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E la guerra scoppierà!!! Se ne dolgono i conservatori realisti politici finora favorevoli al ricorso alla forza per l’imposizione del modello occidentale (in via pretesa in quanto modello di democrazia, mentre invece nella realtà ci si è sempre disinteressati della democrazia dei Paesi esteri, come dimostrato dalla folle politica in SudAmerica ed in America Centrale, con la conseguenza indefettibile che l’imposizione riguardava solo l’instaurazione di un regime favorevole agli interessi occidentali) e che ora vedono la politica di Trump quale rottura della solidarietà occidentale. E’ una guerra diversa da quella in cui loro credevano. Trump ha rotto con la solidarietà occidentale ma ha anche dimostrato che il suo non è mero protezionismo, e nemmeno è mero atteggiamento difensivo, costituendo invece intervento attivo per imporre la propria forza. Trump dimostra che la globalizzazione non ha valore universalista ma ciò non comporta la tutela dei singoli Stati, concretizzandosi invece in un intervento imperialista. L’alternativa tra globalizzazione e protezionismo è del tutto fittizia. L’intervento in Asia crea tensioni, addirittura dalla natura esplosiva, con la Cina e così si fa emergere il vero problema, che è quello del rapporto tra Imperi. La globalizzazione, quale trionfo della forza economica, è il modello imperante, ma non in esclusiva, essendo affiancato dalla prevalenza della forza politica, che supporta quella economica. Il rapporto tra le due forze è complesso e che non può essere affrontato in modo succinto: quello che conta e che preme rimarcare quale punto fermo è che la forza politica non è incompatibile con il trionfo delle leggi economiche, ma le favorisce, essendo queste non oggettive ma soggettive ed arbitrarie. La guerra è funzionale all’Impero americano: in via più generale, è funzionale all’imperialismo “tout court”: è un’ottica imperialistica basata sull’unità interna, necessaria sia per suffragare i commerci esterni, non più ruotanti intorno a regole oggettive, ma abusivi ed arbitrari, sia per devitalizzare i conflitti sociali. Il conflitto dell’America con la Corea comporta il coinvolgimento della Cina, ma occorre tener conto anche della Russia. L’asimmetria tra Imperi è inevitabile, e non è detto che sia superabile, senza che ciò comporti la decadenza del capitalismo occidentale, che al contrario può sussistere con esternalizzazioni al di fuori. L’inserimento nel Sud-Est asiatico sembra fuori di ogni logica, ma invece ha ben una logica, perché “il reale è razionale”, come diceva Hegel, e perché non ci si può arrendere all’assurdo quale chiave di lettura: se non si riesce a comprendere la logica delle dinamiche sociali e storiche, occorre prendere atto che vi è una logica diversa ed addirittura alternativa rispetto a quella cui siamo abituati. Come detto, si tratta sia di creare una contrapposizione tra Stati per consentire di mascherare i conflitti sociali sia di dare supporto politico ai trasferimenti di capitali e merci, privo di basi economiche e che richiedono così l’arbitrio politico. E’ un sistema economicamente irrazionale che richiede la forza politica per dare la preminenza ai capitali e che vuole il ricorso alla forza politica per dare compattezza all’interno sopendo i conflitti sociali. Rispetto al passato vi è una duplice novità: in primo luogo, proprio perché il modello è in crisi, ed irrazionale, l’imperialismo può far beneficiare non più un’intera area, ma solo i settori forti. Da qui una duplice conseguenza. Da un lato, vi è una frammentazione di conflitti e di antagonismi senza più cornici unitarie. Dall’altro, l’Europa non ha più senso se vuole collocarsi armonicamente al di dentro del modello occidentale americano: può avere senso solo se incarna un modello occidentale del tutto alternativo. La crisi dell’Europa è tutta qui, e i profili istituzionali dell’Unione Economica sono solo una conseguenza. In secondo luogo, la Nazione ha esaurito il proprio ruolo di compattezza politica e locale, essendo trascinata via dalla globalizzazione che ha trovato sbocco istituzionale e politico in modo ben più coerente a livello politico nell’imperialismo. Il ricorso al nazionalismo protezionistico è solo fittizio e la destra radicale è non riesce ad essere alternativa all’imperialismo come dimostrato dalla convergenza tra la Le Pen e Trump. Il collegamento tra tutela degli stati deboli e tutela dei ceti deboli, da sempre il cavallo di battaglia del marxismo-leninismo meno compromesso con l’Unione Sovietica, ed ora oggetto di brillanti riaggiornamenti (tra cui quello pregevole di Losurdo per Laterza), sembra un modo per eludere i problemi. La globalizzazione non è solo frutto di inganno e di arbitrio, ha in effetti disintegrato la lotta di classe. L’unico ostacolo alla globalizzazione è la democrazia che in effetti si vuole rendere del tutto fittizia e svuotata e privo di senso sia a livello interno sia a livello estero (Hans Kelsen tentò invece di fondare il diritto internazionale proprio sulla democrazia e sul diritto). Chi lo ha capito è il populismo ed è sul populismo che la sinistra di classe e marxista si deve inserire se vuole avere un senso. In definitiva, la guerra scoppierà: e sarà il primo di un conflitto che vedrà gli Imperi contrapposti tra di loro, senza soluzione finale, ma in un’ottica tesa a lottare in modo serrato per contendersi il miglioramento di posizioni, sempre restando all’interno di una solidarietà di fondo per evitare l’esplosione di conflitti interni. Una resa di conto per arrivare ad unico imperialismo è da escludere in quanto vorrebbe dire favorire le problematiche di ricerca di universalità che in un unico impero inevitabilmente si creerebbero, mentre proprio l’universalità è un pericolo letale per il sistema.
Il Tribunale Penale di Trani ha assolto gli esponenti delle “Società di “rating”, che avevano declassificato il “rating” dei titoli del debito pubblico italiano, dal reato di manipolazione del mercato. L’indagine fu impiantata prima e poi tenuta in piedi da un coraggioso e validissimo P.M., che alla fine si è dovuto arrendere di fronte alla differenza di forze in campo rispetto alle Società di “rating” che hanno fatto ricorso ad un esercito di fuoriclasse, rappresentati da avvocati e consulenti tecnici di parte (esperti nel settore finanziario), mentre il PM ha dovuto fungere da “Oratio sol contro Etruria tutta”. Per pronunciarsi sul punto, occorre aspettare le motivazioni: al momento, sembra che il disvalore del comportamento delle società di “rating” non sia escluso, solo che non è stato ritenuto tale da assurgere al livello di reato. I liberali di casa nostra hanno esultato, anche in maniera non composta (del tutto fuori luogo, da un punto di vista sia formale sia sostanziale, le osservazioni di Alessandro De Nicola, estremista liberista, su “Repubblica”, un tempo autorevole testata di sinistra, o meglio, ancora autorevole testata ed ancora sedicente di sinistra, ma solo sedicente), accusando il PM di irresponsabilità e di commistione di piani tra economia e diritto penale. Il vero è che le società di “rating” erano collegate alle “investment bank” che hanno stipulato in massa operazioni di “credit default swap” speculativi sui titoli del debito pubblico greco e italiano, vale a dire operazioni di acquisto della garanzia del credito da parte di chi non era creditore, che pertanto a nient’altro puntava che alla speculazione: ma si trattava di una speculazione non fine a sé stessa, bensì dotata di un ulteriore elemento che l’ha caratterizzata in modo veramente diabolico, vale a dire l’essere a danno della tenuta di Stati sovrani (Grecia ed Italia), ponendo in essere dei veri e propri tentativi di colpo di Stato non cruento a danno degli stessi Stati sovrani. Le società di “rating”, abbassando il “rating” di tali Stati, hanno sostenuto attivamente il comportamento delle “investment bank”. Non a caso, subito dopo i fatti di causa, vale a dire a fine 2012, Draghi, nel ruolo appena assunto di Presidente della BCE, ha fatto sì che venisse approvata una normativa comunitaria in grado dl limitare fortemente questo tipo di operazioni. Ed in America, quando il bilancio non è stato approvato per un notevole lasso temporale a causa dello stallo tra Obama e il Congresso, ben ci si è guardati dal compiere operazioni analoghe, a conferma delle ragioni non tecniche a supporto delle stesse. Ma ciò detto, non ci si vuole sostituire alla sentenza e ritenere che gli estremi del reato vi fossero: quello che conta è che la sentenza ha escluso il reato e se ciò verrà confermato negli ulteriori gradi, questa –e non altra- sarà la verità legale. Per un’analisi seria, che rispetti la verità legale ma approfondisca la questione in termini globali, occorre partire dai dati di fatto, vale a dire dalla circostanza che le Società di “rating” hanno emesso il proprio verdetto non solo in conflitto di interessi, ma anche in appoggio ad una manovra tesa ad attentare alla sovranità di due popoli, utilizzando strumenti del mercato degli investimenti finanziari. Vi è stato –sembra ombra di dubbio- un abuso teso a soggiogare il mercato finanziario e la democrazia politica. Se non è reato nient’altro vuol dire che, nel nostro ordinamento, gli abusi più gravi finanziari sono legalizzati. “Tertium non datur”. La sentenza di Trani costituisce la resa del diritto di fronte al capitale finanziario: un PM coraggioso e abile non è sufficiente per evitare l’abdicazione. Ma perché vi è tale abdicazione? Per rispondere ala domanda, deve essere chiaro che il risultato vero di un’indagine spassionata è che Stato e mercato non esistono più, mere prede di un capitale finanziario illecito ed abusivo. Ed allora, l’abdicazione è tutta qui. Ed ancora, se non si impugna e non si ribalta la sentenza di assoluzione, l’abdicazione è senza limite. Poi,sia ben chiaro, la normativa può –“rectius”, deve- essere cambiata anche con l’introduzione di un reato di illecito finanziario ed economico in grado di colpire gli abusi più gravi, superando eventuali dubbi, e con controlli rigorosi e di commissariamento da parte delle Autorità, ma se non si abbandona l’idea, lucidamente espressa da De Nicola, che sia precluso all’Autorità Giudiziaria di entrare nel merito dell’operazione economica, si è disarmati di fronte ad un’economia palesemente ed irrimediabilmente illecita. Per concludere, un’osservazione sistematica: la dissoluzione dello Stato e del mercato conferma che siamo al di fuori della democrazia; ma non siamo semplicemente nella “post-democrazia” di Crouch, in quanto non viene ad essere incisa solo la capacità decisionale dei rappresentanti popolari, ma è lo stesso meccanismo istituzionale dello Stato ad essere privo di senso. Si è avverata la fine dello Stata preconizzata da Marx anche se non a favore di una società di liberi produttori associati. Ma non solo, non solo vi è la dipendenza dello Stato dal capitale finanziario, come previsto in Marx, ma si è andati ben oltre, realizzando una totale occupazione, in modo che lo Stato ha perso qualsivoglia autonomia, anche relativa come invece riteneva il compianto Poulantzas. Pertanto, la tutela dello Stato e del mercato rappresentano la prima base di partenza per la lotta al capitale finanziario. E’ una situazione paradossale per cui il liberalismo difende un sistema del tutto in violazione dei principi fondamentali della liberal-democrazia ed addirittura del liberismo, mentre gli stessi principi sono difesi dalla sinistra non moderata, che d’altro canto si discosta dalla distinzione tra democrazia sostanziale e democrazia formale –purtroppo- fondamentale nel marxismo, e poi recepita in modo degenerato dal marxismo-leninismo. L’anticapitalismo, non suscettibile di essere rivoluzionario a breve, deve rivedere dalle fondamenta il marxismo –anche per Marx vale il noto detto latino, “Quandoque bonus dormitat Homerus”, non bisogna farsi condizionare dal principio di autorità in capo a Marx, come giustamente sottolineavano Bobbio e Colletti, e questo vale anche per i marxisti, “quorum ego”-- sia pur partendo dalla lucida critica marxista del capitalismo e dello Stato. La sentenza di Trani si rivela un passaggio che può essere letale: non sarebbe male un’azione concertata, anche non priva di difesa del P.M. da attacchi e tentativi di ridicolizzarlo come in De Nicola –eh sì, i nostri liberisti non sono proprio liberali-. Il PM non è l’alfiere della nuova sinistra, ma è uno dei pochi tutori della democrazia e chi ama la democrazia deve difenderlo, senza affibbiargli etichettature politiche.

Ora e sempre Resistenza!

l 25 aprile, in molte città italiane, si svolgono numerose manifestazioni per celebrare la Resistenza dei partigiani contro l’oppressione nazifascista, dopo una seconda guerra mondiale che ha prodotto milioni di morti soprattutto giovani che, inconsapevolmente, si fecero uccidere per permettere ai potenti del mondo l’esercizio del potere imperialista. Dalla Resistenza ne conseguì una conquista di diritti sociali che hanno accompagnato la mia generazione negli anni che seguirono. Ma per la prima volta nella storia, noi, che fummo più fortunati dei nostri padri, saremmo più fortunati dei nostri figli! Un orrore! Oggi, 25 aprile, mi trovo temporaneamente in Calabria, una terra da sempre depredata, martoriata dalla disoccupazione, dalla mafia e da politici assenti o presenti solo in campagna elettorale, quindi, ci tenevo a partecipare alla celebrazione della Liberazione. Sapevo che Siderno, la città in cui io ho trascorso gli anni più belli della mia vita, non solo per la formazione scolastica, ma soprattutto per la mia formazione alla vita sociale, alla lotta per la conquista di diritti sociali e civili per le generazioni future, non poteva non organizzare una manifestazione. Ma grande è stata la mia delusione quando ai miei occhi si presentò una piazza semivuota, con una partecipazione simile alla commemorazione del milite ignoto. Non vedere la forza giovanile in piazza per celebrare la Liberazione dal nazifascismo come punto di forza per rivendicare quei diritti che oggi ci sono stati in larga parte nuovamente cancellati, non vedere l’impegno organizzativo di massa e di masse per una giornata madre di tutte le battaglie è stato un duro colpo! La Resistenza partorì la nostra Costituzione, più volte presa d’assalto da fascisti, massoni e lobbisti, largamente inattuata e sfregiata dall’art. 81 che ha introdotto il “fiscal compact” nella Costituzione. Una “regola incostituzionale” inserita nella nostra Carta dei principi fondamentali, dei diritti civili e sociali, delle regole economiche e politiche delle Istituzioni del nostro Paese, che dovrebbero essere al nostro servizio. L’art. 81 è invece una “regola” che impedisce allo Stato e agli Enti locali di investire risorse economiche per garantire il welfare e i servizi pubblici, quindi, è contro ogni regola democratica, perché non si potranno perseguire politiche sociali a favore dei cittadini. L’art. 81, quella regola partorita dal Meccanismo europeo di stabilità (MES) e per la quale ci viene imposto il regime di austerità, sta cancellando completamente quel che rimane del diritto universale alla salute, all’istruzione, al lavoro. Quella regola per cui non ci sono soldi per la manutenzione delle strade, del territorio e per la sua difesa dal dissesto idrogeologico, che fa chiudere gli ospedali pubblici e consente di aprire le cliniche private, che ha decretato l’aumento dell’età pensionabile, i continui tagli alla sanità e al welfare. Una regola infida che ci toglie la libertà, perché ci costringe a pagare un debito costruito ad arte per tenerci sotto scacco e svendere le aziende pubbliche e partecipate alle multinazionali e a “regalare” la gestione del demanio e dei nostri siti culturali a privati ed arraffoni anche stranieri, per consentire loro di trarne profitto. Mentre i cittadini (ma solo i soliti noti) sono costretti a pagare tasse sempre più esose. Le tasse servono per garantire i servizi pubblici ai cittadini, non per pagare un debito spropositato che serve a mantenere in vita la finanza internazionale parassita, le grandi banche e le società assicurative internazionali. Ma un numero sempre più consistente di cittadini neanche potrà pagarle le tasse, perché ha perso il lavoro, perché le aziende delocalizzano in Paesi dove la manodopera è quasi gratis. Perché ogni volta che viene venduta una grossa azienda italiana, o cedute quote sempre più consistenti di un’azienda pubblica al mercato internazionale, o un’infrastruttura viene concessa in gestione ai privati (autostrade, ferrovie dello Stato, monopoli o assets dell’energia e della comunicazione), i consumatori vengono sopraffatti, molti lavoratori vengono licenziati, la disoccupazione cresce e il disagio sociale aumenta. Il lavoro rende dignitosa la persona, per dirla con le parole di Papa Francesco: “Se togli il lavoro alle persone, hai tolto loro la dignità”, e oltre al lavoro ci vengono tolti anche i servizi pubblici e i diritti sociali. Il sangue versato nella Resistenza dai nostri padri fondatori della Costituzione Repubblicana chiede vendetta, perché l’attuale classe politica si è prestata ai giochi della finanza e delle lobbies di potere e persegue politiche neoliberiste e, attraverso leggi “istantanee”, attua il lavoro sporco a compiacimento degli interessi di investitori internazionali, affinché le multinazionali possano farla da padrone sul nostro territorio e sulla vita dei lavoratori, così come da anni si depredano le terre ai contadini di tutto il mondo per praticare agricoltura intensiva e diventare monopolisti del cibo mettendoci in condizioni di infinita dipendenza. Da diversi anni, sulle nostre coste approdano barconi stracolmi di immigrati e solo i più fortunati riescono a sbarcare, perché molti lasciano le loro vite in fondo al Mediterraneo. Noi oggi combattiamo una guerra tra poveri e non contro gli oppressori delle popolazioni. Rifiutiamo gli immigrati senza capire che da anni patiscono la fame e subiscono le guerre sui loro territori, a noi circostanti, per la spartizione delle risorse naturali e del potere sui popoli. A loro danno si sta praticando il “landgrabbing” e il “water grabbing”, cioè l’espropriazione di milioni di ettari di terreni e dell’acqua che furono a sostegno della vita di questi popoli, cacciati dalle loro terre per consentire ad investitori cinesi, indiani e a multinazionali di ogni parte del mondo di praticare l’agricoltura intensiva distruggendo la biodiversità, di “brevettare” sementi e vendere cibi avvelenati da pesticidi, che arrivano quotidianamente sulle nostre tavole, togliendo a noi il diritto di produrre individualmente o cooperativamente nella pratica tradizionale. Oggi queste espropriazioni vengono effettuate anche in quasi tutti i Paesi d’Europa a cominciare dalla Romania e dall’Ungheria per arrivare alla Francia ed ora anche in Italia! Perciò, oggi dobbiamo combattere più di allora! Il 25 aprile non deve essere il giorno del ricordo, deve essere il giorno in cui viene rilanciata la lotta contro un’oligarchia egemone nazifascista, contro i soprusi di una classe politica che si è prestata all’attuazione delle più becere politiche neoliberiste, non solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo intero. Quelle politiche che lasciano il deserto nella nostra vita e rendono precaria la vita dei nostri figli, costretti ad emigrare o a prostituirsi ad imprenditori che li sfruttano e rubano il loro futuro e la loro dignità per molte ore e per pochi spiccioli. O ancora li costringono a lasciare il proprio Paese per sperare in un avvenire più dignitoso. Oggi come allora, dobbiamo ricominciare a combattere per la riconquista dei nostri diritti. Dobbiamo ricostruire la Democrazia, quella vera! Dobbiamo riconquistare il diritto universale alla salute - Renzi, nel suo programma per le primarie ha inserito l’ultimo pezzo residuo di sanità pubblica nelle prossime privatizzazioni. Oggi più che mai occorre lottare per abbattere il “fiscal compact”, la legge sul “jobs act” e la “buona scuola”, che di buono ha solo l’aggettivo! Rialziamo la testa e non facciamoci sottomettere da infidi discorsi di “democrazia”, una parola abusata ormai da troppo tempo, lottiamo per il ripristino del Servizio Sanitario Nazionale, non confondiamo la globalizzazione della povertà con l’internazionalismo. Difendiamo la vera Democrazia, i diritti civili e sociali attuando la Costituzione. Difendiamo la nostra Libertà! Ora e sempre Resistenza!
Ho molto apprezzato il discorso del sindaco di Siderno, Fuda, alla festa del 1° maggio, nella parte in cui ha parlato di “imprenditore sociale”. Questa figura ci riporta all’art. 41 della Costituzione che recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Chi ha scritto questa norma aveva bene in mente lo Stato sociale e lo ha incastonato nella Costituzione, conservando il diritto alla proprietà privata, alla libertà di iniziativa economica privata, ma intervenendo nel settore dei rapporti economici. I padri Costituenti furono lungimiranti nel coordinamento dell’attività economica e il suo indirizzo verso il raggiungimento del benessere comune. Per questo non si può ragionare solo in termini di sterile profitto, perché se un’azienda funziona bene è perché spesso all’interno vi è anche la fedeltà e l’attività di chi presta la propria professionalità e questa deve essere riconosciuta tramite un salario congruo, sicurezza e tutela della salute e del posto di lavoro. Il lavoratore spende 8 ore della sua giornata, la propria forza e, in alcuni casi, anche le idee e il suo “savoir fare”. Per questo ha il diritto di garantire a sé e alla sua famiglia una vita dignitosa. Oggi, purtroppo, i mercati internazionali sono predominanti, si è quasi totalmente distrutta la piccola e media impresa. Quando una persona riesce a entrare nel “mondo del lavoro” non viene considerata per la qualità produttiva, ma per la velocità di produrre e generare profitto al suo datore di lavoro. Non a caso, ora viene usato il termine infelice “mercato del lavoro”, dove ciascuno diventa sostituibile, proprio per indicare che i lavoratori possono essere sostituiti come un pezzo meccanico qualsiasi di un ingranaggio. La “chicca” è il lavoro flessibile coronato dai voucher! Con il Jobs act, per agevolare le assunzioni, è stato proposto il contratto a tutele crescenti e gli sgravi contributivi per il datore di lavoro. Ma niente, non si muove una foglia. La precarietà e la disoccupazione i convitati di pietra del primo maggio! In Italia la disoccupazione generale è stimata al 14%, quella giovanile al 42% e al sud arriva al 60%. Ogni giorno un’azienda chiude o minaccia di chiudere per abbassare le garanzie sul lavoro. Alcune chiudono e aprono all’estero. Molte effettuano finte chiusure. Infatti, in diverse città, il lavoro c’è ma è molto nascosto in magazzini seminterrati affollatissimi di “lavoratori” e le condizioni sono da Bangladesh! Si può parlare di nuova schiavitù? Direi proprio di sì. Qualcuno ricorderà la gag di Massimo Troisi sul lavoro? Nella scenetta, Troisi lamenta che a Napoli non si trova lavoro che non sia affiancato da un’altra parola. Lavoro nero, lavoro a cottimo e lavoro minorile. Dalla legge Biagi in avanti se ne sono aggiunte altre: lavoro a progetto, a partita iva, a tempo parziale, intermittente, ripartito, co.co.co. e molti altri che il jobs act non è riuscito a cancellare, anzi, ha cancellato l’art. 18, una norma che garantiva diritti e umane condizioni di lavoro. Invece, ha prevalso la “Gig Economy” (o gigonomics=lavoretto), un termine anglofono e laccato per definire un modello economico sempre più diffuso dove i lavoratori sono tutti in proprio, non esistono più prestazioni lavorative continuative, ma si lavora “on demand”, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze. Qual è il problema? E’ veramente economico? No, il problema è la competitività! Oggi dobbiamo essere “competitivi”, perché ce lo chiedono i mercati. Le imprese artigianali, con l’originalità delle idee, non ci sono più perché per essere “competitivi” occorre produrre in serie e a basso costo. Così siamo vestiti tutti uguali, “griffati”, ma uguali, come i balilla! Anche il cibo deve essere “globale”, non secondo le locali esigenze, ma secondo le esigenze del mercato e, però, non tutti nel mondo hanno assicurato un pasto al giorno. Alcune vie delle grandi città non sono più illuminate, anche i negozi chiudono. Nelle vie più “battute” del centro ci sono ovunque le stesse insegne che si ripetono, tanto al Nord come nel resto d’Italia e del mondo: Zara, Intimissimi, McDonald, per citarne alcune, e poi le grandi firme. Tutti in serie! Costo di produzione 90 centesimi, prezzo di vendita 40 euro. E’ un esempio, ma è così per qualsiasi prodotto. Quantità, non qualità! Ma la quantità rischia di travolgerci perché senza reddito non si consuma. Senza reddito non ci si avventura a costruire una famiglia. Le nascite calano, arrivano i migranti, l’esercito industriale di riserva, per usare un’espressione di Marx, dove l’obiettivo è sostituire i lavoratori autoctoni con gli immigrati, i lavoratori specializzati con lavoratori occasionali, sostituendo la manodopera che ha diritti sociali e una coscienza di classe oppositiva (scioperi, ecc.) con una nuova manodopera che non ha né gli uni né l’altra, e che è disposta a tutto pur di sopravvivere. Questa è globalizzazione dello sfruttamento! Perciò, in attesa della completa robotizzazione, qualche lavoro si trova. Senza garanzie, limiti di orario e sottopagato. Nelle grandi catene di distribuzione si lavora anche più di 50 ore a settimana, senza straordinari, né festivi. A Castel San Giovanni (Piacenza), la multinazionale Amazon assume parecchi giovani, che lavorano fino a 10 ore al giorno. Lo smistamento delle merci per la consegna è cronometrato e i lavoratori non possono andare in bagno, fermarsi per un bicchiere d’acqua, o scambiare due parole con un collega mentre percorrono freneticamente i corridoi del grande deposito. Pare che i bagni di Amazon siano pulitissimi! In diverse occasioni, i nostri politici hanno incitato gli imprenditori stranieri a investire in Italia perché il costo del lavoro è conveniente. Non è un vanto, c’è da vergognarsi! Dicono che c’è crisi, che non ci sono soldi, mentre il gap della diseguaglianza cresce ogni giorno. Il 10% si arricchisce sempre di più, mentre l’altro 90% si impoverisce. I 20 miliardi di euro spesi dal governo Renzi in bonus e mancette per la campagna elettorale, tradotti in investimenti pubblici avrebbero portato alcune migliaia di posti di lavoro a tempo indeterminato. L’Italia è stata la terza potenza del mondo in diversi settori, la prima nel campo alimentare, della moda e della meccanica. Oggi siamo agli ultimi posti della classifica. Eppure le soluzioni ci sono: avremmo potuto vivere di rendita per i beni culturali che possediamo, le bellezze naturali e per i nostri prodotti caratteristici. Avremmo potuto creare nuovi posti di lavoro con la riclassificazione ecologica degli edifici pubblici, la manutenzione del territorio urbano e idrogeologico, utilizzare le idee dei nostri laureati per progetti innovativi, invece li mandiamo all’estero. Andando avanti così, il 1° maggio potremo festeggiare la precarietà.
Il populismo fa paura, è una minaccia reale e molto concreta. Lo sport nazionale, anzi internazionale, degli apologeti del sistema è così diventato quello di individuare a tutti i costi difetti all’interno dello stesso populismo: poiché i difetti non appaiono rilevanti agli occhi della maggioranza, indulgente nei suoi confronti alla luce della natura disastrosa e rovinosa del sistema, ecco tutti a cercare le contraddizioni, vale a dire derivanti da difetti interni ai pregi in modo da inficiare questi. In premessa, la presenza di contraddizioni all’interno del populismo è una vera e propria scoperta dell’America. Il populismo è protesta distruttiva e negativa, senza proposta, e ciò lo costringe continuamente a rivedere la propria natura visto che il proprio scopo non viene dal suo interno ma dal suo esterno, vale a dire proprio da quel sistema che esso combatte. Ma ciò non autorizza a trascurarne la forza, alimentata continuamente dalla natura sempre più disastrosa del sistema. Nel merito il populismo è sempre stato strumentalizzabile dai poteri economici che ne hanno cavalcato la natura antipolitica per spingerli a combattere parti politiche ad essi poteri economici invisi per sostituirle con parti più consone o comunque per ridurle a più miti consigli. Adesso che il sistema politico è appiattito su quello economico e questi è rovinoso, la strumentalizzazione non è più così scontata, e se può essere sempre attuata con il populismo di destra insuscettibile di rivelarsi sinceramente anticapitalistico, non può esserla con un populismo puro quale quello dei 5Stelle. Ora, addirittura, si scopre che la caratteristica del populismo è quello di privilegiare misure popolari a breve anche se alla lunga nocive. Così si taccia il populismo di irresponsabilità e lo si indentifica con la demagogia, mentre invece lo stesso populismo si caratterizza solo in negativo per la sua protesta e non in positivo, ed infatti se ogni populismo è demagogia non ogni demagogia è populismo ed è strano che i centristi dimentichino come la demagogia abbia caratterizzato due campioni dei moderati quali Berlusconi e Renzi. Il populismo è demagogia ma non solo, è anche qualcosa di più, mentre la demagogia non è solo di natura populista, è l’applicazione della retorica alla politica. Il vero problema, ma anche l’unico, del populismo è quello di rappresentare una mera protesta negativa e senza proposta. E’ il suo problema ma anche la sua grandezza in quanto gli consente di acquisire il consenso delle masse esasperate superando i problemi di differenziazione politica ed ideologica. Ma ora che il sistema è in una deriva inarrestabile e non è in grado di recepire le istanze della protesta, quest’ultima si trova in un vicolo cieco ed è costretta a trovare sbocco propositivo a pena di non restare impantanata in una frattura eterna ed insanabile. Il rischio che il populismo così si snaturi è ovvio, ma anche banale. Deve tradirsi per non condannarsi a non in una situazione di perenne disperazione globale, vale a dire senza possibilità di andare né avanti né indietro. L’unico sbocco è a sinistra, nella componente antiliberista, antimoderata e costituzionale, unica in grado di dare sbocco costruttivo ai ceti subalterni. Vi è lo spazio per un incontro virtuoso tra chi rappresenta la protesta e chi le fornisce (“rectius”, le può fornire) risposta. La sinistra ha perso il proprio riferimento sociale e pertanto per non sparire deve fornire ad altri il proprio contributo di ingegneria economica e sociale alternativa a quella fallimentare odierna liberista, rivelandosi in grado di soddisfare esigenze popolari. E’ un’alleanza in funzione di democrazia sostanziale, vale a dire di tutela del popolo nei confronti delle “élite” economico-politiche, con una sintesi tra rappresentanza della protesta e organizzazione delle risposte. Ma è una democrazia sostanziale che non sostituisce quella formale, bensì la sorregge e la integra, per cui le suggestioni del Movimento 5Stelle di una democrazia sostanziale che sostituisca o comunque superi quella formale in virtù del il ricorso alla rete devono essere del tutto abbandonate, così come va respinto l’ultimo sbocco della sinistra costituzionale –cui prima aderiva lo scrivente- di un approccio alla democrazia in termini solo di reiezione degli attacchi eversivi e comunque autoritari senza un’ottica propositiva di un’alternativa di governo, ovviamente non autoreferenziale ma di soddisfazione delle istanze della protesta. E’ ovviamente questo solo un primo passo per la sinistra antiliberista, che non può accontentarsi di una democrazia sostanziale a tutela del popolo ma deve organizzare una vera e propria nuova aggregazione sociale di classe: ma non si può arrivare alla seconda fase senza la prima, che è preliminare, visto che solo il popolo che ridiventi sovrano può restringere la libertà di manovra del capitale e creare così le condizioni –a medio-lungo termine- per una diversa incisiva azione di aggregazione di classe. D’altro canto il populismo può così rigenerarsi dotandosi finalmente di un valore intrinseco, visto che la sua forza verrebbe non più solo dall’esterno ma anche dall’interno.

Si parta da due elementi specifici. In primo luogo, come dimostra la recente misura della “Flat tax” (cento mila euro) per chi investe In Italia, provenendo o ritornando dall’estero, misura che è inevitabilmente destinata ad essere generalizzata, conformemente alle richieste programmatiche di Berlusconi, Salvini e, più in generale, della destra, l’idoneità del capitale e dei ricchi a sottrarsi alla tassazione (“rectius”, ai suoi effetti) costringe lo Stato ad eliminare la progressività, principio fondamentale di uguaglianza e socialità (art. 53 Cost.), per accontentarsi di un gettito modesto ma stabile e relativamente sicuro vista la convenienza degli interessati ad evitare problematiche legali e comunque ad investire in un Paese povero di capitali di rischio a costo fiscale contenuto. In secondo luogo, la pressione di precari sul mercato del lavoro, precari irrobustiti dalle schiere di emigrati, crea un irresistibile esercito industriale di riserva –come a suo tempo indicato da Karl Marx-, che indebolisce la posizione degli occupati stabili: conseguentemente, si è reso il contratto di lavoro di tutti privo di tutele, con l’abolizione del divieto di licenziamento ingiustificato di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. La divisione del mercato del lavoro in due, stabili e precari, ha avuto come soluzione una equiparazione verso il basso, come richiesto con grande enfasi dal liberista di sinistra Ichino –cui va tributata la più ampia ed incondizionata solidarietà per essere stato nel mirino delle nuove Br, e non è detto che non lo sia tuttora- : il capitale crea e mantiene una concorrenza, per lo più artificiosa, sul mercato del lavoro per abbassare le tutele e tenere saldamente e a briglie strette il lavoro nelle sue mani. In entrambi i casi, il diritto viene sacrificato all’arbitrio del capitale. Ma questi sono solo due punti specifici: ed infatti, più in generale, è il capitale che determina gli investimenti in via esclusiva e così l’andamento dell’economia, con la conseguenza che non si possono introdurre riforme ad esso contrarie. L’unico modo per risolvere tale problema consisterebbe nell’effettuare investimenti di natura pubblica per creare alternativa di investimenti e tenere così sotto pressione il capitale, ma il settore pubblico dell’economia è stato dismesso per ragioni di efficienza spesso fittizie: le banche pubbliche italiane erano sane ed in alcuni casi raggiungevano punte di eccellenza, mentre è stata la successiva privatizzazione a determinare una situazione, di ricerca di profitti a tutti i costi, anche con operazioni ultra-speculative, e di allentamento dei vincoli a collegamenti politici ed economici –i quali hanno portato nel credito ad erogazioni lassiste-, il che ha determinato poi il tracollo.

Il dominio del capitale vuol dire da un lato non solo indirizzo completo dell’economia ma anche impossibilità di utilizzare misure alternative e dall’altro addirittura manomissione totale del diritto. Sul secondo punto vi è l’abbandono dello stato di diritto e del costituzionalismo e financo, il che sembra paradossale ma non lo è, del liberalismo, che è il cavallo di battaglio del capitale, soprattutto in materia economica quale liberismo: ma adesso è lo stesso liberalismo ad essere pregiudicato dalla circostanza che la manipolazione del diritto dà mano libera ai ceti privilegiati nei confronti anche dei propri interlocutori i quali non sono garantiti più non solo nelle istanze sociali ma anche in quelle prettamente economiche ed a monte anche in quelle civili quando tali da impattare sulla sfera degli stessi ceti privilegiati, il che non rappresenta un’ipotesi di scuola, anche se non è (ancora) generalizzato: l’unico liberalismo tutelato è quello attinente ai diritti dei certi privilegiati. Sul primo punto, vi è l’abbandono della democrazia, impossibilitata ad assumere decisioni autonome. Panebianco rivendica con orgoglio che la modernità è rappresentata dall’unione tra mercato a livello economico e rappresentanza a livello istituzionale: ebbene è una rivendicazione orgogliosa degna di miglior causa. Ed infatti, il mercato è privo di meccanismi oggettivi ed impersonali, e la ripartizione delle risorse non solo è arbitraria e rimessa al dominio del grande capitale, altro che mano invisibile, ma anche si realizza nel modo più inefficiente possibile, come dimostrato dalle crisi inarrestabili e senza soluzione. D’altro canto, la rappresentanza è priva di poteri di controllo dei rappresentati sui rappresentanti: ma non solo, in quanto il potere dei rappresentanti è originario ed autonomo, quale quello di un vero sovrano, almeno da un punto di vista formale, mentre nella sostanza è un sovrano con poteri pieni sì ma solo in esecuzione delle direttive del capitale. La lotta tra le “élite” per la conquista del potere vede i rappresentati non più quali protagonisti di un’effettiva e consapevole scelta, bensì quale mera terra di conquista. Ma non solo: manca a monte la stessa possibilità di scelta in quanto i contenuti sono prefissati e non modificabili. Si è in una fase di potere cieco, pieno ed incondizionato di sostanziale assolutismo, con l’arbitrio erto a principio dalla natura sacrale e che ha sostituito del tutto l’oggettività del dominio del capitale di cui alla prima fase. Non vi sono alternative, né riformiste per le ragioni dette, mancando lo spazio per modifiche serie e sostanziali all’interno del sistema che le impedisce totalmente, né rivoluzionarie per la mancanza di un’aggregazione di classe che sia in grado di proporre antagonismo nei confronti del capitale in funzione di un’alternativa di sistema. Il capitale è fortissimo ma la sua forza si accompagna –“rectius”, è indissolubilmente collegato-ad una tendenza inarrestabile verso la rovina e verso il disastro. E’ probabile una prospettiva di soluzione apocalittica come a suo tempo con il Medio Evo o come nel secolo scorso con le guerre mondiali (questa volta con effetti ancora più spaventosi). All’interno del sistema si sta ora manifestando viva e reiterata preoccupazione per la minaccia populista, in grado di coagulare la protesta, sia pure cieca e senza contenuti positivi e propositivi. La protesta popolare ove lasciata a sé stessa può provocare tale apocalisse. Di qui il dilemma: il sistema è in grado di annullare e integrare al proprio interno e quindi neutralizzare il populismo come sembra (poter) fare con quello di destra, o questi gli sfuggirà? La risposta sembra nel primo senso ed è scontata se il populismo non si sgancia dall’abbraccio mortale con la destra, la quale, anche nella sua versione più estrema, è per antonomasia incapace di assumere posizione antagonistica nei confronti del captale, anche in via non rivoluzionaria. E cosa succede se si sgancia? Si determineranno tutti i presupposti per uno scontro frontale. In definitiva, quale che sia la soluzione, sembra che, per una via piuttosto che per l’altra, si vada incontro inesorabilmente all’apocalisse. Tale soluzione è sicura nel primo caso, vista l’incapacità totale del capitale di correggersi per le contraddizioni insanabili già viste da Marx. Ma non per il secondo visto che il populismo nella sua forza irresistibile può anche pensare ad una propria correzione mediante uno sbocco propositivo, che non può che essere a sinistra, in campo sì riformista ma antiliberista e antimoderato, in quanto solo l’unione tra tale progettualità e la forza del riformismo può in qualche modo spaventare il capitale costringendolo –in quanto, senza costrizione “ab externo”, questi è totalmente refrattario- a inversioni di rotta. Ma, per parafrasare Kypling, “That’s another story”.

DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE SUL “REFERENDUM” RELATIVO ALL’ART. 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI, ANDIAMO AVANTI CON IL VERO RIFORMISMO ALLA RENZI/NAPOLITANO

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha magnificamente disposto l’inammissibilità del “referendum” sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono in cantiere modifiche importantissime per andare avanti con un grande riformismo. Lo scrivente, venutone abilmente in possesso, intende comunicarle ai disattenti lettori. In primo luogo, si tratta di sospendere l’efficacia della Costituzione con reviviscenza dello Statuto Albertino e nomina di Napolitano come Re, il quale, alla luce dell’età, nomina luogotenente Renzi. Il titolo di Re si trasmette per disposizione dell’ultimo Re (con eccezione del primo caso, in quanto Renzi subentra automaticamente a Napolitano). Di fronte alla stupida obiezione che siffatta sospensione non è prevista nel nostro ordinamento, il Giudice Costituzionale Amato, grazie al quale è stata disposta l’inammissibilità del referendum” sull’art. 18, ha magistralmente risposto che si rientra nei poteri di urgenza attribuiti al Presidente della Repubblica dalla superba tesi di Carl Schmitt, secondo cui il sovrano è “chi decide in stato di eccezione”. Amato ha anche precisato di ben essere consapevole che Schmitt ha simpatizzato con il nazismo, ma ciò è irrilevante in quanto la sua tesi è stata elaborata durante la Costituzione di Weimar, che ha fornito molti spunti alla Costituzione italiana e pertanto è suscettibile di interpretazione analogica. A chi ha ribattuto che i poteri di urgenza a Weimar spettavano al Presidente della Repubblica e che Mattarella mai firmerebbe un provvedimento del genere, Amato ha risposto che, con altra interpretazione analogica, così profonda che lo scrivente non la ha compresa, il Provvedimento può essere emanato dal Presidente del Consiglio Renzi. A chi, veramente limitato, ha obiettato che Renzi non è più Presidente del Consiglio, Amato, giustamente infastidito, ha replicato che Renzi si è dimesso alla luce del risultato del “referendum” sulla modifica costituzionale. Basta dichiarare nullo il “no” al referendum” ed ogni problema svanisce. In secondo luogo, la Corte Costituzionale ha dichiarato a maggioranza assoluta (voto favorevole di Amato ed astenuti tutti gli altri), nullo il voto del “referendum”, in quanto i voti contrari sono conteggiabili, essendo dettati da ragioni tra di loro profondamente divergenti e pertanto non validi. La modifica costituzionale Renzi/Boschi è così approvata, e Renzi, avendo vinto il “referendum”, ridiventa così Presidente del Consiglio ed emana il Provvedimenti cui al punto 1. Re Giorgio ha subito firmato due altri Provvedimenti: da un lato ha disposto di cambiare il regime tributario inserendo un meccanismo progressivo al contrario, con le aliquote più alte a carico di disoccupati e nullatenenti e così via, e dall’altro di disporre che i dissesti delle banche vengono sanati con le somme delle pensioni e delle liquidazioni dei ceti medi e bassi. E’ in corso di esame un terzo provvedimento che applichi ai lavoratori subordinati ed ai lavoratori autonomi (per entrambe le categorie) medi e bassi alcune norme della Virginia sulla schiavitù prima della guerra civile (ovviamente escluse quelle sulle punizioni corporali): Napolitano ha trovato questo Provvedimento un po’ forte, e, quando Amato ha cominciato a snocciolare tre-quattro interpretazioni analogiche, lo stesso Napolitano si è strappato i capelli (non avendoli più, se li è strappati anche qui in via analogica) ed ha detto che è meglio aspettare un po’. P.S. Nel commento ironico di cui sopra si sono attribuite tesi ridicole ad Amato, Napolitano e Renzi, che certamente mai le sosterrebbero: non si vuol mancare di rispetto a nessuno, né, in particolare disconoscere la sapienza giuridica di Amato, quella politica di Napolitano, e l’astuzia di Renzi. Semplicemente, è un’ironia che vuole colpire le forzature giuridiche e costituzionali perpetrate dal sistema cui i tre augusti personaggi appartengono quali esponenti di primo piano. Ma sono forzature –non più isolate ma- che vanno a costituire tasselli di un disegno teso a scardinare gli equilibri costituzionali eliminando gli ostacoli al potere. In una sorta di crescendo rossiniano, la decisione della Corte Costituzionale di inammissibilità del “referendum” sull’art. 18, dalle ragioni inconsistenti –almeno quelle prospettate, anche se un esame più articolato si farà non appena le motivazioni verranno depositate-, nell’impedire al popolo sovrano di intervenire sulla tutela del lavoro –relativa ad un articolo fondamentale della Costituzione, l’art. 4, che a propria volta si colloca nella scia dell’art. 1-, cavalca l’onda lunga tesa a stigmatizzare le decisioni dello stesso popolo sovrano contrarie al sistema, tentando di limitarle “ex ante” ed addirittura di frustrarle “ex post”: “Brexit”, l’elezione di “Trump” ed il “referendum” sulla modifica costituzionale Renzi/Boschi, nonché il testo di questa che conteneva la figura abnorme dei Senatori, pur non eletti, legittimati a votare su questioni di altissima organizzazione dello Stato. Ciò anche in materia economica e di lavoro. E’ una tendenza pericolosa ed inammissibile destinata a crescere ed a espandersi: certamente non arriverà con le modalità ridicole di cui al commento ironico né raggiungerà la gravità qui descritta. Ma il disegno autoritario ed eversivo è appena cominciato e diventerà implacabile ed irresistibile. Occorre difendersi, con mezzi costituzionali e leciti, si intende, subito. Lo scrivente si augura di non aver mancato di rispetto a nessuno, con l’ironia spinta di cui al commento, ma, come dicevano i latini, “Oportet ut scandala eveniant”.
La Corte Costituzionale, sentendo le sirene da tempo in azione, ha dichiarato l’inammissibilità del “referendum” abrogativo delle norme del “job act” (e della legge Fornero) nella parti in cui si abolisce il divieto di cui all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori di licenziamenti ingiustificati con sanzione della reintegra, e nel contempo si aumenta lo spazio di operatività dell’art. 18 dalle aziende con più di quindici dipendenti a quelle con più di cinque. In attesa delle motivazioni, per comprendere l’abnorme decisione, non si può, per il momento, che analizzare le ragioni addotte dalle “sirene”. Si sostiene che, con il “referendum”, investendo anche altre norme e parti di norme (legge Fornero, stesso art. 18), si verrebbe ad estendere la tutela reale (vale a dire con la sanzione della reintegra) del posto di lavoro e l’inammissibilità del licenziamento ingiustificato anche ad aziende al di sotto dei quindici dipendenti: sarebbe così, nel concreto, un “referendum” propositivo, il che è vietato dall’art. 75 della Costituzione. La tesi è del tutto inconsistente: è infatti da confermare che il “referendum” è abrogativo in quanto propone non una nuova norma ma l’eliminazione di parti del “Job Act” e dell’art. 18, ed infatti l’art. 27 l. n. 352/70 –e successive modifiche ed integrazioni-, in attuazione dell’art. 75 della Costituzione, prevede che il “referendum” possa riguardare anche singoli articoli o parti di articoli o commi. Che l’abrogazione parziale porti un’estensione della portata della norma è ben altro discorso, che non ha rilievo giuridico, in quanto il “referendum” ha la funzione di abrogare una norma, che può essere a sua volta estensiva o restrittiva. La natura abrogativa consiste nell’abolire una norma od anche una sua parte e non nel restringere la portata di una disposizione. Ogni norma si traduce in una o più diposizioni, ma la portata della disposizione, vale a dire la sostanza del suo impatto sulla realtà, può essere sia positiva sia negativa, vale a dire relativa sia all’introduzione di diritti, doveri e poteri, sia all’apposizione di limiti ad essi, sia addirittura alla loro eliminazione. Si abroga, con il “referendum”, una norma che può essere a propria volta di pura eliminazione di realtà oggettive e di situazioni soggettive. Con l’abrogazione referendaria si estende la portata di tali situazioni oggettive e facoltà soggettive, anche sfavorevoli come obblighi e doveri ed divieti, ed addirittura le si può introdurre “ex novo”, e così non ha senso nemmeno prospettare la suggestione che con il “referendum” non si possono introdurre od ampliare obblighi privati e interventi o carichi pubblici. Una norma può benissimo comportare esclusivamente una limitazione alla portata di un’altra norma, od addirittura la sua drastica eliminazione. Ai sensi dell’art. 27 della l. n. 352/70, lo stesso discorso vale per parti di norme, ed è un’identità perfetta visto che una norma può contenere più disposizioni. Ai sensi dell’art. 75, il “referendum” può prevedere benissimo l’abrogazione di parti di norme limitative di altra norma (od anche di altre norme): la norma di cui vengono eliminate parti –“rectius”, norme- limitative viene come norma limitata e privata di sue parti e vede estesa solo la sua portata, il che come detto è del tutto influente. Non si può dire che la norma, con la abrogazione referendaria, viene estesa in quanto siffatta affermazione verrebbe ad effettuare un’indebita commistione di piani tra aspetto giuridico ed aspetto economico-sociale. I limiti di cui all’art. 75 attengono esclusivamente al primo piano. E’ da ribadire che la situazione è affatto identica all’abrogazione di una norma che direttamente –vale a dire senza incidere su altre norme- vieta alcune realtà e/o situazioni. Anche qui si creano realtà e si rendono ammissibili situazioni prima non possibili. In altri termini, l’art. 75 non pone limiti di compatibilità con i diritti, doveri e poteri regolamentati, su cui il “referendum” ha lo stesso ambito di ammissibilità delle leggi, ma li pone solo in termini di divieto di introdurre nuove norme. E’ evidentemente pacifico che tale argomento è palesemente inconsistente: ed infatti, quando era in vigore l’art. 18 limitato alle aziende con più di quindici dipendenti, e fu proposto un “referendum” abrogativo del limite quantitativo dei dipendenti per aziende, nessun dubbio vi fu sull’ammissibilità, e lo stesso fu regolarmente tenuto. Conseguentemente, si è individuato altro argomento, consistente nella circostanza –invero, solo pretesa- che un “referendum” manipolativo, nel senso che elimina alcune parti di norme estendendo la portata –come detto solo sostanziale, e non normativa- sarebbe inammissibile in caso di eccesso di manipolazione. Ma tale limite da non violare non esiste nell’art. 75 e non è in alcun modo ricavabile, né da esso, né “aliunde”. La manipolazione è vietata solo quando in virtù di essa si crea una normativa organica alternativa (per tutte, Corte Cost., sentenza n. 37/2000), vale a dire si crea in modo indiretto, con utilizzi surrettizi di più spezzoni, una nuova norma, nuova norma prima non sussistente, unica fattispecie vietata dall’art. 75: ed è bene ribadire che ciò non coincide con l’abolizione di una vecchia norma con estensione della sua portata, che è come detto del tutto irrilevante. Il caso della creazione surrettizia di una nuova norma certamente non si verifica nell’abolizione solo di uno o più limiti ad un divieto che deriva dall’abolizione della norma che ha a monte abolito il divieto stesso. Il “referendum” punta a riportare in vita il divieto di licenziamenti ingiustificati con la sanzione dalla reintegra e di conseguenza con la tutela reale del posto di lavoro. Tale risultato si ottiene eliminando la norma che ha eliminato il divieto: l’eliminazione dei vincoli al divieti non ha nulla di organico ma serve a completare il divieto. Proprio perché la così detta manipolazione è del tutto secondaria ed accessoria rispetto all’obiettivo proprio del “referendum”, l’eliminazione della norma che elimina il divieto con ripristino del divieto stesso, non si determina nulla di organico, in quanto la disciplina organica è già nel divieto, completato in modo per l’appunto secondario ed accessorio. La visione organica è nel divieto di licenziamenti: che lo stesso valga in aziende con più di quindici o con più di cinque dipendenti è del tutto marginale. Con questa tesi, si vuole in definitiva ottenere qualcosa di semplicemente surreale: non potendo ottenere di impedire espressamente il rispristino del divieto, semplicemente fuori dal mondo, si vuole ottenere in modo surrettizio detto risultato, impedendo di ampliare il divieto, ed invece l’ampliamento è del tutto ammissibile, in quanto realizzato mediante l’abrogazione anche di parti di norme che limitavano il divieto, abrogazione quest’ultima del tutto ammissibile come visto esaminando la prima tesi. Anche la seconda tesi è tutto inconsistente: o meglio essendo intrinsecamente inammissibile come la prima, il loro utilizzo combinato è del pari inammissibile, così come è vero che due ubriachi non possono pretendere di sorreggersi l’un l’altro, in quanto invece hanno necessità di trovare un lampione. Sia ben chiaro: qui il lampione manca. Purtroppo la Corte ha accolto le inconsistenti tesi avversarie ed ha impedito lo svolgimento del “referendum”: ciò perché ha sentito le “sirene”. Al contrario di quelle di Ulisse, quelle ora in azione non hanno nulla di affascinante: si è fatto pressione sulla Corte, prospettando due scenari. Da un lato, si è evocato il rischio che le aziende, spaventate dal “referendum”, bloccassero le assunzioni, dimenticando che le assunzioni sono bloccate da tempo e che il “Job act”, dopo un breve periodo di utilizzo di vantaggi fiscali, ha fatto, pacificamente, “flop”. Dall’altro, si è evidenziato (e sembra che sia stato Renzi a proporre tale scenario, ebbene Renzi è inconsistente come statista, ma è dall’astuzia diabolica) che, per scongiurare il “referendum” (ove ammesso), ritardandolo di un anno, si sarebbe dovuti andare alle elezioni anticipate, spauracchio di molti ed anche (di per sé fondatamente) di Mattarella. Le imprese, toccate nei loto privilegi, ed il potere politico di sistema che, smentendo sé stesso e la sua ricerca di un impianto costituzionale ed elettorale che il giorno delle elezioni fosse in grado di indicare il vincitore, sta andando vero le larghe intese, più o meno mascherate, ed addirittura palesi, impediscono al popolo sovrano di intervenire su una materia fondamentale quale quella del lavoro. E’ un attacco alla democrazia: è una forma di eversione costituzionale non sanguinaria ma dolce, il che è già un progresso, sia ben chiaro. Quello che è certo è che la democrazia, anche formale, viene smantellata. Perché la Corte ha accettato tale abominio? La giustificazione nobile è che la Corte è una forma di Autorità Giudiziaria “sui generis”, vale a dire che giudica non solo secondo diritti e norme (qui della Costituzione), ma anche secondo opportunità, vale a dire in modo da salvaguardare gli equilibri politici. Il che è certamente inevitabile ma purché l’opportunità non sostituisca il diritto bensì lo affianchi. Tale nuovo scenario, vale a dire che la Corte smetta di essere il vero ed unico garante della Costituzione addirittura assurgendo al ruolo di agevolatore di chi la affossa, richiede un approfondimento sulla giustizia costituzionale, non da indebolire ma da rafforzare ed emendare di siffatta colossale tara rappresentata dal peso esorbitante della valutazione di opportunità. Su ciò si ritornerà in altra sede: al momento, occorre prendere atto con sgomento della decisione e trovare immediatamente altre forme di lotta per la tutela del lavoro. Occorre anche ricordare che “l’ottimo è il nemico del bene”: se ci fosse si accontentati di ripristinare l’art. 18 nella sua versione originaria senza l’estensione, pur del tutto legittima, si sarebbe eliminato l’alibi. E quest’alibi rappresentato da valutazioni esorbitanti di opportunità poteva essere ben noto. Ma oramai, è inutile piangere sul latte versato. Ora occorre prepararsi ad una vera e propria grande offensiva, sul piano della Costituzione: sì, non più solo difensiva ma offensiva, in termini politici, sociali e giuridici; e nella parte sia dell’assetto dello Stato sia dei rapporti economici e sociali, a partire dal lavoro e dal risparmio. (11 gennaio 2017)
Oramai si sta diffondendo, in termini pressoché dominanti, in prossimità del pronunciamento della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del “referendum” abrogativo del “Job Act” nella parti in cui questi abolisce il divieto di cui all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori di licenziamenti ingiustificati con sanzione della reintegra, l’opinione dell’inammissibilità. Ciò perché, con il “referendum”, investendo anche altre norme e parti di norme (legge Fornero, stesso art. 18), si verrebbe ad estendere la tutela reale (vale a dire con la sanzione della reintegra) del posto di lavoro e l’inammissibilità del licenziamento ingiustificato anche ad aziende al di sotto dei quindici dipendenti: sarebbe così, nel concreto, un “referendum” propositivo, il che è vietato dall’art. 75 della Costituzione. La tesi è del tutto inconsistente: è infatti da confermare che il “referendum” è abrogativo in quanto propone non una nuova norma ma l’eliminazione di parti del “Job Act” e dell’art. 18, ed infatti l’art. 27 l. n. 352/70 –e successive modifiche ed integrazioni-, in attuazione dell’art. 75 della Costituzione, prevede che il “referendum” possa riguardare anche singoli articoli o parti di articoli o commi. Se l’abrogazione parziale porti un’estensione della portata della norma è ben altro discorso, che non ha rilievo giuridico, in quanto il “referendum” ha la funzione di abrogare una norma, che può essere a sua volta estensiva o restrittiva. La natura abrogativa consiste nell’abolire una norma od anche una sua parte e non nel restringere la portata di una disposizione. Ogni norma si traduce in una o più diposizioni, ma la portata della disposizione, vale a dire la sostanza del suo impatto sulla realtà, può essere sia positiva sia negativa, vale a dire relativa sia all’introduzione di diritti, doveri e poteri, sia all’apposizione di limiti ad essi, sia addirittura alla loro eliminazione. Si abroga, con il “referendum”, una norma che può essere a propria volta di pura eliminazione di realtà oggettive e di situazioni soggettive. Con l’abrogazione referendaria si estende la portata di tali situazioni oggettive e facoltà soggettive, anche sfavorevoli come obblighi e doveri ed divieti, ed addirittura le si può introdurre “ex novo”, e così non ha senso nemmeno prospettare la suggestione che con il “referendum” non si possono introdurre od ampliare obblighi privati e interventi o carichi pubblici. Una norma può benissimo comportare esclusivamente una limitazione alla portata di un’altra norma, od addirittura la sua drastica eliminazione. Ai sensi dell’art. 27 della l. n. 352/70, lo stesso discorso vale per parti di norme, ed è un’identità perfetta visto che una norma può contenere più disposizioni. Ai sensi dell’art. 75, il “referendum” può prevedere benissimo l’abrogazione di parti di norme limitative di altra norma (od anche di altre norme): la norma di cui vengono eliminate parti –“rectius”, norme- limitative viene come norma limitata e privata di sue parti e vede estesa solo la sua portata, il che come detto è del tutto influente. Non si può dire che la norma, con la abrogazione referendaria, viene estesa in quanto siffatta affermazione verrebbe ad effettuare un’indebita commistione di paini tra aspetto giuridico ed aspetto economico-sociale. I limiti di cui all’art. 75 attengono esclusivamente al primo piano. E’ da ribadire che la situazione è affatto identica all’abrogazione di una norma che direttamente –vale a dire senza incidere su altre norme- vieta alcune realtà e/o situazioni. Anche qui si creano realtà e si rendono ammissibili situazioni prima non possibili. In altri termini, l’art. 75 non pone limiti di compatibilità con i diritti, doveri e poteri regolamentati, su cui il “referendum” ha lo stesso ambito di ammissibilità delle leggi, ma li pone solo in termini di divieto di introdurre nuove norme. E’ evidentemente pacifico che tale argomento è palesemente inconsistente: ed infatti, quando era in vigore l’art. 18 limitato alle aziende con più di quindi dipendenti, e fu proposto un “referendum” abrogativo del limite quantitativo dei dipendenti per aziende, nessun dubbio vi fu sull’ammissibilità, e lo stesso fu regolarmente tenuto. Conseguentemente, si è individuato altro argomento, consistente nella circostanza –invero, solo pretesa- che un “referendum” manipolativo, nel senso che elimina alcune parti di norme estendendo la portata –come detto solo sostanziale, e non normativa- sarebbe inammissibile in caso di eccesso di manipolazione. Ma tale limite da non violare non esiste nell’art. 75 e non è in alcun modo ricavabile, né da esso, né “aliunde”. La manipolazione è vietata solo quando in virtù di essa si crea una normativa organica alternativa (per tutte, Corte Cost., sentenza n. 37/2000), vale a dire si crea in modo indiretto, con utilizzi surrettizi di più spezzoni, una nuova norma, nuova norma prima non sussistente, unica fattispecie vietata dall’art. 75: ed è bene ribadire che ciò non coincide con l’abolizione di una vecchia norma con estensione della sua portata, che è come detto del tutto irrilevante. Il caso della creazione surrettizia di una nuova norma certamente non si verifica nell’abolizione solo di uno o più limiti ad un divieto che deriva dall’abolizione della norma che ha a monte abolito il divieto stesso. Il “referendum” punta a riportare in vita il divieto di licenziamenti ingiustificati con la sanzione dalla reintegra e di conseguenza con la tutela reale del posto di lavoro. Tale risultato si ottiene eliminando la norma che ha eliminato il divieto: l’eliminazione dei vincoli al divieti non ha nulla di organico ma serve a completare il divieto. Proprio perché la così detta manipolazione è del tutto secondaria ed accessoria rispetto all’obiettivo proprio del “referendum”, l’eliminazione della norma che elimina il divieto con ripristino del divieto stesso, non si determina nulla di organico, in quanto la disciplina organica è già nel divieto, completato in modo per l’appunto secondario ed accessorio. La visione organica è nel divieto di licenziamenti: che lo stesso valga in aziende con più di quindici o con più di cinque dipendenti è del tutto marginale. Con questa tesi, qui respinta, si vuole in definitiva ottenere qualcosa di semplicemente surreale: non potendo ottenere di impedire espressamente il rispristino del divieto, semplicemente fuori dal mondo, si vuole ottenere in modo surrettizio detto risultato, impedendo di ampliare il divieto, ed invece l’ampliamento è del tutto ammissibile, in quanto realizzato mediante l’abrogazione anche di parti di norme che limitavano il divieto, abrogazione quest’ultima del tutto ammissibile come visto esaminando la prima tesi. Anche la seconda tesi è tutto inconsistente: o meglio essendo intrinsecamente inammissibile come la prima, il loro utilizzo combinato è del pari inammissibile, così come è vero che due ubriachi non possono pretendere di sorreggersi l’un l’altro, in quanto invece hanno necessità di trovare un lampione. Sia ben chiaro: qui il lampione manca. Ed allora prepariamoci al grande “referendum” che può essere impedito o mediante un declaratoria di inammissibilità da parte della Corte, il che sarebbe del tutto indecente da un punto di vista costituzionale, o mediante il ricorso alle elezioni anticipate, realizzato per scongiurare la bocciatura da parte del popolo sovrano della politica liberista del lavoro realizzata da Renzi. Ebbene, il “referendum” potrà essere rinviato dalle elezioni anticipate, ma non scongiurato: ed allora, la resa dei conti sarà inevitabile. (9 gennaio 2017)
Il “referendum”, con la grandiosa vittoria del no, ha provocato uno sconquasso, vale a dire non solo le dimissioni di Renzi, già preannunziate, ma anche una crisi politica. Per prima cosa occorre respingere l’addebito di tale sconquasso al fronte del no, che si è limitato a respingere una modifica costituzionale sbagliata e autoritaria, o meglio così ritenuta, a torto o ragione (e lo scrivente si è impegnato per dimostrare la ragione della tesi), e il popolo sovrano si è schierato a favore di detta tesi: Renzi, già prima del voto, aveva deciso di legare il suo destino a quello del “referendum”, con una scelta anomala e dalla dubbia ammissibilità, in quanto il Governo deve operare su fiducia del Parlamento e nell’ambito della Costituzione mentre una sfida plebiscitaria sulla Costituzione sembra prospettare un cambio di sistema, con il “Premier” che si appella al popolo legando tutto, e pertanto anche l’’indirizzo politico, alla Costituzione e che pertanto pone gli equilibri politici, ed anche il proprio indirizzo politico, al di sopra della Costituzione stessa e non al di sotto. Per inciso, nell’Occidente vi è un solo caso di condizionamento ad un “referendum” costituzionale delle intere sorti politiche e si tratta di De Gaulle nel ’70, ma nell’ambito di ben altra situazione, con il ’68 appena scoppiato a sinistra e con tossine a destra non ancora smaltite dopo la fine della Guerra d’Algeria. E poi Renzi non è de Gaulle, che fece identificare in sé la Francia, avendola comandata dall’estero durante la seconda guerra mondiale e riuscendo dopo ad imporre la fine della Guerra d’Algeria anche a costo di farsi odiare dagli ambienti di destra e militari a lui vicini: Renzi invece è diventato Capo del Governo dopo aver vinto le sole primarie del Pd, ha poi ottenuto un grande successo alle elezioni europee e una cocente sconfitta alle elezioni comunali, e da Capo del Governo ha impresso una guida dinamica ma dalla portata complessiva modesta: è semplicemente un giovane politico dalle grandi speranze, negli ultimi tempi ridimensionate, ed un atteggiamento alla De Gaulle o comunque da Padre della Patria sembra fuori luogo ed a metà tra il ridicolo ed il patetico. L’Italia è in crisi in conseguenza della scelta sciagurata di Renzi. “Chi è causa del suo mal……….”. Che il popolo sovrano non possa scegliere in libertà la propria Costituzione che spetta poi alla maggioranza attuare è un’idea frutto di una mente che non si vuole qualificare per non cadere in ipotesi di diffamazione: se la maggioranza si sfalda solo perché non le è gradita la scelta popolare, è evidente che è una maggioranza inconsistente o irresponsabile. Od addirittura un misto di entrambi gli aspetti. Renzi fa lo spiritoso con la componente di sinistra del fronte del no evidenziando che questa ha fatto cadere il Governo Renzi creando le condizioni per un governo di larghe intese con il centro –destra, ma è uno spirito che si scontra con un dato insuperabile, vale a dire che non vi è niente da ridere. Renzi, una volta che ha scelto che la sua maggioranza non ha ragione politica, e deve andare alle elezioni, per tentare di conquistare la maggioranza ha un’alternativa: o insiste su una legge maggioritaria ed allora deve tentare un accordo con la componente moderata del centro destra, per poter puntare ragionevolmente sulla maggioranza relativa quale condizione necessaria e sufficiente per ottenere la maggioranza assoluta, oppure deve virare a 180 gradi sul proporzionalismo e così allearsi con il centro-destra nel suo complesso, privato della Lega e di Fratelli d’Italia, con risultati non dissimili dalla prima opzione, con la differenza rappresentata da un predominio netto del centro-sinistra o da una pari dignità. Per inciso, l’unico elemento certo è che il ballottaggio con il doppio turno va abbandonato in quanto il rischio della vittoria dei 5Stelle al doppio turno è troppo forte. E ciò perché la componente radicale di destra e quella radicale di sinistra al secondo turno Renzi non lo voteranno mai. Il 40% a favore del sì al “referendum”, ammesso che si travasi automaticamente in un voto politico favorevole, ed al riguardo molti dubbi possono essere nutriti, non avrebbero alcun valore in un doppio turno: d’altro canto, con una legge maggioritaria a turno unico il 40% sarebbe utile, ma senza un’alleanza almeno con la componente moderata del centro-destra le alee sarebbero eccessive. Ed addirittura, si può azzardare che la situazione non sarebbe cambiata in caso di vittoria del sì, in quanto il ballottaggio con doppio turno come con l’”Italicum” sarebbe dovuto essere abbandonato in ogni caso: Il trascinamento di una vittoria del sì non sarebbe andato oltre il 40% ed i rischi di un mancato raggiungimento di tale soglia –oltre al quale si evita il doppio turno con l’”Italicum”- sarebbero stati in ogni caso troppo alti. Chiuso l’inciso, Renzi non faccia troppo il furbo e non addebiti alla componente di sinistra del fronte del no una scelta centrista a favore del grande blocco che costituisce lo sbocco inevitabile della sua politica. L’atteggiamento del bambino bizzoso che non accetta lo sconfitta e vuole mostrarsi più abile degli avversari, mettendoli alle strette con il ricatto, istituzionale sulla riforma elettorale, e politico, sulla fine della legislatura, facendo pagare al Paese gli effetti della sua cocente sconfitta, con punte degne di un comportamento alla Coriolano che suscita non rabbia ma profonda tenerezza, appartiene di certo al profilo dell’uomo ed alla sua pochezza politica, ma è anche una sceneggiata per coprire le ragioni della svolta di inciucio con il centro-destra già scelta e da tempo inevitabile – e la situazione non sarebbe stata diversa in caso di vittoria del sì-. Il vero ed unico avversario di tale grande blocco è costituito dai 5Stelle. Da un punto di vista politico, il “referendum” ha legittimato definitivamente i 5Stelle quale unica forza alternativa al grande centro in cui confluiranno il centro-sinistra e la parte dominante del centro-destra. E’ qui si snoda la portata di merito del no, portata di merito che si tenta goffamente di nascondere ed esorcizzare. La scelta inequivocabile del popolo italiano per il costituzionalismo, per una democrazia piena ed effettiva, e per il pluralismo, è una smentita del populismo. I 5Stelle che incarnano in modo genuino la protesta popolare, devono comprendere che perché il loro successo –inevitabile salvo forzature istituzionali ed autoritarie- non sia effimero occorre un forte radicamento nel popolo italiano e pertanto collegare la protesta popolare al rinnovamento ed al potenziamento delle istituzioni di democrazia parlamentare, rappresentativa e pluralista, e così (devono) abbandonare aspetti ciechi ed indifferenziati della protesta, ed anche su un piano squisitamente istituzionale abbandonare l’utopismo della democrazia diretta da accogliere solo quale integrazione di una democrazia rappresentativa, vale a dire (devono) svincolarsi dal populismo per assumere una veste di popolarismo costruttivo e non meramente protestatario. Lo spazio per un accostamento con la sinistra antiliberista, che ha abbracciato pienamente e con entusiasmo non più reversibili la bandiera del costituzionalismo, vi è ed è veramente ampio. Non vi è un percorso lineare in quanto il Movimento 5Stelle ha una caratterizzazione populistica non facilmente suscettibile di riconversione ed inoltre non è riconducibile alla sinistra essendo a-politica: anzi, vi è anche uno spazio per sinergie con la Lega Nord, movimento populista di destra con forte ancoramento popolare per la tutela del localismo e del territorio dalla globalizzazione, dalla grande finanza e dalla fallimentare Europa; i 5Stelle sono finora riusciti d resistere ad ogni tentazione di svolta a destra come invece nel resto dell’Europa ed in America e ciò costituisce la ragione della grandezza del Movimento e la migliore garanzia della più completa anestesia nei confronti di qualsivoglia pericolo di svolta autoritaria. Ma da qui ad una convergenza con la sinistra il passo è lungo, forse troppo. Ed infatti, la grandezza del Movimento è stata anche quella di rifiutare ogni supporto a Bersani nel 2013, ed il rifiuto fu molto criticato a sinistra –anche dallo scrivente- ma fu la migliore garanzia di un populismo puro del Movimento. Ma se si passa dalla protesta alla proposta, e ciò è necessario se si vuole presentare una vera alternativa al grande centro informe, occorrerà introdurre dei contenuti, e sul piano del costituzionalismo ove di natura squisitamente e genuinamente popolare l’incontro con la sinistra antiliberista è inevitabile. E’ un incontro e non un abbraccio e la profonda distinzione di impostazione, posizioni e contenuti resta ferma, ma è anche un avvio di collaborazione che può diventare proficua e stabile se la sinistra antiliberista comprende la necessità di un profondo cambiamento nel senso di raccogliere le istanze popolari in modo meno preconcetto, restando peraltro di sinistra, egualitaria, sociale e socialista s’intende, e se il popolarismo puro dei 5Stelle si caratterizza in senso sociale, vale a dire se sotto il popolo cerca la natura sociale incontrando così inevitabilmente la classe. Già alle prossime elezioni il discorso diventa importante, ma anche molto delicato, in quanto i 5Stelle possono aggregare a sé sia il populismo di destra sia la sinistra antiliberista e costituzionale, e la ricerca di un terreno comune presenta dei nodi che è bene affrontare da subito (come lo scrivente tenterà di fare nei prossimi giorni fino alle elezioni). La sinistra antiliberista può presentarsi in un’ottica non minoritaria se riesce a comprendere le ragioni del profondo disagio sociale ed a farsene interprete, il che è nelle sue corde. I commentatori vicini al renzismo hanno identificato nel disagio sociale la vera ragione della sconfitta di Renzi, mentre la difesa della Costituzione sarebbe irrilevante -per tutti l’ineffabile D’Alimonte che adduce a conforto la maggioranza del sì in alcune grandi città e soprattutto nei quartieri del centro-. E’ un argomento meschino di chi non vuol accettare la sconfitta sul piano del merito dove ha sostenuto la riforma, ed è bene invece che si metta l’anima in pace di fronte alla reiezione della stessa da parte del popolo. Altre ragioni, pur presenti, sono aggiuntive in quanto Renzi ha posto la questione su un ammodernamento delle istituzioni contro chi lamentava una tendenza autoritaria dietro (“rectius”, dentro) l’ammodernamento. Ritenere ora priva di rilievo tale posta appare l’auto-giustificazione meschina di chi ha perso e non accetta la sconfitta. Ma la discussione non è irrilevante sul punto: il disagio sociale pone in risalto la natura fallimentare della politica economica del Governo ma a seguire a stretto giro evidenzia che il costituzionalismo di sinistra, “rectius” della sinistra antiliberista, può collegarsi con la protesta sociale e, se non è ancora in grado di dirigerla, può peraltro già fornirle dei profili non banali di indirizzo.