con lo sfacelo verificatosi non a caso dopo le privatizzazioni.

Adesso occorre fare un salto in avanti: anche il riformismo conflittuale ed antagonistico su cui insiste da un decennio lo scrivente si è dissolto, stritolato come è tra spirito meramente identitario, e quindi estremista ed utopista, da un lato, ed opportunismo con corsa al centro e adesione acritica al liberismo dall’altro. Ora si apre una nuova fase: il sistema è in disfacimento e l’unica opposizione è antipolitica e a-classista, è il populismo. Ci si può incuneare tra i due? O meglio, si può utilizzare il populismo per una sfida correttiva radicale al sistema? E’ questa la sfida che ci coinvolge ora, e su cui lo scrivente sta dialogando con Giorgio Galli. Ciampi appartiene al passato, in cui ha svolto il ruolo di un grandissima figura, che ha vinto ma solo apparentemente, in realtà ha vinto come Pirro. La realtà vera è che è uno sconfitto di grandissimo rango, a cui va reso sincero ed incondizionato onore, non disgiunto da una serrata ed implacabile critica non personale ma di indirizzo.

Molti elementi depongono nel senso della vittoria dei 5Stelle alle prossime elezioni, che si terranno nel 2018 (e comunque non oltre): due in particolare sembrano decisivi. Da un lato, la gravissima crisi economica e sociale con un grande centro immobile privilegia l’unica forma di populismo puro senza sbandamenti a destra e sinistra, per merito di Casaleggio, che fece sì che il Movimento resistesse alle lusinghe del Pd di un’alleanza di Governo nel 2013. Dall’altro il Pd di Renzi sta mostrando un volto di arroganza e di autoritarismo che possono essergli fatali. E’ pertanto ovvio che i 5Stelle siano diventati oggetto di una campagna politica, istituzionale, mediatica e di stampa spaventosa. Hanno cominciato Napolitano, Violante, e compagnia cantante, a chiedere, mentre Renzi si defila fingendosi indifferente, la modifica dell’”Italicum”, non nel senso di eliminare i numerosi aspetti di incostituzionalità, ma in quello di eliminare l’unica parte accettabile, il doppio turno, peraltro non incondizionato ma solo se la prima lista non raggiunge al 1° turno il 40% -e tale condizione è incostituzionale-. La motivazione dell’incredibile richiesta -cui si è accodata anche la sinistra Pd, ormai ridotta alla parodia di sé stessa, tale da richiedere a Renzi una modifica a questi gradita, e pretende di fare così opposizione- consiste nella pretesa che sarebbero cambiate le condizioni: francamente, non si comprende quali condizioni siano cambiate se non la circostanza che si è scoperto –e la tardività della scoperta è dovuta all’insipienza degli apprendisti stregoni che pretendono di fare i costituzionalisti, Boschi, D’Alimonte (a dir la verità quella di D’Alimonte è non insipienza ma alterigia) e compagnia cantante, che hanno realizzato modifiche elettorali e costituzionali contro-producenti- che il meccanismo elettorale favorisce i 5Stelle, i quali potranno vincere con grande probabilità alle prossime elezioni nazionali. E’ una modifica elettorale che si richiede per impedire ad uno dei tre attori politici di vincere: in pratica il meccanismo elettorale va bene solo se vince uno dei due schieramenti di centro, preferibilmente il centro-sinistra, con tolleranza verso il centro-destra, ma non se vincono i 5Stelle.

E’ vero che l’opportunismo nella redazione di leggi elettorali è insito nel disegno perseguito dalla Costituzione, che con saggezza e lungimiranza ha rimesso il meccanismo elettorale alla legge ordinaria per impedire situazioni ingessate e rigidità consentendo l’adattamento alle situazioni cambiate pur nel rispetto di principi fondamentali e di ragionevolezza nella rappresentazione del voto popolare, con la conseguenza che la maggioranza del momento può far passare proprie esigenze di parte, ma un meccanismo diretto proprio contro uno dei tre contendenti è non solo abusivo ma un vero e proprio colpo di stato, con cui si priva il popolo sovrano di una possibilità di scelta. Violante replica affermando che pure i 5Stelle sono mossi da opportunismo in quanto prima hanno votato contro l’”Italicum”, ed ora si oppongono alle modifiche in quanto anche loro hanno scoperto che è una legge che li favorisce. Violante si crogiola nell’umorismo involontario irresistibile: i 5Stelle sono tuttora contro la legge, ma non si vede perché debbano accettare una modifica ulteriormente peggiorativa. In ogni caso, l’atteggiamento diretto solo contro un attore politico è solo della maggioranza. Nel merito, l’unico meccanismo maggioritario razionale è a doppio turno in quanto fornisce alla maggioranza dei votanti la scelta del vincitore: ciò mediante un meccanismo di doppio grado e quindi si tratta di scelta relativa, ma la relatività della scelta è propria di tutte le realtà democratiche e pluraliste, mentre l’assoluto è proprio del totalitarismo. Ciò in via radicale ed anzi estrema in un sistema politico con tre poli. In tale ottica, anche se il secondo schieramento al primo turno è molto staccato dal primo schieramento che è quindi maggioranza relativa ma non ancora maggioranza assoluta, solo il secondo turno può attribuire con razionalità la maggioranza assoluta (anche D’Alimonte ha recentemente espresso su “Il Sole 24 Ore” una posizione analoga, basandola peraltro sull’empiria, cui dovrebbe essere riconosciuto valore maggiore rispetto ai concetti ed ai principi, ma è da ribattere che l’empiria si dimostra non decisiva di fronte alla preferenza per la maggioranza relativa, che va combattuta solo con il ricorso ai principi).

Ma l’attacco ai 5Stelle non è solo sul meccanismo elettorale, importantissimo, ma non decisivo. Se si fa un “blitz” sull’”Italicum”, è facile la reazione popolare che voterebbe al primo turno i 5Stelle. Quindi, occorre attaccare i 5Stelle sul loro punto debole, l’essere di protesta e non di proposta. I 5Stelle hanno capito ciò, vale a dire hanno capito che finora hanno fallito quando hanno governato a livello locale, dalla Sicilia a Livorno e Parma in quanto non preparati ed hanno altresì capito che il banco di prova di Torino e Roma non può essere fallito. Se in due delle quattro più importanti città italiane i cittadini li hanno scelti, essi devono dimostrare non solo di essere onesti ma anche di essere capaci di governare. Mentre a Torino, dove Fassino non ha dato cattiva prova amministrativa, per l’Appendino circondarsi di una squadra valida ed efficace e dimostrare idoneità al Governo non è improbo, ben diverso è il discorso a Roma, dove i 5Stelle con la Raggi sono stati chiamati ad una vera e propria “mission impossible”. I 5Stelle, di ciò consapevoli, hanno fatto assistere la Raggi da due personaggi eccellenti, Marcello Minenna, al Bilancio ed alle Partecipate, Carla Raineri quale Capo Gabinetto. Il primo è Dirigente Consob contraddistintosi per capacità e rigore e per essere stato messo ai margini per aver perseguito con rigore, apparso eccessivo a molti ma in realtà solo massimo e senza cedimenti, la tutela del risparmio, proprio sui titoli pericolosi quali le obbligazioni subordinate (ed altri). Chi meglio di lui per risanare le casse dissestate di Roma? La Raineri è uno dei migliori Giudici di Milano, prima al Tribunale e poi in Appello, anch’essa di estremo rigore. Chi meglio di lei quale “alter ego” del Sindaco? Sono due personaggi di eccellente competenza ed al si sopra di ogni critica comportamentale. Non è un caso che -oltre ad attaccare la Raggi su presunte sue lentezze (il problema dei rifiuti, ed altri), e si tratta di critiche risibili, in quanto nessuno è in grado di realizzare un impianto idrico di eccellenza in tempi brevi se trova l’acqua dei pozzi avvelenata-, si sia aperto un fuoco concentrico su Minenna e Raineri. Sul primo, che non voleva chiedere l’aspettativa alla Consob, si è profilata una presunta incompatibilità tra le due cariche, che è di tutta fantasia, in quanto è normale che un dipendente pubblico quando riceva incarico politico locale possa mantenere entrambi, eventualmente con limitazione del compenso al mantenimento del maggiore dei due, e poi in una sorta di crescendo rossiniano, si è evidenziato che la Consob controlla alcune delle partecipate romane, quotate in Borsa e quindi vi sarebbe conflitto di interessi. Tale ultima contestazione non solo è surreale ma è anche da “cabaret”: il conflitto di interessi viene visto tra funzioni pubbliche di alto livello, mentre si è molto elastici nei conflitti di interesse tra funzione pubblica e funzione privata (da ultimo, l’Assessore al Bilancio di Milano è socio di affari del sindaco, e non è scoppiato alcun pandemonio): è vero che vi può essere conflitto tra funzioni pubbliche ed a monte tra interessi pubblici (l’aspetto fu messo a fuoco tanti anni da Massimo S. Giannini), ma tale conflitto non è necessario. Che un controllore della finanza pubblica e privata assuma la responsabilità di una particolare forma di finanza pubblica non è affatto indice di conflitto almeno in astratto salvo verifiche nel concreto, assicurando anzi quel rigore che spesso manca: in ogni caso, bastava che alla Consob si statuisse che Minenna non potesse occuparsi delle emissioni obbligazionarie delle partecipate del Comune di Roma e di tutto ciò che riguardasse tali partecipate ed il Comune stesso. Ed invece no, si è costretto Minenna a chiedere l’aspettativa alla Consob. Non contenti di ciò, ci si è scatenati sulla Raineri, lamentando l’eccesso di compenso attribuitole dal Comune, un po’ meno di 200 mila euro, eccesso di compenso s cui la stessa non ha ceduto visto che era lo stipendio di cui beneficiava come magistrato ed avendo chiesto l’aspettativa. La polemica questa volta non è surreale, ma è frutto di mala fede. Va bene che uno deve fare politica senza interesse, ma pretendere che si riducano i compensi è tale da sfavorire l’accesso alla politica dalle persone eccellenti, con un eccesso di compenso in questo caso limitato visto che la persona veniva sempre dallo Stato. La destra ed il Pd si sono scatenati: Mucchetti, della sinistra Pd, che lo scrivente stima molto ma che ogni tanto assume posizioni discutibili (tipo qualche anno fa la difesa strenua dell’ex Governatore di Banca d’Italia Fazio) si è contraddistinto stato in prima fila. La Raggi ha allora chiesto il parere a Cantone dell’Anti-Corruzione e questi ha fornito parere sfavorevole al compenso della Raineri. La Raggi ha quindi, in esecuzione del parere, pur non vincolante per stessa dichiarazione di chi lo emesso, revocato l’incarico della Raineri che comunque, appena appreso del parere, si era autonomamente dimessa in via non confessoria ma di totale polemica. Da autorevoli commentatori si è evidenziato che l’Anti-Corruzione non è competente in materia di rilascio di pareri in merito e che occorreva rivolgersi al Consiglio di Stato. Senza polemica su Cantone, persona encomiabile ma che a volte si fa condizionare da profili di opportunità, anche legati ad esigenze di sistema, il problema è di merito: il parere è intrinsecamente erroneo per le ragioni sopra viste, che rendono doveroso ed opportuno il comportamento della Raineri che non vuole trarre profitto dall’importante incarico ma non ci vuole nemmeno rimettere. Minenna, in chiave ancora più polemica della Raineri, si è dimesso, ed è stato seguito da persone ai vertici delle partecipate, uno dei quali, commercialista di grande valore a Milano, da lui scelto. La Raggi ha fatto una vera e propria sciocchezza (termine eufemistico) a conformarsi al parere. In primo luogo, ha accettato la linea degli oppositori esterni, che vogliono far cadere la Giunta proprio sul piano della capacità di Governo e mostrare l’inadeguatezza dei 5Stelli al Governo. In secondo luogo hanno pesato i contrasti tra il duo Minenna-Raineri (i due avevano proficuamente lavorato insieme con il prefetto Tronca proprio a Roma) ed il cerchio magico della Raggi, cerchio magico composto di persone compromesse con le precedenti Giunte, in particolare con quella Alemanno. In terzo luogo, il carattere rigoroso di entrambi i componenti del due, per nulla propensi al compromesso ed anche fermi sulle loro posizioni tecniche, li rendeva ingombranti per la Raggi, timorosa di farsi schiacciare. Il secondo ed il terzo argomento meritano una breve analisi congiunta. In via generale, la Raggi non va giudicata con eccesso di rigore e non le si possono impedire mediazioni con gruppi di potere e non le va negato il diritto-dovere di esercitare il proprio ruolo sovrano pur in presenza di due collaboratori di assoluta eccellenza (entrambi hanno il titolo per assumere posizioni di Governo di primo livello nell’auspicato prossimo Governo 5Stelle a guida Di Maio, Minenna al Ministero dell’Economia e Raineri al Ministero di Grazia e Giustizia, di Minenna in tal senso si è già parlato, di Raineri no, ma anche per essa vi sono i presupposti), senza farsi schiacciare da essi, ma ciò non può avvenire se non abbracciando in pieno la loro linea tecnica, salvo motivati dissensi, in questo caso assenti. Il contributo del Sindaco deve essere politico di direzione e non di commistione con l’aspetto tecnico. In definitiva, la Raggi ha preso una scivolata che compromette la propria Giunta e compromette il futuro politico del Movimento. Non si può essere “buonisti” sul punto: ha ragione Travaglio quando lamenta che con la Raggi si è molto più spietati che con il centro-sinistra ed il centro-destra, ma non si può trascurare che questa diversa severità, quando non strumentale, è doverosa in quanto i 5Stelle si vogliono caratterizzare proprio sul punto. E’ comprensibile l’atteggiamento di Di Maio, ed anche di Di Battista, che pur non volendo sconfessare la Raggi l’hanno invitata a non fare più errori ed a cambiare passo, ma non è condivisibile, in quanto la situazione è così grave che non è sufficiente un medicamento, risultando necessario un intervento chirurgico radicale. Non è sufficiente che i sostituti siano all’altezza, come assicura la Raggi, e che si cambi la gestione, limitando lo strapotere del cerchio magico. Occorrono tre misure radicali: a) tutti gli esponenti del cerchio magico devono essere messi alla porta; b) la Raggi deve essere sottoposto al controllo capillare e costante di un esponente di primo piano del Movimento; 3) Minenna e Raineri devono essere riabilitati espressamente dal Movimento, con scuse ufficiali. La Raineri così viene commissariata, ma ciò è inevitabile, avendo essa fatto un errore madornale e, quello che è ancora più grave, di natura sistemica: sta a lei ammetterlo e cambiare radicalmente atteggiamento. Minenna e Raineri devono mantenere il rapporto con il Movimento, che non può fare a meno di loro a livello nazionale, e in via ulteriore occorre rassicurare i super-tecnici vicini al Movimento (a scanso di equivoci, non è il caso dello scrivente, che guarda con profondo interesse al Movimento quale unica opposizione ad un sistema in decomposizione, ma ne è molto lontano, essendo marxista, di sinistra e difensore ad oltranza della democrazia rappresentativa, da aprire al popolo ma senza inficiarla) che la scivolata della Raggi non è indice di un “trend”. Sia ben chiaro, è normale che un Movimento politico quando vince attiri gli opportunisti (categoria questa non minoritaria nel nostro Paese): e non si può essere talebani, in quanto anche gli opportunisti possono servire a cause sacrosante. Condizione necessaria è però che gli stessi siano destinatari di ruoli di secondo piano e che siano posti in condizione di non fare danni: i ruoli primari devono esser riservati, in affiancamento ai vertici politici, ai Minenna ed alle Raineri. Entrambi vengono criticati per eccesso di protagonismo: la Raineri è stata oggetto, anche sul “Fatto Quotidiano”, di critiche per eccesso di puntiglio espositivo nel difendere la propria posizione; a nessuno è andato giù che Minenna non abbia ceduto sui poteri da attribuirli, che egli pretendeva pieni. E’ evidentemente strano che in un Paese dominato da una cultura liberista non si accetti la logica meritocratica quando ad assumerla non sono esponenti del sistema o vicini ad essi (senza peraltro che si tratti di radicali od estremisti, né Minenna né Raineri vengono dalla sinistra marxista e radicale)

1)Propongono di tassare tutti e tagliare il welfare per contrarre le imposte sui ceti possidenti e rimborsare debito pubblico, quando gli unici sacrifici non recessivi sono proprio quelli gravati sui ceti possidenti e la recessione così provocata ha aggravato in un solo anno dal 120% al 130% quel rapporto debito/PIL che dicono di volere così alleviare?

2)Idem, per fare calare uno spread “pompato” dalla speculazione e che si elimina semplicemente collocando i btp allo stesso 0,75% praticato dalla BCE o presso la BdI, o, meglio, presso una banca pubblica (come consente il trattato di Lisbona e come fanno i tedeschi), o, ancora, “alla giapponese”, ossia forzosamente presso le banche commerciali che intendono operare in territorio italiano, quale “prezzo” della licenza?

3)Propongono sacrifici inenarrabili per restituire parte del debito pubblico, quando nessun paese nel mondo, dal ’45 ad oggi, ha mai rimborsato nemmeno in parte il suo debito pubblico?

4)Propongono di comprimere retribuzioni e welfare per battere la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate in aree del terzo mondo dove producono sottocosto supersfruttando la natura e l’uomo, anziché bloccarle con adeguati dazi compensativi da welfare ed ecologia?

5)Idem, per sostenere un euro che così renderebbe meno care le nostre importazioni necessarie, quando nel contempo rende meno care anche quelle non necessarie e rincara tutte le nostre esportazioni?

6)Propongono di incentivare l’assunzione di donne, giovani o al sud, quando, in un contesto recessivo, le imprese ovviamente reagiscono licenziando uomini, non giovani e al nord e rivolgendosi agli impieghi speculativi della ricchezza?

7)Propongono di maggiorare il tempo effettivo di lavoro a parità di retribuzione, di precarizzare ulteriormente e di licenziare pubblici impiegati per … promuovere l’occupazione?

8)Sostengono di detassare i ceti possidenti e tagliare il welfare per attrarre capitali dall’esterno che, in un contesto recessivo, disdegnano gli investimenti produttivi rivolgendosi alla sola speculazione e laddove, dati alla mano, già solo i risparmi che residuano in sede distributiva sono ogni anno 4 volte gli investimenti produttivi (20% contro 5% circa del PIL) e le banche creano elettronicamente dal nulla capitali decine di volte maggiori degli assets bancari grazie al sistema della “riserva frazionaria”?

9)Sostengono che uscendo dall’euro la nostra nuova lira nascerebbe svalutata del 30% e che, di conseguenza, scoppierebbe un’inflazione del 30% che rincarerebbe del 30% il made in Italy, quando materie prime ed energia costituiscono solo il 10% dei prezzi finali, per cui questi, invece, calerebbero all’estero del … 27% circa?

10)Propongono ricette seguendo le quali in 25 anni si è triplicata la ricchezza dell’1% più ricco mentre si è dimezzata quella del 99% restante, e, al suo interno, si è ridotta di 2/3 quella del 50% più povero e, in definitiva, come quei medici medievali che per ogni male proponevano i salassi, inclusa l’anemia, propongono sempre e soltanto di ridistribuire la ricchezza dal 99% all’1% più ricco, sia per il “risanamento” che per lo “sviluppo”, come per contenere l’inflazione o le importazioni, e per qualsiasi cosa, proponendo in definitiva la recessione sempre più regressiva per contenere … la recessione?

1)Non è pensabile un sistema-mondo nel quale alcuni paesi esportano sempre più di quanto importano e viceversa, ma solo sull’equilibrio tendenziale del reciproco export-import.

2)Volere esportare più di quanto si importa vuol dire pretendere di esportare nei paesi “fratelli”, insieme ai propri beni e servizi, anche tanta disoccupazione e tanti fallimenti quanti ne comporta la mancata produzione nazionale che si va a soppiantare con queste esportazioni.

3)il cambio della moneta non deve essere né “forte” né “debole”, ma semplicemente “vero”, ossia in linea con i propri “fondamentali”, concordando la periodica svalutazione delle valute delle aree a maggiore inflazione in misura pari all’eventuale differenziale di inflazione rispetto alle altre aree valutarie.

4)Lo sviluppo di ogni economia va poggiato sul proprio mercato interno in regime di pareggio tendenziale dell’export-import e cambi concordati.

5)Nessuno investe o assume di più solo perché costa di meno farlo se nel contempo non aumentano gli sbocchi di mercato, poiché non sarebbe profittevolmente collocabile quella maggiore produzione che si andasse a conseguire con quei pur meno cari investimenti e occupati aggiuntivi.

6)Se la domanda interna al saldo dell’export-import resta invariata, non serve a nulla favorire le imprese che assumono donne, giovani o al sud, perché non faranno altro che licenziare corrispondente gli uomini, i non giovani e al nord.

7)tagliare retribuzioni e welfare per conseguire una maggiore competitività (in realtà solo “stracciona” perché conseguita sul fronte dei costi e non della qualità del prodotto) funziona necessariamente come un boomerang perché comprime il mercato interno senza potere realisticamente contrastare la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate in aree dove producono sottocosto nel massimo dispregio della natura e dell’uomo (che andrebbero invece gravate di adeguati dazi compensativi da welfare ed ecologia) ed ha dunque la stessa logica demenziale di segare il ramo su cui si è seduti!

8)Per sostenere investimenti e occupazione occorre espandere la domanda interna stornando risorse dai risparmi inutilmente tesaurizzati verso i consumi privati e pubblici con: una riforma fiscale progressiva e patrimoniale, il calmiere sui canoni della grande proprietà immobiliare, sugli interessi bancari, sui premi assicurativi e sulle tariffe telefoniche, un politica retributiva meno sperequata e altro deficit-spending.

9)Il nostro debito pubblico (circa 2.000 mld, -ndr: oggi fine 1 semestre 2016, oltre 2.300mld) viene da una politica di alti tassi sui btp, di detassazione dei ceti possidenti, dalla tolleranza suicida verso la evasione, la elusione fiscale e i paradisi fiscali.

10)Gli “sprechi” della casta politico-amministrativa pesano sui 25-50 mld annui, laddove gli interessi sui btp quasi 90 mld, almeno 100 l’evasione fiscale e altri 150 la elusione fiscale e i trasferimenti verso i paradisi fiscali.

11)Lo spread si giustifica ufficialmente come sconto per consentire agli acquirenti di btp di assicurarsi contro il nostro default acquistando dei Credit Default Swap, ma, essendo in realtà impossibile il fallimento di uno stato sovrano, nessuno compra CDS a copertura di btp, intascando la differenza a nostro danno, speculando per giunta sul nostro spread per fare crescere questo sconto.

12)E’ folle fare sacrifici popolari pesantemente recessivi per fare calare lo spread, quando ogni 100 punti (ossia 1%) di spread pesano 20 mld l’anno solo “a regime”, mentre, dato che ogni anno di btp ne scade solo la decima parte circa, la contrazione dello spread da 500 a 300 punti ha fatto risparmiare appena 4 mld su base annua a fronte di 40 mld di sacrifici pesantemente recessivi.

13)Dopo un anno di sacrifici popolari inflitti da Monti, il nostro PIL è calato recessivamente di oltre il 3%, facendo calare corrispondentemente le nostre entrate tributarie e quindi facendo aumentare ulteriormente il nostro indebitamento pubblico (+2% circa), per cui il nostro rapporto debito/PIL, anziché migliorare, è passato dal 120% al 130%.

14)E’ assurdo regalare 90 mld l’anno per insistere a collocare tra il 5,00% (oggi) e il 7,00% (l’anno scorso) i nostri btp sui mercati finanziari internazionali, notoriamente speculativi, anziché risparmiarne oltre 70 collocandoli allo 0,75% (il tasso praticato dalla BCE) presso banche pubbliche (com’è consentito dal trattato di Lisbona), presso la BdI o anche “alla giapponese”, ossia forzosamente presso le banche commerciali che intendono operare in Italia. Ma non è assurdo per chi intasca questi interessi maggiorati!

15)Nel giro di 25 anni, le ricette liberiste hanno consentito all’1% più ricco di triplicare la propria ricchezza mentre si dimezzava quella del restante 99%, e, al suo interno, si riduceva di 2/3 quella del 50% più povero. Non è questo sufficiente per cogliere la vera natura del pensiero liberista?

16)Al fine di fare aumentare la dimensione della “fetta” che va ai ceti possidenti si contrae il diametro della “torta” comune da dividere usando la deflazione recessiva e regressiva come mezzo e la deregulation borsistico-valutaria come “alibi”!

17)Monti, ebbro di liberismo, promette impossibili quadrature di bilancio e fantasiose riprese economiche praticando anche in appresso le stesse ricette recessive, come quel pompiere che crede che gli incendi si spengono con la benzina, e, di fronte al divampare delle fiamme, si rammarica di non avere usato abbastanza benzina!

18)Le ricette liberiste “dello sviluppo”, purtroppo, sono le stesse ricette recessive e regressive del “risanamento”, in quanto si basano sulla iper-remunerazione e detassazione dei ceti possidenti, con contemporanea contrazione indefinita di retribuzioni e welfare, aumento del tempo effettivo di lavoro a parità di retribuzione e precarizzazione.

19)I liberisti credono erroneamente che bisogna comprimere retribuzioni e welfare e precarizzare di più per tenere bassa l’inflazione e acquisire una sempre maggiore competitività (“stracciona”, perché conseguita sul fronte dei costi e non della qualità del prodotto), che però rincara troppo l’euro e non è comunque in grado di battere la concorrenza “sleale” delle imprese delocalizzate, aggravando inutilmente i conti pubblici e ridistribuendo in modo sempre più regressivo un PIL in continua contrazione recessiva, nel solo interesse dei ceti possidenti.

20)Investimenti, occupazione e PIL non dipendono dai risparmi disponibili e meno che mai ce n’è una tale carenza endemica che bisogna fare sacrifici inenarrabili per attrarne dall’esterno quanti più è possibile detassando i ceti possidenti e perseguendo con la deflazione recessiva la più bassa inflazione possibile e il cambio “forte”.

21)Dati ISTAT alla mano, mentre i risparmi che residuano ogni anno una volta distribuito socialmente l’equivalente monetario che viene ricavato dalla vendita di quanto è stato prodotto sono il 20% circa del PIL, ammontano ad appena il 5% circa del PIL gli investimenti produttivi che vengono effettuati per produrre l’offerta che soddisfa la domanda per consumi restante (80%) al saldo dell’export-import. Altro che “fame” endemica di capitali, dunque!

22)I risparmi disponibili sono circa 4 volte debordanti le necessità produttive, mentre le banche creano elettronicamente dal nulla, grazie alla “riserva frazionaria”, una moneta creditizia decine di volte maggiore rispetto agli assets bancari.

23)L’inflazione dipende dallo “strozzo” della offerta che viene praticato sistematicamente dei trust sulla base dei responsi del marketing per fare salire il prezzo di equilibrio sino al più alto valore che consente loro gli extraprofitti “da oligopolio”, per cui non si contrasta comprimendo la domanda interna (deflazione) ma con il calmiere all’ingrosso e l’anti-trust.

24)Dire che la scala mobile è “fattore” di inflazione è come dire che sia l’apertura degli ombrelli la vera causa della pioggia!

25)L’euro “forte” è un boomerang perché se anche favorisce le nostre importazioni necessarie, favorisce anche quelle non necessarie penalizzando nel contempo tutte le nostre esportazioni.

26)La deregulation borsistica e valutaria ci fa rischiare inutilmente il crack sistemico costringendoci per giunta a sistematiche scelte deflattivo-recessive quale unico modo per contenere la speculazione.

27)Dalla crisi si esce solo rinnegando il liberismo e abbandonando la deflazione recessiva e regressiva in regime di deregulation borsistico-valutaria ed euro “forte”.

28)Occorre diffondere la critica al liberismo e unire tatticamente l’intero mondo del lavoro intorno al sostegno keynesiano della domanda interna in regime di inflazione “controllata”, vincoli borsistico-valutari anti-speculazione ed euro “vero”.

29)Le ricette post-keynesiane possono essere applicate a livello UE, se si riesce a fare convergere su di esse tutti i popoli preunitari, o, in alternativa, dai soli paesi secessionari, plausibilmente i PIIGS più la Francia, che farebbero così nascere l’Europa “a due velocità”, lasciando l’euro “forte” ai paesi del nord e a quelli che comunque volessero insistere nelle attuali suicide politiche liberiste, recessive e regressive, o, in ulteriore subordine, dai singoli paesi secessionari.

30)Uscendo dall’euro, se anche la nuova lira quotasse il 30% in meno, poiché materie prime ed energia pesano circa il 10% sui prezzi finali, il nostro export-import ne ricaverebbe comunque un vantaggio del 27% circa.

POPULISMO E SINISTRA

La vittoria dei 5Stelle al ballottaggio delle comunali ha posto la sinistra radicale, in crisi sembra più profonda, di fronte al problema se trovare negli stessi un interlocutore politico. Ed il problema diventa più complesso in quanto si traduce nel rapporto tra sinistra e populismo. Sul “Manifesto”, la maggioranza si colloca nel senso del rifiuto del fenomeno, di mera antipolitica, e solo una minoranza vede in esso un movimento di protesta da utilizzare in senso anticapitalistico. Il dibattito, posto in tali termini, è veramente sterile. Il populismo è di per sé estraneo alla sinistra, in quanto da un lato incarna proteste indifferenziate da un punto di vista sociale e dall’altro respinge il potere politico in quanto tale. Non è vero quel che dice un filosofo-giurista di grande livello come Natalino Irti che l’antipolitica non è nient’altro che una forma di politica alternativa nei contenuti: è infatti da ribattere che il populismo, nel contrapporre il popolo al potere, esercita un ruolo puramente negativo senza progetto alternativo. Il governo del popolo è un qualcosa di vago e generico, che acquista valore solo come rifiuto del potere delle “élite” ed adesso, in un’“escalation” giunta al massimo con Brexit, anche del ruolo delle istituzioni, per cui è il popolo che si deve esprimere in autonomia, senza “élite” autonome e nemmeno senza istituzioni autonome: le “élite” e le istituzioni devono essere sempre controllate strettamente dal popolo senza mai rendersi autonome da questo. La sinistra non moderata è di classe e di natura politica, mira alla conquista del potere a favore di un blocco di classe alternativo. Ma ciò è riduttivo, in quanto trascura e dimentica che la rivoluzione russa fu realizzata da Lenin abbracciando nei fatti il populismo –prima ripudiato- e portando avanti l’alleanza non classista tra operai, contadini e soldati: la presenza dei terzi rendeva l’alleanza non di classe ma di popolo. E parimenti negli anni ’60 e ’70 le prime vacillazioni della politica di classe spinsero a porre al centro il popolo e le masse –ci dimentichiamo di Ingrao, sulla base delle riflessioni della Suola di Francoforte?-. Ma ciò era sempre in via funzionalizzata ad una politica di classe, almeno nelle intenzioni mentre il vero elemento collettore era poi il partito. Ed il discorso non cambia ora con la moltitudine di Toni Negri. Il popolo dei 5Stelle non ha ambizioni di alternativa: contesta il potere arbitrario e pretende più equità e giustizia. Ma ciò come elemento puramente negativo, che evidentemente si esalta nel momento in cui il capitale domina in modo cieco ed inefficace.

I 5Stelle non hanno tentazioni a destra come la Lega Nord, Le Pen e Trump. Hanno resistito anche a tentazioni a sinistra e nel 2013 si rifiutarono sagacemente di allearsi con il Pd di Bersani genuinamente a sinistra anche se con le incertezze dell’alleanza con Monti. Lo scrivente sperava nell’alleanza tra i 5Stelle ed il Pd, ma Casaleggio fu geniale nell’impedire tale alleanza, mantenendo il Movimento in una posizione di populismo puro. E’ sterile criticare il Movimento per incertezze sui migranti e sul diritto civile, come fa la sinistra radicale, in quanto finisce con l’accusare il Movimento di non essere di sinistra e di mantenere posizioni tradizionaliste, il che esorcizza il problema solo evocato e non affrontato in quanto ben più complesso delle ormai logore chiavi di lettura della sinistra. Il punto d’interesse è un altro: il Movimento è sinceramente democratico in politica interna e per il diritto in politica internazionale come su Israele dove si è espresso per la Patria palestinese condannando nel contempo ogni forma di terrorismo. E ciò non è banale in quanto il Movimento non si schiera con le posizioni nazionaliste del populismo come Brexit e Trump. I 5Stelle sono per il popolo ma non per lo Stato-nazione di cui vedono i limiti: non sono affatto riconducibili alla destra, come invece settori della sinistra istituzionale e radicale stancamente ripetono. La loro mancanza di universalismo sui diritti civili e sui migranti che evoca posizioni tradizionaliste non li accomuna alla destra, in quanto è natura completamente diversa: è dovuta alla mancanza di visione generale, nell’ottica del più puro e genuino populismo; il popolo oppresso non crede alla fine dell’oppressione, la vuole solo mitigare. La sinistra ha visto la classe svanire e con essa ogni possibilità di alternativa, ed ora è divisa tra cedimento al liberismo moderato (socialismo francese, socialdemocrazia tedesca, partito democratico italiano) e visione meramente identitaria e sterile (sinistra radicale) (mentre Sel, ora Sinistra italiana, ondeggia tra le due posizioni, cullandosi dolcemente sulle onde di un mare inesistente) : In mancanza di una costruzione di alternativa vede con ostilità i 5Stelle in quanto non riesce a capire l’importanza di rappresentare il popolo quale alternativa su cui fondare una vera democrazia.

La democrazia politica può essere l’antidoto al potere schiacciante del capitale finanziario ma si tratta di una prospettiva estranea alla sinistra in quanto manca un’aggregazione sociale alternativa, resa impossibile dalla frantumazione del proletariato operata a sua volta dalla de-materializzazione, dalla delocalizzazione e dalla caratterizzazione finanziaria. Ma se la democrazia politica arresta il capitale finanziario, si crea una prospettiva nuova che la sinistra deve quanto meno analizzare. In definitiva, l’alleanza tra sinistra non moderata e populismo, pur ben lungi dall’essere dietro l’angolo, è possibile, ma a precise condizioni. In primo luogo, il populismo puro ha senso se difende la democrazia dal capitale finanziario e dalla sua deriva autoritaria inarrestabile e quindi deve dotarsi di una politica istituzionale alternativa e propositiva che fuoriesca dall’utopia della democrazia diretta ed immetta il popolo nelle sedi rappresentative, senza alterarle. Queste sedi rappresentative sono al momento solo nazionali ma lo Stato-nazione è in crisi inarrestabile, annullato dalla globalizzazione. Pertanto, in secondo luogo, il populismo puro deve scegliere tra l’alleanza con la destra non moderata e con il populismo di destra, nazionalista, oppure rendersi autonomo come i 5Stelle hanno mostrato di fare non cavalcando Brexit: in tale ottica, occorre non opporsi alla globalizzazione ed alla caratterizzazione finanziaria ma governarle utilizzando le uniche istituzioni transazionali, le banche centrali (come intuito da Hilferding e poi sviluppato, in via autonoma, dallo scrivente e dal Emiliano Brancaccio, questi peraltro ancorato ad una logica neo-protezionistica opposta a quella qui tratteggiata). Le banche centrali costituiscono la coscienza critica del capitale finanziario, ma disancorate dallo Stato-nazione si sono appiattire su di esso perdendo ogni autonomia. Bisogna ridar loro autonomia, minacciandole con la protesta popolare e costringendole ad intervenire incisivamente sul sistema. Qui, il populismo ha bisogno della sinistra non moderata per un vero antagonismo al capitale finanziario. La destra populista e non moderata non è all’uopo idonea in quanto alla fine sempre strumentalizzata e dominata dal capitale finanziario, come mostrato in Brexit, funzionale ad una maestosa opera di delocalizzazione del grande capitale britannico. Ove si alleasse con la destra populista e non moderata, il populismo puro finirebbe con lo scegliere o comunque con l’essere costretto a scegliere, quale esito finale, la strada della rivolta, che a sua volta fungerebbe da alibi per la definizione ed anzi il perfezionamento del processo autoritario del capitalismo – mentre quei settori della sinistra radicale che vedono nella rivolta l’anticamera della rivoluzione, sulla base dell’analisi fine ma del tutto disancorata dalla realtà di Toni Negri, farebbero bene a non illudersi ed a continuare a dondolarsi dolcemente sulle onde di una mare inesistente-. In terzo luogo, la sinistra non moderata deve riscoprire la logica di classe ricollegandola alla democrazia e quindi rinunziando per sempre a leninismo, estremismo e impostazione socialdemocratica tradizionale, tutti e tre strettamente ancorati, nonostante le differenze, allo statalismo puro con cui il movimento operaio è rimasto vittima dello Stato-nazione, a sua volta finito in braccio al nazionalismo, vero grande ostacolo della lotta di classe –il tutto prese avvio con la grande guerra del 1914, come compreso dalla sola Rosa Luxemburg-.

La soluzione più temuta ed addirittura esorcizzata si è alla fine realizzata: il popolo britannico ha votato a favore dall’uscita dall’Europa; lo scarto è stato esiguo, ma in democrazia quello che conta è la scelta, da parte del popolo sovrano, a maggioranza (tra l’altro a volte anche relativa, qui si tratta di maggioranza assoluta), di rappresentanti o di decisioni, quale che sia lo scarto. L’esiguità dello scarto è l’argomento di chi vuole ridimensionare un risultato elettorale, e così, se utilizzata insistentemente, oltre la retorica della polemica, nasconde una vocazione antidemocratica. Negli ultimi gironi prima del voto, si era manifestato il convincimento –accettato problematicamente anche dallo scrivente- che alla fine l’uscita sarebbe stata respinta sulla base di una valutazione di razionalità. Ed invece no, la decisione, quasi unitariamente giudicata irrazionale, che getta una lapide sull’Europa e danneggia la stessa Gran Bretagna, è passata, con tutta l’Europa ed addirittura tutto il mondo increduli ed addirittura proprio l’Inghilterra (Scozia ed Irlanda hanno votato contro l’uscita) per quanto fatto, con molti votanti per il sì che si sono già pentiti. Ma, quello che conta è il risultato: uno dei Paesi europei e mondali più importanti, colonna dell’Europa -che ha difeso strenuamente durante le due guerre mondiali-, anche se con integrazione solo parziale, e non a caso non aderente all’euro, e con molte e rilevanti esenzioni, esce dall’Europa. Non è un Paese mediterraneo debole che fa tale scelta ma uno forte. L’effetto di trascinamento nei confronti dei Paesi deboli è inevitabile. La fine dell’Europa è segnata. L’Inghilterra viene ad essere spinta fuori dall’Europa, nell’ambito di un fenomeno più ampio che vede il capitale inglese de-occidentalizzarsi. Forse tale fenomeno è ancora all’avvio e l’uscita adesso è prematura, e così si spiega la opposizione della “City” all’uscita, ma quello che è chiaro è che il fenomeno è irreversibile: e si rientra in una lotta per l’egemonia tra il capitale tedesco e quello inglese, il primo dominante sull’Europa ed il secondo che si muove a più ampio raggio. Il popolo inglese si trova penalizzato dall’isolamento in quanto la delocalizzazione fuori dell’Occidente va a favore solo del capitale, ma si ripete che il discorso va inquadrato in una cornice più ampia di scontro per l’egemonia. La scelta è certamente irrazionale sia dal punto di vista dell’Europa, avviata verso la disgregazione, sia da quello dell’Inghilterra, ora penalizzata e che potrebbe addirittura essere trascinata in un altro contesto, irriducibile all’attuale. Ma nel condannare il voto si trascura che lo stesso è un voto di protesta (in cui l’opposizione ad accogliere i migranti non è l’elemento decisivo), in quanto l’Europa è non solo in crisi ma anche priva di identità senza limiti al dominio tedesco e con gli altri Paesi in posizione di sudditanza schiacciati dal debito pubblico e privi di autonomia sostanziale. Anche l’Inghilterra, Paese privilegiato, sente l’oppressione di un dominio brutale ed inefficiente.

Brexit è stato sì un voto disperato ed irrazionale ma contro una realtà in disfacimento. E’ stato un grido sia di dolore sia di allarme ed anche un rifiuto immediato di una realtà oppressiva ed inefficace. Certamente, la risposta che esce fuori non è adeguata in quanto non presenta un’alternativa, ed il ritorno allo Stato-Nazione non si rivela realistico in un’economia globalizzata: ma la potata solo negativa e distruttiva del voto nulla toglie alla radicalità del rifiuto e della bocciatura, cui non si può rispondere come se nulla fosse successo. In tale ottica, è quanto meno sgradevole l’arroganza delle Autorità europee e dei tedeschi che assumono atteggiamenti arroganti ed ultimativi nei confronti degli inglesi in modo da non dare loro né alternative né gradualismo, atteggiamenti che ricordano quelli assunti nei confronti dei greci: è una posizione di comando ed unilaterale fuori luogo per chi ha fallito nel proprio compito, come le istituzioni europee e tedesche; ma è anche una posizione insensata in quanto rivolta nei confronti di un Paese forte –in senso critico nei confronti di detti atteggiamenti si è addirittura manifestato Henry Kissinger-. Le istituzioni tedesche e ed europee dimostrano di aver perso la testa, in una corsa inarrestabile verso il baratro. Parlare di occasione di rilancio che tragga lezione dagli errori è illogico in quanto occorre mettere in discussione l’intero modello, e non sono sufficienti piccoli aggiustamenti. Ed è un modello che è inidoneo a correggersi in quanto basato sulla supremazia dell’economia mentre è del tutto inefficiente proprio economicamente.

La crisi del settore bancario, sempre più grave, dimostra l’inefficienza del sistema economico, con le banche da anni chiamate a sorreggere in modo incisivo il settore produttivo, il che ha prodotto tale risultato disastroso. Il sostegno fallimentare all’economia industriale a mezzo crediti si è accompagnato ad un’accentuazione dell’ipertrofia della finanza speculativa, come dimostrato dall’esplosione dell’esposizione in strumenti derivati (Deutsche Bank è esposta in derivati per decine di multipli del Pil tedesco). Lo scoppio di una crisi finanziaria quale quella del 2008, se non ancora più grave, è vicino. Non è uno scoppio inevitabile, ma l’eventuale successo di un’opera di prevenzione comporterebbe un costo abnorme. Non è l’Europa dei tecnocrati (come invece ritiene il sociologo tedesco Offe), in quanto vengono violate le più elementari regole tecniche, con derivati rovinosi ed arbitrari. E’ il dominio cieco del capitale, senza limiti tecnici, democratici e nemmeno economici. Le istituzioni sono crollate, dopo lo Stato-Nazione crolla l’Europa. Le masse sono divaricate non solo dalle “élite”, ma addirittura dalle istituzioni. Chi critica –ed è questa una posizione maggioritaria, con l’avallo addirittura di Napolitano- il ricorso al “referendum” ed evidenzia l’impossibilità di risolvere questioni così complesse con il ricorso al popolo, non solo si dimostra antidemocratico ma è anche privo di buon senso in quanto vuol precludere al popolo di esprimersi proprio quando questi non ha più fiducia nella politica. Non ci rende conto della frattura tra istituzioni, preda del capitale, da un lato e dall’altro popolo a metà tra la protesta e la ribellione. Contrapporre il popolo ai tecnocratici come fa Offe invece che al capitale alimenta l’illusione di una svolta democratica possibile quando il nemico, pur forte, non ha il dominio totale. Riconoscere invece che il vero nemico è sempre e soltanto il grande capitale vuol dire fare “tabula rasa” di quarant’anni di analisi irrealistiche che hanno rinunziato ad ogni visione di classe. A prescindere dalla problematica se sia ammissibile conferire al popolo il potere di intervenire direttamente sui Trattati internazionali (Il che non è consentito dalla Costituzione italiana, art. 75, comma 2°), non occorre dimenticare che la cessione di sovranità realizzata con l’adesione all’Europa è un vero e proprio cambio di assetto dello Stato che richiede un nuovo processo costituente (in Italia è una cessione ben oltre i limiti di cui l’art.11) ed inoltre si è consumata con modalità giuridicamente discutibili con abusi della Germania e violazione di norme costituzionali interne fondamentali (per es. art. 47 della Costituzione italiana, in occasione del “bail-in”). In definitiva il ricorso al popolo sovrano interno per la conferma dell’adesione all’Europa è del tutto legittimo. Che il popolo britannico abbia assunto una scelta irrazionale non è conferente in quanto il vero punto è che di fronte all’impossibilità di una vera alternativa, che è quella della riforma democratica dell’Europa, impossibilità dovuta ad un modello autoritario a tutela degli abusi del capitale, il popolo disperato risponde con il rifiuto. Si crea una situazione esplosiva. Che il populismo incontri limiti e freni, come dimostrato dal caso della Spagna dove vi è stato un voto a favore dei Partiti tradizionali, o dal rifiuto della Scozia e dell’Irlanda di accettare il rifiuto, staccandosi quindi dall’Inghilterra in chiave europeista, non è decisivo: il processo è complesso ma non toglie che sia inarrestabile. Il populismo può essere sconfitto solo da un completamento del processo autoritario in grado di eliminare gli ultimi elementi di democrazia formale ancora in piedi: soluzione a questo punto non più da escludere viste le reazioni scomposte al voto britannico. Altrimenti si crea una dialettica nel senso di tensione dagli esiti imprevedibili.

Una rivolta vera a questo punto non può essere esclusa. La sinistra è ai margini e il comportamento di Corbyn, contrario all’uscita ma che si è defilato durante la campagna elettorale per il voto conferma la mancanza di alternativa e l’incapacità della sinistra di appassionarsi per la scelta meno cattiva, non essendo possibile una veramente buona: è un incapacità che dimostra la mancanza di politica. Poi l’attacco a Corbyn all’interno ed all’esterno del partito laburista è irresponsabile. Si pretendeva un appiattimento su un falso europeismo, senza dialettica. Il populismo è il vero avversario di un potere in decomposizione. Poiché è non in grado di proporre un’alternativa, esso costituisce un incentivo ad attutire le posizioni radicali del modello: può costituire un incentivo anche ad abbandonare il modello? La risposta è negativa, con la prospettiva di un’alternativa tra rivolta cieca e svolta autoritaria totale, a meno di un’alleanza tra settori del capitile consapevoli dell’inevitabilità dell’esito rovinoso delle dinamiche del capitale finanziario lasciate a sé stesse, e una sinistra riformista antiliberista, ammesso che riesca ad emergere –e sembra proprio di no, purtroppo-. Il capitalismo è non riformabile come insegnato da Marx, ma alcune volte nella Storia il capitale ha percepito acutamente la necessità di un riformismo incisivo tattico. Una spinta in tal senso può venire da un rafforzamento dell’ipotetica sinistra sopra accennata grazie all’alleanza anche con la componente non di destra del populismo- in Italia, 5Stelle-, interessata all’alleanza con chi può fornirle un progetto non effimero. E tale rafforzamento potrebbe consentire alla sinistra anche di resistere alla marcia indietro in senso liberista dei settori consapevoli del capitale una volta passata la buriana.

E’ difficile trovare nella Storia uno scandalo così perfetto, idoneo a intersecare economia, politica e magistratura, quale quello recente sul petrolio in Basilicata. Quando una questione è troppo complicata l’unico modo corretto di approccio è renderla semplice, che non vuol dire semplificare ma significa porre in chiaro i punti univoci per poi affrontare quelli controversi. E’ evidente che la questione penale ancora non è sorta in quanto la famosa registrazione tra l’ex Ministro Guidi ed il suo compagno non configura ancora gli estremi del potenziale reato, ed infatti le interferenze dell’ex compagno non sono stati determinanti sull’emendamento, ancora non passato, per sbloccare appalti pubblici a favore alle compagnie petroliere, favore che rientra nella politica economica del Governo e della maggioranza, come pacifico e rivendicato con orgoglio da Renzi. L’ex Ministro Guidi si è dimostrata del tutto inadeguata nel momento in cui collega strettamente i suoi compiti istituzionali alla vita privata e parla con l’ex compagno degli equilibri interni al Governo (in termini postivi del Ministro Boschi, in termini negativi del sottosegretario De Vincentis): ha fatto bene a dimettersi, e si è trattato di atto politicamente doveroso, ma non merita alcun complimento, in quanto si è dimessa quando il suo atteggiamento è stato scoperto e non prima, così come non merita accanimento, in quanto un Ministro che è prigioniero dei suoi affetti amorosi e vittima del suo partner richiede tenerezza e comprensione umana: non è degno di fare il Ministro, ma è da un punto di vista privato una persona in profonde difficoltà. Non vi sono gli estremi del reato, ma vi è una situazione generale di interferenze dell’industria del petrolio sulla politica, e quindi le indagini della magistratura sono doverose, e non è giustificabile il nervosismo di Renzi. Questi, quando evidenzia che la magistratura non può intervenire sul processo legislativo, in quanto la separazione dei poteri agisce in senso bilaterale e non unilaterale, esprime un concetto efficace ma grossolano: Il processo legislativo, come tutti i poteri statali, è soggetto ad interferenze e pressioni e il problema di distinguere tra lecito ed illecito non può essere escluso. Il potere legislativo è libero e non può essere vincolato e pertanto il cedimento a pressioni esterne è indifferente, ma quando le pressioni sono illecite (corruzione, anche indiretta, come a una persona collegata al parlamentare, associazioni illecite e segrete) l’indifferenza viene meno. Ma non è solo un problema di abuso, in quanto il nodo è di fondo: poiché la sovranità è del popolo e i rappresentanti la esercitano per conto del popolo stesso, senza un’attribuzione originaria, scatta la conseguenza indefettibile che vi deve essere trasparenza completa sul meccanismo di formazione delle decisioni legislative e sugli interessi, pubblici e privati, dei parlamentari e dei ministri, e deve essere emanata una normativa che sanzioni penalmente la violazione della trasparenza, altrimenti la sovranità popolare, principio fondamentale di democrazia, art. 1° Cost., è solo fittizia. In tale ottica, la limitazione delle registrazioni telefoniche, prospettata da Renzi, è del tutto illecita ed inammissibile, salvo specifici abusi, in quanto chi detiene il potere deve muoversi in un’ottica di pubblicità, ed è l’opacità ad essere inammissibile: Renzi ha rinunziato ad intervenire in materia ma ha precisato che agli aspetti privati le intercettazioni devono essere estranee.

È difficile ritenere che abbia rilevanza solo privata un’intercettazione relativa ad una conversazione tra la l’ex Ministro Guidi ed il suo compagno dalla quale si evince che la prima era in balia del secondo su aspetti fondamentali relativi al Ministero. Chiariti i punti univoci, ci si può concentrare sui nodi effettivi. Lo sbloccare appalti pubblici è un fatto di dinamismo ed il favore nei confronti di imprese petrolifere non è elemento negativo, ma diventa inaccettabile nel momento in cui non si prende posizione circostanziata e chiara su ipotesi di disastro ambientale (che possono anche avere rilevanza penale, come è bene non dimenticare) sollevate ed in genere sull’equilibrio tra impresa petrolifera ed ambiente. Il “referendum” sulle trivelle solleva punti delicati sul rispetto dell’ambiente da parte delle imprese petrolifere e non può essere trattato con sussiego come fa Renzi che invita all’astensione senza chiarire quali garanzie vi siano di mancanza di saccheggio ambientale e di devastazione delle spiagge e delle coste. Ma non solo: da molti anni in Basilicata vi è stato uno sviluppo forte ed impetuoso dell’industria petrolifera, ma lo stesso è stato realizzato a vantaggio esclusivo di imprese estere e di un cerchio magico locale (tra cui il compagno dell’ex Ministro, e tale persona non merita alcuna benevolenza visto che si permette di rilasciare frasi minacciose ed offensive a danno della sorella di Borsellino), come nei Paesi arabi, ma non a favore della popolazione e della Regione. E’ evidente che in Renzi vi è la mancanza di una politica industriale, in modo che ed il favore nei confronti delle imprese prescinde totalmente da una logica di sviluppo industriale complessivo. Emblematica è l’indicazione di preferire Marchionne a molti sindacalisti, in quanto il primo avrebbe fatto molte più cose per l’Italia di quanto fatto dai secondi: Marchionne ha ripetutamente leso i diritti dei lavoratori ed ha risanato i conti aziendali con trasferimento all’estero di sede legale e fiscale, e quindi mediante una profonda e preponderante delocalizzazione e mediante sinergie, anche geniali e con assunzione di un ruolo preponderante, con gruppi esteri, in un’ottica più finanziaria che industriale. Conferma che Renzi favorisce i gruppi forti di imprese senza preoccuparsi dell’interesse generale: rispetto a Berlusconi vi è più attenzione per quanto riguarda i profili istituzionali e minore compromissione soggettiva con gruppi inqualificabili, ma l’ottica è la stessa di un liberismo anche protettivo nei confronti dei grandi gruppi, senza una visione né competitiva né di direzione qualificata. L’opposizione non si dovrebbe concentrare sugli aspetti scandalistici, alcuni dei quali strumentali come la richiesta delle dimissioni della Boschi, questa volta estranea ad ogni profilo discutibile, in quanto l’assicurazione alla Guidi di far approvare l’emendamento rientrava nella linea economica del Governo. E la sua azione dovrebbe essere quella di ferma opposizione sugli aspetti istituzionali e sugli aspetti di politica economica e in questo caso industriale, ma con proposte costruttive che dovrebbero configurare gli estremi di un’alternativa. Lo scandalismo non è rigore ma è un succedaneo improprio del rigore, che al contrario richiede non moralismo o atteggiamenti ad effetto ma una grande forza a livello istituzionale e di politica economica ed industriale. Altrimenti, la critica distruttiva, anche giustificata, diventa sterile, propria di un’opposizione che tale vuole restare nell’eternità. L’accusa al Movimento 5Stelle di antipolitica non è strumentale ad una posizione di favore nei confronti del Pd, ma al contrario è una denunzia di una reciproca legittimazione (così come di un reciproco alibi) distruttiva a danno del Paese.

Il provvedimento di salvataggio è stato criticato, anche da autorevoli commentatori molto acuti e raffinati, che hanno sollevato il dubbio di una sottovalutazione degli attivi delle banche, in particolare con una forte decurtazione del valore dei crediti in sofferenza, vale a dire deteriorati, in modo da renderle appetibili per la futura vendita a terzi. Da qui a parlare di scippo a danno degli obbligazionisti subordinati ed anche degli azionisti il passo è breve. Qui gli studi effettuati sono elaborati e meritano la massima riflessione. Ma non sembra che colgano nel segno. Ed infatti, una volta che le vecchie banche in amministrazione straordinaria sono state poste in risoluzione in quanto in dissesto –il che viene per l’appunto contestato, o comunque non dato per scontato, dai commentatori in questione- subito l’azienda bancaria è stata trasferita ad una nuova banca costituita “ad hoc” – una nuova banca per ciascuna delle 4 banche- senza le obbligazioni subordinate e con le sofferenze. Poi le sofferenze sono state trasferite ad un’apposita “bad bank” questa volta una sola per le 4 banche. Pertanto, due considerazioni possono essere effettuate già in via preliminare e di metodo e senza entrare nel merito: in primo luogo le banche cui saranno cedute le aziende bancarie sono indifferenti alla sorte delle sofferenze, che non vengono loro cedute, mentre la “bad bank” è del tutto estranea alla futura cessione dell’azienda bancaria, ed il suo intervento è stato finanziato dall’esterno per consentire la futura cessione a terzi. In secondo luogo, è stato necessario liberare l’azienda bancaria delle obbligazioni subordinate e delle sofferenze in quanto se ciò non fosse avvenuto non sarebbe stato possibile pensare nemmeno lontanamente trovare un acquirente. Ed in effetti, prima della risoluzione per nessuna delle 4 banche è stato possibile trovare un acquirente nell’ambito del procedura di amministrazione straordinaria proprio a causa della presenza delle obbligazioni subordinate e delle sofferenze, evidentemente indigeste a chiunque. Già tali considerazioni servono a ridimensionare la portata della polemica. Le sofferenze erano crediti balordi, e così la prudenza che ha portato alla decurtazione elevatissima del loro valore non è stata fuori luogo. Poi si potrà valutare con verifica stringente se le decurtazioni siano state eccessive, e ogni accertamento di legittimità non è certo precluso nel nostro ordinamento, ed è in ogni caso previsto specificatamente dalla normativa proprio per casi come il nostro, ma quello che è certo è che la decurtazione è stata effettuata solo perché doverosa ed addirittura inevitabile.

Nel merito, la storia della cessione delle sofferenze dimostra che i prezzi sono sempre stati assolutamente stracciati. E non a caso uno dei più acuti commentatori qui criticati, nel formulare una proposta molto interessante sulle “bad bank” in generale, nel criticare la timidezza dell’intervento legislativo recentemente effettuato sulle “bad bank” sempre in generale, non relativamente alle 4 banche, timidezza consistente nel far rimanere le sofferenze all’interno del gruppo, senza effetto sui bilanci, ha proposto che la cessione avvenga avendo ad oggetto sia sofferenze sia di crediti “in bonis”, nella consapevolezza, evidentemente, dell’impossibilità di una proficua cessione delle sole sofferenze. Ma il discorso è surreale: ci si dimentica che siamo in un sistema capitalistico e che tale sistema prevede, quale proprio elemento costituivo essenziale, che i prezzi siano determinati dal mercato, vale a dire dall’incontro tra domanda ed offerta senza alcun elemento intrinseco (ah, povero Marx, con la sua teoria del valore-lavoro e del valore assoluto sottostante). Ebbene, è notorio che gli attivi delle imprese decotte siano venduti a prezzi irrisori: è il capitale, signori. L’avete voluto voi (certamente, non noi, poveri marxisti illusi), e le conseguenze sono queste, che piacciano o no.

Si entra così nel cuore della questione. La polemica è strumentale, non per quanto riguarda i commentatori in questione, in evidente buona fede, ma per il retroterra che alimenta il fuoco. Ebbene, il problema è che le 4 banche erano decotte e nessuno, NESSUNO!!!!, le voleva acquistare. Poi è giusto, anzi doveroso, sottoporre al setaccio il salvataggio, e cercare il difetto nascosto, ma senza dimenticare che è stato un salvataggio necessario di imprese bancarie decotte, realizzato in quattro e quattr’otto per limitare i danni di una normativa, impostaci dall’esterno, del tutto demenziale. Per tutte le banche decotte, si è sempre ventilata la presenza di potenziali acquirenti, ma è stata una presenza fantomatica, mai supportata da elementi concreti, ed infatti si è sempre trattato di gruppi non in possesso dei requisiti richiesti dalla normativa. Ma allora, perché la polemica? in alcuni settori –si ripete, a scanso di equivoci, che non ci si riferisce agli illustri commentatori- è evidente la simpatia per le vecchie gestioni e si utilizza la rabbia dei titolari delle obbligazioni subordinate per attaccare il salvataggio ultimo anello di un intervento pubblico che ha interrotto una gestione rovinosa ed illecita. Non a caso, tra i soggetti che hanno prospettato iniziative giudiziali contro i provvedimenti di salvataggio vi sono le fondazioni titolari delle vecchie partecipazioni nelle banche, che nulla hanno fatto per anni per arrestare il disastro, ed anzi lo hanno favorito.

Quello che non emerge adeguatamente dalle superficiali e prevenute analisi della crisi delle 4 banche e dei relativi salvataggi è che questa volta la crisi, differenza di quella del 2008, non è dipesa da eccesso di speculazione e di finanza ma è stata determinata da fidi sbagliati a imprese decotte e concessi senza garanzie adeguate ed in modo avventato. Le 4 banche hanno fatto quello che tutta l’economia, la società e la politica chiedeva loro, dare fidi per sostenere le imprese produttive: lo hanno fatto male ma il fine era quello che tutti attribuivano loro. E’ fuorviante anche dare la colpa solo a profili clientelari e di appoggio a gruppi economici collegati ai vertici in modo illecito: è fuorviante non in quanto non rispondente al vero ma in quanto riduttivo e parziale. I fidi sono stati concessi a pioggia non solo agli amici ma a vasti settori del territorio per acquisire il consenso ed assicurare la pace sociale e politica. In altri termini, è difficile trovare nei 4 territori settori non coinvolti nel disastro. Il vero è che la crisi economica aveva portato tutto il territorio e non solo poche imprese nel disastro e quindi per non far abbassare il tenore di vita della provincia la banca ha alimentato l’economia in modo artificioso ed abusivo.

In tale ottica, non è mancato il ruolo negativo del sindacato che ha favorito assunzioni clientelari e il mantenimento di condizioni economiche e normative non giustificate dalle situazioni aziendali e non commisurate al merito. In effetti, il sindacato ha instaurato una perversa cogestione con la direzione aziendale rovinosa, non opponendosi a nessuna misura disastrosa ed ottenendo in cambio sia vantaggi indebiti per i dipendenti sia un terribile ruolo condizionante a favore degli esponenti sindacali aziendali. Fa letteralmente sorridere, in tale situazione, l’atteggiamento del capo della più importante sigla sindacale bancaria, il quale ha rimproverato i commissari straordinari che non avrebbero impresso una soluzione (nel senso di rottura) di continuità alla gestione aziendale ed avrebbero mantenuto al loro posto tutti i dirigenti (e i funzionari responsabili di funzione). L’accusa, infamante, è non rispondente al vero: come regola generale, i commissari hanno posto le basi per azioni di responsabilità contro i veri responsabili del disastro, vale a dire gli alti dirigenti.

In un’ottica garantistica e realistica hanno mantenuto alcuni dei dirigenti non apicali e dei funzionari responsabili di funzione in quanto esecutori di ordini e non responsabili diretti, e l’illiceità degli ordini poteva anche non essere sempre di agevole individuazione. Si è trattato di atteggiamento non solo garantista ma anche realista in quanto tale da tener conto di come funziona l’azienda e dell’esigenza di non lasciare scoperti, ove possibile, i ruoli chiave. Ma l’accusa del capo sindacale merita un esame ulteriore, in quanto è non solo infondata, ma anche tale da voler riscrivere forzatamente la storia della crisi, e voler imputare la crisi stessa a gruppi ristretti (dirigenti e poche imprese) senza voler riconoscere la diffusione della responsabilità: è ovvio che non si deve disconoscere quella principale dell’alto vertice delle imprese e degli enti loro collegati, ma non per questo è corretto trascurare l’esigenza di rendersi realisticamente conto che ve ne era una diffusa ed a macchia d’olio. Ma non solo: imputando ai commissari una mancanza di soluzione di continuità nella gestione aziendale, ci si è voluti accodare a quel vento populistico (anche alimentato da un giornale molto stimato dallo scrivente quale “Il Fatto Quotidiano”) che vuole imputare la crisi alla mancanza di rigore di Banca d’Italia nei confronti delle banche con i commissari che persisterebbero in tale atteggiamento. Ebbene, tale continuità globale tra vecchia gestione, ispezioni Banca d’Italia e gestione commissariale non solo è sballata ma è frutto di fantasia. I disastri appartengono alla vecchia gestione ed ai suoi comportamenti dolosi, con la complicità o comunque l’indulgenza della società civile, ivi compreso il sindacato, le ispezioni Banca d’Italia hanno fatto il possibile tenendo conto del “favor” generalizzato per le vecchie strutture, ed i commissari hanno individuato i responsabili dei disastri ponendo le basi per le azioni legali contro di loro ed hanno elaborato le misure per uscire dalla crisi.

Vista l’estensione del disastro, qui era necessario un acquisto esterno, resosi impossibile alla luce della diffusione delle sofferenze e della mina vagante rappresentata dalle obbligazioni subordinate. Banca d’Italia ha dovuto, in quattro e quattr’otto, fare il salvataggio, per limitare l’applicazione della assurda normativa comunitaria del “ball-in”. Il salvataggio è riuscito al novanta per cento, senza potersi estendere alle obbligazioni subordinate per l’opposizione, irremovibile e irragionevole dell’Europa: è stato un peccato, ma resta il salvataggio al 90%. Banca d’Italia ha visto ridurre molto il suo potere e la sua credibilità: al limite, ma proprio al limite, le si può imputare di essersi fatta trovare impreparata nella nuova situazione, ma le sue responsabilità ammesso, ed assolutamente non concesso, che siano effettive, e di natura politica e non giuridica, sono minime. Il comportamento del capo sindacale è gravissimo, non solo per la ricostruzione inattendibile e sballata, ma anche per il tentativo di annacquare le responsabilità, diffuse, del passato. Inammissibile ed ingiustificata è stata la mancanza di collaborazione con la gestione commissariale. Il sindacato ha perso una grande occasione per contribuire al risanamento aziendale delle banche e per opporsi a gestioni illecite. Il sindacato ha perso natura sociale e di classe per accontentarsi di cogestioni di fatto e di copertura a vertici illeciti, per far beneficiare i lavoratori di vantaggi non solo ingiustificati, ma anche effimeri e che quindi si ritorcono contro gli stessi lavoratori. In conclusione: l’economia e la finanza sono nel disastro, la politica è solo clientelare ed inefficace, e la società civile è inquinata. Sinistra se ci sei –e speriamo che ciò non sia un’illusione- batti un colpo –se necessario, anche in testa, in senso figurato s’intende, a qualcuno, anzi a più di qualcuno-. P.S. Per onestà verso i lettori, lo scrivente deve rivelare che il capo sindacale ha fatto espresso riferimento a quella delle 4 banche dove lo stesso scrivente è stato commissario insieme ad un altro: il capo sindacale si è riferito ad ex commissari, ora amministratori delegati e quindi ciò riguarda l’altro ex commissario e non lo scrivente, e qui il capo sindacale ha commesso l’ennesimo errore, in quanto l’imputazione, investendo profili giuridici, riguarda nell’effettività lo scrivente e non l’altra persona. Al riguardo, lo scrivente si limita alle osservazioni generali già fatte, nulla avendo da aggiungere a livello personale. Come insegnava Hegel, “Die WeltGeschichte ist Die WeltGericht”, la Storia del Mondo è il Tribunale del Mondo. La Storia farà giustizia, e certe critiche non meritano alcuna risposta, a livello personale s’intende.