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Il presente scritto è frutto di una ricerca durata più di 15 anni e che è stata
operata da un gruppo di intellettuali milanesi che si sono raccolti intorno
ad un centro studi economico-politici denominato Circolo degli Scipioni. Il
nome è mutuato dall’analoga ricerca fatta dagli intellettuali repubblicani
raccolti intorno alla figura di Scipione l’africano, il vincitore di Zama, il
quale, nel corso della campagna militare che trascina Roma nel reticolo
degli interessi socio-politici ellenici sino alla conquista dell’intera regione,
studia la parabola discendente del sistema schiavile greco, avanti di secoli
rispetto a quello romano. Egli, pur senza saperlo, compie una analisi di
tipo materialista storico ed individua le ragioni di questo disfacimento
nella invincibile concorrenza della grande proprietà schiavile rispetto alle
piccole e medie proprietà schiavili e suggerisce di provvedere per tempo
con adeguati sostegni statali per impedire la loro fagocitazione da parte
dell’aristocrazia schiavile, impedendo il conseguente formarsi delle plebi
e il progressivo decrescere della Domanda interna.
Egli è membro dell’aristocrazia senatoria romana e parla negli interessi di
questa stessa classe, prevedendo quel disfacimento i cui segni saranno
per tutti palesi solo 400 anni dopo. E resta inascoltato. Dopo di lui
resteranno inascoltati anche Tiberio e Caio Gracco, che non a caso sono
imparentati con suoi diretti discendenti o da lui discendono per parte di
madre, e che, partendo dalle sue stesse analisi, porteranno avanti le sue
proposte appoggiandosi però alle plebi, intanto accresciutesi
numericamente, organizzate politicamente nel Partito Popolare. E
verranno uccisi.
Oggi, il Circolo degli Scipioni, utilizzando il medesimo strumento di analisi
storica, economica e sociale, arricchito da due millenni di acquisizioni
epistemologiche, ha la presunzione di avere individuato le ragioni
dell’attuale crisi del capitalismo nella feudalizzazione della classe
dirigente capitalistica.

 

La Rivalutazione di Banca d'Italia

La rivalutazione del capitale sociale della Banca d’Italia determina la perdita definitiva della sovranità monetaria e avvantaggia le banche azioniste a spese dei cittadini! Ad oggi, il capitale della Banca d’Italia risulta pari a 156 mila euro, suddiviso in quote sottoscritte a loro tempo da numerose banche e assicurazioni private per il 95% del suo valore. Il 5% è dello Stato (INPS e INAIL). Alla fine dell’articolo, l’elenco delle banche private azioniste, le assicurazioni e gli enti pubblici con a fianco di ognuna di esse la quota di partecipazione azionaria e il numero dei voti. Il capitale sociale della Banca d’Italia, che nel 1979 si è sganciata dal Tesoro, è fermo al 1936. La rivalutazione del capitale sociale andava fatta, essendo un così importante istituto (oggi, falsamente definito “di diritto pubblico”), con un capitale sociale pari al valore di un piccolo appartamento di periferia. Con la rivalutazione, Bankitalia (per il 95% in mano a privati) dovrebbe apportare allo Stato un introito fiscale per circa di 900 milioni, sempre ammesso che Visco non ne riduca l’aliquota. E fin qui nulla da dire, se non fosse che a beneficiarne siano le banche azioniste. Infatti, le banche si troveranno ad avere un maggiore capitale a bilancio, sulla cui rivalutazione, già per esse avvenuta in anni precedenti, dovranno pagare un’aliquota del 12%, sui beni ammortizzabili sarebbe stata del 16%. Un bel regalo alle banche, insomma. I banchieri, nel 2006, hanno inserito un comma all'articolo 40 dello Statuto di Bankitalia, secondo cui oltre ai risibili dividendi figurativi, spettano agli azionisti privati altri dividendi aggiuntivi pari ai profitti degli investimenti del valore massimo del 4% delle riserve detenute nell'anno precedente. Attualmente le banche azioniste di Bankitalia hanno diritto a un dividendo nella misura massima del 10% del capitale (15.600 euro), che si somma al 4% massimo delle riserve. Considerando che alla fine del 2012, le riserve ammontavano a quasi 14,9 miliardi, fino ad oggi gli istituti hanno potuto riscuotere utili fino a un massimo complessivo di quasi 595 milioni all’anno. Una regalia stimata in 27 miliardi di Euro. Per le banche, gli utili rappresentano una mera plusvalenza a fronte di ZERO investimenti. Inoltre, esse potrebbero riportare a bilancio una voce attiva importantissima, che consente loro di superare gli stess-test della BCE, aggirando così la normativa europea sugli aiuti di Stato. Il Governo avrebbe incaricato tre soggetti esperti per rivalutare il capitale di Bankitalia, oltre ad Andrea Sironi, Rettore della Bocconi, e Franco Gallo, Presidente della Corte Costituzionale ed esperto giurista tributario, figura l’ex premier greco Lucas Papademos, direttore della banca centrale greca, ex banchiere centrale BCE, che ha collaborato con la Goldman Sachs quando si è trattato di aggiustare il debito greco. I risultati raggiunti dalla Grecia sono sotto gli occhi di tutti. Le banche non ne usciranno perdenti. Infatti, da questa operazione una tantum incasseranno maggiori utili che saranno distribuiti ad ogni esercizio annuo. Mentre lo Stato incasserebbe al massimo 1,5 mld. Ma il vero regalo alle banche non verrebbe dai maggiori utili distribuiti, ma da una norma approvata al Consiglio dei Ministri, che fissa al 5% la quota massima per ciascun istituto, in quanto, la percentuale eccedente deve essere ceduta alla Banca d’Italia, che l’acquista temporaneamente, per poi rivenderla ad altri soggetti investitori nazionali o stranieri. In pratica, si verrebbe a creare un vero e proprio mercato internazionale delle quote di Banca d'Italia. E chi sarebbero gli investitori privilegiati? Grossi istituti finanziari esteri tipo Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Barclays, Deutsche Bank, etc., mentre lo Stato e i cittadini non ne trarranno alcun beneficio. Cioè, in pochi anni la Banca centrale italiana passerebbe in mani straniere. Questo può succedere perché solo la Banca d’Italia è quasi interamente in mano ai privati, mentre la banca centrale tedesca e quella francese sono interamente pubbliche. Nessun altro Paese ha la propria banca centrale così privatizzata e aperta ai mercati internazionali. A questo punto, se lo Stato volesse riacquistare quella che un tempo fu la sua banca centrale, dovrebbe sborsare oltre 7 miliardi di euro agli azionisti. Vediamo, invece cosa succederebbe con questa operazione. Oltre a migliorare la situazione disastrosa degli istituti bancari, questi banchieri avrebbero annualmente maggiori dividendi complessivi, che finirebbero alle banche private azioniste italiane e straniere, la cui principale azione di investimento è stata la speculazione finanziata con il fiscal compact e coi risparmi dei cittadini. Il governo, invece, incasserebbe una tassa una tantum sulle plusvalenze della rivalutazione (circa 1,5 miliardi, per il mancato incasso dell’IMU) e si priverebbe però di un sicuro introito derivante dalle tasse e dalla redistribuzione degli utili per tutti gli anni futuri. Si sposterebbe così il tesoretto degli italiani nelle casse delle banche private. E non finisce qui! Il governo Letta ha presentato un emendamento che renderebbe la rivalutazione del capitale retroattiva al 2013, così da garantire agli azionisti più importanti (Intesa e Unicredit) un ulteriore guadagno compreso fra 2,7 e 4 miliardi di euro! La rivalutazione del capitale, inoltre, scongiurerebbe il declino dell’euro. Essendo la banca centrale italiana completamente in mano ai privati, lo Stato non potrebbe più, quindi, riacquistare la sovranità monetaria. Quale altro Paese sarebbe disposto a svendere le azioni di un così importante istituto per incassare solo 1,5 mld? Troverebbe sicuramente una soluzione diversa. Ecco le banche azioniste di Bankitalia, con a fianco le quote possedute e il numero di voti ad esse spettanti: Intesa Sanpaolo S.p.A. 91.035 (50) UniCredit S.p.A. 66.342 (50) Assicurazioni Generali S.p.A. 19.000 (42) Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A. 18.602 (41) INPS 15.000 (34) Banca Carige S.p.A. - Cassa di Risparmio di Genova e Imperia 11.869 27 Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. 8.500 (21) Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. 7.500 (19) Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A. 6.300 (16) Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A. 6.094 (16) Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A. 5.656 (15) Fondiaria - SAI S.p.A. 4.000 (12) Allianz Società per Azioni 4.000 (12) Banco Popolare s.c. 3.668 (11) Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A., 3.610 (11) Cassa di Risparmio di Asti S.p.A. 2.800 (9) Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A. 2.626 (9) Banca delle Marche S.p.A. 2.459 (8) INAIL 2.000 (8) Milano Assicurazioni 2.000 (8) Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia S.p.A. (CARIFVG S.P.A.) 1.869 (7) Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia S.p.A. 1.126 (6) Cassa di Risparmio dell’Umbria S.p.A. 1.106 (6) Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.A. 949 (5) Banca Popolare di Milano S.c.a r.l. 873 (5) Cassa di Risparmio di Ravenna S.p.A. 769 (5) Banca Regionale Europea S.p.A. 759 (5) Cassa di Risparmio di Fossano S.p.A. 750 (5) Banca Popolare di Vicenza S.c.p.A. 687 (5) Cassa di Risparmio di Cesena S.p.A. 675 (5) Banca dell’Adriatico S.p.A. 653 (5) Cassa di Risparmio di S. Miniato S.p.A. 652 (5) Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna S.p.A. 605 (5) Banca Carime S.p.A. 500 (5) Società Reale Mutua Assicurazioni 500 (5) Veneto Banca S.c.p.a. 480 (4) Banca Popolare dell’Emilia Romagna S.c. 430 (4) Banca CARIM - Cassa di Risparmio di Rimini S.p.A. 393 (3) Cassa di Risparmio di Bolzano S.p.A. 377 (3) Cassa di Risparmio di Bra S.p.A. 329 (3) Cassa di Risparmio di Cento S.p.A. 311 (3) Cassa di Risparmio della Spezia S.p.A. 266 (2) Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo S.p.A. 251 (2) Cassa di Risparmio di Orvieto S.p.A. 237 (2) Banca Cassa di Risparmio di Savigliano S.p.A. 200 (2) Cassa di Risparmio di Volterra S.p.A. 194 (1) Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti S.p.A. 151 (1) Cassa di Risparmio di Fermo S.p.A. 130 (1) Cassa di Risparmio di Savona S.p.A. 123 (1) TERCAS - Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo S.p.A. 115 (1) Cassa di Risparmio di Civitavecchia S.p.A. 111 (1) Credito Valtellinese S.c. 101 (1) Cassa di Risparmio di Carrara S.p.A. 101 (1) CARILO - Cassa di Risparmio di Loreto S.p.A. 100 (1) Cassa di Risparmio della Repubblica di S. Marino S.p.A. 36 – Banca CARIPE S.p.A. 8 – Banca Monte Parma S.p.A. 8 – Cassa di Risparmio di Rieti S.p.A. 8 – Cassa di Risparmio di Saluzzo S.p.A. 4 – Banca del Monte di Lucca S.p.A. 2 – TOTALI 300.000quote, 535voti
Non si può negare che, nell’ambito del vento di sinistra che nel secondo dopoguerra fino agli anni ’70 compresi ha portato in Europa a grandi conquiste a favore del lavoro e dei lavoratori dipendenti, l’Italia si è caratterizzata per un’accentuazione delle tutele, che ha caratterizzato le stesse tutele in senso non solo quantitativo, ma anche qualitativo. Il diritto del lavoro è nato, in Inghilterra e in Germania a cavallo tra i due ultimi secoli , ed ha ricevuto avuto base teoria molto raffinata in Germania ai tempi della Repubblica di Weimar: base teorica che ha portato ad un’elaborazione di grande livello. L’inattualità del presupposto che la muoveva, l’ipotesi di una transizione democratica a sistema economico superiore, non rende altrettanto inattuale l’elaborazione stessa. La sua essenza è quella di distaccarsi in termini accentuati dal diritto civile cui appartiene; in particolare, il contratto di lavoro registra una profonda autonomia rispetto al contratto in genere; il contratto di lavoro è contraddistinto dalla subordinazione del lavoratore, che è sottomesso, per la totalità della sua attività lavorativa e quindi per soddisfare le esigenze fondamentali per una vita dignitosa propria e della propria famiglia, ai poteri gerarchici dell’imprenditore ed è vincolato alle sue scelte organizzative e gestionali, scelte meramente unilaterali. La subordinazione è l’elemento essenziale del contratto di lavoro: certamente, vi è alla sua base una concezione sociale di tutela dell’esigenza di soddisfare le esigenze fondamentali per una vita dignitosa del proprio nucleo famigliare. Ma sarebbe riduttivo risolvere il tutto in esigenze sociali e quindi in una determinata visione politica: si trascurerebbe così la portata scientifica del diritto del lavoro. La subordinazione è l’elemento essenziale del diritto del lavoro in quanto la tutela della linea di soddisfare le esigenze fondamentali del proprio nucleo famigliare è un aspetto oggettivo che qualifica gli assetti sociali, senza la quale manca “in limine” la possibilità di equilibrio sociale e si crea una situazione di instabilità, vale a dire un conflitto non fisiologico ma patologico e tale da minare le basi della convivenza civile. Ma non solo: la tutela della linea di soddisfare le esigenze fondamentali del nucleo famigliare del lavoratore quindi non mette in discussione la subordinazione e il ruolo dell’impresa e del profitto, ma addirittura li tutela da antagonismi e da rivolgimenti sociali, ponendo i lavoratori interessati oggettivamente al buon andamento dell’impresa, in quanto atta a soddisfarne le principali esigenze. Alla luce della subordinazione vi è la necessità di apportare limiti strumenti all’autonomia delle parti, e di tutelare in modo incisivo il lavoratore. Di qui la tutela dell’autonomia sindacale, arrivando di fatto se non diritto, per mancata applicazione dell’art. 39 Costituzione, a un contratto collettivo di categoria a livello nazionale, inderogabile “in pejus” , alla piena tutela del diritto di sciopero, anche nelle forme più dure e più conflittuali, e poi lo statuto dei lavori, con il divieto di discriminazione , il divieto di “demansionamento”, il divieto di licenziamenti ingiustificati per il personale non dirigenziale di imprese con dipendenti di numero superiore a 15 (art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e il sostegno giudiziario all’attività sindacale. Nella stessa ottica, la distinzione tra contratto di lavoro subordinato e contratto di lavoro autonomo ha solo natura oggettiva e basata sulle caratteristiche della prestazione, al fine di accertare, esclusivamente, la sussistenza o no della subordinazione: la volontà delle parti è secondaria e marginale se non addirittura irrilevante. Negli anni ’90 ha avuto avvio un faticoso lavorio di decomposizione e demolizione che ha dato i propri frutti nel nuovo millennio: ciò anche sulla base delle suggestioni derivanti da alcune tendenze giurisprudenziali decisamente sbilanciate, con eccessi ed esagerazioni, a favore del lavoratore. Senza poter dar conto di tutti passaggi, nella seconda metà anni ’90 e nel primo decennio del secondo millennio si è operata la piena tutela della flessibilità, prevedendo, con misure legislative definite con la c.d. legge Biagi del 2003, la salvaguarda del lavoro autonomo e una serie di nuove figure e nuovi istituti di lavoro autonomo. In tal modo si sono poste le basi per accettare l’impostazione di Pietro Ichino -giurista di area di sinistra riformista, nei fatti liberista con leggera edulcorazione , purtroppo destinatario di minacce non isolate delle “nuove Brigate Rosse”, il che, anche alla luce delle morti, per mano terrorista, dei “giuslavoristi” D’Antona e Biagi, introduce nel dibattito una variante agghiacciante-, secondo cui la distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato è di natura volontaristica, con l’autonomia contrattuale che è piena e che non incontra limiti oggettivi: Ichino, certamente, evidenzia che la volontà deve essere vera e reale e non simulata; ma si tratta di precisazione di grande momento teorico ma di fatto irrilevante; una volta che ci si incentra sulla volontà della parti di avere un rapporto autonomo, anche in presenza di subordinazione, vale a dire di lavoratore che di fatto dipenda da un solo datore (esclusiva) e che non abbia una particolare qualificazione professionale (lavoratore autonomo, professionista) o dei clienti a lui strettamente legati (agente), la volontà delle parti è artificiosa e fittizia. Gli elementi posti da Ichino a prova dell’effettività della domanda, quale il luogo di lavoro ed il tempo di lavoro se rigidi o autonomi, sono infatti secondari, in quanto prescindono se non in via solo presuntiva dalla subordinazione che invece è collegata esclusivamente alla dipendenza effettiva e non derogabile del lavoratore nella pressoché esclusività delle propria energie dall’imprenditore, e conseguentemente non incidono sulla sostanza della prestazione. In tale opera svolge un ruolo essenziale un attacco serrato e continuato all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori con il suo divieto di licenziamento ingiustificato per le imprese con dipendenti dal numero superiore a 15: nell’art. 18 vi è la tutela reale del posto di lavoro, senza che sia sufficiente un risarcimento od un’indennità; si vuole quindi, con tale attacco, fino al Governo Monti rimasto senza esito, arrivare alla piena libertà di licenziamento da parte dell’impresa. Recentemente, Pietro Ichino ha perfezionato –con il consenso di Veltroni e l’appoggio forte ed incisivo di Monti e Giavazzi - la sua proposta di abolizione dell’art. 18, sostituendo la tutela reale del posto del lavoro con una di natura indennitaria, con l’entità dell’indennità in aumento in funzione dell’anzianità di servizio, e con maggior rigore in caso di licenziamenti discriminatori : il tutto con ammortizzatori sociali a favore dei disoccupati e con un sistema, gestito da sindacati e imprenditori, atto a ricollocare i disoccupati. Ichino, per sottolineare che la sua posizione è l’unica realista di tutela dei lavoratori, ha posto in risalto tre distinti aspetti: in primo luogo, l’eccesso di tutela del posto del lavoro e di rigidità nei licenziamenti costringerebbe l’impresa a far diminuire il costo del lavoro per compensare gli oneri di licenziamento; trattasi di argomento manifestamente infondato, in quanto l’affievolimento dei fattori di rigidità si è accompagnato ad un sempre maggiore deterioramento della situazione economica dei lavoratori, il cui potere di acquisto è sempre andato diminuendo. In effetti, l’indebolimento della tutela normativa del lavoratore altera definitivamente i rapporti di forza tra le due parti e lo pone in condizioni di dipendenza assoluta rispetto all’imprenditore, con particolare riferimento alle richieste di questi di “demansionamento” del lavoratore e di diminuzione del salario. In secondo luogo, Ichino evidenzia che l’imprenditore non ha alcun interesse a licenziare il lavoratore se non necessario: si trascura così che il problema si pone a livello individuale, con l’imprenditore oggettivamente interessato a licenziare i dipendenti meno giovani, dalla produttività minore; si creerebbe una profonda disgregazione sociale, in contrasto con l’esigenza, da tutti condivisa, di alzare l’età pensionabile. In terzo luogo, Ichino evidenzia che una tutela più rigorosa è necessaria per i licenziamenti discriminatori, vale a dire dettati da esigenze politiche, sindacali, razziali: si tratta di argomento del tutto privo di realismo, in quanto licenziamenti discriminatori sarebbero assistiti da motivazioni, anche prive di effettività, che a tutto farebbero riferimento tranne che a discriminazione; una volta eliminata la necessità della giusta causa e del giustificato motivato, la libertà di motivazione sarebbe certamente illimitata. I licenziamenti discriminatori non erano un’ipotesi di scuola già prima di Marchionne: qualche estate fa le Ferrovie dello Stato hanno licenziato un dipendente, tra l’altro anche rappresentante sindacale, “reo” di aver segnalato con foga presunte carenze in materia di sicurezza dei macchinari ed anche del materiale dei vagoni, imputando alle stesse alcuni incidenti verificatisi. Senza prendere posizione sul caso di specie, spetta al lavoratore il pieno diritto di critica nei confronti dell’azienda e del suo vertice -e ciò in termini ancora più accentuati in capo ai rappresentanti sindacali- , con l’unico limite costituito dal divieto di diffusione di notizie false e di comportamenti diffamatori, limite che certamente non ricorre in presenza di opinioni. La legge Fornero ha concluso, “rectius” ha posto le basi per concludere quest’opera ed ha liberalizzato i licenziamenti, sia pure in modo timido e non lineare, consentendo il licenziamento anche non giustificato con pagamento di indennità con il divieto di licenziamenti discriminatori: il tentativo è timido e quindi l’unica sentenza finora emanata in applicazione ha disposto la reintegra. La legge Fornero è importante in quanto rompe il tabù e quindi per ragioni di principio: una volta infranto il tabù sarà agevole intervenire più incisivamente: la legge ha tentato di porre un freno alla proliferazione di contratti di lavoro autonomo con una severa disciplina; di fronte alle lamentele delle imprese, questa sarà ridimensionata. Che il divieto di discriminazione ribadito dalla legge Fornero e mantenuto fermo anche da Ichino sia una vera e propria foglia di fico è del tutto pacifico: di fronte alle sentenze che hanno sanzionato ipotesi di discriminazioni della Fiat a danno della Fiom, unica organizzazione sindacale recalcitrante nei confronti dei modelli organizzativi e contrattuali imposti dalla Fiat, questa ha reagito ponendo in mobilità, evidentemente con l’intento di licenziarli, i dipendenti non iscritti Fiom per fare posto a questi, in modo da porre i dipendenti Fiom contro gli altri, e creare una pressione sui lavoratori in generale e sull’opinione pubblica e determinare un’ostilità nei confronti della stessa Fiom, le proteste sono flebili e Ichino, in modo salomonico, ha invitato entrambe la parti a fare un passo indietro, la Fiat ad accogliere senza ritorsioni gli iscritti Fiom e quest’ultima ad accettare il contratto integrativo Fiat, come se fosse ammissibile la discriminazione a carico di chi non accetta le proposte aziendali. L’accordo per la produttività tra parti sociali e Governo ha previsto la possibilità di deroghe al divieto di “demansionamento”, finora giustamente inderogabili, ed è facile che vi sarà una norma a suggello, il che discenda pacificamente dalla liberalizzazione dei licenziamenti, grazie a cui i lavoratori sono costretti ad accettare tutto pur di non perdere il posto di lavoro. Le banche stanno per attuare una trasformazione in massa dei contratti di lavoro dipendenti degli addetti al rapporto alla clientela in contratti di agenzia per lo svolgimento dell’attività di promotore finanziario: la figura del promotore finanziario è di sicuro caratterizzata da dinamismo. Ma che ne sarà dei diritti di migliaia di persone , molti non più giovanissimi? La direzione di marcia è chiara: si intende abolire l’anomalia (felice) del diritto del lavoro, trascurando così che il diritto del lavoro è strettamente legato al diritto dell’impresa e che la fine del primo porta a minare anche le basi del secondo, quale disciplina di un’entità distinta ed autonoma rispetto all’imprenditore: il deterioramento delle condizioni normative e economiche dei lavoratori crea una disaffezione dei lavoratori nei confronti dell’impresa, che così si risolve nel mero arbitrio dell’imprenditore. Senza la tutela dei diritti die lavoratori viene meno l’impresa con la stessa produzione di ricchezza, e l’imprenditore finisce con il restringere il suo ruolo a quello di speculatore pronto a cogliere le migliori occasioni di lucro dove sorgono mediante un’attività che è finanziaria e commerciale più che imprenditoriale. La mobilità dei lavoratori e la flessibilità dell’impresa sono valori fondamentali, soprattutto in un’economia globalizzata, ma non devono comportare la compressione dei diritti dei lavatori: l’istituto previsto da Ichino di gestione, a cura dei sindacati e delle imprese, della sorte dei disoccupati è meritevole di attenzione, ma solo quale condizione per il licenziamento e non da attivare solo dopo il licenziamento stesso. La salvaguardia del posto di lavoro e del potere d’acquisto dei lavoratori deve essere irrinunciabile,e conseguentemente il diritto del lavoro non deve essere “normalizzato”. Bisogna quindi tornare alla subordinazione ed alla sua centralità: non è un caso che in Italia la subordinazione fosse stata posta al centro dell’ordinamento dalle riflessioni di uno dei padri del diritto del lavoro italiano, Renato Scognamiglio, certamente non marxista e certamente non simpatizzante per qualsivoglia forma di radicalismo politico. Certamente, negli anni ’70 la teoria della subordinazione era stata presa a propria base anche da parte della teoria marxista e della sinistra radicale, la quale non si avvedeva che l’eliminazione della del lavoro subordinato in una società socialista correva il rischio di essere fittizia e nominale e di fatto di comportare l’eliminazione delle tutele del diritto del lavoro in quanto rese superflue da tale supposta eliminazione, il che si è puntualmente verificato nelle società del socialismo reale. Anche a seguire le tesi libertarie del socialismo non statizzato ma basato sull’autogestione e sui consigli operaio, alla fine se si ritiene che la presenza dell’identificazione del datore di lavoro con la stessa comunità di lavoratori sia sufficiente a configurare la socializzazione, da un lato si trascura che in ogni caso il comando è necessario, e quindi la natura fittizia è dietro l’angolo e in ogni caso che così giustifica il venir meno dell’esigenza di tutela, non essendo necessario tutelarsi da sé stessi. D’altro canto, la tesi sostenuta da uno dei più grandi giuristi di Weimar (Franz L.Neumann), sostenitore già allora di uno sbocco radicale di transizione al socialismo, si rendeva conto di tali insufficienze e, pur ribadendo la necessità di una tutela ferma e incondizionata, in qualsiasi contesto, del lavoratore, concludeva in modo pessimistico sulle evoluzioni del diritto del lavoro, anche alla luce del suo collegamento con la Scuola di Francoforte, connesso all’alienazione del lavoratore, alienazione insuperabile in qualsiasi contesto sociale. L’alienazione è al centro dell’analisi marxista, ed è assolutamente discutibile, come mostrato da Lucio Colletti a suo tempo: con questa il marxismo contesta il capitalismo in modo millenarista ed escatologico e quindi meramente utopista, rinnegando la sua critica dell’utopismo e la sua natura di socialismo scientifico basato sul materialismo storico, rimpiangendo l’eliminazione della distinzione tra prestazione lavorativa e appropriazione del frutto lavorativo, distinzione necessaria in qualsiasi situazione di complessità industriale e di grandi conglomerati produttivi; in questi i lavoratori si devono spogliare in ogni caso di parte degli utili, destinati al rafforzamento dell’azienda, come deciso da chi detiene il comando; anche in presenza di autogestione, vi sarà sempre un gruppo che esercita il comando, in quanto complessi conglomerati produttivi richiedono immediatezza e unitarietà di decisioni. Con il solo contestare la sufficienza della pubblicizzazione dell’economia e dell’economia di piano non si raggiunge il socialismo. Il nodo del comando e dell’autorità non è eludibile. Pertanto, occorre partire dalla tesi della subordinazione, quale magistralmente resa da Renato Scognamiglio in Italia. La stessa si rivela insufficiente, e quindi non a caso è stata superata dalla tesi, meramente giustificazionista del potere dell’imprenditore privato e della mancanza di limiti a tale potere, di modo che non è possibile distinguere tra potere e arbitrio, di Ichino. Le insufficienza della tesi di R. Scognamiglio dipendono dalla sua mancata messa in discussione del potere dell’impresa, potere dell’impresa che se assoluto alla fine non tollera limiti, di modo che l’accoglimento della tesi di Ichino diventa, non scientificamente ma politicamente s’intende, inevitabile. Perimenti insufficiente si rivela il tentativo di un allievo (di sinistra) di Scognamiglio, Pietro Barcellona, sempre negli anni ’60-’70, di collocare la teoria della subordinazione in un’ottica più ampia del contratto in generale, basata sulla contrapposizione sociale tra le due parti contrattuali, contrapposizione sociale in essere non solo tra imprenditori e lavoratori, ma tra imprenditori e tutte le controparti. La generalizzazione del conflitto sociale è assolutamente condivisibile, ma la teoria mostra in pieno i suoi limiti. La contrapposizione sociale comporta la necessità di tutela delle controparti dell’imprenditore, ma non si elude poi l’esito: si mette o no in discussione il ruolo dell’impresa e come, in vista di quale sbocco sociale? Non è un caso che la tutela dei consumatori, posta radicalmente al centro della teoria di Barcellona, che non era e non è un giuslavorista, ma era ed è un civilista (come R. Scognamiglio del resto, ma senza la specializzazione giuslavorista di questi), sia rimasta avvolta in un “consumerism” all’americana, privo di incisione sui rapporti di forza e con in più una deriva spesso assistenzialista, di tutela generica e generale e spesso assoluta, come in materia di risparmio e di utenti di servizi finanziari, dove spesso la tutela si è concretizzata nel traslare il rischio degli investimenti finanziari, dal cliente che ne è il destinatario naturale visto che beneficia dei relativi utili, all’intermediario, anche a prescindere dall’effettività della natura sostanziale e determinante sulle perdite subite dal cliente delle violazioni dell’intermediario stesso In un momento in cui la fine del capitalismo e la transizione ad altro sistema non appartengono all’attualità ed alla concretezza storica e politica, e quindi la prospettiva è, per un periodo non breve e allo stato privo di prospettive di termine finale, esclusivamente riformista, vi sono tutti i presupposti per collocare la teoria della subordinazione in un’ottica di approccio anche scientifico al ruolo dell’impresa. Il lavoro è l’elemento essenziale dell’economia, in quanto è l’unico elemento in grado di fornire obiettività e consistenza all’iniziativa dell’imprenditore: è più importante del capitale, in quanto questi può essere investito secondo criteri di mutevolezza e di dinamismo così accentuati da prescindere da un’attività organizzata in vista della creazione di valore aggiunto, in modo da finire di rispondere a criteri propri di speculazione. Senza il lavoro l’impulso del capitale diventa un fattore di ricchezza non produttivo. Con questo non si vuol tornare alla teoria del valore-lavoro, inutilizzabile in un sistema in cui la produzione non guida la distribuzione e la finanza, né si vuole impostare il discorso sul piano della socializzazione: semplicemente, si vuole evidenziare che la subordinazione del lavoratore all’imprenditore, elemento necessario in un sistema capitalistico, deve essere inserita in un sistema di sostegno del lavoro e di legame del lavoro all’impresa. Da ciò derivano precise ed univoche conseguenze. In primo luogo, la distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato deve essere ricondotta all’effettività della subordinazione, senza alcun rilievo alla volontà delle parti. I contratti di lavoro autonomo non professionale e non promozionale devono essere ammessi per periodi di tempo estremamente circoscritti ed altri termini in casi marginali ed eccezionali. In secondo luogo, il contratto collettivo nazionale deve essere inderogabile in “pejus”. In terzo luogo, il divieto di licenziamento ingiustificato e di “demansionamento” devono essere mantenuti, con riduzione del numero dei dipendenti dell’impresa perché scatti il divieto (dai sedici attuali a 6). Deroghe su tutti i tre i punti possono essere ammesse per imprese piccole e per processi di ristrutturazioni approvati a livello sindacale generale, con garanzie per i lavoratori e con strumenti di controllo (organismi di vigilanza, commissario giudiziale in caso di inadempimenti) . Un progetto globale di governo dell’economia deve essere in grado di inserire tali misure in un sistema organico di programmazione pubblica e di cogestione, che sia in grado di disciplinare capillarmente le relazioni industriali, in modo da ammettere l’elasticità solo se nell’interesse di entrambe le parti. Il rapporto di lavoro mantiene le caratteristiche di gerarchia e di subordinazione ma esclusivamente se rientranti in un’attività di impresa che sia funzione razionale e produttiva e quindi sociale, intesa in senso di equilibrio e di coordinamento.

La riforma del lavoro

Tutti, pressoché senza eccezione, si preoccupano del lavoro e vogliono tutelare il lavoro e trovare soluzioni lavorative per la sterminata massa dei disoccupati: ebbene, le soluzioni che si stanno trovando, ma anche le alternative proposte, si muovono nel senso di levare, -“rectius”, di azzerare- garanzie ai lavoratori e di assicurare libertà assoluta alle imprese. E’ una logica di tutela del lavoro che viene rimessa completamente alla sua controparte, l’impresa. E’ il liberismo nella sua forma più pura, di natura “manchesteriana”, che si basa sul presupposto che l’impresa una volta a regime innesca un regime virtuoso di ricchezza che automaticamente si re-distribuirà a beneficio di tutti e in particolare favorirà i dipendenti. Tale idea si è rivelata fallace e in particolare la conformità dell’interesse delle imprese all’interesse sociale e pubblico nient’altro è che un’illusione. L’intervento pubblico e sociale con correzioni profonde del capitalismo si è rivelato necessario per assicurare all’Occidente il periodo più felice della sua storia, quello tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ’80, e per vincere la competizione con il defunto mondo comunista. Ma questo appartiene al passato: al presente, la crisi del 2008, ben lungi dall’essere sanata, nemmeno in prospettiva, dimostra che la liberazione delle imprese da ogni laccio e lacciolo (per usare la famosa espressione di Guido Carli) non è assolutamente garanzia di loro efficienza. In prospettiva, la globalizzazione, con “dematerializzazione”, caratterizzazione finanziaria e delocalizzazione, mostra che i vantaggi delle imprese non danno alcuna garanzia di redistribuzione effettiva e comunque di mantenimento all’interno del Paese. Pertanto, la proposta -da tempo, ora da Renzi- riforma del lavoro è solo frutto di ideologia, nel senso deteriore del termine , utilizzato da Marx ne “L’ideologia tedesca”, vale a dire quale falsa coscienza. D’altro canto, la tutela dei diritti dei lavoratori quando non vi è più lavoro e con le imprese che trovano mille modi per sottrarsi è frutto di mera illusione. Una via di uscita esiste, ed è rappresentata dalla messa in discussione dei diritti ma esclusivamente nell’ambito di un quadro contrattato tra imprese, sindacati e organi di programmazione pubblica, vale a dire nell’ambito di una cogestione globale, in modo che l’efficienza delle imprese sia un mezzo e non un fine e sia sottratta alle imprese stesse la determinazione esclusiva dei frutti dell’efficienza. Nel concreto, occorre ripristinare lo Statuto dei lavoratori nella versione ante-Fornero, con il limite di 15 dipendenti diminuito a 5, il ricorso estremamente circoscritto ai contratti a termine, la funzione centralizzata dei contratti collettivi, ed inserire espressamene la qualificazione come contratto di lavoro subordinato di ogni contratto autonomo in cui manchi l’autonomia sostanziale del lavoratore, secondo indici rigorosi ed univoci, il tutto con possibilità di deroghe dietro la presentazione di piani aziendali che prevedano la necessità di periodi di elasticità a fronte di vantaggi a breve e comunque in termini ragionevoli da destinare a favore dei lavoratori: in mancanza di destinazione di tali vantaggi, a meno di cause non imputabili all’impresa, vi siano sanzioni amministrative pecuniarie ed anche penali detentive. Bisogna uscire da un lato dalla fissità e dall’immobilità dei diritti e dall’altro dalla loro lesione, lesione che sarebbe inarrestabile ed inevitabile se i diritti fossero nel concreto affidati alla loro controparte. I liberali, tra cui l’ineffabile Ostellino, continuano a far riferimento al vecchio e vetusto argomento per cui la moltiplicazione dei diritti alla fine provocherebbe la fine della libertà: è evidente che gli unici diritti che i liberali ammettono sono quelli degli imprenditori e dei proprietari, in un’ottica di parzialità e di limitazione che nient’altro vorrebbe dire che privilegi. La proposta qui formulata manterrebbe una distinzione ferma, in un’ottica ad un tempo classista e riformista, tra impresa e lavoratori, con l’impresa che è il fulcro del sistema e con i lavoratori che vedono le loro sorti collegate ad un’efficienza aziendale, ma con il grosso salto che questa non è un qualcosa di ipostatico ed autosufficiente ma un mezzo per estendere i diritti dalle imprese ai lavoratori. La precarietà non è inevitabile: è il frutto di un cedimento della sinistra al capitale ed al liberismo trionfante anche se in panne; certamente non può essere contrastata con l’immobilismo o con il solo ricorso ai diritti, nobile ma alla fine disarmato e auto-condannato alla sconfitta. I diritti devono essere rigorosamente salvaguardati ma ciò è possibile , nella concretezza e nell’effettività, solo con un’ampia riforma di sistema, quale quella qui proposta. La sinistra immobile sconcerta i ceti popolari, consapevoli che così non si possa andare avanti e quindi costretti a credere che l’unica alternativa all’immobilismo sia la riforma liberista, invece inefficace e mero strumento di dominio.

Renzi e il rasoio di Ockham.

Renzi e il rasoio di Ockham. Tonino D’Orazio. 3 marzo 2014. Rasoio di Occam è il nome con cui viene contraddistinto un principio metodologico espresso dal francescano William of Ockham, noto in italiano come di Occam, nel XIV° secolo. Tale principio, ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più immediata suggerisce l'inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno (in greco “ciò che appare”) quando quelle iniziali siano sufficienti. Sono tre le regole principali: non moltiplicare gli elementi più del necessario; non considerare la pluralità se non è necessario; è inutile fare con più ciò che si può fare con meno. In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità. Inutile quindi pensare che il ragazzo, Renzie, possa modificare veramente le cose; inutile immaginare anche il perché dovrebbe farlo. Non è sufficiente, anche nella cultura dell’immagine, pensare soltanto perché, come dice lui stesso, possa perdere la faccia. Per quanto sia disperato il concetto. Posto questo principio appare assolutamente semplice rilevare la conclusione cioè l’impossibilità di modificare la struttura politico-economica impostata dai cosiddetti poteri forti, un ossimoro ormai evidente di poteri antidemocratici, quindi totalitari, quindi fascisti, (cioè non complicare ciò che è semplice nel risultato) Ovviamente, per essere semplici, e non ingenui, i poteri forti internazionali gli hanno messo alle costole un ministro loro, date le foghe e le incertezze concettuali del nostro, un certo Padoan proveniente dall’Ocse, ben conosciuto da chi cerca di sapere e non si fida di tutta la letteratura giornalistica sul quanto sia bravo. Quello che, dopo aver insegnato il liberismo a D’Alema dice che bisogna convincere la gente che «stiamo ottenendo risultati … Il risanamento fiscale è efficace, il dolore è efficace». Parole che hanno suscitato l’ira del Nobel Paul Krugman: «A volte gli economisti in posizioni ufficiali danno cattivi consigli; a volte danno consigli molto, molto cattivi; e talvolta lavorano presso l’Ocse». I peggiori, insomma. Elementi non strettamente necessari, per cui è possibile utilizzare metodicamente il rasoio di Occam, in quanto superflui. Perché conosciamo già la disastrosa, vorrei vedere chi non ne è ancora convinto, ideologia. Gli ultimi dati Istat relativi alla gestione economico-monetaria, più che di politica economica, danno l’idea del fallimento complessivo delle “larghe” e “strette” intese nel gestire a braccetto il nostro Stato come un’impresa. Per stare nella metodologia sintetica. Il tasso di disoccupazione in Italia è salito al tasso record del 12,9%, uguale al 1977, ammesso che sia reale, perché in Italia possiamo conteggiare solo gli attivi che versano i contributi all’Inps, senza valutare l’immensa area grigia del lavoro nero. Tra i giovani di età 15-24 anni, il tasso di disoccupazione è al 42,4%. Sono 4,1 milioni i poveri che, nel 2013, in Italia, sono stati addirittura costretti a chiedere aiuto per il cibo da mangiare. 12 milioni i poveri cosiddetti relativi. Quasi quattro persone su dieci (il 37%), che hanno avuto bisogno di aiuti alimentari nel 2013, si trovano nelle regioni del sud Italia, dove si contano ben 1,5 milioni di indigenti, in aumento del 65% negli ultimi 3 anni. In Lombardia il numero di assistiti nel 2013 è balzato del 26% e in Emilia Romagna del 40% anche a causa del terremoto. Da tre anni 70.000 italiani (di cui 30.00 giovani laureati) emigrano ogni anno. Si potrebbe continuare su pensionati e sanità, sfaccettature avviate al massimo degrado. I redditi sono fermi al 1986 (come le rivendicazioni sindacali) e la pressione fiscale è da record mondiale. Media (alla Trilussa) dei redditi annui: 20.300 euro sia nel Nord-est sia nel Nord-ovest, a 18.700 euro al Centro e a 13.200 euro nel Mezzogiorno. Il paese e la produzione di ricchezza per capovolgere la realtà attuale? Sinteticamente, un centro studi londinese: "Fra 10 anni dell'Italia non resterà nulla". “Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale a un paese povero”, diciamo nemmeno in via di sviluppo. Nel 2012 hanno chiuso 1.600 imprese al giorno (Cgia di Mestre: 370.000/anno) e nel 2013 circa 400.000 (Sole 24 Ore). Non possediamo più nessun mezzo di produzione, né nell’industria, né nell’agricoltura, né nella distribuzione, né nell’energia, né nei trasporti. Hanno e stanno ancora svendendo tutto anche quello che non appartiene loro. Incombe quel debito, che pubblico non è, e che forse non è nemmeno debito, da rimborsare con 50 miliardi di euro annui per 20 anni. E giù tutti i dati che per il rasoio di Occam vi dispenso, ma anche perché li conoscete. Ma sto già moltiplicando gli elementi più del necessario. Tutto si basa sulla speranza o provvidenza, se non sulle menzogne, se non sull’incredibile credulità popolare. Un ultimo esempio. La bugia (perché chi potrebbe crederci?), definita persino come una svolta, del Fmi: "Tassare i ricchi e ridistribuire i redditi". "Gli interventi a sostegno dell'eguaglianza potrebbero davvero sostenere la crescita". Noi sappiamo chi sono quando si avvicinano a un fugace socialismo rampante per fare contento il popolino, e magari farsi aiutare dai partiti socialisti, e non dovrebbe stupire che, oltre a cercare di migliorare l'immagine mondiale ormai deleteria del Fondo, (che un certo premio Nobel ha definito un “associazione a delinquere”), cercano sopratutto di preparare la strada a quel prelievo forzoso dai conti correnti (ovviamente, democraticamente, quelli di tutti) ventilato e giudicato da diversi addetti ai lavori pressoché inevitabile. Perché i patrimoni sono anche fatti da quei pochi euro moltiplicati per milioni di conti correnti di sussistenza che intanto, per maggiore controllo, sono diventati obbligatori. Insomma una patrimoniale del 10% per tutti. Visto che lo strombettano da un anno pensate che chi aveva soldi sul conto corrente ce li tenga ancora? Pensate che il denaro della mala passi sui conti correnti postali? Allora la trappola si rivolge ai poveri che non possono evadere. La sintesi raccapricciante? Renzie, a mio avviso gran chiacchierone, non potrà fare assolutamente nulla, se non strani e vuoti giri di cassa (una specie di prendilo là e mettilo qua e viceversa), se non ulteriori danni sociali. Perché è il sociale la bestia nera da abbattere del liberismo. Per sintetismo. Occam non dice però se il pessimismo è una sintesi sufficiente a definire la semplice realtà, cioè a non complicare ciò che è semplice.
TTIP, Il trattato di libero scambio tra USA e UE che sostituisce alla sovranità degli stati il potere delle multinazionali ed elimina il controllo democratico dei cittadini. Un accordo che va fermato! «Il più ricco 1% del Paese possiede metà della ricchezza del Paese, cinque trilioni di dollari. Un terzo di questi viene dal duro lavoro, due terzi vengono dai beni ereditati, interessi sugli interessi accumulati da vedove e figli idioti, e dal mio lavoro, la speculazione immobiliare e mobiliare. È una stronzata. C’è il 90% degli americani là fuori che sono nullatenenti o quasi; io non creo niente, io posseggo. E noi facciamo le regole. Le notizie, le guerre, la pace, le carestie, le sommosse, il prezzo di uno spillo; tiriamo fuori conigli dal cilindro mentre gli altri seduti si domandano come accidenti abbiamo fatto. Non sarai tanto ingenuo da credere che noi viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato, e tu ne fai parte». Gordon Gekko in Wall Street (Oliver Stone, 1987) Da qualche anno, importanti negoziati tra USA e UE si svolgono in gran segreto, per trattare su un imponente accordo di libero scambio di beni, capitali e servizi, denominato Transatlantic Trade on Investments Partnership (TTIP) o TAFTA (Transatlantic Free Trade Area). Ma cos’è il TTIP?..............