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I beni comuni rappresentano il vero frutto dell’ideologia comunista di prevalenza della titolarità comune/pubblica (sul rapporto tra le due forme di titolarità non privata si tornerà “infra”) su quello privata dei beni. I beni comuni rispetto ai beni pubblici sono una forma sociale, propria della componente libertaria del marxismo (più socialismo di sinistra che comunismo vero e proprio), ma qui attengono ai soli profili di piano distributivo, in modo da porre le basi per sostituire alla legge del valore una legge sociale. E’ meritoria ed avanzata ma non ha natura correttiva del sistema fungendo, invece, in via del tutto radicale, da impronta alternativa al sistema. Ed allora vale piuttosto -invece di percorrere la strada radicale, la pena di salvaguardare il sistema, fornendo allo stesso un’impronta controllata e di programmazione e di forte indirizzo sociale e di correzione. La socializzazione è l’obiettivo finale, mentre quello intermedio è di controllare e stabilizzare l’economia. Ma anche la socializzazione è un obiettivo non univoco. Innanzitutto, in prima battuta, vii è la natura pubblica dei mezzi di produzione in un’ottica privatistica e di pienezza dello statuto imprenditoriale restando salvi solo profili di grande attenzione e di capillarità nella verifica, in alternativa, in seconda battura, vi è una statalizzazione anti-privatistica e comunque con profonde correzioni dello statuto imprenditoriale, ed in ulteriore alternativa, in ultima battuta, vi è addirittura una socializzazione, con ruolo determinante dei lavoratori e di altre continuità sociali ed in ogni caso con riduzione del ruolo imprenditoriale a quello di mero impulso dell’iniziativa, la quale quindi, anche se e parziale ma comunque se relativa ad imprese o addirittura a -tutte le imprese appartenenti a- settori vitali si pone sulla via dell’alternativa finale al sistema. La pubblicizzazione privatistica già vi è stata con alterne vicende e lo stesso discorso riguarda la forma di nazionalizzazione intermedia: non sono state esperienze negative, salvo patologie non estese, ed hanno comportato un grande irrobustimento dell’apparato industriale e di quello bancario. Eccessiva ed ingiustificata e priva di ponderazione è stata la sollecitudine nel dismettere la mano pubblica imprenditoriale. Nell’attuale momento storico, nazionalizzare le imprese comporta un grosso costo non facilmente sopportabile, e poi il mercato globalizzato può neutralizzare la stessa globalizzazione, con particolare riferimento all’utilizzo spregiudicato di strumenti derivati. Con la programmazione vi è uno spostamento di potere sempre all’interno del sistema sì, ma in un’ottica fortemente correttiva e con strumenti tali da poter far fronte alla globalizzazione ed al capitale finanziario. Invece con la socializzazione vi è uno scenario di superamento del sistema che è al momento del tutto velleitario, mancando sia gli strumenti per forme di organizzazione sociale, sia una logica sociale lavoristica e non consumistica, la quale alla fine è subordinata al capitale. Inoltre, nella fase attuale dell’elaborazione dei beni comuni, quella che viene proposta è una socializzazione che attiene al consumo, il che si rivela una forzatura, in quanto pretende di anticipare la socializzazione dei mezzi di produzione, mentre invece deve seguire a questa, mantenendo salvo un nucleo di consumo privato quale spazio indefettibile di libertà individuale. La legge del valore del capitale può essere superata mediante non la socializzazione del consumo, che presuppone l’abolizione del profitto a favore del consumo, la quale diventa alla fine un’abolizione fittizia ma la socializzazione della produzione, che identifichi il valore nel lavoro. Non va abolita la legge del valore “tout court” ma la legge del valore del capitale (do qui un ringraziamento eterno alla memoria di Lucio Colletti). In tale ottica, la programmazione in un’ottica non indicativa ma imperativa coregge le distorsioni del capitale e pone così le condizioni per eliminare l’arbitrio di questi ed ulteriormente per spostare il valore dal capitale al lavoro. La programmazione può -e deve- essere aiutata da una crescente mano pubblica delle imprese strategiche, mano pubblica crescente non autonoma ma come detto di supporto alla programmazione stessa, e solo dopo può -e deve- sfociare nella socializzazione.
Il Governo giallo-verde interviene in modo pesante sulle Autorità amministrative indipendenti, tentando di soggiogarle, ma i Governi precedenti non erano da meno (a partire da Tremonte ai tempi di Berlusconi, fino a Renzi) ed adesso l’opinione pubblica moderata interviene a proposito della tutela dell’indipendenza di tali Autorità, come cavallo di battaglia a comprova del proprio moderatismo e del proprio costituzionalismo Il punto è delicato, ma anche molto complesso: Alcuni valori fondamentali vanno sottratti alla politica ed agli interessi corporati: questa è una grande conquista del costituzionalismo, l’esistenza di limiti alla democrazia, proprio per impedire a questa di diventare antidemocratica e di sfociare nella dittatura della maggioranza. Ma i poteri neutri, nel momento in cui apportano un limite alla democrazia si pongono in rapporto dialettico con questa. Se la dialettica non è governata ma è rimessa al libero gioco delle dinamiche, il rischio che il limite si trasformi in un “vulnus” alla democrazia diventa pressoché ineliminabile. Il punto di caduta è stato individuato nella concezione della Pubblica Amministrazione come esecutiva sì dei poteri costituzionali, ma imparziale nell’esecuzione. Le Autorità Amministrative Indipendenti sono così sottratte alla soggezione nei confronti dei Poteri costituzionali per esaltare l’autonomia dell’esecuzione, ma non hanno valore autonomo politico, in quanto non sono titolari di poteri dell’indirizzo politico. La Banca d’Italia è autonoma rispetto al Governo e tale deve restare, ma nella tutela del risparmio, non nella determinazione dell’indirizzo politico: certamente, vi sono aspetti ibridi, quale la concentrazione e quindi la determinazione della consistenza e delle dimensioni delle banche e quale la formazione del loro capitale di comando, ma è un aspetto all’interno del quale si può separare il problema della sana gestione dall’indirizzo politico. Quella di Banca d’Italia è una guida del sistema bancario in modo completo e totale, ma è una guida essenziale per salvaguardare la sana e prudente gestione, essenziale per la stabilità del sistema bancario e dell’intera economia. E’ una tutela di stabilità quale valore essenziale e fondante di tutti gli altri valori: quale che sia l’indirizzo politico, non si può prescindere dalla stabilità. Il vero nodo è quando Banca d’Italia da Guido Carli in poi ha identificato la tutela della stabilità con la tutela di un sistema liberale di mercato, ritenuto artatamente ed arbitrariamente essenziale per la stabilità e consustanziale a quest’ultima. Pertanto, Banca d’Italia ha tutto il diritto/potere di opporsi a misure di indirizzo politico che alterno la stabilità, ma non può utilizzare la tutela della stabilità per impedire una programmazione economica pubblica. La politica economica pubblica non può violare la stabilità ma questa non può bloccare la prima. Ma non solo: la situazione si è aggravata ed è cambiata totalmente dai tempi di Carli, in quanto il mercato liberale ha portato alla trasformazione dell’attività bancaria in finanza di pura speculazione a detrimento della stabilità. Ma non solo ancora: Consob si è attestata sulla priorità della tutela della stabilità, subordinando a questa correttezza e trasparenza, non rendendosi conto così di levare ogni limite al predominio della speculazione rovinosa. In definitiva, la tutela delle Autorità amministrative indipendenti ha un duplice contenuto: - uno necessario, che è quello di impedire alla democrazia ed alla politica di ledere la stabilità e la sanità del sistema finanziario, - l’altro, arbitrario, che è quello di impedire alla politica economica pubblica di inserire il settore bancario stabile (e per la stabilità il ruolo delle Autorità amministrative indipendenti non è più sufficiente, essendo la stabilità lesa dal dominio della speculazione, che può essere rotto solo con l’ausilio della politica), in una direzione pubblica dell’economia. D’altro canto, i populisti non nazionalisti (per quelli nazionalisti, invece, l’attacco alle Autorità amministrative indipendenti è meramente strumentale, in quanto esse sono aderenti alla logica del capitale finanziario, come dimostrato da Trump, e dalla politica di Salvini fedele nei confronti di quella di Trump) non comprendono la necessità del primo profilo e annullano tutto nel secondo, che invece non può sussistere senza il primo, che deve guidare e non ann
In questo momento la linea di confusione è massima: sovranisti, populisti e nazionalisti sono visti come la (vera) minaccia all’ordine costituzionale, intorno alla cui difesa nasce il fronte repubblicano, che da un lato fa capo al moderatismo ed all’europeismo e richiama anche il centro-destra e dall’altro si presenta come antifascista per richiamare la sinistra. La confusione è tanta e si tratta di contrapposizione con estrema difficoltà riconducibile ad un filo unitario ed a criteri razionali, in quanto i due schieramenti sono assolutamente e profondamente disomogenei al proprio interno. Il sovranismo di per sé contiene due realtà opposte, sovranità popolare e sovranità nazionale. La prima è una spinta all’autogoverno, nient’affatto populista -come invece incredibilmente ritiene Sabino Cassese fine giurista, ex Giudice Costituzionale, vicino al Pd ed alfiere del moderatismo europeista-, ma espressione di valori tesi a non esaltare il distacco tra governanti e governati. La sovranità nazionale è invece emblema della potenza statale dell’unità interna diretta non solo contro i nemici esterni, ma anche ed addirittura soprattutto in modo da reprimere i conflitti sociali, altrimenti in grado di minare l’unità interna, necessaria per l’appunto per fronteggiare il pericolo esterno: ed addirittura è più corretto ribaltare i termini della situazione, mostrando che il fronteggiare il nemico esterno è necessario per reprimere i conflitti sociali. Ebbene, la sovranità popolare si concretizza all’esatto contrario nell’esaltazione i conflitti sociali per ridurre le diseguaglianze, senza la quale riduzione si rivela del tutto illusorio ottenere la limitazione del potere e l’autogoverno. Il nazionalismo è un alleato del capitale, mentre la sovranità popolare ne è un avversario. Ma non solo: l’europeismo non esiste ed il Trattato di Aquisgrana, come ha spiegato Galli della Loggia, ha fatto trionfare due nazionalismi quali quelli di Germania e Francia, che stanno facendo emergere un nuovo imperialismo. Ed infatti Germania e Francia stanno realizzando un blocco commerciale e distorsivo della concorrenza a tutela delle loro imprese per far assumere a queste un ruolo dominante sui mercati rilevanti. L’europeismo quale contraltare al sovranismo è quindi fittizio. L’unico contraltare al sovranismo potrebbe essere ravvisato nella globalizzazione, ma la globalizzazione è il volto del capitale finanziario, con la conseguenza che il sovranismo nazionale non è affatto un suo antagonista, mentre l’unico suo antagonista è il sovranismo popolare. Una volta ciò chiarito, ne discende indefettibilmente che il dibattito è stato posto su basi del tutto inconsistenti. Sotto l’un aspetto, il populismo è privo di significatività, contenendo due realtà del tutto tra di loro disomogenee; poiché il sovranismo nazionalista è dai contorni definiti mentre quello popolare è solo “in nuce”, si può concludere che il populismo ha al momento un unico volto certo, quello nazionalista, ed anzi esso nient’altro è che nazionalismo. Il populismo di fatto non esiste, e lo sì definisce così solo sia per tacciarlo di sgangheratezza, mentre è in realtà, quale nazionalismo, è un fenomeno molto lucido, sia per contrapporlo alla globalizzazione, il che non è effettivo. Il discorso cambierebbe solo in presenza del sovranismo popolare, il quale, tramontata al momento la lotta di classe, si potrebbe basare solo sul populismo non nazionalista: ma siamo ancora agli albori del fenomeno. Sotto l’altro aspetto, il fronte repubblicano non è né universalista né alieno al nazionalismo. Da un punto di vista politico, due sono i corollari. In primo luogo, quel che resta della sinistra deve lasciare immediatamente il fronte repubblicano pe tentare un dialogo con il populismo non nazionalista. In secondo luogo, occorre verificare se il nazionalismo possa evolvere perdendo i caratteri razzisti e vicini al fascismo, e diventando così completamente democratico e civile. Ma sul secondo punto un equivoco va evitato: tale soluzione può essere raggiunta non sostenendo un universalismo impossibile ma solo evitando degenerazione del nazionalismo: La natura nazionalista non può essere negata ed è irrinunziabile. In tal modo si pone il vero contrasto politico: sovranità popolare contro alleanza tra capitale finanziario e nazionalismo. “Tertium non datur”. Il nuovo partico democratico di Zingaretti ha un’impronta meritoria non liberista ma nasce morto nel momento in cui vuole unire sinistra ed europeismo, evitando di mostrare che l’unico universalismo è quello della sovranità popolare, la quale si oppone al capitale finanziario, invece alleato della sovranità nazionale.
Ad Aquisgrana si è perfezionato un importantissimo accordo tra Germania e Francia, così importante da essere qualificato come Trattato. Quale che sia il nome, ed il termine “Trattato” è forse esagerato, ma sembra utilizzato apposta per consacrare la sua importanza ed anzi la sua portata epocale, quello che è certo è che non solo si concretizza in una vera e propria esclusione dalla sua portata del resto dell’Europa, ma anche si rivela tale da creare all’interno dell’Europa un nucleo duro, che esclude la sua natura comunitaria e consacra una vera egemonia. L’Europa non esiste. Esiste l’Impero tedesco, con alleato forte francese e con alleati minori, la cui natura minore viene così sbandierata ai quattro venti. Ernesto Galli della Loggia, da tempo critico della deriva liberista, anche di quella a sinistra, e nostalgico della socialdemocrazia, constata che di fronte al sovranismo vi sono due nazionalismi, quello tedesco e quello francese, il che dimostra il fallimento dell’Europa. Non si può non convenire con l’illustre folgorato sulla via per Damasco, anche se più che di due nazionalismi è corretto parlare di un impero tedesco con alleato francese. Che i due non siano concordi non dimostra la sussistenza di quella dialettica che si vuole vedere sul “Corriere della Sera”: semplicemente si tratta di quel leggero “distinguo” tra centro dell’Impero e periferia – in senso politico e non geografico, visto che i due Paesi sono tra di loro attaccati- privilegiata. A ben vedere, i “distinguo” non hanno alcuna consistenza: l’insofferenza di Macron per l’austerità tedesca è una maschera di una richiesta di maggiori privilegi, e non sfocia nella confessione della linea tedesca, dei cui frutti la Francia stessa beneficia alla grande, potendo le imprese francesi fare incetta di gioielli imprenditoriali italiani, che il nostro Paese, messo in ginocchio, non è da tempo in condizioni di difendere. Al di là di differenze, pur non banali di impostazione nell’analisi e nella ricostruzione, quel che conta è il punto centrale, su cui vi è accordo totale tra gli interpreti -quelli non omologati, s’intende, che l’Europa non solo è fallita ma addirittura è inconsistente: ovviamente tale punto centrale viene riconosciuto dagli interpreti non omologati ma non dall’opinione dominante che lo trascura. L’Europa si oppone al nazionalismo ma è la quintessenza del nazionalismo, addirittura –secondo la versione dello scrivente- dalla natura imperialista. E’ l’unione, anzi la simbiosi, perfetta e perversa, tra nazionalismo e globalizzazione (quale manifestazione de-materializzata, de-localizzata e finanziaria), propria del volto del capitale nella sua versione finale, di capitale finanziario. La polemica contro l’Europa da parte del Governo gialloverde è anche condotta spesso in modo inadeguato -l’attacco alla Francia sulla moneta coloniale è stato realizzato senza una seria e completa analisi, anche se la sostanza non è così infondata come invece i critici “unionisti” vogliono far vedere; del resto, l’attacco di Macron contro Salvini e Di Maio, quali governanti non adeguati, anche se il “leader” francese si è espresso con una certa finezza, a differenza dei due nostri, non è così diverso-, ma mostra che il Re è nudo. Il richiamo dell’opinione dominante alla necessità della diplomazia trascura per l’appunto che l’azione del Governo, pur malaccorta che sia, non è nient’altro che una ribellione nei confronti di un dominio oppressivo e rovinoso. La politica di Salvini nei confronti degli immigrati è inaccettabile ed addirittura inammissibile, ma lo stesso ha mostrato, con grande sagacia, l’ipocrisia ed addirittura la natura fittizia dell’atteggiamento umanitario europeo. L’isolamento in Europa che si imputa al Governo è fasullo: è l’Europa che è isolata e priva di rilievo. Sia ben chiaro, uscire dall’Europa o dall’Euro è, con quasi granitica certezza, per chi non si può difendere sui mercati, una soluzione peggiore di quella opposta, ma in ogni caso è bene prepararsi al crollo, per fattori endogeni, dell’Europa. Il sogno di una nuova Europa, da molti coltivato, è del tutto illusorio, proprio in quanto le sue tendenze e la sua natura intrinseca dimostrano la sua incapacità di correzione endogena. Ci vuole un sussulto impetuoso esterno. Nazionalismo e liberismo convivono armonicamente nell’Europa: è qui si snoda il nesso perverso da spezzare. L’Europa non è portatrice di universalismo. Se si vuole l’universalismo occorre andare oltre l’Europa: ma oltrepassare l’Europa è intrinsecamente necessario perché essa è priva di futuro, ed il presente è a breve scadenza. Le dinamiche storiche portano ad una bipolarità tra America e Cina, con blocchi terzi autonomi (Russia, mondo arabo) dotati di un’effettiva coesione politica, mancante all’Europa, e con l’Inghilterra che va verso orizzonti inesplorati, ma restando ancorati ad un profilo non tanto di geo-politica quanto piuttosto di dislocazione del potere finanziario sulla base di criteri diversi da quelli classici di filosofa politica e comunque non coincidente con questi. La soluzione va quindi trovata su un piano totalmente innovativo di una nuova forma politica basata sulla coesistenza tra repubblica universale e sovranità monetaria e finanziaria sei singoli Stati. Il lancio di tale nuova forma non può che partire dall’Europa, unica che ha elaborato principi in qualche modo con essa compatibili, ma la sua affermazione non potrà che prescindere dalla stessa Europa e dovrà porsi su un piano di regolamentazione globale del capitale finanziario. Proprio su questo piano una sintesi tra protesta popolare e necessità di correggere drasticamente le dinamiche speculative e rovinose del capitale finanziario possono porre le basi di siffatta nuova politica, soprattutto, se come con certezza assolutamente granitica, il grado di tendenze rovinose del capitale finanziario continua ad aumentare in modo esponenziale.
Emma Bonino, prima delle elezioni di marzo 2018, ha criticato “Liberi ed Eguali con Grasso” per una politica economica che vorrebbe ritardare la modernizzazione del Paese ingessando il mercato del lavoro in virtù del ripristino del divieto di licenziamento ingiustificato di cui all’art. 18 Statuto dei Lavoratori abolito dal “Job Act”, e aggravando i conti pubblici con un regime più oneroso delle pensioni tornando indietro rispetto alla legge “Fornero”. Commenti analoghi sono rilasciati da tutti i rappresentanti del moderatismo italiano. Sergio Fabbrini, sul “Sole 24Ore”, è andato oltre ed ha accomunato il programma di Leu a quello dei sovranisti populisti e nazionalisti, e questa è un’opinione, da rispettare certamente, ma che non merita commento. Il programma economico di Leu è stato elaborato da valenti economisti tra cui Vincenzo Visco ed è stato criticato per eccesso di spesa pubblica, cui i redattori hanno risposto in modo convincente. Ma occorre un salto in avanti: il problema del debito pubblico non può essere eluso: ed infatti, anche un’impresa privata non può avere debiti superiori al fatturato. Gli interessi erodono gli utili ed intaccano il patrimonio. Il Giappone e l’America hanno un livello di indebitamento superiore ma lo sviluppo economico della seconda e l’intervento del sistema bancario del primo rendono la situazione tollerabile. Nell’81, con la separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, è venuto meno l’obbligo di Banca d’Italia e per essa del sistema bancario di sottoscrivere i titoli del debito pubblico: ciò al fine di liberare il sistema bancario da oneri impropri e per spingere lo Stato a ridurre il proprio debito pubblico privato della ciambella di salvataggio (nello stesso periodo, lo “staff” di Reagan esprimeva lo stesso concetto in modo molto efficace e rude “bisogna affamare la bestia”): le cose non sono andate così e il rapporto, allora al 60% ,è ora arrivato ai livelli iperbolici di adesso. Il debito pubblico è ora essenzialmente determinato dagli interessi mentre è diminuita fortemente la componente sociale. La “bestia” non è stata affamata ma sono stati affamati i soggetti deboli. Inoltre, lo Stato ha perso il controllo del debito pubblico, della spesa pubblica e della politica economica, visto che le aste del debito sono in mano alle grandi banche d’affari internazionali. Le banche italiane sono state sì liberate dell’obbligo, ma nel contempo hanno perso autonomia rispetto alle grandi banche internazionali ed hanno visto compromesso lo spazio dell’attività ordinaria in crediti, in modo che la solidità è diventata appannaggio solo delle grandi banche che possano permettersi finanza speculativa. Il divorzio ha leso il debito pubblico e la politica economica, il che era un obiettivo dichiarato, ma anche il settore bancario e finanziario, il che alla fine rivela un’eterogenesi parziale e negativa dei fini. Per completezza, le stesse banche, quando possono sostengono il debito pubblico ma solo se il Governo è prono al valore della finanza internazionale, non quando si ribella come adesso. Che il debito pubblico sia una questione in cui l’aspetto decisivo è rappresentato da profili non di tecnica economica ma di rapporti di forza economici supportati dalla politica è così evidente. Ma non per questo si può trascurare come dietro i rapporti di forza vi sia un nodo squisitamente economico. Ed infatti, il problema dei conti pubblici in estremo disavanzo rivela la presenza di un disordine economico interno che va risolto. I controlli di efficienza dei mezzi e di eliminazione degli sperperi sono necessari. La spesa sociale, pensionistica e sanitaria e dei servizi pubblici essenziali deve avere dei meccanismi di razionalizzazione essenziali che sono mancati nel passato. In seconda battuta, occorre affrontare il problema di un profondo cambiamento di sistema, la cui soluzione presuppone la ripresa di autonomia della politica economica e del sistema bancario, con l’emarginazione delle grandi banche d’affari internazionali . Infine, occorre scontare una parte consistente del debito pubblico dovuta al comportamento illecito delle grandi banche d’affari internazionali: si tratta di parte consistente, 30/40%, che va abbattuta a carico di queste. Quest’ultima proposta appare senz’altro, almeno “prima facie”, impossibile da realizzare. Ma di fronte ad una vera e forte protesta popolare che rivendichi il proprio diritto all’autodeterminazione la penalizzazione delle grandi banche d’affari internazionali per i loro illeciti non si rivela così velleitaria. Pertanto, è fondamentale che tale ultima proposta sia la fase terminale di un progetto nel quale ci siano anche le prime due proposte. La penalizzazione delle grandi banche d’affari internazionali per i loro illeciti diventa così la risultante di un processo in cui la spesa pubblica viene razionalizzata e lo Stato riprende il controllo sia della propria politica economica e del debito pubblico sia il controllo delle proprie banche interne. Con il nuovo approccio, non si trascura il nodo i rapporti di forza economici ed il ruolo della politica, ma lo si presenta quale aspetto terminale di un nuovo approccio economico che ponga al centro l’efficienza, liberandola dal dominio letale del grande capitale. Mentre, nel capitale finanziario, i rapporti di forza piegano l’economia al servizio del grande capitale, con distruzione di valore sia in campo pubblico sia in campo privato, ivi compreso quello bancario, solo con un vero riformismo socialista -che non abdichi alla lotta di classe come invece fece la socialdemocrazia nel secondo dopoguerra con il bel risultato di presentarsi poi disarmata quando scomparve la minaccia del socialismo reale-, i rapporti di forza sono a garanzia di una vera efficienza economica che produca, in modo razionale e sociale, valore, e non lo distrugga. Sul come inserire in tale approccio la rielaborazione della teoria marxiana del valore, non si può, per il momento, che parafrasare “Kypling”, “That’s another story”.

“ELITE” E POPOLO

Su “Repubblica” è emerso un interessante dibattito sul rapporto tra “elite” e popolo avviato da Baricco. La criminalizzazione del ricorso al populismo è scomparsa, e ci si è resi conto, finalmente -non è mai troppo tardi!!!-, che le “elite” hanno fallito. Si propugna così un avvicinamento tra “elite” e popolo. Il discorso è viziato, non solo politicamente ma prima ancora concettualmente ed intellettualmente. In primo luogo, ci si fermati nell’analisi solo al primo passo e non si sono compiuti gli altri: così, non ci si rende conto che il fallimento delle “elite” dipende dal fallimento totale del modello economico sottostante, il capitalismo liberista e finanziario, al cui servizio le “elite” politiche si sono pedissequamente collocate. In secondo luogo, il rapporto tra “elite” e popolo è visto in modo meccanicistico nella scelta delle migliori “elite” possibili, senza assolutamente porre in discussione la distanza rispetto al popolo, che non solo è ma si vuole sempre mantenere incolmabile. La teoria politica della democrazia ridotta alla scelta delle “elite”, propria della omonima teoria del pensiero conservatore, “rectius” di quella parte di questi che si è arresa controvoglia alla democrazia, di fatto si è affermata ed è stata seguita anche a sinistra, la quale, sia nella versione leninista sia nella versione socialdemocratica del marxismo, con l’eccezione quindi della sinistra socialista e delle altre correnti libertarie, ha affidato la “mission” del proletariato al partito In definitiva, si trascura che le “elite” sono appiattite sul potere economico, e che la crisi non è superabile per la semplice ragione che ci si rifiuta assolutamente di mettere in discussione sia le “elite” sia il sistema economico. Proprio in relazione al dibattito citato, il punto che così si trascura, ed anzi che si intende deliberatamente trascurare, è che l’attuale populismo ha una grande efficacia e forza perché attacca un sistema ormai vetusto e in via di disgregazione, anche se provvisto di una grande forza che gli consente sia di dividere socialmente ed economicamente gli avversari e di dominare totalmente le istituzioni, senza alcuna dialettica. Allora, che le “elite” possano riprendere un proprio ruolo positivo ed anche attivo è del tutto illusorio. Il problema è ben altro, ed anzi di natura affatto opposta: premesso che le “elite” sono oramai fuori gioco, può il popolo creare un’alternativa e come? Impostata la domanda in altro modo, l’antagonismo al capitale può trovare una base unitaria in quella massa indistinta che è il popolo? La risposta negativa è molto meno scontata di quel che possa apparite “prima facie”. Il populismo avanza, certamente, una protesta cieca e distruttiva e senza sbocchi. Ma le “elite” non sono in grado di rinnovarsi. Allora, occorre porre in discussione il sistema. Il nodo è a livello non di filosofia politica ma di assetti economico-sociali, livello quest’ultimo che si rifiuta di vedere: si afferma con orgoglio che è un sistema senza alternative, rifiutando di rendersi contro della discrasia tra efficienza, ormai del tutto insussistente, da un lato e, dall’altro, forza, di converso al massimo livello. L’insussistenza di alternativa è il frutto di un suo sopruso, di un suo enorme ed intollerabile abuso, che genera l’inevitabilità di catastrofi ad ogni livello. A livello di filosofia politica, si tratta di prendere atto che anche gli assetti istituzionali del capitalismo sono, irreversibilmente, saltati, con la conseguenza che occorre un nuovo approccio istituzionale che ridimensioni le “elite” fornendo ampio spazio alla voce del popolo. Per non porre le condizioni per scontri di sistema che alla fine mettano quest’ultimo in discussione, è il popolo in rivolta che deve costringere il capitale a limitare fortemente le “elite”. Il rinnovamento delle “elite” è impossibile in quanto esse sono appiattite su un sistema in disfacimento, ma anche una loro sostituzione è parimenti impossibile a meno che quelle nuove non accettino una riduzione del loro ruolo a quello di veri rappresentanti del popolo, in un’ottica in grado di introdurre nel sistema elementi anticapitalistici forti e pregnanti, quale unica via per consentire al sistema di sopravvivere in condizioni di minima decenza. E fino a quando il popolo non si divida nuovamente in classi, il che al momento non è per nulla alle porte, l’anticapitalismo non potrà che essere parziale. Il rinnovamento del sistema deve arrivare in chiave economico-sociale, con una fortissima limitazione del capitale. La riforma a livello istituzionale non può che porsi in assoluta coerenza con tale importantissima novità economico-sociale.
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Mattarella ha lasciato chiaramente, ed inequivocabilmente, intendere che il Governo populista non deve arrivare allo scontro con i mercati e con l’Europa ostinandosi a difendere la propria manovra economica, in quanto altrimenti l’elevamento dello “spread” inciderebbe sul debito pubblico e sugli investimenti ed impieghi di banche e quindi sui risparmi dei cittadini. Ha così ricordato il valore imperativo della tutela del risparmio, in tutte le sue forme (checché ne dica Nava, di cui “infra”) di cui all’art. 47 della Costituzione. Di fronte ad una tematica così rilevante e dagli effetti drammatici, occorre attestarsi (almeno come tentativo, poi sul risultato è tutt’altro discorso) su un elevato livello scientifico, evitando di impantanarsi su polemiche fini a sé stesse. Ma qui non si può evitare di partire proprio da polemiche, non fini a sé stesse, ma necessarie per diradare la nebbia artatamente introdotta dall’opinione dominante, di cui il Presidente Mattarella si è reso, in modo surreale, garante ed addirittura, in vero e proprio crescendo rossiniano, interprete ed attore principale. Ebbene, è del tutto surreale che si scopra oggi la tutela del risparmio violata sistematicamente dall’Europa con la normativa (demenziale) “bail-in” (difesa da Nava di cui “infra” e il cui recepimento in Italia è stato firmato senza colpo ferire proprio da Mattarella) e dalla speculazione selvaggia delle grandi banche d’affari internazionali, la cui repressione si è affievolita sempre di più. Dov’era Mattarella allora (e dov’era quando Nava, Presidente dalla Consob fatto dimettere, in modo in ogni caso irresponsabile, dal Governo populista, ha detto che gli investitori non sono risparmiatori)? E’ ovvio e pacifico che la presa di posizione di Mattarella è del tutto strumentale ed inconsistente. Ma non per questo, si può omettere di affrontare il dibattito. Ed infatti, certamente, la tutela del risparmio è fondamentale: la sinistra non è mai stata troppo attenta al riguardo, condizionata forse dal pensiero di Marx e da quello di Keynes, che lo ricollegavano al fenomeno delle rendite improduttive. L’errore è profondo: il risparmio è un fenomeno neutro che appartiene a tutte le categorie sociali ed è intrinsecamente positivo in quanto da un lato consente a tutti di salvaguardarsi per il futuro, e tale funzione è ben più importante per i ceti deboli, dall’altro sostiene nel contempo l’economia. Quello che sfugge all’opinione dominante, e con essa a Mattarella, che il risparmio è ora leso dalla speculazione finanziaria e dalla crisi delle banche tradizionali. E innanzitutto qui che occorre intervenire. Ma si è ancora lontani da un approccio corretto alla questione. Ed infatti, occorre con grande onestà riconoscere che il risparmio di per sé, vale a dire in via intrinseca, è estraneo alla politica della domanda che si forma sugli investimenti dediti allo sviluppo del consumo e sull’utilizzo del risparmio forzato, in quanto discendente dai risultati economici degli investimenti e dalla spesa pubblica non da consumi: esso sembra rientrare nella politica dell’offerta. Qui è la grande contraddizione: da un lato, il risparmio volontario e privato è collegato alle dinamiche libere dell’economia, con le risorse dei settori in avanzo che si indirizzano verso i settori in disavanzo secondo criteri di valutazione di adeguatezza intrinseca ed ottimale. Dall’altro, le dinamiche libere dell’economia portano al travisamento della sua funzione, a causa del ruolo abnorme della speculazione finanziaria, che distrugge innanzitutto lo stesso risparmio ed anche a causa dell’alterazione della destinazione delle risorse che viene imposta dal capitale finanziario: questi comprende al proprio interno la speculazione finanziaria e la integra in un contesto più ampio, “reciius” per essere più precisi la arricchisce e la rende meno evidente, anche se essa resta la componente principale in modo preponderante.. Pertanto, la tutela del risparmio richiede necessariamente ed anzi imperativamente la repressione della speculazione finanziaria e l’indirizzo pubblico degli investimenti, vale a dire la politica della domanda, che peraltro non lo contempla. L’incontro tra politica della domanda e tutela del risparmio è un nodo fondamentale sempre rimosso ma che occorre invece affrontare. Ciò fu genialmente compreso ai tempi del primo centro-sinistra da Guido Carli, che si rifiutò di acconsentire alla programmazione economica da parte dei socialisti, eccependo sempre l’inutilizzabilità al riguardo del settore bancario e di conseguenza l’incompatibilità assoluta tra tutela del risparmio e stessa programmazione economica. Il risparmio non è mai stato tutelato in Italia, ma il richiamo allo stesso ed all’art. 47 della Costituzione fu utilizzato per impedire la programmazione economica, e a monte la politica e economica, e pertanto per rendere inoffensivo il rischiamo all’art. 41 della Costituzione. Il nesso tra i due elementi fu invece compreso -anche se non sviluppato- da Riccardo Lombardi che uscì sconfitto dal duello con Carli in quanto, mentre questi fu sostenuto da tutto il capitale, la sinistra non fu affatto compatta nel sostenere lo stesso Lombardi. Nel parafrasare Kypling, “That’s another story”. Dobbiamo quindi ringraziare sentitamente il Presidente Mattarella che, sia pure in modo strumentale e surreale, ha riproposto il dibattito, il quale va ovviamente affrontato senza seguire il percorso, assolutamente travisato, tracciato dallo stesso Mattarella.
Fa scandalo la richiesta del governo italiano di portare il rapporto deficit/pil al 2,4% e così si alimenta una campagna mediatica – a destra come a sinistra – che ha in realtà il vero obiettivo di spianare la strada alla speculazione finanziaria. In base ai nudi dati economici, l’Italia non è affatto a rischio di insolvenza. All’elevato debito pubblico, infatti, fa da contraltare uno dei più bassi valori del debito delle famiglie e delle imprese. Se poi aggiungiamo il surplus commerciale (che è superiore allo stesso deficit pubblico del 2,4%), l’allarme lanciato è solo giustificabile sul piano politico e ideologico e non economico. Dovrebbe invece fare scandalo che negli ultimi 25 anni sono state promosse politiche fiscali che hanno ridotto le imposte per le società di capitale e le aliquote sui redditi più alti, aumentato le aliquote sui redditi più bassi, ridotto fortemente la progressività, a vantaggio della rendita finanziarie e dei più ricchi, Tali misure hanno sottratto ingenti risorse al bilancio dello stato favorendo, insieme alla spese per interessi, l’aumento del debito pubblico. Dovrebbe fare ancor più scandalo che a fronte di questa situazione, uno dei cavalli di battaglia di questo governo, sia la “flat tax”. * * * * * Due sono le principali accuse che la troika economica e le agenzie di rating (entrambe espressione degli interessi dell’oligarchia finanziaria internazionale) rivolgono alla proposta di legge di stabilità del governo italiano. La prima ha a che fare con la scelta di portare al 2,4% il rapporto deficit/Pil, ben sopra al limite (1,6%) ufficiosamente pattuito dalle precedenti leggi di stabilità dei governi Renzi-Gentiloni (che, a fine 2017, è arrivato al 2,3% nel silenzio generale) ma ben al di sotto del limite ufficiale sancito dagli accordi del 1997 che è pari al 3%. La seconda è che tale obiettivo, comunque, difficilmente potrà essere ottenuto perché le stime di crescita del Pil effettuate dal governo, a seguito della manovra economica (+0,5%), sono considerate sovrastimate. In questa breve nota, ci limitiamo per il momento a discutere del primo punto. La situazione debitoria europea La fragilità economica di un paese è certamente legata anche al livello del suo indebitamento. Ma correttezza vuole che si faccia riferimento al debito complessivo di tutti gli agenti economici che operano nel sistema economico (non solo lo Stato, ma anche le famiglie, le imprese e le banche). Se prendiamo in esame il debito complessivo in rapporto al Pil, abbiamo qualche sorpresa. Secondo una recente survey del McKinsey Global Institute, sulla base dei dati della Bank for International Settlements (Banca dei regolamenti internazionali) riferiti al 2017, il paese più indebitato al mondo risulta essere il Lussemburgo per un ammontare pari al 434% del Pil, seguito da Hong Kong (396%), terzo il Giappone (373%). Con riferimento alle nazioni europee, quelle più indebitate sono l’Irlanda e il Belgio (345%), seguite da Portogallo (322%), Francia (304%), Olanda e Grecia (entrambe al 294%), Norvegia, 287%, Gran Bretagna (281%), Svezia e Spagna (275%). L’Italia (265%) si colloca nelle retrovie, con un valore di poco superiore alla Danimarca, Finlandia, Svizzera, Austria e Germania. Se disaggreghiamo tale dato, l’Italia ha il 151% di debito pubblico (seconda in Europa – dopo la Grecia, e terza al mondo, con il Giappone che detiene il primato di paese con lo Stato più indebitato: 214%). Ma si trova negli ultimi posti in classifica per debito delle famiglie (41%, contro il 127% della Svizzera, il 117% della Danimarca, il 107% dell’Olanda, il 102% della Norvegia, l’87% della Gran Bretagna). Meglio dell’Italia è solo la Polonia (36%). Con riferimento al debito delle imprese, anche in questo caso la situazione italiana è tra le più virtuose. Lussemburgo, Irlanda, Belgio, Norvegia, Svezia, Francia, Portogallo, Spagna presentano valori doppi rispetto all’Italia e solo Grecia e Germania si trovano in una situazione migliore (seppur di poco). La solvibilità complessiva dell’Italia non può quindi essere messa in discussione, anche tenendo conto che la quota di debito pubblico detenuta da operatori economici italiani è oggi salita al 68,7%, grazie soprattutto all’incremento dal 5% al 16% effettuata dalla Banca d’Italia grazie al Quantitative Easing della Bce. Occorre notare che il 26% del debito pubblico italiano è, inoltre, detenuto da banche prevalentemente italiane e il 18% è invece detenuto da fondi finanziari e assicurativi, prevalentemente stranieri, quelli più interessati a avviare attività speculative. I piccoli risparmiatori ne detengono solo il 5%. Per completezza d’analisi, alla situazione debitoria nazionale occorre aggiungere l’eventuale indebitamento estero. Come è noto, l’Italia è il secondo paese, dopo la Germania, a vantare il surplus della bilancia commerciale più elevato d’Europa. I dati relativi a fine 2017 (Fonte: Eurostat), ci dicono che l’avanzo commerciale italiano ha raggiunto la cifra di 47,5 miliardi (pari al 2,8% del Pil), derivante da un surplus di 8,3 miliardi con i paesi della UE e di 39,2 con quelli extra-UE[1]. Di fatto il surplus dei conti con l’estero sarebbe in grado di ripagare più che abbondantemente il deficit interno. La Germania ha maturato un surplus commerciale di 249 miliardi pari al 7,6% del Pil. Ricordiamo che all’interno del patto di stabilità europeo, oltre ai vincoli sul rapporto deficit/pil, occorre prendere in considerazione il limite massimo di avanzo commerciale di un paese membro, che non può superare il 6%. Di fatto, l’unico paese che del corso del 2017 ha compiuto un’infrazione al Patto di Stabilità è stata la Germania ed è prevedibile che tale limite del 6% verrà superato anche nel corso del 2018. E’ infatti da più di 5 anni che la Germania supera tale limite. Ma nessun commissario europeo sembra accorgersene. Di converso, la Francia presenta un deficit commerciale di circa 80 miliardi e la Gran Bretagna addirittura di 176,2 miliardi. Di fronte a questo quadro, l’accanimento contro il solo debito pubblico per contestare le scelte di politica economica non ha una ragione strettamente economica ma esclusivamente politica e ideologica. Si tratta di impedire che un paese membro possa adottare una politica espansiva basata sul deficit spending in grado, potenzialmente, di evitare lo smantellamento del welfare e la finanziarizzazione privata dei servizi sociali, a partire dalla sanità e dall’istruzione (visto che la previdenza è stata già di fatto finanziarizzata). Ciò che è in gioco non è l’autonomia economica dell’Italia, come la retorica nazional-sovranista vorrebbe farci credere. Se anche ritornassero la lira o un’Europa di singoli stati sovrani sul piano monetario, la configurazione geopolitica internazionale basata sul confronto tra l’asse boreale Trump-Putin (che vedrebbero con favore la scomparsa dell’Europa) e l’asse australe Cina-India-Sud Africa-Brasile, renderebbero i singoli paesi europei ancor più deboli e in balia delle oligarchie economico-finanziarie. A chi conviene il debito italiano? Forse non tutti sanno che a partire dal 1992, con l’unica eccezione del 2009, il saldo primario del bilancio dello Stato (ovvero la differenza tra le entrate e le uscite complessive, al netto della spesa per interesse) è sempre stato abbondantemente positivo. In questi anni, dal 1992 al 2017, lo Stato ha prodotto un risparmio pari a 795 miliardi. Negli ultimi 25 anni, l’ammontare delle spese per interessi ha, invece, raggiunto una cifra pari a 2094 miliardi. Di conseguenza il debito pubblico italiano è cresciuto di 1.299 miliardi. Appare quindi evidente che la principale causa dell’aumento del debito pubblico italiano dipende dalla spesa per interessi, la cui dinamica negli ultimi anni è stata sempre più condizionata dalla speculazione finanziaria. Approfondiamo questo aspetto, utilizzando i dati del rapporto del Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi (CADTM) che verrà presentato alla stampa il prossimo 27 ottobre 2018, a Roma[2]. Tre sono state le fasi in cui l’Italia è stato oggetto di attacchi speculativi. Il primo è il biennio 1992-93 con la crisi valutaria della lira, che ha portato, sul piano sociale, all’abolizione della scala mobile e alla draconiana manovra finanziaria del governo Amato. Nonostante questi interventi (aumento della pressione fiscali in senso non progressivo, smantellamento di parte del servizio pubblico che porterà alla riforma previdenziale del 1996 e alla privatizzazione dell’acqua, dell’energia, del trasporto e delle comunicazioni, riduzione del costo del lavoro e inizio della sua fase di precarizzazione), il rapporto debito pubblico è passato dal 101,6% del 1991 al 111,3% del 1993 e al 127,3% del 1994. Come ricordato è proprio nel 1992 che si realizzerà per la prima volta dagli anni Settanta un avanzo primario positivo che nell’arco del triennio ammonterà a 56,52 miliardi di euro. Di contro, la spesa per interessi ammontò a 303,27 miliardi (con un incremento del 62,7% rispetto al triennio precedente). Il secondo attacco coincide con l’avvio della crisi dei subprime del 2007-8: il rapporto deficit/Pil passa dal 99,34% del 2007 al 112,2% del 2009, l’unico anno in cui si registra anche un disavanzo primario (al netto degli interessi), con il IV governo Berlusconi. La spesa per interessi risulta pari nel triennio a 229,2 miliardi di euro. Occorre ricordare che l’entrata nell’euro aveva, invece, prodotto una diminuzione del rapporto debito/Pil dal 109,1% del 2000 al 105,9% del 2002, grazie soprattutto al calo dei tassi d’interesse. Pochi anni dopo, arriva il terzo attacco, quello forse più pesante, con lo spread che nel 2011 arriva a quota 575. La crisi aveva portato alla caduta del governo Berlusconi e all’arrivo del governo Monti. L’attacco si fermò quando la Deutsche Bank, che aveva iniziato a febbraio del 2011 la vendita della quota di titoli di Stato in suo possesso per speculare sui derivati italiani, decise a novembre di quell’anno di ricominciare ad acquistarli di nuovo, dopo aver capitalizzato ingenti guadagni. Nel 2011 e 2012, l’esborso dello Stato per la spese in interessi arriva a toccare i 160 miliardi. Se sommiamo questi episodi, ricaviamo che la speculazione finanziaria è costata allo Stato italiano (e quindi a noi) la bellezza di 467,3 miliardi, ovvero il 20,6% dell’intero debito pubblico del 2017. E’ una cifra che è andata a ingrassare la pancia delle multinazionali della finanza e delle banche e solo in minima parte i risparmiatori italiani, che detengono, come già abbiamo ricordato, solo il 5% del debito complessivo. A tale rendita occorre poi aggiungere le plusvalenze maturate sulla dinamica dei derivati sui titoli di stato, che, nel caso del 2011, hanno consentito guadagni di oltre il 500% in pochi mesi. * * * * * Analizziamo ora le entrate fiscali. Esse sono composte da tre grandi voci: le imposte dirette (pari nel 2016 al 35%), le imposte indirette (34%), i contributi sociali (31%). Gli introiti delle imposte dirette derivano nel 2017 per il 58,1% dai redditi da lavoro (salari e pensioni), per il 21,7% dai redditi di impresa (partecipazioni e utili), per il 7,3% dai redditi da capitali (interessi e dividendi), per il 2,6% da redditi fondiari (affitto) e per il 7% da redditi patrimoniali[3]. Ciascuno di questi cespiti è soggetto a una tassazione separata. I redditi da lavori sono soggetti alla progressività delle aliquote. I redditi da imprese solo in parte. Ad esempio le società di capitali pagano un’Ires pari all’aliquota unica del 24%. Lo stesso vale per gli affitti (imposta unica del 21%), per gli interessi sui depositi bancari (26%) e sui titoli di stato (12,5%). Ne consegue che chi gode di un reddito derivante non solo dal lavoro ma anche da altre attività (affitto, interessi, ecc,) vede ridursi la propria progressività in un contesto di elevati redditi cumulati, con un trattamento a lui/lei più favorevole. Inoltre negli ultimi anni, le varie riforme fiscali hanno di gran lunga ridotto non solo la progressività delle aliquote sull’Irpef ma anche le aliquote uniche di alcuni redditi. E’ il caso dei redditi di impresa: fino al 1995 quelli realizzati da società di capitali erano tassati al 37%. Poi è cominciato un lento declino fino a raggiungere il 24% nel 2017 con il governo Renzi. Quando fu introdotta l’Irpef come unica tassa sui redditi di lavoro e di persone nel 1974 (riforma Visentini), gli scaglioni di aliquote erano più di 20, con valori che partivano dal 10% (per i redditi più bassi) sino ad un massimo del 72% (per i redditi superiori ai 300.000 euro l’anno). A partire dalla prima riforma del 1983 sino all’ultima del 2007, tale ventaglio di aliquote è stato drasticamente ridotto sino alle 5 attuali: 23% per i redditi sino a 15 mila euro, 27% tra i 15 mila e i 28 mila, 38% tra i 28 mila e i 55 mila, 41% dai 55 mila ai 75 mila e 43% oltre i 75 mila. Non solo sono state diminuite le aliquote sui redditi più alti e aumentate quelle sui redditi più bassi ma anche la curva della progressività è diventata sempre più elastica, concentrandosi prevalentemente sui redditi medio-bassi, quelli dello scaglione di imponibili lordo (il netto è circa un terzo inferiore) tra i 28 mila e i 55 mila. Ne è conseguito che: “In virtù delle riforme fiscali operate dal 1983 al 2007, i super ricchi, quelli con redditi superiori a 600.000 euro, nel solo 2016 hanno goduto di un regalo fiscale pari a 1 miliardo di euro. Considerato che il loro numero non va oltre le 10.000 persone, ognuno di loro ha potuto accrescere il proprio patrimonio di 100.000 euro” [4] Se si considera il mancato gettito dovuto alla ridotta progressività delle riforme fiscali e al mancato cumulo, “otteniamo una perdita per lo Stato, nel [solo] 2116, di 8,3 miliardi di euro, pari al 4,5% del gettito Irpef”[5] Applicando lo stesso calcolo agli ultimi 34 anni (dal 1974 ad oggi), il mancato gettito complessivo ammonta a 146 miliardi. Tale ammanco di entrate è stato colmato dall’emissione di titoli di Stato che, in virtù degli interessi composti, hanno prodotto un maggior debito pari a 295 miliardi, il 13% di tutto il debito accumulato. Un favore alle classi più ricche che è stato assai costoso per tutta la collettività! Per una maggior completezza di analisi, dobbiamo anche aggiungere il fenomeno dell’evasione e dell’elusione fiscale, che, secondo le stime pubblicate nel maggio 2017, è stata per il 2014 di 110 miliardi di cui 11 evasi sotto forma di contributi sociali, 36 come IVA e 63 come imposte dirette. Quali conclusioni? La veloce e incompleta panoramica ci porta ad alcune preliminari conclusioni: L’Italia non si trova in una situazione di rischio di insolvenza, come gli allarmismi del gotha finanziario vogliono far credere. La campagna mediatica, orchestrata anche da alcuni siti di informazione compiacenti (a destra come a sinistra), ha come scopo principale attivare campagne speculative, assai lucrose per chi detiene il controllo dei flussi finanziari; Il debito pubblico italiano è stato causato dall’incremento della spesa per interessi (a seguito delle campagne speculative) e da riforme fiscali che hanno favorito un poderoso trasferimento di risorse dalle fasce più povere della popolazioni a quelle più ricche. E’ quindi del tutto falsa la narrazione dominante che associa la crescita del debito pubblico all’aumento della spesa pubblica, soprattutto nel periodo degli anni ’80 del secolo scorso, quando passò dal 60% a oltre il 120%. Eppure, come correttamente scrive Marco Bersani: “i dati ufficiali sulla spesa pubblica di quel decennio raccontano un’altra verità: infatti, al netto della spesa per interessi, la spesa pubblica italiana è passata dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42,9% nel 1994, mentre, nello stesso periodo, la media europea vedeva un aumento dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona dal 46,7% al 47,7%. Ovvero, sia in percentuale assoluta, sia in percentuale di aumento relativo, la spesa pubblica italiana si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell’Ue e dell’eurozona”. Il debito pubblico è così un”business”: favorisce la rendita finanziaria e coloro che sono già i più ricchi. L’attuale proposta di manovra finanziaria con l’enfasi sulla “flat tax” non fa altro che contribuire ad alimentare tale business. Solo il ripristino di una tassazione unica per tutti i cespiti di reddito e il ritorno ad una più elevata progressività delle imposte possono contribuire non solo ad una maggiore equità fiscale ma anche a ridurre il debito pubblico. https://www.italia.attac.org/index.php/finanza-neoliberismo/la-trappola-del-debito/10828-il-grande-business-del-debito-italiano