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Mario Draghi, con la consueta lucidità, ha osservato, in provocazione, più che in polemica, con populisti e/o sovranisti, che l’eccessivo livello del debito pubblico è una lesione arrecata alla sovranità nazionale, non effettiva per i limiti che tale eccesso di livello le arreca, ed in particolare non in grado di dotarsi di una politica autonoma indipendente. Polemica e provocazione possono esser ribaltati, osservando come sia strano che proprio gli europeisti anti-sovranisti ricorrano alla sovranità nazionale per combattere politiche espansioniste degli anti-europeisti. Ma provocazione e polemica corrono il rischio di impedire un approccio obiettivo. Pertanto, si accantoni, almeno all’avvio, tale atteggiamento di retorica, sia da una parte sia dell’altra, e si parta dall’oggettività della problematica. Certamente, l’osservazione di Draghi è ineccepibile: un debito estremamente elevato lede la politica economica statale. Ma l’osservazione, ineccepibile, è anche parziale. Il debito pubblico è dovuto ad una politica economica che lo ha rimesso nelle mani della finanza internazionale, visto che le aste del debito non hanno più la garanzia di copertura da parte di di Banca d’Italia e delle banche italiane, garanzia di copertura abolita con lo scellerato divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, dovuto a Andreatta Ministro del Tesoro e Ciampi Governatore di Banca d’Italia (1981). Le aste del debito pubblico sono in mano così alle grandi banche internazionali d’affari che dettano la linea economica al povero Stato italiano. Conseguentemente, il debito pubblico è lievitato essenzialmente per interessi, visto che l’avanzo netto (, vale a dire al netto al netto degli interessi) è positivo. Si può così raggiungere un risultato di grande rilievo che porta a ribaltare completamente il punto di partenza di Draghi: il problema è non che la sovranità nazionale non esiste perché il debito pubblico è alto, ma al contrario che il debito pubblico è alto perché la sovranità nazionale non esiste. La finanza speculativa domina e tratta con gli Stati forti e impone le proprie assurde -assurde in quanto rovinose- leggi agli Stati deboli. Il keynesismo, anche di sinistra, di fronte a tale discussione risponde con sussiego, ritenendo che lo Stato con alta spesa pubblica possa guidare l’economia, svilupparla mediante il sostegno della domanda effettiva e così controllare il debito, che è un problema relativo e non assoluto, vale a dire si pone solo in termini percentuali rispetto al PIL. Il problema è che la spesa pubblica è diretta dalla finanza speculativa, che non è più circoscritta, come riteneva Keynes -che, detto per inciso, in modo per l’appunto circoscritto, la applicava anche per il proprio patrimonio personale e con grande successo-, ma è l’elemento motore dell’economia, che non è più produttiva. Si è ribaltato lo schema keynesiano e lo Stato è succube del capitale finanziario che dirige così la politica economica. Il nodo del debito pubblico è evidentemente centrale come ritenne giustamente Draghi e non come ritengono i keynesiani: però Draghi cade in profondo errore, creando una commistione di piani tra causa ed effetto. Lo Stato deve riprendere il controllo del proprio debito anche in termini di efficienza ma guidando l’economia interna, in modo da controllare le imprese con la programmazione da un lsto e dall’altro ridimensionando il capitale finanziario. Ciò non è affatto escluso dalla globalizzazione, in quanto le integrazioni sovranazionali sono sussistenti ma senza effettività in quanto non affrontano il duplice nodo, collegato indissolubilmente, tra programmazione economica pubblica vincolante e ridimensionamento del capitale finanziario. Draghi, oramai collocato su una nuvola rosa di totale mancanza di realismo, evidenzia che l’Europa è uno strumento di ausilio della sovranità nazionale: ma si tratta di approccio del tutto irrealista, anzi surreale. In Europa quanto conclamato da Draghi non si verifica per alcun Paese tranne che per Germania e Francia, e quindi più che di parlare di integrazione sovra-nazionale, vale piuttosto la pena di ricorrere al concetto di imperialismo. A differenza dello schema di Lenin, non è il capitale finanziario lo strumento dell’imperialismo, quale essenza del capitale industriale sovra-nazionale, ma si verifica l’esatto contrario: ed allora, l’unica alternativa è quella della sovranità popolare. Il concetto di sovranità è imprescindibile, quale essenza di una “suprema auctoritas, superiorem non recognescens”: ma può essere intesa sia come autonomia di una realtà sociale sia come strumento di sopraffazione. Occorre partire dalle sovranità come autonomia, e solo allora integrare i singoli Stati. L’internazionalismo come alternativa alla globalizzazione del capitale diventa una formula vuota ed illusoria fino a quando non risolve il problema della sovranità popolare.
I 5Stelle hanno ceduto: la Presidenza Consob va a Paolo Savona invece che a Marcello Minenna. E’ un errore doppio e tragico: Savona, è un fantastico Ministro, e solo l’intervento costituzionalmente illegittimo di Mattarella gli ha impedito di diventare Ministro dell’Economia, dove avrebbe guidato sia i provvedimenti sociali del Governo in un’ottica di sviluppo che è mancata del tutto, sia la resistenza all’Europa in un’ottica costruttiva e non distruttiva come invece verificatosi; a tal ultimo riguardo, il Ministero di Savona, delle Politiche Comunitarie, è formalmente quello competente, ma nella sostanza si rivela una posizione secondaria. La Presidenza Consob, pur autorevolissima, attiene a poteri di controllo e non di somma guida economica. E’ un ruolo di ripiego per Savona come fu a suo tempo per Padoa Schioppa in posizione di parcheggio prima di andare ai massimi livelli (fu nel secondo Governo Prodi Ministro dell’Economia). Ma non solo. Savona, che viene dalla scuola, magistrale sia ben chiaro ma tradizionale, di Guido Carli che vedeva i controlli bancari in un’ottica di stabilità, trascurando quelli di correttezza, obiettivamente minimale prima dello sviluppo vorticoso dell’attività in titoli da parte delle banche, in un fondamentale libro sugli strumenti derivati del 2010 ha lucidamente visto i rischi di questi per la stabilità, ma non per la correttezza. Savona corre così il rischio di non essere particolarmente attento agli abusi della grande finanza, non per compiacenza o sudditanza, visto che di tali illeciti è ora irreprensibile e lucido fustigatore, ma per la propria tendenza a governare i processi economici piuttosto che a reprimere. E se la direzione è necessaria, ora la repressione non lo è da meno. Che Savona sia così abile e retto che eviterà di sicuro di rinunciare a riconvertire il proprio profilo, non è dubbio, ma la Consob deve costituire il veicolo di affiancamento critico a Banca d’Italia, apportando profili alternativi, senza alcuna ottica di guida e direzione. Minenna invece ha dimostrato di essere attento su entrambi i profili ed è in un momento in cui la Presidenza Consob può essere il giusto trampolino di lancio per una carriera anche per lui molto fulgida (è anche Professore di economia in Italia ed all’Estero, circondato di grande prestigio). Finora si è imbattuto in ostacoli, sembra anche nel Presidente Mattarella, perché Dirigente Consob e quindi suscettibile di creare problemi di opportunità con il salto alla Presidenza, il che è stupefacente visto che Fazio passò da Vice Direttore Generale a Governatore Banca d’Italia senza incontrare resistenza. Il vero è che è stato oggetto di valutazioni negative sotto la Presidenza Consob e dagli alti vertici per il suo rigore nel tentare di individuare abusi finanziari, passando da controlli di sola trasparenza a controlli di doverosa penetrante correttezza: rigore giudicato eccessivo in maniera infondata a parere dello scrivente, ma il parere dello scrivente evita di sfociare in letture maliziose, imputando piuttosto la valutazione infondata ad un clima, quale quello creatosi nel 2008, di maggiore attenzione alla stabilità anche in sede Consob. Minenna è persona integerrima, che non ha avuto dubbi a sbattere immediatamente la porta alla Giunta Raggi, dove era assessore di punta. Carattere spigoloso, come confermato da una battuta non felicissima nel motivare il rifiuto –di per sé tutt’altro che ingiustificato- di accettare ruolo di ripiego, deve evidentemente i veri ostacoli al suo rigore, con il quale peraltro ha incontrato simpatie in ambienti populisti che creano una commistione e di piani -del tutto indebita- tra il rigore e la demagogia. Ma vedere pericoli di demagogia nella –purtroppo impedita- Presidenza Minenna è una forzatura: il vero è che il rigore è alternativo alla demagogia, ma si vuole fare in modo che esso venga a snaturarsi trasformandosi in demagogia. Si vuole annegare nella demagogia i 5Stelle, impedendo loro di fare il salto per diventare forza di Governo. Due considerazioni finali. In primo luogo, Mattarella, impedendo la nomina a Ministro dell’Economia di Savona e favorendo la sua nomina a Presidente Consob, facendolo fuori dal Governo, e così bloccando quella di Minenna (secondo qualcuno con il consenso del Presidente del Consiglio Conte, legato ad ambienti da questo qualcuno visti quali ostili ai controlli di Minenna), ha dimostrato di effettuare interventi inammissibili e non di garanzia e di voler addirittura bloccare l’evoluzione del populismo non di destra. E’ la logica della sinistra Dc, che con Moro (poi seguito da Andreatta) pretendeva di guidare l’apertura a sinistra senza cedere sulla sostanza dell’essenza del potere democristiano (è stato recentemente ricordato, anche dallo scrivente, il famoso intervento alle Camere di Moro per impedire il rinvio di Gui e Tanassi alla Corte Costituzionale nel ’77 per il caso Lockeed). La sinistra ha perso la partita quando ha rinunziato alla propria autonomia politica, seguendo i segnali di sedicenti sirene che hanno bloccato il Paese tarpando le ali proprio alla stessa sinistra. In secondo luogo, le critiche alla Presidenza Savona sono venute, in senso affatto opposto a quello dello scrivente, anche dagli ambienti moderati liberali, che vedono profili di incompatibilità e di conflitto di interessi: quelli sui conflitti di interesse furono già confutati dallo scrivente ai tempi della nomina a Ministro; sull’incompatibilità nella stessa situazione versava a suo tempo Vegas, su cui i “sacerdoti del tempio” delle virtù (molto presunte) nulla ebbero da eccepire. Quello che ha colpito lo scrivente è stato il tentativo di distruggere l’uomo, che ha raggiunto il suo culmine nell’affermazione dell’ineffabile Giavazzi, oramai privo di limiti nella ripetitività -nell’elogiare un liberismo caduco e rovinoso-, alimentata con il rancore: secondo Giavazzi, Savona non è un insigne economista. I liberali italiani non sanno distinguere tra critica, doverosa, delle idee, da critica distruttiva della persona: ma loro hanno letto Voltaire?
L’ironia, implicita, del titolo non può essere compresa dai giovani ed anche da chi, pur non essendo proprio giovane, è nato dopo gli anni ‘50. Ebbene, si sveli l’arcano: nell’immediato dopoguerra e fino alla caduta dei primi miti, all’originaria versione di “Bandiera Rossa” si erano aggiunte alcune strofe, una delle quali recitava “E se la Cina ci dà il fucile……, guerra civile” e lo stesso “leit-motiv” riempiva altra strofa relativa al cannone (assonante con “rivoluzione”) ed alla Russia. Poi dopo, caduti o comunque appannatisi i primi miti delle rivoluzioni realizzate, la prima parte della strofa fu prudentemente sostituita con una meno compromettente “Avanti o popolo, dov’è il fucile ………………..”, e stesso discorso riguardava la strofa relativa al cannone. Questa ultima versione era molto in voga a partire dal ’68 e per tutti gli anni ’70, quando lo spirito antagonistico, sovversivo e rivoluzionario si era finalmente liberato di ogni mito autoritario e di ogni relativa incrostazione. Tanti decenni dopo, con uno di quei meravigliosi paradossi che solo la Storia ci può dare, la Cina è in grado di fornirci un aiuto economico formidabile, fornendo centralità, per la via della seta, ai porti di Genova e Trieste. In tal modo, vi sarà una propulsione economica di tutto l’indotto dei due porti e di tutte le aree ruotanti intorno ad essi: non è azzardato pensare che lo sviluppo riguardi tutto il mondo del Nord ed anche Emilia-Romagna e Toscana), entrambe strettamente collegate ai due porti, la seconda almeno nella parte fino a Firenze). Vi saranno apporti di capitale cinesi ed altri apporti indotti ed ingenti vi sarà uno sviluppo di affari e commerci, con i due profili (apporti di capitale ed incremento di affari e commerci) che, per quanto ovvio, si sosterranno a vicenda. La Cina può ricostituire il capitale italiano, inteso il termine “capitale” nel senso squisitamente marxiano (1), in modo ponderoso e di grande efficienza. Ovviamente è una ricostituzione questa che comporta indefettibilmente il dominio della Cina sull’Italia e su ciò si tornerà “infra” In un vero e proprio crescendo rossiniano, addirittura, tra i 5Stelle vi è chi, anche ad altissimo livello, pensa all’idea, solo apparentemente balzana, di ricorrere alla Cina per il sostegno del debito pubblico. Sul primo punto, l’America è contraria in un’ottica di contrapposizione con la Cina: a dire, il vero, anche l’Europa (intesa come Germania e Francia) è contraria, ma l’impostazione sottostante alle due contrarietà è profondamente diversa. Quella dell’America rivela l’opposizione politica alla Cina, la quale porta affari e cointeressenze, mentre l’America esercita un’egemonia affatto unilaterale. D’altro canto, l’Europa si dissocia dall’America sì, e vuole mantenere il rapporto privilegiato con la Cina ed accettare la via della seta, ma solo al di sopra delle Alpi. E pertanto vuole mantenere l’Italia in posizione di soggezione ed anzi di soggiogamento. E’ l’Europa, quale non comunità sovranazionale, come ci vogliono contrabbandare, ma quale imperialismo tedesco supportato dalla Francia. La Cina sta sostituendo l’America e quindi potrà man mano sostituire l’America nel comando in Europa. L’Impero tedesco resterà tale solo in via nominale: la sua natura soltanto nominale è evidente già adesso. La Germania ha costruito l’Europa pensando di conquistarla e finalmente di dominarla, ma è riuscita in tale obiettivo perseguito dalla Prussia prima e da Hitler poi (sia ben chiaro non si vogliono accomunare le due fasi storiche, ma un approfondimento storico non può che essere realizzato solo nel momento in cui si affronta il nodo della Repubblica di Weimar) solo quando l’Europa si è disfatta: grande disegno e grande forza nei tedeschi, ma zero intelligenza politica. Per inciso, nel passare al secondo punto, e così è realistico l’appoggio della Cina al nostro debito pubblico, in un’ottica non solidaristica ma imperialistica di sostegno di un Paese suddito. Chiuso l’inciso, sia pur temporaneamente ad anzi solo nominalmente, in quanto il problema del debito pubblico è indissolubilmente legato a quello dello sviluppo economico, è evidente per il primo punto che così il problema è politico, di scelta (“rectius”, tra) di Imperi: nessun rimpianto a lasciare l’Europa, che anche sulla problematica della via della seta ha dimostrato che essa si esplica esclusivamente in termini di violazione costituzionale e di lezione della parità, almeno a livello costituzionale, all’interno del Trattato. La Cina, nel momento in cui ha l’unico sviluppo non oppressivo dell’esterno ed in tale ottica vuole risollevare l’Italia, mostra la fallacia dell’Europa e dell’Occidente e comunque la loro caducità: ammesso che abbiano avuto un senso, ora sono entrambi al capolinea. Non è priva di imperialismo come invece riteneva Giovanni Arrighi. E’ un imperialismo suadente e non oppressivo, vale a dire è un imperialismo che tutela i propri Stati sudditi, ma è sempre imperialismo, in quanto rispondente sempre ad una logica di decisione unitaria: in termini marxiani, si sarebbe tentati di definire il modello cinese quale forma di accentramento formidabile di capitali in chiave anche politica: fino al momento in cui si riuscirà, se si riuscirà, a riformulare le categorie del “Capitale” (inteso come opera eterna ed imperitura di Marx, anche se bisognosa di profondi aggiornamenti), è bene rifugiarsi al di dentro del concetto di imperialismo, sempre utile, anche se non esaustivo. L’Occidente è finito e sta nascendo una nuova epoca. L’Italia deve calarsi entro tale fase -e così si conferma in termini entusiastici anche il secondo punto- e viverla in pieno, cogliendone gli aspetti profondi di convenienza: la rinunzia alla sovranità che ne consegue -e così i due punti di cui sopra si uniscono tra di loro in modo inestricabile- è certamente inevitabile ma è anche solo nominale, “rectius” è tale da tradursi in un mero cambio di soggetto esterno dominante, essendo l’Italia stessa da tempo priva di sovranità. Che la Cina sia molto più arretrata dell’Europa e dell’Occidente in termini di civiltà e di conquiste sociali non rileva affatto per due ragioni. Da un lato la civiltà e le conquiste sociali si stanno dileguando anche in Occidente. Dall’altro, si sta creando una nuova fase di dislocazione del potere e dei rapporti internazionali, in diretta e pedissequa applicazione delle tendenze del capitale finanziario. Con “Brexit”, secondo la lettura che viene sostenuta anche dallo scrivente, vale a dire che la stessa Brexit non è un mero errore, ma è il frutto di una scelta precisa e lucidissima, il capitale britannico si sta separando drasticamente da quello europeo e da quello americano, per porsi in termini sinergici con quello cinese. Tale nuova dislocazione, se non consente ancora di affermare che si sta andando oltre Oriente ed Occidente, è ciò nondimeno suscettibile di creare situazioni in cui al capitale finanziario si potranno apporre limiti attualmente non possibili, in quanto il capitale finanziario ha creato meccanismi ed istituzioni che ha occupato completamente: con un rapporto più armonico tra Oriente ed Occidente, anche se sempre capitalista, si apre una fase così nuova che l’idea di forti limiti non è più da trascurare: ciò rimandando a successiva fase un rivolgimento totale delle strutture, con passaggio ad altro superiore sistema. (1). Il termine “capitale” viene inteso nel testo nel senso squisitamente marxiano, non quindi di beni strumentali e di mezzi finanziari posseduti, ma di rapporto di produzione. In Italia vi è ora un rapporto di produzione capitalistico vittima dell’imperialismo ed in via di totale disfacimento, mentre la Cina può dotarci di un sistema capitalistico efficiente e robusto, sia pure dominato “ab externo”, vale a dire dalla stessa Cina.
I beni comuni rappresentano il vero frutto dell’ideologia comunista di prevalenza della titolarità comune/pubblica (sul rapporto tra le due forme di titolarità non privata si tornerà “infra”) su quello privata dei beni. I beni comuni rispetto ai beni pubblici sono una forma sociale, propria della componente libertaria del marxismo (più socialismo di sinistra che comunismo vero e proprio), ma qui attengono ai soli profili di piano distributivo, in modo da porre le basi per sostituire alla legge del valore una legge sociale. E’ meritoria ed avanzata ma non ha natura correttiva del sistema fungendo, invece, in via del tutto radicale, da impronta alternativa al sistema. Ed allora vale piuttosto -invece di percorrere la strada radicale, la pena di salvaguardare il sistema, fornendo allo stesso un’impronta controllata e di programmazione e di forte indirizzo sociale e di correzione. La socializzazione è l’obiettivo finale, mentre quello intermedio è di controllare e stabilizzare l’economia. Ma anche la socializzazione è un obiettivo non univoco. Innanzitutto, in prima battuta, vii è la natura pubblica dei mezzi di produzione in un’ottica privatistica e di pienezza dello statuto imprenditoriale restando salvi solo profili di grande attenzione e di capillarità nella verifica, in alternativa, in seconda battura, vi è una statalizzazione anti-privatistica e comunque con profonde correzioni dello statuto imprenditoriale, ed in ulteriore alternativa, in ultima battuta, vi è addirittura una socializzazione, con ruolo determinante dei lavoratori e di altre continuità sociali ed in ogni caso con riduzione del ruolo imprenditoriale a quello di mero impulso dell’iniziativa, la quale quindi, anche se e parziale ma comunque se relativa ad imprese o addirittura a -tutte le imprese appartenenti a- settori vitali si pone sulla via dell’alternativa finale al sistema. La pubblicizzazione privatistica già vi è stata con alterne vicende e lo stesso discorso riguarda la forma di nazionalizzazione intermedia: non sono state esperienze negative, salvo patologie non estese, ed hanno comportato un grande irrobustimento dell’apparato industriale e di quello bancario. Eccessiva ed ingiustificata e priva di ponderazione è stata la sollecitudine nel dismettere la mano pubblica imprenditoriale. Nell’attuale momento storico, nazionalizzare le imprese comporta un grosso costo non facilmente sopportabile, e poi il mercato globalizzato può neutralizzare la stessa globalizzazione, con particolare riferimento all’utilizzo spregiudicato di strumenti derivati. Con la programmazione vi è uno spostamento di potere sempre all’interno del sistema sì, ma in un’ottica fortemente correttiva e con strumenti tali da poter far fronte alla globalizzazione ed al capitale finanziario. Invece con la socializzazione vi è uno scenario di superamento del sistema che è al momento del tutto velleitario, mancando sia gli strumenti per forme di organizzazione sociale, sia una logica sociale lavoristica e non consumistica, la quale alla fine è subordinata al capitale. Inoltre, nella fase attuale dell’elaborazione dei beni comuni, quella che viene proposta è una socializzazione che attiene al consumo, il che si rivela una forzatura, in quanto pretende di anticipare la socializzazione dei mezzi di produzione, mentre invece deve seguire a questa, mantenendo salvo un nucleo di consumo privato quale spazio indefettibile di libertà individuale. La legge del valore del capitale può essere superata mediante non la socializzazione del consumo, che presuppone l’abolizione del profitto a favore del consumo, la quale diventa alla fine un’abolizione fittizia ma la socializzazione della produzione, che identifichi il valore nel lavoro. Non va abolita la legge del valore “tout court” ma la legge del valore del capitale (do qui un ringraziamento eterno alla memoria di Lucio Colletti). In tale ottica, la programmazione in un’ottica non indicativa ma imperativa coregge le distorsioni del capitale e pone così le condizioni per eliminare l’arbitrio di questi ed ulteriormente per spostare il valore dal capitale al lavoro. La programmazione può -e deve- essere aiutata da una crescente mano pubblica delle imprese strategiche, mano pubblica crescente non autonoma ma come detto di supporto alla programmazione stessa, e solo dopo può -e deve- sfociare nella socializzazione.
Il Governo giallo-verde interviene in modo pesante sulle Autorità amministrative indipendenti, tentando di soggiogarle, ma i Governi precedenti non erano da meno (a partire da Tremonte ai tempi di Berlusconi, fino a Renzi) ed adesso l’opinione pubblica moderata interviene a proposito della tutela dell’indipendenza di tali Autorità, come cavallo di battaglia a comprova del proprio moderatismo e del proprio costituzionalismo Il punto è delicato, ma anche molto complesso: Alcuni valori fondamentali vanno sottratti alla politica ed agli interessi corporati: questa è una grande conquista del costituzionalismo, l’esistenza di limiti alla democrazia, proprio per impedire a questa di diventare antidemocratica e di sfociare nella dittatura della maggioranza. Ma i poteri neutri, nel momento in cui apportano un limite alla democrazia si pongono in rapporto dialettico con questa. Se la dialettica non è governata ma è rimessa al libero gioco delle dinamiche, il rischio che il limite si trasformi in un “vulnus” alla democrazia diventa pressoché ineliminabile. Il punto di caduta è stato individuato nella concezione della Pubblica Amministrazione come esecutiva sì dei poteri costituzionali, ma imparziale nell’esecuzione. Le Autorità Amministrative Indipendenti sono così sottratte alla soggezione nei confronti dei Poteri costituzionali per esaltare l’autonomia dell’esecuzione, ma non hanno valore autonomo politico, in quanto non sono titolari di poteri dell’indirizzo politico. La Banca d’Italia è autonoma rispetto al Governo e tale deve restare, ma nella tutela del risparmio, non nella determinazione dell’indirizzo politico: certamente, vi sono aspetti ibridi, quale la concentrazione e quindi la determinazione della consistenza e delle dimensioni delle banche e quale la formazione del loro capitale di comando, ma è un aspetto all’interno del quale si può separare il problema della sana gestione dall’indirizzo politico. Quella di Banca d’Italia è una guida del sistema bancario in modo completo e totale, ma è una guida essenziale per salvaguardare la sana e prudente gestione, essenziale per la stabilità del sistema bancario e dell’intera economia. E’ una tutela di stabilità quale valore essenziale e fondante di tutti gli altri valori: quale che sia l’indirizzo politico, non si può prescindere dalla stabilità. Il vero nodo è quando Banca d’Italia da Guido Carli in poi ha identificato la tutela della stabilità con la tutela di un sistema liberale di mercato, ritenuto artatamente ed arbitrariamente essenziale per la stabilità e consustanziale a quest’ultima. Pertanto, Banca d’Italia ha tutto il diritto/potere di opporsi a misure di indirizzo politico che alterno la stabilità, ma non può utilizzare la tutela della stabilità per impedire una programmazione economica pubblica. La politica economica pubblica non può violare la stabilità ma questa non può bloccare la prima. Ma non solo: la situazione si è aggravata ed è cambiata totalmente dai tempi di Carli, in quanto il mercato liberale ha portato alla trasformazione dell’attività bancaria in finanza di pura speculazione a detrimento della stabilità. Ma non solo ancora: Consob si è attestata sulla priorità della tutela della stabilità, subordinando a questa correttezza e trasparenza, non rendendosi conto così di levare ogni limite al predominio della speculazione rovinosa. In definitiva, la tutela delle Autorità amministrative indipendenti ha un duplice contenuto: - uno necessario, che è quello di impedire alla democrazia ed alla politica di ledere la stabilità e la sanità del sistema finanziario, - l’altro, arbitrario, che è quello di impedire alla politica economica pubblica di inserire il settore bancario stabile (e per la stabilità il ruolo delle Autorità amministrative indipendenti non è più sufficiente, essendo la stabilità lesa dal dominio della speculazione, che può essere rotto solo con l’ausilio della politica), in una direzione pubblica dell’economia. D’altro canto, i populisti non nazionalisti (per quelli nazionalisti, invece, l’attacco alle Autorità amministrative indipendenti è meramente strumentale, in quanto esse sono aderenti alla logica del capitale finanziario, come dimostrato da Trump, e dalla politica di Salvini fedele nei confronti di quella di Trump) non comprendono la necessità del primo profilo e annullano tutto nel secondo, che invece non può sussistere senza il primo, che deve guidare e non ann
In questo momento la linea di confusione è massima: sovranisti, populisti e nazionalisti sono visti come la (vera) minaccia all’ordine costituzionale, intorno alla cui difesa nasce il fronte repubblicano, che da un lato fa capo al moderatismo ed all’europeismo e richiama anche il centro-destra e dall’altro si presenta come antifascista per richiamare la sinistra. La confusione è tanta e si tratta di contrapposizione con estrema difficoltà riconducibile ad un filo unitario ed a criteri razionali, in quanto i due schieramenti sono assolutamente e profondamente disomogenei al proprio interno. Il sovranismo di per sé contiene due realtà opposte, sovranità popolare e sovranità nazionale. La prima è una spinta all’autogoverno, nient’affatto populista -come invece incredibilmente ritiene Sabino Cassese fine giurista, ex Giudice Costituzionale, vicino al Pd ed alfiere del moderatismo europeista-, ma espressione di valori tesi a non esaltare il distacco tra governanti e governati. La sovranità nazionale è invece emblema della potenza statale dell’unità interna diretta non solo contro i nemici esterni, ma anche ed addirittura soprattutto in modo da reprimere i conflitti sociali, altrimenti in grado di minare l’unità interna, necessaria per l’appunto per fronteggiare il pericolo esterno: ed addirittura è più corretto ribaltare i termini della situazione, mostrando che il fronteggiare il nemico esterno è necessario per reprimere i conflitti sociali. Ebbene, la sovranità popolare si concretizza all’esatto contrario nell’esaltazione i conflitti sociali per ridurre le diseguaglianze, senza la quale riduzione si rivela del tutto illusorio ottenere la limitazione del potere e l’autogoverno. Il nazionalismo è un alleato del capitale, mentre la sovranità popolare ne è un avversario. Ma non solo: l’europeismo non esiste ed il Trattato di Aquisgrana, come ha spiegato Galli della Loggia, ha fatto trionfare due nazionalismi quali quelli di Germania e Francia, che stanno facendo emergere un nuovo imperialismo. Ed infatti Germania e Francia stanno realizzando un blocco commerciale e distorsivo della concorrenza a tutela delle loro imprese per far assumere a queste un ruolo dominante sui mercati rilevanti. L’europeismo quale contraltare al sovranismo è quindi fittizio. L’unico contraltare al sovranismo potrebbe essere ravvisato nella globalizzazione, ma la globalizzazione è il volto del capitale finanziario, con la conseguenza che il sovranismo nazionale non è affatto un suo antagonista, mentre l’unico suo antagonista è il sovranismo popolare. Una volta ciò chiarito, ne discende indefettibilmente che il dibattito è stato posto su basi del tutto inconsistenti. Sotto l’un aspetto, il populismo è privo di significatività, contenendo due realtà del tutto tra di loro disomogenee; poiché il sovranismo nazionalista è dai contorni definiti mentre quello popolare è solo “in nuce”, si può concludere che il populismo ha al momento un unico volto certo, quello nazionalista, ed anzi esso nient’altro è che nazionalismo. Il populismo di fatto non esiste, e lo sì definisce così solo sia per tacciarlo di sgangheratezza, mentre è in realtà, quale nazionalismo, è un fenomeno molto lucido, sia per contrapporlo alla globalizzazione, il che non è effettivo. Il discorso cambierebbe solo in presenza del sovranismo popolare, il quale, tramontata al momento la lotta di classe, si potrebbe basare solo sul populismo non nazionalista: ma siamo ancora agli albori del fenomeno. Sotto l’altro aspetto, il fronte repubblicano non è né universalista né alieno al nazionalismo. Da un punto di vista politico, due sono i corollari. In primo luogo, quel che resta della sinistra deve lasciare immediatamente il fronte repubblicano pe tentare un dialogo con il populismo non nazionalista. In secondo luogo, occorre verificare se il nazionalismo possa evolvere perdendo i caratteri razzisti e vicini al fascismo, e diventando così completamente democratico e civile. Ma sul secondo punto un equivoco va evitato: tale soluzione può essere raggiunta non sostenendo un universalismo impossibile ma solo evitando degenerazione del nazionalismo: La natura nazionalista non può essere negata ed è irrinunziabile. In tal modo si pone il vero contrasto politico: sovranità popolare contro alleanza tra capitale finanziario e nazionalismo. “Tertium non datur”. Il nuovo partico democratico di Zingaretti ha un’impronta meritoria non liberista ma nasce morto nel momento in cui vuole unire sinistra ed europeismo, evitando di mostrare che l’unico universalismo è quello della sovranità popolare, la quale si oppone al capitale finanziario, invece alleato della sovranità nazionale.
Ad Aquisgrana si è perfezionato un importantissimo accordo tra Germania e Francia, così importante da essere qualificato come Trattato. Quale che sia il nome, ed il termine “Trattato” è forse esagerato, ma sembra utilizzato apposta per consacrare la sua importanza ed anzi la sua portata epocale, quello che è certo è che non solo si concretizza in una vera e propria esclusione dalla sua portata del resto dell’Europa, ma anche si rivela tale da creare all’interno dell’Europa un nucleo duro, che esclude la sua natura comunitaria e consacra una vera egemonia. L’Europa non esiste. Esiste l’Impero tedesco, con alleato forte francese e con alleati minori, la cui natura minore viene così sbandierata ai quattro venti. Ernesto Galli della Loggia, da tempo critico della deriva liberista, anche di quella a sinistra, e nostalgico della socialdemocrazia, constata che di fronte al sovranismo vi sono due nazionalismi, quello tedesco e quello francese, il che dimostra il fallimento dell’Europa. Non si può non convenire con l’illustre folgorato sulla via per Damasco, anche se più che di due nazionalismi è corretto parlare di un impero tedesco con alleato francese. Che i due non siano concordi non dimostra la sussistenza di quella dialettica che si vuole vedere sul “Corriere della Sera”: semplicemente si tratta di quel leggero “distinguo” tra centro dell’Impero e periferia – in senso politico e non geografico, visto che i due Paesi sono tra di loro attaccati- privilegiata. A ben vedere, i “distinguo” non hanno alcuna consistenza: l’insofferenza di Macron per l’austerità tedesca è una maschera di una richiesta di maggiori privilegi, e non sfocia nella confessione della linea tedesca, dei cui frutti la Francia stessa beneficia alla grande, potendo le imprese francesi fare incetta di gioielli imprenditoriali italiani, che il nostro Paese, messo in ginocchio, non è da tempo in condizioni di difendere. Al di là di differenze, pur non banali di impostazione nell’analisi e nella ricostruzione, quel che conta è il punto centrale, su cui vi è accordo totale tra gli interpreti -quelli non omologati, s’intende, che l’Europa non solo è fallita ma addirittura è inconsistente: ovviamente tale punto centrale viene riconosciuto dagli interpreti non omologati ma non dall’opinione dominante che lo trascura. L’Europa si oppone al nazionalismo ma è la quintessenza del nazionalismo, addirittura –secondo la versione dello scrivente- dalla natura imperialista. E’ l’unione, anzi la simbiosi, perfetta e perversa, tra nazionalismo e globalizzazione (quale manifestazione de-materializzata, de-localizzata e finanziaria), propria del volto del capitale nella sua versione finale, di capitale finanziario. La polemica contro l’Europa da parte del Governo gialloverde è anche condotta spesso in modo inadeguato -l’attacco alla Francia sulla moneta coloniale è stato realizzato senza una seria e completa analisi, anche se la sostanza non è così infondata come invece i critici “unionisti” vogliono far vedere; del resto, l’attacco di Macron contro Salvini e Di Maio, quali governanti non adeguati, anche se il “leader” francese si è espresso con una certa finezza, a differenza dei due nostri, non è così diverso-, ma mostra che il Re è nudo. Il richiamo dell’opinione dominante alla necessità della diplomazia trascura per l’appunto che l’azione del Governo, pur malaccorta che sia, non è nient’altro che una ribellione nei confronti di un dominio oppressivo e rovinoso. La politica di Salvini nei confronti degli immigrati è inaccettabile ed addirittura inammissibile, ma lo stesso ha mostrato, con grande sagacia, l’ipocrisia ed addirittura la natura fittizia dell’atteggiamento umanitario europeo. L’isolamento in Europa che si imputa al Governo è fasullo: è l’Europa che è isolata e priva di rilievo. Sia ben chiaro, uscire dall’Europa o dall’Euro è, con quasi granitica certezza, per chi non si può difendere sui mercati, una soluzione peggiore di quella opposta, ma in ogni caso è bene prepararsi al crollo, per fattori endogeni, dell’Europa. Il sogno di una nuova Europa, da molti coltivato, è del tutto illusorio, proprio in quanto le sue tendenze e la sua natura intrinseca dimostrano la sua incapacità di correzione endogena. Ci vuole un sussulto impetuoso esterno. Nazionalismo e liberismo convivono armonicamente nell’Europa: è qui si snoda il nesso perverso da spezzare. L’Europa non è portatrice di universalismo. Se si vuole l’universalismo occorre andare oltre l’Europa: ma oltrepassare l’Europa è intrinsecamente necessario perché essa è priva di futuro, ed il presente è a breve scadenza. Le dinamiche storiche portano ad una bipolarità tra America e Cina, con blocchi terzi autonomi (Russia, mondo arabo) dotati di un’effettiva coesione politica, mancante all’Europa, e con l’Inghilterra che va verso orizzonti inesplorati, ma restando ancorati ad un profilo non tanto di geo-politica quanto piuttosto di dislocazione del potere finanziario sulla base di criteri diversi da quelli classici di filosofa politica e comunque non coincidente con questi. La soluzione va quindi trovata su un piano totalmente innovativo di una nuova forma politica basata sulla coesistenza tra repubblica universale e sovranità monetaria e finanziaria sei singoli Stati. Il lancio di tale nuova forma non può che partire dall’Europa, unica che ha elaborato principi in qualche modo con essa compatibili, ma la sua affermazione non potrà che prescindere dalla stessa Europa e dovrà porsi su un piano di regolamentazione globale del capitale finanziario. Proprio su questo piano una sintesi tra protesta popolare e necessità di correggere drasticamente le dinamiche speculative e rovinose del capitale finanziario possono porre le basi di siffatta nuova politica, soprattutto, se come con certezza assolutamente granitica, il grado di tendenze rovinose del capitale finanziario continua ad aumentare in modo esponenziale.
Emma Bonino, prima delle elezioni di marzo 2018, ha criticato “Liberi ed Eguali con Grasso” per una politica economica che vorrebbe ritardare la modernizzazione del Paese ingessando il mercato del lavoro in virtù del ripristino del divieto di licenziamento ingiustificato di cui all’art. 18 Statuto dei Lavoratori abolito dal “Job Act”, e aggravando i conti pubblici con un regime più oneroso delle pensioni tornando indietro rispetto alla legge “Fornero”. Commenti analoghi sono rilasciati da tutti i rappresentanti del moderatismo italiano. Sergio Fabbrini, sul “Sole 24Ore”, è andato oltre ed ha accomunato il programma di Leu a quello dei sovranisti populisti e nazionalisti, e questa è un’opinione, da rispettare certamente, ma che non merita commento. Il programma economico di Leu è stato elaborato da valenti economisti tra cui Vincenzo Visco ed è stato criticato per eccesso di spesa pubblica, cui i redattori hanno risposto in modo convincente. Ma occorre un salto in avanti: il problema del debito pubblico non può essere eluso: ed infatti, anche un’impresa privata non può avere debiti superiori al fatturato. Gli interessi erodono gli utili ed intaccano il patrimonio. Il Giappone e l’America hanno un livello di indebitamento superiore ma lo sviluppo economico della seconda e l’intervento del sistema bancario del primo rendono la situazione tollerabile. Nell’81, con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, è venuto meno l’obbligo di Banca d’Italia e per essa del sistema bancario di sottoscrivere i titoli del debito pubblico: ciò al fine di liberare il sistema bancario da oneri impropri e per spingere lo Stato a ridurre il proprio debito pubblico privato della ciambella di salvataggio (nello stesso periodo, lo “staff” di Reagan esprimeva lo stesso concetto in modo molto efficace e rude “bisogna affamare la bestia”): le cose non sono andate così e il rapporto, allora al 60% ,è ora arrivato ai livelli iperbolici di adesso. Il debito pubblico è ora essenzialmente determinato dagli interessi mentre è diminuita fortemente la componente sociale. La “bestia” non è stata affamata ma sono stati affamati i soggetti deboli. Inoltre, lo Stato ha perso il controllo del debito pubblico, della spesa pubblica e della politica economica, visto che le aste del debito sono in mano alle grandi banche d’affari internazionali. Le banche italiane sono state sì liberate dell’obbligo, ma nel contempo hanno perso autonomia rispetto alle grandi banche internazionali ed hanno visto compromesso lo spazio dell’attività ordinaria in crediti, in modo che la solidità è diventata appannaggio solo delle grandi banche che possano permettersi finanza speculativa. Il divorzio ha leso il debito pubblico e la politica economica, il che era un obiettivo dichiarato, ma anche il settore bancario e finanziario, il che alla fine rivela un’eterogenesi parziale e negativa dei fini. Per completezza, le stesse banche, quando possono sostengono il debito pubblico ma solo se il Governo è prono al valore della finanza internazionale, non quando si ribella come adesso. Che il debito pubblico sia una questione in cui l’aspetto decisivo è rappresentato da profili non di tecnica economica ma di rapporti di forza economici supportati dalla politica è così evidente. Ma non per questo si può trascurare come dietro i rapporti di forza vi sia un nodo squisitamente economico. Ed infatti, il problema dei conti pubblici in estremo disavanzo rivela la presenza di un disordine economico interno che va risolto. I controlli di efficienza dei mezzi e di eliminazione degli sperperi sono necessari. La spesa sociale, pensionistica e sanitaria e dei servizi pubblici essenziali deve avere dei meccanismi di razionalizzazione essenziali che sono mancati nel passato. In seconda battuta, occorre affrontare il problema di un profondo cambiamento di sistema, la cui soluzione presuppone la ripresa di autonomia della politica economica e del sistema bancario, con l’emarginazione delle grandi banche d’affari internazionali . Infine, occorre scontare una parte consistente del debito pubblico dovuta al comportamento illecito delle grandi banche d’affari internazionali: si tratta di parte consistente, 30/40%, che va abbattuta a carico di queste. Quest’ultima proposta appare senz’altro, almeno “prima facie”, impossibile da realizzare. Ma di fronte ad una vera e forte protesta popolare che rivendichi il proprio diritto all’autodeterminazione la penalizzazione delle grandi banche d’affari internazionali per i loro illeciti non si rivela così velleitaria. Pertanto, è fondamentale che tale ultima proposta sia la fase terminale di un progetto nel quale ci siano anche le prime due proposte. La penalizzazione delle grandi banche d’affari internazionali per i loro illeciti diventa così la risultante di un processo in cui la spesa pubblica viene razionalizzata e lo Stato riprende il controllo sia della propria politica economica e del debito pubblico sia il controllo delle proprie banche interne. Con il nuovo approccio, non si trascura il nodo i rapporti di forza economici ed il ruolo della politica, ma lo si presenta quale aspetto terminale di un nuovo approccio economico che ponga al centro l’efficienza, liberandola dal dominio letale del grande capitale. Mentre, nel capitale finanziario, i rapporti di forza piegano l’economia al servizio del grande capitale, con distruzione di valore sia in campo pubblico sia in campo privato, ivi compreso quello bancario, solo con un vero riformismo socialista -che non abdichi alla lotta di classe come invece fece la socialdemocrazia nel secondo dopoguerra con il bel risultato di presentarsi poi disarmata quando scomparve la minaccia del socialismo reale-, i rapporti di forza sono a garanzia di una vera efficienza economica che produca, in modo razionale e sociale, valore, e non lo distrugga. Sul come inserire in tale approccio la rielaborazione della teoria marxiana del valore, non si può, per il momento, che parafrasare “Kypling”, “That’s another story”.

“ELITE” E POPOLO

Su “Repubblica” è emerso un interessante dibattito sul rapporto tra “elite” e popolo avviato da Baricco. La criminalizzazione del ricorso al populismo è scomparsa, e ci si è resi conto, finalmente -non è mai troppo tardi!!!-, che le “elite” hanno fallito. Si propugna così un avvicinamento tra “elite” e popolo. Il discorso è viziato, non solo politicamente ma prima ancora concettualmente ed intellettualmente. In primo luogo, ci si fermati nell’analisi solo al primo passo e non si sono compiuti gli altri: così, non ci si rende conto che il fallimento delle “elite” dipende dal fallimento totale del modello economico sottostante, il capitalismo liberista e finanziario, al cui servizio le “elite” politiche si sono pedissequamente collocate. In secondo luogo, il rapporto tra “elite” e popolo è visto in modo meccanicistico nella scelta delle migliori “elite” possibili, senza assolutamente porre in discussione la distanza rispetto al popolo, che non solo è ma si vuole sempre mantenere incolmabile. La teoria politica della democrazia ridotta alla scelta delle “elite”, propria della omonima teoria del pensiero conservatore, “rectius” di quella parte di questi che si è arresa controvoglia alla democrazia, di fatto si è affermata ed è stata seguita anche a sinistra, la quale, sia nella versione leninista sia nella versione socialdemocratica del marxismo, con l’eccezione quindi della sinistra socialista e delle altre correnti libertarie, ha affidato la “mission” del proletariato al partito In definitiva, si trascura che le “elite” sono appiattite sul potere economico, e che la crisi non è superabile per la semplice ragione che ci si rifiuta assolutamente di mettere in discussione sia le “elite” sia il sistema economico. Proprio in relazione al dibattito citato, il punto che così si trascura, ed anzi che si intende deliberatamente trascurare, è che l’attuale populismo ha una grande efficacia e forza perché attacca un sistema ormai vetusto e in via di disgregazione, anche se provvisto di una grande forza che gli consente sia di dividere socialmente ed economicamente gli avversari e di dominare totalmente le istituzioni, senza alcuna dialettica. Allora, che le “elite” possano riprendere un proprio ruolo positivo ed anche attivo è del tutto illusorio. Il problema è ben altro, ed anzi di natura affatto opposta: premesso che le “elite” sono oramai fuori gioco, può il popolo creare un’alternativa e come? Impostata la domanda in altro modo, l’antagonismo al capitale può trovare una base unitaria in quella massa indistinta che è il popolo? La risposta negativa è molto meno scontata di quel che possa apparite “prima facie”. Il populismo avanza, certamente, una protesta cieca e distruttiva e senza sbocchi. Ma le “elite” non sono in grado di rinnovarsi. Allora, occorre porre in discussione il sistema. Il nodo è a livello non di filosofia politica ma di assetti economico-sociali, livello quest’ultimo che si rifiuta di vedere: si afferma con orgoglio che è un sistema senza alternative, rifiutando di rendersi contro della discrasia tra efficienza, ormai del tutto insussistente, da un lato e, dall’altro, forza, di converso al massimo livello. L’insussistenza di alternativa è il frutto di un suo sopruso, di un suo enorme ed intollerabile abuso, che genera l’inevitabilità di catastrofi ad ogni livello. A livello di filosofia politica, si tratta di prendere atto che anche gli assetti istituzionali del capitalismo sono, irreversibilmente, saltati, con la conseguenza che occorre un nuovo approccio istituzionale che ridimensioni le “elite” fornendo ampio spazio alla voce del popolo. Per non porre le condizioni per scontri di sistema che alla fine mettano quest’ultimo in discussione, è il popolo in rivolta che deve costringere il capitale a limitare fortemente le “elite”. Il rinnovamento delle “elite” è impossibile in quanto esse sono appiattite su un sistema in disfacimento, ma anche una loro sostituzione è parimenti impossibile a meno che quelle nuove non accettino una riduzione del loro ruolo a quello di veri rappresentanti del popolo, in un’ottica in grado di introdurre nel sistema elementi anticapitalistici forti e pregnanti, quale unica via per consentire al sistema di sopravvivere in condizioni di minima decenza. E fino a quando il popolo non si divida nuovamente in classi, il che al momento non è per nulla alle porte, l’anticapitalismo non potrà che essere parziale. Il rinnovamento del sistema deve arrivare in chiave economico-sociale, con una fortissima limitazione del capitale. La riforma a livello istituzionale non può che porsi in assoluta coerenza con tale importantissima novità economico-sociale.
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